Mag 13 2012

SIAMO “MARITO E MOGLIE” O SIAMO “GENITORI”?

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Se una coppia ha dei figli, e non è separata, questa domanda non si dovrebbe presentare… mai!

I genitori dovrebbero essere sempre, oltre che un papà e una mamma, anche una coppia. 

Ma capita spesso, purtroppo, che dopo la nascita dei figli, i compiti della genitorialità assorbano tutte le risorse, e che il tempo per essere marito e moglie si assottigli sino a scomparire quasi del tutto.

Ci sono i bambini da portare a scuola, la spesa da fare, il pranzo da preparare, la palestra, il catechismo, i compiti… e, all’ora di cena, ancora tutte le incombenze quotidiane non sono state portate a termine!

Spesso, marito e moglie continuano a occuparsi della casa e dei bambini anche dopo cena.

E, quando finalmente si arriva al termine della giornata, la voglia di stare insieme e condividersi si è trasformata in uno sfinimento esistenziale che lascia esausti e svuotati di ogni energia.

Crollare a letto in un sonno profondo diventa l’unico desiderio da soddisfare.

Così, un giorno dopo l’altro, l’amore si trasforma in una sorta di solidarietà tra colleghi, che condividono i tanti doveri quotidiani e quasi non ricordano più la complicità, l’elettricità e l’innamoramento di un tempo. 

Purtroppo, i sentimenti teneri che hanno spinto due persone a mettere al mondo dei piccoli, spesso vengono sepolti sotto un cumulo di doveri talmente sovrastante da non lasciare più spazio per niente altro.

Ma occuparsi di casa e bambini non è l’unico scopo nella vita di una coppia.

(Avere dei figli non doveva essere un’occasione in più per amarsi reciprocamente?)

Si crede, impropriamente, che l’amore ricresca sempre, anche senza bisogno di ricevere cure e attenzioni.

Forse, durante il periodo del fidanzamento, i sentimenti e l’attrazione sono talmente intensi da aver necessità solo di un tempo per incontrarsi.

E, forse, una volta raggiunto quest’obiettivo con la convivenza, si ha quasi l’impressione di doversi distrarre, piuttosto che cercare momenti da dedicarsi.

Si da per scontata l’esistenza della reciproca attrazione e non ci si ferma a pensare che tutte le emozioni, col tempo e con la disattenzione, si assottigliano sino a sparire.

Quando viviamo un lutto, un dolore o un trauma, sappiamo che il passare dei giorni aiuta ad ammorbidire la sofferenza e ci sforziamo di non pensarci, in modo da permettere al tempo di cancellare pian piano quelle emozioni sgradevoli.

Questo stesso processo si attua, purtroppo, anche nel caso dei sentimenti d’amore, e fa sì che in una coppia, dopo la nascita dei figli, quando gli impegni diventano così tanti e così inderogabili da assorbire tutta l’attenzione dei coniugi, si cancelli ogni traccia della loro passione.

Eppure l’amore, l’erotismo e la complicità, sono ingredienti fondamentali in un rapporto di coppia.

Impegnarsi per mantenerli sempre vivi, dovrebbe essere un obiettivo primario per tutti quelli che si amano.

Ma soprattutto per i genitori!

I genitori, infatti, hanno il compito di trasmettere ai figli un modello di coppia… che funziona!

I bambini osservano come il papà e la mamma si vogliono bene e, senza rendersene conto, ne assimilano i comportamenti.

Da grandi, sulla base di quei modelli costruiranno le loro relazioni affettive e, a loro volta, tramanderanno ai propri figli il modello di coppia che avranno costruito.

Tutti siamo cresciuti in mezzo a modelli comportamentali poco attenti all’amore e ai sentimenti.

Nella società attuale per le emozioni, l’intimità e la tenerezza non c’è né attenzione né cura.

I nostri sforzi tendono sempre ai raggiungimenti materiali e ci dimentichiamo che la cura dei sentimenti è fondamentale per il benessere e per la salute mentale.

Il tempo che i genitori dedicano al loro essere coppia, è un tempo importantissimo anche per i bambini.

Perché insegna loro l’importanza dell’amore e perché gli permette di acquisire un modello di come volersi bene e continuare ad amarsi anche avendo dei figli.

Tanti genitori riferiscono di sentirsi in colpa nel dedicare tempo alla coppia.

“Sono momenti rubati ai figli!” dicono.

Senza considerare che dedicarsi totalmente alla genitorialità, mette i bambini al centro del menage famigliare e li carica di un’eccessiva responsabilità.

I figli che sono l’unica ragione di vita per i loro genitori, non possono realizzare la propria autonomia senza colpevolizzarsi e senza sentirsi egoisti.

Inconsciamente imitano il modello di dedizione totale che hanno visto agire dalla mamma e dal papà, e incontrano molte difficoltà nell’emanciparsi davvero.

Spesso possono compiere scelte inadeguate per compiacere inconsciamente i genitori, rinunciando a seguire le proprie inclinazioni, giudicate eccessivamente indipendenti e perciò trasgressive.

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, l’amore è un frutto che va coltivato con attenzione e con estrema cura, perché se abbandonato a se stesso, col tempo appassisce e non si rigenera più.

I vostri figli hanno bisogno anche di ricevere un buon modello su cui costruire le loro future relazioni affettive.

E il vostro compito di genitori prevede che li amiate, ma anche che vi amiate.

Che abbiate del tempo da trascorrere con loro, ma anche che abbiate del tempo da passare soltanto tra voi.

Tempo per condividervi e per condividere insieme le cose che vi piacciono.

Tempo per amarvi, per guardarvi, per parlarvi, per litigare… e per fare la pace!

Nella vostra settimana ci dovrebbero essere sempre delle ore da dedicare soltanto alla coppia.

Senza i figli e senza nessun altro.

Ore per diventare amici, amanti, complici, intimi, teneri e profondi.

Ore in cui poter essere qualsiasi cosa l’uno per l’altro.

(Qualsiasi cosa… fuorché: colleghi nel gestire una famiglia!)

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Mag 09 2012

INTUIZIONE…

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“So che lo so, ma non so come faccio a  saperlo!”

L’intuizione è una forma di conoscenza che non passa attraverso la logica.

Tutti gli animali usano normalmente l’intuizione per orientarsi, incontrarsi, sfuggirsi, ripararsi, nascondersi… sopravvivere!

E anche l’animale uomo, senza rendersene conto, la usa quotidianamente.

Per le stesse ragioni degli altri animali.

Ma poiché l’essere umano ha bisogno di sentirsi superiore a tutte le altre specie, ha bandito l’intuizione da ciò che egli definisce sapere.

E in questo modo ha limitato la sua conoscenza soltanto alla ragione, privandosi delle verità istintive.

L’intuizione è una consapevolezza naturale, spontanea e immediata, che permette di attingere informazioni direttamente dal serbatoio dell’inconscio.

Cioè dal pozzo in cui esiste tutto il sapere possibile (e, forse, anche quello impossibile).

Secondo Carl Gustav Jung, nell’inconscio collettivo sono contenute tutte le esperienze, di tutte le razze, dall’inizio del mondo.

In ogni istante della nostra vita usiamo l’intuizione insieme con la logica e tante volte decidiamo in base alle sue preziose indicazioni.

“Vado a piedi, o prendo l’auto?”

“Porto l’ombrello, o non ce n’è bisogno?”

“Faccio la spesa al supermercato sotto casa, o arrivo fino al centro commerciale?”

“Telefono adesso, o chiamo più tardi?”

Le risposte agli innumerevoli quesiti che costellano la nostra vita, arrivano dall’intuizione molto più spesso di quanto non siamo disposti ad ammettere.

I più non se ne rendono nemmeno conto, solo qualcuno distingue le deduzioni razionali dalle consapevolezze intuitive.

Ma, purtroppo, anche chi sa ascoltare con chiarezza quei messaggi improvvisi e illuminanti, fatica a seguirne le indicazioni.

“Avessi dato rette al mio istinto!”

“Qualcosa me lo diceva…”

“Avrei fatto meglio a non ascoltare consigli…”

“Me lo sentivo…”

Ripetiamo sconsolati, quando ormai è troppo tardi.

Generalmente l’istinto è giudicato inattendibile.

Troppo animale per essere utile all’uomo.

Troppo soggettivo per la scienza.

Troppo imprevedibile per il mercato, che preferisce sostituirlo con costose tecnologie.

Eppure… esiste un sapere che nessuna scienza tecnologica potrà mai riprodurre!

E’ una sapienza interiore.

Ci mostra la verità a dispetto di tutto.

Sta a noi tenerla in considerazione o rifiutarne le indicazioni.

L’intuizione compare all’improvviso e altrettanto repentinamente sa farsi da parte.

Appartiene a quel mondo interiore che mostra la sua esistenza con noncuranza.

L’impercettibile è discreto, parla sottovoce, senza prepotenza.

Per questo è stato sopraffatto dalla logica e dalla pretesa razionale di poter tenere tutto sotto controllo.

L’intuizione è un filo sottile.

Guida la vita in coincidenze colme di significato, intreccia la casualità con i ritmi del cuore.

Le chiamiamo sincronicità (o anche coincidenze significative) e capitano un po’ a tutti.

Ci sorprendono, lasciandoci increduli e divertiti, solo perché abbiamo eliminato dalla nostra conoscenza quello che per tutti gli altri animali sta alla base della sopravvivenza: la necessità di trovarsi al posto giusto nel momento giusto.

Gli animali lo credono possibile.

Si affidano all’istinto.

E, seguendo l’istinto, ne fanno una regola di vita.

Sanno che la loro intuizione li porta a essere al posto giusto nel momento giusto.

Inevitabilmente.

E poiché confidano in questo, lasciano alla consapevolezza istintiva il compito di guidare i loro passi.

L’essere umano, invece, deride gli animali e ritiene naturale trovarsi il più delle volte al posto sbagliato nel momento sbagliato.

“La vita è fatta d’intoppi, si sa!” commentiamo tra noi con assoluta certezza.

Affidarsi a qualcosa che non si conosce e non si può padroneggiare, inorridisce la logica ed evoca immagini di soprusi e sfruttamento.

Ma i soprusi e lo sfruttamento sono creazioni degli uomini.

Gli animali non conoscono la bomba atomica, le guerre, lo schiavismo, i lager, la sedia elettrica.

Non allevano altri animali in batteria, non inquinano il pianeta.

Non sanno usare i sorrisi di convenienza, la menzogna o l’ipocrisia.

Gli animali hanno culture diverse da quella dell’umanità.

L’essere umano si è differenziato da tutte le altre specie animali.

Che chiama bestie.

Con disprezzo.

Le bestie sono in buoni rapporti con l’istinto e lo usano a piene mani, senza vergognarsene, con competenza e con semplicità.

L’uomo, invece, davanti all’istinto scrolla la testa e si stupisce quando assiste al verificarsi di quelle misteriose casualità che costellano e gestiscono la sua vita.

Le chiama coincidenze, con la certezza che siano del tutto accidentali.

A volte, però, quelle casualità costituiscono momenti importanti.

Eventi che, con apparente noncuranza, spingono in una nuova direzione le trame del destino.

La logica non ne capisce il senso.

Per l’intuizione, invece, sono un traguardo.

Appartengono a un modo diverso di leggere il mondo, a un sapere più grande della ragione umana.

Esiste un principio creativo imperscrutabile, che ha in se l’origine di tutte le cose.

Anche di quegli eventi che la mente non comprende.

La creatività non può sottomettersi alla razionalità, ha bisogno di seguire l’istinto.

Lascia che qualcosa… accada!

Senza preoccuparsi troppo del come o del perché.

La razionalità è uno strumento indispensabile per vivere, ma non può essere l’unico.

Anche la creatività è un’occasione di conoscenza, e va tenuta in considerazione.

Senza creatività la vita perde di senso, trasformandosi in un cumulo di doveri che progressivamente affonda nella depressione.

Creatività e intuizione si affidano all’istinto e permettono all’irragionevole di accadere.

Il fuoco sacro, l’ispirazione, l’innovazione, l’idea geniale, nascono tutte da un’intuizione che ha permesso all’istinto di gestire la vita.

Almeno per un po’.

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Mag 05 2012

SOLI… è bello!

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Stare da soli è considerata da molti una condizione poco attraente e svantaggiata.

Si è portati a pensare che le persone realizzate e di successo vivano circondate dagli amici e conducano un’intensa vita mondana, fatta di locali, spettacoli e divertimenti.

Ai nostri giorni, è ancora difficile immaginare la solitudine come una condizione privilegiata, auspicabile, interessante e appassionante.

Soltanto a pronunciarla, la parola “solitudine” evoca scenari desolati, di abbandoni, rifiuti ed emarginazione.

Non ci si ferma mai a riflettere che saper stare da soli è una conquista.

Dimostra la capacità di stare con se stessi, segnala il raggiungimento della maturità ed è un traguardo… desiderabile!

Stare da soli non fa tendenza.

La nostra vita è tutta organizzata in formato famiglia.

Dalle buste dei surgelati, all’auto o ai viaggi… le cose sono pensate per gruppi di quattro.

Minimo.

Spesso, purtroppo, anche essere in due non basta.

La coppia è solo il primo passo di una successione prestabilita dal codice dei comportamenti sociali.

“Vi siete sposati? Bene! Allora adesso vorrete fare un bel bambino!”

“Avete avuto il primo bambino? Bravi! E quando gli darete la sorellina?”

Matrimonio. Figli. Almeno due. Possibilmente maschio e femmina.

La sequenza dei raggiungimenti sociali prevede sempre lo stesso iter, come se ogni raggiungimento fosse il passaggio successivo di una trafila obbligatoria, ritenuta naturale, inevitabile e necessaria.

Se non segui il copione, se non fai le scelte giuste al momento opportuno, ti senti fuori posto, sbagliato, diverso, poco normale.

E tra poco normale ed emarginato, il passo è breve!

Stare da soli è: poco normale!

Per questo, chi sta da solo è considerato un emarginato o, altrimenti, un malato.

“Era solo? Poverino… dev’essere depresso.”

L’unica ragione che il buon senso comune individua, dietro alla scelta di stare con se stessi, è la depressione!

Che, naturalmente, andrebbe combattuta ed evitata.

“Cosa fai sabato sera? Non vorrai mica stare da solo!”

Così, quei pochi che, invece, da soli ci sanno e vogliono stare, si sentono diversi.

E spesso si giudicano sbagliati.


Eppure…

La capacità di stare soli è una conquista della maturità.

I bambini hanno bisogno di appartenere a un gruppo e di sentire al loro fianco la presenza di papà e mamma, che vegliano sui loro passi e provvedono alle loro necessità.

Crescendo, l’alone protettivo dei genitori è sostituito dagli amici.

Durante l’adolescenza, sono i coetanei a suggerirci la via da intraprendere, ciò che è giusto o sbagliato fare.

Tra i dodici e i diciotto anni, gli amici prendono il posto della famiglia, aiutandoci e sostenendoci nel trovare le risorse per emanciparci e raggiungere l’autonomia individuale.

L’indipendenza è il traguardo finale della crescita.

Passa per l’esperienza della dipendenza (prima dalla famiglia, poi dal gruppo) e infine la supera, quando si raggiunge la maturità.

Ma che cos’è la maturità?

Psicologicamente, la maturità è la capacità di pensare con la propria testa, senza lasciarsi condizionare dalle mode, dal conformismo o dal branco.

Saper stare da soli è un elemento fondamentale della maturità.

Soli, infatti, non vuol dire: senza nessuno.

Soli, significa: insieme a se stessi.

Cioè, capaci di pensare a se stessi, di ascoltare se stessi, di assecondare se stessi, di correggere se stessi, di aiutare se stessi!

Purtroppo, in un mondo di consumatori, fatto di gente che DEVE costantemente comprare, per tenere in piedi la società stessa, stare da soli è poco funzionale e, perciò, malvisto.

Che vantaggio può esserci per il consumo, se le persone non dipendono dal gregge e sanno pensare con la propria testa?!

Che cosa consumerà, chi sa valutare autonomamente l’utilità o l’inutilità delle cose?

Si corre il rischio che i consumatori consumino definitivamente il consumismo!!!

Al sistema produttivo, la solitudine conviene poco.

L’economia predilige il branco.

Infatti, il branco si condiziona più facilmente di tante singole individualità.

Chi è capace di stare solo è antieconomico e pericoloso, va contro gli interessi su cui è costruita la società, cammina controcorrente… e rischia la patologia!

La solitudine non va di moda.

Star bene da soli è guardato con sospetto.

“Nasconde qualcosa? Forse una malattia? Cela la depressione.”

In questo nostro mondo malato, a stare volentieri con se stessi si corre il rischio di essere bollati con la diagnosi di qualche patologia!

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Mag 01 2012

Volete saperne di più su di me?

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Cari amici, lettori e curiosi di questo blog, se leggendo i post di io non sono normale:IO AMO vi è venuta la curiosità di sapere qualcosa di più su di me e sulla nascita di questo movimento, oggi sarete accontentati!

Il dr. Enrico Maria Secci mi ha intervistata sul suo: Blog Therapy.

Cliccando il link qui sotto potrete leggere le risposte alle sue numerose domande:

Blog Therapy

Oltre alla mia, troverete anche le interviste del dr. Fabrizio Boninu, autore del blog Lo Psicologo Virtuale (già pubblicata), e della dott.ssa Caterina Steri (da pubblicare), autrice del blog Gocce di Psicoterapia.

L’iniziativa ha l’obiettivo di creare una rete tra blogger che si occupano di psicoterapia e psicologia (nella piattaforma di Tiscali) in modo che tutti voi possiate trovare con maggiore facilità uno spazio di incontro e di confronto sulle tematiche psicologiche.

Blog Therapy precede i nostri blog di ben quattro anni! Ed è stato un esempio e uno stimolo a portare sul web il nostro lavoro di psicologi.

Spero che il dr. Secci rivolga anche a se stesso le domande che ha posto a noi colleghi, in modo che possiate conoscere i presupposti che nel 2007 l’hanno spinto a creare il suo blog e le ragioni che lo motivano a continuare.

Formare una rete di professionisti che s’incontrano sul web è un’occasione importante di scambio e di confronto per tutti.

Un grandissimo grazie al dr. Secci per questa bellissima iniziativa!

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Apr 27 2012

PROTEZIONE & ALTRUISMO PATOLOGICO

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Nella prima infanzia, il bisogno di protezione è un vissuto spontaneo, indispensabile alla crescita e allo sviluppo della personalità, e corrisponde al desiderio di sentirsi amati e accuditi dai propri genitori.

Diventando grandi, la necessità di essere protetti cede il posto al bisogno di autonomia, cioè al desiderio di essere indipendenti e capaci di badare a se stessi.

In alcuni adulti, però, il bisogno di protezione non si esaurisce con la crescita e questo causa tante sofferenze emotive.

Infatti, quando questo bisogno non è stato saturato da bambini, la necessità di sentirsi protetti stimola, anche da grandi, il sogno di avere affianco qualcuno capace di risolvere le difficoltà e di colmare magicamente le lacune affettive lasciate dai genitori.

E spinge a vivere relazioni con persone credute (impropriamente) più forti, più capaci e più mature.

Questa esigenza psicologica, solitamente inconscia, riflette il tentativo di compensare nel presente le mancanze del passato e, purtroppo, è destinata a provocare delusioni.

Infatti, una volta superato il periodo infantile, i meccanismi biologici, che favoriscono l’attaccamento ai genitori, vengono meno e l’idealizzazione, necessaria a garantire la sopravvivenza dei cuccioli, trasferita da adulti su figure genitoriali sostitutive, si trasforma in una pericolosa deformazione della realtà.

Una volta cresciuti, gli esseri umani hanno bisogno di soddisfare autonomamente le necessità della vita e devono sperimentare l’indipendenza per potersi sentire realizzati.

Delegare a un altro la soddisfazione dei propri bisogni, materiali o affettivi, porta a svalutare se stessi, mina l’autostima e apre la strada a quel senso di inutilità dell’esistenza che è l’origine della depressione.

Di solito, le personalità creative non cadono in questo errore psicologico, perché la loro natura indipendente le spinge a cercare l’autonomia già da molto piccole.

Per soddisfare indirettamente il loro bisogno di protezione possono manifestare, però, una protettività esagerata.

I creativi, infatti, hanno la capacità di spostare agilmente il proprio punto di vista e questo li rende molto empatici e portati a immedesimarsi nei vissuti degli altri. 

Se, da bambini, si sono sentiti soli, in balia di forze più grandi di loro, incapaci di difendersi e senza nessuno che intervenisse a soccorrerli, sviluppano il desiderio di mettere fine alla sofferenza impedendo il suo esistere ovunque sia.

(Per chi è dotato di empatia, che si tratti della propria sofferenza o di quella di un altro non fa differenza.)

E’ così che si forma un altruismo patologico, cioè una spinta compulsiva e irrefrenabile a prestare aiuto, soprattutto alle persone amate!

Il bisogno di protezione, in questi casi, si trasforma nel bisogno di proteggere gli altri.

Le personalità creative possono usare le capacità empatiche che possiedono, per colmare il proprio bisogno di protezione insoddisfatto, appagandolo per immedesimazione mentre aiutano il prossimo.

Anche questo tentativo, però, nonostante la sua generosità, si rivela totalmente inadeguato a raggiungere gli scopi che lo determinano.

Infatti, nell’intimo, coloro che si sono sentiti deboli e indifesi durante l’infanzia, rimangono sempre i bambini deprivati che sono stati, e risolvere i problemi altrui, anche se lodevole e altruista, non aiuta a cancellare i propri!

Così, mentre combattono come leoni per tutelare chi amano, queste persone rimangono insicure e fragili quando si tratta di proteggere se stesse.

L’altruismo patologico, originariamente finalizzato a superare la paura e la solitudine vissute da bambini, spinge a donarsi eccessivamente, deprivando se stessi, e rende vulnerabili e insicuri.

Chi lo agisce, purtroppo, non risolve le problematiche infantili e rimane intrappolato in un enigma relazionale irrisolvibile, non riuscendo a decidere se le persone ricambiano il suo amore, oppure cercano soltanto di ottenere protezione e accudimento per se stesse.  

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, occorre prestare molta attenzione al bisogno di protezione.

E’ vero che da bambini abbiamo creduto in una indiscussa superiorità dei genitori, ritenendoli invincibili, potenti e capaci di mettere fine immediatamente alle nostre difficoltà.

Ma la crescita ci ha costretto a sperimentare che non è affatto così!

Tutti i genitori sono bambini diventati grandi in mezzo alle difficoltà, che cercano di fare quel che possono con ciò che hanno!

I figli imparano dai loro sbagli e costruiscono strategie migliori…

Ognuno di noi è solo davanti alla vita e deve fare i conti con l’incertezza e con la fragilità.

Il bisogno di protezione ci ricorda che abbiamo il dovere di proteggere noi stessi, perché, se non ci proteggiamo da soli, nessuno potrà farlo al posto nostro e perché nessuno meglio di noi può sapere di cosa abbiamo bisogno e come darcelo!

Rimbocchiamoci le maniche, quindi, e concediamoci le attenzioni di cui abbiamo bisogno, senza aspettare che lo faccia qualcun’altro!

Perché, quando potremo prenderci da soli i permessi necessari per vivere, potremo concedere anche agli altri la stessa indulgente libertà.

E perché, potremo amare, coccolare e proteggere gli altri solo quando avremo imparato ad amare, coccolare e proteggere noi stessi.

Nella responsabilità e nell’autonomia di ciascuno si nasconde il segreto di una vita libera e poggiano le fondamenta di un mondo migliore.

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Apr 24 2012

Primo compleanno!!

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Cari amici, lettori e curiosi di questo blog, io non sono normale: IO AMO compie oggi il suo primo anno di vita.


Un grandissimo GRAZIE a tutti voi!!!


Insieme stiamo formando un movimento che partendo dal cuore si irradia nel mondo…

… silenzioso, inarrestabile e ineliminabile, come soltanto l’A-normalità sa essere!

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Apr 22 2012

LA TUA CASA PARLA DI TE…

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Per gli animali, la tana è il riparo, il posto dove nascondersi e cercare calore e protezione, lo spazio intimo e propizio alla nascita dei piccoli.

La tana dell’animale uomo è la sua casa, un angolo in cui ritrovare l’intimità, abbandonare le difese e lasciare emergere la parte più vulnerabile di sé.

Per ognuno di noi la casa è lo spazio dove potersi fermare a recuperare le energie spese durante la giornata, il pronto soccorso emotivo quando il corpo e la mente hanno bisogno di cure.

Ogni casa contiene le impronte dei suoi abitanti e svela molte cose della personalità di chi ci vive.

Già nella scelta del luogo in cui è posta, la casa evidenzia l’indole di chi la abita.

Una casa isolata, racconta il bisogno di riservatezza e di solitudine.

Una casa al centro della città, rivela l’estroversione e la facilità nell’avere molti contatti, ma anche la loro rapidità, superficialità e provvisorietà.

Una casa in paese, evidenzia la necessità di protezione e la capacità di condividersi.

Le dimensioni della nostra casa, sono le dimensioni dello spazio che concediamo a noi stessi.

Case piccole, rappresentano spazi “piccoli” riservati a chi ci vive. Possono corrispondere a un bisogno di raccoglimento ma anche a un mettersi troppo da parte.

Case grandi, mostra spazi ampi di attenzione, che chi vi abita concede a se stesso.

Una casa con molti spazi aperti (giardino, terrazze, verande, ecc.), è la casa di chi ha tante aperture sul mondo.

Una casa con poche aperture, è un luogo segreto adatto a chi non ama troppo le relazioni e si concentra soprattutto su di se.

La misura delle finestre, rivela la misura della nostra curiosità nei confronti della vita.

Le porte interne, invece, indicano gli sbarramenti che creiamo tra le diverse parti della nostra personalità.

Troppe porte, denotano una paura di essere totalmente se stessi.

Porte troppo scarse, evidenziano una difficoltà nell’accettare la propria intimità.

Un ambiente unico nel quale vivere (loft, monolocale, ecc.), piace a chi ama mettersi in gioco senza riserve.

I colori che scegliamo sono l’energia di cui abbiamo bisogno per avventurarci nella vita. Infatti, i colori della nostra casa ci infondono il ritmo con cui affronteremo la giornata.

Colori accesi segnalano il bisogno di una grande energia.

Colori tenui parlano nel silenzio della concentrazione.

I mobili raccontano la relazione che abbiamo con il mondo.

Mobili attuali e nuovi, indicano un carattere in via di rinnovamento, pronto a cambiare e curioso degli altri.

Mobili antichi, segnalano l’attenzione e la cura per la famiglia e per la tradizione, raccontano il desiderio di condividersi senza trascurare il passato.

Gli animali sono il simbolo delle nostre parti istintuali, la voce della nostra anima selvaggia e della creatività.

La presenza degli animali nelle case, rivela il rapporto con l’istintività e con la sessualità.

Gli animali sono parte della natura, ci aiutano a ricordare i ritmi che regolano il nostro organismo e le nostre emozioni.

Gli animali possono essere domestici (cani, gatti, criceti, pappagallini, pesci rossi, ecc.) o liberi (passeri, colombi, gechi, lucertole, insetti, ecc.) ma non possono mai essere totalmente assenti dalla tana dell’animale uomo, perché la loro presenza è indispensabile all’ecosistema di cui l’essere umano fa parte e nel quale ha bisogno di vivere.

Nelle case, gli animali sono la spia che indica il contatto con la parte creativa, impulsiva e sensitiva.

Gli animali in gabbia, rivelano che la parte istintiva di chi abita la casa è stata messa in gabbia.

Animali abbandonati nei cortili, alla catena, soli o poco curati, mostrano l’incuria di chi trascura la propria interiorità.

Se gli animali sono del tutto assenti da una casa, gli istinti sono stati banditi.

Le piante parlano del rapporto con la spiritualità e con la natura.

Una casa senza piante è come un paese senza la sua chiesa.

Quando le piante sono rigogliose e belle, l’unione col mistero della vita è accettata e tollerata in se stessi.

Se invece le piante sono abbandonate e sofferenti, segnalano che la parte spirituale è stata trascurata e ha bisogno di cure.

L’ordine di una casa o il suo disordine, mostrano l’ordine e il disordine del nostro mondo interiore.

Gli armadi, infine, sono un simbolo dell’inconscio.

Armadi disordinati, denotano un inconscio disordinato e pieno di confusione.

Armadi troppo ordinati, segnalano il bisogno di imbrigliare l’inconscio in una norma e tradiscono la paura della propria irrazionalità emotiva.

Armadi pieni di oggetti inutili, corrispondono a un inconscio pieno di cose che non servono più.

Troppi armadi, si trovano nelle case di chi cerca di nascondersi a se stesso.

Pochi armadi, appartengono a chi non sopporta le censure di nessun tipo.

La casa è un simbolo di unione, di calore e di protezione, ma l’interno di una casa rappresenta la vita interiore di chi la abita e il modo in cui trattiamo la nostra casa dice tante cose sul modo in cui trattiamo la nostra anima. 

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Apr 18 2012

L’INDIFFERENZA E’ UNA PATOLOGIA… alla moda

Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.

L’odio è spesso una variante impazzita dell’amore.

L’indifferenza invece riduce a nulla l’altro, non lo vedi neppure, non esiste più.

Ermes Ronchi

L’indifferenza è quello stato psichico che ti consente di non accorgerti della sofferenza altrui.

Si è indifferenti quando non ci s’immedesima, quando si traccia un confine tra se stessi e gli altri, quando si attribuisce meno valore a chi è considerato diverso.

Purtroppo oggi l’indifferenza è una patologia comunemente accettata e poggia sull’egocentrismo e sul bisogno di confermare se stessi.

Noi psicologi valutiamo la maturità soprattutto in base alla possibilità di immedesimarsi e di socializzare.

Riteniamo che l’egocentrismo sia spontaneo e naturale nei bambini molto piccoli ma che, durante la crescita, debba inevitabilmente cedere il posto alla capacità di relazionarsi e di condividere.

L’empatia (saper vedere il mondo con gli occhi di un altro) è il parametro più importante nel valutare la maturità di una persona e segnala la sua intelligenza emotiva.

L’intelligenza, infatti, non riguarda solamente le acquisizioni cognitive e logico-matematiche, ma anche e soprattutto la capacità di riconoscere i sentimenti e le emozioni.

Tante patologie psichiatriche sono caratterizzate da una grave lacuna nell’intelligenza emotiva nonostante buone capacità logiche e matematiche (autismo, psicopatia, ecc.).

L’intelligenza emotiva è ciò che ci rende umani e ci distingue dai computer.

L’apprendimento nozionistico, privo di sensibilità è, infatti, una prerogativa delle macchine.

La nostra vita è fatta di relazioni e, nelle relazioni, le emozioni giocano un ruolo fondamentale e imprescindibile.

Ecco perché l’intelligenza emotiva è un’intelligenza viva e non artificiale.

(Un’intelligenza che, per adesso, nessuna macchina ha potuto imitare.)

L’indifferenza segnala un deficit, una mancanza nell’intelligenza emotiva, un’incapacità nel fare relazione, è un handicap emotivo. 

Di questi tempi, purtroppo, l’indifferenza è una patologia… auspicata da molti!

Perché consente di muoversi  agilmente in un mondo gravemente malato d’insensibilità.

Impropriamente, si ritiene che l’indifferenza aiuti a vivere più serenamente… infatti, circoscrivendo l’attenzione all’ego, nasconde alla coscienza il dolore degli altri.

E in questo modo consente di non soffrire a causa della propria empatia.

L’indifferenza oggi è dappertutto e tutti ne siamo affetti, perché la crudeltà è diventata la norma nella nostra cultura.

E perché, vivendo in mezzo alla crudeltà, molti preferiscono essere spietati piuttosto che sensibili.

Non c’è rispetto per la vita ma non tutti se ne rendono conto.

Esiste un meccanismo psicologico chiamato: negazione, che consente di occultare alla coscienza ciò che va in conflitto con quello che abbiamo scelto di essere.

Nell’indifferenza, la negazione ottunde l’empatia e, senza empatia, il dolore che abbiamo intorno diventa impercettibile.

La vita è dappertutto, anche se molti non la notano.

La violenza fatta alla vita, purtroppo, è anch’essa dappertutto. 

Invisibile per la maggioranza.

Anche le immagini di morte sono dappertutto.

I più non se ne accorgono nemmeno.

Tanti le trovano eleganti.

E a molti addirittura… mettono fame!


IL TERMOMETRO DELL’INDIFFERENZA

 

Per valutare il livello della tua indifferenza, prova a fare il test:

Osserva attentamente le immagini riportate qui sotto cercando di individuare in ciascuna di esse, la violenza, i soprusi e il dolore.

Segna un punto per ogni immagine in cui riconosci una violenza, un sopruso o il dolore.

Risultati:  

Punti 6  = indifferenza totalmente assente, alto livello di empatia, personalità creativa, inteligenza emotiva superiore alla media.

Da 3 a 5 punti = indifferenza nella norma, rimozione parziale della propria sensibilità, intelligenza emotiva nella media.

Da 1 a 2 punti = indifferenza dominante, scarsa sensibilità, intelligenza emotiva al di sotto della media.

Punti 0 = indifferenza patologica, mancanza totale di sensibilità, intelligenza emotiva deficitaria.

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Apr 13 2012

UN POMERIGGIO CON IL VOSTRO BAMBINO (interiore)

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Siamo sempre così indaffarati a rincorrere una vita fatta solo di doveri, che finiamo per dimenticarci della nostra pulsante e preziosa parte creativa, con tutte le gravi conseguenze psicologiche che questa distrazione comporta sulla qualità della nostra esistenza.

Come ho detto altre volte, la creatività non è una generica propensione alla pittura o alla musica, è invece un modo di essere, il nucleo centrale della nostra originalità, la parte più vitale di noi stessi.

La creatività è il ponte che unisce l’esperienza del mondo con il sentire del cuore.

Trascurare la propria parte creativa significa soffrire.

Infatti, la repressione della creatività provoca un crescendo di stati d’ansia (che può arrivare fino all’attacco di panico vero e proprio), perché ci fa perdere il contatto con la nostra unicità e con il significato profondo della vita.

Per questo è così importante esprimerla e coltivarla nella quotidianità.

Durante l’infanzia la creatività è parte integrante della crescita e si esprime nel gioco e nell’apprendimento.

Con l’ingresso a scuola, purtroppo, si perde gran parte della sua vitalità perché i programmi ministeriali sembrano fatti apposta per paralizzarla a vantaggio di un’istruzione nozionistica e stereotipata che favorisce la passività e il conformismo.

Così, una volta diventati grandi, e terminati gli studi, dell’entusiasmo e della fiducia che avevamo da bambini rimane ben poco.

La creatività è l’ingrediente miracoloso che ci permette di sfuggire alla crisi e di reagire al terrorismo psicologico portato avanti dai mass media.

Di questi tempi ce n’è davvero un gran bisogno! Perché costituisce una cura sana, naturale, economica e alla portata di tutti!

“Qual è il problema allora?” direte voi “Basta essere creativi e si risolve tutto!”

Il problema è che per essere creativi bisogna fare cose poco normali.

Infatti, la creatività non è normale per definizione!

Però, fare cose poco normali ci fa sentire strani, diversi e stupidi.

Questo sì che è un problema!


Il senso di stupidità

è il nemico numero uno della creatività!

 

La sensazione di essere stupidi è un vissuto interiore capace di inibire irrimediabilmente gli stimoli creativi e gli impulsi di trasformazione di ciascuno, rendendoci tutti uguali, vittime di un livellamento emotivo, conformi ai modelli di massa, e perciò anche vuoti, privi del nostro carisma naturale, della nostra speciale unicità.

Il senso di stupidità è il nemico numero uno della creatività, il problema che impedisce la sua spontanea espressione nella nostra quotidianità. 

Per essere creativi, bisogna superare questo scoglio e permettersi di essere stupidi, cioè ingenui, infantili, fragili, ridicoli.

Occorre tollerare quella sgradevole sensazione di diversità e d’inutilità e lasciare che la nostra parte bambina prenda il sopravvento sull’adulto pieno di doveri e di tristezza che siamo diventati crescendo.

Bisogna sopportare quel brontolio ininterrotto che parla nella testa quando ci permettiamo di fare qualcosa d’inconsueto e lasciamo che il bambino interiore salga per un poco alla ribalta della nostra personalità, gestendola come crede meglio.

Eccovi quindi un esercizio che vi aiuterà a riattivare la vostra creatività assopita e a ricreare un buon contatto con il bambino che siete stati:

  • Prendetevi un pomeriggio per voi e uscite insieme al vostro bambino interiore.

  • Portatevi appresso una sua fotografia e, se vi aiuta a mantenere il contatto, osservatela ogni tanto. Soprattutto quando l’adulto parla troppo oppressivamente nella vostra testa.

  • Per lo spazio di almeno due ore permettete alla parte bambina di gestire la vostra vita e lasciatele fare qualcosa che le piace. Potrebbe essere un disegno con i pennarelli, esplorare un parco giochi, una passeggiata in un luogo naturale, l’albero di natale, montare il trenino, dipingere con le mani… cose del genere.

  • Io, però, vi suggerisco di andare con il vostro bambino in un negozio di giocattoli e di invitarlo a scegliersi un regalo.

  • Dategli il tempo di girare tra le vetrine e gli scaffali con i giochi e osservate cosa gli piace, senza intervenire né censurare niente.

  • Sentite le sue emozioni in voi.

  • Fate attenzione perché ci sono i ricordi razionali, di ciò che vi piaceva quando eravate bambini, e ci sono le sensazioni del vostro bambino interiore ora. Non è detto che siano uguali. Potreste scoprire che il vostro bambino interiore è cambiato. Perché, in compagnia dell’adulto che siete diventati, oggi può esprimere qualcosa che quando eravate piccoli non potevate permettervi. Lasciatelo essere com’è, e osservatelo. Ma soprattutto, consentite alle sue emozioni infantili di scorrere nella vostra psiche.

  • Al momento di pagare il giocattolo che avrà scelto, la sensazione di stupidità potrebbe farsi molto forte in voi. Resistete alla tentazione di fare le spallucce, censurare l’esperienza e uscire senza aver comprato niente! Se saprete tollerarla e lo accontenterete, il bambino vi ripagherà, infondendo nella vostra psiche e nella vostra quotidianità il suo entusiasmo e le sue risorse creative.

Passare un pomeriggio in compagnia del vostro bambino interiore è un lavoro molto profondo, che lascia emergere i vissuti emotivi del passato insieme ai vissuti del presente.

La creatività è un processo continuo di trasformazione e cambiamento. Assecondarlo in se stessi significa armonizzare la vita.

Quando permettiamo alla parte bambina di esistere dentro di noi, ci riappropriamo della vitalità e dell’entusiasmo dell’infanzia e ci si aprono molte possibilità nuove.

Fare qualcosa di stupido e di inutile fa parte di questo processo.

Se riuscite a sospendere il giudizio e non vi bloccate, permettete al bambino di donarvi la sua spontaneità e la sua gioia di vivere.

I bambini hanno una conoscenza che gli adulti hanno perso, sono in contatto con il mondo magico dell’istintualità e della sensitività.

Quando vi aprite al suo potere creativo, sospendendo la critica e permettendovi la stupidità, la vita guadagna possibilità nuove e impensate.

 

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Apr 09 2012

SCELTE D’AMORE diversamente MATERNO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia e taggato:

Ci sono scelte che non puoi evitare. 

Scelte che mettono a dura prova i sentimenti.

Scelte piene di responsabilità e sofferenza.

Scelte solo femminili.

Una di queste è la scelta di abortire.

Una scelta che ti strappa la carne e la vita, che uccide la parte più sensibile di te, che ammutolisce il cuore.

SCELTE DIFFICILI…

Appena ha saputo di essere incinta, Miriam ha avuto un tuffo al cuore e subito si è sentita in paradiso!

Da tanto tempo desiderava avere un bambino e finalmente il suo sogno sembra essersi avverato.

Lei e il marito hanno brindato tenendosi per mano, con gli occhi lucidi dalla commozione e mille progetti per accogliere il loro frugolino.

Ma la diagnosi prenatale evidenzia nel bimbo un’anomalia cromosomica grave. L’esito della gravidanza si fa incerto e, se Miriam riuscirà a portarla avanti, il piccolo avrà tante difficoltà nel sopravvivere.

Il suo cervello, infatti, non si svilupperà del tutto e altri problemi insorgeranno di conseguenza.

Miriam è disperata. Ha desiderato così tanto abbracciare il suo cucciolo che non le importa niente di come avrà il cervello!

Pazienza se dovrà vivere in una carrozzella, se non potrà parlare, se lo dovrà imboccare per tutta la vita. Non sono queste le difficoltà che la spaventano.

“Tutto ciò che è fisico si può superare…” racconta piangendo.

“Quello che non posso accettare è l’emarginazione che il mio bambino vivrà dal primo istante della sua vita! La solitudine cui il suo handicap lo condannerà! La derisione, la crudeltà e la compassione che questo figlio dovrà affrontare ad ogni passo. Cosa risponderò quando mi chiederà come mai io l’ho permesso e ho lasciato che venisse al mondo? Solo: Perché io e tuo padre ti abbiamo voluto…?! Non mi sembra abbastanza…”

* * *

Maura ha una bimba di otto anni, Valentina, avuta insieme a un uomo che l’ha abbandonata subito dopo la notizia di quella gravidanza.

Quando scopre di essere incinta per la seconda volta, Maura sta prendendo la pillola con regolarità e precisione, da ben otto anni.

Ha, infatti, giurato a se stessa di non far nascere mai più nessun bambino da relazioni precarie e inaffidabili.

“Valentina ha dovuto imparare a sue spese, cosa vuol dire crescere senza papà!” mi racconta con tristezza.

“Ha sentito tante volte, all’uscita di scuola, i mormorii sul conto della sua mamma. Conosce la solitudine dei pomeriggi trascorsi da sola, perché io devo lavorare e i nonni, offesi dalla sua nascita illecita, ci hanno chiuso tutte le porte. Abbiamo passato tanti Natali e tanti compleanni noi due sole a scartare pacchettini. Regalini di poco conto, fatti con tanta carta colorata, perché i soldi, dottoressa, non ci bastano mai!”

Valentina non è scontenta della sua vita, è una bambina solare, gioiosa e piena di entusiasmo.

A Maura, però, non sfugge la sofferenza quando, tornando da scuola, Valentina trattiene le lacrime perché i compagni le hanno cantato di nuovo la canzoncina: “Valentina senza papà, Valentina senza papà, Valentina senza papà, Valentina senza papà !”


La notizia di una nuova maternità la coglie di sorpresa.

Com’è possibile?

Maura è esterrefatta.

Si può restare incinta anche prendendo la pillola?!

Purtroppo sì, se si assumono dei farmaci che ne inibiscono l’effetto anticoncezionale.

Peccato che il suo medico non si sia ricordato di informarla e, nella stessa ricetta, abbia prescritto l’antibiotico per l’influenza e la pillola per evitare altre gravidanze.

Il dottore non ci ha pensato… e adesso deve pensarci Maura!

Maura, che ha già una figlia nata da una relazione poco importante.

(Così poco importante che il suo compagno non ha mai ritenuto di doversi occupare della bambina).

Maura, che lavora tutto il giorno in un’impresa di pulizie e la domenica va ad aiutare una signora anziana, portando con sé Valentina.

“Mi raccomando, stai buona e non disturbare! Lo sai che ci servono i soldini…”.

Maura, che alle cose deve sempre provvedere da sola…

“Avere un secondo figlio mi sarebbe piaciuto, dottoressa! Ma proprio non posso mettere al mondo un altro bambino. Sarebbe una crudeltà per lui e ingiusto per Valentina! I soldi sono pochi e dovrebbe occuparsi lei del fratellino, quando io sono al lavoro. Non ce la faccio a chiederle questo sacrificio. Povera bimba, sta pagando già troppo per colpa mia!”

* * *

Queste storie sono solo due esempi di tante, tantissime storie, piene di dolore, di dubbi, di angoscia e di quella sofferenza incancellabile che accompagna la decisione di interrompere la vita.

La scelta di abortire è sempre una scelta d’amore.

Anche quando il mondo ti respinge e ti rifiuta.

Anche quando tu stessa ti condanni.

E’ una scelta dettata dal cuore. Incomprensibile per la ragione.

Si compie d’istinto. Cercando di evitare il male.

E’ una scelta che appartiene alle donne, ma che nessuna donna vorrebbe.

Una scelta inevitabile. Che, una volta compiuta, ti accompagna per tutta la vita.

Perché per tutta la vita continuerai a chiederti in silenzio:

“Come sarebbe stato il mio bambino? Quanti anni avrebbe avuto? Come lo avrei chiamato? Come lo avrei cresciuto?”

Nessuna mamma dimentica i suoi figli. Nemmeno quelli che non sono nati.

Esistono per sempre nel suo cuore, vivi e presenti dentro al legame che la unisce al bambino, in quell’amore che le permette di farlo crescere in se stessa, nel ventre come nell’anima.

Ma la maternità è soprattutto responsabilità.

Responsabilità per l’esistenza di un esserino inerme che ti è stato affidato dalla biologia e che adesso dipende totalmente da te.

Una madre non fa nascere figli in situazioni impossibili.

Quando sono costretti in prigionia, gli animali diventano sterili. 

E’ compito della maternità assicurare ai cuccioli le condizioni ottimali per crescere.

Deve pensarci la mamma  perché la natura le ha dato l’onere delle loro vite.

Nel suo cuore c’è posto per tutti ma, quando il mondo prevarica la vita con le sue necessità, alle donne rimane solo una scelta, quella più dolorosa: evitare ai bambini di nascere in mezzo alle ingiustizie e alla crudeltà.

Per questo, nonostante il dolore, la solitudine e l’emarginazione, è la mamma che trova in se stessa il coraggio di impedire la nascita.

Ci vuole molto amore per compiere questa scelta.

Molto amore per sopportarne il peso.

Molto amore per tollerarne la disperazione.

Il cuore delle mamme non è normale.

E’ grande.

Molto, molto, molto più grande del normale.

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