Mar 28 2017

ENERGIA, CAMPI ENERGETICI & ALTRE STRANEZZE

Si parla tanto di campi energetici e di energia, ma nessuno sa definire con esattezza il significato di queste parole.

L’idea di una forza invisibile che pervade tutte le cose è difficile da padroneggiare… non è misurabile, non è quantificabile, non occupa spazio, non si può toccare… non si sa bene dove collocarla.

L’energia è poco concreta.

Eppure ne vediamo quotidianamente gli effetti.

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  • Possiamo immergerci in una sacralità spirituale, visitando una chiesa.

  • Possiamo percepire l’ansia e la paura, durante lo svolgimento degli esami in un’aula universitaria.

  • Possiamo avvertire la presenza di un amico, poco prima di incontrarlo o di ricevere una sua telefonata.

  • Possiamo sentire la sofferenza entrando in un ospedale.

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L’energia è dappertutto e, anche quando non ce ne rendiamo conto, non possiamo sottrarci al suo influsso invisibile.

Questo fa sì che anche i più scettici finiscano per ammettere che… be’… probabilmente qualcosa ci deve essere. 

Qualcosa che anima il mondo e dà sostanza alla vita.

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Ma che roba è?

Che cos’è questa energia di cui tanto si parla e di cui, comunque, non si capisce un granché?

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Fatichiamo a immaginarla.

L’energia non ha forma e mette in crisi il bisogno di concretezza che caratterizza la nostra cultura.

La mente lineare ama ordinare, classificare e misurare.

Le cose che sfuggono alle sue regole sono guardate con sospetto o con commiserazione, come se si trattasse di favole, buone soltanto per gli ingenui.

Il pensiero che possa esistere un campo energetico che emana da ogni cosa, manda in crisi il pensiero razionale perché appartiene a una comprensione sinergica, intuitiva e percettiva.

Per comprendere il concetto di campo di energia occorre attivare le competenze dell’emisfero destro del cervello, quello preposto alla creatività.

Ma, si sa, la creatività è poco considerata da chi ama comandare tanti soldatini ubbidienti.

Perciò, nel mondo del dominio e della sopraffazione parlare di energia è sconsigliato.

Si preferiscono argomenti più concreti, seri e costruttivi, come: il PIL, il cash flow, il debito pubblico, gli indici di mercato, il reddito… o altre cose del genere.

campi energetici non rientrano nel vocabolario degli affari, non producono denaro, non conferiscono potere economico e perciò non sono considerati importanti da chi gestisce il mondo con la forza e con l’arroganza.

Il loro imprendibile valore interiore li rende invisibili ai più, e derisi da chi ama conformarsi a una società che inneggia la supremazia dei potenti e approfitta impunemente dei deboli.

Quando si parla di energia, ci si riferisce a una propulsione interiore, a una spinta che modula l’ascolto della realtà partendo dall’interno.

È un modo di sentire e interpretare la vita, che oltrepassa i cinque sensi e poggia su un’intuizione profonda, attivando una comprensione che prescinde dalle valutazioni razionali o materiali dell’esistenza.

L’energia è un flusso vitale.

Scaturisce dall’anima e permea ogni cosa, avvolgendola di una qualità emotiva, dinamica ed essenziale.

L’energia non è ne buona né cattiva.

Ma, di solito, parliamo di energia positiva quando vogliamo riferirci a situazioni ricche di fascino e di possibilità, mentre parliamo di energia negativa per indicare cose, persone o fatti, carichi di vibrazioni disarmoniche e stridenti.

Diciamo che a pelle ci sentiamo bene, per segnalare un campo energetico naturale e coinvolgente; e rifuggiamo quelle situazioni in cui percepiamo un campo distonico e debilitante.

I sentimenti sono energia, i pensieri sono energia, le parole sono energia, ogni cosa possiede un proprio campo che irradia all’esterno.

fenomeni energetici sono dappertutto e sotto gli occhi di tutti.

Ne avvertiamo costantemente il potere, in maniera istintiva.

Anche quando non ne riconosciamo l’esistenza.

I luoghi, le persone, gli animali e le cose, ci trasmettono forze capaci di caricarci positivamente o di scaricarci fino a renderci inermi, apatici e persino malati.

Perciò, esercitarsi a riconoscere l’energia e i campi energetici, ma soprattutto imparare a gestirli, è di fondamentale importanza per vivere una vita sana e in armonia con la natura e con i suoi ritmi.

Gli animali riconoscono naturalmente il valore dell’energia, sanno distinguere i campi energetici e si comportano di conseguenza, mantenendo un equilibrio costante con l’ambiente che li circonda.

Nelle loro culture la percezione dell’ecosistema viene prima di qualsiasi altra cosa e per questo, a volte, possono arrivare a sacrificare la loro stessa esistenza.

Tante specie animali hanno scelto l’estinzione, smettendo di riprodursi, pur di non vivere in un ambiente diventato incapace di rispettare il movimento naturale dell’energia.

La nostra specie, invece, sopravvive in contesti sempre più carichi di energie negative e sembra non rendersi conto del degrado ambientale che sta distruggendo la vita.

L’educazione alla sottomissione e il consumo smodato di beni tossici, ottunde l’ascolto di sé creando una differenza incolmabile tra le nostre scelte e quelle degli altri animali.

Deridere l’energia e tutto ciò che non si può toccare o monetizzare, è un comportamento tipico della nostra specie e ci separa dagli altri esseri che popolano il pianeta, e che mantengono la consapevolezza di ciò che noi non riusciamo più a vedere, ma che incide profondamente sul benessere, sulla vitalità e sull’espressione della propria profonda verità.

Solo la conoscenza dell’energia, infatti, permette di ritrovare il filo che unisce gli eventi di cui è costellata ogni esistenza, intrecciando la vita e la morte in una magica espressione di sé.

Carla Sale Musio

leggi anche:

INTUIZIONE… E CULTURE ANIMALI

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Mar 22 2017

SEPARAZIONE… E TRAPPOLE PSICOLOGICHE

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Quando si affronta una separazione, può succedere che dentro di noi di noi qualcuno desideri mettere fine al matrimonio, mentre qualcun’altro vorrebbe portare avanti la relazione, nonostante tutto.

In quei momenti di difficoltà e d’incertezza, finiamo per sentirci letteralmente trascinati da esigenze interiori contrastanti e, nel tentativo di porre fine al conflitto, si creano delle trappole psicologiche che bloccano la crescita interiore, impedendo l’evoluzione affettiva.

Occorre essere spietatamente sinceri con se stessi per imboccare la strada giusta anche in mezzo al pantano delle incertezze e della paura.

Ed è indispensabile adottare con il partner la medesima autenticità, perché soltanto nell’onestà diventa possibile affrontare la fine dei progetti costruiti insieme, trasformando il legame senza distruggerlo.

La tentazione di sfuggire alle responsabilità annientandosi nell’abnegazione o nascondendosi dietro al disprezzo, può essere forte e rischia di precipitarci ad ogni passo dentro l’abisso delle recriminazioni e dei rancori.

Per vivere appieno la separazione, cavalcandone il potere trasformativo e l’intensità affettiva, è necessario far convivere l’amore che ci ha condotto al matrimonio, insieme con la delusione, la solitudine e l’incompatibilità, che oggi rendono impossibile la medesima scelta.

Non è un compito facile.

Lo struggimento per le emozioni di un tempo si scontra con l’insofferenza che nel presente impedisce di proseguire la vita insieme.

Una parte nostalgica e romantica vorrebbe coltivare i sogni del passato, e un’altra parte, più concreta e disincantata, addita puntigliosa le mancanze del coniuge, snocciolando un rosario di disgrazie senza fine.

Per sfuggire alla pressione interiore, qualcuno sceglie la via della bontà, sacrificando l’autonomia sull’altare dell’altruismo e affermando che il partner “… non può sopravvivere da solo!”.

Altri preferiscono servirsi della rabbia e, chiusi dentro la fortezza del biasimo, accusano il coniuge di ogni nefandezza.

Vera o presunta, non ha importanza.

Ognuno a modo suo cerca di liberarsi dai vissuti di colpa e fallimento che la visione religiosa e legale del matrimonio rende inevitabili e dolorosissimi.

Ancora oggi, in Italia, è difficile parlare di crescita personale, di evoluzione affettiva e di onestà emotiva, quando si tocca il tema della separazione.

Si preferisce fingere una reciprocità, anche se inesistente, piuttosto che affrontare l’ostracismo sociale e la commiserazione che, spesso, accompagnano la scelta di concludere il matrimonio.

In questi casi, una sorta di codardia emotiva rende più facile annientare se stessi rinunciando all’autonomia, piuttosto che affrontare la disapprovazione annidata nello sguardo dei conoscenti, degli amici e dei parenti.

Infine (ma non meno importante) l’odio di un partner che si sente incompreso e abbandonato, fa detonare il senso di colpa, paralizzando le capacità decisionali dietro un desiderio spasmodico di approvazione.

Bisogna essere davvero coraggiosi per affrontare le trappole della separazione.

Eppure…

La scelta di non portare avanti un matrimonio i cui presupposti non esistono più, è una scelta che permette all’amore di dispiegarsi e di acquisire una profondità difficilmente raggiungibile altrimenti.

Dietro il possesso, la gelosia e i contratti, legali o religiosi, si nasconde l’Amore, quello con la A maiuscola.

L’Amore che sa concedere invece di prendere, che sa comprendere invece di pretendere, che sa donare la libertà invece di costruire prigioni, e che regala il rispetto al posto della pietà.

La separazione non sancisce la fine dell’amore, è una tappa lungo un percorso più ampio che dalla condivisione conduce all’autenticità e insegna l’indipendenza oltre la passione.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SEPARAZIONE, POSSESSO E RECIPROCITÀ: verso un’ecologia dell’amore

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Mar 15 2017

VISIONE LUCIDA: guardare il mondo senza giudizio

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La Visione Lucida è quella capacità di leggere gli eventi senza critiche e senza giudizi, proprio come un antropologo osserva una nuova cultura o una mamma guarda il suo bambino.

Nel Voice Dialogue, al termine di ogni sessione di lavoro, il cliente siede affianco al facilitatore e ascolta la descrizione dello scenario dei Sé, animatosi in precedenza, contemplando gli eventi psichici senza schierarsi.

La consegna, durante questa fase di lavoro, è di prendersi una pausa da ogni contrapposizione e di guardare il movimento interiore con occhi freschi.

Osservare la vita da un punto di vista neutrale, senza dividere gli eventi in buoni o cattivi, è un’esperienza inestimabile.

Siamo portati a giudicare tutto ciò che ci succede, archiviando le cose dietro altrettante etichette: mi piace, non mi piace, bello, brutto, gradevole, sgradevole, bene, male, positivo, negativo, giusto, sbagliato… e così via.

Il mondo della dualità ci spinge a notare i contrasti e a scegliere una direzione, escludendo di volta in volta altrettante possibilità.

Non intendo sostenere che questo sia sbagliato. 

Le valutazioni sono indispensabili per esprimere noi stessi.

Ma prendersi una pausa ogni tanto, per osservare la vita liberi dal giudizio, può essere uno strumento impagabile nel percorso evolutivo e permette un’acquisizione interiore, altrimenti impossibile.

A un livello profondo, ogni cosa riflette un pezzetto della nostra multiforme totalità, e il processo di selezione ci costringe a negare aspetti di noi che possono rivelarsi preziosi.

È vero che schierarsi è inevitabile e, spesso, necessario.

Basta pensare alla violenza, al razzismo, al bullismo, alla pedofilia e agli innumerevoli fatti che suscitano orrore, per sentire il bisogno di prendere una posizione decisa.

Ma dire BASTA non significa cancellare con un colpo di spugna tutto ciò che ferisce l’anima, e permette soltanto di arginarne gli effetti nel mondo concreto che chiamiamo realtà.

Nel profondo di noi stessi, quelle radici continuano ad esistere e, se non ce ne prendiamo cura in modo adeguato, alla fine faranno sentire la loro pericolosa presenza.

Per mettere veramente termine alla violenza è necessario evolverne le profondità interiori fino a rendere fluida ed equilibrata l’energia che la sottende.

L’energia, infatti, non è né buona né cattiva, è soltanto una possibilità a disposizione.

Sta a noi usarla in modi costruttivi.

O distruttivi.

L’energia dell’amore può fluire armoniosamente nella vita o deformarsi per sfuggire al dolore, fino a diventare possesso, gelosia, cinismo, indifferenza, odio e violenza.

Quando questo accade, i meccanismi di difesa scattano a proteggere la fragilità, rinchiudendo i Sé Vulnerabili nelle segrete del mondo interiore.

Rendere fluida ed equilibrata l’energia significa evolvere il giudizio in rispetto e accoglienza delle nostre parti ferite o emarginate.

E per riuscirci è indispensabile entrare in contatto con la sofferenza che si nasconde dietro la mancanza di empatia.

La rabbia e il surgelamento emotivo, infatti, sono potenti antidolorifici che consentono alla psiche di non soffrire.

Ogni volta che ci arrabbiamo, cerchiamo di non sentire un dispiacere e nascondiamo nell’inconscio la nostra vulnerabilità, provocando una cristallizzazione nel fluire spontaneo della vitalità e creando una distorsione nell’ascolto e nella conoscenza di noi stessi.

In questo modo, l’energia cristallizzata diventa un blocco che impedisce l’evolversi dell’espressione di sé.

In un mondo sano, la sofferenza dovrebbe essere accolta con fiducia perché, soltanto accettandone il potere trasformativo, potremo attraversare l’esistenza con entusiasmo e tramutare le cose che non ci piacciono in opportunità vantaggiose.

Nascondere l’angoscia dietro l’aggressività, la prepotenza e il disprezzo, permette di sfuggire l’impatto con l’ignoto che costella la vita, ma questa fuga arresta il percorso evolutivo e impedisce il dispiegarsi delle potenzialità a nostra disposizione.

Ecco perché comprendere la dualità, senza giudicarla e senza prendere posizione è un esercizio pieno di valore.

Un punto di vista fuori dai giochi consente l’ascolto di quei  che per paura abbiamo nascosto nell’inconscio e che da lì cercano di richiamare la nostra attenzione, spesso magnetizzando gli eventi che meno ci piacciono.

Coltivare una Visione Lucida della vita è il primo passo verso la realizzazione di una profonda capacità di amare, dapprima noi stessi e poi tutti gli altri.

La mancanza di uno schieramento, quella totale incoerenza interiore che tanto disorienta e atterrisce, è un sentiero che dà forma all’amore con la A maiuscola.

L’Amore, infatti, è proprio questo: un sentimento incondizionato e privo di giudizio.

E dall’Amore all’Illuminazione il passo è breve.

Se l’illuminazione è la capacità di comprendere il significato dell’esistenza, una totale assenza di giudizi libera il percorso dalle barriere e permette alla bussola dell’intuizione di orientare il nostro radar interiore.

Solo con la certezza delle proprie molteplici possibilità, l’Amore può attraversare l’enigma della vita e fare rotta verso l’infinito.

Carla Sale Musio

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Mar 09 2017

NEONATI CREATIVI

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I bambini che hanno una Personalità Creativa possiedono un’innata empatia e sono capaci di percepire i climi emotivi già da molto piccoli. 

Questi bambini sentono gli stati d’animo degli altri, anche quando non sono ancora in grado di comprendere i propri vissuti e non si sono formati gli strumenti necessari per interpretarli.

L’egocentrismo che caratterizza l’infanzia, li porta a vivere le emozioni di chi li circonda come se fossero proprie e questo può creare confusione nella comprensione delle relazioni.

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UNA PAPPA PERICOLOSA…

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Marco ha soltanto pochi mesi e all’ora della pappa si sveglia in lacrime, in preda ai morsi della fame.

Sentendolo piangere a squarciagola, la sua mamma, Sabina, che stava guardando un film alla televisione, corre a prenderlo in braccio. 

Consola Marco con tanti bacetti e con dolcezza lo attacca al seno per dargli la sua poppata.

Mentre il bimbo succhia avidamente il latte, la donna riprende a seguire la tv.

Marco si sente tranquillo e al sicuro tra le braccia della mamma e Sabina si lascia catturare progressivamente dalla trama del film, vivendo momenti di tensione e di paura durante le scene di pathos.

Contemporaneamente Marco, soddisfatto e felice della pappa, comincia a sentirsi anche teso, impaurito e in pericolo, proprio come se qualcosa di brutto stesse per accadere da un momento all’altro.

Ben presto riprende a piangere ma, questa volta Sabina non ne capisce le ragioni. 

Tenta di calmarlo in tutti i modi, senza riuscirci, e diventa sempre più nervosa.

In poco tempo si innesta un circolo vizioso tra mamma e bambino.

Più Sabina si sente incapace di rassicurare Marco, più diventa tesa e nervosa, più Marco percepisce in sé le emozioni della mamma, più diventa nervoso e piange.

Nel bambino, infatti, la coesistenza dei propri sentimenti (protetto, rilassato e al sicuro) con quelli della mamma, che egli vive come suoi (teso, in pericolo, e nervoso), fa nascere uno stato di confusione e di instabilità emotiva che il piccolo manifesta diventando irrequieto.

Questa mescolanza di vissuti, se non viene opportunamente capita e gestita, nel tempo potrà trasformarsi in confusione sulla comprensione dei propri bisogni emotivi.

Solo quando la mamma ritroverà la calma in se stessa, riuscirà finalmente a rassicurare Marco e a tranquillizzarlo.

Carla Sale Musio



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Mar 03 2017

PRINCIPI AZZURRI E RISARCIMENTO DANNI

“Il mondo è fatto male, c’è troppa corruzione, troppa confusione, troppo opportunismo, troppa falsità…” 

L’imperfezione ci rende critici, insofferenti e nervosi.

Vorremmo vivere un’esistenza perfetta in cui regnano la pace, l’amore e il rispetto.

E, quando costatiamo che invece non è così, ci aspettiamo che la vita ci porga delle scuse e ci compensi, ripagando i torti con altrettante opportunità.

Ma come nasce questa pretesa di perfezione?

Dove ha origine il bisogno di vivere un’esistenza facile, nitida, senza fatiche e senza sbavature?

L’equivoco che ci spinge a pretendere più che a dare, è racchiuso nelle impostazioni educative vissute durante l’infanzia.

Atterriamo nella vita portando con noi la certezza che esista un Principio Assoluto capace di farsi carico dei nostri bisogni.

E ci aspettiamo la devozione incondizionata da parte di chi si prende cura di noi.

Poi, quando scopriamo che questa perfezione non esiste, incolpiamo i nostri genitori, sicuri che le loro mancanze siano un affronto che andrà ripagato in qualche modo.

Arriviamo da una dimensione immateriale in cui i codici della Totalità obbediscono a leggi diverse da quelle della fisicità.

E portiamo con noi la certezza che quelle leggi, fatte di onnipresenza, onniscienza, pienezza, interezza e completezza, si applichino anche alla materialità di cui siamo diventati parte.

Forti di una memoria soprannaturale e istintiva, ci aspettiamo che gli adulti impersonino un Potere Divino, capace di assecondare le nostre esigenze.

Ma, nonostante la buona volontà e l’impegno smisurato, nessun genitore potrà mai incarnare quel Principio Assoluto che governa l’immaterialità, fuori dai limiti imposti dallo spazio, dal tempo e dalla dualità in cui ci muoviamo.

In questa nostra dimensione terrena, ciò che rende un genitore competente non è l’onnipotenza ma la possibilità di ammettere le difficoltà e la propria inesperienza.

L’onestà nel riconoscere le mancanze personali è alla base di un rapporto sano e, per raggiungerla, è necessario che mamma e papà abbandonino le vesti della Divinità per indossare quelle dell’umanità, accettando i propri limiti e costruendo le fondamenta di un dialogo che renderà i loro cuccioli migliori, pronti a volare fuori dal nido per confrontarsi con la vita.

Nel mondo fisico, la sicurezza non deriva da modelli di comportamento irreprensibili, ma dalla capacità di accettare le proprie fragilità, misurandosi con l’impegno necessario ad affrontare la realtà.

Avere genitori simili a Dio, rende insicuri, vittime di un confronto impari e sbilanciato in cui il senso d’inadeguatezza si cronicizza nel tempo, facendoci sentire schiavi del giudizio e dell’approvazione degli altri.

L’autostima e l’efficacia personale sono frutto di un’adeguata accettazione delle proprie paure e della volontà necessaria per evolvere i limiti, fino a renderli punti di forza.

La capacità di far fronte alle difficoltà trasforma la vita in un’avventura coinvolgente e appassionante.

Mentre la sensazione d’impotenza che deriva dal raffronto con un’autorità infallibile, annienta la volontà e rende vittime di un potere forte della propria arrogante superiorità.

Una pedagogia nera, vecchia di secoli ma ancora in vita nei metodi educativi che permeano l’educazione moderna, impone al padre e alla madre un’indiscussa superiorità, etichettando le ragioni dei figli come: pretesecapricciprepotenze, eccetera.

E, quei genitori che non riescono ad adeguarsi al target di perfezione imposto dagli standard pedagogici, pagano il prezzo di un ostracismo sociale e di un’insicurezza interiore, che limita il dialogo e la possibilità di un confronto costruttivo con i figli.

In questo modo, anche chi cerca di costruire un rapporto meno autoritario, finisce per sentirsi inadeguato.

È così che la pretesa di un risarcimento danni s’insinua nella coscienza.

Prende forma dalla rivalsa verso l’autoritarismo subito nell’infanzia e alimenta l’invidia, il rancore, il vittimismo e la paura, occultando il bisogno d’amore e portandoci ad esigere un compenso per le battaglie che è necessario affrontare durante la vita.

Compenso che, nell’immaginario collettivo, giungerà nel momento in cui un Principe Azzurro o una Principessa Azzurra, faranno la loro comparsa per renderci felici.

Nei sogni coltivati da bambini, saranno proprio loro a donarci, finalmente, tutto l’amore che ci è mancato durante l’infanzia, ripagando le inadeguatezze dei genitori e i torti della vita, grazie a una devozione incondizionata.

Il mito di una relazione perfetta e compensativa prende forma nelle fiabe della tradizione, modellando nel tempo una pretesa illusoria e irraggiungibile.

Nessun rapporto di coppia potrà mai ripagare l’angoscia vissuta durante i primi anni di vita.

Ognuno deve scoprire dentro di sé le risorse necessarie per far fronte al dolore, trasformando la sofferenza in saggezza e sviluppando la capacità di vivere con profondità e creatività.

Il rischio di essere pienamente se stessi fa paura e blocca l’espressione dell’autenticità.

Temiamo di ritrovarci soli, privi del sostegno e del riconoscimento delle persone cui vogliamo bene.

Eppure, nella solitudine e nell’ascolto della nostra interiorità si sviluppa una capacità di amare fatta di comprensione e reciprocità.

L’amore che riceviamo è lo specchio dell’amore che sappiamo dare a noi stessi.

Le relazioni di coppia mettono a fuoco le imperfezioni, spingendoci verso l’evoluzione e il cambiamento.  

Per vivere la vita con pienezza e l’amore con Amore, dobbiamo incontrare noi stessi così intimamente da scoprire che il Principe Azzurro e la Principessa Azzurra siamo proprio noi.

Sono le parti di cui abbiamo più paura.

Quelle che ci portano in dono un nuovo punto di vista e ci regalano il coraggio di cambiare gli schemi limitanti, ancorati alla paura della sofferenza.

Nessuno può colmare le lacune del passato senza attraversare il fuoco del cambiamento e senza rivivere il dolore dell’infanzia.

L’ascolto delle proprie parti infantili permette agli adulti che siamo diventati di prendersi cura dei bambini che siamo stati, accogliendo la vulnerabilità insieme alla forza e dando forma a un amore in grado di offrirsi invece che pretendere.

La maturità non è una presunta asetticità emotiva, ma si rivela nella capacità di far convivere la saggezza con l’ingenuità, la fiducia con la paura, l’incoerenza con il bisogno di uniformità.

Nell’accoglienza della propria multiforme autenticità sono nascoste le chiavi dell’amore e il segreto di una relazione libera da potere e presunzione, pronta ad attraversare la vita nella sua infinità generosità.

Carla Sale Musio

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Feb 25 2017

ROSSILLINA

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Quella bambola non le era riuscita bene.

Tondi gli occhi, troppo rossi i capelli, morbida nel corpo, ma sgraziata.

Si chiese a chi avrebbe potuto venderla. 

In realtà, la donna era conosciuta per la perfezione dei suoi manufatti.

E quell’ultimo lavoro non le rendeva onore.

Anche l’abito rosso della bambola era uscito male, stretto e mal cucito.

Nessuno avrebbe acquistato un prodotto così imperfetto. Sospirò e gettò la bambola nel cestino, vicino al tavolo da lavoro.

Più tardi se ne sarebbe liberata, insieme con i resti di filo, stoffa e lana.

*** *** *** ***

In quella casa dove la donna, per arrotondare le magre entrate, realizzava bambole di stoffa, un altro essere occupava la stanza da lavoro: una gatta.

Era capitata lì per caso qualche anno prima.

La donna non l’aveva cacciata, ma si limitava a darle del cibo e non la accarezzava quasi mai.

La gatta, sentendosi trascurata, si strusciava di nascosto sulle bambole.

E si consolava con la morbidezza dei loro corpi di stoffa.

*** *** *** ***

Aveva avuto un’ infanzia felice, poi l’avevano regalata ad una famiglia numerosa e distratta, che spesso la dimenticava fuori, anche d’inverno.

Lei dapprima si sentì infelice, ma una sera decise.

E dopo aver annusato il vento, se ne andò senza voltarsi.

Corse raminga per strade e giardini.

Infine, giunta una notte in un cortile, si raggomitolò vicino all’ingresso della casa.

La mattina dopo, una donna uscì per tempo, lasciando la porta accostata.

La gatta si insinuò all’interno e vide stoffe, nastri, lana e fili.

Sperò di poter restare.

La donna non la mandò via, ma non le piacevano i colori della gatta.

E non l’accarezzava quasi mai.

*** *** *** ***

Dopo aver gettato la bambola, la donna si allontanò.

Nel rientrare in casa dalla sua uscita quotidiana, la gatta trovò qualcosa che non si sarebbe aspettata. Dentro il cestino degli scampoli inutili e dei fili spezzati, vicino al tavolo da lavoro, vide una bambola.

Incuriosita e guardinga la gatta le si accostò e, approfittando dell’assenza della donna, avvicinò il muso a quel viso di stoffa.

La bambola era triste e abbandonata, ma a lei sembrò così carina, che nella sua mente di gatta balenò una decisione: prese quel corpo di stoffa tra i denti e, stringendolo delicatamente come fosse un figlio, balzò fuori dalla finestra e tagliò dritta per i campi.

La donna nel rientrare cercò la gatta, ma non la trovò e non si dette pensiero a lungo.

Così come era giunta, si era detta in quegli anni, sarebbe andata via.

E in realtà quell’essere singolare non le era piaciuto mai troppo.

*** *** *** ***

La gatta corse finché le sembrò che il cuore le scoppiasse.

Quando finalmente si fermò, poggiò delicatamente la bambola sull’erba e la contemplò soddisfatta. Con quel rosso nei capelli e nella veste, certamente Rossillina sarebbe stato un bellissimo nome per lei.

La gatta se lo ripetè, miagolando.

Finalmente, pensò, un affetto nella sua vita.

Un affetto di stoffa.

Si sarebbe occupata lei della bambola, l’avrebbe scaldata nelle notti fredde, l’avrebbe consolata quando fosse stata triste.

Le si accostò, poggiò il suo corpo su quello morbido della bambola.

E fu allora che, mentre la gatta la guardava trepidante, Rossillina aprì le sue braccia di stoffa e si strinse fortemente a lei.

Gloria Lai

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L’ALBERO

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Feb 18 2017

SEPARAZIONE, POSSESSO E RECIPROCITÀ: verso un’ecologia dell’amore

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Nella civiltà occidentale anche l’amore di coppia è diventato un bene di consumo, un contratto che stabilisce diritti e doveri dei coniugi e che dissolve l’affettività con la pretesa della reciprocità.

L’amore, però, è un sentimento.

Non può apparire e scomparire a comando, non ascolta i dettami della volontà.

Esiste nel piano rarefatto e imprendibile delle emozioni.

Possiamo riconoscerne la presenza dai suoi effetti, ma soltanto chi lo vive può affermarne con certezza l’esistenza in se stesso.

L’amore non si può pesare, misurare, modellare e ordinare, lo si può solo sentire dentro di sé.

Pretendere dall’altro una reciprocità affettiva vanifica l’amore, trasformandolo in un baratto.

Il baratto è uno scambio, presuppone un guadagno e ha ben poco a che vedere con i sentimenti e con gli stati d’animo.

Questi ultimi, infatti, succedono.

A prescindere dagli accordi, dalle decisioni e dall’impegno.

In amore, pretendere la reciprocità significa sostituire i sentimenti con il tornaconto.

E da lì all’opportunismo, all’egoismo e al narcisismo, il passo è breve.

“Se non puoi darmi ciò di cui ho bisogno, non posso amarti”

Questa frase nasconde una pretesa impossibile e scambia l’amore con la soddisfazione delle proprie necessità.

L’amore, però, è un modo di essere, un sentire interiore.

Succede.

Punto e basta.

In amore possiamo solo affermare:

“Se non puoi darmi ciò di cui ho bisogno, pazienza.” 

Perché, quando si prova un sentimento, non si può modificarlo con la volontà.

L’amore è un accadimento interiore che arriva e si trasforma, senza tenere conto dei nostri obiettivi razionali.

Quando l’amore cambia, si può soltanto accogliere dentro di sé la trasformazione e incamminarsi con fiducia lungo il percorso evolutivo che quella trasformazione ci indica.

Perché solo ascoltando i dettami dell’amore, s’impara ad amare.

E solo imparando ad amare si conquista la libertà e si evidenzia il significato profondo della nostra esistenza, la nostra missione nella vita.

L’amore non segue i criteri della ragione e ci accompagna a conoscere un piano della coscienza più rarefatto, ma non per questo meno pregnante.

Anzi!

La sua ricchezza si riflette nell’appagamento che intreccia le scelte di chi ascolta con coraggio i dettami del proprio cuore.

La pretesa di portare avanti un rapporto di coppia anche quando la reciprocità non esiste più, è legata a prescrizioni religiose o legali e a interessi personali che non hanno nulla a che vedere con l’amore.

Il possesso è uno di questi.

Quando diciamo MIO (mio marito, mia moglie), il linguaggio tradisce il pensiero possessivo che lo sottende.

La pretesa di possedere la persona amata è un’insidia che vanifica l’amore, seppellendolo sotto una coltre di egoismo.

L’amore non è possesso.

È libertà.

Ma cosa significa LIBERTÀ?

Libertà vuol dire assumersi la responsabilità dei propri sentimenti e delle proprie scelte, accettare il rischio delle emozioni, dei cambiamenti e del proprio percorso evolutivo.

Anche quando è necessario attraversare sentieri esistenziali ancora inesplorati e impervi.

La libertà non è agire impunemente tutto ciò che ci salta in mente, senza freni e senza inibizioni, ma ascoltare se stessi senza censure, accogliendo la propria verità qualsiasi essa sia.

Per conoscerla, per comprenderla e per evolverla.

Siamo veramente liberi soltanto quando ci assumiamo la responsabilità della Totalità di noi stessi.

In tutta la sua profonda e multiforme poliedricità.

Questo non vuol dire calpestare gli altri.

Significa, invece, comprendere che ognuno incarna un pezzetto della nostra complessità interiore.

E conduce al rispetto.

Per ogni creatura vivente.

Perché tutto, ma proprio tutto, ha diritto all’esistenza.

Anche ciò che non ci piace e che, per questo, ha bisogno di maggiore attenzione per trovare una collocazione armonica in quella molteplicità che chiamiamo vita e che è lo specchio del nostro mondo interiore.

Il possesso nasconde la pretesa di controllare l’oggetto delle nostre brame, senza comprenderne le peculiarità e senza affrontarne l’intima risonanza interiore.

In amore, il possesso tenta di oggettivare un sentire che può essere soltanto soggettivo, snaturandone l’autenticità in favore di bisogni infantili di controllo.

Il possesso vanifica l’amore, ma nella civiltà dell’usa e getta sembra che anche i sentimenti abbiano dovuto cedere il posto al profitto o al potere d’acquisto.

Così, oggi in molti pianificano la famiglia quasi fosse un bene di consumo.

Convinti che la determinazione e la volontà possano produrre i risultati emotivi necessari a far germogliare l’amore, certi di poter possedere le emozioni come se fossero un bene di consumo.

Tante famiglie nate in seguito a un’attenta pianificazione incontrano il limite della precarietà, perché l’amore studiato a tavolino non attecchisce.

Altre famiglie (meno razionali forse, ma più spontanee) si scoprono e si riconoscono come tali lungo il percorso della vita, in barba ai programmi di chi le compone e alle regole dei legislatori.

Queste famiglie resistono nel tempo, nutrite da un affetto spontaneo e da un desiderio di condivisione che sboccia nel cuore ogni giorno.

L’amore ha un potere di cambiamento e di trasformazione, preziosissimo.

È un’energia rivoluzionaria e trasformativa che ciclicamente dissolve gli equilibri interiori per crearne di nuovi e migliori.

Opporsi al suo processo evolutivo è doloroso e genera molte patologie.

Ma per seguire le norme della civiltà, ne abbiamo rinchiuso il potere dentro un contratto giuridico e così l’amore è stato vanificato.

Nel momento in cui si affronta il tema della separazione, è necessario interrogarsi sul significato profondo della parola AMORE e accoglierne in se stessi l’essenza trasformativa.

L’amore è rivoluzione e, a dispetto dei contratti legali e religiosi ci conduce inevitabilmente a incontrare la nostra realtà più intima, insegnandoci a comprendere i bisogni del partner insieme ai nostri.

Quando l’amore finisce e il cambiamento ci trascina verso nuovi lidi, è importante abbracciare il passaggio che la fine di una relazione porta con sé e accoglierne il valore.

Perché l’amore non ha mai fine, si trasforma ed evolve verso mete sempre più profonde.

Sapersi allontanare dopo aver percorso un tratto di vita insieme, celebra le profondità dell’amore e insegna il rispetto e l’autonomia.

Lungo la strada che dall’egoismo conduce alla libertà.

Carla Sale Musio

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Feb 12 2017

FISICA QUANTISTICA E SENSIBILITÀ: leggere il mondo con gli occhi del cuore

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Quando si parla della dimensione immateriale, si finisce spesso per sentirsi stupidi.

Come se affidandosi a qualcosa che non si può vedere, toccare, pesare e misurare, si dimostrasse un’ingenuità credulona, ottusa e decisamente poco intelligente.

Eppure, la maggior parte delle cose che sappiamo a proposito della realtà, non le abbiamo mai viste, toccate, pesate o misurate.

Basti pensare all’elettricità, alle onde sonore… al pensiero e ai sentimenti.

Cose importantissime di cui costatiamo gli effetti ogni giorno, ma prive di materialità.

L’immaterialità ci fa paura perché ci costringe a confrontarci con l’ignoto, spingendoci ad abbandonare il controllo (che pretendiamo di avere sempre e su tutto) e ad affidarci a un principio più grande, che ci contiene e ci sovrasta.

Nella Totalità, nel vuoto privo di riferimenti tangibili, in quel buco nero in cui ogni cosa è possibile perché parte di un infinito potenziale di vita, emergono anche gli aspetti che non ci piacciono, ciò che abbiamo censurato e che rivendica il proprio diritto all’esistenza nel momento in cui un Tutto Onnicomprensivo ne legittima la verità.

Qualcuno lo chiama Dio, qualcun altro Legge Universale, gli scienziati preferiscono parlare di Big Bang, la fisica quantistica la definisce Onda di Probabilità.

I nomi sono tanti e diversi, ma indicano sempre un principio indistinto da cui hanno origine le cose, e tutti (religiosi, mistici, fisici e scienziati) sono concordi nel dichiarare che la realtà materiale scaturisce da una sorgente immateriale.

Un principio creativo e assoluto contiene i semi di ogni possibile verità e, in una dimensione senza spazio né tempo, attende con pazienza il momento opportuno per dare vita alle forme della nostra quotidianità.

Secondo la fisica quantistica il principio di tutte le cose è un Tutto, indefinito e poliedrico, da cui l’osservatore coagula la realtà nei suoi aspetti concreti, nel momento in cui la osserva e la vive.

Per i fisici moderni ogni cosa esiste in uno spazio immateriale di potenzialità e, da questa multiforme totalità, la nostra attenzione dà forma alla realtà, rendendola tangibile.

A prima vista la Teoria dei Quanti sembra un insieme di formule magiche e giochi di prestigio, immuni dalle ristrettezze della logica.

Eppure, proprio quella magia costruisce le fondamenta dell’esistenza, e nessuno ai giorni nostri può ignorarne la portata.

La fisica moderna spiega la materia sia come fenomeni ondulatori che come fenomeni delle particelle, e afferma che tutte le cose (ma proprio tutte) esistono in una funzione di probabilità, fino a quando un osservatore cristallizza una delle infinite possibilità rendendola concreta.

Quando ha luogo l’osservazione, infatti, la funzione d’onda collassa, permettendoci di localizzare le particelle, secondo le coordinate spazio temporali che ci sono familiari e che ci appaiono tangibili.

Per la fisica dei quanti esiste una realtà fluida e immateriale in cui ogni cosa trova posto (gli studiosi la chiamano: onda di possibilità) ed esiste una manifestazione tangibile, quando una di quelle infinite probabilità si concretizza, dando forma alla realtà che i nostri sensi sono in grado di riconoscere e che ci siamo abituati a considerare vera.

Oggi la scienza ci spiega che l’immaterialità è un aspetto imprescindibile della realtà, la matrice da cui selezioniamo gli eventi della nostra esperienza.

Quando si parla d’immaterialità, perciò, ci si riferisce a una verità che i sensi fisici non possono percepire ma che è l’origine di qualsiasi cosa.

Il mondo immateriale permea costantemente la realtà materiale e, come una nuvola di eventualità, attende che la nostra consapevolezza lo attraversi dando forma alla vita così come la conosciamo.

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Ma cosa succede alle cose che non trovano riconoscimento con i cinque sensi?

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Dove finiscono quelle realtà che sono prive di concretezza?

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Se tutto esiste nell’onda di probabilità ed è soltanto la nostra osservazione a permettere il manifestarsi di una realtà piuttosto che un’altra, è necessario cambiare i paradigmi con cui interpretiamo il mondo, e ridare dignità a ciò che non si può vedere, toccare, pesare o misurare.

Esiste una dimensione immateriale priva di fisicità ma non per questo poco importante.

È una realtà che ubbidisce a leggi diverse da quelle della corporeità (leggi che non possiamo sperimentare con i sensi fisici) ma che si può raggiungere affidandosi a una percezione interiore fatta di sentimenti e soggettività più che di analisi e oggettività.

L’oggettività e la materialità, infatti, obbediscono a codici differenti da quelli della soggettività e della immaterialità.

Utilizzano modi diversi di decodificare le esperienze, ma questo non vuol dire che siano meno rilevanti.

Entrambe le dimensioni sono indispensabili per vivere una vita appagante.

Un mondo fatto soltanto di concretezza diventa arido, sterile e vuoto di significato, mentre un mondo esclusivamente soggettivo e impalpabile sarebbe caotico e angosciante per la nostra mente razionale.

La pienezza della vita è frutto del continuo intrecciarsi di materialità e immaterialità, dello scorrere incessante di onda e particella, emozione e razionalità, intimità e concretezza.

La cultura materialista ci ha portato a deridere e abiurare quelle percezioni interiori che ci permetterebbero di cogliere l’immaterialità.

Abbiamo imparato a non ascoltare il nostro mondo interno, a sfuggire la sensibilità, a mostrarci impassibili e privi di emozioni, sicuri che il cinismo sia lo strumento migliore per avere successo in società.

Così, valutiamo la realtà in base al guadagno più che dare valore ai sentimenti, e preferiamo chiedere agli specialisti che cosa avviene dentro di noi, piuttosto che ascoltare la nostra autenticità.

È in questo modo che dimentichiamo l’importanza della dimensione immateriale.

Lasciamo che la legge del più forte sia la nostra bandiera e quando la fragilità arriva a mostrarci la ricchezza impalpabile delle emozioni, ci sentiamo pieni di vergogna, imbarazzati, inadeguati, impreparati e soli.

Convinti che quel nodo allo stomaco che ci prende ogni tanto, senza che sia possibile riconoscerne la causa, segnali una qualche grave patologia.

Ricorrere ai farmaci invece che ascoltare il cuore è la soluzione adottata da molti.

In un mondo lanciato al galoppo verso la propria distruzione, abolire l’ascolto della dimensione immateriale significa rinunciare all’unica medicina capace di curare la malattia chiamata civiltà.

Il flusso pulsante della dimensione immateriale è un valore prezioso, in grado di salvare l’umanità dal suo terribile destino e di restituire alla vita la sua profonda verità.

Padroneggiare le leggi della materialità è possibile solo mantenendo dentro di sé la consapevolezza che il principio di tutte le cose è nascosto in un infinito imprendibile con la ragione, cui occorre abbandonarsi fiduciosi, lasciando agire la bussola del cuore.

Solo così dall’onda delle probabilità può prender forma una dimensione materiale fatta di ascolto e di pienezza, capace di accogliere la sensibilità come un timone per fare rotta verso la vita.

Carla Sale Musio

leggi anche: 

LA VITA È DEL TUTTO IMMATERIALE

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Feb 06 2017

io non sono normale: AMO TROPPO

Io non sono normale:

  • amo troppo

  • amo in modo sbagliato

  • amo senza selezionare nulla

  • amo anche quando non voglio

  • amo senza nemmeno rendermene conto

  • amo a sproposito

  • amo stupidamente

  • amo senza ritegno

  • amo goffamente

  • amo incessantemente

Mi tornano alla mente tanti volti e tante storie diverse, tutte con la stessa disarmante richiesta:

“Voglio essere come tutti gli altri. Voglio essere normale!”

Angela, Sara, Matteo… i nomi e i racconti personali cambiano, la sofferenza è sempre la stessa.

“Quali risultati vorrebbe ottenere diventando ‘normale’?” 

Mentre osservo i loro occhi, carichi di disperazione e di speranza, mi preparo a una lunga trattativa.

Dobbiamo definire insieme il punto di arrivo del lavoro psicologico e, finché non ci troveremo d’accordo sui risultati da raggiungere, non si potrà cominciare nessun percorso.

Angela, Sara o Matteo dovranno essere aiutati a comprendere che non si può cambiare la propria capacità di amare, se non per amplificarla.

Non si può ridurla.

Non si può lobotomizzare l’amore.

Si può solo farlo crescere.

E questo è esattamente il contrario di ciò che mi stanno chiedendo con tanta speranza e tanto desiderio.

Ecco perché il mio mestiere richiede pazienza.

“Come mai non le piace questo suo modo di amare?” 

Chiedo.

“Sta scherzando? E come potrebbe piacermi?! Certo che non mi piace!!!! Mi crea un sacco di problemi inutili! Le sembra bello piangere guardando il TG?!”

Angela mi guarda innervosita.

“Eppure… il telegiornale riporta notizie talmente tristi e catastrofiche che mi sembra difficile non piangere. Se una persona s’immedesima nella sofferenza degli altri, non può che sentirla dentro di sé come se fosse la sua.”

“Si, infatti…”

“La capacità di comprendere il dolore degli altri è una cosa buona. Chi la possiede ha una marcia in più. Significa che ha un cuore.”

“Ah! Be’… di quello io ne ho anche troppo!”

Andiamo avanti così. 

Lavoriamo sul valore e sull’importanza di saper ascoltare il proprio cuore e arriviamo a un accordo costruito insieme.

Non ci occuperemo di cambiare i sentimenti, ma uniremo le forze per imparare a gestirli.

Imparare a gestire i sentimenti, senza censurarli e soprattutto senza vergognarsene è il primo passo verso una vita migliore.

Una vita dove le emozioni siano permesse, ascoltate, comprese e valorizzate.

Una vita libera dalla guerra contro il proprio cuore.

E’ il primo passo per costruire un mondo migliore.

Carla Sale Musio

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Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

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Gen 30 2017

L’AMORE NELLA SEPARAZIONE

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Amore, amore, amore, amore… si parla tanto dell’amore.

Ma l’amore, quello vero, parla poco.

Più che altro agisce.

L’amore non ha parole, è un impulso interiore, un modo di essere e di sentire la vita, una scelta che parte dal centro di noi stessi e a cui non è possibile sottrarsi.

Anche quando incontra la disapprovazione del mondo.

L’amore si muove con noncuranza, indifferente al giudizio degli altri.

Libero dai precetti, dai contratti e dalle regole.

Esiste a prescindere dalla ragione, proviene da una saggezza diversa dalla logica e utilizza i codici pervasivi della Totalità.

L’amore è per sempre ma non è sempre uguale.

È mutevole, cangiante, in continua evoluzione.

È un percorso che dall’io ci guida a incontrare il tu, l’altro, il diverso, lo straniero… fino a scoprire che ognuno rispecchia un aspetto della nostra molteplice verità.

Anche quando questa verità non ci piace.

L’amore è una saggezza fatta di intuizioni.

Perciò parlarne è difficile.

E spiegarlo è impossibile.

Possiamo descriverlo, ma non possiamo conoscerlo finché non lo attraversiamo personalmente.

Nella separazione si parla dell’amore quando finisce.

Ma l’amore non finisce, evolve.

E per noi è difficoltoso riconoscerlo nel momento in cui assume fattezze poco conosciute.

Siamo abituati a distinguere le forme emotive che ci sono state spiegate dai genitori e dagli insegnanti, che sono state descritte nei libri, che abbiamo visto nei film o alla televisione.

Ci sconcertano i sentimenti di cui non si dice niente, quelli che la chiesa non riconosce, che si agitano dentro senza fare scalpore nel mondo o che compiono gesti contrari alle consuetudini.

L’amore nella separazione è un amore ancora poco conosciuto.

Poco raccontato.

Poco ascoltato.

Viviamo nella civiltà dell’usa e getta e ci hanno convinto che persino gli affetti si debbano plasmare nelle forme utilitaristiche del consumismo.

Così, ci aspettiamo di trovare la permuta, l’interesse o lo scambio anche nell’affettività.

L’amore, però, è un’energia indomabile, se ne infischia delle convenzioni.

È una forza sovversiva che tracima nel mondo interiore, scatenando un irrefrenabile caos.

Ogni tentativo di arginarne la potenza è destinato a provocare pericolose conseguenze ed è l’origine di tante patologie psicologiche e fisiche.

L’amore è passione, estasi, rapimento, malattia e guarigione.

Ma per assaporarne il potere miracoloso e maieutico è necessario aprirsi alle sue leggi, fatte di generosità, sincerità e cambiamento.

Solo così possiamo accogliere la sua forza rigenerante e rinnovatrice.

Bloccarne la potenza scatena la guerra nel mondo emotivo e provoca una valanga di conseguenze negative.

L’amore nella separazione è cambiamento.

E non si può sottovalutarne la portata.

Ci costringe a cimentarci lungo la strada che dalla fusione conduce allo sviluppo dell’autonomia.

È un compito difficile, un passaggio importante nella conquista della maturità.

Lasciare liberi se stessi e il partner di proseguire la vita da soli, presuppone una grande profondità interiore.

Bisogna essere davvero capaci di amare per permettere e permettersi l’autonomia.

Sciogliere un matrimonio, infatti, non vuol dire soltanto terminare un contratto legale, significa affrontare un momento di crescita intimo, lancinante e delicato, e imparare a cavalcare la tigre della trasformazione senza lasciarsi trascinare dalle abitudini, dal conformismo e dal desiderio di demandare ad altri le proprie responsabilità.

L’amore nella separazione trova un compimento profondo e intreccia la libertà con la maturità, senza pretendere e senza delegare.

Con fiducia.

Con comprensione.

Con generosità.

Con autenticità.

Carla Sale Musio

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