Lug 18 2016

SENSIBILITÀ ANORMALE?

Nel corso dei colloqui psicologici, le persone raccontano spesso una sofferenza apparentemente ingiustificata. 

Parlano di un dolore che si aggiunge e aggrava il dolore considerato normale, quello cioè che, inevitabilmente, s’incontra durante la vita. 

E incolpano di quel dolore aggiunto la propria sensibilità, il loro modo di amare.

Questa emotività anormale costituisce ai loro occhi un fardello inutile ma, a volte, tanto pesante da non riuscire più a muoversi.

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UN NORMALE ATTACCO DI PANICO

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E’ quello che da un po’ di tempo capita a Laura.

Laura che non esce più da casa e che, per venire in terapia, deve essere sempre accompagnata da qualcuno.

Una ragazza alta, bella e slanciata, consumata dagli attacchi di panico.

Non molto tempo fa era attiva, indipendente, piena d’interessi e di entusiasmo. 

Oggi è ridotta a una dipendenza dagli altri quasi totale.

Anche lei mi racconta la stessa insopportabile sensibilità.

“Mi commuovo sempre, anche quando non sarebbe opportuno! A casa mi chiamano lacrimuccia…”

Stringe i pugni, arrabbiata con se stessa e con quell’emotività che la rende oggetto di scherno da parte delle persone a cui vuole bene.

“Voglio cambiare, dottoressa! Mi aiuti. Voglio essere diversa.”

“Come vorrebbe essere?”

“Vorrei essere indifferente, fregarmene di tutti, pensare solo a me stessa e non aver più bisogno di nessuno!” 

Afferma, lo sguardo rivolto in alto a cercare quella se stessa, impossibile e desiderata come  una vincita milionaria al superenalotto.

Per fortuna non esiste una cura in grado di cancellare il cuore!

Credo che i sentimenti, la tenerezza e la cooperazione, siano l’unica medicina capace di curare la sopraffazione che sta avvelenando la nostra civiltà.

La sensibilità e l’empatia non sono malattie da curare ma, al contrario, costituiscono una cura per l’indifferenza, il cinismo e l’aridità di cuore. 

L’affermazione “Voglio essere normale” nasconde una trappola psicologica. 

Presuppone l’esistenza di uno standard uguale per tutti ed esclude la possibilità di esprimere l’unicità e la creatività che caratterizzano ogni essere.

Secondo la definizione del dizionario Merriam Webster, la salute mentale è: 

“Uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società e rispondere alle esigenze della vita di ogni giorno”

Per raggiungere questo stato è indispensabile esprimere la propria originalità e il proprio potenziale creativo, infatti, è proprio la possibilità di manifestare ciò che siamo quello che ci fa sentire utili, soddisfatti, realizzati e felici.

Come afferma Bruno Munari: 

“Una persona creativa è una persona felice”

Mentre chi non può esprimere la propria peculiare verità e originalità è una persona che inevitabilmente soffre, non sentendosi realizzata.

La creatività non può essere normale, può solo essere originale, diversa, nuova.

La normalizzazione delle emozioni costituisce una violenza agita a discapito della salute mentale e del benessere psicologico.

Non ci sono emozioni normali ed emozioni anormali, ci sono modi di sentire diversi per ciascuno di noi e ogni sentimento ha diritto di accettazione e di esistenza.

Per questo, cercare di raggiungere la normalità è una patologia, una prigione mentale costruita intorno al proprio modo di amare.

In nome della normalità imbavagliamo la sensibilità e la creatività e troppo spesso finiamo per rinunciare alla nostra verità.

Il cuore non è normale.
E’ vero.

Carla Sale Musio 

Tratto da:

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Lug 11 2016

UNA STORIA

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C’erano una volta un uomo e una donna.

Lontani i luoghi in cui vivevano.

E diverse le loro sensibilità.

Lui forte, colto, prepotente, egoista, tenero, spietato e, in fondo, fragile.

Quando si commuoveva, si stupiva delle sue lacrime, da cui però ricavava conforto.

Aveva temuto le sue debolezze, ma l’età, l’esperienza, le sofferenze e, forse, l’incontro con lei, gli avevano permesso di accettarle.

Lei sensibile, sofferta, partecipe, generosa, disordinata e testarda.

Alcune delusioni l’avevano resa incerta e contava solo su se stessa ma, anche senza dirselo, sapeva bene che la forza più potente era l’amore.

L’incontro tra i due, casuale e bellissimo: una folgore.

Chiedevano cose diverse, però.

Lei avrebbe voluto tutta l’attenzione di lui, i suoi pensieri, la sua forza.

Lui forse pensava di concederle molto, ma a lei non bastava, sembrandole di essere così: soltanto un’isola nel mondo di lui.

*** *** *** ***

Venezia: da tempo lei desiderava andarci durante il carnevale.

E si incontrarono lì, a febbraio.

Gran freddo, bellissima la città, difficoltoso il cammino, traghetti sbagliati, un Guggheneim raggiunto attraverso la neve.

E proprio lì al museo lui si era trattenuto a parlare con una, forse di arte.

E lei, stanca, era andata via, pensando che lui l’avrebbe seguita.

Non era successo.

Lui era rimasto lì ancora un poco.

*** *** *** ***

Magari non era grave, ma per lei era un’altra conferma: lui era forse distratto, forse lontano, forse noncurante.

E lei si chiedeva se non fosse meglio chiudere.

Pensava alla vita senza di lui, senza le telefonate, senza città a metà strada da percorrere insieme, senza la curiosità e lo stupore per i pensieri dell’altro, senza la tenerezza imprevista e struggente.

Ma quello, lo stare insieme, era la felicità?

E per mantenerla, la felicità, quanto bisognava pagare?

Forse bisognava diventare umili, stupirsi di più, rimediare al male, anche a quello fatto senza saperlo…

*** *** *** ***

Si trovò a ripensare la vita e le sembrò di aver sbagliato tante cose, ma forse poteva ancora porvi rimedio.

Davanti agli occhi le scorsero gli anni, gli errori fatti, il dolore provocato e sofferto….

E allora chiese perdono alla farfalla uccisa per ignoranza, alla biscia schiacciata, all’uomo che chiedeva acqua, agli occhi bassi di suo padre dopo una rispostaccia di lei ( ma come si erano risollevati, celesti e luminosi, quando lei aveva cercato di rimediare!), alla sorella, percossa da un suo schiaffo, alle parole taciute, a quelle urlate, alla madre che chiedeva “E ora, perché?”.

———————————————————————————

E quando ebbe finito, lentamente si guardò allo specchio.

Aveva occhi umidi e nuovi.

Gloria Lai

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I REGALI

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Lug 04 2016

STRANE COINCIDENZE…

Grazie ai meccanismi della proiezione e della rimozione la nostra consapevolezza conserva soltanto i ricordi che la psiche è in grado di tollerare, mentre tutto ciò che appesantisce la coscienza viene spostato al di fuori di noi o confinato nell’inconscio.

L’inconscio è per definizione: la zona franca del mondo interiore, il luogo in cui sono archiviate tutte le memorie, senza distinzione di bene o di male.

Per non sovraccaricare la mente, infatti, la maggior parte delle informazioni spariscono in una sorta di ripostiglio dove, per tutelare l’equilibrio psichico, anche gli eventi importanti o traumatici possono essere abbandonati all’oblio.

La specie umana ha un grande bisogno di approvazione e di appartenenza e, per ottenere il riconoscimento del branco, il cucciolo d’uomo usa soprattutto l’imitazione, riproducendo i comportamenti agiti dalle persone che stima ed evitando quelli che provocano derisione o disprezzo.

Si forma così, dentro di noi, un’immagine ideale cui costantemente cerchiamo di assomigliare, mentre tutto ciò che non le corrisponde è nascosto e dimenticato nell’inconscio.

Per raggiungere questo risultato, tutti i Sé non conformi a quel modello vengono fatti sparire e detenuti in luoghi della coscienza privi di ricordi e di memoria.

È grazie a questi automatismi psicologici che il pool dei Sé Primari, al governo della personalità, può costringerci a impersonare sulla scena della vita uno schema di perfezione senza sbavature, evitando che quei Sé che abbiamo giudicato negativi intervengano a rivendicare il loro diritto all’esistenza.

Ma l’energia dei Sé rinnegati, continua ad agire sotto la soglia della consapevolezza, attirando in forma mascherata gli avvenimenti che li rappresentano nel mondo esteriore.

Le chiamiamo: coincidenze, sincronicità, fatalità, casualità, destino, disgrazie o colpi di fortuna, ma non possiamo negare a noi stessi la sintonia che esiste tra ciò che ci succede e i pensieri che si agitano nel nostro mondo interiore.

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STORIE DI COINCIDENZE E DI SÉ RINNEGATI

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Carlo ha trentacinque anni e lavora come commesso in un supermercato.

Il suo stipendio non è altissimo ma, fino ad oggi, gli ha consentito di vivere in un appartamentino tutto per sé e di pagare le spese senza dover ricorrere all’aiuto di nessuno.

Per lui l’autonomia è un valore assoluto e non potrebbe rinunciarci per niente al mondo.

Durante l’infanzia un padre esageratamente severo ha umiliato tante volte i suoi tentativi di farcela da solo, alimentando il desiderio d’indipendenza fino al punto che, pur di non essere costretto a chiedergli niente, Carlo ha abbandonato gli studi e i progetti che aveva, mettendosi a lavorare per potersi mantenere da solo.

Da qualche tempo, però, si scopre a fantasticare su un’auto nuova, più agile e scattante della sua vecchia Panda, ormai piena di acciacchi.

Lo stipendio non gli consente troppe frivolezze e il giovane sa bene che cambiare macchina significherebbe aggiungere un’altra rata mensile al suo budget di spese già molto in difficoltà.

Perciò censura i sogni, che il suo Sé Responsabile giudica impossibili, impedendosi di desiderare un’auto migliore.

“La mia macchina va benissimo e, per l’età che ha, è proprio un gioiellino!”

Afferma soddisfatto quando gli amici gli indicano i graffi e le ammaccature che tappezzano la carrozzeria.

Ma un Sé Pilota Di Formula Uno, segregato da sempre in un angolo dell’inconscio, agisce nell’ombra il bisogno di una guida più sportiva, sprigionando segretamente la sua energia fino a quando un incidente imprevedibile costringe Carlo ad acquistare in tutta fretta un’altra auto, usata ma, finalmente, più prestante.

* * *

Francesco è un medico molto stimato perché ama il suo lavoro e lo svolge con grande passione.

Per lui il bene delle persone è un valore importante e dedica la maggior parte delle energie a trasformare le sofferenze dei suoi assistiti in una risorsa di cambiamento e, magari, di miglioramento.

Ultimamente ha intrapreso un percorso di formazione che lo costringe a viaggiare spesso, così, pur di non trascurare niente, finisce col recuperare il tempo speso negli stage privandosi dei giorni liberi.

L’impegno si fa sentire e Francesco vorrebbe fermarsi un poco, ma un Sé Professionale gli ricorda in continuazione la funzione (insostituibile!) che svolge con i pazienti, mentre un Critico Interiore lo riempie di sensi di colpa solo all’idea di concedersi una vacanza.

“Andrò in ferie più avanti, ora proprio non posso!”

Risponde sorridendo agli amici che gli fanno notare la fatica (e continuando a ignorare il suo bisogno di divertimento e di leggerezza).

Ma il suo Sé Irresponsabile e il suo Sé Inadeguato, insieme a un Sé Che Ama Godersi La Vita, tramano silenziosamente contro quell’eccesso di rettitudine, fino a che un inspiegabile dolore al ginocchio lo costringe a stare a letto per un mese… e a godersi le cure di quanti gli vogliono bene.

* * *

Giorgia ama gli animali e davanti alla loro sofferenza non si risparmia.

Ha salvato tanti passerotti caduti dal nido; un gabbiano che ancora non sapeva volare e i gattini senza mamma che qualche anima pia aveva abbandonato in una scatola, proprio davanti alla sua porta di casa.

Ha adottato i canarini che la signora di fronte lasciava nella gabbietta in giardino, esposti al vento, al sole e alla pioggia; le lumachine trovate in mezzo all’insalata e il cane paraplegico, vittima di un incidente, che oggi scorrazza felice con il suo carrellino.

Per lei la vita di chiunque è sempre un valore assoluto e s’impegna come può per aiutare i deboli e gli indifesi.

In questo modo, però, si complica l’esistenza e la sua casa è affollata di amici bisognosi di attenzioni e di cure.

A volte desidera uno spazio tutto per sé, dove sistemare il cavalletto e i colori e disegnare nei momenti liberi, ma poi si dice che in fondo la pittura non è così importante e che la gratitudine dei suoi protetti la ripaga dei sacrifici che deve affrontare per accudirli.

Un Sé Altruista e un Sé Generoso, gestiscono con successo la sua vita, tenendo incarcerato in una segreta dell’inconscio il suo Sé Egoista, l’unico che certamente sarebbe capace di pensare ai bisogni e ai desideri di Giorgia ma che, a loro dire, la renderebbe arida, insensibile e senza cuore.

Ed è proprio questo sé desaparecido a sprigionare una potente energia, distorta e distruttiva come la violenza con cui è stato estromesso dalla vita di Giorgia.

La distruzione, perciò, non tarda ad arrivare e un guasto all’impianto idrico costringe Giorgia a sgomberare proprio lo spazio che sarebbe stato necessario alle sue attività pittoriche, per fare posto agli attrezzi dell’idraulico e del muratore.

Carla Sale Musio

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Giu 27 2016

IL CUORE SEGUE UNA LOGICA ILLOGICA

Nasciamo tutti diversi e ciascuno con la proprio modo d’interpretare la vita. 

Ognuno portatore di una gamma infinita di emozioni e sentimenti. 

Ognuno con il suo modo di amare.

Poi diventiamo grandi e la società ci impone un’omologazione da cui non è possibile uscire senza sentirsi emarginati, incompresi e soli.

Dentro questo recinto, stereotipato e prevedibile, il cinismo e la competizione sono i valori più quotati e chiunque si senta tenero, emotivo o sensibile è costretto a pagare il prezzo della diversità e a nascondere (a volte anche a se stesso) il proprio mondo interiore.

Questo stile di vita, teso soprattutto a raggiungere il consenso sociale, chiamato successo o realizzazione, poggia su conseguimenti materiali e su un alto tasso di conformismo.

Infatti, per sentirsi socialmente realizzati bisogna avere:

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1) un reddito. Col quale comprare…

2) una casa. Dove fare…

3) una famiglia. Con cui trascorrere…

4) le vacanze… viaggiare… e incontrare gli amici e i parenti…

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E bisogna farlo nei giorni prescritti, riunendosi e mangiando insieme. 

Ma anche…

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5) andando sempre d’accordo!

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Chiunque non sia interessato a raggiungere questi traguardi è considerato strano, socialmente emarginato, disadattato e, probabilmente, poco sano.

La malattia mentale è la paura inconfessabile di molti. 

L’etichetta che sancisce la diversità e  l’emarginazione sociale.

Lo spettro che terrorizza al punto che, segretamente, tante persone ricorrono ai farmaci pur di non ascoltare un sistema emotivo in contrasto con i dettami della collettività.

Bisogna essere come tutti gli altri. 

NORMALI. 

Anche nei sentimenti. 

Anche nelle emozioni.

Ma non tutti riescono a lobotomizzare la propria emotività per conformarsi agli standard imposti dalla società. 

Sempre più persone risentono di questo livellamento emotivo e dell’amputazione della creatività.

E le malattie psicologiche oggi più frequenti: la depressione e gli attacchi di panico, segnalano una falla nel conformismo. 

Falla che non andrebbe curata ma valorizzata, esplicitata e incentivata.

Dentro questo scenario, la sofferenza psicologica diventa la conseguenza di un dover essere emotivamente in un certo modo impossibile da raggiungere, lo scarto tra un sentire giudicato illecito e un sentire considerato lecito, e costituisce spesso l’unica risposta sana davanti al tentativo di livellare i sentimenti in uno standard socialmente prescritto e chiamato normalità.

Così, mentre ci viene detto con insistenza cosa sia ragionevole provare nelle varie circostanze della vita, il cuore funziona a modo suo e prescinde dai dettami della ragione.

Il cuore segue una logica illogica, basata su valori diversi dagli status della normalità.

AMA.

Senza preoccuparsi se questo sia conveniente, intelligente, disdicevole o giusto.

E, per quanti sforzi faccia la ragione, non riuscirà mai a modificare i sentimenti.

Può solo scegliere di non ascoltarli.

Chi segue il proprio cuore si apre alla verità di se stesso e trova la sua unicità, la creatività che guida la sua vita e le sue scelte.

Nell’A-normalità esiste la più profonda verità di ciascuno.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

Tratto da: 

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Giu 20 2016

LIBERI DI MANGIARE? … o liberi di drogarsi?

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Si parla tanto di alimentazione, di ricette, di stili di vita sani e naturali… ma della dipendenza che oggi accompagna l’alimentazione, non si fa parola.

È vero: mangiare è indispensabile, ma tra l’istinto di sopravvivenza e la cultura gastronomica scorre il fiume della manipolazione commerciale, e questo rende molto difficile ascoltare i bisogni del corpo senza lasciarsi trascinare dal desiderio compulsivo di mettere qualcosa sotto i denti.

Negli anni duemila, il cibo è diventato lo psicofarmaco più gratificante ed economico che si possa trovare sul mercato.

Libero dall’obbligo della ricetta medica, sempre a disposizione e senza nessun limite nelle quantità.

La sollecitazione alimentare è talmente diffusa che possiamo essere sicuri di trovare un distributore automatico di coca cola anche nel deserto.

Ma quando diciamo cibo cosa intendiamo?

Il vocabolario parla di: sostanze assimilabili dall’organismo e necessarie per la nutrizione, e sembra riferirsi a tutto ciò che mangiamo e beviamo ai fini del nostro sostentamento fisico.

Però, a ben guardare, pochi cibi oggi sono davvero utili per il sostentamento fisico.

La maggior parte delle sostanze che ingeriamo, più che dare forza al corpo lo intossicano, creando nell’organismo una pericolosa dipendenza che non calma la fame e spinge a mangiare sempre di più.

Sui cartelloni pubblicitari le immagini patinate delle modelle ci propongono corpi evanescenti e filiformi, che frustrano il nostro bisogno di riconoscimento sociale (facendoci sentire costantemente sovrappeso e in colpa per ciò che abbiamo messo nello stomaco) e incrementano ancora una volta la dipendenza dal cibo.

Quando il peso forma appare irraggiungibile, infatti, l’insoddisfazione annega i dispiaceri nell’alcol e nelle pietanze, dando vita a un circolo vizioso che incrementa la depressione e i guadagni delle multinazionali alimentari e farmaceutiche.

Sulle pagine dei giornali occhieggiano tante soluzioni miracolose: per ridurre il giro vita, eliminare la cellulite, superare la prova costume… e trasformarci magicamente in favolose star dal corpo luccicante e perfetto!

Soluzioni che, ancora una volta, esibiscono modelle dal fisico tonico e statuario, difficilmente emulabili senza l’aiuto di Photoshop.

Così, possiamo spendere un patrimonio in farmacia, provare l’ultima novità in fatto di diete, rifiutarci di seguire le mode e accettare il nostro corpo sformato dai chili di troppo, smettere di mangiare radicalmente e cadere nell’anoressia… o correre dal nutrizionista e dallo psicologo per analizzare il rapporto patologico che abbiamo instaurato col cibo.

Tutte le soluzioni mancano il bersaglio della salute, perché bypassano il problema nascosto dietro ogni scelta: la tossicodipendenza alimentare che ammala il nostro mondo occidentale e sta distruggendo il pianeta, molto più di qualsiasi guerra.

Mangiare oggi non è soltanto un modo per mantenersi in vita, è diventato un business di proporzioni gigantesche che tiene in piedi l’industria della violenza e della morte dietro la sbandierata necessità di nutrirsi per vivere.

Interessi milionari girano intorno ai nostri pasti e manipolano la psiche, rendendoci schiavi di un marketing difficile da immaginare per chi si affanna a far quadrare lo stipendio  alla fine del mese.

Ben lontani dai reali bisogni della sopravvivenza, il pranzo e la cena sono diventati gli strumenti con cui le multinazionali alimentari tengono in pugno la nostra volontà, costringendoci a comprare ogni genere di vettovaglie e di utensili, utili solo ad arricchire i pochi che governano il mondo grazie alla docile ingenuità dei tanti.

In questo quadro pericolosamente allarmante, diventa indispensabile liberarsi dal velo che ottunde le coscienze durante la digestione e riappropriarsi del proprio corpo e della propria volontà, compiendo scelte volte a ristabilire il benessere psicofisico e non il patrimonio di chi lucra sulla salute.

Essere finalmente liberi di mangiare significa riprendere in mano le chiavi della propria vitalità e uscire dalla trappola che sta distruggendo il mondo, per fare spazio a un’etica alimentare rispettosa delle reali esigenze di ciascuno e di ogni forma di vita sul pianeta.

Significa imparare a selezionare le informazioni e a sperimentare sulla propria pelle le soluzioni adatte alla salute, fino a costruire un percorso che dal metadone alimentare conduca a una ritrovata autonomia. 

Non solo nella scelta del cibo, ma anche nelle scelte di vita e, soprattutto… delle informazioni!

Le informazioni, infatti, vanno selezionate, vagliate, valutate e sperimentate, per riuscire a distinguere il vero dal falso, la bramosia del guadagno di chi vende dalle reali necessità di chi compra.

Oggi mangiare non è più legato al sostentamento individuale, è diventata una scelta politica.

E il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo passa attraverso soluzioni alimentari nuove, rispettose della vita e della salute e orientate a renderci liberi da una schiavitù che incatena l’anima verso preferenze pilotate ad arte e prive di una reale condivisione da parte di chi le manifesta.

Per fare la rivoluzione, non serve più scendere in piazza e protestare, è necessario manomettere il business che incatena le coscienze dentro una dipendenza invisibile e mortale.

Occorre liberare il corpo e la psiche dall’intossicazione che sta distruggendo il mondo e che si trasmette nei gesti di sempre, nascosta dietro l’amore che accompagna la condivisione del cibo.

Scegliere di cambiare il proprio modo di nutrirsi è un’impresa coraggiosa, adatta a chi ha deciso di uscire dalla sottomissione, anche a costo di sfidare se stesso, perché: 

“Di qualche cosa si deve pur morire!”

Ma morire di vecchiaia in modo naturale è ben diverso che morire di obesità in un mondo malato di sopraffazione.

Carla Sale Musio

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CIBI METADONE

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Giu 14 2016

UNA PENSIONE PER ANGELI CUSTODI

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La signora Laura Solza fa un mestiere molto particolare: gestisce una pensione per Angeli Custodi.

Quando Dio creò il mondo, si rese conto di aver messo nell’uomo un cervello troppo grande rispetto al cuore e, nel tentativo di armonizzare quello squilibrio, affiancò a ogni essere umano un Angelo Custode.

Cioè una creatura fiduciosa, devota e capace di provare un Amore profondo e disinteressato.

Gli Angeli Custodi, però, sono fatti di energia luminosa e impalpabile, e gli uomini, abituati a pensare più che ad amare (per via di quel loro cervello ingombrante), non riuscivano a percepirli.

I poveri Angeli inondavano i loro protetti con intense vibrazioni amorevoli e nutrienti, ma il cuore degli uomini, sommerso dalle esigenze della mente, non era capace di riconoscerne la presenza.

Assecondare il desiderio dell’Onnipotente e proteggere gli esseri umani dalla materialità che ipnotizza il loro cervello, agli Angeli sembrava un’impresa disperata.

Così, decisero di indossare una pelliccia (di pelo o di piume) che permettesse agli occhi e alle mani dell’uomo di riconoscerli e carezzarli, e si munirono di un’antenna basculante (chiamata in gergo: coda) che con le sue oscillazioni vibranti consentiva di distinguere visivamente la gioia e la frequenza dell’Amore.

In virtù di quelle nuove sembianze, gli Angeli riuscirono ad affiancare la specie intelligente che preoccupava l’Eterno e, armati di coraggio, di pazienza e di umiltà, portavano avanti il compito di far crescere il volume del cuore umano fino a renderlo armonico con il cervello.

Gli esseri umani adesso potevano distinguerli e tra di loro presero a chiamarli Anima-li, perché quando erano lì: l’Anima li riconosceva e la mente si calmava.

Ogni animale selezionò un compito specifico per ricordare all’uomo l’immensità e la poliedricità dell’Amore.

I mammiferi scelsero la dedizione della maternità, gli uccelli la sconfinata vastità dello spirito, i pesci la profondità del mondo interiore… e così via.

Gli Anima-li che decisero di vivere nelle case degli uomini per essere sempre al loro fianco, furono chiamati: cani.

Quando i cani, non riuscivano a portare avanti con successo l’addestramento umano all’Amore che avevano promesso all’Altissimo, finivano spesso per essere rinchiusi in grandi campi di concentramento detti: canili, dove aspettavano di ritornare dal Padre Eterno per rendicontargli la loro esperienza affianco agli uomini e ricevere da lui nuove missioni di insegnamento.

La sig.ra Laura Solza aveva fatto la maestra per tutta la vita e, guardando a lungo i bambini negli occhi, aveva imparato a riconoscere i segni dell’Amore nello sguardo di chiunque le capitasse davanti.

I bambini, infatti, hanno il cervello e il cuore delle giuste proporzioni e sanno riconoscere l’Anima spontaneamente.

Per questo amano gli animali.

Crescendo, però, il loro intelletto finisce spesso per sovrastare il cuore, facendo nascere l’indifferenza, l’odio, e le guerre che stanno distruggendo il pianeta.

Quando andò in pensione, la sig.ra Laura Solza, cominciò ad avere dei fenomeni strani: guardava i cani e vedeva delle Anime luminose e bellissime, creature con lo sguardo innocente, proprio come quello dei bambini, ma con il cuore grande, pronte a morire pur di stare accanto agli uomini e proteggerli da quella malattia, chiamata ragione, che sta annientando l’umanità.

La sig.ra Laura Solza, aveva avuto tanti cani al suo fianco e ognuno di loro le aveva insegnato a muoversi con disinvoltura lungo le strade dell’Amore.

Perciò, quando andò al canile, non vide un campo di concentramento ma una stazione ferroviaria popolata di Anime splendenti in attesa del treno che finalmente le avrebbe riportate nella loro casa originaria, che era anche la dimora di Dio.

Ognuno di loro aveva svolto la propria missione affianco agli uomini, prestando il proprio cuore e regalando la propria vita per trasformare in Amore anche il peggiore degli egoismi o la più violenta delle crudeltà.

La sig.ra Laura Solza osservava commossa le pellicce arruffate dei valorosi messaggeri del Creatore, e decifrava il linguaggio profondo delle loro codine basculanti.

Il suo cuore conosceva d’istinto la fatica e il dolore che gli Angeli avevano dovuto sopportare per svolgere il delicato incarico che il Padre Eterno aveva affidato loro.

Sapeva che Dio stesso ha sempre un cane accucciato al suo fianco, pronto ad aiutarlo a migliorare il mondo e a perdonarlo per gli errori commessi durante la creazione, uno Spirito Santo colmo di comprensione, capace di dare forma al pensiero e consistenza all’Amore.

É a lui che la sig.ra Laura Solza rivolse in silenzio una preghiera, perché la Vita onorasse il valore, il coraggio e la bellezza interiore di quelle codine sempre sintonizzate con l’Infinito.

Lo Spirito Santo riconobbe in lei lo stesso cuore puro dei cani e dei bambini e, con la sua voce fonda e senza suono, le parlò dal silenzio.

“Cara Laura,” 

Sussurrò nell’idioma privo di parole che conoscono solo le Anime elette.

“i miei Angeli stanno portando a termine una missione volta a salvare il cuore dei tuoi simili, ma tanti di loro sono stanchi e, per tornare nella casa di Dio, hanno bisogno di ricevere un gesto d’amore da chi appartiene a una razza così tanto malata da non sapere nemmeno amare se stessa. La tua Anima splende nel buio, come quella dei cani e dei bambini, e il tuo cuore ha le proporzioni giuste per parlare il linguaggio dell’Altissimo. Te la senti di accompagnarli uno per volta fino alla soglia dell’Infinito? Vorrei che, tornando a casa, potessero mettere in valigia almeno un pezzetto di amore umano degno di questo nome.”

La sig.ra Laura Solza restò in silenzio e si sentì confusa.

Il volere dello Spirito Santo era così intenso e profondo da risultare incomprensibile per la limitata ragione umana.

Ma il suo cuore esultò e, a uno a uno, accolse nella sua casa quegli Angeli Custodi che, con la valigia aperta quanto il loro cuore, attendevano pazienti un frammento di Amore da portare con sé nell’Infinito.

La pensione per Angeli Custodi ha un posto soltanto.

Perché gli Angeli scelgono un solo essere umano alla volta e vi si dedicano, Anima e cuore, per tutta la durata della loro vita.

Da allora, gli Angeli si avvicendano nella pensione della sig.ra Solza.

Si chiamano: Rambo, Odilia, Minny… hanno nomi diversi.

Ognuno le offre un insegnamento prezioso e porta con sé un pezzetto d’Amore.

Mentre li aiuta a salire sul treno, la sig.ra Laura Solza dona loro un frammento del suo cuore e ogni volta la sua Anima diventa più grande, più forte e più lucente.

Così bella che adesso le Anime Sensibili la riconoscono subito come un faro nel buio… e, anche se lei ancora non lo sa, sta aprendo una scuola per esseri umani capaci di vedere gli Angeli Custodi.

La scuola si chiama IL PELO SUL CUORE e insegna l’Amore a chi ancora non osa permetterselo del tutto.

La sig.ra Laura Solza ha lasciato da tempo l’insegnamento nella scuola dell’obbligo e ora insegna alla scuola della Vita, dove una schiera di Angeli Custodi l’accompagna ovunque vada, agitando ininterrottamente le antenne della gioia sintonizzate con l’Eternità.

Carla Sale Musio

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Giu 07 2016

TUTTO QUELLO CHE NON TI PIACE DENTRO DI TE… ricompare fuori di te!

La proiezione e la rimozione permettono di eliminare dalla consapevolezza le cose che disturbano l’equilibrio della psiche e, soprattutto, quelle che intralciano l’immagine idealizzata che abbiamo costruito di noi stessi.

Nel tentativo di ottenere approvazione e riconoscimento, impariamo da bambini a comportarci in modo consono alle aspettative delle persone a cui vogliamo bene, rimuovendo dalla coscienza tutto ciò che ci fa soffrire e proiettando al di fuori di noi gli aspetti della personalità che riteniamo inadeguati.

Grazie a questi meccanismi psicologici, è possibile conservare una visione di sé conforme alle richieste sociali e scevra di quelle parti che, invece, potrebbero creare delle difficoltà nell’interazione col mondo.

In questo modo prende forma nella vita interiore una sorta di spartiacque in grado di separare i sé considerati leciti dai sé illeciti.

Naturalmente saranno ritenuti leciti tutti gli aspetti della personalità che, quando eravamo bambini, hanno incontrato il favore delle nostre figure di riferimento (genitori, parenti, amici, insegnanti, ecc.).

Mentre saranno rinnegati i comportamenti, gli atteggiamenti e i modi di fare che, in passato, hanno provocato disapprovazione, umiliazioni e sofferenza.

Ognuno di noi ha vissuto esperienze differenti, imparando a discriminare le emozioni e i comportamenti secondo una griglia interiore che è diversa per tutti.

I sé rinnegati, però, nonostante l’esclusione dalla coscienza, mantengono intatta la loro energia e, dalle profondità inconsce in cui li abbiamo confinati, come una potente calamita, attirano nelle circostanze della nostra vita le persone, le cose e gli avvenimenti, adatti a rappresentarli.

Ecco quindi che, nonostante il lavoro attento e preciso della rimozione e della proiezione, il nostro mondo esterno si popola proprio di quelle qualità che non ci piacciono e di cui interiormente abbiamo perso le tracce.

Ignari dei riferimenti personali ed energetici che ci legano agli eventi, combattiamo con foga al di fuori di noi le imperfezioni, l’immoralità e le ingiustizie… che giudichiamo sbagliate e che sentiamo diverse e lontane dal nostro modo di pensare e di essere.

Ma, sotto la coltre che ottunde la coscienza, sono proprio quelli i rappresentanti delle nostre parti oscure, le icone che segnalano la metà di noi stessi che abbiamo amputato, diventando grandi, nel tentativo di piacere al mondo.

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STORIE DI GUERRE DENTRO E FUORI

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Clara ama gli animali e, da sempre, combatte molte battaglie per tutelare i loro diritti, nel tentativo di evitare lo sfruttamento e le torture a cui la specie umana li sottopone.

Ma nel profondo di se stessa rinnega le sue parti istintuali, censurandole e maltrattandole in favore del bisogno di approvazione.

Certo, le piacerebbe lasciare emergere nella sua vita l’entusiasmo, il desiderio di giocare e di divertirsi, la voglia di combattere o il piacere sensuale!

Ma da bambina ha imparato che prima c’è il dovere e poi (forse) arriverà il piacere e, siccome i doveri non finiscono mai, un Sé Perfezionista ed Esigente la costringe, un giorno dopo l’altro, a rinunciare a ciò che l’appassiona, per svolgere le mansioni che il lavoro e la vita domestica le richiedono.

Così, mentre combatte i soprusi contro le altre specie animali, alimenta la violenza e l’indifferenza nel suo mondo interiore e, senza saperlo, coltiva dentro di sé le cause energetiche di quei maltrattamenti che, invece, vorrebbe estirpare.

* * *

David proviene da una famiglia conservatrice, poco attenta al valore delle emozioni e alle sfumature della vita interiore.

Da bambino è cresciuto in mezzo a un conformismo religioso e bigotto e, nonostante abbia fatto di tutto per emanciparsi e mettere in discussione i principi patriarcali della sua famiglia,  ancora non riesce a darsi il permesso di vivere fino in fondo i propri sentimenti.

Da qualche tempo prova un forte coinvolgimento per il suo amico Carlo ma, terrorizzato all’idea di perdere la stima della famiglia, non riesce ad ammettere di essersi innamorato e nega l’impatto delle sue sensazioni.

Razionalmente sostiene che l’omosessualità sia un modo di amare altrettanto lecito e profondo dell’eterosessualità, e frequenta amici gay e amiche lesbiche, combattendo affianco a loro per difenderne i diritti e la rispettabilità.

Interiormente, però, non si sente libero di accettare la sua attrazione per una persona dello stesso sesso e, nonostante gli ideali democratici che professa, continua ad attirare nella sua vita situazioni di discriminazione e omofobia.

* * *

Franca non sopporta Milena, la figlia più piccola dei vicini di casa.

La trova pesante, noiosa, antipatica, viziata, prepotente… e, per evitare di incontrarla, è capace di cambiare strada e persino orari di rientro!

Milena all’anagrafe ha venticinque anni, ma mentalmente è come se ne avesse otto, perché una malattia genetica le impedisce di crescere come tutti gli altri.

Dal punto di vista fisico, è una bella ragazza, sviluppata e adeguata alla sua età, ma, intellettualmente, è ancora molto infantile.

I suoi genitori fanno del loro meglio per educarla e aiutarla a diventare grande, ma Milena è curiosa e vivace e, quando incontra qualcuno che conosce, lo riempie di domande, insistendo e prestando poca attenzione alla riservatezza e alla fretta degli altri.

Franca, invece, è la primogenita di cinque figli e, da bambina, ha dovuto maturare velocemente, per aiutare la mamma ad accudire i fratellini più piccoli.

Per lei gli altri non avevano mai tempo e, nella vita, ha imparato presto ad arrangiarsi da sola, senza contare su una famiglia amorevole e presente come quella di Milena.

L’immaturità e la curiosità sono state bandite dalla sua infanzia e, ancora oggi, la donna le combatte come fossero nemici pericolosi.

Nel suo mondo interiore, però, una bambina goffa e inadeguata aspetta di ricevere le attenzioni che le sono mancate nel passato e, con la sua energia, attira nella vita di Franca proprio le situazioni che rispecchiano i suoi bisogni profondi.

Ecco quindi arrivare Milena.

E non servirà cambiare strada o modificare gli orari nella speranza di non incrociarla!

Per sfuggire le domande assillanti della giovane vicina di casa, Franca dovrà imparare ad accogliere l’ingenuità della sua Bambina Interiore, senza giudicarla e senza emarginarla dalla propria psiche.

Solo così la sua energia troverà finalmente un equilibrio e smetterà di attrarre le circostanze che la riflettono.

Carla Sale Musio

leggi anche:

COME SFUGGIRE DA SE STESSI… e fingere di vivere felici e contenti!

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Mag 31 2016

E TU? … SEI NORMALE O HAI UN CUORE?

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La possibilità di essere se stessi è alla base di una sana autostima e si conquista sentendosi bene con i propri pensieri e con i propri sentimenti. 

Qualsiasi essi siano.

Purtroppo, però, gli psicologi si trovano spesso davanti ad una sconcertante richiesta: uomini e donne vogliono essere aiutati a cancellare le loro emozioni per arrivare a non provarle più. 

Raccontano di sentirsi diversi dagli altri proprio a causa di ciò che provano dentro.

Giudicano eccessiva e sbagliata, la loro emotività.

“Aiutami a essere normale. Voglio essere come tutti gli altri!”

Domandano pieni di dolore e di speranza.

Tante persone approdano al mio studio disperate e arrabbiate con se stesse, decise a disfarsi di una sensibilità che ai loro occhi appare sbagliata o, peggio, malata.

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“IO NON SONO NORMALE”

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“Dottoressa io non sono normale… spesso, quando guardo il telegiornale, mi viene da piangere”.

Angela mi guarda con i grandi occhi azzurri colmi di disapprovazione per se stessa. 

É imbarazzata e preoccupata.

La ascolto senza commentare.

“… e non è solo il TG, mi succede anche con le amiche o addirittura con gente che non conosco. Basta che qualcuno mi racconti qualcosa e tac… io scoppio a piangere”

Fa un gesto con le mani come se aprisse una scatola e tutte le lacrime del mondo ne saltassero fuori.

“L’altro giorno ero al lavoro. Una collega mi racconta che è stato investito il suo cane ed io… mi sono dovuta allontanare con una scusa! Altrimenti mi sarei messa a piangere. E le assicuro che non era proprio il caso!”

“Perché non era proprio il caso?” 

Indago, alla ricerca di una spiegazione capace di convincermi che la comprensione e la condivisione del dolore degli altri siano qualcosa di così insopportabile e sbagliato.

“Perchèèèèè…?!!!!!” 

Angela sgrana gli occhi e mi guarda esterrefatta, sorpresa dal mio non capire quelle ragioni per lei fin troppo ovvie.

“Perché ho il cuore troppo tenero. Perché mi commuovo sempre, anche quando vorrei essere tutta d’un pezzo. Perché mi preoccupo per gli altri e finisco per dimenticarmi che dovrei pensare prima di tutto ai miei interessi. Perché non sono competitiva e per questo non riesco a fare carriera!” 

Esclama tutto d’un fiato. 

Poi tace, in attesa del mio consenso.

Cosa non va in queste cose?

Credo che se tutti fossero sensibili, capaci di provare emozioni e di comprendere gli altri, pronti a cooperare invece che a competere, il mondo sarebbe migliore.

Eppure i portatori di queste straordinarie caratteristiche vogliono disfarsene, per trasformarsi in esseri cinici e senza cuore, adatti a vivere in un mondo che, così facendo, corre soltanto verso la propria distruzione.

L’amore, le emozioni e la sensibilità non sono mai da curare.

Nella loro accettazione, espressione e valorizzazione sta il segreto della salute e la via per costruire un mondo più sano.

Nel mio libro ho cercato di dare riposta a questa disperata (e ingiustificata) richiesta d’aiuto.

Carla Sale Musio

Tratto da: 

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Mag 25 2016

SEPARAZIONE: non è possibile consolare il partner

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Cercare di consolare il partner da cui ci stiamo separando è un errore fatale, che rende la relazione irta di difficoltà e compromette la possibilità di continuare a volersi bene nonostante lo scioglimento del matrimonio.

La scelta di concludere il rapporto coniugale comporta un’assunzione di responsabilità e un cambiamento nelle abitudini di vita che, inevitabilmente, lascia disorientati entrambi i coniugi e rende difficile il dialogo e la comprensione delle reciproche motivazioni.

In quei momenti, la tentazione di attribuire all’altro la colpa del fallimento dei progetti costruiti insieme, si fa sentire con forza, spingendo al rancore o alla chiusura.

Infatti, è più facile abbandonare un marito o una moglie disprezzabili, di cui non condividiamo le scelte, piuttosto che separarsi da chi ammiriamo e stimiamo.

L’avversione aiuta a lasciarsi alle spalle il passato e a costruire abitudini diverse nel presente, sostenendo l’energia del cambiamento e il bisogno di intraprendere una nuova vita.

Insistere a voler trovare una complicità nel momento della rottura, è difficile e finisce per aumentare il divario e le incomprensioni.

Al contrario, concedere al partner il permesso di criticarci e dissentire, permette a una nuova autonomia di prendere forma nella relazione e aiuta a separare l’affetto dalle opinioni.

Infatti, quando le ragioni di ciascuno possono essere diverse, senza la pretesa di convincersi reciprocamente, la benevolenza si fortifica e rende più facile anche l’accoglienza di punti di vista in contrasto.

La possibilità di non condividere le stesse scelte è il primo passo verso l’indipendenza e il presupposto del rispetto e della comprensione.

Comprensione e rispetto che si sviluppano grazie alla tolleranza delle discordanze che hanno portato alla separazione.

In questa chiave, permettere al coniuge di vivere il dolore per la separazione, senza offrirsi come spalla su cui piangere e senza cercare di estorcerne l’approvazione, esprime attenzione per i suoi vissuti e apre le porte a un ascolto libero da bisogni narcisistici e manipolatori.

Nella fase del distacco, ognuno deve gestire da solo il proprio mondo interno e imparare a prendere su di sé la responsabilità della fine del matrimonio.

Sia che dichiari l’inevitabilità della separazione, sia che, invece, non si mostri d’accordo e sostenga la necessità di riprovare ancora a vivere sotto lo stesso tetto.

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STORIE DI SEPARAZIONI

IRRESPONSABILI E RESPONSABILI

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Lino e Giovanna vivono insieme da oltre venti anni.

Da sempre Lino tradisce Giovanna senza nascondersi, proclamando il suo bisogno di vivere avventure passeggere e, a suo dire, poco importanti.

Da sempre Giovanna si dispera, coinvolgendo parenti e amici, in cerca di un aiuto capace di insegnare a suo marito il valore della fedeltà.

Infine, stremata dalla gelosia, decide di separarsi.

Colto di sorpresa, Lino, però, non le dà tregua e tenta in tutti i modi di convincerla a restare con lui spiegandole, più e più volte, che i suoi tradimenti hanno ben poco a che fare con l’amore e con il legame profondo che lo unisce a lei.

Dal canto suo Giovanna, difende il suo bisogno di superare la gelosia costruendosi una nuova vita, da sola o con qualcuno che finalmente rispetti il suo bisogno di fedeltà.

Entrambi si logorano in discussioni interminabili, tentando invano di cambiare l’uno il punto di vista dell’altro e trascinando un matrimonio sempre più vuoto di comprensione e di reciprocità.

* * *

Quando Marzia scopre che Guido ha un’altra relazione, va su tutte le furie e per non sentire la sofferenza bruciante che le morsica il cuore, riempie le giornate ricordandogli i torti e le mancanze con cui, negli anni, lui ha distrutto il loro matrimonio.

Incapace di difendersi, Guido decide di separarsi ma, per riuscire a portare avanti la sua decisione, ha bisogno di riconquistare la stima di lei e, nel tentativo di ottenerla, si offre di consolarla come può, ripetendo in continuazione che ha sbagliato e che la vita ha voluto così, e trascinando il dolore e la convivenza, un giorno dopo l’altro.

Senza soluzione di continuità.

* * *

Dopo anni passati a mendicare un affetto che forse non è mai esistito, Caterina ha deciso di separarsi.

Riordina la cucina, stira le camicie, rassetta la casa… poi prepara una valigia con tutte le sue cose e la sera, quando suo marito rientra dal lavoro, gli va incontro e lo bacia come sempre. 

“Vado via”

Annuncia con calma.

“Ho deciso di separarmi”

Sa che lui non la rincorrerà e che racconterà al mondo quanto lei è impulsiva e piena di pretese.

Sa che hanno caratteri diversi e punti di vista opposti, su tutte le cose.

Lo sa. 

E per questo ha deciso. 

Di volergli bene. 

E di vivere la sua vita per conto suo.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SEPARAZIONE: concedere al partner il diritto di odiarci

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Mag 19 2016

IL GABBIANO

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Di pomeriggio si poggiava sul davanzale, fuori dalla finestra chiusa.

La ragazza lo guardò stupita all’inizio, poi ammirata per l’insistenza e la precisione di lui.

L’ora era quasi sempre la stessa.

Infine lei prese ad attenderlo, come se aspettasse un amico.

Dietro i vetri, all’esterno, il gabbiano si tratteneva per qualche istante.

Lei, all’inizio e con cautela, si avvicinò alla finestra, poi osò di più.

Aprì piano i vetri e posò del cibo sul marmo.

L’animale gradì, quel giorno e nei giorni successivi.

Si fermava dietro la finestra, ogni pomeriggio, per qualche istante.

Appena poco dopo che la ragazza giungeva in quella stanza d’ospedale, dove la madre, adagiata in un letto, trascorreva il suo ultimo tempo.

*** *** *** *** *** ***

La donna si spegneva lentamente.

Ma la figlia pensava che, se fosse stata accanto a lei, a stringerle le mani, a darle il suo calore, la madre si sarebbe fermata ancora.

E forse non l’avrebbe lasciata.

La accudiva, le dava il cibo e si scioglieva di tenerezza a vederla rianimarsi un poco nel mangiare.

E la madre, che non voleva rattristarla, masticava anche senza voglia, ma si ricordava di quando era lei a nutrire quella bambina, prepotente e vivace, che la sfidava sempre.

*** *** *** *** *** ***

La donna sentiva finire le forze, ma la presenza della figlia la confortava nel profondo.

E da qualche tempo la divertiva la presenza di un gabbiano.

La figlia le raccontava della sua bellezza, di come mangiasse in fretta le briciole che lei furtivamente metteva sul davanzale, di come poi spiccasse il volo.

Se avesse potuto, la madre si sarebbe alzata a guardare da vicino, ma dal suo letto vedeva solo un biancore di ali oltre i vetri.

E sentiva l’urtare potente e rapido del becco sul marmo.

*** *** *** *** *** ***

La chiamarono di fretta.

La madre si era aggravata.

Si gettò a raggiungerla, disperata, pregando di fare in tempo.

Salì le scale, affannata e veloce.

Nella stanza, la madre, pallidissima, le palpebre abbassate.

La figlia rallentò i passi e si avvicinò piano, per non agitarla.

La madre riuscì ad aprire gli occhi.

E la avvolse in uno sguardo che raccoglieva tutto quanto voleva dirle.

Allora la figlia, stringendole le mani, le chiese di restare, disperatamente.

Dobbiamo fare tante cose. Parlare ancora del passato, aggiustare il glicine, sistemare il camino per il prossimo inverno. E sentire la tua voce. E avere le tue carezze, anche se sono adulta”.

Le mani della madre strinsero forte le sue.

Poi dolcemente si allentarono.

*** *** *** *** *** ***

Fu come se si fosse spento il sole.

Lei si sentiva gelare.

Rumori attutiti, gente nella stanza, la madre bellissima e immobile.

*** *** *** *** *** ***

Lei si accostò alla finestra.

Il gabbiano, fedele al suo impegno, era poggiato sul davanzale, come ogni pomeriggio.

Ma non si trattenne.

Come se avesse ultimato il suo compito, aprì le ali e si levò, potente verso il cielo.

Ma questa volta non era solo.

Accanto a lui un altro gabbiano fendeva l’aria.

E tutti e due si innalzarono verso il sole, le ali spiegate a sfidare il vento.

Liberi.

*** *** *** *** *** ***

Accanto alla finestra, lei rimase a scrutare il cielo. 

Nei giorni seguenti, un vuoto immenso. 

Un groviglio affranto di pensieri. 

Poi, l’immagine viva di ali spiegate. 

Quel volo di gabbiani cominciava lentamente a consolarle l’anima.

Gloria Lai

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I REGALI

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