Giu 27 2016

IL CUORE SEGUE UNA LOGICA ILLOGICA

Nasciamo tutti diversi e ciascuno con la proprio modo d’interpretare la vita. 

Ognuno portatore di una gamma infinita di emozioni e sentimenti. 

Ognuno con il suo modo di amare.

Poi diventiamo grandi e la società ci impone un’omologazione da cui non è possibile uscire senza sentirsi emarginati, incompresi e soli.

Dentro questo recinto, stereotipato e prevedibile, il cinismo e la competizione sono i valori più quotati e chiunque si senta tenero, emotivo o sensibile è costretto a pagare il prezzo della diversità e a nascondere (a volte anche a se stesso) il proprio mondo interiore.

Questo stile di vita, teso soprattutto a raggiungere il consenso sociale, chiamato successo o realizzazione, poggia su conseguimenti materiali e su un alto tasso di conformismo.

Infatti, per sentirsi socialmente realizzati bisogna avere:

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1) un reddito. Col quale comprare…

2) una casa. Dove fare…

3) una famiglia. Con cui trascorrere…

4) le vacanze… viaggiare… e incontrare gli amici e i parenti…

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E bisogna farlo nei giorni prescritti, riunendosi e mangiando insieme. 

Ma anche…

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5) andando sempre d’accordo!

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Chiunque non sia interessato a raggiungere questi traguardi è considerato strano, socialmente emarginato, disadattato e, probabilmente, poco sano.

La malattia mentale è la paura inconfessabile di molti. 

L’etichetta che sancisce la diversità e  l’emarginazione sociale.

Lo spettro che terrorizza al punto che, segretamente, tante persone ricorrono ai farmaci pur di non ascoltare un sistema emotivo in contrasto con i dettami della collettività.

Bisogna essere come tutti gli altri. 

NORMALI. 

Anche nei sentimenti. 

Anche nelle emozioni.

Ma non tutti riescono a lobotomizzare la propria emotività per conformarsi agli standard imposti dalla società. 

Sempre più persone risentono di questo livellamento emotivo e dell’amputazione della creatività.

E le malattie psicologiche oggi più frequenti: la depressione e gli attacchi di panico, segnalano una falla nel conformismo. 

Falla che non andrebbe curata ma valorizzata, esplicitata e incentivata.

Dentro questo scenario, la sofferenza psicologica diventa la conseguenza di un dover essere emotivamente in un certo modo impossibile da raggiungere, lo scarto tra un sentire giudicato illecito e un sentire considerato lecito, e costituisce spesso l’unica risposta sana davanti al tentativo di livellare i sentimenti in uno standard socialmente prescritto e chiamato normalità.

Così, mentre ci viene detto con insistenza cosa sia ragionevole provare nelle varie circostanze della vita, il cuore funziona a modo suo e prescinde dai dettami della ragione.

Il cuore segue una logica illogica, basata su valori diversi dagli status della normalità.

AMA.

Senza preoccuparsi se questo sia conveniente, intelligente, disdicevole o giusto.

E, per quanti sforzi faccia la ragione, non riuscirà mai a modificare i sentimenti.

Può solo scegliere di non ascoltarli.

Chi segue il proprio cuore si apre alla verità di se stesso e trova la sua unicità, la creatività che guida la sua vita e le sue scelte.

Nell’A-normalità esiste la più profonda verità di ciascuno.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

Tratto da: 

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Giu 20 2016

LIBERI DI MANGIARE? … o liberi di drogarsi?

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Si parla tanto di alimentazione, di ricette, di stili di vita sani e naturali… ma della dipendenza che oggi accompagna l’alimentazione, non si fa parola.

È vero: mangiare è indispensabile, ma tra l’istinto di sopravvivenza e la cultura gastronomica scorre il fiume della manipolazione commerciale, e questo rende molto difficile ascoltare i bisogni del corpo senza lasciarsi trascinare dal desiderio compulsivo di mettere qualcosa sotto i denti.

Negli anni duemila, il cibo è diventato lo psicofarmaco più gratificante ed economico che si possa trovare sul mercato.

Libero dall’obbligo della ricetta medica, sempre a disposizione e senza nessun limite nelle quantità.

La sollecitazione alimentare è talmente diffusa che possiamo essere sicuri di trovare un distributore automatico di coca cola anche nel deserto.

Ma quando diciamo cibo cosa intendiamo?

Il vocabolario parla di: sostanze assimilabili dall’organismo e necessarie per la nutrizione, e sembra riferirsi a tutto ciò che mangiamo e beviamo ai fini del nostro sostentamento fisico.

Però, a ben guardare, pochi cibi oggi sono davvero utili per il sostentamento fisico.

La maggior parte delle sostanze che ingeriamo, più che dare forza al corpo lo intossicano, creando nell’organismo una pericolosa dipendenza che non calma la fame e spinge a mangiare sempre di più.

Sui cartelloni pubblicitari le immagini patinate delle modelle ci propongono corpi evanescenti e filiformi, che frustrano il nostro bisogno di riconoscimento sociale (facendoci sentire costantemente sovrappeso e in colpa per ciò che abbiamo messo nello stomaco) e incrementano ancora una volta la dipendenza dal cibo.

Quando il peso forma appare irraggiungibile, infatti, l’insoddisfazione annega i dispiaceri nell’alcol e nelle pietanze, dando vita a un circolo vizioso che incrementa la depressione e i guadagni delle multinazionali alimentari e farmaceutiche.

Sulle pagine dei giornali occhieggiano tante soluzioni miracolose: per ridurre il giro vita, eliminare la cellulite, superare la prova costume… e trasformarci magicamente in favolose star dal corpo luccicante e perfetto!

Soluzioni che, ancora una volta, esibiscono modelle dal fisico tonico e statuario, difficilmente emulabili senza l’aiuto di Photoshop.

Così, possiamo spendere un patrimonio in farmacia, provare l’ultima novità in fatto di diete, rifiutarci di seguire le mode e accettare il nostro corpo sformato dai chili di troppo, smettere di mangiare radicalmente e cadere nell’anoressia… o correre dal nutrizionista e dallo psicologo per analizzare il rapporto patologico che abbiamo instaurato col cibo.

Tutte le soluzioni mancano il bersaglio della salute, perché bypassano il problema nascosto dietro ogni scelta: la tossicodipendenza alimentare che ammala il nostro mondo occidentale e sta distruggendo il pianeta, molto più di qualsiasi guerra.

Mangiare oggi non è soltanto un modo per mantenersi in vita, è diventato un business di proporzioni gigantesche che tiene in piedi l’industria della violenza e della morte dietro la sbandierata necessità di nutrirsi per vivere.

Interessi milionari girano intorno ai nostri pasti e manipolano la psiche, rendendoci schiavi di un marketing difficile da immaginare per chi si affanna a far quadrare lo stipendio  alla fine del mese.

Ben lontani dai reali bisogni della sopravvivenza, il pranzo e la cena sono diventati gli strumenti con cui le multinazionali alimentari tengono in pugno la nostra volontà, costringendoci a comprare ogni genere di vettovaglie e di utensili, utili solo ad arricchire i pochi che governano il mondo grazie alla docile ingenuità dei tanti.

In questo quadro pericolosamente allarmante, diventa indispensabile liberarsi dal velo che ottunde le coscienze durante la digestione e riappropriarsi del proprio corpo e della propria volontà, compiendo scelte volte a ristabilire il benessere psicofisico e non il patrimonio di chi lucra sulla salute.

Essere finalmente liberi di mangiare significa riprendere in mano le chiavi della propria vitalità e uscire dalla trappola che sta distruggendo il mondo, per fare spazio a un’etica alimentare rispettosa delle reali esigenze di ciascuno e di ogni forma di vita sul pianeta.

Significa imparare a selezionare le informazioni e a sperimentare sulla propria pelle le soluzioni adatte alla salute, fino a costruire un percorso che dal metadone alimentare conduca a una ritrovata autonomia. 

Non solo nella scelta del cibo, ma anche nelle scelte di vita e, soprattutto… delle informazioni!

Le informazioni, infatti, vanno selezionate, vagliate, valutate e sperimentate, per riuscire a distinguere il vero dal falso, la bramosia del guadagno di chi vende dalle reali necessità di chi compra.

Oggi mangiare non è più legato al sostentamento individuale, è diventata una scelta politica.

E il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo passa attraverso soluzioni alimentari nuove, rispettose della vita e della salute e orientate a renderci liberi da una schiavitù che incatena l’anima verso preferenze pilotate ad arte e prive di una reale condivisione da parte di chi le manifesta.

Per fare la rivoluzione, non serve più scendere in piazza e protestare, è necessario manomettere il business che incatena le coscienze dentro una dipendenza invisibile e mortale.

Occorre liberare il corpo e la psiche dall’intossicazione che sta distruggendo il mondo e che si trasmette nei gesti di sempre, nascosta dietro l’amore che accompagna la condivisione del cibo.

Scegliere di cambiare il proprio modo di nutrirsi è un’impresa coraggiosa, adatta a chi ha deciso di uscire dalla sottomissione, anche a costo di sfidare se stesso, perché: 

“Di qualche cosa si deve pur morire!”

Ma morire di vecchiaia in modo naturale è ben diverso che morire di obesità in un mondo malato di sopraffazione.

Carla Sale Musio

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CIBI METADONE

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Giu 14 2016

UNA PENSIONE PER ANGELI CUSTODI

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La signora Laura Solza fa un mestiere molto particolare: gestisce una pensione per Angeli Custodi.

Quando Dio creò il mondo, si rese conto di aver messo nell’uomo un cervello troppo grande rispetto al cuore e, nel tentativo di armonizzare quello squilibrio, affiancò a ogni essere umano un Angelo Custode.

Cioè una creatura fiduciosa, devota e capace di provare un Amore profondo e disinteressato.

Gli Angeli Custodi, però, sono fatti di energia luminosa e impalpabile, e gli uomini, abituati a pensare più che ad amare (per via di quel loro cervello ingombrante), non riuscivano a percepirli.

I poveri Angeli inondavano i loro protetti con intense vibrazioni amorevoli e nutrienti, ma il cuore degli uomini, sommerso dalle esigenze della mente, non era capace di riconoscerne la presenza.

Assecondare il desiderio dell’Onnipotente e proteggere gli esseri umani dalla materialità che ipnotizza il loro cervello, agli Angeli sembrava un’impresa disperata.

Così, decisero di indossare una pelliccia (di pelo o di piume) che permettesse agli occhi e alle mani dell’uomo di riconoscerli e carezzarli, e si munirono di un’antenna basculante (chiamata in gergo: coda) che con le sue oscillazioni vibranti consentiva di distinguere visivamente la gioia e la frequenza dell’Amore.

In virtù di quelle nuove sembianze, gli Angeli riuscirono ad affiancare la specie intelligente che preoccupava l’Eterno e, armati di coraggio, di pazienza e di umiltà, portavano avanti il compito di far crescere il volume del cuore umano fino a renderlo armonico con il cervello.

Gli esseri umani adesso potevano distinguerli e tra di loro presero a chiamarli Anima-li, perché quando erano lì: l’Anima li riconosceva e la mente si calmava.

Ogni animale selezionò un compito specifico per ricordare all’uomo l’immensità e la poliedricità dell’Amore.

I mammiferi scelsero la dedizione della maternità, gli uccelli la sconfinata vastità dello spirito, i pesci la profondità del mondo interiore… e così via.

Gli Anima-li che decisero di vivere nelle case degli uomini per essere sempre al loro fianco, furono chiamati: cani.

Quando i cani, non riuscivano a portare avanti con successo l’addestramento umano all’Amore che avevano promesso all’Altissimo, finivano spesso per essere rinchiusi in grandi campi di concentramento detti: canili, dove aspettavano di ritornare dal Padre Eterno per rendicontargli la loro esperienza affianco agli uomini e ricevere da lui nuove missioni di insegnamento.

La sig.ra Laura Solza aveva fatto la maestra per tutta la vita e, guardando a lungo i bambini negli occhi, aveva imparato a riconoscere i segni dell’Amore nello sguardo di chiunque le capitasse davanti.

I bambini, infatti, hanno il cervello e il cuore delle giuste proporzioni e sanno riconoscere l’Anima spontaneamente.

Per questo amano gli animali.

Crescendo, però, il loro intelletto finisce spesso per sovrastare il cuore, facendo nascere l’indifferenza, l’odio, e le guerre che stanno distruggendo il pianeta.

Quando andò in pensione, la sig.ra Laura Solza, cominciò ad avere dei fenomeni strani: guardava i cani e vedeva delle Anime luminose e bellissime, creature con lo sguardo innocente, proprio come quello dei bambini, ma con il cuore grande, pronte a morire pur di stare accanto agli uomini e proteggerli da quella malattia, chiamata ragione, che sta annientando l’umanità.

La sig.ra Laura Solza, aveva avuto tanti cani al suo fianco e ognuno di loro le aveva insegnato a muoversi con disinvoltura lungo le strade dell’Amore.

Perciò, quando andò al canile, non vide un campo di concentramento ma una stazione ferroviaria popolata di Anime splendenti in attesa del treno che finalmente le avrebbe riportate nella loro casa originaria, che era anche la dimora di Dio.

Ognuno di loro aveva svolto la propria missione affianco agli uomini, prestando il proprio cuore e regalando la propria vita per trasformare in Amore anche il peggiore degli egoismi o la più violenta delle crudeltà.

La sig.ra Laura Solza osservava commossa le pellicce arruffate dei valorosi messaggeri del Creatore, e decifrava il linguaggio profondo delle loro codine basculanti.

Il suo cuore conosceva d’istinto la fatica e il dolore che gli Angeli avevano dovuto sopportare per svolgere il delicato incarico che il Padre Eterno aveva affidato loro.

Sapeva che Dio stesso ha sempre un cane accucciato al suo fianco, pronto ad aiutarlo a migliorare il mondo e a perdonarlo per gli errori commessi durante la creazione, uno Spirito Santo colmo di comprensione, capace di dare forma al pensiero e consistenza all’Amore.

É a lui che la sig.ra Laura Solza rivolse in silenzio una preghiera, perché la Vita onorasse il valore, il coraggio e la bellezza interiore di quelle codine sempre sintonizzate con l’Infinito.

Lo Spirito Santo riconobbe in lei lo stesso cuore puro dei cani e dei bambini e, con la sua voce fonda e senza suono, le parlò dal silenzio.

“Cara Laura,” 

Sussurrò nell’idioma privo di parole che conoscono solo le Anime elette.

“i miei Angeli stanno portando a termine una missione volta a salvare il cuore dei tuoi simili, ma tanti di loro sono stanchi e, per tornare nella casa di Dio, hanno bisogno di ricevere un gesto d’amore da chi appartiene a una razza così tanto malata da non sapere nemmeno amare se stessa. La tua Anima splende nel buio, come quella dei cani e dei bambini, e il tuo cuore ha le proporzioni giuste per parlare il linguaggio dell’Altissimo. Te la senti di accompagnarli uno per volta fino alla soglia dell’Infinito? Vorrei che, tornando a casa, potessero mettere in valigia almeno un pezzetto di amore umano degno di questo nome.”

La sig.ra Laura Solza restò in silenzio e si sentì confusa.

Il volere dello Spirito Santo era così intenso e profondo da risultare incomprensibile per la limitata ragione umana.

Ma il suo cuore esultò e, a uno a uno, accolse nella sua casa quegli Angeli Custodi che, con la valigia aperta quanto il loro cuore, attendevano pazienti un frammento di Amore da portare con sé nell’Infinito.

La pensione per Angeli Custodi ha un posto soltanto.

Perché gli Angeli scelgono un solo essere umano alla volta e vi si dedicano, Anima e cuore, per tutta la durata della loro vita.

Da allora, gli Angeli si avvicendano nella pensione della sig.ra Solza.

Si chiamano: Rambo, Odilia, Minny… hanno nomi diversi.

Ognuno le offre un insegnamento prezioso e porta con sé un pezzetto d’Amore.

Mentre li aiuta a salire sul treno, la sig.ra Laura Solza dona loro un frammento del suo cuore e ogni volta la sua Anima diventa più grande, più forte e più lucente.

Così bella che adesso le Anime Sensibili la riconoscono subito come un faro nel buio… e, anche se lei ancora non lo sa, sta aprendo una scuola per esseri umani capaci di vedere gli Angeli Custodi.

La scuola si chiama IL PELO SUL CUORE e insegna l’Amore a chi ancora non osa permetterselo del tutto.

La sig.ra Laura Solza ha lasciato da tempo l’insegnamento nella scuola dell’obbligo e ora insegna alla scuola della Vita, dove una schiera di Angeli Custodi l’accompagna ovunque vada, agitando ininterrottamente le antenne della gioia sintonizzate con l’Eternità.

Carla Sale Musio

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Giu 07 2016

TUTTO QUELLO CHE NON TI PIACE DENTRO DI TE… ricompare fuori di te!

La proiezione e la rimozione permettono di eliminare dalla consapevolezza le cose che disturbano l’equilibrio della psiche e, soprattutto, quelle che intralciano l’immagine idealizzata che abbiamo costruito di noi stessi.

Nel tentativo di ottenere approvazione e riconoscimento, impariamo da bambini a comportarci in modo consono alle aspettative delle persone a cui vogliamo bene, rimuovendo dalla coscienza tutto ciò che ci fa soffrire e proiettando al di fuori di noi gli aspetti della personalità che riteniamo inadeguati.

Grazie a questi meccanismi psicologici, è possibile conservare una visione di sé conforme alle richieste sociali e scevra di quelle parti che, invece, potrebbero creare delle difficoltà nell’interazione col mondo.

In questo modo prende forma nella vita interiore una sorta di spartiacque in grado di separare i sé considerati leciti dai sé illeciti.

Naturalmente saranno ritenuti leciti tutti gli aspetti della personalità che, quando eravamo bambini, hanno incontrato il favore delle nostre figure di riferimento (genitori, parenti, amici, insegnanti, ecc.).

Mentre saranno rinnegati i comportamenti, gli atteggiamenti e i modi di fare che, in passato, hanno provocato disapprovazione, umiliazioni e sofferenza.

Ognuno di noi ha vissuto esperienze differenti, imparando a discriminare le emozioni e i comportamenti secondo una griglia interiore che è diversa per tutti.

I sé rinnegati, però, nonostante l’esclusione dalla coscienza, mantengono intatta la loro energia e, dalle profondità inconsce in cui li abbiamo confinati, come una potente calamita, attirano nelle circostanze della nostra vita le persone, le cose e gli avvenimenti, adatti a rappresentarli.

Ecco quindi che, nonostante il lavoro attento e preciso della rimozione e della proiezione, il nostro mondo esterno si popola proprio di quelle qualità che non ci piacciono e di cui interiormente abbiamo perso le tracce.

Ignari dei riferimenti personali ed energetici che ci legano agli eventi, combattiamo con foga al di fuori di noi le imperfezioni, l’immoralità e le ingiustizie… che giudichiamo sbagliate e che sentiamo diverse e lontane dal nostro modo di pensare e di essere.

Ma, sotto la coltre che ottunde la coscienza, sono proprio quelli i rappresentanti delle nostre parti oscure, le icone che segnalano la metà di noi stessi che abbiamo amputato, diventando grandi, nel tentativo di piacere al mondo.

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STORIE DI GUERRE DENTRO E FUORI

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Clara ama gli animali e, da sempre, combatte molte battaglie per tutelare i loro diritti, nel tentativo di evitare lo sfruttamento e le torture a cui la specie umana li sottopone.

Ma nel profondo di se stessa rinnega le sue parti istintuali, censurandole e maltrattandole in favore del bisogno di approvazione.

Certo, le piacerebbe lasciare emergere nella sua vita l’entusiasmo, il desiderio di giocare e di divertirsi, la voglia di combattere o il piacere sensuale!

Ma da bambina ha imparato che prima c’è il dovere e poi (forse) arriverà il piacere e, siccome i doveri non finiscono mai, un Sé Perfezionista ed Esigente la costringe, un giorno dopo l’altro, a rinunciare a ciò che l’appassiona, per svolgere le mansioni che il lavoro e la vita domestica le richiedono.

Così, mentre combatte i soprusi contro le altre specie animali, alimenta la violenza e l’indifferenza nel suo mondo interiore e, senza saperlo, coltiva dentro di sé le cause energetiche di quei maltrattamenti che, invece, vorrebbe estirpare.

* * *

David proviene da una famiglia conservatrice, poco attenta al valore delle emozioni e alle sfumature della vita interiore.

Da bambino è cresciuto in mezzo a un conformismo religioso e bigotto e, nonostante abbia fatto di tutto per emanciparsi e mettere in discussione i principi patriarcali della sua famiglia,  ancora non riesce a darsi il permesso di vivere fino in fondo i propri sentimenti.

Da qualche tempo prova un forte coinvolgimento per il suo amico Carlo ma, terrorizzato all’idea di perdere la stima della famiglia, non riesce ad ammettere di essersi innamorato e nega l’impatto delle sue sensazioni.

Razionalmente sostiene che l’omosessualità sia un modo di amare altrettanto lecito e profondo dell’eterosessualità, e frequenta amici gay e amiche lesbiche, combattendo affianco a loro per difenderne i diritti e la rispettabilità.

Interiormente, però, non si sente libero di accettare la sua attrazione per una persona dello stesso sesso e, nonostante gli ideali democratici che professa, continua ad attirare nella sua vita situazioni di discriminazione e omofobia.

* * *

Franca non sopporta Milena, la figlia più piccola dei vicini di casa.

La trova pesante, noiosa, antipatica, viziata, prepotente… e, per evitare di incontrarla, è capace di cambiare strada e persino orari di rientro!

Milena all’anagrafe ha venticinque anni, ma mentalmente è come se ne avesse otto, perché una malattia genetica le impedisce di crescere come tutti gli altri.

Dal punto di vista fisico, è una bella ragazza, sviluppata e adeguata alla sua età, ma, intellettualmente, è ancora molto infantile.

I suoi genitori fanno del loro meglio per educarla e aiutarla a diventare grande, ma Milena è curiosa e vivace e, quando incontra qualcuno che conosce, lo riempie di domande, insistendo e prestando poca attenzione alla riservatezza e alla fretta degli altri.

Franca, invece, è la primogenita di cinque figli e, da bambina, ha dovuto maturare velocemente, per aiutare la mamma ad accudire i fratellini più piccoli.

Per lei gli altri non avevano mai tempo e, nella vita, ha imparato presto ad arrangiarsi da sola, senza contare su una famiglia amorevole e presente come quella di Milena.

L’immaturità e la curiosità sono state bandite dalla sua infanzia e, ancora oggi, la donna le combatte come fossero nemici pericolosi.

Nel suo mondo interiore, però, una bambina goffa e inadeguata aspetta di ricevere le attenzioni che le sono mancate nel passato e, con la sua energia, attira nella vita di Franca proprio le situazioni che rispecchiano i suoi bisogni profondi.

Ecco quindi arrivare Milena.

E non servirà cambiare strada o modificare gli orari nella speranza di non incrociarla!

Per sfuggire le domande assillanti della giovane vicina di casa, Franca dovrà imparare ad accogliere l’ingenuità della sua Bambina Interiore, senza giudicarla e senza emarginarla dalla propria psiche.

Solo così la sua energia troverà finalmente un equilibrio e smetterà di attrarre le circostanze che la riflettono.

Carla Sale Musio

leggi anche:

COME SFUGGIRE DA SE STESSI… e fingere di vivere felici e contenti!

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Mag 31 2016

E TU? … SEI NORMALE O HAI UN CUORE?

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La possibilità di essere se stessi è alla base di una sana autostima e si conquista sentendosi bene con i propri pensieri e con i propri sentimenti. 

Qualsiasi essi siano.

Purtroppo, però, gli psicologi si trovano spesso davanti ad una sconcertante richiesta: uomini e donne vogliono essere aiutati a cancellare le loro emozioni per arrivare a non provarle più. 

Raccontano di sentirsi diversi dagli altri proprio a causa di ciò che provano dentro.

Giudicano eccessiva e sbagliata, la loro emotività.

“Aiutami a essere normale. Voglio essere come tutti gli altri!”

Domandano pieni di dolore e di speranza.

Tante persone approdano al mio studio disperate e arrabbiate con se stesse, decise a disfarsi di una sensibilità che ai loro occhi appare sbagliata o, peggio, malata.

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“IO NON SONO NORMALE”

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“Dottoressa io non sono normale… spesso, quando guardo il telegiornale, mi viene da piangere”.

Angela mi guarda con i grandi occhi azzurri colmi di disapprovazione per se stessa. 

É imbarazzata e preoccupata.

La ascolto senza commentare.

“… e non è solo il TG, mi succede anche con le amiche o addirittura con gente che non conosco. Basta che qualcuno mi racconti qualcosa e tac… io scoppio a piangere”

Fa un gesto con le mani come se aprisse una scatola e tutte le lacrime del mondo ne saltassero fuori.

“L’altro giorno ero al lavoro. Una collega mi racconta che è stato investito il suo cane ed io… mi sono dovuta allontanare con una scusa! Altrimenti mi sarei messa a piangere. E le assicuro che non era proprio il caso!”

“Perché non era proprio il caso?” 

Indago, alla ricerca di una spiegazione capace di convincermi che la comprensione e la condivisione del dolore degli altri siano qualcosa di così insopportabile e sbagliato.

“Perchèèèèè…?!!!!!” 

Angela sgrana gli occhi e mi guarda esterrefatta, sorpresa dal mio non capire quelle ragioni per lei fin troppo ovvie.

“Perché ho il cuore troppo tenero. Perché mi commuovo sempre, anche quando vorrei essere tutta d’un pezzo. Perché mi preoccupo per gli altri e finisco per dimenticarmi che dovrei pensare prima di tutto ai miei interessi. Perché non sono competitiva e per questo non riesco a fare carriera!” 

Esclama tutto d’un fiato. 

Poi tace, in attesa del mio consenso.

Cosa non va in queste cose?

Credo che se tutti fossero sensibili, capaci di provare emozioni e di comprendere gli altri, pronti a cooperare invece che a competere, il mondo sarebbe migliore.

Eppure i portatori di queste straordinarie caratteristiche vogliono disfarsene, per trasformarsi in esseri cinici e senza cuore, adatti a vivere in un mondo che, così facendo, corre soltanto verso la propria distruzione.

L’amore, le emozioni e la sensibilità non sono mai da curare.

Nella loro accettazione, espressione e valorizzazione sta il segreto della salute e la via per costruire un mondo più sano.

Nel mio libro ho cercato di dare riposta a questa disperata (e ingiustificata) richiesta d’aiuto.

Carla Sale Musio

Tratto da: 

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Mag 25 2016

SEPARAZIONE: non è possibile consolare il partner

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Cercare di consolare il partner da cui ci stiamo separando è un errore fatale, che rende la relazione irta di difficoltà e compromette la possibilità di continuare a volersi bene nonostante lo scioglimento del matrimonio.

La scelta di concludere il rapporto coniugale comporta un’assunzione di responsabilità e un cambiamento nelle abitudini di vita che, inevitabilmente, lascia disorientati entrambi i coniugi e rende difficile il dialogo e la comprensione delle reciproche motivazioni.

In quei momenti, la tentazione di attribuire all’altro la colpa del fallimento dei progetti costruiti insieme, si fa sentire con forza, spingendo al rancore o alla chiusura.

Infatti, è più facile abbandonare un marito o una moglie disprezzabili, di cui non condividiamo le scelte, piuttosto che separarsi da chi ammiriamo e stimiamo.

L’avversione aiuta a lasciarsi alle spalle il passato e a costruire abitudini diverse nel presente, sostenendo l’energia del cambiamento e il bisogno di intraprendere una nuova vita.

Insistere a voler trovare una complicità nel momento della rottura, è difficile e finisce per aumentare il divario e le incomprensioni.

Al contrario, concedere al partner il permesso di criticarci e dissentire, permette a una nuova autonomia di prendere forma nella relazione e aiuta a separare l’affetto dalle opinioni.

Infatti, quando le ragioni di ciascuno possono essere diverse, senza la pretesa di convincersi reciprocamente, la benevolenza si fortifica e rende più facile anche l’accoglienza di punti di vista in contrasto.

La possibilità di non condividere le stesse scelte è il primo passo verso l’indipendenza e il presupposto del rispetto e della comprensione.

Comprensione e rispetto che si sviluppano grazie alla tolleranza delle discordanze che hanno portato alla separazione.

In questa chiave, permettere al coniuge di vivere il dolore per la separazione, senza offrirsi come spalla su cui piangere e senza cercare di estorcerne l’approvazione, esprime attenzione per i suoi vissuti e apre le porte a un ascolto libero da bisogni narcisistici e manipolatori.

Nella fase del distacco, ognuno deve gestire da solo il proprio mondo interno e imparare a prendere su di sé la responsabilità della fine del matrimonio.

Sia che dichiari l’inevitabilità della separazione, sia che, invece, non si mostri d’accordo e sostenga la necessità di riprovare ancora a vivere sotto lo stesso tetto.

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STORIE DI SEPARAZIONI

IRRESPONSABILI E RESPONSABILI

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Lino e Giovanna vivono insieme da oltre venti anni.

Da sempre Lino tradisce Giovanna senza nascondersi, proclamando il suo bisogno di vivere avventure passeggere e, a suo dire, poco importanti.

Da sempre Giovanna si dispera, coinvolgendo parenti e amici, in cerca di un aiuto capace di insegnare a suo marito il valore della fedeltà.

Infine, stremata dalla gelosia, decide di separarsi.

Colto di sorpresa, Lino, però, non le dà tregua e tenta in tutti i modi di convincerla a restare con lui spiegandole, più e più volte, che i suoi tradimenti hanno ben poco a che fare con l’amore e con il legame profondo che lo unisce a lei.

Dal canto suo Giovanna, difende il suo bisogno di superare la gelosia costruendosi una nuova vita, da sola o con qualcuno che finalmente rispetti il suo bisogno di fedeltà.

Entrambi si logorano in discussioni interminabili, tentando invano di cambiare l’uno il punto di vista dell’altro e trascinando un matrimonio sempre più vuoto di comprensione e di reciprocità.

* * *

Quando Marzia scopre che Guido ha un’altra relazione, va su tutte le furie e per non sentire la sofferenza bruciante che le morsica il cuore, riempie le giornate ricordandogli i torti e le mancanze con cui, negli anni, lui ha distrutto il loro matrimonio.

Incapace di difendersi, Guido decide di separarsi ma, per riuscire a portare avanti la sua decisione, ha bisogno di riconquistare la stima di lei e, nel tentativo di ottenerla, si offre di consolarla come può, ripetendo in continuazione che ha sbagliato e che la vita ha voluto così, e trascinando il dolore e la convivenza, un giorno dopo l’altro.

Senza soluzione di continuità.

* * *

Dopo anni passati a mendicare un affetto che forse non è mai esistito, Caterina ha deciso di separarsi.

Riordina la cucina, stira le camicie, rassetta la casa… poi prepara una valigia con tutte le sue cose e la sera, quando suo marito rientra dal lavoro, gli va incontro e lo bacia come sempre. 

“Vado via”

Annuncia con calma.

“Ho deciso di separarmi”

Sa che lui non la rincorrerà e che racconterà al mondo quanto lei è impulsiva e piena di pretese.

Sa che hanno caratteri diversi e punti di vista opposti, su tutte le cose.

Lo sa. 

E per questo ha deciso. 

Di volergli bene. 

E di vivere la sua vita per conto suo.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE: concedere al partner il diritto di odiarci

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Mag 19 2016

IL GABBIANO

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Di pomeriggio si poggiava sul davanzale, fuori dalla finestra chiusa.

La ragazza lo guardò stupita all’inizio, poi ammirata per l’insistenza e la precisione di lui.

L’ora era quasi sempre la stessa.

Infine lei prese ad attenderlo, come se aspettasse un amico.

Dietro i vetri, all’esterno, il gabbiano si tratteneva per qualche istante.

Lei, all’inizio e con cautela, si avvicinò alla finestra, poi osò di più.

Aprì piano i vetri e posò del cibo sul marmo.

L’animale gradì, quel giorno e nei giorni successivi.

Si fermava dietro la finestra, ogni pomeriggio, per qualche istante.

Appena poco dopo che la ragazza giungeva in quella stanza d’ospedale, dove la madre, adagiata in un letto, trascorreva il suo ultimo tempo.

*** *** *** *** *** ***

La donna si spegneva lentamente.

Ma la figlia pensava che, se fosse stata accanto a lei, a stringerle le mani, a darle il suo calore, la madre si sarebbe fermata ancora.

E forse non l’avrebbe lasciata.

La accudiva, le dava il cibo e si scioglieva di tenerezza a vederla rianimarsi un poco nel mangiare.

E la madre, che non voleva rattristarla, masticava anche senza voglia, ma si ricordava di quando era lei a nutrire quella bambina, prepotente e vivace, che la sfidava sempre.

*** *** *** *** *** ***

La donna sentiva finire le forze, ma la presenza della figlia la confortava nel profondo.

E da qualche tempo la divertiva la presenza di un gabbiano.

La figlia le raccontava della sua bellezza, di come mangiasse in fretta le briciole che lei furtivamente metteva sul davanzale, di come poi spiccasse il volo.

Se avesse potuto, la madre si sarebbe alzata a guardare da vicino, ma dal suo letto vedeva solo un biancore di ali oltre i vetri.

E sentiva l’urtare potente e rapido del becco sul marmo.

*** *** *** *** *** ***

La chiamarono di fretta.

La madre si era aggravata.

Si gettò a raggiungerla, disperata, pregando di fare in tempo.

Salì le scale, affannata e veloce.

Nella stanza, la madre, pallidissima, le palpebre abbassate.

La figlia rallentò i passi e si avvicinò piano, per non agitarla.

La madre riuscì ad aprire gli occhi.

E la avvolse in uno sguardo che raccoglieva tutto quanto voleva dirle.

Allora la figlia, stringendole le mani, le chiese di restare, disperatamente.

Dobbiamo fare tante cose. Parlare ancora del passato, aggiustare il glicine, sistemare il camino per il prossimo inverno. E sentire la tua voce. E avere le tue carezze, anche se sono adulta”.

Le mani della madre strinsero forte le sue.

Poi dolcemente si allentarono.

*** *** *** *** *** ***

Fu come se si fosse spento il sole.

Lei si sentiva gelare.

Rumori attutiti, gente nella stanza, la madre bellissima e immobile.

*** *** *** *** *** ***

Lei si accostò alla finestra.

Il gabbiano, fedele al suo impegno, era poggiato sul davanzale, come ogni pomeriggio.

Ma non si trattenne.

Come se avesse ultimato il suo compito, aprì le ali e si levò, potente verso il cielo.

Ma questa volta non era solo.

Accanto a lui un altro gabbiano fendeva l’aria.

E tutti e due si innalzarono verso il sole, le ali spiegate a sfidare il vento.

Liberi.

*** *** *** *** *** ***

Accanto alla finestra, lei rimase a scrutare il cielo. 

Nei giorni seguenti, un vuoto immenso. 

Un groviglio affranto di pensieri. 

Poi, l’immagine viva di ali spiegate. 

Quel volo di gabbiani cominciava lentamente a consolarle l’anima.

Gloria Lai

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I REGALI

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Mag 13 2016

IO… E IL VOICE DIALOGUE

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Nel 2015 ho intrapreso un percorso di crescita personale ispirato ai principi del Voice Dialogue, un metodo di conoscenza di se stessi messo a punto da Hall e Sidra Stone.

I coniugi Stone, affrontando e risolvendo le loro difficoltà di coppia, hanno esplorato l’immensità delle energie che compongono la personalità e gli innumerevoli modi in cui queste possono aggrovigliarsi tra loro, creando i tanti nodi che minano le relazioni affettive.

Il loro cammino di conoscenza interiore mi ha sempre affascinato e, da tempo, accarezzavo l’idea di approfondire gli aspetti intellettuali con una partecipazione attiva e una messa in gioco personale.

Così, ho iniziato a frequentare i corsi del primo e del secondo anno, coinvolgendomi, scoprendomi e riconoscendomi sempre di più.

Per il seminario del quattro maggio, quello su GLI ISTINTI, mi stavo preparando già da diverso tempo.

Ci avevo lavorato in numerosi incontri, facilitati da Caterina Perna, da Roberta Giorgetti Dall’Aglio e da Silvia Pelle, tre delle insegnanti della scuola Innerteam, e avevo conosciuto il mio Sé Sensuale, il mio Sé Creativo, il mio Sé Materno, quello Paterno, la Bambina Insicura e vari altri.

Sapevo che, trattandosi di un corso intensivo, si sarebbe creata l’occasione per un cambiamento profondo, e non volevo lasciarmi sfuggire quella preziosa opportunità.

Col passare dei giorni, però, il pensiero ci girava intorno sempre più spesso e immaginavo me stessa immersa in un potente lavoro emotivo e fisico.

Avrei voluto essere agile e scattante come una tigre, sinuosa e guizzante come un serpente tra le dune e pronta a cogliere i sussurri del pensiero, come la brezza di primavera.

Per migliorare le mie performance fisiche, avevo preso a frequentare la palestra con maggiore assiduità e coltivavo, tra passione e apprensione, il sogno di incontrare finalmente quella me stessa aggressiva e sensuale, capace di sedurre e di combattere con la naturalezza e la spontaneità che mi erano mancate in tutti i miei cinquantotto anni di vita.

Ma, a mano a mano, che la data della partenza si avvicinava, i miei istinti erano sempre più in fermento e, nonostante i Sé Primari distribuissero bacchettate ovunque, nel tentativo di ristabilire l’ordine, qualcosa nelle loro regole sembrava avesse smesso di funzionare come prima.

Convinta di lavorare sul mio Sé Femminile e Seducente, mi ero comprata un paio di zeppe alte e dorate che mi facevano sentire affascinante come una star.

E, nella prima domenica di sole, le indossai, orgogliosa di me stessa e dei miei progressi interiori.

Qualche cosa, però, serpeggiava nell’ombra e si nutriva delle mie intenzioni, a dispetto delle fantasie in cui indugiavo a occhi aperti.

Era qualcosa che della mente non sapeva che farsene.

Un’essenza dimenticata da sempre, come un’impronta sulla sabbia quando sale la marea.

Così quella domenica, mentre risalivo orgogliosa la via Sassari per andare a vedere un film al cinema Greenwich D’Essai, improvvisamente e apparentemente senza motivo, precipitai dalle mie favolose scarpe d’oro e il piede destro, che fino a quel momento si era identificato nel piede delicato e sensuale di una principessa, si trasformò di colpo in un salsicciotto livido e dolorante, impossibile da appoggiare. 

Nemmeno su una torretta di cuscini.

Fra sofferenze terribili e tentativi inutili di mostrare indifferenza, mi accertai che non ci fosse nulla di rotto e poi, sicura della mia prestanza, cominciai una riabilitazione casalinga volta a riportarmi in forma smagliante per il giorno della partenza.

Ma niente di quanto avevo previsto sembrava andare per il verso giusto.

Una sorta di maledizione azzannò le mie certezze, lasciando emergere quella bambina handicappata e incapace che per tutta la vita avevo cercato di allontanare.

Fu lei a partire dall’aeroporto di Cagliari Elmas, il quattro maggio del 2016, con il volo delle 10,15 diretto a Roma Fiumicino.

La donna agile e scattante rimase a casa.

E forte del suo piede inappoggiabile e delle sue stampelle barcollanti, si presentò al seminario sugli istinti, poco autonoma, silenziosa, lunatica, solitaria e musona come solo lei riesce ad essere!

Il Sistema Primario, guidato dall’Attivista, dal Perfezionista e dal Gentile (e supervisionato costantemente dal Critico) era su tutte le furie e cominciò una guerra senza esclusione di colpi per rimandarla da dove era venuta.

Ma quella bimbetta inopportuna, tronfia di un potere che aveva scippato in sedute e letture di Voice Dialogue e in interminabili incontri di lavoro sui chakra e sulle energie, se ne stava arroccata nel centro come se fosse l’unica ad avere diritto di parola.

E, facendosi beffe della rabbia e degli insulti del mio agguerrito pool di Sé, pensò bene di aggiungere ai dolori anche un bel raffreddore, che rendeva il naso gocciolante, gli occhi lacrimosi, l’udito scarso e la testa vuota.

Eccola lì!

Finalmente padrona della scena psichica, eretta in tutto il suo lugubre splendore.

Orgogliosa e libera di mostrare se stessa!

“Eccomi qui. Sono io. Guardatemi!” 

Affermava soddisfatta, con quel suo atteggiamento dimesso e sofferente.

“Sono quella che non sta bene. Quella che soffre. Quella che non ama parlare. Quella che non sa cosa dire. Quella poco intelligente. Lenta. Malata. Riuscita male.”

Era proprio lei.

Cioè sì. 

É innegabile. 

Ero proprio io.

La stessa che, in cinquantotto anni, avevo cercato di eliminare dalla mia vita, sforzandomi di essere brillante, adeguata, sicura, rassicurante, cordiale, intelligente… e tutte quelle cose che poi mi portano ad aver bisogno di correre a nascondermi, per allentare lo sforzo di essere la simpatica persona che penso sia migliore di me.

Sì, insomma, adesso lì c’ero io.

Quella che sono solo quando sono sola.

Esibita in tutta la sua indecente incapacità.

Quasi peggio di come l’avevo sempre immaginata. 

Ed evitata.

Il mio Sistema Primario ululava di dolore e di rabbia.

In preda al panico, avrebbe speso qualsiasi cifra pur di nascondere quella me stessa impresentabile.

Ma, forte del vantaggio ottenuto, la bambina se ne stava lì.

In silenzio davanti a tutti.

Senza ballare. Senza parlare. Senza disegnare. Senza condividere.

Ostentando la sua presenza inadeguata come fosse un trofeo.

E qualcosa, forse un occhio lontano, osservava la scena del trionfo e della disfatta, senza intervenire, compiacendosi di quell’ardire e anche della sconfitta, quasi che del Sistema Primario che andava in pezzi non gl’importasse niente.

Meno di niente.

L’otto maggio (proprio il giorno della Festa della Mamma) sono tornata a casa così.

Con la Bambina Incapace in bella mostra, esposta tra le valige e le stampelle, e la mutilazione dei Primari che sanguinava tutto il suo ansioso risentimento.

Ininterrottamente.

Pensando di morire ad ogni passo, mi sono trascinata nel viaggio interminabile che da Casa Faustina in Umbria, come un pellegrinaggio sacro, conduce a casa mia in Sardegna.

E ancora osservo la metamorfosi che, dentro il film girato alla rovescia, ha trasformato la farfalla in bruco.

Un bruco magico, capace di strisciare nella memoria e dare voce anche a chi non ha parola.

Sono tornata a casa con la valigia gonfia delle mie insicurezze, come se fosse zeppa di pepite d’oro.

Le guardo una per una, con sospetto, e aspetto che dalle acque smosse dei ricordi emerga quella bimba prepotente e spaventata.

Più che a una tigre somiglia a un dito in bocca.

E mi fa più paura di uno scontro frontale.

Allora cerco di guardarla dal centro, col suo fare deciso e titubante insieme, mentre il gruppo dei Sé che detiene il potere le rovescia addosso una pioggia di insulti e di sberleffi.

Aspetto che la sua anima selvatica si dispieghi e le faccia da ombrello.

Più che un ombrello, però, mi sembra un ombrellone.

E mentre lei scava la sabbia con il suo piede livido e malfermo, io riprendo contatto col mio essere viva.

Inadeguata e sicura.

Proprio in mezzo al pericolo della mia verità.

Carla Sale Musio

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Mag 09 2016

COME SFUGGIRE DA SE STESSI … e fingere di vivere felici e contenti!

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Per far fronte alle difficoltà della vita, la psiche dei bambini utilizza due meccanismi di difesa fondamentali: la proiezione e la rimozione.

La proiezione ci permette di proiettare al di fuori di noi tutto quello che riteniamo brutto o sbagliato nel nostro mondo interiore, e di combatterlo all’esterno come se non ci appartenesse.

La rimozione fa sì che le cose che non ci piacciono spariscano dalla nostra consapevolezza per essere archiviate in una memoria criptata e remota, nascosta in fondo all’inconscio. 

Memoria della quale perdiamo rapidamente le tracce, in modo da non appesantire la coscienza con ricordi dolorosi o sgradevoli.

Questi due meccanismi si formano molto presto durante l’infanzia e rimangono attivi anche nell’età adulta, preservando la vita cosciente da confronti e verità spiacevoli.

Grazie alla rimozione possiamo fare pulizia nel mondo interno e cancellare le tracce di traumi, dolori, dispiaceri, affronti, umiliazioni e altre cose fastidiose che, altrimenti, non ci permetterebbero di affrontare la vita con la necessaria fiducia e determinazione.

Grazie alla proiezione proiettiamo tutto quello che non approviamo in noi stessi, su qualcosa o qualcuno che ne evoca il ricordo e poi, proprio come in un film, viviamo le emozioni adeguate a quei comportamenti in un contesto che, apparentemente, non ci appartiene e che, perciò, non ci costringe a mettere in discussione il nostro modo di essere.

Rimozione e proiezione servono a creare stabilità nella psiche per permetterci di affrontare la vita con maggiore sicurezza ma, spesso, finiscono col prenderci la mano, portandoci ad abusarne pur di non affrontare i cambiamenti necessari a crescere e creando più problemi che soluzioni.

Il bisogno di stabilità, infatti, può diventare un limite che ostacola il naturale flusso di cambiamento e irrigidisce i comportamenti dentro soluzioni inappropriate al momento presente.

Cambiare e assecondare il flusso della vita sono aspetti imprescindibili del benessere e della salute mentale, e intestardirsi a voler mantenere inalterato lo status quo spesso comporta molta sofferenza.

Una sana capacità di osservare il fluire delle emozioni e l’alternarsi dei tanti sé diversi che popolano il nostro mondo interiore, è il presupposto indispensabile per un’esistenza ricca di significato.

Tutto ciò che nascondiamo a noi stessi o proiettiamo all’esterno, non ci permette di accedere alla totalità della nostra ricchezza interiore e, nel tempo, mina la sicurezza e la fiducia nella vita, provocando un senso d’inadeguatezza o di paura, in antitesi con una sana autostima.

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STORIE DI PROIEZIONI E RIMOZIONI

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Serena è la più piccola di cinque figli e da bambina ha trascorso tanto tempo a casa della nonna, mentre i suoi genitori erano al lavoro e i suoi fratelli a scuola.

È lì che, per anni, ha dovuto subire le attenzioni sessuali di un vicino di casa che, per evitare di essere scoperto, la minacciava severamente, incutendole una grande paura.

Piena di angoscia, Serena ha tenuto per sé il racconto di quei fatti terribili e, crescendo la rimozione la aiuta a dimenticare il dolore e la vergogna, mescolando i ricordi traumatici con le scene felici della sua infanzia, fino a portarla a vivere una fobia inspiegabile per gli uomini con la barba.

* * *

Da piccolo Martino è stato picchiato e umiliato tante volte. 

La violenza ha fatto parte della sua vita sin dai primi momenti e, crescendo, ha imparato a sfuggire la fragilità e le paure, identificandosi con chi è forte.

Per salvarsi dal dolore e dalle umiliazioni, Martino, che oggi ha diciotto anni, rimuove costantemente il ricordo delle sue sofferenze infantili e proietta l’emotività, che nega in se stesso, su chiunque gli appaia più debole, attaccandolo e deridendolo.

La percezione della forza fisica gli permette di cancellare dalla memoria le scene drammatiche dell’infanzia, mentre la proiezione della debolezza lo fa sentire libero dalla paura.

* * * 

Giuseppe proviene da una famiglia patriarcale, in cui essere fisicamente forti e virili è il requisito indispensabile per far parte del mondo ma, essendo stato un bambino mingherlino e cagionevole di salute, ha vissuto spesso la dolorosa sensazione di essere un uomo a metà.

Per compensare la debolezza del fisico ha conquistato un grande potere intellettuale, scegliendo di fare il medico e sentendosi padrone della vita e della morte.

Negli ultimi tempi, però, il coinvolgimento emotivo per un suo collega ha riaperto l’antica ferita e quel sentimento tenero, considerato illecito dalla sua famiglia di origine, ha nuovamente minato in lui la sicurezza e la virilità.

Per proteggersi dai ricordi di un’infanzia vissuta all’insegna di valori maschili eccessivamente rigidi, Giuseppe proietta fuori di sé il suo desiderio affettivo ed erotico, combattendo apertamente una battaglia contro gli omosessuali e proclamando il valore della famiglia eterosessuale, l’unica degna di riconoscimento da parte del suo patriarca interiore.

Carla Sale Musio

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RAZZISMO INTERIORE

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Apr 29 2016

QUELLE VOCI NELLA TESTA…

Coltiviamo la convinzione di essere una persona soltanto e, invece, senza saperlo, gestiamo una personalità in multiproprietà, insieme a numero potenzialmente infinito di sé diversi e ricchi di possibilità espressive.

Il problema è che non ne siamo consapevoli. 

Anzi! 

Siamo convinti di essere gli unici padroni del nostro corpo e della nostra mente. 

E questo crea non pochi inconvenienti.

“Non ho potuto resistere”

“Mi ha preso il matto”

“Ero come posseduto”

“Mi sono sentito divorare dalla rabbia”

I modi di dire riflettono un’estraneità interiore che tutti abbiamo sperimentato in momenti diversi della vita, proprio come se un’energia sconosciuta s’impadronisse della volontà, guidandola verso scelte, comportamenti ed emozioni, in cui poi è difficile riconoscersi, una volta usciti dalla possessione.

Ma quella forza aliena, che improvvisamente occupa la psiche, segnala la presenza di altri proprietari della personalità, i nostri tanti Sé, che esercitano spontaneamente il loro diritto di gestione.

Infatti, fino a quando non ne riconosciamo l’esistenza in noi stessi, è impossibile regolarne l’alternarsi e usufruire produttivamente delle loro risorse.

Finché nella personalità manca un garante della democrazia, nel mondo interiore si attua una pericolosa anarchia, che permette ai Sé più forti di spadroneggiare su quelli meno energici, fino a monopolizzare pensieri e comportamenti, con un golpe che ne instaura la dittatura.

Abbiamo Sé leciti e Sé illeciti, Sé che ci piacciono e Sé che, invece, rifiutiamo, Sé che gestiscono le risorse della psiche e Sé rinnegati che faticano a guadagnarsi uno spazio di autonomia.

La poliforme varietà espressiva delle nostre tante personalità, costituisce una ricchezza che siamo incapaci di utilizzare vantaggiosamente, finché ne ignoriamo l’esistenza e non impariamo a gestirne le qualità in maniera funzionale e mirata.

Quello che succede è che, di solito, ci identifichiamo con un pool di opportunità sperimentate durante l’infanzia e cresciute grazie al rinforzo costante di genitori, insegnanti, amici e parenti.

Sono i Sé leciti: quelli che ci hanno permesso di diventare adulti e di ritagliarci un posto nel mondo.

Grazie a loro abbiamo superato tante difficoltà, imparando a far fronte alle richieste della vita, ma, nel tempo, sono diventati così importanti (e prepotenti) che, oggi, separarcene, anche solo per poco, sembra un’impresa pericolosamente difficile.

In una segreta dell’inconscio, però, stanno rinchiusi i nostri Sé illeciti, quelli che, quando eravamo bambini, hanno incontrato il disprezzo delle nostre figure di riferimento, procurandoci umiliazioni, paura e dolore.

Allora, abbiamo dovuto escluderli dalla gestione della nostra vita e abbiamo imparato a evitarli, fino a nasconderli alla consapevolezza, proiettandone le caratteristiche fuori di noi, su chiunque ne manifesti le qualità, e combattendoli all’esterno come pericolosi nemici.

In questo modo ci priviamo delle loro risorse e limitiamo le opportunità con cui fronteggiare gli eventi.

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SÉ LECITI E SÉ ILLECITI

Marco ha imparato da bambino che per raggiungere i propri obiettivi occorrono impegno, costanza, dedizione e instancabilità, e, per conquistare la stima dei genitori e degli insegnanti ha eliminato dal suo mondo interiore tutti quei Sé che prediligono l’ozio, la contemplazione, il rilassamento e l’abbandono fiducioso.

In questo modo ha sviluppato un’instancabile capacità di fare le cose, censurando il piacere dell’inattività e della riflessione.

Ma i Sé rinnegati, incarcerati nell’inconscio, attirano magneticamente nella sua vita una processione di persone pigre, indolenti e perditempo, che Marco disprezza apertamente e invidia segretamente, fino a quando non decide di aprirsi anche ai suoi lati meno operosi, capaci di regalargli quei momenti di riposo di cui ha tanto bisogno e che, senza la loro preziosa presenza, non riesce a concedersi.

* * *

Per farsi voler bene, Adriana ha imparato a mostrarsi servizievole e gentile con tutti, ma in un angolo della coscienza ammira le persone che sanno dire di no e rispettare i propri bisogni, invece di sacrificarsi costantemente per gli altri.

In lei il rispetto di se stessa ha ceduto il posto al desiderio di compiacere e, senza nemmeno rendersene conto, finisce per lasciarsi sfruttare dalle persone che le stanno intorno.

Un Sé Gentile la fa da padrone nella sua psiche, costringendo alla gogna i Sé che, invece, potrebbero proteggerla con qualche NO pronunciato al momento opportuno.

* * *

Antonello ha scelto la via della bontà, è sempre dolce, accogliente e pronto ad ascoltare i problemi di tutti.

Quando torna a casa la sera, però, gli sembra spesso di non aver concluso nulla, e invidia le persone che sono capaci di concentrasi su un progetto senza lasciarsi distrarre da nessuno. Vorrebbe essere più egoista, ma la paura di non sentirsi amato, se smette di pensare agli altri e si concentra di più su se stesso, ha intrappolato la sua assertività dentro una camicia di forza fatta di accondiscendenza, annientando in lui la capacità di perseguire i propri obiettivi.

* * * 

Quello che MarcoAdriana e Antonello, devono coltivare è un Io Consapevole, capace di modulare le diverse energie in modo funzionale alle esigenze cui devono far fronte di momento in momento.

Finché siamo bambini, le nostre scelte sono condizionate dall’ambiente in cui viviamo e al quale ci dobbiamo adattare, ma, una volta diventati adulti, possiamo ripercorrere all’indietro la strada della crescita, riconoscendo quei Sé che ci sono serviti per integrarci nella comunità e quelli che, invece, hanno dovuto farsi da parte per permetterci di ottenere l’approvazione del mondo.

Imparare a dare un nome alle tante voci che popolano la nostra interiorità, significa permettere alla consapevolezza di scegliere le energie più funzionali alle circostanze e dirigere l’orchestra delle nostre possibilità, senza identificarci totalmente con nessuno ma valorizzando armonicamente le peculiarità di ogni nostro Sé.

I Sé leciti e i Sé illeciti appartengono a una scissione infantile della psiche, che priva la personalità di molte risorse.

Il benessere e la salute mentale derivano dalla capacità di accogliere tutti gli aspetti della nostra vita emotiva, integrando i Sé illeciti in uno spazio interiore di accoglienza, capace di valorizzarne le peculiarità al momento opportuno e di abbassarne il volume quando invece è necessario ascoltare voci diverse.

Modulare le risorse di ogni Sé in funzione delle circostanze è il traguardo che si raggiunge integrando nella coscienza ogni nostra diversità e legalizzando tutti i Sé, senza confinarli nell’inconscio e senza lasciarli spadroneggiare nella psiche.

Un mondo migliore si conquista eliminando il razzismo alla radice.

Per prima cosa dentro se stessi.

Carla Sale Musio

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