Mag
18
2013

Odiare una persona, arrivare a disprezzare chi si ha di fronte tanto da massacrarla di botte, non vuol dire nient’altro che odiare sé stessi. Odiare quella parte di sé che non si riesce ad accettare e che si vede riflessa nella persona oggetto del disprezzo.
Perchè è questo che succede a chi usa la violenza sulle donne e su tutti gli esseri indifesi vittime di essa: vede la debolezza, il vittimismo, l’amore non meritato, la gioia… Lati oscuri, che fanno paura, demoni da scacciare via, da eliminare con la forza. Demoni che in realtà esistono solo all’interno della psiche instabile di chi crede di risolvere tutto con la violenza, arrivando a distruggere ciò che ama.
Amare significa prima di tutto amare la propria natura. Accettare ogni parte di sé, sia ciò che piace sia ciò di cui ci vergogniamo, fare dei propri difetti i punti di forza che ci aiutano a migliorare ogni giorno che passa.
Soltanto amando sé stessi si può amare pienamente e veramente le persone che entrano a far parte della nostra vita. Perchè alla fine, loro, sono esattamente il riflesso della nostra anima!
Maristella Portas

I maltrattamenti e la violenza sulle donne riempiono le pagine della cronaca e ci raccontano una violenza maschilista che, ancora nel 2013, non accenna a diminuire.
La violenza fisica, però, è soltanto una delle tante possibilità di angheriare il sesso femminile, anche se, certamente, la più appariscente e scandalosa.
Infatti, insieme all’abuso della forza da parte degli uomini, le donne subiscono anche un costante e capillare sfruttamento delle loro risorse. Fisiche ed emotive .
La filosofia, la biologia, la medicina e la religione riconoscono al sesso femminile la prerogativa della sensibilità, dell’emotività e della capacità di voler bene.
Poiché le donne generano i figli, crescendoli nel loro corpo e nutrendoli con il proprio latte, sono preposte (da Dio… o dalla genetica!) a prendersi carico e cura dei bambini e di conseguenza anche degli altri esseri viventi.
Perciò sono sempre le donne a doversi occupare della prole e della casa, nonostante le pari opportunità abbiano concesso loro di lavorare allo stesso modo e per lo stesso tempo degli uomini.
Anni di femminismo non sono bastati a scalzare la supremazia femminile in ambito casalingo e così ai vergognosi maltrattamenti fisici sulle donne, si aggiungono i quotidiani (e, apparentemente, meno vergognosi) maltrattamenti domestici, fatti di piatti da lavare, di camicie da stirare, di letti da rifare e di bambini da seguire. Naturalmente dopo l’orario di lavoro.
Nell’inconscio di ogni essere umano, l’archetipo del femminile incarna le virtù della dolcezza, della sensibilità, della comprensione, dell’ascolto delle emozioni e del sentire intuitivo del cuore.
Qualità disprezzate e derise dalla nostra cultura materialista, fondata soprattutto sui valori della competizione, della furbizia, della sopraffazione, dello sfruttamento e dell’abuso di chi è più forte su chi è più debole.
L’archetipo del maschile, con le sue prerogative di forza, coraggio, fermezza, decisione, sicurezza, temerarietà e prevaricazione è valorizzato e considerato vincente rispetto alla delicatezza e alla fragilità del femminile, giudicato, invece, portatore di un pericoloso quanto inopportuno sentimentalismo.
Le pari opportunità, purtroppo, non hanno intaccato le fondamenta del pensiero maschilista che ancora oggi orienta spesso i nostri comportamenti secondo criteri sessisti, basati su un’aprioristica e indiscutibile superiorità del genere maschile rispetto a quello femminile.
Così le donne, proprio a causa della loro empatia, della loro sensibilità e delle loro qualità sentimentali, sono derise, oltraggiate e sfruttate in mille modi, subdoli o palesi, fino ad arrivare alla violenza conclamata e agita anche fisicamente.
I maltrattamenti perpetrati contro le donne nascondono la repressione di ogni forma d’intelligenza emotiva e costituiscono l’humus malsano su cui può crescere la prevaricazione che ammala la nostra società.
Infatti, quando l’intelligenza è anche emotiva e riconosce il valore della sensibilità, non giova più alla prepotenza e allo sfruttamento dei pochi sui tanti, e rischia di far deragliare l’economia dentro un pericoloso riconoscimento di diritti… uguali per tutti!
Per questo, grazie all’abile uso dei mezzi di comunicazione e al tramandarsi di tradizioni dispotiche e maschiliste, la sensibilità è stata trasformata in qualche cosa di sciocco, di avvilente e di sbagliato.
Qualcosa da negare e da combattere.
Prima di tutto dentro se stessi.
E poi negli altri.
Soprattutto nelle donne.
Ai maschi s’insegna da piccoli a “non fare la femminuccia!” e a uccidere in sé il pericoloso morbo dell’empatia e della condivisione dei sentimenti.
Per diventare dei veri uomini è necessario annientare la dolcezza e ricacciare indietro le lacrime, fino a non sentire più nulla, altro che la soddisfazione della propria presunta superiorità.
Alle femmine invece s’insegnano la pazienza e la sopportazione, indispensabili per adempiere con successo al ruolo (prestabilito) di angelo del focolare.
E’ così che la sopraffazione ha preso piede nel mondo, grazie a uno schema di pensiero che si annida nella mente e annichilisce l’anima, deridendo l’amore fino a ucciderne ogni espressione.

Fino a colpire chiunque porti sopra di sé le stimmate di una dolcezza interiorizzata e ricca di empatia.
Da questa castrazione della sfera affettiva e della femminilità interiore, ha origine la violenza sulle donne.
Emerge da una brutalità sotterranea e nascosta, che i bambini maschi, per crescere e sentirsi in diritto di appartenere al mondo degli uomini, hanno dovuto agire dapprima su se stessi.
E che in seguito proiettano su chiunque rievochi in loro quella prima abiura, l’ottundimento della fragilità, della paura, della insicurezza, l’ascolto di sentimenti giudicati indegni.
La fratellanza, la comprensione, la condivisione, l’amore senza giudizio… sono qualità che non trovano posto nel nostro mondo basato sull’ingiustizia e sullo sfruttamento.
Sono emozioni che vanno censurate!
Non sempre questo processo di annientamento psicologico è facile.
Annichilire se stessi richiede molta determinazione.
Bisogna strapparsi via la comprensione, imbavagliare i propri neuroni a specchio, ridurre al silenzio l’intelligenza emotiva.
Per farlo ci vuole una motivazione forte e senza appello.
Tutti i bambini nascono fragili, deboli, dipendenti e bisognosi di sentirsi amati.
Pur di ottenere il consenso dei grandi, sono disposti a negare le proprie emozioni e a condividere la brutalità fino a nascondere, anche a se stessi, l’insicurezza e il dolore.

In questo modo prende forma la violenza.
Si accanisce dapprima interiormente, contro i vissuti, i pensieri e gli stati d’animo, ingiustamente ritenuti sbagliati perché femminili.
Nasce dalla paura che essere se stessi provochi l’abbandono o l’emarginazione.
Dal misconoscere e rinnegare il femminile dentro di sé.
Dal bisogno di sentirsi amati e importanti per chi rappresenta il potere, l’autorità e la legge, ma soprattutto l’unica fonte di sopravvivenza.
Ogni gesto compiuto contro le donne uccide l’anima di chi lo commette.
E lascia dentro un vuoto che la violenza non potrà mai colmare.
Soltanto chi ha il coraggio di affrontare la propria fragilità e guardare negli occhi il proprio femminile interiore può conquistare la libertà di essere se stesso.
Senza censure e senza bisogno di colpire negli altri il riflesso delle proprie paure.
Carla Sale Musio

Mag
13
2013

Capita, a volte, che il padre non ci sia… e che la madre debba svolgere da sola il ruolo di entrambi i genitori, nel tentativo di compensare l’assenza della figura paterna.
Le ragioni di questa mancanza possono essere innumerevoli:
-
può succedere perché il papà lavora fuori ed è fisicamente poco presente nella vita familiare
-
perché ha una patologia che lo obbliga a lunghi ricoveri
-
perché è in carcere
-
perché se n’è andato, disinteressandosi dei figli
-
perché è morto
Qualunque siano i motivi dell’assenza paterna, la madre si troverà a occuparsi da sola della crescita dei figli e il carico delle responsabilità (materne e paterne) con molta probabilità la renderà insicura nel valutare, di volta in volta, le soluzioni educative più adatte ai suoi bambini.
Inoltre, nonostante l’impegno, nessuna mamma può sostituire un genitore assente e, purtroppo, il vuoto, lasciato da chi è andato via, ha inevitabilmente delle ripercussioni sulla vita dei figli.
In queste situazioni avviene spesso che, durante l’adolescenza, il figlio maschio metta in atto comportamenti provocatori e trasgressivi, quasi una sorta di caricatura di tratti coraggiosi e mascolini stereotipati.

L’assenza di un genitore è vissuta dai bambini come una mancanza d’interesse nei loro confronti e, quanto più sono piccoli, più tendono a interpretarla come una propria personale inadeguatezza.
“Se papà se n’è andato, significa che io non sono sufficientemente importante perché resti” è il pensiero ricorrente in casi come questi.
L’egocentrismo, fisiologico nei primi anni di vita, li porta a sentirsi al centro di tutti gli eventi che li riguardano.
Perciò, nel pensiero dei piccoli, se il papà non c’è più dev’essere senz’altro conseguenza delle loro scarse capacità e qualità.
Si forma così la convinzione di valere poco e di non meritare le attenzioni, il rispetto e la stima.
I bambini che vivono l’abbandono da parte di un genitore devono fare i conti con una ferita nella fiducia in se stessi.
Ferita che mostrerà i suoi effetti soprattutto durante l’adolescenza.
Infatti, l’idea di non essere abbastanza importanti da essere amati per ciò che si è, impregna insidiosamente l’autostima facendoli sentire sempre incapaci, anche davanti ai successi.
L’indifferenza di un genitore segna profondamente la fiducia nelle proprie capacità, soprattutto quando è vissuta nei primi anni di vita.

E’ come se questi ragazzi avessero un segno infamante tatuato nell’anima e, nel tentativo di cancellare quel dolore, sviluppano un insaziabile bisogno di conferme e approvazione.
Per soddisfare il desiderio di riconoscimento, nel periodo dell’adolescenza, quando la necessità di autonomia spinge a definire una propria fisionomia e a differenziarsi dalla famiglia, succede spesso che assumano atteggiamenti polemici e contestatori.
La protesta e l’autoaffermazione, infatti, sono le qualità maschili che questi ragazzi cercano avidamente dentro di sé per costruire un’identità cui sentono di non aver diritto, e che simulano esasperatamente nel tentativo di colmare l’insicurezza che invece li attanaglia interiormente.
Il bel tenebroso, l’uomo che non deve chiedere mai, il rivoluzionario, l’anticonformista… sono tutti modelli di autonomia personale che, nel loro immaginario, si caricano di attrattive e di significato e che raccontano tra le righe, la solitudine e l’abbandono vissuti da bambini.
Si tratta di modelli maschili stereotipati, grazie ai quali cercano di fabbricarsi un’identità e un ruolo con cui proporsi agli altri ed esibire, finalmente, quella sicurezza in se stessi tanto desiderata e mai vissuta.
In questi casi è molto difficile intervenire per aiutarli a esprimere le proprie fragilità insieme al nascente bisogno di libertà.
Infatti, l’adolescenza spinge a provare le proprie forze e a cimentarsi con la vita senza l’aiuto della famiglia, e il desiderio di essere valorizzati e riconosciuti porta a ricercare l’approvazione soprattutto dentro il gruppo di riferimento (di solito il gruppo dei coetanei ma a volte anche gruppi emarginati dalla società).
La contestazione e la ribellione diventano così, una bandiera che sancisce la maturità mentre l’indipendenza li spinge a sfuggire qualunque proposta, suggerimento o dialogo, con il mondo degli adulti (familiari, scuola, ecc.).
Così, per paura di non riuscire a conquistare con le proprie forze l’autonomia tanto agognata, questi ragazzi esibiscono una facciata di superiorità o di indifferenza che nasconde abilmente, spesso anche a loro stessi, la paura di non trovare il proprio posto nella vita.
La mancanza di un modello maschile con cui familiarizzarsi e poi confrontarsi, li porta a ritagliare la propria identità come se fosse un puzzle, assemblando i pezzi sparsi di una virilità esasperata appresa dai film, dalle pubblicità e dalla cronaca.

Manifestano in questo modo un’identità maschile rigida e priva di sentimenti, di cui accentuano i tratti trasformandosi in una sorta di super macho senza scrupoli e senza paura.
In questi casi può essere estremamente utile supportare lo strutturarsi dell’identità e dell’autostima con l’aiuto di un educatore professionale che affianchi i ragazzi nella quotidianità e che li aiuti a costruire un modello di virilità più aperto all’ascolto dei sentimenti e capace di gestire la propria sensibilità insieme alla forza.
Infatti, un uomo giovane, non troppo distante dalla loro età, costituisce un punto di riferimento importante, alternativo alla figura paterna, quasi un fratello maggiore capace di mostrare, insieme ai comportamenti indipendenti, quell’affettività maschile che è mancata durante l’infanzia.
La figura dell’educatore professionale è indispensabile nelle situazioni in cui, per poter aiutare efficacemente i ragazzi, è necessaria una grande capacità di mettersi in gioco unita ad altrettanto grandi competenze professionali.
La presenza di una figura maschile di riferimento, non appartenente alla famiglia e preparata nel sostenere l’autostima e l’autonomia, è un supporto prezioso e capace di fare miracoli, ma perché questo lavoro sia efficace e non si trasformi in un’altra deludente ferita narcisistica, è importante che duri nel tempo e che gli incontri siano cadenzati e costanti (di solito, non meno di una volta alla settimana per almeno uno o due anni).
Solo così diventa possibile stabilire il rapporto di continuità necessario a ottenere la fiducia di chi ha già vissuto un abbandono e ha perso la speranza nella stabilità delle relazioni affettive.

Mag
08
2013

Mangiare, mangiare, mangiare e ancora mangiare!
Può darsi che, un tempo, (forse) si mangiasse per vivere ma, nel mondo occidentale, oggi si vive soprattutto per mangiare!
Fare la spesa, preparare gli alimenti, cucinarli, masticarli, ingoiarli, ripulire, riordinare… e ricominciare tutto da capo più volte al giorno.
Tutte queste attività impegnano una larga fetta del nostro preziosissimo tempo.
Tra amici poi, ci s’incontra per un caffè, per un aperitivo, per una pizza, per una spaghettata, per un boccone… non c’è riunione, formale o informale, che non diventi anche l’occasione per mettere qualcosa nello stomaco.

Sembra quasi che senza ingurgitare niente si perdano le ragioni dello stare insieme.
Matrimoni, battesimi, compleanni, feste e commemorazioni, finiscono sempre tutte in grandi abbuffate collettive.
Uomini e donne, giovani e vecchi, poveri e ricchi, single o sposati… il cibo bypassa ogni differenza sociale e occupa un posto d’onore nei ritrovi e nei pensieri di chiunque.
Sei felice? Mangia qualcosa di buono!
Sei triste? Mangia qualcosa di buono!
Ti senti solo? Mangia qualcosa di buono!
Non sai che fare? Mangia qualcosa di buono!
Il ritornello è sempre lo stesso, c’è sempre una ragione valida per indulgere col cibo!
Ma questa nostra spasmodica espressione alimentare, occulta bisogni ben diversi dal semplice desiderio di nutrirsi e fa leva su necessità interiori che con l’alimentazione hanno poco a che vedere.
L’oralità smodata che caratterizza la nostra società è fomentata da una cultura basata sulla prevaricazione e volta a favorire il sopruso, la violenza e l’abuso di pochi su tanti.
Basta pensare agli allevamenti intensivi, alla deforestazione o allo sfruttamento del terzo mondo.
Il cibo riveste un ruolo importante, non soltanto per le modalità con cui viene prodotto ma soprattutto perché funziona come una droga e, come tutte le droghe, ci rende schiavi e dipendenti.
Mangiare, infatti, consente alla mente di rilassarsi e permette di “non pensare” (almeno per un po’).
Durante la digestione, l’energia che normalmente utilizziamo per compiere le nostre attività, si sposta dal cervello allo stomaco e il resto del corpo ne rimane sprovvisto.
Questo processo, se da una parte ci lascia forse un po’ esausti, dall’altra ci consente di prenderci una tregua dalla pressione dei pensieri.
Poiché tutta l’attività del corpo è catalizzata dalla digestione, spesso dopo mangiato ci sentiamo stanchi e… sedati.
E’ l’effetto antidepressivo del cibo. Grazie al quale possiamo mettere in stand by i pensieri e goderci una gradevole pausa dalle angosce mentali di ogni tipo.
Ingerire qualcosa diventa perciò come prendere uno psicofarmaco ed è proprio grazie a questo effetto psicotropo che oggi mangiare è diventato tanto di moda!
La digestione ha l’effetto rilassante di un sedativo e di una droga ma è legale, priva di ricetta medica, economica e, soprattutto, perfettamente giustificata dall’alibi incontestabile della sopravvivenza.
L’industria alimentare (e non solo quella) sfrutta a piene mani le proprietà del nostro apparato digerente e, tenendoci costantemente in stato soporifero con banchetti, stuzzichini e rompi digiuno di ogni genere, agisce impunemente sul nostro sistema nervoso, approfittando della limitata autocritica della fase digestiva per far passare qualunque mistificazione della realtà.
“Mangiare è necessario per vivere… pensa ai bambini del terzo mondo!”
Su queste indiscutibili ragioni le multinazionali della alimentazione fanno leva costantemente per propinarci ogni genere di schifezze travestite da necessità.
Grazie al bisogno (indotto) di “mangiare… per vivere!” si può nascondere con facilità qualsiasi crimine e far passare messaggi che con il cibo hanno ben poco a che vedere.
Infatti, finché siamo impegnati a digerire, i pensieri si muovono più lentamente o addirittura… non si muovono affatto!
Il cibo funziona sempre come una droga e come tutte le droghe da dipendenza e ci costringe ad aumentare progressivamente le dosi per mantenerne inalterato l’effetto.
Incentivando i rituali sociali della nutrizione sono stati occultati tanti aspetti importanti delle relazioni, facendo in modo che l’oralità rubasse progressivamente il posto all’intimità.
Così oggi, condividiamo insieme i pasti invece che condividere noi stessi e preferiamo scambiarci le ricette piuttosto che scambiarci le emozioni.
L’ascolto dell’anima e del corpo è stato sostituito da innumerevoli riunioni, chiassose e goliardiche, in cui l’alcol e la varietà delle pietanze, ottundono la mente e anestetizzano il cuore.
Forse, in un tempo ormai molto remoto, la relazione tra gli esseri viventi aveva un posto di primo piano nella vita e stare insieme permetteva la condivisione dei sentimenti e delle culture.

Forse in quei tempi lontani gli esseri umani preferivano scambiarsi le verità dell’anima invece che tante elaborate ghiottonerie.
Mangiare non era ancora diventato il cerimoniale tribale in cui è stato trasformato ai nostri giorni e il cibo non aveva la funzione di distrarre il cervello ma serviva, caso mai, a ritemprarlo con pasti semplici e poco frequenti.
Oggi invece, tra aperitivi e merendine di ogni genere, abbiamo trasformato il rito frugale di un tempo nell’orgia di sapori privi di nutrimento che ci tiene costantemente affamati e denutriti… di verità!

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Mag
02
2013

Capita spesso durante l’adolescenza che il figlio piccolo sia anche quello che crea maggiori difficoltà in famiglia.
I genitori faticano a spiegarsi come mai le stesse modalità educative che in passato hanno funzionato bene con un figlio falliscano con un altro.
Soprattutto nelle famiglie di quattro persone (padre, madre e due figli) ci si può ritrovare intrappolati dentro a una sorta d’incomunicabilità generazionale in cui mamma e papà sono delusi e scoraggiati mentre il figlio piccolo si sente frainteso, trascurato e solo.

Di solito, la causa di queste incomprensioni è la diversa situazione psicologica che esiste tra i fratelli.
Il primo figlio, infatti, è quello che insegna ai genitori come essere padre o madre e, con il suo carattere e con i suoi comportamenti, da forma insieme a loro ad una sorta di modello educativo familiare, cioè a un modo abituale di fare relazione tra genitori e figli all’interno della famiglia.
E’ lui che stabilisce cosa sono i capricci e cosa è l’ubbidienza, è lui che contesta o accondiscende alle regole dei grandi e che, così facendo, definisce una normalità comportamentale alla quale poi anche il secondogenito si dovrà attenere (almeno nelle attese di mamma e papà).
Il primo figlio perciò ha davanti a se un’ampia gamma di possibilità.
Il secondo, invece, può soltanto scegliere se imitare il fratello maggiore oppure no.
E questo costituisce per lui una grave penalizzazione.
Infatti, se deciderà di prendere a modello gli atteggiamenti e di modi di fare del primogenito, sarà comunque il secondo arrivato e dovrà lasciare il primato di ogni conquista al fratello più grande (il quale, per la differenza di età, gode già di una maggiore prestanza fisica e mentale).
Se invece deciderà di differenziarsi da suo fratello, il figlio minore dovrà fare i conti con una restrizione delle opportunità a sua disposizione e si vedrà costretto a escludere tutto ciò che il maggiore ha già intrapreso.
Questo spiega perché, per ottenere l’unicità agli occhi dei genitori e ricevere il loro riconoscimento, al figlio piccolo non rimane altro che trovare una diversa specializzazione in cui emergere.
Ha bisogno, infatti, di qualcosa che lo definisca e lo caratterizzi rispetto al fratello grande, permettendogli così di ritagliarsi un suo spazio di competenza all’interno della famiglia.
Dovrà trovare interessi e attività che siano soltanto suoi e che gli permettano di emergere con le sue capacità.
Perciò, per sentirsi bravo, dotato e preparato in un settore che lo contraddistingua, sarà portato a scegliere hobby, giochi e passioni che al fratello maggiore non interessano.
Proprio per il bisogno di conquistarsi un suo spazio di riconoscimento personale e per ritagliarsi un’autonomia intellettuale rispetto al primogenito, il secondogenito è portato, a volte, a scegliere la contestazione, trasformandosi nella pecora nera della famiglia.
La protesta, la polemica e l’irritabilità, diventano allora caratteristiche che lo diversificano e che gli consentono una sua tipicità, anche se negativa, all’interno della vita familiare.
Per queste ragioni, succede spesso, nelle famiglie di quattro persone, che il figlio maggiore finisca per essere considerato capace, ragionevole e affidabile, mentre il figlio minore diventa, invece, l’indisciplinato e il contestatore.

Per superare queste difficoltà e realizzare una migliore armonia familiare, è importante che i genitori diversifichino i due fratelli, valorizzando le loro differenze ed evidenziando i pregi e le peculiarità che li caratterizzano.
Ogni figlio, infatti, è un universo a sé. Appartenere alla stessa famiglia non significa omologarsi, ma, al contrario, arricchire la vita con la propria esclusiva personalità e unicità.
Troppo spesso i genitori tendono ad accomunare i fratelli tra loro, pretendendo un’uniformità di comportamenti e di atteggiamenti, impossibile da ottenere e dannosa per lo sviluppo dell’individualità di ciascuno.
Per evitare gemellaggi inopportuni tra i figli, papà e mamma devono focalizzare la loro attenzione sulle caratteristiche di ognuno, evidenziandone le prerogative in un confronto capace di rendere i fratelli diversi ma altrettanto interessanti.
Non sempre questa differenziazione è facile per i genitori che, abituati a un particolare stile educativo, faticano a cambiarlo per adattarlo alle esigenze e alla personalità del figlio che è arrivato per ultimo.
In questi casi capita spesso che papà e mamma insistano nel pretendere dal secondogenito le stesse qualità e prestazioni del primo e, non riuscendo a trovarle, finiscano per connotarlo negativamente. Incentivando in questo modo nel figlio piccolo la sensazione di essere emarginato e incompreso e provocandone la ribellione.
“Ma mio figlio che cosa è bravo a fare…???”
Un esercizio che consiglio ai genitori, per stimolare l’attenzione sui pregi e sulle diversità tra i figli, è la “Lista delle Capacità”.
Si prende un foglio bianco e si scrivono di seguito tutte le abilità di un figlio, fino a formare una lista di pregi, di caratteristiche, di qualità, di propensioni e di attitudini.
Poi si procede in maniera identica per l’altro figlio.
Se i genitori sono imparziali e attenti alle diverse peculiarità di entrambi i figli, le liste dovrebbero contenere all’incirca lo stesso numero di qualità e di pregi.
Quando tra le due liste si nota una grossa differenza numerica, il divario segnala che qualcosa non va nel rapporto tra genitori e figli.
Maggiore è la differenza, maggiore sarà la conflittualità col figlio meno valorizzato e più alto il rischio di incomprensioni familiari.
Compilare la “Lista delle Capacità” serve a mettere a fuoco i talenti dei propri figli e funziona come un promemoria al quale ispirarsi per sostenere la loro autostima.

Le peculiarità evidenziate nelle due liste andranno incoraggiate e valorizzate durante i tanti momenti della vita familiare, in modo da permettere anche al figlio più piccolo di sentirsi riconosciuto e apprezzato grazie alle sue caratteristiche e alla sua personalità.
In una famiglia di quattro persone, l’ultimo arrivato diventa facilmente anche l’ultima ruota del carro, cioè quello che deve sempre imparare da chi è più grande di lui e che invece non ha mai niente da insegnare a sua volta.
Succede così che, mentre i genitori vanno rispettati perché sono l’autorità e il fratello maggiore va rispettato perché è il più grande, il piccolo di solito deve soltanto ubbidire e rischia di essere notato soprattutto per la sua inesperienza e per la sua ingenuità.
Una costellazione familiare strutturata rigidamente sui ruoli dell’anzianità non permette ai figli di sentirsi valorizzati in misura uguale e contiene i presupposti per una ribellione.
Perciò i genitori devono fare attenzione a non commettere parzialità (anche involontariamente) omettendo di soddisfare il bisogno di protagonismo di chi, inevitabilmente, è sempre il più piccolo.
Quando il figlio minore trova il suo ruolo e il suo spazio di competenza all’interno della famiglia, il bisogno di ribellione evapora e un nuovo senso di partecipazione e di solidarietà sostituisce le contestazioni precedenti.

Apr
27
2013

Io mi sposo da sola:
-
perché ho deciso di seguire me stessa nella buona e nella cattiva sorte
-
perché conquistare se stessi è il compito più difficile della vita
-
perché, quando avrò un figlio, voglio lasciargli in dono la stessa libertà

Sposarsi, avere dei bambini, formare una famiglia… sono obiettivi che tanti desiderano raggiungere ma solo pochi sanno che, per avere una relazione felice, è indispensabile aver prima imparato a vivere da soli.
Infatti, quando “marito e figli” (o “moglie e figli”) diventano la stampella che nasconde la paura della solitudine, una reale reciprocità affettiva è impossibile.
La relazione di coppia è basata sulla capacità di condividersi e per questo occorre aver raggiunto una grande autonomia personale, infatti il coraggio nel rivelare la propria verità comincia con se stessi e solo dopo può estendersi anche agli altri.
Il bisogno di appoggiarsi a un partner rende difficile svelarsi fino in fondo con sincerità.
Quando il marito (o la moglie) “serve” e di lui (o di lei) “non si può fare a meno”, il rapporto d’amore si trasforma in un rapporto utilitaristico compromettendo irrimediabilmente l’autenticità della relazione.
Nel matrimonio la dipendenza è uno dei pericoli più insidiosi e, per evitarne le trappole, è importante sperimentare l’autonomia prima di formare una famiglia.
Ma purtroppo, ancora oggi, in Italia alla scelta di vivere da soli non viene data nessuna importanza, mentre la decisione di lasciare la casa dei genitori per sposarsi è accolta sempre con feste e acclamazioni.
(Il solo fatto di essere single è ritenuto poco felice e… sotto sotto un tantino patologico)
Psicologicamente, però, l’esperienza di vivere per conto proprio è indispensabile per conoscere le proprie fragilità e scoprire i propri punti di forza.
Il bisogno di autonomia prende vita quando siamo molto piccoli e intorno ai trenta anni si trasforma in una necessità improrogabile.
Nasciamo con una grande voglia di esplorare, di imparare e di metterci in gioco.
Poi cresciamo e non vediamo l’ora di esprimere le nostre capacità e dare forma al nostro personale modo di interpretare la vita.
Ma spesso questo desiderio di libertà e di volare fuori dal nido si traduce nel progetto di formare una famiglia.
Abbandonare la casa di mamma e papà per convolare a nozze può sembrare una soluzione ovvia per sperimentare finalmente l’indipendenza ma, dal punto di vista psicologico, non è possibile realizzare l’autonomia nello stesso momento in cui si decide di metter su famiglia perché, per occuparsi di una famiglia, è indispensabile aver già consolidato la capacità di badare a sé stessi.
Saper vivere autonomamente, infatti, è il requisito indispensabile per potersi prendere cura di qualcun altro.
Avere una casa propria e saper accudire se stessi senza ricorrere all’aiuto dei genitori, sono passaggi importanti lungo il percorso della crescita, della maturità e della libertà.

Uno spazio personale, consente di scoprire la propria forza, i propri limiti, i propri sogni e le proprie necessità, e favorisce un incontro autentico con l’altro.
Proprio come la tana è il rifugio degli animali, la casa è il rifugio degli esseri umani, il laboratorio alchemico in cui trasformare il piombo delle proprie paure nell’oro della creatività.
Sposarsi da soli diventa perciò una tappa importante lungo la strada della maturità e della condivisione.
Per questo, sempre più persone scelgono di sperimentare l’autonomia prima di cominciare l’avventura di una vita insieme.
Il matrimonio con se stessi, infatti, permette di accogliere e comprendere la propria unicità e di aprirsi alla unicità degli altri.
Questo non significa che presto avremo un mondo popolato soltanto da scapoli e da zitelle, ma al contrario è il presupposto per costruire una società in cui le responsabilità non siano delegate e dove la capacità di prendersi cura di sé sostituisca l’aspettativa magica ( e destinata a fallire) che qualcun altro risolva i problemi al posto nostro.

Apr
24
2013
Cari lettori, amici e curiosi di questo blog, grazie alla vostra partecipazione e al vostro sostegno io non sono normale: IO AMO compie oggi il suo secondo anno!
Insieme stiamo diventando una forza, un pensiero senza vincoli e senza legami, un potere capace di accogliere la profondità dell’anima.

L’amore non si presta all’omologazione.
E’ creatività in azione.
E’ A-normale per natura.
Io non sono normale: IO AMO è uno slogan che sottolinea il valore della sensibilità, della creatività, dell’originalità e della verità interiore di ciascuno.
Chi vi aderisce è un animo libero, un lupo solitario capace di camminare da solo anche in un mondo che si muove in branco.

Il nostro è un movimento interiore, un’insurrezione che nasce dal cuore, un’energia che prende forma dal bisogno inalienabile di essere se stessi e di affermare la propria unicità.
Perché il cuore non può essere normale.
Può solamente essere vero.

Buon Compleanno a tutti noi!!!

Apr
18
2013

La separazione è sempre un momento difficile da affrontare, e comunicare ai bambini che mamma e papà non vivranno più insieme sembra spesso impossibile.
Non si trova il momento giusto, le parole da usare, il tono della voce… tutto appare inadeguato, complicato e fuori luogo.
Per paura di far vivere un dramma ai propri figli, gli adulti si macerano nell’incertezza, attanagliati dai sensi di colpa, quasi che la scelta di separarsi fosse una loro pericolosa perversione e non invece un momento doloroso che la vita li ha costretti ad affrontare.
Ciò che spesso marito e moglie non comprendono, travolti dalla loro crisi coniugale e dall’inevitabile senso di sconfitta che accompagna la decisione di separarsi, è che i bambini non vivono la separazione come una tragedia ma come uno dei tanti avvenimenti che costellano l’esistenza.

Certo, i piccoli vorrebbero avere sempre accanto TUTTE le persone che amano e protestano ogni volta che qualcuno deve andare via… perciò la notizia che il papà e la mamma vivranno in case separate a volte può essere accolta da pianti e opposizioni.
Ma è importante considerare che ai bambini separarsi non piace MAI!
Non piace quando si rientra a casa dopo aver trascorso le vacanze dai nonni, non piace quando la baby sitter se ne deve andare, non piace quando il papà si trasferisce a lavorare in un’altra città, non piace quando la mamma parte per un convegno… la lista delle separazioni che punteggiano la vita dei bambini è sempre molto lunga e varia.
I bambini amano stare insieme alle persone cui vogliono bene e non accolgono con gioia nessuna separazione, nemmeno quelle che invece i grandi reputano inevitabili e scontate.
Tra i non addetti ai lavori esiste un grave pregiudizio che spinge a credere che la separazione sia sempre dannosa per i bambini.
Il cattolicesimo prescrive che il matrimonio non possa essere sciolto, se non con la morte di uno dei coniugi, e questo dogma religioso ha contribuito a creare la convinzione impropria che separarsi sia nocivo per la coppia e per i figli.
E’ un pregiudizio che gli psicologi e gli specialisti del settore cercano di sfatare in tutti i modi, coscienti che per i bambini è molto più dannoso un clima familiare basato sull’indifferenza, sul disprezzo o sulla finzione di un’armonia inesistente, piuttosto che la scelta consapevole di separarsi.
Purtroppo, questo pregiudizio condiziona le valutazioni di tante persone che finiscono per interpretare le reazioni dei bambini in modi non appropriati.
Così, succede che:
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quando un bambino si butta per terra, piange e si dispera perché l’amichetto non può fermarsi a dormire… “… sono capricci!”
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quando un bambino si butta per terra, piange e si dispera perché la mamma e il papà vivranno in case separate… “… è un grave trauma!”
Ritengo che i bambini vadano SEMPRE ascoltati, compresi e rassicurati e che debbano esprimere i loro sentimenti e il loro dissenso in merito alle scelte dei genitori.
Ma dissenso non vuol dire necessariamente trauma.
Un evento diventa traumatico quando implica gravi lesioni o offese, minacce all’integrità fisica e psichica, rischi di morte, umiliazioni e ferite nell’autostima e nel proprio senso di efficacia.
Per poter parlare di trauma, in una separazione ci devono essere delle trascuratezze molto gravi.
Di solito, la protesta dei bambini segnala l’assenza di un trauma, perché il trauma provoca un disorientamento e un dolore talmente grandi che la mente impiega anni a spiegare e a ordinare in un discorso di senso compiuto.
Per questo le proteste dei bambini devono essere accolte, comprese e considerate ma non interpretate come traumi.
Le proteste, quando sono espresse, segnalano l’esistenza di un dialogo tra genitori e figli e permettono ai grandi di spiegare ai piccoli le loro ragioni.
La notizia della separazione può provocare nei figli reazioni diverse:
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a volte i bambini non vogliono che i genitori si separino
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altre volte sono sollevati all’idea che papà e mamma smettano finalmente di litigare e di guardarsi in cagnesco
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altre volte ancora mostrano distacco e indifferenza
Ma sempre, quando arriva il momento di fare le valige e andare via, i genitori si sentono dei criminali, incapaci di portare avanti quella famiglia felice che, in cuor loro, avevano promesso ai loro figli.

Il dramma, però, appartiene solamente ai genitori.
Sono i genitori, infatti, che hanno progettato la vita coniugale insieme.
E sono loro che ora vivono con dolore il fallimento di quel progetto.
I figli non hanno deciso e non hanno scelto, si sono trovati a vivere insieme a mamma e papà e si sono abituati a quello stile di vita.
Per loro il dramma prende forma nelle parole e nei toni con cui i grandi condividono la notizia della separazione e nei modi in cui la gestiscono, non nella scelta in se stessa.
Per questo è importante evitare di coinvolgerli nelle proprie difficoltà e lasciare loro il tempo di abituarsi a tutte le modifiche della vita familiare che una separazione inevitabilmente comporta:
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ci sarà un genitore che abiterà in una casa nuova…
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ci saranno degli orari e delle occasioni differenti per incontrarsi…
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ci sarà una nuova cameretta nella nuova casa del genitore che va via…
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ci saranno nuovi partner affianco a mamma e papà…
Tutte queste cose hanno bisogno di tempo per diventare abitudini e ristrutturare il ritmo rassicurante della quotidianità.
Ma il cambiamento, la trasformazione, l’innovazione, non sono traumi per i bambini, sono delle novità.
Novità cui si devono abituare e di cui è necessario spiegare loro i vantaggi.
(Per i bambini, ad esempio, avere uno spazio personale nella casa nuova della mamma o del papà, può essere interessante. E può diventare anche divertente inventare insieme dei mobili fatti con le scatole di cartone, se si permette ai bambini di prendere il cambiamento come un gioco e lo si vive come un vantaggio piuttosto che come una perdita)
Quanto alle parole per comunicare ai figli la decisione di separarsi… be’…non esistono né un “momento opportuno” né “parole adeguate”.
In un rapporto sincero e senza finzioni le cose succedono spontaneamente.
La famiglia è fatta dell’amore che i genitori nutrono verso i loro piccoli e non dalla loro convivenza.
E quell’amore resta per sempre.
A dispetto di qualunque separazione.
La separazione è soltanto un capitolo nuovo nella storia della famiglia.
E’ un momento che va vissuto con i bambini. Certo, senza coinvolgerli nel dramma coniugale! Ma anche senza escluderli dai cambiamenti che avvengono ogni giorno sotto i loro occhi.
Perciò è importante che le spiegazioni vengano date di momento in momento con franchezza, proprio come si fa per tutte le altre cose della vita.
E, inevitabilmente, ognuno dei due genitori racconterà ai figli la propria verità perché (soprattutto quando ci si separa) è impossibile avere una versione unica.
I bambini sanno già che papà e mamma sono diversi, che hanno pensieri, modi, regole e stili di vita diversi.
Lo sanno perché lo sperimentano da sempre nella loro quotidianità e lo sanno perché è proprio nella separazione che diventano evidenti le differenze tra marito e moglie.
Avere due genitori, non vuol dire doversi confrontare con un monoblocco compatto e indivisibile, al contrario significa poter osservare modi differenti di affrontare la vita e poter scegliere ciò che, di volta in volta, appare più adeguato per sé.
Già prima della decisione di separarsi, ognuno dei due partner dovrebbe informare i figli che: “Mamma e papà non si amano più come un tempo…” in modo che poi, quando arriva il momento, si possa dire loro che: “… siccome non vanno più tanto d’accordo finiscono spesso per litigare…” e che: “… proprio perché litigano sempre hanno deciso di vivere separati, almeno per un po’, per evitare di accapigliarsi in continuazione…”.
Non c’è bisogno di finzioni e non è necessario farne un dramma.
La separazione e il cambiamento sono parte integrante della vita di ciascuno ed è importante che i bambini imparino a gestirli.
Avere una famiglia unita è una bella cosa ma avere due genitori che ti vogliono bene è altrettanto bello.
E il loro amore non dipende dalla convivenza.
Quando la polemica, i litigi o l’indifferenza diventano la musica di ogni giorno, per i bambini è preferibile avere con il papà e con la mamma un rapporto individuale.

Tante volte sono proprio i figli a desiderare che una separazione riporti la quiete e l’armonia nelle relazioni, piuttosto che trascorrere la vita in mezzo al dolore che le incomprensioni e la rivalità tra i genitori provocano inevitabilmente.

Apr
13
2013

Durante l’infanzia si formano delle convinzioni a causa dell’ambiente che ci circonda.
Attraverso le reazioni emozionali, queste convinzioni producono delle conclusioni generalizzate.
Alcune di esse non mancano di una certa logica, ma per lo piú sono limitate alla esperienza del momento e dalle capacitá intellettive del fanciullo.
Con il passare degli anni, esse si fissano nel subconscio e da queste profonditá modellano gli schemi attitudinali dell’individuo.
Ci riferiamo a queste convinzioni come a delle IMMAGINI.
Oltre a condizionarci, queste immagini hanno un grande potere energetico di attrazione, come una forza di gravitá.
Esse attirano nella nostra vita, quegli elementi, fatti o persone, che corrispondono energeticamente alla convinzione che ci siamo fatti riguardo ad una certa attitudine.
Ad esempio, siamo convinti di non poter essere amati, e di conseguenza continuiamo ad imbatterci in situazioni e in persone che confermano la validitá della nostra convinzione.
Questa situazione ci crea continuamente problemi e frustrazioni di ogni tipo.
Pensiamo sempre che sia colpa dell’altro, che sia una coincidenza, un incidente, e superiamo l’ostacolo, archiviando la brutta esperienza, sicuri che riusciremo a trovare finalmente in quella nuova, la soluzione. Ma non é cosí, ed il circolo vizioso si ripete.
L’unico modo per uscirne é di prendere coscenza di questa veritá, accollandoci tutta la responsabilitá dei nostri ‘’fallimenti’’, smettendo di dare la colpa all’esterno, per cominciare un lavoro di revisione e portare in superficie le nostre immagini.

Solo la comprensione profonda di una immagine (in cosa consiste, come si é creata, cosa difendeva) ci permette di liberarcene.
La ricerca é tra le piú ardue nel nostro cammino di crescita, ma non é impossibile.
Quando cominciamo a manifestare sinceramente l’intenzione di affrontare il problema, l’Universo corre in nostro aiuto e cominciano ad accadere dei piccoli miracoli.
La meditazione e la preghiera sono elementi fondamentali in questa impresa.
Spesso é necessario anche l’aiuto di qualcuno piú avanzato sul percorso, ma anche questo potrebbe venirci incontro al momento opportuno.
La vera felicitá non sará mai nostra e non saremo mai completamente liberi, se prima non avremo compreso e dissolto le nostre immagini.
Benedetta Veroni

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Apr
08
2013

La paura delle malattie è la conseguenza di un progressivo distacco dall’ascolto del corpo e segnala il bisogno di ridare significato alla vita (… e alla morte).
Chi ne soffre ha perso il contatto con la propria naturale sensitività e non presta più attenzione a quel radar interiore che guida tutti i nostri comportamenti dando origine a una fiduciosa e serena sicurezza di vivere.
Siamo vulnerabili a ogni genere di pericoli e di incidenti ma alcuni di noi sembrano muoversi nella vita protetti da un mantello invisibile che li rende immuni dalle disgrazie, mentre altri si sentono sempre minacciosamente esposti alla crudeltà del destino.

Questa differenza dipende dalla capacità di ascoltare l’istinto, i segnali del corpo e quelle percezioni irrazionali che, più o meno inconsciamente, guidano i nostri comportamenti nonostante la censura e il controllo della ragione.
Chi ha perso il legame con la saggezza del sentire interiore, scambia per premonizioni le proprie paure e poi le teme ossessivamente, sentendosi impotente e in trappola proprio perché non è più capace di interpretare i segnali, fisici e intuitivi, che indicano lo stato di salute o di malattia.
I bambini sono sempre in contatto con un qualcosa capace di proteggerli anche senza bisogno che ci sia da parte loro un’effettiva comprensione dei pericoli, possiedono spontaneamente la capacità di orientarsi seguendo il proprio impulso interiore.
Si dice, infatti, che abbiano accanto un Angelo Custode pronto a intervenire al momento opportuno…
Esiste un potere che non ci abbandona mai (proprio come un Angelo Custode), e che appartiene a tutti, adulti e bambini. Ma crescendo diventa sempre più difficile ascoltarlo perché la razionalità lo deride e ne minimizza l’importanza.
Questo potere, chiamato sensitività o intuizione, corrisponde a quelle percezioni improvvise che emergono interiormente quando un’idea compare nella nostra consapevolezza senza passare per la ragione.
La sensitività è la chiave che permette l’accesso a un sapere non scritto e non logico, e funziona come un’antenna in grado di captare, dalle infinite conoscenze archiviate nell’inconscio, ciò di cui abbiamo bisogno di momento in momento.
E’ l’impulso che spinge gli animali a migrare, il radar che permette loro di ritrovare la strada di casa o di sapere quando si avvicina un pericolo.
La sensitività è una forma di conoscenza che appartiene a tutti gli esseri viventi ma che gli uomini hanno abiurato, viziati dalle tante protesi tecnologiche e dal bisogno conformistico di seguire il branco, anche quando questo snatura l’identità di ciascuno a vantaggio di bisogni indotti e innaturali.
Nel corso dei secoli, la specie umana ha abbandonato la propria naturale e spontanea ricettività e oggi, chi ancora mantiene un contatto con il sentire istintivo del corpo, il più delle volte se ne vergogna e lo nasconde, spesso anche a se stesso.
Viviamo in una civiltà che ci spinge a sopravvalutare la logica e a disprezzare il mondo interiore.
Va di moda concentrarsi sulla materialità e sull’apparenza delle cose, dimenticando che la vita è fatta di emozioni, paure, desideri, sogni e intimità, più che di oggetti, di soldi, di status e delle tante inutili cianfrusaglie che siamo spinti a comprare compulsivamente per favorire il guadagno di pochi e l’alienazione di molti.
La paura delle malattie esprime la necessità di ritrovare il legame con la propria parte animale, istintiva e selvaggia, e segnala la perdita di contatto con la naturale sapienza interiore del corpo.

Infatti, in questa nostra società, malata di competizione, di violenza e di egoismo, il corpo, più che essere lo strumento con cui attraversare la vita, è diventato la vittima delle nostre frustrazioni e della nostra alienazione, il luogo, segreto e sicuro, in cui sfogare la rabbia, la delusione e il risentimento, certi che soltanto lì nessuno interverrà a limitare i nostri bisogni di rivalsa e di vendetta.
Così, lo droghiamo con cibi malsani e poco nutrienti, lo avveleniamo con farmaci che non curano ma ammalano, lo obblighiamo a stili di vita innaturali, lo costringiamo a respirare sostanze tossiche, lo muoviamo poco, lo ingrassiamo tanto, e pretendiamo che sia sempre pronto a soddisfare ogni nostra richiesta, senza mai rispettare il suo bisogno di smaltire le tossine, di recuperare la salute, di aria, di luce, di sole e… di motivazione.
Questo modo di vivere, innaturale e crudele, spinge inesorabilmente verso la paura delle malattie perché le malattie possono agire indisturbate quando si è persa la consapevolezza di sé e si è ridotta la vita a un cumulo di doveri senza senso.
Privata del contatto con la saggezza istintiva del corpo, l’esistenza perde il suo significato e la morte appare minacciosa, inopportuna e crudele come una condanna.
Infatti, qualsiasi morte arriva sempre troppo presto per chi vivendo non ha vissuto e non ha dato spazio all’esperienza interiore che, invece, è la vita stessa.
E’ in questo modo che le malattie si trasformano in quei pericolosi mostri, invincibili e malvagi, che terrorizzano invece che essere il segnale di una disfunzione nello stile di vita, l’allarme rosso che consente di aggiustare il tiro e migliorare le condizioni della nostra esistenza.
Nel primordiale linguaggio del corpo, la malattia è il campanello d’allarme che segnala un bisogno insoddisfatto e vitale (sia fisico che psicologico), e in questo modo ci aiuta a vivere un esistenza sana e ricca di significato.
Ma per riconoscere e interpretare correttamente questo linguaggio, il corpo va ascoltato, compreso e amato, e non sfruttato, imbrogliato, drogato o maltrattato.
(Rifiutarsi di torturarlo con stili di vita forzati e malsani, dovrebbe essere l’impegno di tutti e non la velleità di pochi)
Per ripristinare il naturale contatto con la corporeità e l’istintualità è indispensabile prendere su di sé la responsabilità della propria salute, senza lasciarsi imbrogliare dagli allarmismi e dalle notizie sbagliate, volte a favorire il profitto delle case farmaceutiche, delle industrie alimentari e di quella piccola elite che tiene in mano le sorti del mondo.
Per aver cura di se stessi e non temere le malattie, bisogna attivarsi in prima persona, e cercare le informazioni da soli, stando attenti a non cadere nelle bugie della pubblicità e delle mode stimolate ad arte per vendere prodotti.
E’ indispensabile ascoltarsi e rispettare il proprio sentire profondo, aprendosi a quella pulsazione interna che invece impropriamente cerchiamo di ignorare e che troppo spesso preferiamo trasformare in un mostro sconosciuto e pericoloso pur di non accettarne le ragioni.
Ma soprattutto è necessario aprire il proprio cuore alle sensazioni che vi nascono, perché da quelle prende forma la nostra realtà.

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Apr
02
2013

Ebbene sì!
Anche le carote soffrono.
Soffrono… perché amano la vita e non vogliono morire.
Proprio come ogni altro essere vivente.
Alcuni ricercatori hanno dimostrato che le piante possiedono una loro sensibilità e interagiscono emotivamente con il mondo che le circonda (P. Tompkins ; C. Bird La vita segreta delle piante).
Senza bisogno di esperimenti, però, chiunque si occupi di vegetali impara con l’esperienza che alberi, erbe e fiori, possiedono un’anima che è necessario capire e rispettare per vederli crescere sani e rigogliosi.

Il pollice verde dipende dalla relazione che il giardiniere instaura con le sue piantine e dal modo in cui gli parla, le accarezza, le guarda, le incoraggia, le apprezza e le ama.
Ci sono persone che diventano vegane e decidono di vivere mangiando esclusivamente prodotti vegetali.
Chi sceglie di non nutrirsi più con la carne degli animali, inevitabilmente finisce per cibarsi solo di verdure e frutti.
La scelta vegana (di solito) è dettata dall’amore e dal rispetto per tutti gli esseri viventi e dal rifiuto di torturare e uccidere altre creature facendole diventare il pasto dell’uomo.
Gli animali ci mostrano la sofferenza e la paura di morire, ed esprimono il dolore in modi identici a quelli degli esseri umani.
Scappano, piangono, gridano si disperano, sanguinano, agonizzano e cercano aiuto con gli occhi e con i gesti.
Proprio come noi.
Le piante, invece, non hanno occhi per guardare né gambe per scappare, non sanguinano e non piangono, e questo rende molto più difficile l’identificazione e la possibilità di riconoscere in loro la paura della morte e l’attaccamento alla vita.
Ma, naturalmente, non significa che siano felici di diventare il nutrimento di qualcuno.
Chi si nutre di sole piante non può ignorare che cibarsi della vita di qualcun altro non è etico né amorevole.
Però, proprio da questa considerazione e dalla (ancora) inevitabile necessità di mangiare per sopravvivere, ha origine la scelta di alimentarsi esclusivamente di frutta e verdura evitando la carne e gli altri prodotti animali.
Dovendo sacrificare qualcuno per la propria sopravvivenza, i vegani preferiscono uccidere quegli esseri che, essendo privi di sistema nervoso, almeno non hanno una percezione fisica del dolore.
Certo, tutto ciò che è vivo vuole vivere e non morire.
Però, raccogliere erbe e frutti è un po’ come tagliarsi i capelli o farsi la barba, mentre ammazzare mucche, pecore o galline è simile a tagliarsi le dita (esce molto sangue e si prova un dolore terribile).
Probabilmente neanche i nostri capelli sono felici di incontrare le forbici del parrucchiere, né la barba è contenta di essere rasata, né i peli sono d’accordo a essere strappati con la ceretta o bruciati con la luce pulsata.
Ma il disaccordo e il dolore degli esseri che non possiedono terminazioni nervose è privo della sofferenza, dello strazio, della violenza e della tortura, che caratterizzano la morte di tanti animali condannati a diventare il pasto degli uomini.
Mangiare non è mai etico.
Le grandi figure spirituali di tutti i tempi ci hanno mostrato con l’esempio delle loro vite che l’evoluzione dell’anima cammina nella direzione di un nutrimento fatto di energia pura più che di alimenti, di Luce più che di cibo.
Ma tutti noi, comuni e imperfetti mortali che ancora non abbiamo raggiunto la saggezza e la consapevolezza spirituale necessarie per vivere di sola Luce, non riusciamo a rinunciare al cibo e per vivere abbiamo bisogno di mangiare (almeno per adesso).
Possiamo soltanto evitare che il nostro pasto sia condito di violenza, tortura, sofferenza e morte.
La ricerca medica ci mostra, con frequenza sempre maggiore, i danni che la carne e i prodotti di origine animale procurano al nostro organismo e queste informazioni costituiscono un motivo in più per evitare l’uccisione di tante creature viventi.
I cadaveri degli animali non sono un alimento sano né per il corpo né per l’anima.
La nostra coscienza percepisce intimamente che non è giusto ammazzare per vivere e ognuno di noi mantiene (almeno inconsciamente) la memoria del dolore che la propria sopravvivenza infligge ad altri esseri.
Sono queste considerazioni che spingono sempre più persone a scegliere di mangiare solo vegetali.
I vegani sono uomini e donne che non riescono a mostrarsi indifferenti davanti al dolore e alla morte di tanti esseri.
Gente incapace di zittire il proprio cuore.
Certo, è vero, anche le carote soffrono.
Ma la sofferenza possiede sfumature diverse.
C’è sofferenza nel tagliarsi le unghie e c’è sofferenza nel tagliarsi le gambe.
La prima è una sofferenza tollerabile, la seconda no.
L’unico cibo che (forse) è etico mangiare è la frutta.
Perché a frutta è la placenta del seme, serve alla pianta per propagare la propria discendenza ed è in sovrannumero proprio per rendere possibile la crescita costante delle nuove piantine, a dispetto delle difficoltà che possono incontrare nel germogliare.
Mangiare frutta non comporta dolore per nessuno (oltre ad essere estremamente sano), né alle piante né agli animali, né alle persone.
Infatti, non tutta la frutta può produrre nuove vite e quella che non viene mangiata finisce per marcire nella terra o per seccarsi.
Ma, se la scelta vegana è una scelta in contrasto con le abitudini alimentari sponsorizzate dagli allevatori e dai coltivatori e incentivate dal bombardamento pubblicitario dei mass media, nutrirsi di sola frutta è ancora più avversato.
Le nostre abitudini alimentari, incalzate dalle esigenze del mercato alimentare, ci spingono verso una varietà e un’elaborazione dei cibi che la frutta da sola non è in grado di soddisfare.
La vita semplice e naturale è poco gradita al consumismo e rischia di far deragliare l’economia e il profitto dei pochi che governano il mondo.

Ci sono persone che scelgono di nutrirsi solamente di frutta ma, purtroppo, ancora sono pochi spiriti avventurosi e liberi, consapevoli degli inganni che la società dei consumi agisce a discapito della salute e dell’alimentazione. Creature in grado di avventurarsi nel faticoso processo di disintossicazione dalle tante abitudini alimentari sbagliate che caratterizzano il nostro stile di vita.
Tanti altri, meno agguerriti, ma altrettanto attenti e rispettosi delle altre specie e del benessere del pianeta, preferiscono optare per scelte meno radicali e affiancare alla frutta anche le verdure. Consapevoli che, sì, è vero, anche i vegetali soffrono… ma non allo stesso modo in cui soffrono gli animali.
La responsabilità individuale verso la salute, il benessere e la costruzione di un mondo migliore è un percorso lungo, fatto di sbagli e di cadute ma anche di ascolto interiore e di rispetto per le esigenze della propria anima.
Mangiare senza violenza e senza infliggere dolore è un cammino di crescita personale che passa attraverso tappe successive.
Il primo passo verso un maggiore rispetto per se stessi è scegliere di non mangiare chi soffre e ci supplica di non morire con la stessa intensità di un essere umano.
