Archive for Agosto, 2011

Ago 30 2011

A PROPOSITO DEL SUICIDIO…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Le persone che decidono di togliersi la vita compiono un gesto di rottura che mette fortemente in discussione i criteri con cui abitualmente valutiamo la morte.

Si fermano a pensarci e poi scelgono di viverla.

Con consapevolezza.

Questo oggigiorno non è ben visto.

L’autonomia non piace e la libertà non fa tendenza.

Si preferisce evitare di pensare alla morte e con altrettanta leggerezza si demonizzano i suicidi.

“Era depresso…”

Questa diagnosi superficiale liquida velocemente una scelta che sembra non appartenerci.

Culturalmente preferiamo ignorare la morte e aspettare che ci colga di sorpresa, piuttosto che fermarci a valutarne l’esistenza.

Lasciare che il Destino, Dio, l’Energia Universale o il Karma, decida quando è il momento giusto per morire, significa affidarsi a qualcosa di sconosciuto, ritenuto più saggio.

Perché, però, etichettare come “psicologicamente malato” chi invece si concede il diritto di scegliere quando e come cessare di vivere?

Coloro che prendono per se stessi una decisione diversa dalla fatalità meritano comprensione e apertura.

Non dovrebbero essere confinati dentro una patologia psichiatrica, tante volte individuata a posteriori e solo per giustificare un gesto che altrimenti ci appare incomprensibile.

L’urgenza di trovare spiegazioni, nasconde la nostra paura di morire dietro una patologica arroganza, che non allevia il dolore a chi resta e non soddisfa il bisogno di risposte.

LA MORTE COINVOLGE TUTTI

Potrà trattarsi di una malattia, di un incidente o della vecchiaia ma, prima o dopo, il momento di spegnersi arriverà per tutti.

Abbiamo l’assoluta certezza che la vita sia sempre inscindibilmente legata alla morte.

Almeno fino a quando non ci sarà permesso di credere all’immortalità (ma questo oggi sembra ancora poco praticabile).

Allora perché non concedere alla scelta di morire la stessa rispettabilità che accordiamo al nostro fatalismo?

La morte è un momento intimo e personale che riguarda le misteriose profondità di ciascuno e il senso della vita che si è vissuta.

Un passaggio che si attraversa in solitudine.

E che ognuno può valutare soltanto per se stesso.

Chi decide il momento in cui morire, affronta tutto questo con coraggio.

Merita dignità.

Anche se la sua scelta ci fa male.

Anche se non ne condividiamo i motivi.

Anche se ci lascia da soli.

Il cuore non è normale.

E’ libero.

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Ago 26 2011

Le personalità creative: HANNO UN RADAR INCONSCIO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Le personalità creative sono dotate di una sorta di radar inconscio.

Captano gli stati d’animo degli altri.

Anche quando non ce ne sarebbe bisogno.

Questo fenomeno avviene in loro spontaneamente e involontariamente, spesso anche senza che se ne rendano conto.

Può succedere che si sentano “male”, “a disagio” o “tristi” senza nessun motivo; perché, inconsapevolmente, stanno sentendo “il male”, “il disagio” o “la tristezza” di qualcun altro.

Non sanno come fanno… però succede!

Matteo e la zia Caterina

Matteo proviene da una famiglia in cui le guerre, le fazioni e gli schieramenti sono all’ordine del giorno. Tra i suoi parenti si può convivere e non parlarsi, anche per anni.

Questo modo rigido di gestire i rapporti affettivi non gli è mai piaciuto (anche se spesso ha dovuto subirlo) e in se stesso l’ha combattuto permettendosi un’emotività e una tenerezza che dalle mura familiari è sempre stata bandita.

Quando arriva alla soglia dei trent’anni, decide di rompere il muro di disprezzo e di silenzio che separa la sua famiglia da quella della zia Caterina.

La zia più anziana della famiglia paterna.

Quella che lo faceva giocare quando era ancora un bambino.

Nonostante le comunicazioni tra le famiglie siano state chiuse moltissimi anni fa, dopo terribili discussioni colme di accuse, Matteo conserva di lei un ricordo dolce di gelati mangiati insieme nei pomeriggi d’estate e di giochi con la terra bagnata.

Per questo, decide di trasgredire le severe norme familiari e una sera, senza preavvisare nessuno, si reca a farle visita.

In preda allo sbigottimento, la zia Caterina lo accoglie sulla porta, indecisa se invitarlo a entrare o cacciarlo via come un venditore inopportuno.

Passano insieme una buona mezz’ora…

In piedi.

Davanti alla porta.

Poi la zia si arrende all’affettività di Matteo e lo invita a entrare.

Quando ritorna a casa, Matteo è soddisfatto della visita e della missione trasgressiva appena compiuta ma, nei giorni successivi, diventa inspiegabilmente nervoso e triste, alternando momenti di solitudine e isolamento a momenti di sconforto in cui un senso d’inutilità della vita prende il sopravvento sul suo abituale buon umore.

In preda alla preoccupazione mi confida la paura di essere caduto in depressione senza nessun motivo apparente.

Nei sogni, però, la verità si mostra con maggiore chiarezza e ciò che insieme mettiamo in luce è che il malessere che lo attanaglia… non è il suo!

Matteo sente, come se fossero suoi, il dolore e la rabbia della zia Caterina che, dopo l’intermezzo di quella sua visita inaspettata, ha ripreso lo stato d’animo di sempre, fatto di livore e risentimento verso il fratello, il padre di Matteo, e verso tutti i suoi familiari.

Matteo, che è riuscito a ricreare con lei, per il breve tempo di quell’incontro, il legame che in passato era esistito tra loro, purtroppo, ne ha come “assorbito” la negatività.

Per questo, adesso il suo radar interiore capta la rabbia e la solitudine della zia che, interpretando male quel gesto di avvicinamento, si sente vittima di una congiura agita ai suoi danni proprio dallo stesso Matteo.

Insieme lavoriamo per ridistribuire gli stati d’animo:

  • quello di Matteo, fatto di una grande delusione per l’incomprensione e il fraintendimento da parte della zia.

  • quello della zia, carico dell’impossibilità di lasciare spazio ai sentimenti teneri e al dolore che inevitabilmente consegue alle separazioni familiari. La rabbia e il risentimento, infatti, spesso costituiscono un anestetico “naturale”.

Rendersi conto che alcuni dei suoi vissuti “non sono i suoi”, ma riflettono il disagio della zia intrappolata dentro le rigide regole della famiglia, permetterà a Matteo di recuperare la propositività e il suo naturale entusiasmo per la vita.

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Ago 21 2011

LEGAMI IMMORTALI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

Antoine de Saint-Exupéry

Quando muore una persona cara, il legame che ci ha unito resta.

E diventa più grande e più forte.

Per poterlo riconoscere, però, occorre imparare a “vedere, toccare e sentire” con il cuore.

Il cuore riconosce la presenza anche di chi non ha più un corpo.

La presenza fa parte del legame.

Il legame non ha nessun corpo.

Il cuore è abituato a vedere, sentire e toccare tutto ciò che non ha corporeità.

Ma che cos’è la presenza?

La presenza è qualcosa d’impalpabile che permea ogni essere, è una specie di atmosfera, l’allure che circonda le persone.

In teatro la “presenza scenica” indica il carisma di un attore.

Fuori dai teatri, se ne parla poco.

Di solito non facciamo caso alla “presenza” delle cose e degli esseri.

I sensi fisici ci distraggono.

Siamo abituati a riconoscere soltanto le percezioni sensoriali e non diamo importanza a quello che invece sentiamo dentro.

Ascoltiamo il cuore solo se ci invia dei segnali molto forti.

Quando muore qualcuno che amiamo ci ricordiamo di avere un cuore.

Il dolore che si prova non riguarda i sensi, è un dolore interno che attanaglia l’anima.

Non è concreto, non è quantificabile, non è scientifico.

Ma è reale.

In quei momenti ci accorgiamo, improvvisamente, della percezione del cuore.

La sofferenza annichilisce e, per questo, spesso finiamo per imbavagliare il cuore con i farmaci.

Se stiamo attenti, ci accorgiamo di provare sempre “qualcosa” di non riconducibile ai cinque sensi e possiamo notare le percezioni cardiache in ogni istante della nostra vita, davanti a persone, luoghi, cose, circostanze ed eventi.

Di solito non le ascoltiamo… ma le abbiamo.

Quando entriamo in una casa, per esempio, siamo avvolti dalla sua atmosfera.

Possiamo guardare gli arredi, la luce e i colori, possiamo sentire la temperatura e l’odore ma, in aggiunta a queste percezioni fisiche, abbiamo una sensazione interna che ci racconta qualcosa e ci parla della casa e del modo di essere dei suoi abitanti.

Il nostro materialismo, troppo radicato, spinge a trovare solo motivi concreti per giustificare le impressioni interiori, ma non sempre questa traduzione dei significati immateriali in informazioni materiali riesce bene.

Vi sarà capitato di entrare in un appartamento pulito, ordinato e curato… e di sentirvi a disagio.

La padrona di casa è gentile, vi fa accomodare, vi offre qualcosa. Eppure quella sensazione non passa.

Non c’è una ragione, è tutto ok, però… in quel posto non state bene.

A volte può bastare solamente cambiare stanza, per veder scomparire il malessere. A volte il disagio resta addosso finché non ve ne andate.

Appena uscite dall’abitazione, la sensazione passa.

Il disagio di cui stiamo parlando è un’informazione che avete percepito con il cuore e appartiene al legame tra la casa e chi ci vive. Vi fa sapere che c’è qualche “fastidio”.

Avvertiamo sempre la “presenza” delle persone.

Quando siamo con qualcuno, sentiamo la sua presenza.

La sentiamo anche stando in silenzio.

Anche se ognuno legge qualcosa per conto suo.

Anche se non ci si guarda, non ci si tocca e non ci si parla.

E’ la ragione per cui i bambini si trasferiscono con i loro giocattoli appresso agli adulti, invece che giocare nella stanza dei giochi.

Quando qualcuno muore, la sua presenza non muore.

Il legame si amplifica dopo la morte e la presenza si fa sentire di più.

Ma, purtroppo, il nostro pensiero imbevuto di materialità traduce la percezione cardiaca della presenza in “assenza”.

Mi manca! Non c’è più. Non devo pensarci. Mi ci devo abituare.

Questi pensieri ottundono la percezione della presenza di chi non ha più un corpo.

La presenza fa parte del legame.

Possiamo avvertire e sentire il legame soltanto usando il cuore.

Per accorgerci della presenza di chi amiamo, dobbiamo riconoscere al cuore un potere di conoscenza.

Per farlo bisogna ammettere che le sue percezioni hanno la stessa importanza che di solito attribuiamo alla mente, al sistema nervoso e al cervello.

E comprendere che ciò che sente ha realtà.

Definiamo normale un tipo di percezione basato esclusivamente sui cinque sensi.

E, spesso, ci sentiamo poco normali nel riconoscere la stessa importanza alla percezione interiore.

Ma nell’A-normalità di ascoltare il proprio cuore sta la salute mentale e la via per costruire un mondo migliore.

Il cuore non è “normale”.

E’ vero.

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Ago 16 2011

Le personalità creative: SONO INTUITIVE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La parola sincronicità indica la connessione fra eventi psichici (stati d’animo, pensieri, sentimenti) e fatti oggettivi (incontri, informazioni, cose) che avvengono nello stesso tempo e senza che esista tra loro una relazione di causa/effetto.

La sincronicità si riferisce alle “coincidenze significative”.

Anticipazioni di fatti che non sono ancora successi, conoscenza istintiva dei pensieri degli altri, percezioni che non sono attribuibili ai cinque sensi, sesto senso… sono tutti fenomeni che appartengono a una modalità sincronica di esistere, basata sul contatto profondo con l’inconscio e su un attivo funzionamento dell’emisfero destro.

Le personalità creative di solito possiedono una naturale sensitività, cioè utilizzano spontaneamente queste risorse.

Purtroppo, capita spesso che le percezioni che non corrispondono ai cinque sensi siano demonizzate e considerate ingiustamente un “difetto”, invece che una risorsa in più da poter utilizzare quando serve.

Loredana e la relatività del tempo

Quando si presenta al primo appuntamento, Loredana ha paura di avere qualche strano e incurabile disturbo psichico.

Da diverso tempo le capitano dei fenomeni che la disorientano e la spaventano.

Conosce, senza sapere come, fatti ed eventi che non sono ancora successi e lo sa con una tale certezza da confondere il presente col futuro.

“E’ nato il bambino di Valentina?”

Ha domandato con tranquillità a sua madre, qualche mese fa.

“Quale bambino!? Valentina si sposa tra qualche giorno e non mi risulta proprio che sia incinta! Lo sai che non può avere figli!”.

La mamma la guarda sconcertata e preoccupata.

Loredana arrossisce senza sapere cosa dire.

Lei e sua cugina Valentina hanno la stessa età e sono cresciute insieme come due sorelle. Loredana sa benissimo che Valentina ha una diagnosi di sterilità e che questo ultimamente l’ha resa molto triste, nonostante i preparativi per il matrimonio.

Eppure ha la matematica certezza che Valentina stia aspettando un bambino. Ne è talmente sicura da dimenticare tutto ciò che sa!

Imbarazzata, borbotta qualche scusa per giustificare con sua madre quella “distrazione” e poi corre a nascondersi in camera sua.

Non è la prima volta che le capitano “consapevolezze” del genere.

La certezza che sente dentro di sé la confonde e la rende insicura, in cuor suo spera questa volta di sbagliarsi.

Ma non passa più di un mese dal matrimonio di Valentina che la mamma le annuncia soddisfatta:

“Tesoro, lo sai? Avevi proprio ragione! Valentina è incinta. Già da prima del matrimonio! Ma tu come facevi a saperlo?! Dì la verità, te lo aveva confidato lei… Vero?”.

Loredana è nuovamente imbarazzata e confusa per un “pettegolezzo” che non ha fatto e non avrebbe neanche mai voluto fare.

spazio-bianco-corto

“Perché mi succedono cose come questa?” mi chiede, con un misto di apprensione e speranza “Cosa posso fare per evitarle? Non voglio essere un fenomeno paranormale. Mi fa paura!”.

Fenomeni di questo tipo succedono con facilità alle personalità creative.

Mostrano l’esistenza di un contatto diretto con una conoscenza che esiste “fuori dal tempo”.

La parapsicologia li chiama con il termine inquietante di “premonizioni”, ma più comunemente le chiamiamo intuizioni.

Non si tratta di una malattia e non è assolutamente niente di cui doversi preoccupare.

E’ solo un diverso modo di conoscere la realtà.

Mentre di solito utilizziamo il ragionamento logico matematico per conoscere quello che ci circonda, le personalità creative usano spontaneamente anche l’intuizione.

Possiamo parlare di conoscenza istintiva o di sesto senso.

E’ quello che permette agli uccelli migratori di sapere dove stanno andando, alla madre di sentire quando il suo bambino ha bisogno di lei e di svegliarsi al momento giusto, all’animale di ritrovare la strada di casa, agli innamorati di telefonarsi nello stesso momento (e trovare il telefono occupato!).

La creatività estrae da un serbatoio inconscio di conoscenza  “la cosa giusta al momento giusto”, senza utilizzare la sequenza, prima/dopo, che solitamente caratterizza i nostri ragionamenti.

Così, alle personalità creative può capitare di sapere qualcosa senza sapere come fanno a saperla.

Lo sanno e basta.

E’ un’intuizione.

Punto.

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Ago 12 2011

A PROPOSITO DELLA MORTE…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Morte e immortalità sono argomenti che spaventano.

Non se ne parla volentieri.

Riteniamo che la morte sia un evento che tutti, prima o poi, dobbiamo affrontare ma viviamo cercando di non pensarci.

Come se non ci riguardasse davvero.

Riflettere sulla morte, di solito ci trova scissi in due differenti impostazioni di pensiero.

Da una parte ci sono i dogmi religiosi, che offrono un’interpretazione strutturata e immodificabile dove incasellare le nostre convinzioni.

Dall’altra c’è la scienza, che getta via tutto quello che non si può misurare e, non riuscendo ad avere risposte soddisfacenti, se ne disinteressa.

Il cuore e le emozioni, messi sotto pressione al pensiero del trapasso, faticano a trovare posto in questa rigida dicotomia.

Così, in una zona franca di se stesso, ognuno di noi coltiva le sue teorie “personali” e gestisce come può l’incoerenza che esiste tra religione, scienza e vita vissuta.

Istintivamente, però, ci spaventa l’idea che tutto finisca.

La paura di scomparire in un nulla assoluto ci attanaglia tutti.

Puf… più niente!

E’ un pensiero innaturale.

Vive dentro di noi un’idea di “permanenza” che trova le sue radici e le sue conferme nell’esperienza della nascita.

Perché rifiutiamo l’idea che con la morte

tutto finisca

Abbiamo avuto tutti una prima esperienza di “morte” durante il parto.

La paura della morte è la paura della fine.

La fine di noi stessi e la fine di quelli che amiamo.

Nel corpo della mamma conosciamo per la prima volta la “fine”.

Sia la nostra fine, sia la fine dell’essere amato che ci circonda (in seguito lo chiameremo “mamma”).

Durante la vita intrauterina, la simbiosi fisiologica ci fa essere un tutt’uno con il corpo materno.

Ma poi arriva un momento in cui niente funziona più e… una parte di me spinge via un’altra parte di me.

La sputa fuori e “tutto-ciò-che-sono” finisce!

Ma non sparisco inghiottito dal nulla… tutto cambia!

Di colpo “tutto-ciò-che-ero” scompare, per diventare qualcosa di sconosciuto e molto diverso.

Devo respirare. La pelle brucia. Ho fame. Devo mangiare. Mi sento solo.

Un trauma. La nascita. Che ci portiamo appresso per tutta la vita.

Impariamo lì che, dopo la fine, si riparte.

Nell’ignoto.

E, benché niente sarà mai più uguale a quei nove mesi trascorsi nel grembo materno, qualcosa perdura e si fortifica anche dopo che la nostra prima “morte” ha fatto sparire tutto (cioè: “tutto-ciò-che-sono-stato-fino-a-quel-momento”).

Dopo la nascita, di conosciuto e familiare ci resta solo il legame con la mamma. Che diventa più intenso, più chiaro e più forte.

Quel legame appartiene a un meccanismo fisiologico, chiamato in gergo psicologico: “Preoccupazione Materna Primaria”.

Si forma durante la gravidanza e prosegue per tutto il tempo di accudimento dei cuccioli.

La preoccupazione materna primaria è ciò che permette alla mamma di conoscere istintivamente i bisogni del suo bambino.

Di svegliarsi poco prima che pianga, di sapere quando ha fame, quando ha sonno o quando deve essere cambiato.

Grazie a questo legame succedono spesso fenomeni di “telepatia” tra madri e figli.

Mamma e bambino sanno, senza bisogno di parole.

A volte, questo succede anche quando si trovano a chilometri di distanza l’uno dall’altra.

La comunicazione senza parole esiste in tutti i legami profondi.

Sono stati fatti numerosi studi sul rapporto telepatico, sia tra madri e figli sia tra i gemelli (che hanno condiviso nove mesi nella stessa pancia).

Gli innamorati ne fanno esperienza comunemente.

Per esempio, quando si telefonano nello stesso istante… trovando occupato!

Il legame affettivo è un ponte che unisce due persone oltre i limiti dello spazio e del tempo.

Nella morte, il corpo decade e ogni cosa percepibile con i cinque sensi, scompare.

Ma il legame che ha unito due persone, no.

Quello diventa più intenso, più chiaro e più forte.

Nel momento della morte, quando di materiale non rimane nulla, l’amplificarsi del legame è interpretato impropriamente, da chi resta, come espressione di nostalgia.

Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Mi manca.

Non devo pensarci.

Invece, l’attenzione al legame è ciò che ci permette di gestire la morte dei nostri cari con qualche strumento di comprensione in più.

Dopo la morte, il legame si amplifica e quando il corpo sparisce, l’attenzione si focalizza sull’unione.

Quando muore qualcuno con cui siamo stati legati, dobbiamo imparare a sperimentare l’unione, senza vedere e toccare la persona amata.

Dobbiamo imparare a “vedere e toccare” l’unione.

Il dolore del lutto ci spinge in quella direzione, spontaneamente. E’ come un detonatore che fa esplodere la bomba interna del nostro legame.

Immateriale.

Ma reale.

Il legame che unisce due persone non è concreto. Esiste fuori dalle coordinate di spazio e tempo.

E’, però, molto tangibile.

Dopo la morte cresce, si fortifica e diventa grande.

Come un neonato.

Ha bisogno di silenzio, delicatezza, attenzione e cure.

Va seguito, alimentato e capito.

Il cuore lo sa.

La mente non lo afferra.

E io? …devo imparare a tollerarlo e a farne esperienza.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Ago 07 2011

Le personalità creative: HANNO UNA LEADERSHIP POCO APPARISCENTE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nonostante le personalità creative siano del tutto disinteressate al potere, proprio questa caratteristica fa di loro dei leader.

Infatti, l’innata propensione a condividere li rende capaci di prendere decisioni nell’interesse comune.

Sono quelli cui tutti fanno riferimento, anche se spesso si tratta di leader poco appariscenti.

Poco propense a mettersi in mostra, queste persone possiedono un carisma naturale che le porta, nonostante tutto, a trovarsi al centro delle situazioni.

Tradizionalmente tendiamo a considerare soltanto l’aspetto più grossolano della leadership, cioè il bisogno di potere.

Viceversa, un leader che sia veramente tale, non è chi insegue e desidera il potere a tutti i costi, ma chi è capace di sacrificare il proprio egoismo per perseguire un vantaggio comune.

E in questo le personalità creative sono maestre.

Perciò, anche se la loro leadership non sempre è riconosciuta (talvolta neanche da loro stessi) costituisce una delle loro principali caratteristiche.

Succede, però, che in queste persone la naturale attitudine alla centralità sociale si scontri con l’insicurezza, la timidezza e la bassa autostima (che purtroppo consegue a un’errata comprensione di questa struttura di personalità) facendo sì che finiscano per avere molti doveri e pochissimi riconoscimenti.

Daniela e il tango

Daniela è la figlia più grande di cinque fratelli. Unica femmina tra tanti maschi. Quando la conosco, si sta separando dal marito, dopo una convivenza durata oltre venti anni.

“Mi sarebbe piaciuto continuare a studiare…” racconta “ma mio padre ha voluto che mi mettessi subito a lavorare perché in casa uno stipendio solo non bastava per tutti.”

Così la fatica riempie la sua esistenza molto presto.

Quando si sposa, la situazione non migliora. Il marito, rappresentante di commercio, è sempre in giro e Daniela segue da sola la casa, i bambini, la madre anziana e una zia invalida e bisognosa di cure.

Solo dopo la separazione, la vita diventa un po’ più facile.

Occuparsi dei figli, ormai ventenni, è meno impegnativo e nonostante la dedizione costante alla madre e alla zia, finalmente ha più tempo per se stessa.

Per questo s’iscrive a un corso di ballo, passione censurata e segreta sin da quando era bambina… e scopre nel tango la sua profonda vocazione!

Il tango le riempie le giornate di entusiasmo, di passione e di nuovi amici.

Daniela, che ha quasi cinquant’anni, si sente tornare la ragazzina di una volta. Quella che, probabilmente, non è mai stata.

Ma mentre passa le serate tra milonghe e stage di perfezionamento, sente che la sua vita si fa sempre più affollata e, ancora una volta, meno sua.

“Il tango avrebbe dovuto essere un momento dedicato a me stessa” racconta “e invece è diventato quasi un lavoro, senza ferie e senza diritto alla malattia.”

Alla scuola di ballo, infatti, tutti la cercano e tutti hanno bisogno di lei.

Perché lei sa ascoltare i problemi di tutti, perché lei è sempre disponibile, perché lei non dice mai di no, perché lei balla molto bene, perché lei è affidabile e sa tenere i segreti, perché lei mette la sua casa a disposizione, perché lei passa a prendere chi è senza macchina, perché lei non brucia gli appuntamenti all’ultimo minuto, perché… l’elenco potrebbe continuare ancora.

Ma c’è un solo grande perché.

Perché Daniela è un leader.

Poco appariscente, riservata e discreta, ma leader. E quando non c’è lei, il gruppo… ne risente.

Lo sa il maestro di tango che la chiama spesso per organizzare le serate e lo sanno gli amici che la cercano sempre.

L’unica che ancora non lo sa, è proprio lei. Daniela. Che sente di non farcela più a stare appresso a tutti mentre continua a essere il punto di riferimento.

Nella sua vita, Daniela è sempre stata un punto di riferimento per gli altri.

Prima per la sua famiglia. Poi per le colleghe di lavoro. Infine per il marito e i figli. Adesso per la scuola di tango.

La sua leadership, però, è poco appariscente.

Ma che cos’è un leader?

Il leader è colui che ha influenza sui membri di un gruppo. Cioè una persona che avendo ascendente sugli altri ne condiziona il comportamento.

Ci sono leader la cui influenza sul gruppo è evidente a tutti immediatamente (per esempio, un bravo insegnante) e leader la cui influenza sul gruppo non è immediatamente visibile perché non amano trovarsi al centro dell’attenzione, nonostante abbiano ascendente sugli altri.

Questi ultimi sono chiamati “leader occulti”.

Daniela è una di loro.

La sua centralità non appare perché lei è sempre molto discreta e riservata, ma la gran quantità di contatti che tiene con tutti la porta ad avere un ascendente sul gruppo della scuola di ballo, compreso il maestro di tango.

La sua leadership, però, ultimamente sta diventando una leadership con molti doveri e pochi riconoscimenti ed è per questo che Daniela sente di non farcela più!

Tutti la cercano per mille motivi diversi ma a nessuno viene in mente di chiederle: “Come stai?”.

Sanno che sta uscendo da una separazione ma non pensano che anche lei abbia bisogno di aiuto.

Questo perché Daniela ha imparato a dare ma non ha ancora imparato a chiedere. Sa come aiutare gli altri, ma non sa come domandare aiuto per se stessa.

Da bambina ha capito che si lavora per la famiglia ma non che la famiglia ti sostiene nelle difficoltà.

Nel corso dei colloqui dovrà riformulare i propri apprendimenti, per fare in modo che la sua passione per il ballo non si trasformi in un lavoro senza retribuzione.

Rendersi conto della sua naturale attitudine alla leadership le servirà a evidenziare i suoi talenti e a permetterle di non sentirsi in colpa nel momento in cui anche lei ha bisogno di ricevere qualcosa.

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Ago 03 2011

A-TEMPORALITA’: senza il tempo

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

L’a-temporalità è uno stato della coscienza in cui si è talmente concentrati da non avere più la percezione del tempo che passa.

Le personalità creative entrano con facilità in questo stato psichico e perciò, a volte, è difficile programmare le cose con loro.

L’a-temporalità ci permette di diventare un tutt’uno con quello che stiamo facendo.

Gli artisti, di solito, chiamano questo modo di essere “ispirazione” o “estasi creativa”.

Gli innamorati ne sono posseduti in certi momenti d’intimità e i mistici lo sperimentano nella contemplazione o durante la meditazione e la preghiera.

Tutti quanti entriamo in una condizione di a-temporalità quando siamo talmente immersi nei nostri pensieri da non accorgerci di nient’altro.

In quei momenti usufruiamo di un’attenzione totale e focalizzata.

Sperimentare questo stato di coscienza consente di perdere il confine tra se stessi e il resto del mondo e di diventare un tutt’uno con l’oggetto della nostra attenzione.

In questo modo si può accedere a una conoscenza per “appartenenza”, diventando letteralmente quello che si vuole conoscere.

Non è un processo “logico”, però è naturale. Appartiene alle modalità di conoscenza dell’emisfero destro.

FENOMENI MOLTO-NORMALI

Le personalità creative alternano alla conoscenza lineare questa conoscenza “per identificazione”, in virtù della quale hanno spesso fenomeni intuitivi e sensitivi.

Si tratta di eventi ingiustamente chiamati “paranormali”; un termine che spaventa e infastidisce molti perché evoca spettacoli da baraccone e spiritismo.

I cosiddetti “fenomeni para-normali” sono invece fenomeni molto normali.

Capitano a tutti e sono più frequenti di quanto non si creda.

Le persone, però, preferiscono non raccontarli troppo in giro per paura di essere derise o emarginate.

Purtroppo tutti gli accadimenti che la logica non riesce a processare sono collocati, dall’immaginario comune, in quella A-normalità che fa paura.

I fenomeni intuitivi e sensitivi non sono ammessi dalla scienza perché, non essendoci distinzione fra se stessi e l’oggetto della conoscenza, seguono un criterio soggettivo che la scienza ancora non sa gestire e non annovera tra i suoi criteri di ricerca.

Il cuore e i criteri soggettivi sono strettamente imparentati.

cuore

Il nostro cuore legge il mondo utilizzando sempre parametri soggettivi.

Questo significa che non è replicabile, non è riproducibile e non si può clonare.

Ma non vuol dire che non sia reale.

La nostra irripetibilità è unica e reale.

Ci permette di sentire con chiarezza la verità di quello che stiamo vivendo.

Il cuore non è normale.

E’ vero.


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