Archive for Settembre, 2011

Set 30 2011

Le personalità creative: SONO INSICURE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Gestire una molteplicità di sé può portare a sentirsi insicuri e incoerenti e può generare idee di auto svalutazione e bassa autostima.

La plasticità, infatti, non è facile da condividere e, spesso, viene interpretata come incoerenza o mutevolezza del carattere.

Quando non sono capite, le personalità creative possono essere giudicate: dispersive, ipersensibili, insicure, lunatiche o impulsive.

(A volte anche da loro stesse).

Per riconoscere e utilizzare appieno i vantaggi della loro poliedricità, è necessario comprenderne il funzionamento.

A volte, per ripristinare un’adeguata comprensione di sé, è necessario un aiuto psicologico.

MATTEO HA TANTI SE’…

Matteo ha tanti sè.

Si è trasferito in Sardegna per stare vicino alla sua donna, Annalisa, e costruire una vita insieme con lei ma ultimamente si sente insicuro su tutto.

Non sa più quale sia la scelta giusta.

E’ confuso.

Matteo è il figlio più grande di una famiglia numerosa.

Il papà è morto quando lui era ancora molto giovane e la mamma ha sempre contato su di lui.

Quando ha deciso di trasferirsi da Torino a Cagliari, la sua mancanza l’hanno sentita tutti. Amici, mamma e fratelli. Anche quelli ormai grandi e sposati.

La mamma gli telefona ogni giorno.

“Almeno una volta ha bisogno di sentirmi” racconta Matteo “sono il suo psicologo, il suo confessore e il suo antidepressivo!” poi sorride con tenerezza al pensiero dei tanti problemi, spesso inesistenti, della mamma.

“Non vuole farmene una colpa ma il fatto che abbia scelto di vivere qui, non le va giù. Mi giudica sempre troppo impulsivo.”

Matteo è paziente con lei e lo è anche con Annalisa.

“Annalisa vuole che la accompagni dappertutto. Le piace che la aiuti perfino nel lavoro! Fa l’arredatrice e spesso deve viaggiare e scegliere oggetti e mobili per conto dell’azienda dove lavora. Molte volte io non potrei assentarmi e sono costretto a fare i salti mortali pur di accontentarla. Non sempre è possibile…”

La pazienza di Matteo non si limita nemmeno con il suo principale.

“Il capo mi chiede di occuparmi di tutto. Sa che so essere diplomatico e trattare con i colleghi. E finisce che, per accontentare tutti, ci rimetto io!”

Matteo ha una personalità creativa e, per questo, è naturalmente portato a comprendere i bisogni degli altri.

Quando parla al telefono con la mamma, sente il suo dispiacere per la lontananza e si fa in quattro nel cercare di consolarla.

Quando è con Annalisa, capisce il suo entusiasmo e la passione che riversa nelle cose che fa, e sceglie di accompagnarla senza considerare le ripercussioni che quelle partenze improvvise provocano nelle sue attività.

Quando poi è al lavoro, conosce le necessità del caposervizio e dei colleghi e si prodiga per cercare di creare una collaborazione produttiva per tutti.

Ma quando, infine, si ricorda di essere solamente Matteo… be’… allora si sente confuso!

Perché, a forza d’immedesimarsi negli altri, ha perso il contatto con le proprie esigenze.

Così, ogni tanto, ascolta se stesso e… delude tutti, negando di colpo e senza preavviso la disponibilità (tanto naturale da essere scontata e, spesso, pretesa).

Ecco perché è giudicato: lunatico, collerico e prepotente.

Per essere valutato con più generosità e obbiettività da chi gli sta intorno, Matteo dovrà imparare a essere meno brusco e improvviso, quando decide di ascoltarsi e volersi bene.

E costruire un equilibrio nuovo tra i suoi bisogni e le esigenze altrui.

Senza sentirsi in colpa quando pensa a sé.

E senza sentirsi usato quando pensa (troppo) a quelli che ama.

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Set 26 2011

MORTE E PERCEZIONE CARDIACA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Il legame e la presenza fanno parte di una modalità cardiaca di leggere la realtà, che ho chiamato percezione cardiaca.

La percezione cardiaca è un criterio d’interpretazione degli eventi che, di solito, non consideriamo importante, perché utilizza parametri soggettivi.

Tutti quanti adoperiamo la soggettività per valutare le cose che ci capitano.

Ma, in genere, lo facciamo senza rendercene conto.

Perciò, mentre siamo sempre molto soggettivi, pensiamo invece di essere totalmente oggettivi.

L’errore sta nel credere che ci sia una realtà… che esiste al di fuori di noi.

Be’… anche ammesso che questo presupposto fosse vero… nessuno potrà mai verificarlo!

Perché possiamo conoscere la realtà soltanto attraverso noi stessi.

Infatti, senza un “me” che legge il mondo non potrò mai sapere se il mondo esiste ancora.

Sono sempre io che interpreto quello che succede.

Sono io che percepisco, giudico e valuto.

La soggettività permea costantemente la comprensione che abbiamo della vita, anche se preferiamo credere in qualcosa di assolutamente oggettivo, posto al di fuori di noi.

Le esperienze soggettive sono reali

Di solito quest’affermazione non piace.

Tutto ciò che è soggettivo, è giudicato immaginario, inesistente, poco attendibile!

Ecco perché è difficile parlare della morte.

La morte è un’esperienza che parla alla soggettività.

Ci rende bruscamente consapevoli della percezione cardiaca.

Soprattutto la morte di chi ci è stato caro.

Non siamo preparati a credere alla soggettività e la giudichiamo illusoria.

La morte riacutizza il conflitto col cuore. Di colpo.

Quando muore qualcuno che abbiamo amato, la soggettività non può più essere ignorata.

Il dolore ci obbliga.

Il cuore parla.

In quei momenti, tocchiamo con mano l’intensità dei legami.

La loro prepotente realtà. Immateriale.

L’unione è un ponte.

Ci fa sentire l’altro, senza bisogno della fisicità.

Possiamo avere accanto quella presenza familiare… anche quando il corpo non c’è più.

Basta lasciar andare la paura e permettere alla soggettività di raccontare. La sua realtà.

L’abbiamo sempre saputo.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Set 19 2011

Le personalità creative: NON STANNO BENE SE C’E’ TANTA GENTE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Poiché “assorbono” gli stati d’animo degli altri, le personalità creative non possono stare troppo a lungo in luoghi affollati.

Per loro è come trovarsi davanti a una gran quantità di monitor che trasmettono tanti film diversi, tutti insieme.

Il risultato è… mal di testa, senso di malessere, confusione e stanchezza!

Proprio perché la loro attenzione e sempre totale, preferiscono dedicarsi a poche persone alla volta e prediligono i gruppi poco numerosi o le relazioni individuali.


CECILIA E GLI ATTACCHI DI PANICO

Cecilia chiede un appuntamento perché soffre di attacchi di panico.

“Non posso più muovere un passo!” racconta “ Se provo a entrare in un centro commerciale, dopo cinque minuti comincia a mancarmi l’aria, le gambe mi diventano molli e mi sento svenire. All’università, ho la sensazione di soffocare e non riesco a concentrarmi. Se poi esco per fare una passeggiata, è ancora peggio! Sto bene solo nella mia macchina oppure al mare la mattina presto, quando c’è fresco e non c’è nessuno.

Sono così da più di un anno e ormai non so cosa fare!”.

Mi guarda abbattuta, girandosi nervosamente l’anello intorno al dito.

Le analisi mediche non evidenziano alcuna patologia, eppure il suo malessere non accenna a diminuire, anzi… più passa il tempo e più sembra peggiorare!

Qualcuno le ha consigliato la psicoterapia ma Cecilia non ci crede, è scettica e scoraggiata dai troppi tentativi inutili.

L’unica cosa che funziona un poco, facendola stare “meno peggio”, sono gli ansiolitici che tiene in borsa come un talismano (e che prende sempre più frequentemente).

Nonostante la sua scarsa convinzione, lavoriamo insieme per qualche tempo e Cecilia mi racconta uno stile di vita: pieno di gente.

In casa, oltre alla madre e al padre, vivono tre fratelli e due sorelle.

Di sei figli, soltanto la sorella maggiore si è sposata e abita nel paese vicino ma, per via dei turni di lavoro, pranza ogni giorno insieme a loro, portando con sé la figlioletta che, nel pomeriggio, affida alla zia. Cecilia.

Cecilia è la figlia minore e anche il jolly della famiglia.

Passa la mattina all’università ma, dall’ora di pranzo in poi, aiuta genitori e fratelli dedicando tutto il pomeriggio a occuparsi della nipotina, delle faccende e di tante cose che nessuno ha mai voglia di fare.

Di notte condivide la stanza con la sorella.

“Quand’è che sta da sola?” le chiedo.

“Quando guido per andare e tornare dall’università.” risponde, dopo averci pensato un po’ su.

“Si sente bene in auto?”

“Certo, è il mio momento di riposo!” ammette sorridendo “La mia macchina è la mia tana. L’unico posto dove posso essere lasciata in pace.  Ascolto la musica che voglio. Parlo da sola. Invento canzoni. A volte piango. A volte rido. Come mi pare!”

Come tutte le personalità creative, Cecilia “assorbe” i sentimenti delle persone e li vive insieme con i suoi.

Stare in luoghi affollati la satura di vissuti.

Quando sale sulla sua macchina, può “strizzare la spugna emotiva” da tutto ciò che ha assorbito.

L’automobile è la sua “medicina”. L’unico luogo in cui finalmente riesce a ritrovare se stessa.

Ma il tragitto da casa all’università, è un tempo troppo breve rispetto a quello che trascorre quotidianamente “immersa” tra le persone.

Ci vorrà più di un anno perché Cecilia, passando per diverse “tappe psicologiche”, possa eliminare i tranquillanti dalla borsetta e gli attacchi di panico dalla sua vita.

Ecco la sua ricetta, un passo dopo l’altro:

  1. Aiutare la mamma in cucina ma mangiare da sola, nello studio.

  2. Aiutare la mamma in cucina ma preparare personalmente i suoi pasti. E mangiarli da sola, nello studio.

  3. Chiedere un compenso alla sorella maggiore, per fare da baby sitter alla nipotina.

  4. Prendersi del tempo per se da trascorrere in solitudine.

  5. Prendere una stanza in affitto e passare del tempo lontana dalla famiglia.

  6. Prendere una stanza in affitto e trasferirsi lì.

  7. Andare a trovare i familiari una volta o due alla settimana (e non tutti i giorni).

  8. Andare a trovare i familiari quando ne ha voglia, senza una regola precisa.

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Set 15 2011

PERCHE’ I GENITORI MUOIONO PRIMA DEI FIGLI?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando siamo bambini… i genitori ci insegnano a vivere.

Poi diventiamo grandi… e non abbiamo più nulla da imparare.

Infine, i ruoli s’invertono… e siamo noi ad aiutare loro nel superare le difficoltà della vita.

E’ a questo punto che i genitori ci insegnano a morire.

Viviamo evitando di pensare che i nostri cari un giorno ci lasceranno.

Per questo sembra che la loro morte arrivi ingiustamente e all’improvviso.

Ma vita e morte appartengono allo stesso percorso esistenziale e non possono essere disgiunte.

Si vive anche… per imparare a morire.

Cioè per scivolare dentro l’immaterialità.

I genitori aprono la via verso questa dimensione sconosciuta, ancora troppo irreale per noi figli.

Con i loro comportamenti, più che con le parole, ci insegnano a guardare la morte negli occhi.

A non sfuggirla.

Ci mostrano come passare dalla dimensione concreta e familiare, che chiamiamo vita, a quella immateriale e misteriosa, che chiamiamo morte.

Anche se non siamo abituati a parlarne, tutti ci domandiamo come e quando abbandoneremo questa realtà.

Si tratta di osservazioni fugaci, cui non dedichiamo troppo tempo né molta attenzione, perché ci è stato insegnato a giudicarle “pericolose” e a non indulgere in queste riflessioni.

Come se, anche il solo pensarci, potesse evocare la tragedia.

Eppure sono proprio i genitori a sfatare questo velo di oblio e a permetterci di osservare la morte da vicino, aiutandoci a prendere confidenza con il trapasso e costringendoci a una riflessione sul significato profondo della vita.

Nessuna morte (proprio come nessuna vita) arriva mai per caso.

Nascere e morire sono gli estremi di un’unica esperienza, colma di significato.

La perdita di un genitore è un evento che insegna molte cose e cambia di colpo la prospettiva dell’esistenza.

Perché costringe a misurarsi con la più grande di tutte le paure. La paura di scomparire nell’ignoto e nel nulla.

La morte, come la nascita, (“A proposito della morte…”) ci priva di ogni certezza e ci scopre soli e impreparati.

Permettendoci di guardare la loro morte, i genitori ci fanno un dono che completa il compito assunto mettendoci al mondo.

Col loro esempio, ci mostrano una strada e un modo per vivere la perdita della corporeità.

La morte è una scelta. Inconscia


Il nostro inconscio sente quand’è il momento giusto per morire.

Anche se la ragione non lo ammette e si ostina a considerare la fine della vita fisica: una casualità imprevedibile.

Il cuore, invece, è agile in dimensioni diverse dalla fisicità.

Sa che la morte è una trasformazione e, nella sua percezione, riconosce la scelta.

Di cambiamento.

Serve per dare compiutezza alla vita.

La morte di una persona cara, aiuta chi possiede un corpo a spostare l’attenzione dalla fisicità e a concentrarsi sull’immateriale.

In quei momenti, la paura di perdere gli affetti distoglie dalla concretezza e riallaccia l’essenza delle cose.

La scelta di morire regala a chi resta un tracciato per compiere quel passaggio.

Proprio come da bambini, ascoltando e criticando gli insegnamenti dei genitori abbiamo costruito il nostro peculiare modo di vivere la vita, oggi osservare la morte di mamma e papà ci aiuta a formare i criteri con cui attueremo il nostro “cambiamento di stato”.

Quando sarà arrivato il tempo per aprirci all’immaterialità.

I genitori sentono la morte arrivare e… la accolgono.

Anche quando preferiscono non parlarne e non lo raccontano a nessuno.

Nemmeno a se stessi.

Possiamo rendercene conto osservando i loro mutamenti.

Dapprima impercettibili, poi sempre più evidenti.

Molto tempo prima che sia giunto il momento di separarsi dal corpo, di solito, incominciano a fluttuare tra una dimensione e l’altra.

Dalla fisicità all’astrattezza.

Dall’astrattezza alla fisicità.

In maniera spontanea e naturale, il loro interesse si sposta dal mondo delle cose concrete, al mondo immateriale.

Per questo, sembra che stiano “perdendo colpi”.

In quei momenti di “assenza” avviene un cambiamento di prospettiva e l’attenzione si focalizza sulla percezione interiore.

Questo fisiologico passaggio dall’esteriorità all’interiorità, quel loro esserci e non esserci insieme, segnala l’inizio della “trasformazione”.

Non sempre, però, quest’andirivieni è condivisibile.

Se nel corso della vita non siamo stati abituati ad ascoltare le percezioni cardiache, il mondo interno diventa una scoperta troppo difficile da condividere in punto di morte.

Proprio perché l’abitudine a rifuggire l’interiorità non permette di sviluppare parole adeguate a comunicarne l’esperienza.

Ma il tacere che, spesso, accompagna le “assenze” non significa che la fluttuazione tra le dimensioni materiali e immateriali della coscienza, non avvenga.

L’astrazione dalla fisicità si realizza sempre.

Ciò che può mancare è soltanto il racconto verbale di quello che succede dentro.

Del resto, nessuno di noi ha potuto usufruire di strumenti efficaci a parlare di morte.

La mente scappa davanti a questi temi.

Ciò che conta è la comprensione emotiva, che avviene a prescindere dalle terminologie.

Nel nostro intimo, dialoghiamo sempre con i genitori durante il passaggio che conduce alla morte.

Lo facciamo, più o meno inconsciamente, dentro una dimensione immateriale e quasi telepatica, fatta di sensazioni e di emozioni più che di discorsi.

Possiamo stare con loro durante le “assenze” e “chiacchierare insieme” consapevolmente, adoperando il cuore.

Oppure, possiamo focalizzarci sulla fisicità, lasciando che l’inconscio gestisca da solo questo scambio d’informazioni.

La condivisione avviene comunque, che ne siamo consapevoli o no.

Fa parte del dono.

Amplifica il legame.

Fluttuare tra le dimensioni aiuta a perdere del tutto la corporeità, permettendo di vivere più intensamente l’unione.

Nel corso del tempo la nostra ragione formerà le parole per raccontarsi come tutto questo è successo.

Il cuore lo sa già.

L’amore non ha forma.

E’ una realtà.

Del tutto immateriale.


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Set 10 2011

EMOZIONI MALFAMATE: RABBIA, ODIO & FELICITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Le personalità creative vivono le emozioni con grande intensità e (poiché possiedono un sistema emotivo super dotato) possono sentirsi confuse nella gestione della loro sensibilità interiore.

Viviamo in un mondo che discrimina, emargina e sfrutta, senza mai fermarsi a considerarne le conseguenze.

Neppure i sentimenti sfuggono a questa tirannia!

Abbiamo emozioni giuste o sbagliate, lecite o illecite, buone o cattive…

… le buone ce le permettiamo e le cattive le censuriamo.

Ma questa limitazione delle capacità affettive si ripercuote pericolosamente sulla nostra salute mentale.

Il sistema emotivo ha bisogno di tutta la sua ricchezza per funzionare bene e fare di noi delle persone realizzate e soddisfatte di vivere.

Ogni amputazione della sensibilità genera sofferenza e contribuisce a creare quella prigione mentale che ci attanaglia tutti sempre di più e che sta eliminando la creatività dalla nostra vita.

Le emozioni oggi maggiormente a rischio di estinzione sono la rabbia, l’odio e la felicità.

Queste emozioni, benché diverse tra loro, sono indispensabili per una vita soddisfacente.

Purtroppo, nel nostro tempo provare rabbia, odio o felicità provoca un senso di vergogna.

Non sta bene.

La rabbia è considerata un indice d’impulsività eccessiva e perciò disdicevole.

Secondo i modelli correnti si dovrebbe essere costantemente pacati, calmi ed equilibrati.

Odiare è ancora più disonorevole, nell’immaginario comune segnala un temperamento pericolosamente aggressivo e vendicativo, del tutto in contrasto con le idee di compassione e tolleranza.

La felicità infine, benché sempre ambita e desiderata, quando poi si raggiunge suscita troppa invidia e, in un mondo cronicamente infelice, è poco condivisibile.

Per non sentirci soli (e per tenere lontana la sfiga) preferiamo lamentarci e condividere i dolori (sembra, infatti, che la sfiga si accanisca sadicamente proprio su chi è contento, forse per punirlo della sua sfrontata mancanza di rispetto verso quelli che soffrono).

Tra tutti, è proprio la felicità lo stato d’animo più censurato!

Rabbia e odio non sono permessi, ma almeno sono comprensibili in un mondo pieno d’ingiustizie.

La felicità invece è considerata (spesso inconsciamente) del tutto fuori luogo!

Non si può e non si deve essere felici perché… in una società malata non c’è proprio niente di cui rallegrarsi!

I pregiudizi che nutriamo, si basano sulla convinzione errata che gli stati d’animo dipendano da qualcosa posto fuori di noi.

Viceversa, i sentimenti appartengono al mondo interiore e non sono la conseguenza del mondo esterno ma di quello interno.

Rabbia, odio e felicità sono stati d’animo, non derivano da ciò che abbiamo intorno ma da come lo viviamo.

Si può essere felici o tristi davanti agli stessi scenari quotidiani e nel vivere gli stessi eventi.

Dipende da come il nostro cuore legge la vita.

La felicità è ciò che rende l’esistenza appassionante.

Si prova quando ci si sente bene con se stessi.

Quando si sta facendo la cosa giusta al momento giusto.

Quando ci si permette di seguire la mutevolezza di ciò che si agita interiormente.

La rabbia è legata all’autoaffermazione, senza la rabbia non potrebbe esserci cambiamento o realizzazione.

La rabbia va sempre accolta, espressa e gestita da chi la sta provando, perché spesso nasconde il dolore ed è un potente anestetico emozionale.

L’odio è un’espressione (sgradevole) dell’amore.

E non il suo opposto, come si crede impropriamente.

Il polo opposto dell’amore è l’indifferenza.

Si odiano le persone, le cause, le cose e gli eventi che si amano e che (per ragioni spesso inconsce) ci attraggono.

L’odio (come l’amore) è un legame, un “collante” che tiene il pensiero allacciato a qualcosa.

I pregiudizi sulle emozioni atrofizzano le nostre percezioni interiori, facendoci perdere il contatto con i valori profondi della vita.

Le emozioni dipendono dal cuore (non sottostanno alla ragione o alla logica) e non possiamo impedirci di provarle.

Negare le emozioni serve solo a farci ammalare psicologicamente.

Gli stati d’animo vanno compresi e gestiti.

Accettare di provare rabbia e odio non vuol dire trasformarsi in pericolosi criminali, significa accettare dentro di sè anche le parti che non ci piacciono.

E’ il primo passo per superare il razzismo.

Le emozioni sgradevoli (come la rabbia e l’odio) potenziano il sistema emotivo e amplificano le emozioni piacevoli (come l’amore e la felicità).

Non censurare le emozioni e riconoscere dentro di sé, permette di viverle in sicurezza e spinge alla comprensione e alla tolleranza.

CUCINA, BAGNO E W.C. EMOTIVO

A tutti noi piace mangiare insieme qualcosa di buono.

In casa abbiamo un angolo per preparare i cibi, una tavola per condividerli e un bagno in cui ritirarci per eliminare lo scarto della digestione.

A nessuno verrebbe in mente di evitare quest’ultima parte dell’alimentazione, giudicandola sconveniente perché poco condivisibile!

Allo stesso modo, abbiamo stati d’animo che ci piace raccontare e condividere e altri che, invece, hanno bisogno di riservatezza.

La rabbia e l’odio richiedono privacy e nelle case ci dovrebbe essere un posto in cui sia possibile viverle senza conseguenze spiacevoli.

Un luogo da cui uscire rinfrancati e pronti ad affrontare le situazioni difficili con l’energia delle emozioni ma senza l’aggressività che ne accompagna la repressione.

Uno spazio protetto provvisto di oggetti che si possano rompere, strappare, lanciare, picchiare, stringere e bagnare di lacrime.

Senza pericoli.

La rabbia spesso nasconde un dolore.

Abbandonarsi alla sua energia aiuta a raggiungere la sofferenza rimossa, per poterla risolvere. Permette di riconoscere l’innocenza e la fragilità che agli adulti causano vergogna.


Ma per poter arrivare a questa più profonda conosceza di se stessi, serve uno spazio dove gridare tutta la propria impotenza e ritrovare l’autenticità, un luogo in cui questa espressione emotiva non abbia conseguenze di cui poi doversi pentire.

Le case oggi non prevedono altro w.c. che quello del bagno.

Ci permettiamo di osservare il percorso del cibo dentro di noi, ma non quello dei nostri vissuti.

Forse, quando il razzismo si sarà finalmente estinto dalla nostra “cultura”, potremo evitare questa discriminazione dei sentimenti che oggi ci costringe a usare i farmaci per non ascoltare la profonda verità del cuore.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Set 06 2011

PERCEZIONE CARDIACA & PERCEZIONE SENSORIALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Per valutare ciò che ci succede, utilizziamo abitualmente due diverse modalità di conoscenza.

Una è basata sull’utilizzo dei cinque sensi, la percezione sensoriale, e l’altra poggia sulle percezioni interiori, la percezione cardiaca.

Normalmente integriamo le informazioni che ci arrivano da queste due forme di conoscenza in un’unica conclusione che le comprende entrambe.

Facciamo questo spontaneamente e automaticamente, quasi senza rendercene conto.

Cosa succede, però, quando le due modalità si trovano in conflitto?

Vi sarà certamente capitato di provare diffidenza nonostante i modi affabili e gentili di qualcuno.

La percezione interiore vi segnala che qualcosa non va, mentre la percezione esteriore vi mostra che tutto è ok.

Nei casi in cui le informazioni dei sensi e quelle del cuore sono in conflitto, il buon senso comune tende ad avvalorare la percezione sensoriale a discapito di quella cardiaca.

Questo perché abbiamo imparato a credere vero soltanto ciò che si può toccare, gustare, annusare, vedere o ascoltare.

Mentre a quello che si sente dentro, non è riconosciuta nessuna “verità”.

Le chiamiamo “impressioni” e non vi attribuiamo troppa importanza.

(Almeno finché la vita non ci dimostra con i fatti la loro veridicità…)

Costruiamo i nostri ragionamenti logici sulle informazioni sensoriali e, basandoci su dati incompleti, spesso arriviamo a conclusioni improprie.

Ci spaventa ascoltare il cuore, perché ottiene il suo sapere senza utilizzare la ragione.

Il cuore conosce in maniera istintiva.

Cioè di colpo.

Come un’illuminazione.

E’ il modo dell’emisfero destro di ottenere le informazioni.

(Ricordate? L’emisfero destro del cervello non ha la sequenza… IL CERVELLO DEI CREATIVI).

Purtroppo il conflitto tra la mente e il cuore è all’origine di tante sofferenze psicologiche.

Infatti, le “impressioni” che riceviamo dal cuore sono preziose e vitali per il benessere psicologico. Andrebbero sempre considerate perché trascurarle, o peggio, negarle provoca sofferenza e malattia.

Il cuore ci dice cose che la mente non sa e non conosce.

La mente ragiona.

Il cuore ama.

Sono due cose diverse.

L’amore non è logico, ma senza non si può vivere.

Forzare l’amore a seguire la logica non è possibile.

Mente e cuore devono essere gestiti insieme riconoscendo a ciascuno la propria specificità e autonomia.

Nessuno dei due è migliore dell’altro.

Ci sono cose che il cuore non capisce.

E ci sono cose che la mente non sa.

Entrambi sono indispensabili per una vita soddisfacente.

UN LUTTO DI SERIE B

Giovanna viene di nascosto, marito e figlio non approverebbero mai il suo bisogno di chiedere aiuto.

Al primo appuntamento non riesce neanche a parlare che subito scoppia in lacrime.

“Mi vergogno…” borbotta tra i singhiozzi “…sto troppo male… non rida, dottoressa, la prego!”

Ma non trovo nulla da ridere in quel dolore, così lacerante e urgente da non poter essere rimandato.

“Piango tanto… però di nascosto… so che non dovrei… in casa non vogliono…”

Le porgo la scatola dei fazzolettini e aspetto che il pianto defluisca un poco per capire le ragioni di quella vergogna.

“Non riesco a darmi pace…” continua riprendendo a singhiozzare come una bambina “…è per via di Rosita… la mia pappagallina… è volata via…”

Di nuovo le lacrime la sopraffanno.

“Era una pappagallina gialla e verde, come ce ne sono tante, ma per me… era speciale… come una persona, una bambina…”

Si asciuga gli occhi cercando di assumere un atteggiamento più controllato. Due lacrimoni silenziosi continuano a rigarle le guance mentre mi racconta la sua disperazione.

“Mangiava con noi e poi si addormentava appollaiata sulla sveglia, affianco al letto di mio figlio, con la testolina nascosta sotto l’ala. Le avevo scelto io il nome Rosita e quando la chiamavi, si veniva a posare sul dito… che bellina! Mi dava tanta gioia!”

Un sorriso fa capolino tra le lacrime, mentre Giovanna continua a raccontare.

“In casa la lasciavamo libera. Naturalmente con le finestre chiuse. E quando dovevamo partire, la portavamo con noi nella sua gabbietta. Era tenera …”

Riprende a piangere sommessamente.

“Qualche mese fa, mio figlio l’aveva sul dito… è sceso giù per aprire il portone… e lei è volata, come faceva sempre… solo che la porta era già aperta… e così, senza rendersene conto, si è trovata fuori!… all’aperto…”

Singhiozza sconsolata senza riuscire a fermarsi.

“C’era vento… Rosita non è abituata alle correnti… non è stata capace di tornare indietro… l’abbiamo chiamata e cercata… dappertutto… ma non c’è stato nulla da fare… era come stordita… non sapeva governare il volo nell’aria libera…”

Giovanna sminuzza il fazzolettino di carta, cercando inutilmente di trattenere il pianto.

“Da allora non mi do pace. Ho messo annunci in tutto il quartiere. L’ho cercata ovunque. L’ho chiamata fino a perdere la voce. Nulla…”

Le lacrime le rigano nuovamente il viso.

“O se l’è presa un gatto… o chissà dov’è finita… magari l’avesse trovata qualcuno che le vuole bene! Io sarei contenta! Mi basterebbe saperlo. Invece penso che sia morta! E mi sento così stupida per non averla potuta aiutare… lei si è fidata di me… di noi… di mio figlio… e nessuno l’ha protetta come si aspettava…poverina!”

Mi guarda impotente, asciugandosi gli occhi con il fazzoletto di carta ormai a brandelli.

“Eravamo tutto il suo mondo…”

Il mio silenzio non giudica e Giovanna può condividere quel dolore.

Un dolore colpevolizzato perché rivolto a un uccellino.

Il cuore ama.

La mente non approva.

Succede spesso.

La soluzione non è prevaricare il cuore con la ragione.

Bisogna comprendere che esistono dentro di noi due modi diversi d’interpretare la vita.

Vanno gestiti, senza pretendere di uniformarli.

La strada che porta a un mondo migliore, passa attraverso l’accettazione di sé stessi e del proprio modo di amare.

“Mio marito e i miei figli me ne volevano regalare un’altra… uguale… ma io non ho voluto. Non sarebbe Rosita!”

Giovanna continua il suo racconto, incoraggiata dal mio consenso.

“Loro non mi capiscono. Dicono che sono proprio matta… Per questo non ho detto a nessuno che venivo da lei! Non voglio essere considerata pazza… anche se, a volte, penso che abbiano ragione… forse non sono normale… soffrire tanto… solo per un uccellino…”

Mi guarda interrogativa, in attesa della mia condanna o della mia assoluzione.

Le propongo di rivederci ancora per quattro incontri.

Serviranno a far sentire Giovanna del tutto sana nell’ascoltare il suo cuore e per aiutarla a non rinnegare la sofferenza davanti agli altri.

Rosita merita il suo dolore e anche un funerale simbolico.

La sua scomparsa non è una patologia e non deve essere curata, ma ha bisogno di comprensione e di significato.

La sofferenza per la perdita di qualcuno che abbiamo amato, deve sempre essere rispettata e condivisa.

Anche se si tratta di un essere di specie diversa.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Set 03 2011

Le personalità creative: SONO DISCONTINUE E DISPERSIVE (a volte)

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Le personalità creative possiedono una curiosità innata che le rende poliedriche e originali, ma anche tendenzialmente discontinue e dispersive.

Infatti, il bisogno di cambiare si scontra con la costanza necessaria per portare avanti i progetti.

Capita spesso che queste persone inizino le cose con grandissimo impegno, entusiasmo e volontà, ma che, in corso d’opera, si dimentichino dei loro propositi perché distratti da qualche novità altrettanto interessante.

Questo carattere, facile all’entusiasmo e al cambiamento, è spesso giudicato male da chi ha bisogno di abitudini stabili.

Non che le personalità creative non amino le abitudini… ma tra queste c’è anche l’abitudine alla trasformazione!

UNA FAMIGLIA DI AVVOCATI

Eleonora proviene da una famiglia di avvocati.

In casa sua, studiare/laurearsi/lavorare è un trinomio indiscusso e immodificabile.

Perciò, quando decide di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza non pensando di fare l’avvocato “da grande”, i suoi parenti la scrutano come se fosse un’aliena discesa da Marte.

“Vorrai almeno intraprendere la strada del notariato!” esclamano, guardandola con rimprovero.

Ma a Eleonora l’idea di fare il notaio piace ancora meno…

“Sto pensando di aprire un ristorante vegano” risponde, con un sorriso disarmante, alle facce basite di zii e cugini.

Eleonora ha una personalità creativa e il suo animo libero cavalca facilmente l’onda delle sue passioni.

D’estate, presa la patente nautica, fa lo skipper su una barca a vela.

D’inverno, oltre a studiare, si occupa di ristrutturare la grande casa di famiglia.

I parenti la considerano “un po’ svitata” e la osservano con un misto di disprezzo e commiserazione.

“Certo che, se continui così, non riuscirai mai a laurearti…” borbotta qualcuno.

In effetti, Eleonora fa passare molto tempo tra un esame e l’altro.

La sua vita è piena d’impegni e non ha nessuna fretta di finire l’università.

Non ha deciso cosa farà dopo essersi laureata.

Da me, viene ogni tanto, quando ha bisogno di un supporto.

Il suo vivere controcorrente rispetto a una famiglia tanto tradizionalista, a volte, la fa sentire insicura e teme di sbagliare finendo per scegliere un lavoro poco adatto a sé.

Quando, infine, stabilisce che è arrivato il momento di concludere gli studi, è fuori corso già da un po’.

I cugini hanno finito con l’università e stanno facendo il praticantato.

Informati che Eleonora si è decisa a fare l’avvocato, ridacchiano tra loro.

“Ne devi mangiare ancora di minestra! L’avvocatura richiede impegno, costanza e capacità di adattamento. Una dote, quest’ultima, che tu non possiedi.
Non riuscirai mai a fare la gavetta, seguendo orari, direttive e sbalzi d’umore, nello studio di qualche vecchio avvocato barbogio!”.

Sì, è vero, l’indipendenza a Eleonora non manca ma, per fortuna, nemmeno… il sesto senso!

Un radar interiore la guida, attraverso una serie di coincidenze, fino all’avvocato giusto con cui seguire il praticantato perfetto per lei.

Lo studio è quello dell’avvocato Fiorella G.

Una giovane donna con la quale nasce subito una profonda amicizia.

“Con Fiorella ci capiamo al volo” mi racconta entusiasta Eleonora in uno degli ultimi incontri “e riusciamo a organizzare il lavoro in modo produttivo, efficace e divertente.”

L’apparente discontinuità… infine si è trasformata in un vantaggio!

Focalizzando le energie su molteplici attività, Eleonora è riuscita a ottimizzare le sue risorse creative in una sinergia, dove un progetto non è zavorra per l’altro, ma anzi!!!!

Il gioco e gli interessi sviluppati “perdendo tempo con l’università”, le hanno permesso di rifiutare la “paghetta” di un avvocato babbione, e di entrare a Palazzo con i mezzi dei grandi e la curiosità dei piccoli.

Ma soprattutto con la variegatissima rete di conoscenze acquisita durante il suo bizzarro percorso… dove l’amicizia, la stima e il rispetto hanno fatto nascere mille contatti per potenziali clienti e valide collaborazioni con altri professionisti.

Ancora oggi, a distanza di anni, Eleonora e Fiorella lavorano insieme.

Eleonora è un avvocato conosciuto, stimato e molto richiesto.

P.S.: Solo i parenti non riescono a spiegarsi le ragioni del suo successo.

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