Archive for Ottobre, 2011

Ott 31 2011

RITROVARE CHI NON HA PIU’ UN CORPO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ritrovare chi non ha più un corpo è un salto quantico nell’immaterialità e bisogna arrivarci preparati… per non lasciarselo sfuggire tra le mani!

Come si fa a incontrare qualcuno che non occupa spazio né tempo?

Questo, per noi che ancora abbiamo un corpo, è difficile da comprendere.

Siamo talmente abituati a considerare solo ciò che si può toccare, da dimenticare tutto il resto.

L’abuso della materialità e dei sensi fisici ci ha oscurato il cuore, facendoci perdere il contatto con tutto quello che non occupa una posizione fisica.

Per questo l’immaterialità (che permea la nostra vita) ci sfugge.

Esiste un mondo impalpabile di pensieri e di sensazioni cardiache, che utilizziamo costantemente senza prestarci attenzione, e di cui ci rendiamo conto soltanto quando il dolore psichico intrappola, senza che sia più possibile far finta di niente.

In quei momenti riconosciamo all’immateriale la sua realtà.

Ma purtroppo, avendolo trascurato troppo a lungo, non siamo preparati a gestirlo.

Nei momenti di dolore, molti preferiscono ancora ricorrere ai farmaci che, bloccando la percezione cardiaca, ottundono completamente la possibilità di imparare a coordinare le realtà non concrete.

Per ritrovare chi non ha più un corpo è necessario abituarsi alla totale mancanza di coordinate spazio temporali.

Solo così è possibile accogliere le istruzioni del cuore.

Noi psicologi non siamo sacerdoti e nemmeno scienziati, però abbiamo voce in capitolo in materia di psiche.

La psiche non è concreta, non si può toccare e non occupa spazio.

E’ soggettiva.

Non si può riprodurre in laboratorio, non si può clonare.

Ogni individualità è uguale solamente a se stessa.

Ecco perché per tanto tempo anche alla psiche, come al cuore, non è stata riconosciuta nessuna realtà. 

Ma se oggi si possono evitare molte sofferenze psicologiche è proprio grazie al riconoscimento della psiche e della sua autenticità.

Allo stesso modo, è importante rendersi conto che esiste una realtà intangibile che ci accompagna sempre.

Nel mondo immateriale, di cui si occupa il cuore, è possibile incontrare le persone che abbiamo amato e che non hanno più un corpo.

La morte è la perdita di tutto ciò che è fisico ma non la perdita di tutto ciò che esiste.

I legami che abbiamo avuto (e che non sono fisici) proseguono anche dopo la morte del corpo.

I legami sono realtà cardiache che si sviluppano e crescono (con o senza l’esistenza dei corpi fisici).

Quando qualcuno muore, il legame continua ad esistere e a potenziarsi.

La presenza non fisica di chi amiamo, in assenza del corpo diventa più importante e possiamo riconoscerla senza i vincoli imposti dalla materialità.

Questo significa che si può avere un incontro tutte le volte che lo si desidera, perché non dipende più ne dal tempo ne dallo spazio.

Spazio e tempo riguardano solo i corpi.

In assenza di corporeità tutti i limiti della fisicità scompaiono.

Chi non ha più un corpo, esiste all’interno di un legame vincolato solamente dalla psiche.

Lì è possibile ritrovarsi e comunicare.

Tanto più, quanto la psiche è capace di tollerarne la realtà.

I concetti spaziali e temporali ci rendono difficile identificare i termini dell’immaterialità.

Dobbiamo creare una cultura che ci aiuti decodificarne i messaggi.

Per questo è così importante parlarne e condividere le esperienze soggettive, superando l’imbarazzo e accettandone l’A-normalità.

Maggiore sarà la tolleranza verso ciò che è nuovo, maggiori saranno le possibilità di farne esperienza.

Incontrare chi non ha più un corpo presuppone un cambiamento culturale e l’accettazione di una realtà soggettiva che affianca la realtà oggettiva.

Occorre ammettere l’esistenza di un’immaterialità reale che funziona con modalità proprie.

Il ricordo segnala la presenza.

Il cuore la riconosce.

L’affettività ne fa esperienza.

Ciò che esiste nel cuore, forse … non è normale.

Ma certamente, è vero.

 

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Ott 27 2011

A PROPOSITO DEL DE’JA VU’…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Si chiama dèja vu la sensazione interiore di aver già vissuto un evento della propria vita che sta accadendo nel momento presente.

Il dèja vu è un fenomeno che mette bene in evidenza la coesistenza in noi di due modalità conoscitive differenti: la percezione sensoriale e la percezione cardiaca .

La comprensione del tempo che scorre ci serve per muoverci agevolmente nella realtà fisica.

Ma la realtà fisica non è l’unica realtà che sperimentiamo.

Oltre alla mondo dei sensi esiste un mondo emotivo che s’intreccia con le esperienze materiali e intesse la nostra vita di sensazioni e sentimenti.

Il tempo del cuore è un tempo diverso da quello cronologico.

Il tempo cronologico scorre.

Il tempo degli affetti non scorre.

E’.

Punto e basta.

Sperimentiamo questo stato senza tempo  quando siamo coinvolti in qualcosa che ci appassiona, può succedere in compagnia di una persona speciale, guardando un film, durante un lavoro creativo.

spazio-bianco-corto

Mentre siamo immersi in un’esperienza cardiaca, le cose durano sempre: un istante.

Anche se sono trascorse delle ore.

Questo succede perché la passione è uno stato emotivo che non ha bisogno del tempo per dispiegarsi.

Durante un’esperienza emozionalmente coinvolgente, entriamo in contato con la realtà cardiaca e con le sue regole.

Quando, però, spostiamo la nostra attenzione sulla realtà fisica, il tempo riprende la sua funzione regolatrice degli eventi e scopriamo che l’immediatezza della nostra percezione emotiva, per svolgersi nella realtà temporale, può impiegare… anche parecchie ore!

La percezione cardiaca legge la vita con codici affettivi e non ha bisogno del tempo.

Nel cuore le cose succedono in un immediato/sempre.

 

Ogni tanto (senza sapere quando e come, perché la logica non funziona bene con le emozioni) scivoliamo in un non tempo affettivo e sperimentiamo quell’immediato/sempre insieme all’adesso che scorre.

E’ il fenomeno del déja vu

L’effetto è buffo e disorientante, sembra di camminate due volte sullo stesso fotogramma temporale.

Quello che succede è la sovrapposizione di uno stato di coscienza in cui si percepisce lo scorrere del tempo con un altro stato di coscienza che esiste fuori dal tempo.

Quando siamo in quell’immediato/sempre affettivo, l’orologio non serve, basta il cuore.

Se sovrapponiamo alla dimensione emotiva lo scorrere del tempo, ci sembra di aver già vissuto quel momento.

Ma già vissuto è soltanto la spiegazione che la ragione si da, con gli strumenti che ha.

Di fatto, la mente non può leggere i codici del cuore perché appartengono a uno stato di coscienza diverso.

Perciò, nel tentativo di interpretarli, li deforma.

Il tempo è un sistema di lettura della realtà che non appartiene alle esperienze affettive.

Il cuore conosce un coinvolgimento che include ogni cosa: i protagonisti, lo scenario, gli oggetti.

Nel vissuto cardiaco lo scorrere del tempo non esiste, c’è solamente l’emozione che permea tutto in un presente senza nessun tempo.

Quando sovrapponiamo il tempo che scorre al permanere del cuore, ci sembra di vivere la stessa cosa due volte: una volta nella cronologia degli eventi e una volta nel sempre cardiaco in cui passato, presente e futuro coincidono in un unico istante, sempre presente.

Questa duplicità disorienta la ragione che deduce: “Siccome questo episodio lo conosco, devo averlo già vissuto prima di adesso”.

La mente non si arrenderà mai a qualcosa che non sia sequenziale, perché sfugge al suo controllo.

E la mente ha una funzione di controllo, indispensabile per padroneggiare la realtà fisica.

Perciò trasforma l’esperienza, che la coscienza sta sperimentando contemporaneamente nella dimensione a-temporale e nella dimensione temporale, in un fenomeno cronologico in cui l’evento inevitabilmente dovrà essere successo anche prima.

Possiamo paragonare la coscienza a un computer con programmi differenti, ognuno con regole e codici propri.

Se utilizziamo il programma “percezione cardiaca”, tutto è misteriosamente e appagantemente perfetto, pur nella sua imperfezione, semplicità o inutilità.

Perché vive in un “sempre/senza tempo” in cui la mente logica non ha accesso.

Se invece usiamo il programma “scorrere del tempo”, allora tutto può essere migliorato o peggiorato in quel durante che trascorre passando da prima a dopo.

I fenomeni di déja vu ci ricordano che il tempo è uno strumento utile alla coscienza per fare esperienza della fisicità.

La realtà emotiva si serve di altri mezzi (diversi dal tempo) per sperimentare conoscenze differenti dalla fisicità.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Ott 23 2011

Le personalità creative: DEVONO SELEZIONARE IL CLIMA EMOTIVO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Chi possiede una personalità creativa è sempre un ascoltatore sensibile, capace d’immedesimarsi nei vissuti degli altri e di capirne le ragioni e le motivazioni.

Tuttavia, per queste persone è preferibile selezionare i contenuti in cui s’immergono in modo da evitare a se stessi inutili sofferenze.

Infatti, proprio perché la loro empatia è molto sviluppata, il clima emotivo li assorbe completamente.

Per questi caratteri, sempre partecipi e attenti al presente, non fa differenza che si tratti di un film o di una realtà drammatica.

La psiche vive le emozioni con la stessa profonda intensità.

E ne può portare le tracce… a lungo.

Sono persone che si commuovono e soffrono anche davanti a un contenuto inventato o a qualcosa che non potrà mai riguardarli personalmente e, per non traumatizzare inutilmente il loro sofisticato strumento di conoscenza emotiva, è meglio valutare l’opportunità di assistere a film, spettacoli o racconti drammatici.

UN FILM DI GUERRA

Giorgio è andato a vedere un film con gli amici.

All’uscita dal cinema si sente come svuotato.

L’entusiasmo che aveva prima di entrare è scomparso e ha voglia unicamente di starsene solo.

Vorrebbe tornare a casa ma il gruppetto decide per una pizza.

Giorgio non se la sente di fare l’orso andandosene via.

Così, con poca convinzione, accetta l’idea della pizza.

Al ristorante il malumore non gli passa.

Nemmeno quando si arriva al dolce.

Se la prende con se stesso per aver accettato l’invito.

E se la prende con gli amici che, per tirarlo su, lo coinvolgono in dialoghi e scherzi cui non ha voglia di partecipare.

Incolpa il tempo e il compito d’inglese.

Però, in cuor suo, sa bene che non è così.

E circa un mese dopo, si presenta sconfortato nel mio studio per avere un aiuto.

“Sono troppo sensibile,” mi dice, arrabbiandosi con se stesso “forse dovrei prendere dei farmaci! Nessuno dei miei amici, guardando un film reagisce come me. E’ tutto finto, lo so benissimo! Eppure non riesco a togliermi quelle scene dalla testa. Mi tornano in mente in continuazione, persino mentre dormo!”

Giorgio ha diciassette anni.

Per lui è molto importante poter andare al cinema con gli amici.

Ma la sua personalità creativa lo costringe a selezionare i film da vedere.

Il film che ha visto poco tempo fa, è un film di guerra in cui ci sono delle scene di tortura.

E’ un film per tutti e le scene drammatiche non sono state troppo esplicite.

Però, agli occhi di Giorgio, sono apparse talmente reali da lasciarlo scosso per diversi giorni.

La sua capacità empatica lo porta a sentire dentro di se il dolore degli altri. Come se fosse il suo.

Le scene di tortura sono realmente avvenute dentro al suo mondo interiore.

Per lui è stato come assistere a delle torture reali.

E la considerazione che “… tanto è una finzione cinematografica!”, purtroppo non alleggerisce nemmeno un po’ la sua sofferenza.

Per questo suo modo di essere, Giorgio dovrà stare sempre attento a quello che sceglie di guardare.

La personalità creativa lo rende altruista e adatto a tutte le professioni sociali, ma dovrà avere cura di non sottoporre se stesso a torture inutili.

Non significa che non potrà andare al cinema.

Vuol dire che dovrà tenere presente che il suo coinvolgimento e la sua partecipazione emotiva sono superiori alla media.

Chi ha la pelle chiara non pretende di esporsi al sole senza protezione, come se avesse la pelle scura.

Allo stesso modo chi ha una personalità creativa deve usare degli accorgimenti quando si espone ai contenuti emotivi.

Tutto qui.

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Ott 19 2011

Allenarsi a sentire il LEGAME e a riconoscere la PRESENZA…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando muore qualcuno che amiamo, il dolore ci sommerge e la perdita ottunde qualsiasi altra sensazione.

In quei momenti, la morte intesa come fine di tutto, prevale e annichilisce ogni esperienza nuova.

Invece, è proprio durante quei periodi che occorre prestare attenzione alle percezioni cardiache senza lasciarsi travolgere dai vissuti di separazione e mancanza.

In una zona della nostra consapevolezza, la presenza di chi amiamo rimane sempre identica a se stessa e possiamo percepirla con la medesima chiarezza di quando aveva un corpo.

Questo spiega perché non riusciamo a credere subito alla morte di chi è stato importante per noi.

  • “Me lo devo ricordare…”
  • “Devo dirmi che adesso non c’è più…”
  • “Non mi sembra possibile…”
  • “Non riesco a crederci…”
  • Tutte queste affermazioni indicano come la percezione cardiaca della presenza rimanga invariata anche dopo la perdita del corpo.

    Purtroppo, una cultura funerea della morte ci spinge a non ascoltare le sensazioni del cuore.

    “Non c’è più” ripetiamo con tristezza.

    E così facendo precludiamo a noi stessi la possibilità di evolvere il legame sperimentando ancora la presenza dei nostri cari.

    La morte è un’esperienza che, privandoci di ogni riferimento materiale, ci costringe a prendere atto dell’immaterialità della nostra vita.

    Ciò che è concreto, infatti, costituisce solo una piccola parte di ciò che è vero.

    La maggior parte della realtà che viviamo non è materiale (e compete al cuore).

    Il nostro benessere psicologico riguarda l’immaterialità.

    Pensieri e stati d’animo sono intangibili ma generano la salute e la sofferenza mentale da cui dipende la qualità della nostra vita.

    Infatti, la felicità, la serenità e l’armonia, che tutti desideriamo, sono percezioni interiori e hanno ben poco a che fare con la concretezza.

    Quando muore qualcuno che amiamo, la sua mancanza fisica si sovrappone alla percezione interiore della sua presenza non fisica, impedendone l’ascolto e l’incontro.

    Per superare il rigido schema materialistico che nega qualsiasi contatto con chi è privo di corpo, bisogna fare uno sforzo e lasciarsi guidare dal cuore che ci spinge a ritrovare i nostri cari.

    La difficoltà sta nel gestire la percezione della loro mancanza fisica…

    Infatti, non appena si entra in contatto con il legame (che ci unisce a chi non ha più un corpo permettendoci di ritrovarlo), la presenza si annuncia con i ricordi.

    I ricordi sono come un avatar, un’icona che rende riconoscibile chi non ha più un corpo a chi il corpo ce l’ha ancora.

    Sono il segnale del contatto, un modo per farsi riconoscere.

    Ma non appena compaiono i ricordi ad annunciare la presenza di coloro che amiamo e che stiamo cercando, ecco che la mancanza fisica prevale e ci sommerge di dolore… ostacolando in questo modo qualunque contatto!

    La sofferenza ci impedisce di ascoltare le impalpabili percezioni interiori.

    E’ come un rumore di fondo che sovrasta la melodia dell’incontro.

    Per entrare in rapporto con chi non ha più un corpo, bisogna comprendere che i ricordi indicano la sua presenza.

    E lasciarsi attraversare da quei flashback senza scivolare nella mancanza.

    Se ci si abbandona al processo naturale del ricongiungimento, le memorie e l’attuale presenza incorporea si fondono in un’unicità che ci comprende fino a diventare un tutt’uno.

    Il cuore usa la sua modalità percettiva che, come abbiamo detto, è soggettiva e funziona seguendo le competenze dell’emisfero destro.

    Non ci sono più un io, un tu e uno scorrere del tempo, prima e dopo.

    C’è un’unione presente senza tempo che coinvolge.

    Questa è la modalità cardiaca di sperimentare la realtà.

    Ma di solito…

    La mente non lo sopporta.

    La logica si ribella.

    E l’incontro… sfugge via!

    Per riuscire a mantenere l’unione occorre accettare lo smarrimento della logica senza spaventarsi e senza reprimerlo.

    Quando la mente lascia che sia il cuore a guidarla, si accede a una diversa consapevolezza e il legame con chi abbiamo amato ci conduce spontaneamente a ricongiungerci.

    Nello spazio del cuore sono possibili gli incontri e le comunicazioni.

    Per arrivarci bisogna abituarsi alla rarefazione della fisicità e della materialità.

    E soprattutto è necessario permettersi di rinunciare all’oggettività.

    Il cuore utilizza la coscienza soggettiva.

    Le esperienze interiori sono sempre individuali e sono possibili solamente così.

    Questo non vuole dire che ce le siamo inventate.

    Vuol solo dire che non sono ripetibili.

    Sono uniche.

    Nessun legame è uguale a un altro.

    Ogni unione è diversa e speciale.

    Ogni esperienza del cuore si esprime con modi propri.

    Il cuore non può essere normale.

    Può solo essere vero.

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    Ott 15 2011

    Le personalità creative: HANNO BISOGNO DI ISOLARSI

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    La capacità di spostare il punto di vista stimola una grande disponibilità al cambiamento, ma ha bisogno di alcune attenzioni.

    Prima fra tutte, l’esigenza di ritrovarsi.

    La necessità di ricordarsi chi sono, dopo aver esplorato altre realtà, spinge le personalità creative ad aver bisogno di isolarsi periodicamente per un certo tempo.

    La durata di questi ritiri può variare da alcuni minuti a diversi giorni, e dipende da quanto hanno abbandonato il loro sistema emotivo per dedicarsi ad altro o ad altri.

    INTIMITA’ E FUGA

    Fabrizio e Valeria stanno insieme da circa due anni.

    La loro è una storia tenera e intensa, nata quando erano già grandi e dopo altre relazioni finite male.

    Entrambi hanno imparato dalla vita, la tolleranza e la comprensione delle reciproche diversità e abitudini.

    Entrambi sono presi da mille interessi e passioni, che non sempre convergono.

    Entrambi sanno dimenticare tutto per darsi completamente l’uno all’altra, nel tempo che trascorrono insieme.

    Perciò adesso hanno in progetto la convivenza e (forse) anche un figlio, ma qualcosa sembra impedire la realizzazione dei loro piani.

    La convivenza è un’idea che attrae e spaventa tutti e due.

    Le esperienze precedenti hanno lasciato in loro la paura del fallimento e ce la mettono tutta perché questa volta le cose vadano a buon fine.

    Così, hanno deciso di fare le prove generali trascorrendo lunghi periodi insieme.

    Una volta a casa di Valeria.

    E un’altra da Fabrizio.

    Ma quando passano qualche giorno insieme… Fabrizio sente il bisogno di stare solo e trova mille pretesti per sparire.

    Non si fa sentire anche per tre o quattro giorni.

    “Mi succede soprattutto se abbiamo avuto un’intesa speciale, quando tra noi si crea una grande intimità, fatta di passione ma anche di coccole e momenti dolci. Sembra una maledizione! E non ne capisco le ragioni. Più stiamo bene insieme, più io sento l’impulso di isolarmi.”

    Racconta con imbarazzo.

    “Stacco il telefono e sparisco. Sembro un pazzo. Sento che devo star solo e non so perché. Voglio bene a Valeria, capisco che questo mio comportamento la ferisce. Ma non so come fare. Il bisogno di solitudine è più forte di me!”

    Fabrizio ha una personalità creativa, entra istintivamente nel cuore delle persone a cui vuole bene. Sa leggerne i bisogni e soddisfarli.

    L’amore che prova per Valeria lo spinge a essere sempre attento alle sue esigenze e a realizzarne i desideri.

    Vederla felice lo rende felice. Questo per lui è importante.

    Ma quando si ritrova solo, si accorge di aver dimenticato se stesso.

    L’impulso che lo porta a isolarsi non è un gioco dispettoso, né una paura del confronto o delle responsabilità.

    L’isolamento è il modo che ha trovato, istintivamente, per ripristinare l’ascolto di sé.

    Comprendere il funzionamento della sua personalità, lo aiuterà a non colpevolizzarsi e a organizzare insieme alla convivenza con Valeria anche la convivenza con se stesso.

    Questo non significa sparire senza lasciare tracce. Ma, al contrario, programmare i momenti di solitudine in accordo con la persona amata. Senza falsi misteri e paure immotivate.

    Le personalità creative amano in un modo totale e generoso.

    E’ per questo che, senza rendersene conto, trascurano i propri bisogni a vantaggio degli altri cui vogliono bene.

    Perciò, periodicamente, hanno bisogno di passare del tempo in solitudine.

    Il loro modo di essere deve essere compreso, accettato e gestito.

    Prima di tutto da loro stessi.

    E poi da coloro che hanno intorno.

    Per evitare fraintendimenti e incomprensioni ingiustificate.

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    Ott 11 2011

    A PROPOSITO DEI FENOMENI PARANORMALI…

    Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

    Chi possiede una personalità creativa ha spesso fenomeni paranormali di vario tipo.

    Questo succede già quando si è molto piccoli.

    I bambini vivono con naturalezza la paranormalità e, solo in seguito agli atteggiamenti ridicolizzanti o colpevolizzanti degli adulti, imparano a vergognarsene e a nasconderla come se fosse qualcosa di sbagliato.

    Ma cosa s’intende con fenomeni paranormali?

    Tutto ciò che succede a dispetto della fisica, della logica e della ragione è considerato paranormale.

    Cioè A-normale, perciò sbagliato e quindi da evitare.

    La parola paranormalità non piace. Evoca sedute spiritiche e malvagità oppure giochi di prestigio e trucchi da baraccone.

    La scienza ufficiale la deride e non la riconosce, le religioni la demonizzano e la vietano.

    Noi psicologi, che non siamo né scienziati né religiosi, poiché ci occupiamo di mente, psiche e cervello con la paranormalità dobbiamo fare i conti.

    Il termine paranormale indica una serie di fenomeni psichici che trovano spiegazione nelle peculiarità dell’emisfero destro del cervello.

    Poiché l’emisfero destro è sempre ben attivo in tutte le personalità creative, frequentemente accadono loro fenomeni paranormali.

    L’emisfero destro utilizza una modalità conoscitiva basata sull’immediatezza e sulla sintesi, diametralmente opposta alla più comune modalità dell’emisfero sinistro incentrata sulla sequenza e sullo scorrere del tempo.

    I programmi scolastici fanno sì che l’emisfero sinistro si sviluppi maggiormente rispetto al destro, perciò durante la crescita le peculiarità del destro diventano poco attive.

    La maggior parte delle persone perde le proprie potenzialità paranormali entro i dodici anni.

    Le personalità creative, invece, sono poco addomesticabili e, nonostante gli studi e per quanti sforzi facciano, non possono rallentare le attività del loro emisfero destro che rimane sempre molto vitale.

    Ecco perché hanno spesso fenomeni paranormali.

    I fenomeni paranormali si producono grazie al buon funzionamento del loro emisfero destro che li informa inspiegabilmente e improvvisamente su fatti solitamente conosciuti nel corso del tempo o grazie a una sequenza di passaggi logici.

    IL TEMPO E L’INCONSCIO

    Oltre alla paranormalità, noi psicologi abbiamo una visione diversa da scienza e religione anche per quanto riguarda il tempo.

    Per noi il tempo può presentarsi in due modi differenti.

    Uno è lo scorrere del tempo, in cui ci sono: passato, presente, futuro e un durante che trascorre dal passato verso il futuro.

    L’altro modo è il tempo dell’inconscio, dove ciò che succede esiste sempre in un costante presente che si conosce grazie ad associazioni affettive.

    I traumi, ad esempio, nell’inconscio sono sempre presenti e, anche quando sono passati, mantengono invariate tutte le loro peculiarità. Purtroppo.

    Per fortuna, anche i momenti felici mantengono nell’inconscio tutta la loro attualità.

    Le proprietà del tempo nell’inconscio spiegano perché chi ha subito un trauma, per esempio un incidente d’auto, non riesce più a salire in macchina senza provare reazioni di paura e di fuga proprio come se l’incidente stesse succedendo in quel momento.

    Queste caratteristiche ci aiutano a capire come mai facciamo tanta fatica a chiudere le storie che non vanno bene. Nell’inconscio i momenti belli trascorsi in passato (anche se pochi) esistono in un eterno presente e interferiscono con la consapevolezza delle miserie e delle tristezze attuali.

    La paranormalità spiega tanti fenomeni strani che succedono alle personalità creative.

    Fenomeni che solo alcuni accolgono con gioia e curiosità mentre la maggior parte li demonizza e li vive con paura.

    Credo che la scarsa conoscenza dei meccanismi che determinano l’accadere di questi fatti ci renda tutti diffidenti e spaventati, mentre una maggiore dimestichezza ci permetterebbe di utilizzare al meglio le possibilità a nostra disposizione.

    Questi fenomeni non sono pericolosi, anzi! Sono delle risorse in più da utilizzare.

    Occorre comprenderli e liberarli dal manto di superstizione che li avviluppa, etichettando chi li vive come un pericoloso portatore di diversità e di negatività.

    Aprire il dialogo su questi argomenti aiuta a prendere confidenza con una diversa modalità di conoscenza.

    Una modalità immediata e istintuale che le specie animali utilizzano spontaneamente per sopravvivere e comunicare tra loro.

    L’istinto si basa su una conoscenza che sfugge ai meccanismi della ragione, ma che può essere altrettanto valida ed efficace.

    Ascoltare le proprie intuizioni non significa smettere di pensare o di ragionare, ma utilizzare degli strumenti in più per vivere meglio.

    Il cuore non è normale.

    E’ vero.


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    Ott 07 2011

    Le personalità creative: HANNO UN’ECCESSIVA RAZIONALITÀ (a volte)

    Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

    In alcuni casi, la paura della propria diversità spinge le personalità creative a costruire una forte logica (cioè un forte emisfero sinistro) e a tenere a bada le attività dell’emisfero destro (considerate responsabili di tutte le loro sofferenze) con un’esagerata razionalità.

    UN MIRACOLO?!

    HO DETTO CHE NON E’ POSSIBILE!


    Bruno fa l’agente di commercio.

    Il suo lavoro lo porta a essere sempre in viaggio e ad avere contatti con tanta gente.

    E’ un uomo attivo, cordiale, spigliato e capace di proporre i prodotti che vende senza stancare o forzare i clienti.

    Gli piace viaggiare e gli piace cambiare.

    Non si sofferma troppo sul perché delle cose.

    Dalla vita ha imparato che è molto più utile rimboccarsi le maniche e affrontare i problemi quando si presentano.

    Ogni tanto però gli succedono dei fatti che lo lasciano senza parole e senza risposte. Qualcosa… che per lui somiglia a un inquietante punto interrogativo!

    Sono situazioni che Bruno archivia in un angolo di sé mentre traduce la vita in azioni e conseguenze logiche.

    La ragione e la concretezza sono sempre state le sue migliori amiche, le più grandi alleate negli anni della crescita.

    I genitori, infatti, hanno dovuto affidarlo, quando era ancora bambino, a una nonna troppo anziana per seguirlo come sarebbe stato necessario.

    E Bruno, sensibile, emotivo e timido, ha imparato a cavarsela da solo, tenendo a bada i lati teneri del suo carattere con la forza dell’intelligenza e della volontà.

    Quando si risolve a prendere un appuntamento con me, la sua ferrea razionalità vacilla davanti a qualcosa d’inspiegabile successo proprio a lui.

    “Stavo nuotando e ho avuto un infarto” racconta “Nessuno mi ha visto e sono rimasto per molto tempo sott’acqua, prima che venissero a tirarmi fuori. I soccorsi sono arrivati dopo.

    Dovevo essere già morto o, almeno, con il cervello in pezzi, perché senza ossigeno per più di un certo tempo non si può proprio stare. E invece…” allarga le braccia in un gesto che esprime tutta la sua impotenza a capire “… eccomi qua. Vivo. E con la testa che funziona come prima. Non se lo spiegano neanche i medici. Sono entrato nella casistica delle guarigioni miracolose!”

    “Mi sembra un evento degno di essere festeggiato! Perché me lo racconta come se si trattasse di una malattia incurabile?” gli chiedo, colpita dal suo atteggiamento prostrato e avvilito.

    “Perché non credo ai miracoli! Non ci ho mai creduto e non voglio farlo adesso. Solo che oggi, alla mia vita nessuno riesce a dare una spiegazione… e io la notte non dormo più e di giorno sono sempre in allarme. Non so cosa fare, per uscirne!”

    Lavoriamo insieme, ricostruendo un’esistenza dove per la sensibilità non c’era mai un posto adeguato.

    E dai frammenti sparsi, di un cuore giudicato pericoloso, compaiono le tracce di un’insospettabile sensitività.

    Tutta la vita di Bruno è costellata di percezioni che hanno poco a che fare con i cinque sensi.

    Percezioni che Bruno non ascolta e non condivide con nessuno, perché lo fanno sentire diverso dagli altri.

    A-normale.

    Una sorta di Angelo Custode sembra aver rimpiazzato l’assenza dei genitori e aiutato il bambino e l’uomo nei momenti di maggiore difficoltà.

    “Sono qui per proteggerti” sembra dire ogni volta l’angelo (o chi per lui) a Bruno.

    Che ogni volta risponde indispettito: “Non esisti!”

    La logica di Bruno si ribella e non ammette ciò che il cuore conosce senza bisogno di tante parole.

    Il percorso terapeutico passa attraverso l’esoterapia. La terapia esoterica. Cioè una terapia che, riscoprendo le tracce di un sapere profondo, prova a dare risposte al quesito di tutti i quesiti: perché si vive? E perché si muore?

    Ma soprattutto: perché qualche volta non si muore?!?

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    Ott 03 2011

    REALTA’ CARDIACHE

    Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

    Come si fa a sentire la presenza di qualcuno che non ha più un corpo?

    Tutti noi percepiamo sempre la presenza di chi abbiamo accanto (con o senza corpo), anche se non diamo troppa importanza a questo genere d’informazioni.

    Non ascoltiamo il cuore e non crediamo ai suoi messaggi, perché consideriamo irreale tutto quello che non è fisico.

    Ma se abbiamo trascorso la vita negando la realtà di ciò che non è concreto, la morte, in quanto perdita di ogni cosa tangibile, ci trova impreparati ad affrontarla.

    Siamo immersi in una cultura che psicologicamente fa ammalare, perché costringe a credere verità esclusivamente materiali.

    Verità che non rispecchiano la nostra totalità e il nostro sentire.

    Siamo esseri che hanno un corpo… ma anche un cuore!

    Per vivere bene il corpo da solo non basta.

    Anche il cuore deve sentirsi bene.

    Infatti, quando il cuore è dolorante, la vita perde di significato e tutto diventa grigio.

    Restituire importanza alle percezioni del cuore costituisce, perciò, una strada verso un mondo… senza psicofarmaci, senza psichiatri e senza psicologi!

    Un mondo emotivamente sano.

    La percezione cardiaca è lo strumento che ci consente l’accesso a questa conoscenza, basata sull’ascolto della sensibilità e sul riconoscimento del suo valore.

    Senza il cuore, l’immateriale ci è precluso.

    I sensi fisici non possono verificarne l’esistenza.

    Tutto ciò che è incorporeo, diventa consapevole e comprensibile soltanto se lo valutiamo con gli strumenti adeguati.

    E questi, inevitabilmente, non potranno essere corporei.

    Per sentire accanto a noi la presenza di chi amiamo, occorre riconoscere al cuore la capacità di vedere la realtà.

    La sfera affettiva è reale.

    Non è materiale, non si può misurare, non si può toccare ma tutti ne facciamo esperienza in ogni istante della nostra vita.

    Ascoltare e riconoscere le esperienze cardiache, permette di accedere a un diverso codice di informazioni, in grado di leggere le realtà immateriali.

    Realtà reali, anche senza un riscontro fisico.

    Le percezioni cardiache sono tangibili quanto le percezioni sensoriali, ma utilizzano linguaggi differenti.

    Non si può pretendere di misurare l’acqua in metri o la stoffa in litri.

    Le diverse realtà vanno interpretate utilizzando i criteri adeguati.

    La depressione, il dolore psichico, l’attacco di panico sono reali.

    L’amore e l’affettività sono reali.

    La salute e la sofferenza psicologica sono reali e cambiano la qualità della nostra vita.

    Si sperimentano con il cuore.

    Si gestiscono con il cuore.

    Si guariscono con il cuore.

    Il cuore non è normale.

    E’ vero.

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