Archive for Novembre, 2011

Nov 30 2011

PRESTO SAREMO UN POPOLO DI SCHIAVI…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La crisi economica e le catastrofi naturali stanno mietendo vittime un po’ ovunque e il morale di tutti noi precipita rovinosamente verso il basso.

Come faremo a vivere senza lavoro, senza soldi, senza casa, e senza futuro?

Immagini di miseria e di morte si affacciano alla coscienza e sembra che non ci sia più nessuna possibilità di avere un’esistenza soddisfacente.

Credo, però, che dobbiamo fermare questa catena di pensieri depressivi e approfittare della crisi per fare una riflessione sulla qualità della nostra vita.

Anche se cerchiamo di non dircelo troppo, la nostra vita, spesso, non è la nostra.

E’ invece la vita che qualcuno ci suggerisce di vivere, occhieggiando amichevolmente dagli schermi delle nostre televisioni e dai messaggi pubblicitari sparsi dovunque.

Fateci caso…

Prima e dopo la visione di angoscianti telegiornali, la pubblicità invita a soddisfare falsi bisogni sempre più nuovi, sempre più costosi e sempre più paradossalmente in contrasto con le immagini drammatiche dei TG.

Falsi bisogni che finiscono per diventare bisogni primari, considerati indispensabili per la sopravvivenza.

Ma è davvero così?

La vita che conduciamo, le cose che riteniamo importanti sono davvero importanti?

Prendiamo il lavoro…

Quanti soldi spendiamo per poter lavorare?

Cioè, in ultima analisi, per avere dei soldi?

Pensiamoci un po’ e facciamo due conti…

Per lavorare serve:

  • Una macchina per raggiungere rapidamente il posto di lavoro. La benzina, l’assicurazione, il bollo, la manutenzione.

  • Dei vestiti adeguati al luogo e al lavoro che si svolge.

  • Molti hanno bisogno di portarsi il pranzo. Un pranzo adatto a essere trasportato e mangiato velocemente.

  • Molti vanno a mangiare in mensa.

  • Tanti spendono dei soldi per comprare integratori che aiutino a sentirsi meglio dopo aver mangiato male e in fretta per cinque giorni (minimo) alla settimana.

  • Dopo il lavoro ti senti svuotato e spendi dei soldi in vari modi per ricaricarti e svagarti.

  • E poi arrivano le ferie… e in quella manciata di giorni ci si deve rifare di tutta la fatica e la frustrazione accumulate in un anno. Ecco allora che si spendono dei soldi per divertirsi.

Insomma, lavorare ha un costo abbastanza alto.

Ma cosa succederà quando non ci sarà più lavoro?

Cosa faranno quelli che rimarranno senza lavoro?

Come si potrà vivere senza soldi?

Sono convinta che dalla crisi emergerà un sistema di vita più sano, basato su un ascolto più profondo e sincero di se stessi.

Purtroppo, il nostro mondo è malato…

Lavoriamo tanto per pagare cose che non ci servono e che crediamo indispensabili solo perché una propulsione sfrenata al consumo ci spinge a soddisfare bisogni sempre nuovi. Senza sosta.

Non abbiamo più contatto con la terra, non abbiamo più rispetto per la natura e, purtroppo, allo stesso modo non abbiamo più contatto e rispetto per noi stessi.

Il benessere non dipende dai beni di consumo, ma dallo stato d’animo che si vive.

Ciò che ci permette di godere la vita non sono gli oggetti di lusso e le comodità, ma la possibilità di esprimere noi stessi nella condivisione con le persone a cui vogliamo bene.

La crisi ci sta obbligando a rivalutare i sentimenti, l’amicizia, la solidarietà. Ci spinge a guardare le cose essenziali, tralasciando il superfluo.

Un mondo sano si costruisce grazie alle relazioni umane, che nelle situazioni difficili diventano più autentiche e meno superficiali.

Nelle difficoltà ci si aiuta l’uno con l’altro, oltrepassando i ruoli, le gerarchie e i formalismi inutili.

A dispetto di tante manovre politiche e di tante sciagure, stiamo andando verso una rivalutazione dei valori interiori. Proprio perché il consumismo diventa sempre più stretto e il peggioramento dello stile di vita ci costringe a farlo.

Chi ci governa non potrà continuare a lungo a spingerci verso consumi sfrenati mentre ci obbliga a lavorare… soltanto per poter continuare a lavorare.

Tutti quanti ci stiamo svegliando dal torpore ipnotico indotto dalla crisi economica e ci stiamo accorgendo che il governo del mondo è in mano ad un pugno di uomini. Pochi. Che hanno potere perché gestiscono i soldi di molti.

Culture che non usano i soldi… vivono, amano e sentono diversamente da noi.

Quando, in numero sempre maggiore, avremo messo a fuoco che la ricchezza economica serve solamente per arricchire quei pochi che governano i tanti, avremo fatto il primo passo nella realizzazione di un mondo diverso.

Un mondo nuovo, in cui la solidarietà e la cooperazione costruiscono le alternative sane allo sfruttamento di adesso.

Un mondo in cui ciò che ognuno sente dentro è importante quanto ciò che succede fuori, perché è dall’interno che origina il benessere della società.

Senza amore… nessuno di noi può sopravvivere.

Senza soldi… possiamo fare scelte differenti.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Nov 26 2011

SIAMO TUTTI UN PO’ PSICOLOGI…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Si dice comunemente che tutti siamo un po’ psicologi… ma quest’affermazione è vera?

Siamo davvero tutti capaci di aiutare chi si trova in difficoltà con i propri pensieri e con le proprie emozioni?

A mio parere occorre fare una distinzione tra l’empatia e la psicologia.

L’empatia è la capacità si mettersi nei panni di un altro e osservare la vita dal suo punto di vista.

La psicologia è la scienza che studia la psiche, cioè lo stile di pensiero e il vissuto emotivo delle persone.

Empatici si nasce, ma psicologi si diventa dopo molti anni di studio e di esperienza pratica.

Siamo tutti un po’ empatici. Questo è vero.

Cioè siamo tutti in grado (chi più chi meno) di immedesimarci nei vissuti degli altri e di provare i loro turbamenti e le loro emozioni.

Naturalmente, solo qualcuno riesce ad abbandonare totalmente il proprio punto di vista per calarsi nella realtà di un altro. Mentre la maggior parte di noi, sposta soltanto il proprio modo di leggere gli eventi dentro le scene della vita di un’altra persona.

In quest’ultimo caso, però, non si tratta di empatia ma di immedesimazione. Ci si trasferisce con il proprio carattere e i propri vissuti dentro situazioni che non ci appartengono e in questo modo non si sperimentano i presupposti esistenziali di chi quelle situazioni le attraversa davvero.

Certamente gli psicologi devono essere empatici per riuscire ad aiutare i loro pazienti.

Cioè, devono essere capaci di lasciare andare il proprio modo di interpretare le cose per accogliere in sé il bagaglio di sensazioni, pensieri e sentimenti che caratterizzano l’esistenza di un altro.

Per fare lo psicologo, però, l’empatia da sola non può bastare!

Uno psicologo, dopo essersi calato dentro la realtà di un’altra persona, deve saper abbandonare anche quel punto di vista, per raggiungere un angolo di osservazione ulteriore.

Cioè, dopo essersi immerso emotivamente nei problemi di chi ha davanti, deve risalire verso un punto di vista meta (meta comunicativo, che comunica sulla comunicazione) e riuscire a guardare le cose dall’alto.

Perché solo da lì può aiutare il paziente a scoprire in se stesso nuove risorse con cui trasformare le difficoltà in occasioni di cambiamento.

Un bravo psicologo:

  • non propone se stesso,

  • non si porta ad esempio,

  • non da buoni consigli,

  • non suggerisce strategie,

  • non ha un punto di arrivo.

Il suo obiettivo è il benessere della persona che gli chiede aiuto.

La sua maestria consiste nell’aiutare l’altro a trovare soluzioni diverse e nuove, dentro se stesso.

Si afferma spesso che gli psicologi dicono sempre e solo quello che si sapeva già.

Be’… in un certo senso, questo è proprio vero!

Non sta a noi dire qualcosa di nuovo al paziente.

Il nostro compito è fare in modo che sia il paziente a dirsi qualcosa di nuovo. Qualcosa che esisteva già dentro di lui, prima che lo psicologo intervenisse. Qualcosa che sembra nuovo, solo perché era stato ignorato. E che, appunto per questo, si sapeva già…

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, diffidate delle imitazioni dello psicologo!

Circondatevi di persone empatiche, perché sono creature splendide che è bello avere vicino, ma sceglietevi lo psicologo con molta attenzione.

Lo psicologo bravo non può essere il vostro amico (e il vostro amico non può essere il vostro psicologo) (nemmeno se fa lo psicologo di mestiere).

Lo psicologo deve essere uno strumento di cambiamento al servizio della vostra vita, un esperto nell’arte di far nascere le risposte dalla profondità del vostro cuore.

Deve saper parlare il linguaggio familiare delle vostre difficoltà, ma con i termini A-normali, insospettabili, divertenti e avventurosi, del mutamento.

Deve essere la voce che vi incoraggia a imboccare la strada della trasformazione e che vi lascia andare soli lungo i sentieri che avete scelto.

Deve essere il vostro ausilio.

Pronto a sparire quando i riflettori del successo sono puntati sulla vostra vita, e pronto a lavorare quando avete bisogno dei suoi strumenti.

Un bravo psicologo è al vostro servizio.

Non usa la scrivania come una cattedra, dietro alla quale puntare l’indice, ma come il viale di cui soltanto voi disegnate l’orizzonte.


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Nov 21 2011

A-NORMALI si nasce o si diventa?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

A-normali si nasce.

Normali si diventa.

In un mondo sano tutti dovrebbero essere A-normali.

Ogni essere è unico, originale, irripetibile; la sua diversità è il contributo che porta al mondo, una ricchezza che si aggiunge alla poliedricità delle esistenze e fa più bella la vita.

Tanti modi differenti di sentire, di essere, di pensare rendono interessante la scoperta e la conoscenza l’uno dell’altro e creano: RICCHEZZA ESISTENZIALE.

 

Ricchezza esistenziale… una risorsa poco considerata.

Oggi è d’obbligo seguire la corrente.

Chi non partecipa, chi si differenzia, è guardato con sospetto, trattato con diffidenza o addirittura emarginato.

Ma, nascosta dentro il cuore di ciascuno, esiste una Anormalità inalienabile. Che cerca solo di trovare la propria dignità e la dovuta ammirazione.

Che gusto ci può essere nel vestire tutti allo stesso modo, mangiare tutti le stesse cose e pensare tutti uno stesso unico pensiero?

Eppure…

Per qualcuno (pochi) un gusto c’è.

Il gusto perverso di forgiare una popolazione di servitori.

Con una divisa, che si chiama: moda.

Con una catena ai piedi, che si chiama: stipendio.

Con delle brevi libere uscite, che si chiamano: ferie.

E con una prigione invisibile cucita addosso, che si chiama: normalità.

Ma la normalità è un’omologazione che fa ammalare.

E noi psicologi, purtroppo, lo verifichiamo ogni giorno.

Certo, tutti abbiamo bisogno dell’approvazione e del riconoscimento l’uno dell’altro.

Ma vogliamo essere riconosciuti proprio nella nostra speciale unicità.

La normalità ci costringe a rinunciare alle nostre peculiarità e all’originalità che ci contraddistingue, pur di trovare conferme e considerazione.

Conferme e considerazione che non bastano mai, quando non sono rivolte al cuore della persona, alla sua specificità.

Un invisibile coach, chiamato informazione  ci insegna, impercettibilmente, a livellarci nel conformismo.

Fino a che la normalità diventa il nostro vestito.

Quell’apparenza che bisogna mostrare per sentirsi bene in mezzo agli altri. Altri che, inevitabilmente, indossano la stessa divisa e ne rimangono imprigionati.

Poi, in nome di questa sbandierata normalità, sacrifichiamo gli impulsi più veri, la nostra autenticità emozionale. Quel modo unico e speciale con cui ognuno interpreta la vita.

A-normali si nasce.

Normali lo si può diventare.

Forse per non sentirsi troppo soli. Forse per essere amati.

Però l’amore, ottenuto nascosti dietro un normale falso sé, non soddisfa la fame ed è come ingoiare il menù al posto del pranzo.

Nessuno può essere mai uguale a un altro, nemmeno quando si nasce gemelli.

Il nostro vero sé è A-normale.

Aspetta, inestirpabile e incorruttibile, il momento di rivelare la sua verità.

Sincero.

Unico.

Solo.

E per questo pieno di fascino.

E di creatività.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Vuoi saperne di più? 

Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

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Nov 17 2011

CREATIVITA’ & CONFORMISMO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

 

“Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante.”

F. Nietzsche

La creatività non è, come si ritiene comunemente, un particolare talento artistico.

La creatività è quella risorsa che permette di scoprire nuove possibilità… un po’ dappertutto.

 

Un creativo può essere una persona che ignora la storia dell’arte e incapace di disegnare. La sua creatività consiste nell’inventare modi diversi e migliori per fare le cose di sempre.

Chi possiede una personalità creativa è spinto da una specie di forza interiore a cambiare spesso.

Perciò quando ha stabilito un certo assetto, avverte un’esigenza insopprimibile a cambiare tutto per crearne un altro diverso e nuovo.

Questo modo di essere e di vivere, basato su frequenti trasformazioni, genera spesso delle incomprensioni tra chi possiede una personalità creativa e le persone che gli vivono accanto e che, invece, interpretano la sua insopprimibile necessità di variare come irrequietezza, instabilità, incoerenza e altre spiacevoli cose del genere.

Per un creativo esprimere la creatività è come per una pianta fare i suoi frutti, una conseguenza naturale della sua stessa esistenza.

Se gli viene impedito di manifestare il suo spontaneo bisogno di creare, rivolgerà contro se stesso la fisiologica propensione al cambiamento e comincerà a produrre sintomi creativi, cioè sintomi difficilmente omologabili.

La creatività è una dote bellissima ma… porta con sé numerose sofferenze.

Diversità, solitudine, incomprensione, ridicolizzazione, emarginazione sono solo le più importanti.

Vediamole una per una:

DIVERSITA’

La creatività spinge a guardare le cose abituali con occhi diversi, in modi nuovi e per questo insoliti.

Spesso ci vuole parecchio tempo perché le novità siano accettate e condivise anche da chi non è creativo e altrettanto portato ad accettare le innovazioni.

Infatti, un bisogno di stabilità e di prevedibilità ci rende sospettosi e diffidenti davanti a quello che ancora non conosciamo.

Spesso chi è creativo può sentirsi solo.

SOLITUDINE

L’originalità e la genialità in un primo momento possono essere marchiate come follia e ritenute sbagliate.

La storia è piena di grandi pensatori diffamati e maltrattati proprio a causa delle loro idee nuove. Uomini e donne considerati innovatori soltanto molti anni più tardi, quando le loro scoperte, finalmente assimilate e condivise, sono diventate più consuete e quindi considerate normali.

Spesso chi è creativo può sentirsi incompreso.

INCOMPRENSIONE

Creatività e normalità sono antitetiche. Ecco perché in un primo momento la creatività può essere additata come anormalità.

Effettivamente la creatività per definizione non può essere normale, nel senso di comune, abituale, scontato.

Creare qualcosa di nuovo significa avventurarsi nell’imprevedibile, dentro cose, pensieri, stati d’animo sconosciuti e per questo poco controllabili.

Cose, pensieri e stati d’animo che, costringendoci a cambiare, sovvertono l’ordine costituito.

Rinunciare alle proprie certezze e abitudini può essere molto faticoso e impopolare.

Spesso chi è creativo può venire ridicolizzato.

RIDICOLIZZAZIONE

L’a-normalità è una caratteristica intrinseca alla creatività, ma a nessuno piace essere considerato anormale. Questa parola è sinonimo di: squilibrato, handicappato, anomalo, pervertito, irregolare, strano, attributi poco desiderabili, usati per schernire ed emarginare piuttosto che nel loro originario significato.

Spesso chi è creativo può essere emarginato.

EMARGINAZIONE

Proporre aspetti diversi e nuovi si scontra con il bisogno conformistico di sentirsi parte di un gruppo.

Le novità e le diversità minano l’appartenenza e per questo sono combattute e allontanate, soprattutto nelle organizzazioni rigide.

Spesso chi è creativo può essere trattato come un diverso.

Per tutti i motivi esposti sin qui, la creatività è una dote bellissima ma molto difficile da gestire.

Chi la possiede, a volte finisce per usarla per nascondersi camaleonticamente (a se stesso e agli altri) perché manifestarla apertamente rischia di incontrare poco favore se non un’aperta emarginazione.

La creatività si scontra con il bisogno di ordine, di stabilità, di prevedibilità, di conformismo e di perfezione.

Soprattutto quando si è  bambini , avere una personalità creativa può farci sentire diversi, strani, fuori schema, anomali.

Durante la crescita il bisogno di riconoscimento e approvazione è fortissimo e ci spinge a conformarci ai modelli correnti pur di ottenere l’approvazione.

Le intuizioni creative possono essere considerate stranezze dalla maggioranza delle persone che abbiamo intorno e provocare derisione, emarginazione, incomprensione e solitudine.

 

Ecco perché tante volte creatività, fantasia e originalità sono nascoste dietro un apparente conformismo o una razionalità esagerata.

La creatività è la capacità di staccarsi dal gruppo per camminare con un passo diverso.

Viverla in prima persona vuol dire attraversare la solitudine fino a incontrare un se stesso sconosciuto.

Non sempre è facile.

Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante.

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Nov 13 2011

CAMALEONTI per amore…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

In alcune situazioni, l’occultamento della personalità creativa può portare alla costruzione di un falso sé normalizzato con cui affrontare la rigidità della vita quotidiana.

Questo falso sé, apparentemente ben adattato, nasconde abilmente (come solo un creativo sa fare) l’apparato emotivo e lascia trapelare la propria sofferenza solo in forma criptata.

Avremo allora un crescendo d’insoddisfazione, irritabilità e vissuti depressivi, fino ad arrivare all’attacco di panico vero e proprio.

Un panico senza motivo apparente, perché nascosto dietro un’apparente normalità.

NICOLETTA maltratta solo NICOLETTA

Nicoletta e Guido sono sposati da circa dieci anni.

Insieme hanno avuto due bambine, Silvia e Clara, che oggi hanno cinque e tre anni.

Nicoletta è una mamma coccolosa che passa la maggior parte del suo tempo a casa occupandosi delle bimbe e delle faccende.

Nell’ultimo anno, però, alla famiglia si è aggiunta la nonna, la mamma di Nicoletta, vedova e con problemi di deambulazione.

“Mamma è una donna intelligentissima e piena di risorse” mi racconta Nicoletta “dopo la morte di papà ha organizzato la sua vita per non pesare su noi sorelle in nessun modo. Ma lo scorso anno ha avuto un incidente che le ha lasciato le gambe quasi completamente bloccate. Per questo, dopo molte insistenze, l’abbiamo convinta a trasferirsi qui. Da sola, in quella sua casa grande e piena di scale, non ce la poteva più fare!”.

Nicoletta ha destinato alla mamma la sua camera dei pasticci.

Il luogo dove inventa di tutto: giochi di stoffa per le bambine, vestiti per sé, regalini per le amiche.

“Ho scelto di non lavorare per potermi dedicare alla famiglia e alle bambine” mi dice “ma sono un animo irrequieto, non mi piace stare con le mani in mano! Ho sempre bisogno di inventare qualcosa. Faccio e disfo. Riciclo tutto.”

L’arrivo della mamma ha messo bruscamente fine agli hobby di Nicoletta.

Un po’ perché non c’è più una stanza dove rinchiudere il disordine (che sempre si accompagna alla creatività).

E un po’ perché non c‘è più il tempo.

La mamma ha bisogno di compagnia e di attenzioni per superare l’avvilimento che consegue all’invalidità.

Nicoletta vuol bene a tutti e cerca di fare il possibile per i suoi familiari: gioca con le bambine, ascolta la mamma, prepara le cose in modo che Guido possa rilassarsi dopo il lavoro.

In sintesi: è una figlia/mamma/moglie perfetta!

Ma allora?

Come mai chiede un appuntamento con lo psicologo?

Perché negli ultimi mesi soffre di attacchi di panico.

Un senso di soffocamento la assale quando meno se lo aspetta. Il cuore salta nel petto. Le orecchie ronzano. Sente che sta per svenire. E deve sdraiarsi fino a che non le passa.

Ma non sempre passa in fretta…

“Oramai sto più sdraiata che in piedi” racconta “la casa è abbandonata. Le bimbe protestano. Guido è stanco. Mamma vuole andarsene per non pesare ulteriormente su di me. E io non so come farmi passare questi malesseri che mi fanno impazzire e che di fisico non hanno niente! Ho fatto tutte le analisi. E’ tutto a posto. Forse sono pazza. Dev’essere così…”

Pazza…?!?

No di sicuro.

Disponibile e generosa…?

Tanto.

Le personalità creative amano tanto.

Danno tanto.

E vivono tanto tutte le cose.

Perché possiedono un sistema emotivo sofisticato e ricco di sfumature.

Talmente ricco che, a volte, le confonde.

Infatti, Nicoletta è confusa tra la testa e il cuore e non sa più cosa vuole davvero.

Con la testa pensa una cosa e con il corpo ne chiede un’altra.

Con la testa:

  • Vuole fare star bene la mamma.
  • Vuole crescere bene le figlie.
  • Vuole bene a Guido (che per via del lavoro non c’è quasi mai).

Vuole tutte queste cose con grande intensità e si dimentica che anche lei è parte della famiglia.

E, proprio come tutti gli altri, ha bisogno di rilassarsi, divertirsi e stare bene.

Con il corpo:

  • Vuole dire basta.
  • Vuole ascoltarsi.
  • Vuole sdraiarsi e pensare un po’ anche a sé.

“Ma per me è importante, soprattutto, che ognuno intorno a me stia bene!” protesta.

“Sì. E, per ottenerlo, devi pensare anche a te!” le spiego.

Non è lecito un amore razzista. Neanche… solamente contro sé stessi.

Il cuore si ribella.

Il corpo protesta.

Per riprendere a stare bene, Nicoletta dovrà imparare a volere anche il suo bene insieme con quello dei suoi cari, e ad amare se stessa con l’intensità con cui ama gli altri.

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Nov 09 2011

COME AVVIENE LA COMUNICAZIONE CON CHI NON HA UN CORPO?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La comunicazione con gli esseri incorporei utilizza la percezione cardiaca e rispetta le regole immateriali del cuore:  atemporalitàsoggettività, emotività.

Gli esseri che non hanno un corpo, non avendo più una bocca per parlare né orecchie per ascoltare, non possono usare il linguaggio.

La relazione con loro può avvenire soltanto grazie alle leggi cardiache basate sulla risonanza interiore.

Il nostro stile di vita censura tutto ciò che riguarda la sensibilità e l’emotività.

Preferiamo parlare delle cose che ci sono successe concretamente, piuttosto che soffermarci su quello che è avvenuto intimamente.

Ma per ricongiungerci ai nostri cari la concretezza abituale non serve. Anzi ci distoglie dalla loro realtà e impedisce il contatto.

Gli esseri incorporei ci mandano messaggi che dobbiamo imparare a decodificare usando il nostro cuore.

Con loro si può parlare in qualunque momento e di qualsiasi argomento ma… la risposta arriverà dal cuore e si servirà del linguaggio interiore fatto principalmente di sensibilità individuale.

Questo ai nostri giorni può essere molto più sconveniente e scandaloso del sesso!

Ci siamo abituati a parlare senza imbarazzo di qualsiasi cosa concreta ma ancora ci vergogniamo nel condividere le emozioni e le esperienze interiori.

Tutto ciò che è giudicato soggettivo, è accusato d’inattendibilità e bollato col marchio infamante dell’inesistenza.

Si dice scherzosamente che “Nessun morto è mai tornato a raccontarci nulla!”.

Be’… se anche lo avesse fatto (e certamente molti lo hanno fatto) non lo avremmo saputo comprendere perché non avrebbe potuto usare altro linguaggio che quello cardiaco, soggettivo ed emotivo.

Un linguaggio che abitualmente non ascoltiamo e non consideriamo importante né reale.

Ma cosa significa linguaggio cardiaco, soggettivo ed emotivo?

Il linguaggio cardiaco è sempre soggettivo ed emotivo.

Soggettivo significa che esiste soltanto soggettivamente, cioè all’interno della esperienza individuale.

Nessun altro può sentirlo, provarlo, sperimentarlo.

Il linguaggio soggettivo riguarda solo me  e un altro essere.

Emotivo vuol dire che è fatto di emozioni e stati d’animo, ed è relativo a ciò che sentiamo dentro.

I vissuti emotivi accompagnano sempre tutte le esperienze che facciamo, concrete e no.

Sfortunatamente non gli attribuiamo grande importanza e questo disinteresse si traduce anche in una scarsità di parole per definire i sentimenti.

Abbiamo pochi termini per indicare gli stati d’animo e questi riguardano solo le emozioni più intense: amore, gioia, rabbia, odio, nostalgia, tenerezza, eccetera.

Ci sono invece ben pochi vocaboli per definire vissuti più sfumati come, ad esempio, la serenità, la malinconia o la dolcezza.

Come stai?

Bene o male.

Benissimo o malissimo.

Splendidamente o pessimamente.

Una favola o un orrore.

Altrimenti?

Se il mio stato d’animo non si colloca in uno di questi due estremi?

Qualcuno risponde: “Normale…”.

Qualcun’altro dice: “Neutro…”.

“Così così…” e si fa ballare la mano.

“Insomma…” e si guarda in alto.

“Sto…”

“Vado avanti…”

“Andiamo…”

“Al solito…”

“Come sempre…”

“Si tira avanti…”

“Meglio non parlarne…”

Parole scarse e poco espressive che segnalano la mancanza di attenzione per i mondi psicologici.

Gli esseri che non hanno corpo esistono nella stessa dimensione intangibile della psiche e delle emozioni e usano proprio queste ultime per dialogare con noi.

Se la nostra attenzione è interamente focalizzata sulla materialità, non riusciremo a percepire il loro linguaggio e penseremo di averli persi per sempre.

Quando invece prestiamo maggiore attenzione al mondo interiore, allora le emozioni diventano un codice che essi utilizzano per avvicinarci.

Se il corpo non c’è più, non ci sono nemmeno più un Io e un Tu che si fronteggiano ma al loro posto c’è un Insieme che unisce.

Il legame è un vissuto di unione all’interno del quale possono aver luogo gli scambi con coloro che sono privi di fisicità.

Le persone che hanno fatto questo tipo di esperienze riferiscono tutte uno stato di grande benessere e raccontano la sensazione di unione e appartenenza che caratterizza l’incorporeità.

Tutti quanti, però, incontrano sempre molte difficoltà nel cercare di tradurre in parole il vissuto emotivo dell’incontro.

Il nostro linguaggio, come ho detto, è scarso di vocaboli e presenta molti limiti nel definire ciò che è immateriale.

Nonostante le difficoltà, però, le esperienze di contatto e condivisione con chi non ha più corpo sono tante e tutti quanti, superato il primo momento di imbarazzo, riferiscono consapevolezze simili, non nei contenuti (che appartengono alla storia di ciascun legame) ma nelle modalità con cui le comunicazioni si manifestano.

Secondo quanto mi è stato raccontato (nel segreto della mia professione), gli incontri impalpabili con gli esseri incorporei avvengono sempre:

  • mentre si è soprappensiero
  • quando si è sereni (il dolore e la paura precludono la possibilità di avere uno scambio di qualsiasi tipo)

e sono sempre:

  • accompagnati da una sensazione di benessere
  • un’esperienza del tutto naturale
  • dentro a un legame che prosegue ininterrottamente a prescindere dalla corporeità

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Nov 04 2011

ANIMALI & EXTRATERRESTRI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando ci domandiamo se esistono forme di vita su altri pianeti, in genere finiamo per immaginare strani omini verdi, magari con orecchie a punta e occhi allungati, di solito abbastanza simili all’uomo.

 


Ci è difficile concepire una civiltà e considerarla tale, se non ricalca le orme della nostra.

L’egocentrismo nella popolazione umana, purtroppo, è ancora altissimo.

Basta guardare il modo in cui stiamo trattando il pianeta, per rendercene conto immediatamente.

La nostra è la cultura dell’usa e getta.

E’ difficile concepire l’idea che ci si possa incontrare soltanto per confrontare esperienze di vita differenti, in uno scambio dove l’unico beneficio sia la conoscenza reciproca.

Nella nostra società occidentale, basata sul consumo, una condivisione in cui nessuno cerchi di modificare l’altro a proprio vantaggio, è ancora una novità.

Giudicata A-normale.

Da molti.

Una patologica mancanza di comprensione per la diversità, ci rende ciechi davanti alle tante forme di vita extraterrestre che abitano il nostro pianeta.

Certo, se vivono qui sulla Terra, direte voi, non possono essere extraterrestri. Sono terrestri!

Si, è vero… ma voglio evidenziare che sul pianeta Terra esistono razze che sembrano extraterrestri per via della loro difformità rispetto alla nostra.

Culture che nessun essere umano si azzarderebbe a giudicare tali.

Mi riferisco soprattutto agli animali.

Normalmente, non riconosciamo loro proprio nessun tipo di sapere.

E, poiché sono diversi da noi, ci sentiamo autorizzati a usarli come oggetti senza valore.

Più le specie viventi si allontanano dal modello umano, più le giudichiamo beni di consumo a nostra disposizione.

Non riusciamo a considerare cultura, una sapienza che si esprima in modi diversi da quelli che abbiamo stabilito noi.

Per la razza umana, solo un sistema di linguaggio e scrittura indica l’esistenza di una cultura.

Chi ne è privo, non possiede alcun sapere e per noi, spesso, nemmeno coscienza.

Immersi dentro un esagerato campanilismo, definiamo “cultura” solamente la nostra e ci sentiamo autorizzati a sfruttare e depredare impunemente qualsiasi altra forma di vita.

 

EGOCENTRISMO E IMMATURITÀ

 

 

L’egocentrismo è innato nei bambini piccoli e serve a sviluppare l’individualità in vista della separazione dalla mamma.

Durante la crescita, la sensazione di essere il centro del mondo cede progressivamente il posto alla comprensione della propria relatività.

Questo processo permette lo strutturarsi della socializzazione.

Quando si valuta la maturità di una persona, uno dei primi parametri da considerare è proprio la sua capacità di rapportarsi agli altri.

Maggiore è l’egocentrismo, minore è la capacità di stare insieme.

Dopo la pubertà, una scarsa attitudine a fraternizzare segnala l’esistenza di problematiche gravi.

Ecco perché, negli adulti la sensazione di essere l’unica forma di vita esistente è pericolosamente egocentrica e la mancanza di rispetto e comprensione verso gli altri esseri viventi, corrisponde a un mancato sviluppo nella crescita psicologica.

AAAAAAA

Le personalità creative amano gli animali… e anche gli extraterrestri…

Cari amici, lettori e curiosi, se state ancora leggendo questo blog probabilmente avete una personalità creativa , amate gli animali e… valutate la possibilità che vi siano altre forme di vita sparse nella galassia.

Forse tutto questo non è considerato normale da molti, ma… rassicuratevi!

La vostra A-normalità segnala una sana maturità psicologica.

Maturità che, purtroppo, suscita diffidenza nella nostra civiltà, ancora alle prese con egocentrismo e autoreferenzialità.

La soluzione alle incomprensioni (che a volte vi amareggiano la vita) (soprattutto se amate gli animali) non è lobotomizzare la crescita emotiva per trasformarsi in robot senza cuore!

Bisogna comprendere che, dopo i dodici anni lo sviluppo interiore è diverso per tutti e, spesso, non corrisponde più all’età anagrafica.

 



Ci sono adulti che psicologicamente hanno tre anni e bambini che psicologicamente ne hanno più di cento.

Non basatevi sui tratti somatici per valutare la maturità di chi vi sta attorno.

Esaminate invece la capacità di socializzazione.

Osservate quanto le persone riescono ad ascoltare, comprendere e rispettare la diversità.

Questo, per noi psicologi, è un indicatore importante della maturità, cioè di un sano e adeguato sviluppo psichico.

Il mondo è pieno di culture differenti dalla nostra e perciò extraterrestri.

Dobbiamo imparare a conoscerle, capirle, rispettarle e amarle.

Incluse quelle personalità egocentriche e razziste che fanno parte della nostra specie. Umana.

Il cuore non è normale.

E’ tollerante.

 

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