Archive for Gennaio, 2012

Gen 30 2012

ATTACCHI DI PANICO E CREATIVITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Paura, tachicardia, ansia improvvisa e immotivata, tremori, capogiri, black out mentale, vertigini, sudori freddi, irritabilità, fragilità emotiva… sono soltanto alcuni degli innumerevoli sintomi che caratterizzano l’attacco di panico, il male psicologico più diffuso in questi ultimi tempi.

Le problematiche psichiche sono da sempre la spia di un disagio nella società.

Un tempo l’isteria indicava l’eccessivo moralismo e la repressione sessuale.

In seguito, la depressione ha messo in evidenza i danni psicologici del consumismo e della competitività.

Oggi, il dilagare dell’attacco di panico segnala l’amputazione della creatività, della sensibilità e dell’intuizione.

Il panico, che consegue alla repressione di quasi tutte le funzioni dell’emisfero destro del cervello, genera un sintomo creativo e si manifesta con modalità creative, cioè originali, imprevedibili e diverse per ognuno.

 

Il nostro stile di vita è crudele con la creatività.

Viviamo nella civiltà dell’usa e getta.

Dobbiamo assecondare il mercato, tenere in piedi l’economia, distruggere senza recuperare mai niente.

Bisogna comprare, comprare, comprare… cose sempre nuove, sempre diverse e sempre meno utili.

Per la creatività c’è poca tolleranza.

Inventare, riciclare, ingegnarsi, ideare, trasformare, riadattare, sono attività che intralciano le leggi del commercio, espressioni troppo individuali, economiche o imprevedibili per un popolo di consumatori.

Di sicuro, creare, è poco competitivo.

Poco conformista, poco omologabile, poco dominabile, poco lussuoso, poco riproducibile, poco monetizzabile, poco inquadrabile, poco standardizzabile e poco costoso.

Insomma, l’invenzione personale non va d’accordo né con il commercio né con la globalizzazione!

Ma siccome la dittatura si è travestita da democrazia, la creatività non è vietata… è sconsigliata.

Nella nostra società, i veri creativi non sono benvisti e, spesso, chi possiede una personalità creativa, sentendosi diverso, emarginato o inadeguato, finisce per vivere male e con sofferenza la propria autenticità.

Progressivamente (ma inesorabilmente), la creatività, la sensibilità e l’intuizione, sono state eliminate dal repertorio dei comportamenti abituali.

La principale artefice di questo annichilimento è la scuola.

I programmi scolastici, infatti, favoriscono l’emisfero sinistro del cervello, quello preposto alla sequenza, alla logica e alla matematica, e censurano l’emisfero destro, sede della creatività, della sensibilità e della sintesi.

Il nozionismo è la discriminante favorita, per avere successo negli studi.

Lungo tutto il percorso scolastico, dalla prima elementare fino al test d’ingresso per l’università, gli studenti sono incentivati ad abbandonare progressivamente l’uso dell’emisfero destro e, giunti al termine degli studi, di fantasia, inventiva, intuizione, immaginazione e originalità non rimane più quasi nessuna traccia.

In più, se durante gli anni della scuola la creatività non favorisce il successo, per entrare nel mondo del lavoro è ancora meno utile e, di certo, non aiuta a trovare un impiego!

Per lavorare, infatti, si deve essere: accomodanti, disponibili, poco esigenti, accondiscendenti e pronti al sacrificio.

Creativi? Meglio di no. 

(Troppo mutevoli, troppo imprevedibili… destabilizzanti!)

Purtroppo, però, quando la creatività non trova spazi per potersi esprimere, si manifesta nell’unico luogo rimastole accessibile: il corpo.

E produce sintomi creativi, che ne segnalano la presenza insieme con la sofferenza e la repressione.

L’espressività individuale, maltrattata e annientata per troppo tempo, produce un malessere fantasioso, originale, e imprevedibile come l’attacco di panico.

Manifestare un sintomo somatico, generare un dolore nel corpo, sono le uniche cose che ancora le è concesso di fare per segnalare uno stile di vita diventato pericoloso.

“Aiutami a cambiare senza cambiare niente, mantenendo inalterate tutte le mie insane abitudini stereotipate e poco creative!”.

Questo sembra essere il messaggio criptato dietro quella paura che assale all’improvviso.

La creatività condensa in un segno tanti significati e l’attacco di panico è un sintomo che porta le stimmate della creatività.

Si manifesta quando all’unicità interiore non è rimasta più nessuna possibilità di esprimersi e racconta, con il malessere fisico, una sofferenza psicologica che non si può comunicare a parole perché chi ne è portatore l’ha nascosta anche a se stesso.

(Bisogna essere dei creativi per avere una patologia che sfugge alle diagnosi e produce sintomi sempre diversi)

L’attacco di panico nasconde e mostra la paura per l’annientamento del pensiero individuale e segnala una staticità nelle funzioni dell’emisfero destro del cervello.

E’ il sintomo di un tradimento agito contro il proprio cuore, la propria sensibilità e la propria intuitività.

Ecco perché, per curarlo i farmaci non bastano.

Bisogna riprendere in mano il bisogno profondo di inventarsi la vita, di cambiare se stessi e di cavalcare le proprie fantasie.

I sogni e i desideri raccontano i talenti individuali di ciascuno.

Reprimerli, in favore di un’esistenza omologata e conformista, è una violenza che uccide l’espressività personale e fa ammalare di paura.

L’attacco di panico racconta sulla pelle e sul corpo, lo sgomento per una sensibilità che si è dovuta anestetizzare nel tentativo di normalizzarsi, e per una vita senza radici emotive.

E’ un sintomo imprevedibile, e rivendica il diritto all’imprevedibilità, perché imprevedibile è l’esigenza di ascoltare se stessi e imprevedibile è la creatività da cui scaturiscono il cambiamento e l’inventiva.

Riscoprirsi diversi e ricreare ogni volta la nostra realtà, sono i doni che abbiamo perso nello sforzo di renderci normali, e la loro mancanza genera il panico.

Non si può vivere senza assecondare il cambiamento, seguendo il ritmo del proprio cuore.

La creatività è una medicina economica e naturale, tutti ne abbiamo bisogno per vivere.

Quando la eliminiamo dal repertorio delle scelte, togliamo a noi stessi l’unicità e sprofondiamo nella paura.

Chi è creativo non può essere normale.

La normalità annienta la personalità nel conformismo e toglie alla vita il suo significato.

 

 

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Gen 26 2012

GENITORI SEPARATI? Per i bambini può essere un vantaggio.

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Letizia ha quindici anni. Da quando ne aveva otto, vive tre giorni con la mamma e quattro col papà.

“La separazione dei miei genitori per me è stata una liberazione!” racconta.

“Prima non facevano altro che litigare. Finiva sempre che mi rifugiavo dalla nonna. Abbiamo vissuto tutti e tre un periodo bruttissimo e meno male che è finito!”.

Sospira guardando in alto, poi continua.

“Vivere in due case diverse all’inizio è stato un casino! Non trovavo mai nulla… le cose erano sempre da un’altra parte. Ma poi ci ho fatto l’abitudine e adesso non vorrei cambiare. Con papà faccio tutto con calma. Da mamma invece c’è più confusione. Ha due bambine piccole e il suo nuovo marito è un giocherellone. Con loro mi diverto di più, però preferisco andarci nei fine settimana, altrimenti non riesco a concentrarmi per studiare.”.

*  *  * 

Giorgio ha dodici anni e vive con la mamma. Va dal papà un weekend sì e uno no. I suoi genitori si sono separati l’anno scorso.

“Prima, papà non era mai in casa e quando c’era non gli si poteva nemmeno parlare perché era sempre stanco e seccato. Dovevo stare zitto. Guai se accendevo la televisione. Non vedevo l’ora che partisse per i suoi viaggi di lavoro, almeno potevo giocare con i miei amici!

Dopo la separazione, invece, è cambiato tutto. Ora, quando vado da lui, passiamo molto tempo insieme. Spesso andiamo al cinema e mi sta anche insegnando a guidare la moto. La mamma non vuole. Ma papà dice che quando tocca a lui, comanda lui e quando tocca a lei… lui non dice nulla!”.

“E tu cosa ne pensi?” domando.

“A me dispiace per mamma, perché lei ha sempre avuto paura delle moto. Sempre. Da quando era bambina. Ma io sto imparando su una moto piccolina e papà ha detto che è molto sicura. Mi piace tantissimo! Non vedo l’ora, che arrivi la domenica di papà!”.

 *  *  *

Rebecca vive con suo padre da quando aveva due anni. I genitori si sono separati qualche mese dopo la sua nascita. La mamma fa l’agente di commercio ed è spesso in viaggio per lavoro. Rebecca ha vissuto con lei nei primi due anni, poi i genitori di comune accordo hanno deciso che il papà l’avrebbe tenuta con sé a tempo pieno e la mamma l’avrebbe vista nei momenti liberi. Oggi Rebecca ha diciotto anni. Questa è la sua esperienza.

“Da bambina la mamma mi sembrava un mito, con quella sua macchina grande e argentata! La vedevo la domenica, ma neanche sempre. Mi portava dei regali buffi quando tornava dai viaggi. Mi piaceva stare con lei ma mi metteva anche in soggezione.

Diciamo che per me le cose sono un po’ alla rovescia. Papà è come se fosse “la mamma” e la mamma è come se fosse “il papà”.

Non posso dire che mamma mi sia mancata, a suo modo c’era e c’è sempre. So che ci posso contare. Però papà mi fa sentire più sicura, anche se a volte con tutte le sue “preoccupazioni per me” m’innervosisce moltissimo. Quando ci arrabbiamo, io e lui siamo pazzi uguali. Sembriamo due tori infuriati!” mi guarda sorridendo e scuote la testa.

“Della loro separazione non mi lamento. Conoscendoli non ce li vedo proprio a vivere insieme! A volte mi chiedo come sarebbe stato avere una famiglia più tradizionale. Ma quando sento i genitori dei miei amici che passano giornate intere a discutere dalla mattina alla sera, penso sia stato meglio così. Io almeno posso scegliere, quando mi stufo di stare con papà vado da mamma. E quando mi stufo anche con mamma, vado da papà. Loro sono sempre “andati d’accordo” così… e io adesso non credo che vorrei cambiare la mia vita.”.

*  *  *

Vittoria, Giorgio e Rebecca sono solo alcune tra le tante storie che ho raccolto in ventisette anni di lavoro con i bambini e con i loro genitori.

Le famiglie che decidono di separarsi chiedono spesso una consulenza psicologica. Hanno paura che la loro scelta si ripercuota negativamente sullo sviluppo emotivo dei figli e vogliono essere aiutati a non fare passi falsi.

Nel 2012 la separazione è ancora malvista e considerata traumatica per i figli, ma nella mia esperienza professionale, raramente ho conosciuto dei bambini problematici a causa della separazione.

E’ invece molto più frequente, purtroppo, incontrare bambini carichi di sofferenza e di problemi per i litigi e la conflittualità tra i genitori (che non si sono separati).

Si crede che la separazione sia sempre dannosa per i figli, ma ciò che veramente provoca dolore e causa tanti problemi nei bambini, non è la scelta di chiudere un rapporto, quanto piuttosto l’abbandono emozionale, la mancanza di partecipazione emotiva.

Succede spesso che le persone distanti emotivamente finiscano col delegare al partner tutte le incombenze (emotive e talvolta anche pratiche) relative alla cura dei figli.

Viceversa, dopo la separazione, non potendo più demandare a nessuno i propri compiti affettivi, queste persone devono interagire in prima persona (la storia di Giorgio esprime chiaramente questo concetto).

La separazione può essere un toccasana per i bambini, quando costringe un genitore emotivamente assente a costruire un rapporto con i propri figli.

Non voglio sostenere che sia facile, voglio dire che è meglio…

E’ meglio un genitore emotivamente goffo che si sforza di avvicinare i propri figli, nonostante le sue tante difficoltà, piuttosto che un genitore che evita la relazione delegandola a un altro.

Per i bambini il vero pericolo non è la separazione ma il disamore, la freddezza, l’indifferenza, la disattenzione, il distacco tra il papà e la mamma, o tra genitori e figli.

La fine dell’amore nella coppia, non si può nascondere ne evitare, bisogna affrontarla e spesso comporta la rottura del rapporto coniugale.

Questo significa fortificare la genitorialità e impegnarsi maggiormente nella relazione con i figli.

I bambini imparano per imitazione, ripetendo gli atteggiamenti degli adulti.

La maggior parte dei comportamenti si acquisisce semplicemente guardando gli altri e riproponendone inconsciamente i modi e i gesti.

Il modello di coppia che passiamo ai nostri figli è la base sulla quale costruiranno le loro relazioni affettive.

Osservando papà e mamma, i bambini preformano le loro relazioni future.

Una coppia che si ama e si rispetta, insegna con il proprio esempio, che l’amore e il rispetto sono due ingredienti fondamentali per una relazione soddisfacente e trasmette ai figli questo modello.

Una coppia in cui l’amore è finito, insegna che si deve portare avanti un rapporto anche quando i sentimenti non ci sono più e insieme si sta male.

Se i genitori non vanno d’accordo, litigano o s’ignorano, i figli sperimentano un modello di coppia basato sullo scontro o sull’assenza emotiva, e con quello dovranno cimentarsi crescendo, perché, per un processo d’imitazione inconscia, tenderanno a ripeterlo.

Valutando l’eventualità di una separazione, di solito il pensiero corre subito alla delusione dei bambini, ma i genitori dovrebbero considerare anche i modelli affettivi che tramandano.

Uscire da una relazione che non funziona più, offre un modello basato sull’affettività e sul rispetto per se stessi.

Costringersi a vivere un rapporto senza amore, è un fardello lasciato in eredità ai propri figli. 

 

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Gen 22 2012

BABBO NATALE: un imbroglio ai danni dei bambini!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

 

Adulti rispettabili, uomini e donne amorevoli, genitori armati delle migliori intenzioni, nonni, zie, maestre, parenti, amici, vicini di casa … … … … … … … … … … … … … … … …

… uno stuolo di persone unite nell’obiettivo comune di ingannare i bambini il giorno di Natale!

Tutti d’accordo nel complotto.

Tutti complici nel tenere il segreto.

Tutti pronti a depistare l’intelligenza dei piccoli, mentendo deliberatamente anche di fronte a prove evidenti:

  • “Babbo Natale ha le stesse scarpe di mio papà…”

  • “Daiiiiiii!!! Zio Franco… perché ti sei vestito come Babbo Natale?”

  • “Ma… Babbo Natale in che via abita? Il postino lo conosce?”

  • “Come fa a entrare in casa se la porta è chiusa a chiave?”

  • “Perché mi vede se io non lo vedo, ha delle telecamere nascoste?”

  • “Perché devo scrivergli la letterina se poi mi porta quello che vuole lui?”

  • “Perché a me sempre cose da poco e a Matteo ogni anno una playstation nuova?”

  • “Perché i miei regali li distribuisce a casa dei nonni, qui a casa nostra e anche a casa della zia Marina?”

Non c’è che dire, Babbo Natale è un inganno bello e buono, organizzato dagli adulti all’insaputa dei bambini!

Ma a che scopo?

Perché ogni anno tante persone allestiscono la stessa messinscena destreggiandosi tra espedienti, mezze parole, ammiccamenti, cenni impercettibili del capo, occhiolini e pacchetti nascosti in luoghi impensabili?

Credo che il fascino che Babbo Natale esercita sui grandi dipenda dal desiderio di mantenere viva l’innocenza e l’ingenuità dei piccoli, di preservare la loro fantasia, la loro purezza e il loro entusiasmo verso la generosità della vita.

Viviamo in un mondo pieno di dolore e di paure e cerchiamo di dare ai nostri figli le speranze che abbiamo perso crescendo.

La commedia natalizia di Babbo Natale ci permette di ritrovare, per un poco, la magia e la fiducia in un mondo buono, colmo di possibilità e di belle sorprese.

Un mondo che premia l’onestà, la sensibilità e la gentilezza.

Un mondo cui, purtroppo, nessuno crede più.

Nemmeno i bambini.

Ai genitori dispiace sempre scoprire che i figli stanno abbandonando l’ingenuità e la dolcezza dell’infanzia, perché, quando i bambini crescono, gli adulti perdono una possibilità di avvicinare il loro universo incantato e fantasioso.

Ma, per trattenere la magia che i piccoli ci regalano, finiamo per imbrogliarli ingiustamente.

E ingannando la loro intelligenza, senza rendercene conto, li incoraggiamo alla superficialità.

“Ma come… ?!”

Mi sembra già di sentire le vostre proteste…

“Non vorrai mica togliere ai bambini anche Babbo Natale?”

Cari amici, lettori e curiosi di questo blog, mantenete la calma e state tranquilli!

Non voglio togliervi Babbo Natale.

Voglio togliere l’inganno.

E’ diverso.

E, psicologicamente, molto più importante.

Perciò… rimandate le lamentele a dopo e continuate a leggere.

Tutti i cuccioli si fidano ciecamente dei propri genitori, sanno che ogni loro scelta è finalizzata al bene.

Se mamma e papà decidono di imbrogliare le carte e mentire riguardo alla faccenda di Babbo Natale, i piccoli sono sicuri che sia giusto così!

Ecco perché, dopo le prime perplessità e qualche debole obiezione, sono ben pochi quelli che osano aprire il dibattito.

La maggior parte dei bambini accetta, senza farsi problemi, le evidenti ingiustizie, incongruenze e assurdità che Babbo Natale ogni anno semina dietro di sé come una nuvola di fiocchi di neve.

Tutti quanti siamo stati bambini e, davanti alla prospettiva delle sorprese, dei regali e dei giochi, abbiamo preferito passare sopra alle imperfezioni della rappresentazione natalizia e abbiamo scelto di non indagare riguardo all’autenticità delle informazioni sul conto di Babbo Natale.

Ma questo lasciar perdere, questo farsi andare bene le cose anche quando sono palesemente false, questo forzarsi a credere delle illogicità è una brutta conseguenza della farsa natalizia di Babbo Natale.

Conseguenza che diventa più insidiosa quando si ripete un anno dopo l’altro.

Infatti, accettando passivamente le bugie su Babbo Natale, i bambini imparano anche a sorvolare sugli inganni, a guardare con superficialità le cose, a scegliere il risultato senza interrogarsi sulla provenienza, a depositare la loro fiducia in qualcuno (Babbo Natale) ritenuto a priori generoso, buono e incorruttibile anche davanti all’evidenza del contrario.

E, purtroppo, una volta imboccata la strada della creduloneria conviene non voltarsi indietro, altrimenti si rischia la delusione.

Così, da una generazione all’altra, senza rendercene conto, tramandiamo un passatempo psicologicamente efficace nel preparare i bambini all’accettazione acritica delle verità non provate. 

Con il gioco di Babbo Natale (senza volerlo e armati delle migliori intenzioni) insegnamo ai nostri figli che non è opportuno farsi troppe domande e che è meglio lasciare che le cose accadano.

Trasmettiamo loro che si può giustificare l’ingiustizia dietro un generico lasciar correre, e li prepariamo a diventare dei bravi soldatini capaci di seguire la corrente senza indagare, attenti al risultato ma non al procedimento.

Ai bambini dispiace sempre essere ingannati, soprattutto quando chi li imbroglia è una persona in cui credono.

Davanti alla finzione, il loro cuore si trova a un bivio: da una parte l’ottundimento (inevitabile per poter credere alle bugie dei grandi) e dall’altra il dispiacere per la fiducia tradita (scoprendo l’inganno).

Entrambe le scelte sono insoddisfacenti…

Non si deve mai mentire ai bambini.

Nemmeno quando l’intento è di vederli felici.

La leggenda di Babbo Natale è una bella favola, colma di dolcezza e di amore.

Non è necessario trasformarla in verità.

Per i bambini un gioco è divertente anche quando si è consapevoli che si tratta solamente di un gioco.

Si può decidere insieme di mettere in scena Babbo Natale, senza imbrogli e senza costringere l’immaginazione dentro realtà fittizie.

La fantasia si sviluppa coltivandola ogni giorno e proteggendo la sensibilità che la sottende, non c’è bisogno di inscenare finzioni destinate a essere smascherate nel tempo.

Si può trascorrere un bellissimo Natale anche senza ingannare i bambini. 

Ai piccoli serve di più poter contare con fiducia sulle parole dei grandi.  Senza sospetti inutili e senza bugie.

La sincerità è diventata poco normale. Salviamola dall’estinzione.

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Gen 18 2012

TERAPIE A COSTO ZERO…

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… io so stare con me stesso?

 

Quanti di noi sanno stare una giornata intera, soli… insieme con se stessi?

Senza accendere la televisione, senza andare su facebook, senza sentire musica, senza telefonare, senza fare shopping…

Quanti sanno piangere e consolarsi, senza ricorrere alle tante droghe legali: cibo, alcol, sigarette e farmaci.

Quanti sono capaci di ascoltarsi… per… be’…  più di tre minuti?

Impropriamente crediamo che prendersi cura di se stessi significhi fare un bagno caldo, ricevere un massaggio o comprarsi un vestito nuovo.

Certo, questi gesti sono modi affettuosi e gentili di trattarci, ma, spesso, servono soprattutto a esorcizzare la solitudine e l’ascolto della propria anima.

Eppure… ognuno è responsabile di se stesso prima che di ogni altra cosa.

Finché siamo bambini, sono i grandi a prendersi cura di noi e a garantirci la crescita e il benessere, ma, di pari passo con l’autonomia, aumentano anche le responsabilità. E quello che facciamo a noi stessi, il modo in cui ci trattiamo, diventa importante.

Spesso, da adulti, continuiamo a incolpare gli altri della nostra vita insoddisfacente, proprio come se fossimo ancora e sempre dei bambini.

“Mi hanno insegnato così…” ci diciamo “Ho imparato a non ascoltarmi…”, “Sono cresciuto in questo modo…”, “A casa mia questo era un obbligo…”, eccetera, eccetera.

Tante giustificazioni che legittimano le maniere crudeli in cui trattiamo noi stessi e occultano l’incapacità di tollerare ciò che siamo nel profondo.

Servono a perpetuare l’ascolto mancato del nostro personale dolore, della nostra gioia, della nostra intima verità.

In un mondo frenetico, lanciato al galoppo verso la superficialità, l’auto-maltrattamento, purtroppo, è parte inscindibile dell’esistenza. 

Bisogna produrre, bisogna essere positivi, bisogna amare gli altri, bisogna migliorasi, bisogna rendere, bisogna lavorare. Bisogna, bisogna, bisogna!

Ma esiste un solo grande bisogno che ci accompagna per tutta la vita: il bisogno di autenticità.

Il bisogno di essere ciò che siamo, di esprimere la nostra personale realtà.

Questo non vuol dire scrivere imponenti biografie esistenziali.

Vuol dire, principalmente, ascoltarsi.

Costruire uno spazio di silenzio in cui la poliedrica complessità, che caratterizza ciascuno di noi, trovi comprensione e accoglienza. 

Provate a prendere un appuntamento con voi stessi.

Provate a stare una giornata, o almeno un’ora, in vostra compagnia.

Per una volta, riservatevi la stessa importanza, lo stesso tempo e la stessa puntualità che concedete, ogni giorno, al vostro lavoro.

Dedicatevi la stessa attenzione che normalmente avete per gli altri.

Staccate il telefono, spegnete il computer, niente musica e niente tv.

Ascoltatevi.

Provateci.

Se proprio non riuscite a starvene fermi senza fare nulla per un giorno intero (capisco che inizialmente possa sembrarvi troppo impegnativo), è ammesso:

  • leggere,

  • dipingere,

  • scrivere,

  • inventare qualcosa,

  • ballare,

  • cantare,

  • parlare da soli,

  • piangere,

  • ridere,

  • guardarvi allo specchio.

Datevi il tempo di incontrare il vostro Se interiore.

E permettetegli di parlarvi senza mettergli fretta.

Il vostro io più autentico è come un gattino randagio.

Diffida dell’essere umano. Sa che può essere imprevedibile, esigente e crudele.

Conosce bene la vostra instabilità e la vostra spietatezza. Ha imparato quanto siete capaci di prendervela. Solamente con lui.

Per questo ha bisogno di molta pazienza, amore e dedizione… per potersi fidare di nuovo.

Quando dedicate una giornata a voi stessi, permettete alla vostra anima di aprirsi e di rivelarvi la sua profondità nei termini che le sono propri.

L’anima non è avezza alle cose concrete, vive nel modo del cuore, in cui tutto è impalpabile e intensamente emotivo. Quando comincia a raccontare la sua intima verità, lo fa con noncuranza, delicatamente e senza urlare. Usa le forme poco appariscenti dell’eleganza.

Le occorre tempo per dispiegare tutta la sua realtà.

Passare con se stessi una giornata intera, è una terapia efficace e poco costosa.

Se non sfuggite il confronto, se riuscite a guardare negli occhi il vostro cuore… riabbracciate il vostro lignaggio e incontrate la vostra ricchezza.

Il cuore non è normale.

E’ nobile.

E va trattato con nobiltà.

Non potete riservargli le briciole del vostro tempo, senza perdere il trono del regno interiore e lo scettro della vostra vita.

 

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Gen 13 2012

NON SI DEVE MAI MENTIRE AI BAMBINI

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Francesca ha soltanto sei anni quando sua madre muore improvvisamente.

Quella mattina la mamma le ha sistemato i capelli, le ha messo lo zainetto sulle spalle, le ha dato un bacio e Francesca è corsa a scuola, insieme al papà.

Quando rientra all’una, niente è più come prima.

Dappertutto regna un’atmosfera caotica. La mamma non c’è, il pranzo non è pronto, le cose sono in disordine.

Dentro casa c’è tanta gente. Parenti e persone che Francesca non ha mai visto prima. Parlano tutti concitatamente, agitati e nervosi.

“Cos’è successo?” chiede preoccupata “dov’è la mamma?”

Ma nessuno le presta attenzione, e chi lo fa non riesce a raccontarle la verità.

“E’ partita. E’ dovuta andar via, improvvisamente…”.

Risposte evasive.

“Ma come… ?!” la piccola protesta arrabbiata “Senza salutarmi?”

“E’ dovuta partire di corsa, non ha fatto a tempo. Capirai quando sarai più grande…”

La bambina sente la rabbia montarle dentro insieme a un dolore acuto.

La mamma se n’è andata senza dirle una parola. Come ha potuto!

Odio e disperazione divampano nel cuore.

Per tanto tempo.

Nei giorni successivi, Francesca si sente ferita e sempre più arrabbiata. Pensieri cupi girano nella testa.

“Mamma cattiva. Mamma maledetta. Perché sei partita senza dirmi niente? Non ti vorrò più bene. Non ti crederò mai più.”

Finalmente, la nonna trova il coraggio per la verità.

“Bambina mia, la tua mamma è morta. Non tornerà più. Il Signore l’ha chiamata in cielo con lui. L’ha scelta perché era brava e buona. Non devi piangere.”

Un unico pensiero, come una fucilata: “Non mi ha dimenticata… è morta.”

Francesca è pietrificata.

“L’ho odiata… e invece lei era morta. Perché nessuno me l’ha detto?”

Le emozioni si annodano e il cuore sembra rompersi in due.

“Devo essere una bambina molto brutta” rimugina tra sé “Sono fatta male. Anche Dio non mi ha voluto. Ha chiamato la mamma. Senza di me.”

La rabbia e il dolore si trasformano in odio verso se stessa.

Francesca si sente cattiva. Sbagliata. Colpevole. Per aver maledetto la mamma, senza ragione.

Ancora oggi, a trentacinque anni, mi racconta la sua storia piena di vergogna e di dolore.

*  *  *

Valentina ha quarantasei anni e una notte si sveglia in preda a un incubo.

Nel sogno, un uomo violenta una bambina molto piccola.

Sente un dolore terribile.

Poi la mamma la medica. La medica ogni giorno. Per tanti giorni. Fino a che non passa tutto.

Rimane solo una piccola cicatrice. Inspiegabile.

E’ in un punto nascosto del corpo. Non la può vedere nessuno. 

“Che cos’ho, mamma? Guardami … ” la bimba è preoccupata, ha imparato da poco a lavarsi da sola. 

“Niente, tesoro. Non è niente, non pensarci. Tu sei fatta così. E’ un segnetto che hai dalla nascita. Sei nata così…”

La mamma la rassicura.

Valentina è tutta sudata. Sente il cuore battere all’impazzata. Ha un cerchio alla testa. Vorrebbe correre in bagno a vomitare ma è come paralizzata nel letto.

Di colpo, una certezza! Non è stato un sogno. I ricordi si affacciano alla coscienza.

“Sono io, quella bambina! Sono io. Sono io. Sono io. Sono io.”

Valentina vorrebbe non essersi mai svegliata.

“Perché non me l’hanno detto? Siamo tanti in famiglia. Lo sapevano tutti. Perché mi hanno lasciato credere a una malformazione. Si sapeva che era una cicatrice. Tutti i medici me l’hanno sempre fatto notare…”

Troppa vergogna, oggi, per chiedere spiegazioni. Troppo dolore, per poterne parlare ancora.

“Non è la violenza che ho subito…” racconta con tristezza “Mi uccide soprattutto il silenzio carico di colpa in cui sono cresciuta. C’era sempre qualcosa di sbagliato e di sporco intorno a me. Lo sentivo addosso come una maledizione.”

*  *  *

Marcello ha sette anni ed è completamente calvo.

I suoi genitori chiedono una consulenza psicologica perché da qualche tempo, il bambino ha perso inspiegabilmente tutti i capelli e sembra che non vogliano ricrescere più.

Prima di approdare nello studio di uno psicologo, Marcello ha fatto ogni tipo di analisi e di controllo ma nel suo organismo tutto risulta a posto.

Ogni organo, ogni fibra, funziona perfettamente e i dottori non sono riusciti a trovare una ragione per quell’inspiegabile calvizie.

Se dal punto di vista medico non emerge niente, il quadro psicologico, invece, evidenzia un disagio abbastanza grave.

I test indicano che il bambino vive in una costante insicurezza e dietro la sua apparente imperturbabilità nasconde uno stato di angoscia cronica.

Marcello ha una storia familiare particolare.

I suoi genitori si sono separati quando aveva soltanto tre anni.

La separazione però gli è stata completamente nascosta.

Nel tentativo disperato di non farlo soffrire, mamma e papà hanno deciso di continuare a vivere insieme come se fossero ancora una coppia.

Entrambi hanno una vita privata al di fuori delle mura domestiche ma davanti al bambino non lasciano trasparire niente e si comportano come se fossero sempre marito e moglie.

Marcello sente che qualcosa non funziona… però gli atteggiamenti dei genitori disconfermano costantemente le sue percezioni interiori… così ha imparato a non farsi domande e a credere soltanto a ciò che appare.

Ignorando le proprie intuizioni, anche lui come i grandi partecipa la gioco della famiglia, solo il suo corpo non si piega al Truman Show e la disperazione, censurata e rimossa, lancia un segnale d’aiuto con quella sua testolina glabra, priva di capelli come di pensieri tristi.

*  *  *

Francesca, Valentina e Marcello. Tre storie diverse accomunate dal tema delle bugie.

Bugie che i grandi dicono ai piccoli.

Bugie inventate a fin di bene, raccontate per non far soffrire i bambini.

Bugie che, purtroppo, aggiungono dolore al dolore.

I bambini non vivono in un mondo dorato fatto solamente di fantasia, percorrono la vita con le sue spine e con le sue dolcezze.

Non serve imbrogliarli, per non farli soffrire.

Ciò che li aiuta è condividere insieme la sofferenza quando s’incontra, inevitabilmente.

E’ una necessità degli adulti, idealizzare l’infanzia e ricordarla come il paradiso dell’innocenza e dell’irresponsabilità.

Il processo della crescita non s’interrompe mai e attraversa momenti belli e momenti bui, a tutte le età, dalla nascita fino alla morte.

Per questo bisogna essere sempre sinceri con chi è piccolo, trovando le parole per spiegare anche le verità più complesse.

La mente, nell’infanzia, non si è ancora formata l’esperienza per decodificare la realtà, ma il cuore dei bambini sa, anche quello che gli occhi non vedono e la ragione ancora non comprende.

Tutto ciò che sentiamo e viviamo resta impresso nell’anima senza potersi cancellare mai. Lo portiamo con noi. Per tutta la vita.

Se vogliamo costruire un mondo che sia veramente a misura dei bambini, dobbiamo imparare ad ascoltare le emozioni e dare voce al cuore, trovando le parole adatte per spiegare la verità.

Questa è la più potente medicina che ci sia.

Risolve i sensi di colpa, ridona la fiducia e fa crescere i capelli.

E’ indispensabile per diventare grandi.

Il cuore non è mai normale.

E’ vero.

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Gen 09 2012

MA E’ GIUSTO PORTARE I BAMBINI DALLO PSICOLOGO?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Bambini afflitti da problematiche psicologiche, ancora in via di sviluppo e già dallo psicologo!

Che brutta visione…

Purtroppo, una concezione molto all’antica considera gli psicologi alla stregua degli psichiatri e cioè, nell’immaginario comune, medici che curano i matti!

Impropriamente si accomunano psichiatri e psicologi.

Viceversa, si tratta di due professionalità molto diverse.

 

  • Lo psichiatra è un medico che ha studiato alla facoltà di medicina e poi ha preso una specializzazione in psichiatria. Si occupa delle patologie mentali degli adulti e, essendo un medico, può prescrivere gli psicofarmaci.

  • Chi cura le patologie mentali dei bambini è, invece, il neuropsichiatra. Anche lui è un medico che, dopo essersi laureato in medicina, ha preso una specializzazione in neuropsichiatria infantile.

  • Lo psicologo invece, non è un medico, ha studiato alla facoltà di psicologia e si occupa di psiche e salute mentale.

  • Lo psicologo clinico, dopo essersi laureato in psicologia, ha preso una o più specializzazioni in psicologia clinica (cioè in quella branca della psicologia che studia la personalità, il carattere e i comportamenti) e segue sia gli adulti sia i bambini. La psiche degli adulti, infatti, é sempre una conseguenza di quella dei bambini. Lo psicologo non usa i farmaci.

Come si può intuire da questo specchietto, i bambini non vanno mai dallo psichiatra ma dal neuropsichiatra o dallo psicologo.

Però, andare dallo psicologo è molto diverso che andare dal neuropsichiatra.

Lo psicologo è una figura di aiuto e sostegno alla salute mentale. Figura che è prevista anche in ambito scolastico.

Il neuropsichiatra, invece, si occupa delle patologie infantili e le scuole lo interpellano solo nei casi di handicap.

Lo psicologo aiuta i bambini a superare la timidezza, a potenziare l’autostima e la concentrazione, interviene nelle relazioni tra genitori e figli, nelle paure infantili, nei disturbi del sonno e dell’alimentazione, nell’enuresi notturna e in tutti quei casi in cui, non essendoci un problema organico, per crescere è necessario un supporto psicologico.

Portare i bambini dallo psicologo è un po’ come portarli dal pediatra, a volte serve per superare un ostacolo, più spesso ha la funzione di prevenire le situazioni problematiche.

Personalmente, ritengo che i migliori terapeuti dei bambini siano i genitori. Perciò, di solito, lavoro con la famiglia.

Insieme costruiamo un progetto d’equipe, in cui saranno il padre e la madre a fare terapia al bambino, utilizzando le mie competenze professionali.

Sono molto rare le situazioni in cui è necessario seguire individualmente i bambini in psicoterapia e anche in quei casi non è possibile ottenere dei buoni risultati senza la collaborazione di chi si occupa di loro quotidianamente.

Di solito, però, anche lavorando con papà e mamma, è necessario conoscere personalmente il bambino.

I bambini si recano molto volentieri nello studio di uno psicologo, perché è un posto colorato e allegro dove si gioca, non si fanno compiti e c’è un adulto che ti ascolta e ti capisce, qualsiasi cosa tu dica, anche se te ne stai zitto e imbronciato in un angolo.

Se si vuole comprendere un bambino, un solo incontro non basta. Ne occorrono almeno tre.

  • Nel primo si fa amicizia e, mentre gioca o chiacchiera, il piccolo esamina lo psicologo e valuta quanto si potrà fidare di lui.

  • Nel secondo (se lo psicologo ha superato l’esame) il bambino si apre e racconta molte cose di se stesso, con il gioco, il disegno o il dialogo.

  • Nel terzo, infine, si scende più in profondità, si affrontano gli argomenti scottanti (quando ci sono) e si creano le basi di fiducia e complicità che permetteranno al bambino di chiedere altri appuntamenti, se in futuro ne sentirà il bisogno.

Arrivati al termine dell’ultimo incontro, è sempre difficile convincere i piccoli che il lavoro è concluso e bisogna tornare a casa, perché la situazione di ascolto e partecipazione che si è creata è uno spazio protetto… che a tutti dispiace abbandonare (anche allo psicologo).

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, non è giusto portare i bambini dallo psicologo, come se si trattasse di un medico che, non potendo dare farmaci, prescrive qualche regola di comportamento per fare funzionare bene la mente.

E’ giusto, invece, consultare lo psicologo e utilizzare le sue competenze per costruire insieme un progetto di cambiamento e una vita più sana in cui tutti possano esprimere le proprie caratteristiche e la propria creatività, a vantaggio dei bambini, ma anche degli adulti e di un mondo migliore.

 

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Gen 05 2012

IO? … SONO UN SACCO DI GENTE!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Capita, a volte, di essere lacerati dall’incertezza davanti a scelte giudicate impossibili, i pro e i contro pesano uguali sulla bilancia, la testa scoppia di pensieri che litigano tra loro e ci si sente divisi in due.

Voglio ma anche non voglio.

E’ giusto ed è anche sbagliato.

Faccio bene o faccio male?

Sommersi dai dubbi, chiediamo consiglio agli amici, ma… nessuno ci sa aiutare davvero! E continuiamo a girare intorno al problema senza trovare una soluzione. 

L’insicurezza che ci tormenta, spesso è sintomo di un conflitto interiore. Segnala il disaccordo tra parti diverse della nostra personalità.

Per uscire da questo stato di paralisi decisionale vi voglio suggerire un gioco psicologico, di grande aiuto soprattutto quando si tratta di prendere una decisione.

E’ un lavoro che, in situazioni emotivamente complesse riesce meglio con l’aiuto di un terapeuta, ma che normalmente è possibile fare anche da soli.

Per prima cosa, però, dovete cambiare la percezione unitaria che avete di voi stessi e cominciare a considerarvi: un gruppo di identità in convivenza dentro a un unico corpo.

Certo, non siamo abituati a pensarci come un gruppo di identità. Preferiamo credere di avere una sola personalità compatta e coerente.

Ma, su questo punto devo proprio deludervi!

La realtà psichica non corrisponde puntualmente alla realtà fisica.

Per muoversi nella concretezza, la psiche deve stringersi e, spesso, è costretta a scegliere un solo aspetto di se con il quale interagire nel mondo.

Ci sono dei momenti, però, in cui la molteplicità delle nostre parti interiori non è disposta a rinunciare a niente e vuole proporsi alla vita con tutta la sua complessa e variegata molteplicità.

E’ appunto in quei momenti che si scatena il conflitto.

Si tratta di situazioni in cui la materialità opprime la psiche, costringendola a sottostare alle sue leggi limitanti.

Tanti aspetti diversi di noi cercano di interagire con la realtà concreta, e nessuno è disposto a farsi da parte per lasciare spazio a un’unica voce solista.

Per trovare una soluzione è utile fare in modo che tutte le parti in contrasto possano esprimersi e dialogare tra loro.

Ecco dunque il gioco:

 

L’Assemblea delle Personalità

 

Per condurre un’Assemblea delle Personalità bisogna:

1) aprirsi al colloquio con se stessi e lasciare emergere tutte le nostre personalità coinvolte in un problema.

Di solito ci sono due voci prevalenti (ma possono anche essere molte di più) che discutono e battibeccano senza tregua nei nostri pensieri, interrompendosi in continuazione e logorando il sistema psichico (e talvolta anche il sistema fisico).

Per fermare il turbinio delle riflessioni contrastanti è meglio prendersi un po’ di tempo e ascoltare le voci interiori ad una ad una.

2) osservare quali aspetti sono in lite e dare un nome a ciascuno. Per esempio: Parte Infantile, Parte Adulta, Parte Timida, Parte Arrogante, Parte Maschile, Parte Femminile, eccetera.

3) dopo aver identificato tutte le parti in disaccordo, prendiamo due (o più) sedie uguali e le mettiamo una di fronte all’altra (o in cerchio), proprio come se due (o più) persone dovessero parlarsi.

4) infine, vicino a ciascuna sedia, sistemiamo un foglio di carta con scritto il nome della parte rappresentata. Ci devono essere una sedia e un foglio col nome, per ogni parte che interverrà all’assemblea.

A questo punto possiamo aprire il dibattito tra le parti:

5) ci sediamo su una delle sedie e ci caliamo totalmente in quell’aspetto della personalità che abbiamo scritto sul foglio di carta posto in terra (ad esempio: Parte Responsabile).

Quindi, immaginando di avere davanti a noi l’altra parte che ci ascolta in silenzio (ad esempio: Parte Irresponsabile), diamo voce alla prima permettendole di esprimere tutte le sue buone ragioni.

Attenzione:

  • Per avere un risultato soddisfacente è molto importante lasciarsi possedere totalmente da un solo punto di vista alla volta, senza pensare agli altri (ai quali daremo la parola in seguito). Bisogna letteralmente prestare il corpo alla parte di noi che stiamo impersonando.

  • In questo gioco è necessario parlare sempre a voce alta, guardando la sedia che abbiamo di fronte e rappresentandoci mentalmente la parte antagonista come se fosse realmente seduta lì davanti.

  • Mentre impersoniamo un ruolo, andiamo avanti finché tutti i suoi argomenti non saranno stati espressi (salvo che l’altra parte non interrompa palesemente la conversazione). A quel punto cambiamo di posto e facciamo la stessa cosa sulla sedia opposta, dando voce alla parte che prima ha ascoltato.

Per illustrarvi meglio la dinamica di questo gioco, vi racconto l’Assemblea delle Personalità svolta da una paziente, che chiamerò Ilaria.

 

ILARIA AMA FRANCESCA

 

Ilaria ha trentadue anni, lavora in un grosso centro commerciale e da qualche tempo sente di essersi innamorata di Francesca, una collega del reparto vicino al suo, estroversa e solare, più grande di lei di qualche anno. Entrambe il venerdì finiscono di lavorare alle nove e Ilaria vorrebbe chiedere a Francesca di cenare insieme dopo l’orario di lavoro, ma è molto timida e ha paura di ricevere un rifiuto, perciò in preda all’emozione rimanda l’invito a cena da un venerdì all’altro.

Durante uno dei nostri colloqui, per trovare finalmente soluzione all’altalena dei pensieri di Ilaria, decidiamo di organizzare un’Assemblea delle Personalità.

Dopo aver disposto due sedie una di fronte all’altra e aver scritto i nomi delle parti coinvolte (Parte Insicura e Parte Intraprendente) su un foglio, posto ai piedi di ciascuna sedia, Ilaria comincia il dialogo sedendosi sulla sedia dell’insicurezza:

Parte Insicura di Ilaria:

“Basta! Basta! Basta! Non ce la faccio. Non ce la posso fare. Quello che mi chiedi è impossibile! Capisco che mi sono innamorata di Francesca, ma non riuscirò mai a fare la prima mossa e invitarla a cena. Non ci conosciamo neanche… E il fatto che sia simpatica e gentile non significa per niente che abbia qualche interesse verso di me. E’ molto meglio dare tempo al tempo e aspettare che le cose accadano spontaneamente. Se son rose fioriranno… Adesso rischio soltanto di rendermi ridicola e di rovinare una possibile amicizia, compiendo mosse affrettate e premature. Perciò, mettiti l’anima in pace e lascia stare!”

Quando Ilaria si accorge che le argomentazioni della sua Parte Insicura si sono esaurite, perché ha potuto esprimere il suo punto di vista senza essere criticata e interrotta dalla Parte Intraprendente, lascia la sedia della Parte Insicura e va a sedersi sulla sedia della Parte Intraprendente.

Parte Intraprendente di Ilaria:

“Ma cosa diavolo stai farneticando! Che nervi che mi fai venire!!! Sei soltanto una povera fallita che guarda, sogna, immagina e non conclude un benedetto niente! Credi che alle ragazze piacciano i paracarri come te? Secondo le tue fantasiose elucubrazioni, Francesca t’inviterà a cena da lei e ti dichiarerà il suo amore senza che tu faccia il minimo sforzo per mostrarle ciò che provi e per aprirle la strada. Povera illusa. E povera scema! La gente ama le persone disinvolte, che ci sanno fare e che sono capaci di proporsi senza drammi ma, soprattutto, senza troppa lentezza…”

La Parte Intraprendente vorrebbe continuare a parlare, ma a questo punto la Parte Insicura non riesce più a frenarsi e interrompe il flusso dei pensieri di Ilaria con le sue considerazioni.

Ilaria, perciò, si alza e cambia posto ritornando sulla sedia dell’insicurezza e dando nuovamente spazio al quel punto di vista.

Parte Insicura di Ilaria:

“Ma è appunto questo il mio problema! Come fai a non capirlo? Io non so scherzare, non ho la battuta pronta e non ci so fare! Prendo sempre tutto troppo sul serio! E se poi, proprio quel giorno, Francesca non può? Se mi dice di no? Ci rimarrò malissimo! Non riuscirò più a chiederle di nuovo di uscire. Mi sentirò la stupida di sempre e sarò ancora più impacciata di quanto non lo sia già abitualmente. Te l’ho detto. I tempi non sono maturi. E’ meglio aspettare di avere con lei un po’ più di confidenza. Ci conosciamo soltanto da qualche mese…”

A questo punto la Parte Intraprendente comincia a infilare le sue obbiezioni tra i pensieri di Ilaria. Perciò Ilaria si alza e cambia nuovamente sedia per lasciarla parlare.

Parte Intraprendente di Ilaria:

“Appunto! Ci conosciamo già da qualche mese. Cos’altro c’è da aspettare? Forse, che ci inviti al suo matrimonio?! Bisogna battere il ferro finché è caldo. Cogli l’attimo. Cavalca l’onda. La vita è adesso. Non c’è nessun tempo da aspettare. C’è solo da chiederle se ha da fare questo venerdì sera.”

Ilaria sente che la sua Parte Intraprendente ha espresso tutte le sue obiezioni e perciò cambia posto.

Parte Insicura di Ilaria:

“Ok. Ma io non sono d’accordo. E se poi mi metto a balbettare? Ccccccccci… ciao… Ffffffff…Francesca, hai ddddddddddd…dadadadada… daffare… questo vvvvvvvvvvv…venerdì? Che figura ci facciamo? Eh?!”

Come si può capire da questi scambi, il conflitto interiore di Ilaria è molto marcato e l’obiettivo nel fare dialogare le parti della sua personalità è proprio quello di aiutarle a trovare una soluzione che sia soddisfacente per entrambe.

La conversazione andrà avanti ancora per un bel pezzo ma, dopo una lunga trattativa, finalmente emerge un barlume di accordo:

Parte Intraprendente di Ilaria:

“Insomma, non ti va bene niente, si può sapere tu cosa proponi?”

Parte Insicura di Ilaria:

“Non voglio rovinare tutto! Ho paura di incasinarmi troppo e fare brutta figura. Mi serve del tempo per riuscire a muovere il primo passo…”

Parte Intraprendente:

“Quanto tempo? Dammi una scadenza!”

Parte Insicura:

“Diciamo… non saprei… be’… almeno… quindici giorni?…”

Parte Intraprendente:

“Ok. Allora aspetterò quindici giorni. Ma adesso hai preso un impegno con me. Tra quindici giorni, smetterai di torturarmi con le tue profezie da malocchio e mi permetterai di invitarla a cena. D’accordo?”

Parte Insicura:

“Si… va bene, va bene, va bene! Ma per quindici giorni mi lascerai tranquilla e la smetterai di spingermi a fare cose che non mi sento di fare! Anche tu adesso hai preso un impegno. Promesso?”

Parte Intraprendente:

“Promesso…”

In questo lavoro, l’obiettivo di Ilaria era riuscire a prendere una decisione.

L’accordo raggiunto tra la sua Parte Insicura e la sua Parte Intraprendente (aspettare quindici giorni prima di invitare Francesca a cena) è un esempio di come l’Assemblea delle Personalità possa essere utile nel trovare soluzioni nuove all’interno di se stessi.

Naturalmente è possibile fare incontrare anche molte più parti, con risultati sfumati e appassionanti.

L’Assemblea delle Personalità è un lavoro ricchissimo di contenuti, utile per approfondire la conoscenza di se e ampliare le possibilità di azione nella vita.

Vi consiglio di provarlo per scoprire la vostra molteplicità interiore o anche solo per ascoltarvi un poco… 

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