Archive for Marzo, 2012

Mar 31 2012

BAMBINI CHE NON NASCONO…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ci sono bambini che scelgono di non avere un corpo, se non per brevissimo tempo.

A volte soltanto per il tempo necessario a informare la mamma della loro presenza.

Sono bambini che non hanno una fisicità, pur avendo un’esistenza.

Vivono nel legame affettivo che esiste con i loro genitori.

Spesso questo legame riguarda soprattutto la mamma (e meno il papà) perché è con lei che nasce un rapporto intenso, durante il periodo (breve) della gestazione.

La scienza li definisce: gravidanze interrotte.

Il linguaggio comune li chiama: aborti.

Come bambini, non è concessa loro nessuna realtà.

Sono vivi soltanto nel cuore dei loro genitori.

Una forma di razzismo, radicata nella nostra cultura, si accanisce soprattutto con l’immaterialità e nega il diritto all’esistenza a chiunque non sia in possesso di un corpo fisico.

Questi bambini, perciò, non sono riconosciuti dalla nostra società.

Sono bambini considerati inesistenti. Perché non sono nati.

Di loro non si parla e si cerca di cancellarli in fretta anche dai ricordi.

I genitori sono sollecitati a non sentirne la mancanza, incoraggiati a non pesarci più.

Nei casi in cui è possibile, arriva il suggerimento di fare subito un altro bambino, per cancellare con una nuova nascita il ricordo di quella piccolissima vita.

Ma le mamme che li hanno tenuti in seno, anche se per poco, li piangono in segreto dentro di se, nascondendo come possono le tracce di quel dolore.

Un dolore ingiustamente chiamato “depressione” e spesso colpevolizzato. Quasi fosse l’attaccamento malsano a un’idea, a un pensiero idealizzato o infantile, e non l’amore per un figlio.

Poiché non sono nati, si ritiene che questi bambini non siano mai nemmeno morti. E non avendo un corpo, un funerale e una sepoltura, il mondo li considera niente.

Ma niente vuol dire soltanto: niente fisicità!

Le emozioni, i sentimenti, la sensibilità sono aspetti importanti della vita e, nonostante non si possano prendere con le mani, hanno il potere di farci sentire bene o di farci ammalare di dolore.

La nostra società non riconosce valore all’immateriale, considera reale solo ciò che si può toccare (e possibilmente anche commercializzare) e trascura una fetta importante della vita, contribuendo in questo modo al dilagare di tante sofferenze.

Negare l’esistenza dei sentimenti significa rifiutare una parte importantissima di sé.

Questa disconferma emotiva amputa l’identità e lascia dentro la sensazione che la vita abbia poco significato.

Quando non si ammette l’esistenza dei bambini che non sono nati, automaticamente si chiudono le porte anche alle emozioni dei loro genitori.

Emozioni di amore e di attesa (prima).

Emozioni di delusione, lutto e perdita (poi).

Emozioni di tenera condivisione affettiva (sempre).

Eppure… se si riconoscesse un valore e una presenza all’impalpabilità che ci circonda, si potrebbe accettare l’esistenza di qualcuno che, pur non avendo un corpo, è vivo nel legame che unisce le persone quando si vogliono bene.

All’interno di quello spazio d’amore, vero e reale, nonostante la mancanza di corporeità, ci sono esseri fatti con il tessuto dei sentimenti, bambini capaci di vivere un’emozione e condividerla insieme ai loro genitori.

Questi bambini hanno un carattere libero e indipendente.

Non assecondano le aspettative di mamma e papà.

Nel momento in cui scelgono di non nascere come tutti gli altri bambini, prendono una decisione diversa, insolita e inaspettata, che lascia i genitori sconcertati e insicuri su come poter avere un qualche tipo di rapporto con loro.

Giudicandoli inesistenti, la nostra società impedisce al legame di svilupparsi e non fa evolvere l’amore che invece accompagna sempre l’arrivo di un figlio.

Qualunque figlio.

Anche quello che ha caratteristiche diverse da come l’avevamo immaginato.

Questi cuccioli senza corpo, sono ricchi di tenerezza. Le mamme, che li hanno avuti nel ventre, lo sanno perché lo sperimentano dentro di sé.

C’e una forza istintuale che unisce la madre al bambino, un legame che permette di conoscere molte cose sul piccolo che tiene in seno.

Non si tratta di un sapere logico. E’ un sapere istintivo ma, anche se la ragione non lo spiega, è reale.

Appartiene al femminile.

E ogni donna lo sa.

Quando un bimbo non nasce, il legame non muore e quel sapere si attiva. Si sviluppa dentro l’immaterialità di cui è fatto l’amore.

Con la forza che hanno i sentimenti, si fa largo nel cuore della mamma superando gli ostacoli della ragione.

Ciò che le donne provano per questi loro figli senza corporeità, è un sentimento profondo.

E’ un’espressione diversa della maternità. Possiede un grande valore.

Racconta l’importanza dell’unione.

Permette all’affettività di dispiegarsi oltre gli impedimenti della materialità.

C’è tanta fiducia nel concedere all’amore di raccontarsi senza l’uso degli occhi, delle mani, della voce.

C’è tanta tenerezza nel lasciare a questi piccoli la loro scelta di libertà.

Sentendosi vicine a questi figli, le mamme imparano ad amare l’imprevedibilità della vita.

Gestiscono la delusione con la dolcezza e accompagnano i bambini alla scoperta della loro profonda unicità.

Un bimbo che non nasce, porta pensieri nuovi.

Brezze diverse.

Non si può stringerlo tra le braccia. Non si può allattare.

Fatto con la sostanza di un arcobaleno, rivela l’armonia interiore che si fa strada dopo le lacrime. E lava l’essenza della vita col dispiegarsi della sua verità.

E’ importante permettersi di amare questi bambini, anche se hanno scelto di non giocare nel nostro mondo.

Occorre dargli un nome, dedicargli dei pensieri, preparare un angolo della casa apposta per loro.

Non si può cancellare la vita. 

Quando è diversa da come l’avremmo voluta, bisogna approfondirne le peculiarità e permettere al suo insegnamento di renderci migliori.

Questi bimbi non fisici ci aiutano a portare l’attenzione sul significato profondo del vivere e del morire, e ci insegnano il valore della autonomia e della libertà.

Hanno bisogno di delicatezza, di affetto, di attenzioni.

Come tutti i bambini.

Quando ci permettiamo di riconoscerli e li rendiamo membri della nostra famiglia, sanno donarci un’esperienza d’amore importante, profonda e ricca di sensibilità.

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Mar 27 2012

DIVERSI… ma non superiori

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“Un europeo è diverso da un africano, un uomo è diverso da una donna, una bambina è diversa da un adulto, un gay è diverso da una lesbica.

Tutte persone diverse tra loro, che però sono anche uguali, perché tutti e tutte condividono la capacità di soffrire, gioire, comunicare, scegliere tra diversi comportamenti.

Uguali quindi per il loro diritto a vivere, a non essere schiavizzati, sfruttati, deportati dal loro paese, dalla loro famiglia, dal loro gruppo di affinità.

Queste persone però non sono gli unici abitanti della terra a condividere certe caratteristiche: una gallina è diversa da un rinoceronte, una trota è diversa da una rondine, un maiale è diverso da un alce, una mucca è diversa da una rana.

Gli umani sono diversi da ogni altra specie animale, ma condividono con la maggior parte di esse il fatto di essere soggetti consapevoli di una vita, il fatto di fuggire il dolore, il fatto di ricercare la libertà.

Sono quindi diversi, ma uguali.

Gli umani, però, hanno trasformato la differenza in superiorità, in diritto di supremazia.

Dire che un uomo è diverso da una gallina è sacrosanto, ma dire che grazie a questa differenza l’uomo può rinchiudere una gallina, può sfruttarla e usarla in base alle sue necessità, e sempre per questo può ucciderla quando non gli serve più, significa accettare l’ideologia del dominio.

Pensiamoci bene: perché i bianchi schiavizzano i neri? Perché i Rom e altre popolazioni nomadi sono e sono state perseguitate?

Perché erano e sono diversi.

Perché qualcuno ha trasformato questa differenza in superiorità, ritenendo che la differenza da sé fosse motivo sufficiente per considerare il suo prossimo un essere senza importanza, una non-persona.

La liberazione animale è proprio questo: restituire alla differenza il suo reale significato, restituire alle specie animali il loro status di persone.

Farlo, finalmente, sulla base delle nostre scoperte, della nostra consapevolezza, della nostra empatia.

Farlo senza più ignorare l’evidenza, con un po’ più di coraggio.” 

OPINIONI DI UN VEGAN

di Troglodita Tribe

trogloditatribe.wordpress.com

Questo articolo si trova sul numero di febbraio 2012 di: Terra Nuova   http://www.aamterranuova.it

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Un commento presente

Mar 23 2012

GRAZIE DI CUORE a tutti voi!!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Cari amici, lettori e curiosi di questo blog, il movimento io non sono normale: IO AMO sta per compiere il suo primo anno di vita!

L’anno scorso in questo periodo, era ancora un pensiero intento a prendere forma sulle pagine di un blog.

Oggi è diventato uno spazio d’incontro e di condivisione per tutti quelli che sentono l’importanza di avere un cuore e dei sentimenti.

La frase io non sono normale: IO AMO è la sintesi di una lunga riflessione, tuttora in corso, sul valore della sensibilità interiore e della capacità di amare (due strumenti indispensabili per costruire un mondo migliore).

La società in cui viviamo ha messo al primo posto il guadagno, l’arrivismo, la competizione e lo sfruttamento.

E, purtroppo, questi falsi valori ci hanno condotto a uno stile di vita sempre più aggressivo e lontano dal rispetto, dalla cooperazione e dall’amore.

Le persone che non si sono sapute adattare alla lotta per superarsi l’uno con l’altro, sono state progressivamente (ma inesorabilmente) emarginate, fino al punto che oggi quasi ci si vergogna di dire “Ti voglio bene” e di mostrarsi sensibili.

Le parole dolci e tenere sono guardate con sufficienza, snobbate, derise e considerate roba adatta agli ingenui o agli sciocchi.

Affianco al disprezzo per i sentimenti, però, è cresciuta anche la sofferenza psicologica…

Infatti, rinunciare all’emotività interiore blocca l’espressione della creatività e fa impazzire di dolore.

Ecco perché, come psicoterapeuta, sento sempre più pressante il dovere di prendere posizione a favore della sensibilità.

Troppe volte le persone chiedono aiuto a noi specialisti della psiche, convinte che proprio la sensibilità e la creatività siano le cause della loro sofferenza!

Nel 2012 è diventato urgente e improrogabile, dire basta a quest’assurdo stile di vita che ci spinge a cercare fuori di noi una felicità fatta di beni effimeri e di oggetti incapaci di raggiungerla davvero.

La felicità non è qualcosa che si possa comprare, è uno stato interiore che si contatta esprimendo la propria sensibilità e condividendola insieme agli altri.

La creatività è l’unico strumento adatto a questo compito e tutti la possediamo naturalmente dalla nascita.

Veniamo al mondo con un cuore ricco di emozioni, pronti a manifestare l’originalità che ci contraddistingue e che ci rende diversi, unici e speciali.

Soltanto grazie all’accettazione e all’espressione della sensibilità, potremo avere un mondo libero dalle guerre e da tutto questo dolore.

La pace non si conquista combattendo, né stando fermi in contemplazione, né tantomeno rincorrendo un benessere fatto di oggetti sempre nuovi e sempre più inutili.

La pace è la conseguenza della realizzazione di se stessi.

Questo stato rende felici, permette di sentirsi appagati e riconsegna alla vita il suo significato profondo.

Tutti quelli che non hanno voluto sopprimere il loro cuore, lo sentono dentro di se e conoscono per istinto l’importanza dei sentimenti e della tenerezza.

A volte, queste persone hanno la sensazione di essere sbagliate, goffe, fuori luogo e sole, in un mondo che esalta la rivalità e crede nella legge del più forte.

Sono uomini e donne che non sanno rinunciare ai propri vissuti interiori. Gente incapace di omologarsi perché ha la libertà tatuata nell’anima.

Le ho definite: Personalità Creative e ne ho studiato il carattere e la personalità per oltre trent’anni.

Sono loro a formare e sostenere il movimento io non sono normale: IO AMO.

Siete voi, cari amici, lettori e curiosi. Tutti voi che partecipate e scrivete su questo blog.

Sei proprio tu che stai leggendo in questo momento.

Queste parole sono per te.

Per aiutarti a ritrovare la tua identità profonda.

Per dirti che anche nella solitudine non sei mai solo.

Da qualche parte nel mondo, tanti altri combattono, come te, la stessa battaglia solitaria per la salvaguardia del cuore.

Non siamo gente gregaria e non sappiamo stare in un branco.

Siamo persone che amano la compagnia e, spesso, hanno bisogno di stare da sole.

Siamo i tanti senza volto e senza nome, insospettabilmente gentili e generosi (soltanto perché è bello far nascere un sorriso).

Siamo quelli che danno vita a questo movimento poco normale.

Crediamo tutti nella diversità.

Abbiamo parole diverse e silenzi diversi, per raccontarci.

Ci distinguiamo a naso, dietro il travestimento che la normalità impone, per sopravvivere.

Fiutiamo la nostra A-normalità e ci ritroviamo in questo spazio.

Cari amici, lettori e curiosi di questo blog, il movimento io non sono normale: IO AMO è fatto del vostro sostegno, della vostra partecipazione e di tutti i pensieri che hanno permesso alle parole di prendere forma e diventare veicolo di un cambiamento.

Oggi, in vista del primo compleanno del nostro movimento, voglio condividere con voi il mio più grande… grazie!

GRAZIE DI CUORE!! A TUTTI VOI

Per la vostra meravigliosa A-normalità e per la rivoluzione silenziosa che ognuno porta avanti dentro di sé.

GRAZIE DI CUORE!!

Per l’impegno di ciascuno, nel continuare a essere sempre diversamente se stesso.

Senza la vostra tenacia, senza la vostra partecipazione, senza la vostra A-normale sensibilità il mondo sarebbe più triste e il cinismo divamperebbe dappertutto, molto più di così.

Insieme possiamo salvare dall’estinzione l’attuale anormalità di avere un cuore.

Il cuore non può essere normale. Può solo essere vero!

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Mar 19 2012

L’AMORE VIVE CON NONCURANZA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

I miracoli accadono sempre senza annunciarsi e senza fare troppo rumore, come se nulla d’importante fosse successo.

Sono fenomeni A-normali.

Interrompono bruscamente la prevedibilità della realtà, proponendosi in modo spontaneo e occasionale, per poi lasciare che lo scorrere abituale delle cose riprenda il suo solito ritmo.

I miracoli succedono con noncuranza.

Tutti i gesti d’amore si compiono con noncuranza.

La noncuranza in questi casi, lungi dall’essere indifferenza, caratterizza i comportamenti che non hanno bisogno di gloria e di riconoscimenti da parte degli altri.


Ma che cos’è la noncuranza?


Si chiama noncuranza la mancanza di attenzione nei confronti di qualcuno o qualcosa e in amore indica il dare poca importanza alle azioni compiute assecondando le direttive del cuore.

Le personalità creative sono spesso noncuranti e compiono grandi atti d’amore senza mettere enfasi in ciò che fanno.

A loro non importano le lodi o l’acclamazione.

Rispondono a un’esigenza interiore che cerca solamente il bene dell’altro. 

Non si domandano perché. Agiscono e basta.

Sentono di non avere altra scelta, di non poter fare diversamente da così.

Infatti, ciò che muove le loro azioni è un bisogno interiore, pressante e improrogabile. Devono farlo!… come quando scappa la pipì!

L’amore agisce secondo un impulso emotivo che bypassa la ragione e non si cura delle convenienze. E’ una forza che parte da dentro e non trova pace, finché non è stata espressa.

Purtroppo, in questa nostra civiltà, che ha fatto del guadagno il proprio Dio e crede nella competizione come in un dogma, il cuore è considerato inutile e chi agisce seguendo i suoi dettami è giudicato poco intelligente.

Per questo, spesso, le personalità creative vivono lacerate tra il desiderio di essere come la società richiede e l’incapacità di far tacere quella pressante voce interiore.

Queste persone sono capaci di compiere grandi cose con assoluta noncuranza, esprimendo la loro generosità sottovoce.

Agiscono i sentimenti in punta di piedi, senza farsi notare, per paura di essere criticati e derisi.

Amano. Senza fare nessun rumore.


Storie d’amore senza importanza


Anna tutti i giorni parcheggia vicino a una costruzione diroccata.

Una colonia di gatti randagi le corre incontro miagolando, le code erette come bandiere, in segno di saluto e di amicizia.

Anna spalanca il cofano della macchina e in pochi minuti allestisce un banchetto per i micini, che intanto accorrono affamati e sempre più numerosi.

Prepara le ciotole con la pappa, versa l’acqua negli abbeveratoi, mette il collirio a qualche cucciolo un po’ malandato, da una pastiglia di antibiotico a un altro, medica la coda di un anziano che si è infortunato, poi si siede su un muretto e aspetta la fine del pasto per ripulire la zona e non lasciare i piatti sporchi in giro.

Infine si lava le mani con l’acqua di una bottiglia e corre via.

“Alle sette devo timbrare il cartellino e non posso far tardi, ma se fosse per loro, potrei stare lì tutta la mattina!” mi racconta sorridendo.

“Cerco di arrivare molto presto, in modo da non infastidire nessuno e raccogliere tutti i resti prima che la gente esca da casa. A tanti non piace che si dia da mangiare ai gatti, ma io non posso restare indifferente davanti alla sofferenza degli animali e alla fatica che fanno per vivere!

Faccio in modo di rendermi invisibile. Cancello tutte le tracce. Li curo come posso. Ci chiamano “gattare” e non siamo ben viste. Ci considerano persone un po’ svitate…”

* * *

La mamma di Adele è ricoverata in una casa per anziani e Adele ogni giorno va a trovarla.

Le porta i giornali, la biancheria pulita, qualcosa di buono da mangiare e poi si trattiene per una parte del pomeriggio a farle compagnia.

Da qualche mese però, prima di andarsene passa anche a trovare Alfredo, un uomo di circa settant’anni che sta da solo in una stanza in fondo al corridoio.

Alfredo è completamente paralizzato e comunica muovendo le palpebre.

Adele prova una per lui simpatia e tenerezza. Ogni giorno si ferma a chiacchierare un poco. Gli racconta qualcosa, legge ad alta voce, scherza.

“Non sono sicura che la mia presenza gli faccia piacere, è difficile capire cosa prova e pensa, seguendo solo il battito delle sue palpebre!” racconta.

“Le infermiere hanno detto che non ha parenti né amici. Nessuno. E’ sempre solo in quella stanza a guardare il soffitto. Hanno tutti da fare e lo trattano come se fosse un bambino…” Adele scrolla la testa.

Poi continua:

“Siccome non parla e non si muove, si è portati a pensare che non capisca niente, invece non è così, è solo diverso dagli altri! Anch’io ci ho messo un po’ a comprendere il linguaggio delle palpebre, ma ora so che mi capisce quando gli parlo. Ci vuole solo molta pazienza…

Pensare che passa la giornata lì da solo con i suoi pensieri, mi fa impazzire. Quando mamma sarà dimessa, so già che andrò a trovarlo tutti i giorni, lo stesso.”

* * *

Marzia è stata assunta da poco come veterinario in un ambulatorio per piccoli animali.

Una mattina portano due cagnolini avvolti dentro uno straccio da cucina. Hanno solo qualche giorno di vita. Gli occhietti ancora chiusi. Il pelo sottile sottile.

 “Bisogna abbatterli, dottoressa, sono venuti male!” parole brusche, borbottate in dialetto.

Marzia visita i cuccioli. Stanno bene… ma sono entrambi spastici, i muscoli rigidi e ipertonici.

“Bisognerebbe fare una rieducazione, della fisioterapia, curarli…” prova a dire conciliante, cercando di evitare quella brutta fine.

“Non ne vale la pena. Ne ho già altri! Li sopprima dottoressa, si sbrighi!”

Marzia guarda i musetti umidi, le pancine rosa, i polpastrelli morbidi come il velluto e le zampine contratte.

“Li lasci qua…” risponde sospirando “Ci penso io. Vada pure.” Non vuole fare quanto le è stato richiesto.

Li porta a casa. Uno nero e uno bianco. Maschio e femmina. Nerino e Bianchina.

Oggi hanno sette anni e saltellano balzelloni, scodinzolando festosi. Sembrano usciti da un cartone animato. Il pelo lucido, lo sguardo attento. Simpatici e buffi nella loro diversità.

“Non ho detto niente e me li sono tenuti.” racconta Marzia, divertita.

“Non si può uccidere un animale che sta bene e vuole vivere. Io, di certo, non ci riesco! Gli ho fatto della fisioterapia, li ho curati e ancora vanno seguiti con esercizi specifici… Forse mi complico la vita, ma sono fatta così.”

* * *

Viviana sta camminando su un marciapiede affollato di gente, quando nota una ragazza Rom che singhiozza all’angolo della strada.

“Che succede? Hai bisogno di aiuto?” domanda, cercando di capire cosa le sia successo.

La giovane ha un forte mal di denti e piange per il dolore, senza sapere cosa fare.

“Vieni con me!” Viviana rimanda d’impulso le sue commissioni. Entra in una farmacia, compra degli antidolorifici e poi accompagna la zingara nello studio del suo dentista.

“Vedrai che presto sarà tutto risolto!” la rassicura, affidandola a mani esperte.

Poi corre via di fretta.

Pagherà a fine mese il conto del dentista, ora deve scappare… non può raccontare in giro che ha perso il pomeriggio per far curare i denti a una sconosciuta!

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Mar 14 2012

PEDAGOGIA NERA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Si chiama pedagogia nera uno stile educativo che utilizza punizioni e castighi nella convinzione che siano indispensabili per far crescere bene i bambini.

Le opinioni dominanti della pedagogia nera possono essere riassunte in tre punti principali:

  • I genitori e gli adulti meritano rispetto a priori.

  • L’obbedienza fortifica.

  • La severità e la freddezza costituiscono una buona preparazione alla vita.

Dal punto di vista di questa metodologia educativa:

  • L’uso della punizione, anche fisica, è inevitabile per insegnare le regole senza ingenerare nei bambini, confusioni e fraintendimenti dovuti alla loro scarsa capacità di comprensione.

  • L’educazione deve essere rigorosa, autoritaria e coercitiva.

  • L’essere umano durante l’infanzia va raddrizzato e, per raggiungere questo fine, è spesso necessario ricorrere all’uso di sculacciate, schiaffi, umiliazioni, privazione di oggetti o di attività amate, isolamento, ritiro dell’affetto.

  • Tutti questi modi servono a insegnare ai bambini il rispetto, l’attenzione, l’obbedienza e a prepararli ad affrontare la vita.

La pedagogia nera considera i bambini piccoli uomini da formare ed è basata sul presupposto che l’infanzia abbia in se qualcosa di sbagliato che va corretto prima che diventi troppo tardi.

Purtroppo, questa educazione, psicologicamente dannosa, ha influenzato la nostra società e ancora oggi tanti genitori ne utilizzano inconsapevolmente i metodi, convinti di agire nell’interesse dei propri figli e per il loro bene.

I principi della pedagogia nera hanno causato innumerevoli sofferenze a tante persone e creato un’infinità di danni psicologici, contribuendo allo sviluppo di adulti insicuri ed emotivamente sofferenti, disposti a sottomettersi alla legge del più forte per paura della solitudine e dell’abbandono, affettivo e sociale.

La prepotenza e le ingiustizie perpetrate da questo tipo di pedagogia privano i bambini della dignità e del rispetto da parte dei grandi, negando loro ogni diritto col pretesto dell’immaturità.

Il bambino è un piccolo uomo immaturo o una persona?

Ciò che la pedagogia nera ha contribuito a occultare sono proprio l’importanza e le peculiarità dell’infanzia.

Negli anni della crescita, infatti, non siamo adulti in formazione ma persone capaci di amare con grande intensità, portatori di emozioni che hanno bisogno di essere comprese e condivise.

La capacità di ascoltare e comunicare i propri sentimenti fa parte del percorso che dall’infanzia conduce alla maturità, e permette di vivere una vita soddisfacente.

Per i bambini è fondamentale fare esperienza con le emozioni, poterle riconoscere, accettare, condividere e sentire che sono ricambiate.  

Attraverso questo scambio i piccoli capiscono che i sentimenti hanno valore e meritano rispetto, imparano ad ascoltare il loro cuore e a comprenderne l’importanza.

Nel suo famosissimo libro Intelligenza Emotiva, Daniel Goleman ha mostrato che l’intelligenza non è fatta soltanto di acquisizioni cognitive.

Affianco alla logica e alla matematica esiste anche un’intelligenza che ci permette di armonizzare il pensiero con i sentimenti, la parola con i vissuti interiori, la dimensione razionale con quella affettiva.

Ma cos’è l’intelligenza emotiva?

Si chiama intelligenza emotiva la capacità riconoscere le emozioni e di tradurle in parole per poterle comunicare e condividere.

Maggiore è l’autoconsapevolezza e la conoscenza del proprio mondo interno, più specifica e profonda sarà l’intelligenza emotiva di una persona.

Le personalità creative, essendo dotate di empatia e creatività, possiedono una brillante intelligenza emotiva, che ha bisogno di essere riconosciuta e apprezzata per svilupparsi armonicamente e con successo.

I bambini vivono una ricchezza e un’ampiezza di sentimenti, difficile da padroneggiare e l’aiuto migliore che gli adulti possono dare loro è quello di favorire il riconoscimento e l’ascolto delle emozioni.

Purtroppo però, anni e anni di educazione repressiva e autoritaria hanno formato adulti incapaci anche solo di prestare attenzione ai sentimenti, figuriamoci di comunicarli!

Parlare di stati d’animo e sensibilità sembra sempre poco importante, o addirittura inutile, in questo nostro mondo, cresciuto insieme alla pedagogia nera e basato sulla legge del più forte.

Così, oggi tanti genitori si trovano in difficoltà nell’educare con saggezza i propri figli.

Da un alto sentono che l’educazione repressiva, che loro stessi hanno ricevuto, porta soltanto coercizione e sofferenza, dall’altro hanno paura di diventare troppo permissivi abbandonando le vecchie modalità in favore di un maggiore ascolto del mondo interno.

Gli adulti hanno il compito di accompagnare i bambini nella crescita e per far questo devono saper accogliere le loro emozioni senza censurarle, rispettare la loro individualità, ascoltare i loro bisogni e aiutarli a esprimere tutto il loro potenziale creativo.

E’ un compito che diventa estremamente difficile quando, nel diventare grandi, non si è potuta vivere con fiducia la ricchezza emotiva dell’infanzia.

Eppure… solo un adulto in grado di prendersi cura di se stesso, della propria soggettività, del proprio disagio, delle proprie esigenze non soddisfatte, dei bisogni non ascoltati, dei sentimenti non espressi, può occuparsi coerentemente di un bambino.

Il mondo interno dell’adulto è una miniera ricca di minerali grezzi ma preziosi…c’è tanta fatica per portare alla luce questi elementi sepolti, per riprendere contatto con la propria storia…che, spesso, nell’infanzia è carica di sofferenza e di sentimenti inespressi.

Ma è proprio da qui che si deve partire, per promuovere una nuova cultura che permetta ai bambini di sviluppare le proprie risorse, il senso di sicurezza, la capacità di affetto e di adattamento, la creatività.

Diventare grandi è difficile per tutti: la crescita è fatta di conquiste e fallimenti, avvicinamenti e separazioni.

Gli adulti devono saper ascoltare e condividere le emozioni, le proprie e quelle dei propri figli.

Solo così potremo avere rispetto l’uno per l’altro e costruire una società che non emargina, ma accoglie.

Chi è capace di non discriminare niente dentro di sé può accettare la diversità senza averne paura.

L’intelligenza emotiva è la base per costruire un mondo a misura dei bambini.

Un mondo che non avrà più bisogno di soprusi e violenza perché avrà imparato a comprendere invece che combattere, a condividere invece che amputare e ad amare invece che distruggere.

Un mondo migliore.

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Mar 11 2012

Non sono mai riuscita ad essere normale…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ho provato ad essere normale non per codardia ma per la pace…

Ho provato ad essere normale non per civiltà ma per tolleranza..

Ho provato ad essere normale non per incapacità ma per solidarietà…

Ho provato ad essere normale non per egoismo ma per condivisione…

Ho provato ad essere normale non per sopravvivere ma per accogliere il mondo…

Non sono mai riuscita ad essere normale…io amo…

Dammi una mano tu che sei normale ed io ti amerò ancora, perchè la mia anomalia altro non è che amore…insieme daremo dignità alla vita…

Rosanna Anzalone

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Mar 07 2012

LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Il grande cambiamento del 2012 è una rivoluzione silenziosa nella percezione della realtà.

Ineluttabile e inarrestabile, genererà un rovesciamento del mondo e niente di ciò che conosciamo, sarà più così stabile e inamovibile come lo percepiamo adesso.

Di solito un cambiamento di questo tipo è chiamato “rivoluzione culturale” ma questa volta la cultura c’entra poco.

Si tratta, infatti, di un’ espansione cardiaca e riguarda la nostra soggettività e il modo in cui interpretiamo la vita.

Fino ad oggi abbiamo creduto nell’esistenza di una realtà unica e incontestabile. Posta sotto gli occhi di tutti e passibile di sperimentazione scientifica.

Cioè, abbiamo creduto in una realtà ripetibile, inconfutabile, uguale a se stessa e uguale per tutti.

Ma l’avvento della psicologia nell’ambito delle scienze e il diffondersi delle conoscenze relative alla fisica quantistica, stanno provocando un cambiamento che oramai non è più possibile frenare.

L’importanza della soggettività nella percezione degli eventi, si fa ogni giorno più evidente e, dalle macerie di una realtà immobile, sta impercettibilmente prendendo forma un nuovo pensiero capace di integrare l’individualità e la creatività nella costruzione di realtà mutevoli e dinamiche, diverse per ciascuno.

La psicologia e la fisica quantistica hanno dimostrato che la nostra sensibilità interferisce costantemente con la realtà, e che le aspettative con cui interpretiamo le cose modificano l’andamento degli avvenimenti.

Gli eventi, infatti, non sono mai univoci ma si trovano, in infinite e diverse varianti di se stessi, dentro uno sciame di realtà possibili.

Cioè, per dirla con un linguaggio più tecnico, ogni cosa esiste in un’onda di possibilità.

Quando viviamo un’esperienza, questa suscita in noi un’interpretazione inevitabilmente soggettiva.

E proprio questa soggettività fa sì che l’onda delle possibilità si coaguli in una particella, tra le infinite scelte possibili.

La particella coagulata diventa la realtà che sperimentiamo ed è la diretta conseguenza della nostra soggettività.

Ciò di cui facciamo esperienza e che consideriamo vero, quindi, è vero ed esiste soltanto per noi.

Infatti, chiunque altro posto davanti alla stessa circostanza coagulerà la sua particella (realtà), tra le infinite varianti possibili offerte dall’onda delle possibilità.

In questa chiave nuova, la soggettività diventa l’unico criterio in grado di determinare la verità, perché le esperienze prendono forma e si coagulano in realtà, come conseguenza di un’interazione soggettiva tra noi e l’onda delle possibilità.

La nostra vita sembra esistere dentro uno schema temporale di causa ed effetto (se prima è successo A, dopo succederà B) ma, a un esame più attento, si vede che è, invece, la concretizzazione del nostro sentire soggettivo.

Infatti, la soggettività estrae dall’onda delle possibilità proprio quelle esperienze (particelle) che confermano i presupposti in cui crediamo.

La causa di ogni avvenimento, perciò, non sta negli eventi che lo precedono ma nelle aspettative, che lo determinano.

L’accadere di qualsiasi cosa diventa possibile soltanto nell’attesa soggettiva e fiduciosa del suo esistere.

Mi spiego meglio con un esempio:

Se penso che ci sia la crisi e che presto il lavoro diminuirà per tutti, interpreto la minor affluenza dei clienti nel mio ristorante come un segno dei tempi, e temo che dovrò chiudere il locale per mancanza di risorse economiche.

Questa mia interpretazione seleziona dall’onda delle infinite probabilità possibili, gli eventi più congruenti e coagula la mia realtà in situazioni ed esperienze compatibili.

In questo caso, un’ulteriore diminuzione dei clienti e dei miei guadagni.

Viceversa, se interpreto il calo delle visite al ristorante come il segnale di un mio bisogno di riposo, inconsciamente seleziono dall’onda delle possibilità gli eventi corrispondenti e coagulo una realtà in cui, quando mi sento riposato, la clientela aumenta.

Alla luce di quanto vi ho raccontato fin qui, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, diventa evidente che il bombardamento di sciagure a cui siamo sottoposti, ha l’effetto di spingerci a coagulare realtà piene di disgrazie e di sofferenza.

E che, se vogliamo superare questo momento di difficoltà senza vivere nei tormenti, dovremo prestare molta attenzione alle aspettative che abbiamo e al nostro sentire soggettivo, modificandolo fino a coagulare realtà meno drammatiche e più soddisfacenti.

Questa diversa importanza, attribuita ai vissuti soggettivi, è costantemente combattuta dall’economia, dalle leggi di mercato e dai governi, poiché sfugge a qualsiasi sottomissione e sceglie con libertà le cose di cui vuole fare esperienza.

Nel gioco del potere, della competizione e dello sfruttamento, un pensiero creativo e libero, capace di muoversi con soggettiva autonomia nelle realtà, è contrastato e ridicolizzato fino a renderlo del tutto inoffensivo.

Fa parte della soggettività di ciascuno coagulare realtà democratiche e rispettose della creatività individuale oppure scenari di catastrofi e sopraffazione. Dentro all’onda delle possibilità, tutte le scelte sono sempre presenti…

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Mar 03 2012

GENTE CON L’ANIMA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Fino ad oggi, lo studio della psicologia clinica si è interessato prevalentemente alle patologie della mente. 

Prendendo le mosse dalla psichiatria, gli psicologi hanno focalizzato la loro attenzione sui comportamenti sbagliati, occupandosi poco delle personalità che invece sono adeguate e capaci.

Purtroppo, però, essere emotivamente sani in un mondo malato genera dolore e, come psicoterapeuta, incontro spesso persone dotate di un’ottima salute mentale ma sofferenti, a causa della patologia (sociale) in cui vivono immerse.

In questi casi non si può parlare di cura, anche se, chi chiede una terapia, si sente patologico e domanda di essere curato.

Nel corso degli anni ho individuato, dietro a tutte queste richieste di aiuto, una struttura di personalità forte e dotata di sensibilità, creatività, empatia e intuizione, che ho chiamato personalità creativa.

Le persone che possiedono una personalità creativa sono capaci di amare, di sognare, di sperimentare, di giocare, di cambiare, di raggiungere i propri obiettivi e di formularne di nuovi. Sono uomini e donne emotivamente sani.

Gente che non perde mai il contatto con la propria anima, cioè con quella saggezza profonda e profondamente ingenua, capace di sentire vibrare la bellezza e l’impalpabile immensità della vita in ogni cosa.

Le personalità creative conoscono istintivamente la realtà interiore che ispira le nostre scelte (sia nel mondo immateriale dei sentimenti sia in quello materiale della fisicità).

Sono persone che, nonostante il bombardamento di messaggi volti a deridere la presunta illusorietà di tutto ciò che i cinque sensi non riescono a padroneggiare considerandolo soggettivo, non perdono mai la consapevolezza che proprio quella soggettività è indispensabile, per vivere con pienezza.

Le personalità di questo tipo sono inscindibilmente connesse alla propria anima e in contatto con la sua verità.

Queste persone coltivano la certezza che la vita abbia un significato diverso per ciascuno e rispettano ogni essere vivente, sperimentando così una grande ricchezza di possibilità.

E’ gente che non ama la competizione, la sopraffazione e lo sfruttamento, perché scorge un pezzetto di sé in ogni cosa che esiste.

Gente che non riesce a sentirsi bene in mezzo alla sofferenza.

Gente incapace di costruire la propria fortuna sulla disgrazia di altri.

Gente che nella nostra società non va di moda.

Gente disposta a rinunciare, per condividere.

Gente impopolare. Derisa dalla legge del più forte. Beffata dalla competizione.

Gente capace di mantenere salda la consapevolezza che la vita non è fatta soltanto di materialità.

Gente che, a dispetto dell’emarginazione, del disprezzo sociale e dell’impopolarità che ne deriva, non dimentica mai l’importanza di ascoltare le cose col cuore.

Gente che non riesce ad adeguarsi alle regole del predominio, che non sa approfittare dell’ingenuità, che non possiede la prontezza e la malizia per prevenire l’astuzia dei furbi.

Portatori di un sapere che non piace, non perdono di vista l’importanza di ciò che non ha forma e non si può toccare.

Sono queste le persone che possiedono una personalità creativa.

Persone ingiustamente ridicolizzate e incomprese in un mondo malato di arroganza, e che, spesso, si rivolgono agli psicologi chiedendo aiuto.

Ognuno di loro è orientato verso scelte diverse da quelle di sempre.

E in genere hanno valori e priorità incomprensibili per la maggioranza.

Non seguono una religione, ma ascoltano con religiosa attenzione i dettami del proprio mondo interiore.

Sanno scherzare, senza prendere in giro.

Sono gente che non trascura il codice dei sentimenti.

Gente che bazzica l’immateriale.

Gente che paga sempre di persona il prezzo delle proprie scelte e preferisce perdere, per non prevaricare.

Gente fatta così.

Poco ipnotizzabile. Poco omologabile. Poco assoggettabile.

Gente che non fa tendenza. Forse.

Di certo, gente che preferisce sopportare il dolore piuttosto che barattare la dignità.

Gente poco normale, di questi tempi.

Gente con l’anima.

 

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