Archive for Aprile, 2012

Apr 27 2012

PROTEZIONE & ALTRUISMO PATOLOGICO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nella prima infanzia, il bisogno di protezione è un vissuto spontaneo, indispensabile alla crescita e allo sviluppo della personalità, e corrisponde al desiderio di sentirsi amati e accuditi dai propri genitori.

Diventando grandi, la necessità di essere protetti cede il posto al bisogno di autonomia, cioè al desiderio di essere indipendenti e capaci di badare a se stessi.

In alcuni adulti, però, il bisogno di protezione non si esaurisce con la crescita e questo causa tante sofferenze emotive.

Infatti, quando questo bisogno non è stato saturato da bambini, la necessità di sentirsi protetti stimola, anche da grandi, il sogno di avere affianco qualcuno capace di risolvere le difficoltà e di colmare magicamente le lacune affettive lasciate dai genitori.

E spinge a vivere relazioni con persone credute (impropriamente) più forti, più capaci e più mature.

Questa esigenza psicologica, solitamente inconscia, riflette il tentativo di compensare nel presente le mancanze del passato e, purtroppo, è destinata a provocare delusioni.

Infatti, una volta superato il periodo infantile, i meccanismi biologici, che favoriscono l’attaccamento ai genitori, vengono meno e l’idealizzazione, necessaria a garantire la sopravvivenza dei cuccioli, trasferita da adulti su figure genitoriali sostitutive, si trasforma in una pericolosa deformazione della realtà.

Una volta cresciuti, gli esseri umani hanno bisogno di soddisfare autonomamente le necessità della vita e devono sperimentare l’indipendenza per potersi sentire realizzati.

Delegare a un altro la soddisfazione dei propri bisogni, materiali o affettivi, porta a svalutare se stessi, mina l’autostima e apre la strada a quel senso di inutilità dell’esistenza che è l’origine della depressione.

Di solito, le personalità creative non cadono in questo errore psicologico, perché la loro natura indipendente le spinge a cercare l’autonomia già da molto piccole.

Per soddisfare indirettamente il loro bisogno di protezione possono manifestare, però, una protettività esagerata.

I creativi, infatti, hanno la capacità di spostare agilmente il proprio punto di vista e questo li rende molto empatici e portati a immedesimarsi nei vissuti degli altri. 

Se, da bambini, si sono sentiti soli, in balia di forze più grandi di loro, incapaci di difendersi e senza nessuno che intervenisse a soccorrerli, sviluppano il desiderio di mettere fine alla sofferenza impedendo il suo esistere ovunque sia.

(Per chi è dotato di empatia, che si tratti della propria sofferenza o di quella di un altro non fa differenza.)

E’ così che si forma un altruismo patologico, cioè una spinta compulsiva e irrefrenabile a prestare aiuto, soprattutto alle persone amate!

Il bisogno di protezione, in questi casi, si trasforma nel bisogno di proteggere gli altri.

Le personalità creative possono usare le capacità empatiche che possiedono, per colmare il proprio bisogno di protezione insoddisfatto, appagandolo per immedesimazione mentre aiutano il prossimo.

Anche questo tentativo, però, nonostante la sua generosità, si rivela totalmente inadeguato a raggiungere gli scopi che lo determinano.

Infatti, nell’intimo, coloro che si sono sentiti deboli e indifesi durante l’infanzia, rimangono sempre i bambini deprivati che sono stati, e risolvere i problemi altrui, anche se lodevole e altruista, non aiuta a cancellare i propri!

Così, mentre combattono come leoni per tutelare chi amano, queste persone rimangono insicure e fragili quando si tratta di proteggere se stesse.

L’altruismo patologico, originariamente finalizzato a superare la paura e la solitudine vissute da bambini, spinge a donarsi eccessivamente, deprivando se stessi, e rende vulnerabili e insicuri.

Chi lo agisce, purtroppo, non risolve le problematiche infantili e rimane intrappolato in un enigma relazionale irrisolvibile, non riuscendo a decidere se le persone ricambiano il suo amore, oppure cercano soltanto di ottenere protezione e accudimento per se stesse.  

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, occorre prestare molta attenzione al bisogno di protezione.

E’ vero che da bambini abbiamo creduto in una indiscussa superiorità dei genitori, ritenendoli invincibili, potenti e capaci di mettere fine immediatamente alle nostre difficoltà.

Ma la crescita ci ha costretto a sperimentare che non è affatto così!

Tutti i genitori sono bambini diventati grandi in mezzo alle difficoltà, che cercano di fare quel che possono con ciò che hanno!

I figli imparano dai loro sbagli e costruiscono strategie migliori…

Ognuno di noi è solo davanti alla vita e deve fare i conti con l’incertezza e con la fragilità.

Il bisogno di protezione ci ricorda che abbiamo il dovere di proteggere noi stessi, perché, se non ci proteggiamo da soli, nessuno potrà farlo al posto nostro e perché nessuno meglio di noi può sapere di cosa abbiamo bisogno e come darcelo!

Rimbocchiamoci le maniche, quindi, e concediamoci le attenzioni di cui abbiamo bisogno, senza aspettare che lo faccia qualcun’altro!

Perché, quando potremo prenderci da soli i permessi necessari per vivere, potremo concedere anche agli altri la stessa indulgente libertà.

E perché, potremo amare, coccolare e proteggere gli altri solo quando avremo imparato ad amare, coccolare e proteggere noi stessi.

Nella responsabilità e nell’autonomia di ciascuno si nasconde il segreto di una vita libera e poggiano le fondamenta di un mondo migliore.

Vuoi saperne di più? 

Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

anche in formato ebook

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Apr 24 2012

Primo compleanno!!

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Cari amici, lettori e curiosi di questo blog, io non sono normale: IO AMO compie oggi il suo primo anno di vita.


Un grandissimo GRAZIE a tutti voi!!!


Insieme stiamo formando un movimento che partendo dal cuore si irradia nel mondo…

… silenzioso, inarrestabile e ineliminabile, come soltanto l’A-normalità sa essere!

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Apr 22 2012

LA TUA CASA PARLA DI TE…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Per gli animali, la tana è il riparo, il posto dove nascondersi e cercare calore e protezione, lo spazio intimo e propizio alla nascita dei piccoli.

La tana dell’animale uomo è la sua casa, un angolo in cui ritrovare l’intimità, abbandonare le difese e lasciare emergere la parte più vulnerabile di sé.

Per ognuno di noi la casa è lo spazio dove potersi fermare a recuperare le energie spese durante la giornata, il pronto soccorso emotivo quando il corpo e la mente hanno bisogno di cure.

Ogni casa contiene le impronte dei suoi abitanti e svela molte cose della personalità di chi ci vive.

Già nella scelta del luogo in cui è posta, la casa evidenzia l’indole di chi la abita.

Una casa isolata, racconta il bisogno di riservatezza e di solitudine.

Una casa al centro della città, rivela l’estroversione e la facilità nell’avere molti contatti, ma anche la loro rapidità, superficialità e provvisorietà.

Una casa in paese, evidenzia la necessità di protezione e la capacità di condividersi.

Le dimensioni della nostra casa, sono le dimensioni dello spazio che concediamo a noi stessi.

Case piccole, rappresentano spazi “piccoli” riservati a chi ci vive. Possono corrispondere a un bisogno di raccoglimento ma anche a un mettersi troppo da parte.

Case grandi, mostra spazi ampi di attenzione, che chi vi abita concede a se stesso.

Una casa con molti spazi aperti (giardino, terrazze, verande, ecc.), è la casa di chi ha tante aperture sul mondo.

Una casa con poche aperture, è un luogo segreto adatto a chi non ama troppo le relazioni e si concentra soprattutto su di se.

La misura delle finestre, rivela la misura della nostra curiosità nei confronti della vita.

Le porte interne, invece, indicano gli sbarramenti che creiamo tra le diverse parti della nostra personalità.

Troppe porte, denotano una paura di essere totalmente se stessi.

Porte troppo scarse, evidenziano una difficoltà nell’accettare la propria intimità.

Un ambiente unico nel quale vivere (loft, monolocale, ecc.), piace a chi ama mettersi in gioco senza riserve.

I colori che scegliamo sono l’energia di cui abbiamo bisogno per avventurarci nella vita. Infatti, i colori della nostra casa ci infondono il ritmo con cui affronteremo la giornata.

Colori accesi segnalano il bisogno di una grande energia.

Colori tenui parlano nel silenzio della concentrazione.

I mobili raccontano la relazione che abbiamo con il mondo.

Mobili attuali e nuovi, indicano un carattere in via di rinnovamento, pronto a cambiare e curioso degli altri.

Mobili antichi, segnalano l’attenzione e la cura per la famiglia e per la tradizione, raccontano il desiderio di condividersi senza trascurare il passato.

Gli animali sono il simbolo delle nostre parti istintuali, la voce della nostra anima selvaggia e della creatività.

La presenza degli animali nelle case, rivela il rapporto con l’istintività e con la sessualità.

Gli animali sono parte della natura, ci aiutano a ricordare i ritmi che regolano il nostro organismo e le nostre emozioni.

Gli animali possono essere domestici (cani, gatti, criceti, pappagallini, pesci rossi, ecc.) o liberi (passeri, colombi, gechi, lucertole, insetti, ecc.) ma non possono mai essere totalmente assenti dalla tana dell’animale uomo, perché la loro presenza è indispensabile all’ecosistema di cui l’essere umano fa parte e nel quale ha bisogno di vivere.

Nelle case, gli animali sono la spia che indica il contatto con la parte creativa, impulsiva e sensitiva.

Gli animali in gabbia, rivelano che la parte istintiva di chi abita la casa è stata messa in gabbia.

Animali abbandonati nei cortili, alla catena, soli o poco curati, mostrano l’incuria di chi trascura la propria interiorità.

Se gli animali sono del tutto assenti da una casa, gli istinti sono stati banditi.

Le piante parlano del rapporto con la spiritualità e con la natura.

Una casa senza piante è come un paese senza la sua chiesa.

Quando le piante sono rigogliose e belle, l’unione col mistero della vita è accettata e tollerata in se stessi.

Se invece le piante sono abbandonate e sofferenti, segnalano che la parte spirituale è stata trascurata e ha bisogno di cure.

L’ordine di una casa o il suo disordine, mostrano l’ordine e il disordine del nostro mondo interiore.

Gli armadi, infine, sono un simbolo dell’inconscio.

Armadi disordinati, denotano un inconscio disordinato e pieno di confusione.

Armadi troppo ordinati, segnalano il bisogno di imbrigliare l’inconscio in una norma e tradiscono la paura della propria irrazionalità emotiva.

Armadi pieni di oggetti inutili, corrispondono a un inconscio pieno di cose che non servono più.

Troppi armadi, si trovano nelle case di chi cerca di nascondersi a se stesso.

Pochi armadi, appartengono a chi non sopporta le censure di nessun tipo.

La casa è un simbolo di unione, di calore e di protezione, ma l’interno di una casa rappresenta la vita interiore di chi la abita e il modo in cui trattiamo la nostra casa dice tante cose sul modo in cui trattiamo la nostra anima. 

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Apr 18 2012

L’INDIFFERENZA E’ UNA PATOLOGIA… alla moda

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.

L’odio è spesso una variante impazzita dell’amore.

L’indifferenza invece riduce a nulla l’altro, non lo vedi neppure, non esiste più.

Ermes Ronchi

L’indifferenza è quello stato psichico che ti consente di non accorgerti della sofferenza altrui.

Si è indifferenti quando non ci s’immedesima, quando si traccia un confine tra se stessi e gli altri, quando si attribuisce meno valore a chi è considerato diverso.

Purtroppo oggi l’indifferenza è una patologia comunemente accettata e poggia sull’egocentrismo e sul bisogno di confermare se stessi.

Noi psicologi valutiamo la maturità soprattutto in base alla possibilità di immedesimarsi e di socializzare.

Riteniamo che l’egocentrismo sia spontaneo e naturale nei bambini molto piccoli ma che, durante la crescita, debba inevitabilmente cedere il posto alla capacità di relazionarsi e di condividere.

L’empatia (saper vedere il mondo con gli occhi di un altro) è il parametro più importante nel valutare la maturità di una persona e segnala la sua intelligenza emotiva.

L’intelligenza, infatti, non riguarda solamente le acquisizioni cognitive e logico-matematiche, ma anche e soprattutto la capacità di riconoscere i sentimenti e le emozioni.

Tante patologie psichiatriche sono caratterizzate da una grave lacuna nell’intelligenza emotiva nonostante buone capacità logiche e matematiche (autismo, psicopatia, ecc.).

L’intelligenza emotiva è ciò che ci rende umani e ci distingue dai computer.

L’apprendimento nozionistico, privo di sensibilità è, infatti, una prerogativa delle macchine.

La nostra vita è fatta di relazioni e, nelle relazioni, le emozioni giocano un ruolo fondamentale e imprescindibile.

Ecco perché l’intelligenza emotiva è un’intelligenza viva e non artificiale.

(Un’intelligenza che, per adesso, nessuna macchina ha potuto imitare.)

L’indifferenza segnala un deficit, una mancanza nell’intelligenza emotiva, un’incapacità nel fare relazione, è un handicap emotivo. 

Di questi tempi, purtroppo, l’indifferenza è una patologia… auspicata da molti!

Perché consente di muoversi  agilmente in un mondo gravemente malato d’insensibilità.

Impropriamente, si ritiene che l’indifferenza aiuti a vivere più serenamente… infatti, circoscrivendo l’attenzione all’ego, nasconde alla coscienza il dolore degli altri.

E in questo modo consente di non soffrire a causa della propria empatia.

L’indifferenza oggi è dappertutto e tutti ne siamo affetti, perché la crudeltà è diventata la norma nella nostra cultura.

E perché, vivendo in mezzo alla crudeltà, molti preferiscono essere spietati piuttosto che sensibili.

Non c’è rispetto per la vita ma non tutti se ne rendono conto.

Esiste un meccanismo psicologico chiamato: negazione, che consente di occultare alla coscienza ciò che va in conflitto con quello che abbiamo scelto di essere.

Nell’indifferenza, la negazione ottunde l’empatia e, senza empatia, il dolore che abbiamo intorno diventa impercettibile.

La vita è dappertutto, anche se molti non la notano.

La violenza fatta alla vita, purtroppo, è anch’essa dappertutto. 

Invisibile per la maggioranza.

Anche le immagini di morte sono dappertutto.

I più non se ne accorgono nemmeno.

Tanti le trovano eleganti.

E a molti addirittura… mettono fame!


IL TERMOMETRO DELL’INDIFFERENZA

 

Per valutare il livello della tua indifferenza, prova a fare il test:

Osserva attentamente le immagini riportate qui sotto cercando di individuare in ciascuna di esse, la violenza, i soprusi e il dolore.

Segna un punto per ogni immagine in cui riconosci una violenza, un sopruso o il dolore.

Risultati:  

Punti 6  = indifferenza totalmente assente, alto livello di empatia, personalità creativa, inteligenza emotiva superiore alla media.

Da 3 a 5 punti = indifferenza nella norma, rimozione parziale della propria sensibilità, intelligenza emotiva nella media.

Da 1 a 2 punti = indifferenza dominante, scarsa sensibilità, intelligenza emotiva al di sotto della media.

Punti 0 = indifferenza patologica, mancanza totale di sensibilità, intelligenza emotiva deficitaria.

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Apr 13 2012

UN POMERIGGIO CON IL VOSTRO BAMBINO (interiore)

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Siamo sempre così indaffarati a rincorrere una vita fatta solo di doveri, che finiamo per dimenticarci della nostra pulsante e preziosa parte creativa, con tutte le gravi conseguenze psicologiche che questa distrazione comporta sulla qualità della nostra esistenza.

Come ho detto altre volte, la creatività non è una generica propensione alla pittura o alla musica, è invece un modo di essere, il nucleo centrale della nostra originalità, la parte più vitale di noi stessi.

La creatività è il ponte che unisce l’esperienza del mondo con il sentire del cuore.

Trascurare la propria parte creativa significa soffrire.

Infatti, la repressione della creatività provoca un crescendo di stati d’ansia (che può arrivare fino all’attacco di panico vero e proprio), perché ci fa perdere il contatto con la nostra unicità e con il significato profondo della vita.

Per questo è così importante esprimerla e coltivarla nella quotidianità.

Durante l’infanzia la creatività è parte integrante della crescita e si esprime nel gioco e nell’apprendimento.

Con l’ingresso a scuola, purtroppo, si perde gran parte della sua vitalità perché i programmi ministeriali sembrano fatti apposta per paralizzarla a vantaggio di un’istruzione nozionistica e stereotipata che favorisce la passività e il conformismo.

Così, una volta diventati grandi, e terminati gli studi, dell’entusiasmo e della fiducia che avevamo da bambini rimane ben poco.

La creatività è l’ingrediente miracoloso che ci permette di sfuggire alla crisi e di reagire al terrorismo psicologico portato avanti dai mass media.

Di questi tempi ce n’è davvero un gran bisogno! Perché costituisce una cura sana, naturale, economica e alla portata di tutti!

“Qual è il problema allora?” direte voi “Basta essere creativi e si risolve tutto!”

Il problema è che per essere creativi bisogna fare cose poco normali.

Infatti, la creatività non è normale per definizione!

Però, fare cose poco normali ci fa sentire strani, diversi e stupidi.

Questo sì che è un problema!


Il senso di stupidità

è il nemico numero uno della creatività!

 

La sensazione di essere stupidi è un vissuto interiore capace di inibire irrimediabilmente gli stimoli creativi e gli impulsi di trasformazione di ciascuno, rendendoci tutti uguali, vittime di un livellamento emotivo, conformi ai modelli di massa, e perciò anche vuoti, privi del nostro carisma naturale, della nostra speciale unicità.

Il senso di stupidità è il nemico numero uno della creatività, il problema che impedisce la sua spontanea espressione nella nostra quotidianità. 

Per essere creativi, bisogna superare questo scoglio e permettersi di essere stupidi, cioè ingenui, infantili, fragili, ridicoli.

Occorre tollerare quella sgradevole sensazione di diversità e d’inutilità e lasciare che la nostra parte bambina prenda il sopravvento sull’adulto pieno di doveri e di tristezza che siamo diventati crescendo.

Bisogna sopportare quel brontolio ininterrotto che parla nella testa quando ci permettiamo di fare qualcosa d’inconsueto e lasciamo che il bambino interiore salga per un poco alla ribalta della nostra personalità, gestendola come crede meglio.

Eccovi quindi un esercizio che vi aiuterà a riattivare la vostra creatività assopita e a ricreare un buon contatto con il bambino che siete stati:

  • Prendetevi un pomeriggio per voi e uscite insieme al vostro bambino interiore.

  • Portatevi appresso una sua fotografia e, se vi aiuta a mantenere il contatto, osservatela ogni tanto. Soprattutto quando l’adulto parla troppo oppressivamente nella vostra testa.

  • Per lo spazio di almeno due ore permettete alla parte bambina di gestire la vostra vita e lasciatele fare qualcosa che le piace. Potrebbe essere un disegno con i pennarelli, esplorare un parco giochi, una passeggiata in un luogo naturale, l’albero di natale, montare il trenino, dipingere con le mani… cose del genere.

  • Io, però, vi suggerisco di andare con il vostro bambino in un negozio di giocattoli e di invitarlo a scegliersi un regalo.

  • Dategli il tempo di girare tra le vetrine e gli scaffali con i giochi e osservate cosa gli piace, senza intervenire né censurare niente.

  • Sentite le sue emozioni in voi.

  • Fate attenzione perché ci sono i ricordi razionali, di ciò che vi piaceva quando eravate bambini, e ci sono le sensazioni del vostro bambino interiore ora. Non è detto che siano uguali. Potreste scoprire che il vostro bambino interiore è cambiato. Perché, in compagnia dell’adulto che siete diventati, oggi può esprimere qualcosa che quando eravate piccoli non potevate permettervi. Lasciatelo essere com’è, e osservatelo. Ma soprattutto, consentite alle sue emozioni infantili di scorrere nella vostra psiche.

  • Al momento di pagare il giocattolo che avrà scelto, la sensazione di stupidità potrebbe farsi molto forte in voi. Resistete alla tentazione di fare le spallucce, censurare l’esperienza e uscire senza aver comprato niente! Se saprete tollerarla e lo accontenterete, il bambino vi ripagherà, infondendo nella vostra psiche e nella vostra quotidianità il suo entusiasmo e le sue risorse creative.

Passare un pomeriggio in compagnia del vostro bambino interiore è un lavoro molto profondo, che lascia emergere i vissuti emotivi del passato insieme ai vissuti del presente.

La creatività è un processo continuo di trasformazione e cambiamento. Assecondarlo in se stessi significa armonizzare la vita.

Quando permettiamo alla parte bambina di esistere dentro di noi, ci riappropriamo della vitalità e dell’entusiasmo dell’infanzia e ci si aprono molte possibilità nuove.

Fare qualcosa di stupido e di inutile fa parte di questo processo.

Se riuscite a sospendere il giudizio e non vi bloccate, permettete al bambino di donarvi la sua spontaneità e la sua gioia di vivere.

I bambini hanno una conoscenza che gli adulti hanno perso, sono in contatto con il mondo magico dell’istintualità e della sensitività.

Quando vi aprite al suo potere creativo, sospendendo la critica e permettendovi la stupidità, la vita guadagna possibilità nuove e impensate.

 

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Apr 09 2012

SCELTE D’AMORE diversamente MATERNO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ci sono scelte che non puoi evitare. 

Scelte che mettono a dura prova i sentimenti.

Scelte piene di responsabilità e sofferenza.

Scelte solo femminili.

Una di queste è la scelta di abortire.

Una scelta che ti strappa la carne e la vita, che uccide la parte più sensibile di te, che ammutolisce il cuore.

SCELTE DIFFICILI…

Appena ha saputo di essere incinta, Miriam ha avuto un tuffo al cuore e subito si è sentita in paradiso!

Da tanto tempo desiderava avere un bambino e finalmente il suo sogno sembra essersi avverato.

Lei e il marito hanno brindato tenendosi per mano, con gli occhi lucidi dalla commozione e mille progetti per accogliere il loro frugolino.

Ma la diagnosi prenatale evidenzia nel bimbo un’anomalia cromosomica grave. L’esito della gravidanza si fa incerto e, se Miriam riuscirà a portarla avanti, il piccolo avrà tante difficoltà nel sopravvivere.

Il suo cervello, infatti, non si svilupperà del tutto e altri problemi insorgeranno di conseguenza.

Miriam è disperata. Ha desiderato così tanto abbracciare il suo cucciolo che non le importa niente di come avrà il cervello!

Pazienza se dovrà vivere in una carrozzella, se non potrà parlare, se lo dovrà imboccare per tutta la vita. Non sono queste le difficoltà che la spaventano.

“Tutto ciò che è fisico si può superare…” racconta piangendo.

“Quello che non posso accettare è l’emarginazione che il mio bambino vivrà dal primo istante della sua vita! La solitudine cui il suo handicap lo condannerà! La derisione, la crudeltà e la compassione che questo figlio dovrà affrontare ad ogni passo. Cosa risponderò quando mi chiederà come mai io l’ho permesso e ho lasciato che venisse al mondo? Solo: Perché io e tuo padre ti abbiamo voluto…?! Non mi sembra abbastanza…”

* * *

Maura ha una bimba di otto anni, Valentina, avuta insieme a un uomo che l’ha abbandonata subito dopo la notizia di quella gravidanza.

Quando scopre di essere incinta per la seconda volta, Maura sta prendendo la pillola con regolarità e precisione, da ben otto anni.

Ha, infatti, giurato a se stessa di non far nascere mai più nessun bambino da relazioni precarie e inaffidabili.

“Valentina ha dovuto imparare a sue spese, cosa vuol dire crescere senza papà!” mi racconta con tristezza.

“Ha sentito tante volte, all’uscita di scuola, i mormorii sul conto della sua mamma. Conosce la solitudine dei pomeriggi trascorsi da sola, perché io devo lavorare e i nonni, offesi dalla sua nascita illecita, ci hanno chiuso tutte le porte. Abbiamo passato tanti Natali e tanti compleanni noi due sole a scartare pacchettini. Regalini di poco conto, fatti con tanta carta colorata, perché i soldi, dottoressa, non ci bastano mai!”

Valentina non è scontenta della sua vita, è una bambina solare, gioiosa e piena di entusiasmo.

A Maura, però, non sfugge la sofferenza quando, tornando da scuola, Valentina trattiene le lacrime perché i compagni le hanno cantato di nuovo la canzoncina: “Valentina senza papà, Valentina senza papà, Valentina senza papà, Valentina senza papà !”


La notizia di una nuova maternità la coglie di sorpresa.

Com’è possibile?

Maura è esterrefatta.

Si può restare incinta anche prendendo la pillola?!

Purtroppo sì, se si assumono dei farmaci che ne inibiscono l’effetto anticoncezionale.

Peccato che il suo medico non si sia ricordato di informarla e, nella stessa ricetta, abbia prescritto l’antibiotico per l’influenza e la pillola per evitare altre gravidanze.

Il dottore non ci ha pensato… e adesso deve pensarci Maura!

Maura, che ha già una figlia nata da una relazione poco importante.

(Così poco importante che il suo compagno non ha mai ritenuto di doversi occupare della bambina).

Maura, che lavora tutto il giorno in un’impresa di pulizie e la domenica va ad aiutare una signora anziana, portando con sé Valentina.

“Mi raccomando, stai buona e non disturbare! Lo sai che ci servono i soldini…”.

Maura, che alle cose deve sempre provvedere da sola…

“Avere un secondo figlio mi sarebbe piaciuto, dottoressa! Ma proprio non posso mettere al mondo un altro bambino. Sarebbe una crudeltà per lui e ingiusto per Valentina! I soldi sono pochi e dovrebbe occuparsi lei del fratellino, quando io sono al lavoro. Non ce la faccio a chiederle questo sacrificio. Povera bimba, sta pagando già troppo per colpa mia!”

* * *

Queste storie sono solo due esempi di tante, tantissime storie, piene di dolore, di dubbi, di angoscia e di quella sofferenza incancellabile che accompagna la decisione di interrompere la vita.

La scelta di abortire è sempre una scelta d’amore.

Anche quando il mondo ti respinge e ti rifiuta.

Anche quando tu stessa ti condanni.

E’ una scelta dettata dal cuore. Incomprensibile per la ragione.

Si compie d’istinto. Cercando di evitare il male.

E’ una scelta che appartiene alle donne, ma che nessuna donna vorrebbe.

Una scelta inevitabile. Che, una volta compiuta, ti accompagna per tutta la vita.

Perché per tutta la vita continuerai a chiederti in silenzio:

“Come sarebbe stato il mio bambino? Quanti anni avrebbe avuto? Come lo avrei chiamato? Come lo avrei cresciuto?”

Nessuna mamma dimentica i suoi figli. Nemmeno quelli che non sono nati.

Esistono per sempre nel suo cuore, vivi e presenti dentro al legame che la unisce al bambino, in quell’amore che le permette di farlo crescere in se stessa, nel ventre come nell’anima.

Ma la maternità è soprattutto responsabilità.

Responsabilità per l’esistenza di un esserino inerme che ti è stato affidato dalla biologia e che adesso dipende totalmente da te.

Una madre non fa nascere figli in situazioni impossibili.

Quando sono costretti in prigionia, gli animali diventano sterili. 

E’ compito della maternità assicurare ai cuccioli le condizioni ottimali per crescere.

Deve pensarci la mamma  perché la natura le ha dato l’onere delle loro vite.

Nel suo cuore c’è posto per tutti ma, quando il mondo prevarica la vita con le sue necessità, alle donne rimane solo una scelta, quella più dolorosa: evitare ai bambini di nascere in mezzo alle ingiustizie e alla crudeltà.

Per questo, nonostante il dolore, la solitudine e l’emarginazione, è la mamma che trova in se stessa il coraggio di impedire la nascita.

Ci vuole molto amore per compiere questa scelta.

Molto amore per sopportarne il peso.

Molto amore per tollerarne la disperazione.

Il cuore delle mamme non è normale.

E’ grande.

Molto, molto, molto più grande del normale.

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Apr 04 2012

IL DIARIO DEI COMPLIMENTI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

L’autostima, a volte, ha bisogno di un ricostituente.

Viviamo in una civiltà che ci riempie di paure, prospettandoci scenari futuri (e presenti) sempre più tragici e cupi, mentre ridicolizza la delicatezza d’animo e il valore dei sentimenti.

Non c’è da sorprendersi se poi ci si sente in difficoltà, inadeguati e vulnerabili.

Purtroppo, una pedagogia autoritaria e dannosa, chiamata appunto: pedagogia nera, genera una forte insicurezza interiore.

Si tratta di uno stile educativo ancora ampiamente in uso, che contribuisce al formarsi di personalità disposte a sacrificare se stesse davanti alla prepotenza degli altri.

La pedagogia nera è uno dei fattori principali nello sviluppo di uno scarso rispetto di sé e di moltissime sofferenze psicologiche.

Le sue conseguenze si vedono soprattutto sull’autostima.

Infatti, quando l’educazione impone un rispetto autoritario, aprioristico e privo di reciprocità, porta a sentirsi insicuri e sbagliati.

L’abuso di potere e la mancanza di dialogo tra adulti e bambini, lasciano dentro la sensazione di essere potenzialmente colpevoli, sempre a rischio di venir accusati per crimini dei quali non si può prevedere l’esistenza.

Crimini che si capiscono solo quando il guaio ormai è già stato commesso. E che per questo generano sfiducia nelle proprie risorse.

La pedagogia nera ha un effetto devastante sull’autostima. Incrementa l’insicurezza e impedisce al rispetto di sé di svilupparsi armonicamente.

Nel tentativo di prevenire le ritorsioni dell’autorità, molti bambini (e in seguito adulti) finiscono per colpevolizzarsi costantemente.

Lo fanno inconsciamente, nello sforzo di non commettere errori.

Coltivano l’idea che sgridandosi da soli, prima che l’irreparabile sia già avvenuto, si sentiranno più pronti quando dovranno subire eventuali rimproveri.

Cercano in questo modo di superare le delusioni e di far fronte all’imprevedibilità vita.

Ma tutto questo danneggia gravemente l’autostima e porta a sentirsi sempre inadeguati, perseguitati da una voce interna.

Prende forma così la sensazione cronica di non andare mai bene.

E questa svalutazione di sé diventa un automatismo che spinge a rimproverarsi in continuazione, ignorando qualunque successo ottenuto.

“Tanto… hai fatto soltanto il tuo dovere. Niente di più!!!” borbotta una voce nella testa, quando le cose vanno bene.

E’ una voce interiore che si accanisce con sadismo nella psiche di molte persone, anche davanti a una piccola imperfezione.

“Potevi farlo meglio. Sei proprio un incapace!” ripete, come una cantilena, quando le cose non sono al massimo.

Questo critico interno, implacabile e spietato, incarna le vestigia degli educatori che abbiamo avuto durante l’infanzia, rendendoci vittime di un senso d’inefficacia personale e d’inutilità della vita.

E’ un quadro dal quale bisogna uscire, rieducando l’autostima atrofizzata con una delicata e costante fisioterapia psicologica.

Uno strumento efficace per contrastare i rimproveri interiori e fortificare l’autostima, è il Diario dei Complimenti.

Il Diario dei Complimenti è un lavoro psicologico potente che va usato nel modo adeguato, altrimenti perde la sua efficacia.

Se volete sperimentarlo, è importante seguire attentamente queste istruzioni:

  • Scegliete un quaderno o un’agenda da usare esclusivamente per questo scopo.

  • Portatelo sempre con voi, ma non condividetelo con nessuno (si tratta di un lavoro assolutamente personale).

  • Ogni giorno scrivete almeno tre complimenti a voi stessi.

  • I complimenti possono riguardare caratteristiche diverse: cose che avete fatto, tratti del carattere, aspetti fisici, qualità interiori, apprezzamenti… (ad esempio: oggi sono stata paziente e disponibile; ho uno splendido sorriso; mi piacciono la mia forza di volontà e la mia tenacia; so essere gentile e piena di premure; sono generosa; eccetera).

  • Non è concesso ripetere lo stesso complimento per più di due volte in una settimana.

  • Se dimenticate di farvi i complimenti per un giorno, aumentate la quantità giornaliera dei complimenti, aggiungendone uno in più (cioè da tre passate a quattro) e continuate con quattro complimenti al giorno.

  • Se ve ne dimenticate di nuovo, aumentate a cinque. E così via…

  • Continuate a scrivere il Diario dei Complimenti per almeno tre mesi di seguito.

  • L’ideale sarebbe farlo diventare uno stile di vita…

Il lavoro con il Diario dei Complimenti è un ricostituente prezioso per l’autostima.

I suoi benefici effetti si cominciano a vedere già dopo qualche mese di lavoro, e si potenziano nel corso del tempo.

Naturalmente, un cambiamento del carattere ha bisogno di un’applicazione costante e approfondita.

Il Diario dei Complimenti rappresenta un aiuto valido ed efficacissimo per potenziare la solidarietà con se stessi, soprattutto quando è unito a un lavoro introspettivo.

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