Archive for Maggio, 2012

Mag 30 2012

RISPETTIAMO GLI ADOLESCENTI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Credo che gli adolescenti siano le persone cui gli adulti mancano di rispetto più spesso.

Il periodo dell’adolescenza è considerato, dai grandiun’età immatura per definizione.

Secondo il dizionario Sabatini Coletti, l’adolescenza è “una fase della crescita dell’essere umano collocabile tra i 12-14 e i 18-20 anni, caratterizzata da una serie di modificazioni fisiche e psicologiche che introducono all’età adulta”.

Essere adolescente, perciò, significa aver superato l’infanzia ma non aver ancora raggiunto lo status della maturità.

Benché non tutti i grandi siano maturi e responsabili, negli adulti la maturità è data per scontata e ci si sorprende, casomai, quando si scopre che non sempre è così.

Per gli adolescenti, invece, è vero il contrario.

Si ritiene a priori che si tratti di persone immature e inevitabilmente ci si sente autorizzati a correggerli e a trattarli con supponenza.

Essere adolescente vuol dire non poter usufruire più della tolleranza concessa ai bambini, ma non potersi avvalere nemmeno della rispettabilità riconosciuta agli adulti.

Infatti, un adolescente è già grande, quando si tratta di ubbidire e responsabilizzarsi, ma è ancora piccolo quando si tratta di avere autonomia ed emancipazione.

Questa diffusa considerazione dell’adolescenza fa sì che, spesso, gli adulti abusino del loro potere, pretendendo rispetto e considerazione dai ragazzi, senza preoccuparsi di ricambiare con altrettanto riguardo e attenzione.

Come adulti ci sentiamo autorizzati a insegnare ai giovanissimi, piuttosto che a imparare da loro.

Pretendiamo di avere sempre ragione e di sapere già quale sia il modo giusto di fare le cose.

Troppo spesso, però, finiamo per dimenticarci della nostra adolescenza e trascuriamo di considerare che, da una generazione all’altra, i tempi cambiano e la vita richiede soluzioni nuove con prestazioni diverse.

Gli adolescenti sono persone in crescita.

Hanno bisogno di rispetto e considerazione come chiunque altro.

Sono figli del loro tempo.

Sanno cavarsela tra le innumerevoli prove cui sono sottoposti a scuola e a casa e, spesso, possono avere soluzioni migliori di quelle (datate) trovate dagli adulti.

Eppure…

Imparare qualcosa dagli adolescenti, a molti sembra ancora un’eresia.

Il solo fatto di avere più anni basta a giustificare una totale assenza di messa in discussione e autorizza la pretesa di saperne di più.

“Lo capirai quando sarai più grande!” si dice ai giovanissimi, troncando i discorsi senza aggiungere altre spiegazioni.

Ma questa frase, quando non è accompagnata dal tentativo di motivare le proprie ragioni e da un’indispensabile reciprocità, è una frase che manca di rispetto, perché sancisce un’innata superiorità legata alla maggiore età.

Chi è più grande dovrebbe, proprio per questo, aver imparato a rispettare gli altri… ma il rispetto non può essere diverso in funzione dell’età!

Il rispetto è un diritto di tutti. Giovani e meno giovani. S’impara da piccoli e si mette in pratica da grandi.

Non è possibile insegnare il rispetto, mancando di rispetto!

La pretesa adulta, di ottenere considerazione dai più giovani senza darne altrettanta, poggia su un’attribuzione infondata di maturità.

Infatti, come potrebbe essere giudicato maturo chi è privo di riguardo verso il prossimo?

Pretendendo il rispetto senza darlo, tanti adulti rivelano la propria immaturità, nonostante l’età, ed esibiscono ai giovanissimi un aspetto poco edificante dell’anzianità: la presunzione.

Davanti agli adolescenti si deve essere corretti, leali e sinceri, perché solo così si aiutano veramente le persone in crescita a mettere a fuoco la propria autonomia e a sviluppare il senso della responsabilità.

Il mondo pullula di maestri arroganti pronti a predicare bene e a razzolare male e ai giovanissimi non servono più insegnanti di quelli che hanno già.

Ciò che li aiuta a sviluppare le loro potenzialità e a trovare la strada per realizzarle, è la vicinanza di gente che incarni con l’esempio della propria vita i valori in cui crede. Persone capaci di essere ciò che è professano, piuttosto che imporlo agli altri.

Il rispetto s’insegna con lo stile di vita, più che con tante parole.

Avere un atteggiamento di spontanea reciprocità permette a chi è adulto di scorgere le capacità nei più giovani senza farsi condizionare dall’età cronologica.

La maturità nelle persone giovani va incoraggiata e stimolata a emergere, senza arroganza ma con comprensione e con fiducia.

La presunzione, la superbia, la prepotenza, insegnano l’ingiustizia e fomentano l’insofferenza e la ribellione.

Si è scritto molto sull’adolescenza. Da adulti.

Ma ci si è messi in discussione troppo poco.

Siamo così abituati alla violenza e all’imposizione che spesso non ci accorgiamo nemmeno di esercitarla, su persone che non hanno l’autorevolezza necessaria per difendersi.

Chi è giovane apprende a comportarsi osservando gli esempi che ha intorno a sé.

Se vogliamo spezzare questa catena dilagante di soprusi e vessazioni, dobbiamo costruire una società migliore cominciando a migliorare noi stessi e a praticare in prima persona ciò che vorremmo esistesse nel mondo.

Un mondo nuovo è fatto di tolleranza, comprensione e amore.

E di tanti piccoli gesti quotidiani.

Agiti nel rispetto anche di chi non può protestare e non può ribellarsi.

Compiuti quando nessuno ci giudica.

E quando nessuno ci vede.


MALTRATTAMENTI SENZA IMPORTANZA


“Ripeti?”

Il professore di italiano la incoraggia sorridendo.

Anna ha undici anni e mezzo, e ieri ha studiato tutta la sera per questa interrogazione. E’ la sua prima interrogazione nella scuola media. L’anno scolastico è appena iniziato e ci tiene a fare una buona impressione.

Pazientemente ripete ciò che ha detto, alzando un poco il tono della voce. Probabilmente l’insegnante non sente bene.

 “Ripeti?”

Anna ripete di nuovo.

Forse per l’emozione ha parlato ancora con un tono basso.

“Ripeti?”

La scena va avanti per quattro o cinque volte.

La ragazzina comincia a sentirsi insicura e a disagio nel pronunciare sempre e solo la stessa frase.

“Ripeti?”

Anna guarda sfinita il suo insegnante, un uomo di circa cinquant’anni, e infine ammutolisce.

Le sudano le mani. Di colpo capisce. Vorrebbe piangere per l’umiliazione, ma si sente troppo grande ormai.

“Allora, Anna, non ripeti più?” il professore sorride sarcastico, ammiccando al resto della classe.

“L’hai capito, finalmente, che quando non si sanno le cose è meglio stare zitti!”

* * *

Laura ha quattordici anni. Esce dal teatro insieme ai suoi genitori. Hanno appena visto uno spettacolo impegnato e molto coinvolgente.

“Anche io da grande voglio fare l’attrice!” esclama entusiasta.

“Ma che fesserie stai dicendo, Laura?!” la mamma la guarda scrollando la testa.

“Non hai proprio capito nulla della vita, figlia mia! Pensa a studiare piuttosto e vedi di darti una regolata. Altro che fare l’attrice!”

* * *

Giorgio ha sedici anni e durante l’ora di storia si lascia progressivamente catturare dai suoi pensieri.

“Giorgio, vuoi ripetermi cosa ho appena detto?” dritta in piedi davanti al suo banco, la professoressa lo fissa irritata.

Giorgio arrossisce, abbandonando di colpo le fantasticherie.

“Non lo so professoressa… mi scusi… ero distratto…”

“Vedi Giorgio, l’attenzione appartiene alle persone intelligenti. Gli idioti, invece, ne sono del tutto privi! Ma in ogni classe uno stupido c’è sempre. Adesso, semplicemente, sappiamo chi è.”

* * *

Mauro ha dodici anni e osserva suo padre che si accende una sigaretta.

Il padre lo fulmina con lo sguardo e sbotta: “Se ti vedo con una sigaretta in bocca, ti do tante sberle che ti stacco la testa!”

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Mag 26 2012

SCEGLI LA TUA REALTA’!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La fisica e la psicologia sostengono che chiamiamo realtà un modo soggettivo e personale di interpretare quello che succede, perché chi sperimenta la realtà sperimenta sempre “la propria realtà.

Nel linguaggio comune, la parola soggettività indica tutto ciò che deriva da una visione personale e che, proprio per questo, non può essere considerato obiettivo.

Il suo opposto, l’oggettività, significa, invece, che una cosa è reale di per sé, indipendentemente dal vissuto individuale o dall’interpretazione che se ne dà.

La necessità di affermare una verità oggettiva, presente a prescindere da tutto, trae origine dalla fisica antica.

La fisica moderna, infatti, non crede più nell’esistenza di una realtà totalmente separata da chi la vive.

Oggi, per i fisici (e per gli psicologi) esiste un legame inscindibile che unisce i fatti e chi ne fa esperienza.

Ci sono tante realtà possibili.

Mutevoli, varie e soggettive.

La fisica parla di onde di probabilità e spiega che la realtà fine a se stessa è un concetto illusorio.

Ogni cosa può essere considerata reale, solo nel momento in cui qualcuno sceglie di entrarci in contatto.

Purtroppo, però, la fisica che studiamo a scuola si ferma alla fisica antica!

I programmi ministeriali non includono lo studio della fisica moderna e per questo motivo le sue scoperte sono ignorate dalla maggior parte delle persone.

Una visione della vita, ormai superata dalla ricerca scientifica, sopravvive ancora nell’immaginario collettivo e condiziona la nostra comprensione della realtà.

La scarsa cultura in fatto di scienza, favorisce le leggi del commercio e serve a tenere in piedi l’economia.

Al consumismo, infatti, diffondere la conoscenza di queste nuove teorie non conviene!

Se improvvisamente i consumatori scoprissero che esistono tante realtà e che ognuno può scegliere di vivere la propria soggettività… diventerebbe difficile gestirne le scelte e orientarle nella direzione delle vendite!

Oggigiorno, la soggettività è diventata pericolosamente trasgressiva.

Divulgare nuove conoscenze e restituire valore e attendibilità alle verità individuali, nuoce agli interessi dei pochi che gestiscono i molti.

In fisica, però, le ricerche proseguono lo stesso… nonostante si cerchi di scoraggiarle in tutti i modi!

Gli scienziati, oggi, non credono più in una realtà statica e immutabile che prescinde da chi ne studia le caratteristiche.

Per loro, in assenza di una verifica, che è sempre soggettiva, non si può affermare l’esistenza di nessuna cosa.

Cioè, senza la presenza di uno studioso che oggettiva la realtà, grazie alla costruzione (soggettiva) di un’ipotesi e di un esperimento di verifica, la realtà non esiste.

O meglio, non esiste come realtà.

Esiste, invece, come onda di possibilità.

Quando focalizziamo l’attenzione su qualcosa, facciamo sì che da un’onda di probabilità si concretizzi una delle infinite realtà possibili (contenute nell’onda) e diventi la nostra realtà.

Quello che pensiamo, le cose in cui crediamo, le certezze che abbiamo, influenzano profondamente l’onda delle probabilità, condizionando il succedere degli eventi.

Dalle ricerche della fisica e della psicologia, sta nascendo, in tutto il mondo, una cultura nuova, che avrà conseguenze incalcolabili sul nostro modo di vivere e di pensare.

Tutti, infatti, facciamo esperienza di questi principi quotidianamente, anche se non ce ne rendiamo conto.

Possiamo notarne con maggiore evidenza gli effetti, quando le cose sembrano congiurare in una certa direzione.

Comunemente, chiamiamo sfiga questo tipo di situazioni (o, più raramente, fortuna), ma sono soltanto una manifestazione più appariscente del nostro interagire con l’onda delle possibilità!

Le scienze fisiche e psicologiche ci mostrano una realtà costantemente intrisa di soggettività.

Reale e soggettivo, sono due aspetti di una stessa esperienza, che ha valore e verità per chi la vive.

La coesistenza di queste tante realtà soggettive trova nella tolleranza il suo presupposto fondamentale.

Infatti, se la realtà non è più una sola per tutti, soggettività e tolleranza diventano valori imprescindibili.

Nella nuova cultura emergente, tutti i fenomeni poco normali, che fino ad oggi abbiamo trattato con sospetto considerandoli frutto della nostra fantasia, acquistano un significato diverso.

E, alla luce di queste conoscenze, non si potrà più affermare con scetticismo che le esperienze soggettive sono irreali.

Diventano reali.

A pieno diritto.

Ci dobbiamo abituare all’idea di una molteplicità di possibilità che interagisce costantemente con il nostro mondo interno, determinando il succedere degli eventi che ci riguardano.

Esistono sempre infinite realtà.

Ognuno sperimenta la sua.

Una delle tante possibili.

Quella in cui ha scelto di credere.

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Mag 22 2012

MIO MARITO? è come un figlio.

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Succede in tante coppie, purtroppo.

Uno dei due partner si trasforma in una sorta di genitore protettivo, sempre pronto a risolvere le difficoltà del proprio compagno (o compagna).

In genere si tratta di aiuti pratici e concreti che vanno dalle sovvenzioni economiche (ti pago io la rata della macchina, dell’assicurazione, del mutuo, ecc.), all’accudimento fisico (lavare, stirare, cucinare, pulire, ordinare, ecc.) fino a una totale presa in carico abitativa ed economica (vieni a vivere in casa mia, ti do una cifra ogni mese per le tue spese, ecc.).

Questi comportamenti generosi sono adeguati e lodevoli quando si tratta di rapporti tra genitori e figli, ma diventano molto pericolosi nei rapporti di coppia.

Infatti, assumersi tutte le responsabilità che riguardano l’accudimento dei figli, fa parte dei compiti della genitorialità e quasi ogni specie animale lo sente come un impegno imprescindibile, almeno durante l’infanzia dei piccoli.

E’ un comportamento istintivo e naturale, quello che lega indissolubilmente la mamma al cucciolo e le fa sentire le necessità dei figli più importanti dei suoi stessi bisogni.

Ma, ahimè, il comportamento genitoriale è (per sua stessa natura) antitetico al comportamento sessuale.

Occuparsi dei piccoli, stimola sentimenti teneri e protettivi molto diversi e lontani dall’erotismo e dalle attività sessuali.

Il piacere sessuale ci scatena emozioni e turbamenti intensi, coinvolgenti e partecipi, che non hanno niente a che vedere col piacere e la tenerezza provocati dai nostri figli.

L’erotismo, il desiderio, le fantasie e i giochi sessuali appartengono a una complicità di coppia che esclude la genitorialità, perché fa parte di un percorso diverso di conoscenza ed esplorazione di se stessi e della relazione con l’altro.

Mentre il rapporto con i propri figli è sempre un rapporto sbilanciato, in cui i genitori danno di più e i figli devono prendere, nel sesso è indispensabile la reciprocità.

L’alternarsi dei ruoli dev’essere sempre presente e sempre possibile tra i partner, perché questo alimenta la complicità e l’intesa di coppia.

Irrigidirsi in posizioni di dipendenza e accudimento unilaterali, significa soffocare lo scambio erotico e spegnere definitivamente il desiderio e l’intimità sessuale.

Le coppie in cui uno dei partner accudisce l’altro sistematicamente, finiscono inevitabilmente per affievolire l’intesa erotica e corrono un alto rischio di tradimenti.

Infatti, il partner amato come un figlio, prima o poi sente il bisogno di avere una relazione erotica paritaria e coinvolgente.

E, non potendola vivere con il proprio compagno (o compagna), diventato un genitore a tutti gli effetti, finisce per trovarsi coinvolto in altre relazioni affettive e sessuali.

E’ in questo modo che nascono tante delusioni e tanti drammi.

Quando il tradimento arriva, il dolore è lacerante per entrambi.

“Come hai potuto farmi questo?! Dopo che io ho sacrificato tutto per te…”. È il grido disperato di chi si ritrova umiliato e solo.

Chi è tradito, vive la delusione e l’abbandono.

Chi tradisce, si sente sporco, ingrato e opportunista.

Purtroppo, in quei momenti, è tardi per riconquistare la passione e la complicità di un tempo. L’attrazione si è ormai volatilizzata, sostituita dalla consuetudine a una “coniugalità genitoriale”.

L’amore genitoriale è asessuato per natura. E’ fatto di dedizione e sacrifici e serve alla crescita dei piccoli.

Nutre l’autostima e prepara i bambini ad affrontare la vita e le relazioni, con coraggio.

Nessuno, però, può impedire al proprio cuore di avventurarsi nella reciprocità.

L’amore di coppia esplora ciò che è diverso da sé, s’inoltra nel mistero e incoraggia il cambiamento.

E’ fatto di ascolto, di attenzione e di gioco.

Di scambi, d’incontri e di… parità!

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Mag 17 2012

EGOISMO malfamato

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La parola egoismo indica il bisogno di centrarsi sul proprio ego, per ascoltarne le esigenze e assecondarne le necessità.

Quando siamo bambini questi compiti sono assolti dai nostri genitori, che si preoccupano di rifornirci costantemente della protezione, dell’amore e delle attenzioni indispensabili per vivere.

Con la crescita, impariamo a provvedere da soli a noi stessi e l’egoismo assume un ruolo preminente, diventando una guida preziosa per la sopravvivenza e per la salute mentale.

Nessuno è in grado di sopravvivere autonomamente senza il proprio egoismo.

Tuttavia, “egoismo” è una parola malfamata.

Nell’immaginario collettivo è associata a una personalità avida, prepotente, insensibile e crudele.

Anche la necessità di pensare a se stessi è malfamata.

Il mondo non vuole che ci si concentri troppo su di sé, preferisce che la nostra attenzione sia sempre rivolta all’esterno.

Esiste un sottile condizionamento culturale che ci obbliga a pensare agli altri.

Dobbiamo stare attenti a cosa fanno gli altri. A come si vestono. A cosa pensano. A cosa credono. E, soprattutto, a cosa dicono di noi!

In questo mondo malato di sopraffazione, gli altri sono spesso i nostri carcerieri. Coloro che ci costringono a vivere dentro una prigione di conformismo, condizionando le nostre scelte e i nostri pensieri.

Ma “gli altri” siamo anche noi. Noi che giudichiamo, valutiamo, soppesiamo, critichiamo… gli altri.

L’egoismo, bandito dalla personalità, come un servitore infido e malevolo, ci lascia vuoti di comprensione, di tolleranza e di amore.

La psicologia insegna che non è possibile amare nessuno, se prima non si è capaci di amare se stessi

E l’egoismo, tanto screditato e denigrato, è lo strumento fondamentale per volersi bene,  il radar che orienta i nostri pensieri e le nostre scelte sull’ascolto di ciò che siamo e di ciò che vogliamo davvero.

Reprimere il proprio egoismo è psicologicamente pericoloso e impedisce lo sviluppo dei comportamenti altruisti e amorevoli.

Infatti, solo riconoscendo le proprie necessità e imparando a soddisfarle è possibile identificarsi negli altri e prestare loro aiuto.

L’egoismo non è l’antitesi dell’altruismo, ma è il basamento da cui prendono vita la comprensione, la generosità, la condivisione.

Preoccuparsi per gli altri trascurando sistematicamente se stessi, nasconde una distorsione dell’egoismo e porta con sé, inevitabilmente, sofferenze e incomprensioni.

L’altruismo patologico è una deformità dell’egoismo e nasce dall’incapacità di provvedere da soli alle proprie necessità.

Chi dà in continuazione agli altri… senza mai pensare a sé, nasconde il bisogno di essere accudito.

E, con il proprio comportamento altruista, mostra ciò che desidera per se stesso (inconsciamente e senza permetterselo).

Il bisogno di dare eccessivamente è una forma patologica dell’altruismo, fa sentire abusati e sfruttati e ci mette in una posizione di superiorità.

“Io sì, che sono bravo e generoso! Gli altri, invece, sono degli incapaci.”

Capita spesso che le persone troppo dedite al prossimo finiscano, prima o poi, per sentirsi sfruttate.

Le circostanze della vita… rispecchiano il mondo interno!

Perciò, chi segretamente sfrutta se stesso finisce per trovarsi in situazioni di sfruttamento.

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, osservate il vostro egoismo con maggiore comprensione e tenerezza. E accoglietelo nella vostra personalità.

Nessuno può darvi le cose di cui avete bisogno, se non imparate a darle da soli a voi stessi.

Nessuno vi può amare, se non vi sapete amare.

Nessuno può sorprendervi, se non vi sapete sorprendere.

Nessuno vi può coccolare, se non vi sapete coccolare.

L’egoismo è stato censurato ingiustamente per secoli!

Questo ha portato a una società che sposta all’esterno la propria attenzione e rende le persone insensibili, incapaci di prestare ascolto ai propri bisogni autentici e incapaci di riconoscere quelli degli altri.

La sopraffazione è una conseguenza dell’insensibilità.

E oggigiorno possiamo scorgerla dappertutto.

Non si combatte con la violenza, ma con un atteggiamento amorevole e tenero che deve nascere nel cuore di ciascuno e che prende le mosse dall’ascolto di sé.

Una cultura fondata sulla tolleranza e sull’amore non può essere imposta, nasce dal rispetto e dalla comprensione di tutte le individualità.

Una persona capace di amarsi, sa riconoscere e soddisfare anche le necessità degli altri.

Chi, invece, ha ottuso l’ascolto dei propri bisogni, coltiva segretamente l’insensibilità in se stesso.

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Mag 13 2012

SIAMO “MARITO E MOGLIE” O SIAMO “GENITORI”?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Se una coppia ha dei figli, e non è separata, questa domanda non si dovrebbe presentare… mai!

I genitori dovrebbero essere sempre, oltre che un papà e una mamma, anche una coppia. 

Ma capita spesso, purtroppo, che dopo la nascita dei figli, i compiti della genitorialità assorbano tutte le risorse, e che il tempo per essere marito e moglie si assottigli sino a scomparire quasi del tutto.

Ci sono i bambini da portare a scuola, la spesa da fare, il pranzo da preparare, la palestra, il catechismo, i compiti… e, all’ora di cena, ancora tutte le incombenze quotidiane non sono state portate a termine!

Spesso, marito e moglie continuano a occuparsi della casa e dei bambini anche dopo cena.

E, quando finalmente si arriva al termine della giornata, la voglia di stare insieme e condividersi si è trasformata in uno sfinimento esistenziale che lascia esausti e svuotati di ogni energia.

Crollare a letto in un sonno profondo diventa l’unico desiderio da soddisfare.

Così, un giorno dopo l’altro, l’amore si trasforma in una sorta di solidarietà tra colleghi, che condividono i tanti doveri quotidiani e quasi non ricordano più la complicità, l’elettricità e l’innamoramento di un tempo. 

Purtroppo, i sentimenti teneri che hanno spinto due persone a mettere al mondo dei piccoli, spesso vengono sepolti sotto un cumulo di doveri talmente sovrastante da non lasciare più spazio per niente altro.

Ma occuparsi di casa e bambini non è l’unico scopo nella vita di una coppia.

(Avere dei figli non doveva essere un’occasione in più per amarsi reciprocamente?)

Si crede, impropriamente, che l’amore ricresca sempre, anche senza bisogno di ricevere cure e attenzioni.

Forse, durante il periodo del fidanzamento, i sentimenti e l’attrazione sono talmente intensi da aver necessità solo di un tempo per incontrarsi.

E, forse, una volta raggiunto quest’obiettivo con la convivenza, si ha quasi l’impressione di doversi distrarre, piuttosto che cercare momenti da dedicarsi.

Si da per scontata l’esistenza della reciproca attrazione e non ci si ferma a pensare che tutte le emozioni, col tempo e con la disattenzione, si assottigliano sino a sparire.

Quando viviamo un lutto, un dolore o un trauma, sappiamo che il passare dei giorni aiuta ad ammorbidire la sofferenza e ci sforziamo di non pensarci, in modo da permettere al tempo di cancellare pian piano quelle emozioni sgradevoli.

Questo stesso processo si attua, purtroppo, anche nel caso dei sentimenti d’amore, e fa sì che in una coppia, dopo la nascita dei figli, quando gli impegni diventano così tanti e così inderogabili da assorbire tutta l’attenzione dei coniugi, si cancelli ogni traccia della loro passione.

Eppure l’amore, l’erotismo e la complicità, sono ingredienti fondamentali in un rapporto di coppia.

Impegnarsi per mantenerli sempre vivi, dovrebbe essere un obiettivo primario per tutti quelli che si amano.

Ma soprattutto per i genitori!

I genitori, infatti, hanno il compito di trasmettere ai figli un modello di coppia… che funziona!

I bambini osservano come il papà e la mamma si vogliono bene e, senza rendersene conto, ne assimilano i comportamenti.

Da grandi, sulla base di quei modelli costruiranno le loro relazioni affettive e, a loro volta, tramanderanno ai propri figli il modello di coppia che avranno costruito.

Tutti siamo cresciuti in mezzo a modelli comportamentali poco attenti all’amore e ai sentimenti.

Nella società attuale per le emozioni, l’intimità e la tenerezza non c’è né attenzione né cura.

I nostri sforzi tendono sempre ai raggiungimenti materiali e ci dimentichiamo che la cura dei sentimenti è fondamentale per il benessere e per la salute mentale.

Il tempo che i genitori dedicano al loro essere coppia, è un tempo importantissimo anche per i bambini.

Perché insegna loro l’importanza dell’amore e perché gli permette di acquisire un modello di come volersi bene e continuare ad amarsi anche avendo dei figli.

Tanti genitori riferiscono di sentirsi in colpa nel dedicare tempo alla coppia.

“Sono momenti rubati ai figli!” dicono.

Senza considerare che dedicarsi totalmente alla genitorialità, mette i bambini al centro del menage famigliare e li carica di un’eccessiva responsabilità.

I figli che sono l’unica ragione di vita per i loro genitori, non possono realizzare la propria autonomia senza colpevolizzarsi e senza sentirsi egoisti.

Inconsciamente imitano il modello di dedizione totale che hanno visto agire dalla mamma e dal papà, e incontrano molte difficoltà nell’emanciparsi davvero.

Spesso possono compiere scelte inadeguate per compiacere inconsciamente i genitori, rinunciando a seguire le proprie inclinazioni, giudicate eccessivamente indipendenti e perciò trasgressive.

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, l’amore è un frutto che va coltivato con attenzione e con estrema cura, perché se abbandonato a se stesso, col tempo appassisce e non si rigenera più.

I vostri figli hanno bisogno anche di ricevere un buon modello su cui costruire le loro future relazioni affettive.

E il vostro compito di genitori prevede che li amiate, ma anche che vi amiate.

Che abbiate del tempo da trascorrere con loro, ma anche che abbiate del tempo da passare soltanto tra voi.

Tempo per condividervi e per condividere insieme le cose che vi piacciono.

Tempo per amarvi, per guardarvi, per parlarvi, per litigare… e per fare la pace!

Nella vostra settimana ci dovrebbero essere sempre delle ore da dedicare soltanto alla coppia.

Senza i figli e senza nessun altro.

Ore per diventare amici, amanti, complici, intimi, teneri e profondi.

Ore in cui poter essere qualsiasi cosa l’uno per l’altro.

(Qualsiasi cosa… fuorché: colleghi nel gestire una famiglia!)

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Mag 09 2012

INTUIZIONE…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“So che lo so, ma non so come faccio a  saperlo!”

L’intuizione è una forma di conoscenza che non passa attraverso la logica.

Tutti gli animali usano normalmente l’intuizione per orientarsi, incontrarsi, sfuggirsi, ripararsi, nascondersi… sopravvivere!

E anche l’animale uomo, senza rendersene conto, la usa quotidianamente.

Per le stesse ragioni degli altri animali.

Ma poiché l’essere umano ha bisogno di sentirsi superiore a tutte le altre specie, ha bandito l’intuizione da ciò che egli definisce sapere.

E in questo modo ha limitato la sua conoscenza soltanto alla ragione, privandosi delle verità istintive.

L’intuizione è una consapevolezza naturale, spontanea e immediata, che permette di attingere informazioni direttamente dal serbatoio dell’inconscio.

Cioè dal pozzo in cui esiste tutto il sapere possibile (e, forse, anche quello impossibile).

Secondo Carl Gustav Jung, nell’inconscio collettivo sono contenute tutte le esperienze, di tutte le razze, dall’inizio del mondo.

In ogni istante della nostra vita usiamo l’intuizione insieme con la logica e tante volte decidiamo in base alle sue preziose indicazioni.

“Vado a piedi, o prendo l’auto?”

“Porto l’ombrello, o non ce n’è bisogno?”

“Faccio la spesa al supermercato sotto casa, o arrivo fino al centro commerciale?”

“Telefono adesso, o chiamo più tardi?”

Le risposte agli innumerevoli quesiti che costellano la nostra vita, arrivano dall’intuizione molto più spesso di quanto non siamo disposti ad ammettere.

I più non se ne rendono nemmeno conto, solo qualcuno distingue le deduzioni razionali dalle consapevolezze intuitive.

Ma, purtroppo, anche chi sa ascoltare con chiarezza quei messaggi improvvisi e illuminanti, fatica a seguirne le indicazioni.

“Avessi dato rette al mio istinto!”

“Qualcosa me lo diceva…”

“Avrei fatto meglio a non ascoltare consigli…”

“Me lo sentivo…”

Ripetiamo sconsolati, quando ormai è troppo tardi.

Generalmente l’istinto è giudicato inattendibile.

Troppo animale per essere utile all’uomo.

Troppo soggettivo per la scienza.

Troppo imprevedibile per il mercato, che preferisce sostituirlo con costose tecnologie.

Eppure… esiste un sapere che nessuna scienza tecnologica potrà mai riprodurre!

E’ una sapienza interiore.

Ci mostra la verità a dispetto di tutto.

Sta a noi tenerla in considerazione o rifiutarne le indicazioni.

L’intuizione compare all’improvviso e altrettanto repentinamente sa farsi da parte.

Appartiene a quel mondo interiore che mostra la sua esistenza con noncuranza.

L’impercettibile è discreto, parla sottovoce, senza prepotenza.

Per questo è stato sopraffatto dalla logica e dalla pretesa razionale di poter tenere tutto sotto controllo.

L’intuizione è un filo sottile.

Guida la vita in coincidenze colme di significato, intreccia la casualità con i ritmi del cuore.

Le chiamiamo sincronicità (o anche coincidenze significative) e capitano un po’ a tutti.

Ci sorprendono, lasciandoci increduli e divertiti, solo perché abbiamo eliminato dalla nostra conoscenza quello che per tutti gli altri animali sta alla base della sopravvivenza: la necessità di trovarsi al posto giusto nel momento giusto.

Gli animali lo credono possibile.

Si affidano all’istinto.

E, seguendo l’istinto, ne fanno una regola di vita.

Sanno che la loro intuizione li porta a essere al posto giusto nel momento giusto.

Inevitabilmente.

E poiché confidano in questo, lasciano alla consapevolezza istintiva il compito di guidare i loro passi.

L’essere umano, invece, deride gli animali e ritiene naturale trovarsi il più delle volte al posto sbagliato nel momento sbagliato.

“La vita è fatta d’intoppi, si sa!” commentiamo tra noi con assoluta certezza.

Affidarsi a qualcosa che non si conosce e non si può padroneggiare, inorridisce la logica ed evoca immagini di soprusi e sfruttamento.

Ma i soprusi e lo sfruttamento sono creazioni degli uomini.

Gli animali non conoscono la bomba atomica, le guerre, lo schiavismo, i lager, la sedia elettrica.

Non allevano altri animali in batteria, non inquinano il pianeta.

Non sanno usare i sorrisi di convenienza, la menzogna o l’ipocrisia.

Gli animali hanno culture diverse da quella dell’umanità.

L’essere umano si è differenziato da tutte le altre specie animali.

Che chiama bestie.

Con disprezzo.

Le bestie sono in buoni rapporti con l’istinto e lo usano a piene mani, senza vergognarsene, con competenza e con semplicità.

L’uomo, invece, davanti all’istinto scrolla la testa e si stupisce quando assiste al verificarsi di quelle misteriose casualità che costellano e gestiscono la sua vita.

Le chiama coincidenze, con la certezza che siano del tutto accidentali.

A volte, però, quelle casualità costituiscono momenti importanti.

Eventi che, con apparente noncuranza, spingono in una nuova direzione le trame del destino.

La logica non ne capisce il senso.

Per l’intuizione, invece, sono un traguardo.

Appartengono a un modo diverso di leggere il mondo, a un sapere più grande della ragione umana.

Esiste un principio creativo imperscrutabile, che ha in se l’origine di tutte le cose.

Anche di quegli eventi che la mente non comprende.

La creatività non può sottomettersi alla razionalità, ha bisogno di seguire l’istinto.

Lascia che qualcosa… accada!

Senza preoccuparsi troppo del come o del perché.

La razionalità è uno strumento indispensabile per vivere, ma non può essere l’unico.

Anche la creatività è un’occasione di conoscenza, e va tenuta in considerazione.

Senza creatività la vita perde di senso, trasformandosi in un cumulo di doveri che progressivamente affonda nella depressione.

Creatività e intuizione si affidano all’istinto e permettono all’irragionevole di accadere.

Il fuoco sacro, l’ispirazione, l’innovazione, l’idea geniale, nascono tutte da un’intuizione che ha permesso all’istinto di gestire la vita.

Almeno per un po’.

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Mag 05 2012

SOLI… è bello!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Stare da soli è considerata da molti una condizione poco attraente e svantaggiata.

Si è portati a pensare che le persone realizzate e di successo vivano circondate dagli amici e conducano un’intensa vita mondana, fatta di locali, spettacoli e divertimenti.

Ai nostri giorni, è ancora difficile immaginare la solitudine come una condizione privilegiata, auspicabile, interessante e appassionante.

Soltanto a pronunciarla, la parola “solitudine” evoca scenari desolati, di abbandoni, rifiuti ed emarginazione.

Non ci si ferma mai a riflettere che saper stare da soli è una conquista.

Dimostra la capacità di stare con se stessi, segnala il raggiungimento della maturità ed è un traguardo… desiderabile!

Stare da soli non fa tendenza.

La nostra vita è tutta organizzata in formato famiglia.

Dalle buste dei surgelati, all’auto o ai viaggi… le cose sono pensate per gruppi di quattro.

Minimo.

Spesso, purtroppo, anche essere in due non basta.

La coppia è solo il primo passo di una successione prestabilita dal codice dei comportamenti sociali.

“Vi siete sposati? Bene! Allora adesso vorrete fare un bel bambino!”

“Avete avuto il primo bambino? Bravi! E quando gli darete la sorellina?”

Matrimonio. Figli. Almeno due. Possibilmente maschio e femmina.

La sequenza dei raggiungimenti sociali prevede sempre lo stesso iter, come se ogni raggiungimento fosse il passaggio successivo di una trafila obbligatoria, ritenuta naturale, inevitabile e necessaria.

Se non segui il copione, se non fai le scelte giuste al momento opportuno, ti senti fuori posto, sbagliato, diverso, poco normale.

E tra poco normale ed emarginato, il passo è breve!

Stare da soli è: poco normale!

Per questo, chi sta da solo è considerato un emarginato o, altrimenti, un malato.

“Era solo? Poverino… dev’essere depresso.”

L’unica ragione che il buon senso comune individua, dietro alla scelta di stare con se stessi, è la depressione!

Che, naturalmente, andrebbe combattuta ed evitata.

“Cosa fai sabato sera? Non vorrai mica stare da solo!”

Così, quei pochi che, invece, da soli ci sanno e vogliono stare, si sentono diversi.

E spesso si giudicano sbagliati.


Eppure…

La capacità di stare soli è una conquista della maturità.

I bambini hanno bisogno di appartenere a un gruppo e di sentire al loro fianco la presenza di papà e mamma, che vegliano sui loro passi e provvedono alle loro necessità.

Crescendo, l’alone protettivo dei genitori è sostituito dagli amici.

Durante l’adolescenza, sono i coetanei a suggerirci la via da intraprendere, ciò che è giusto o sbagliato fare.

Tra i dodici e i diciotto anni, gli amici prendono il posto della famiglia, aiutandoci e sostenendoci nel trovare le risorse per emanciparci e raggiungere l’autonomia individuale.

L’indipendenza è il traguardo finale della crescita.

Passa per l’esperienza della dipendenza (prima dalla famiglia, poi dal gruppo) e infine la supera, quando si raggiunge la maturità.

Ma che cos’è la maturità?

Psicologicamente, la maturità è la capacità di pensare con la propria testa, senza lasciarsi condizionare dalle mode, dal conformismo o dal branco.

Saper stare da soli è un elemento fondamentale della maturità.

Soli, infatti, non vuol dire: senza nessuno.

Soli, significa: insieme a se stessi.

Cioè, capaci di pensare a se stessi, di ascoltare se stessi, di assecondare se stessi, di correggere se stessi, di aiutare se stessi!

Purtroppo, in un mondo di consumatori, fatto di gente che DEVE costantemente comprare, per tenere in piedi la società stessa, stare da soli è poco funzionale e, perciò, malvisto.

Che vantaggio può esserci per il consumo, se le persone non dipendono dal gregge e sanno pensare con la propria testa?!

Che cosa consumerà, chi sa valutare autonomamente l’utilità o l’inutilità delle cose?

Si corre il rischio che i consumatori consumino definitivamente il consumismo!!!

Al sistema produttivo, la solitudine conviene poco.

L’economia predilige il branco.

Infatti, il branco si condiziona più facilmente di tante singole individualità.

Chi è capace di stare solo è antieconomico e pericoloso, va contro gli interessi su cui è costruita la società, cammina controcorrente… e rischia la patologia!

La solitudine non va di moda.

Star bene da soli è guardato con sospetto.

“Nasconde qualcosa? Forse una malattia? Cela la depressione.”

In questo nostro mondo malato, a stare volentieri con se stessi si corre il rischio di essere bollati con la diagnosi di qualche patologia!

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Mag 01 2012

Volete saperne di più su di me?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Cari amici, lettori e curiosi di questo blog, se leggendo i post di io non sono normale:IO AMO vi è venuta la curiosità di sapere qualcosa di più su di me e sulla nascita di questo movimento, oggi sarete accontentati!

Il dr. Enrico Maria Secci mi ha intervistata sul suo: Blog Therapy.

Cliccando il link qui sotto potrete leggere le risposte alle sue numerose domande:

Blog Therapy

Oltre alla mia, troverete anche le interviste del dr. Fabrizio Boninu, autore del blog Lo Psicologo Virtuale (già pubblicata), e della dott.ssa Caterina Steri (da pubblicare), autrice del blog Gocce di Psicoterapia.

L’iniziativa ha l’obiettivo di creare una rete tra blogger che si occupano di psicoterapia e psicologia (nella piattaforma di Tiscali) in modo che tutti voi possiate trovare con maggiore facilità uno spazio di incontro e di confronto sulle tematiche psicologiche.

Blog Therapy precede i nostri blog di ben quattro anni! Ed è stato un esempio e uno stimolo a portare sul web il nostro lavoro di psicologi.

Spero che il dr. Secci rivolga anche a se stesso le domande che ha posto a noi colleghi, in modo che possiate conoscere i presupposti che nel 2007 l’hanno spinto a creare il suo blog e le ragioni che lo motivano a continuare.

Formare una rete di professionisti che s’incontrano sul web è un’occasione importante di scambio e di confronto per tutti.

Un grandissimo grazie al dr. Secci per questa bellissima iniziativa!

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