Archive for Giugno, 2012

Giu 27 2012

LAVORO… e autostima!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“Non c’è lavoro, non ci sono soldi, non ci sono opportunità, non ho scelte, non ho nessuna possibilità. Realizzare me stesso è impossibile!”

Nel corso della mia professione ho sentito tante volte frasi simili…

E’ su questi presupposti che la crisi costruisce il suo potere distruttivo e malsano, amputando dal nostro animo ogni iniziativa e ogni entusiasmo.

Viviamo immersi in una cultura malata che ci sta progressivamente rendendo schiavi di un pensiero privo di autostima.

Certo, è vero, ci sono tante situazioni difficili, ma questo non vuol dire rinunciare a esprimere se stessi e i propri talenti.

Nasciamo tutti diversi e ognuno di noi porta in dono al mondo la propria originalità.

Cioè quel mix di capacità, interessi e passioni, che rende speciali, differenti da chiunque altro, capaci di interpretare in modi nuovi la realtà.

Dall’infanzia all’età adulta, siamo sollecitati a mettere in pratica i nostri progetti e la nostra creatività.

Il percorso necessario a dare forma e sostanza alle aspirazioni personali, noi psicologi lo chiamiamo: realizzazione, e riteniamo sia indispensabile per la salute mentale.

Trasformare un’ambizione in qualcosa di concreto, fa sì che i doni che la vita ci ha fatto non vadano sprecati.

E’ un’esperienza importantissima e necessaria.

Infatti, permette di manifestare le nostre qualità e di renderle fruibili anche agli altri.

Consente di scoprire aspetti nuovi di se stessi, apre le porte ad altre aspirazioni e ci fa sentire parte di un tutto più ampio che ci comprende.

L’unicità che contraddistingue ognuno di noi, non è un optional, appartiene a un processo creativo che è il motore stesso della realtà e lo strumento per raggiungere il benessere personale.

Non nasciamo schiavi dell’economia e delle leggi di mercato.

Nasciamo liberi di esprimerci e pronti a realizzare la nostra personale missione nel mondo, cioè capaci di concretizzare e condividere ciò che ci piace fare e che siamo portati a fare.

Questo processo, individuale e creativo, è chiamato: realizzazione personale ed è la base della nostra autostima, quello che ci fa sentire bene o male nel vivere la vita.

La mancata espressione delle proprie peculiarità è all’origine della depressione, degli attacchi di panico e di tutta la sofferenza psicologica che oggi, purtroppo, vediamo dilagare ovunque.

La creatività individuale è lo strumento preposto a mantenere in buona salute il corpo e in equilibrio la mente.

Non si può censurarla o asservirla (al sistema economico o a qualsiasi altra cosa), senza pagare prezzi altissimi di sofferenza.

Ci viene fatto credere che il lavoro sia un mezzo per procurarci i soldi necessari alla sopravvivenza e a condurre una vita di qualità, ma i soldi sono soltanto un codice di scambio (utilizzato in questa società) e la vita diventa di qualità solo quando ci sentiamo realizzati.

Altre culture si servono di altri strumenti ma nessuna cultura può prescindere dalla realizzazione personale perché, se manca l’espressione di se stessi, vivere perde significato… e, in genere, ci si ammala.

Quando non si può lasciare la propria impronta nel mondo, ci si sente inutili e vuoti e si comincia a cercare all’esterno qualcosa capace di calmare l’insoddisfazione che si sviluppa dentro.

Allora, inseguiamo oggetti, sostanze, situazioni che diano valore e senso alla vita ma, in assenza di un’espressione personale, tutto si rivela insufficiente e il bisogno di accumulare inutilmente, cresce a dismisura.

E’ in questo modo che chi gestisce il mondo ci tiene incatenati dentro prigioni dalle sbarre invisibili.

Sono carceri mentali, modi di pensare che ci portano a dipendere da qualsiasi cosa prometta di restituire importanza e autostima: cibo, soldi, sesso, competizione, potere, ecc.

La realizzazione personale, però, può avvenire soltanto grazie alla manifestazione dei nostri talenti e nessuna cosa potrà mai sostituire l’espressione originale di sé.

Ognuno di noi per realizzarsi deve fare i conti con la propria creatività e con la missione che rende unici, portatori di un dono speciale da regalare alla vita.

Il lavoro che scegliamo di fare, perciò, non è soltanto un mezzo per procacciarci i soldi necessari a vivere.

La nostra occupazione è lo strumento privilegiato con cui manifestiamo le doti personali e le condividiamo nel mondo.

Quando la professione non rispecchia la nostra indole, la realizzazione personale fallisce, l’autostima va in pezzi e la porta della sofferenza interiore si spalanca.

Qualunque sia lo stipendio o la qualifica che abbiamo, non potrà bastare e non sarà soddisfacente, se non permette di manifestare anche le propensioni, gli ideali e la creatività personali.

Esprimere i propri talenti vuol dire donare il proprio frutto alla vita e lasciare che da esso germoglino possibilità e prospettive nuove.

Bloccare questo processo, scegliendo un lavoro che non rispecchia la nostra verità, priva del potere personale e rende schiavi di falsi valori.

A volte è più sano inseguire un sogno, piuttosto che lasciarlo volare via per condurre una vita di rimpianti.

E spesso, autorizzare l’espressione delle proprie passioni incontra coincidenze e opportunità miracolose.

Succede, infatti, che, quando ci permettiamo di rischiare la nostra verità, ogni cosa si riveli inaspettatamente più facile del previsto, perchè l’inconscio, libero dai conflitti, può utilizzare tutta la sua energia nel raggiungimento dei nostri obiettivi.

Dare forma alla creatività personale struttura l’autostima ed è la missione che siamo venuti a svolgere su questo pianeta.

Per noi stessi.

Per gli altri.

E per costruire insieme un mondo finalmente migliore.

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Giu 22 2012

RIPRENDIAMOCI IL DIRITTO DI AVERE UN CUORE!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

In questo mondo malato di violenza è molto più facile parlare di sesso che condividere i sentimenti.

Proviamo vergogna nel manifestare le emozioni e cerchiamo di non mostrarle, come se fosse possibile e normale non averne affatto.

Riteniamo che l’imperturbabilità, la freddezza, l’indifferenza, siano qualità auspicabili, pregi da conquistare, piuttosto che difetti da correggere.

Perciò impegniamo tempo, fatica e risorse, nel tentativo di raggiungere un’impassibilità capace di renderci simili a dei robot senza cuore.

Poi, quando capita che i sentimenti tracimino (superando il controllo razionale che imponiamo a noi stessi) ci sentiamo in pericolo, ridicoli, vulnerabili e stupidi.

La nudità dell’anima crea più imbarazzo di quella del corpo.

Siamo convinti che non provare emozioni sia indice di equilibrio e di maturità e giudichiamo l’emotività, una caratteristica dell’infanzia o dei deboli.

Chi si occupa di salute mentale, però, sa che, invece, è vero proprio il contrario!

Le persone equilibrate e mature sono capaci di accogliere e condividere le emozioni, senza censurarle e senza vergognarsene.

Riconoscere i sentimenti, nominarli, viverli è una prerogativa fondamentale dell’intelligenza, più di qualunque altra capacità.

Tecnici esperti hanno tentato di riprodurre l’emotività con la tecnologia, ma non sono ancora riusciti a programmarla.

La sensibilità è un requisito talmente sofisticato e prezioso da risultare indecifrabile (e certamente impossibile da duplicare) per qualunque congegno progettato dal’uomo.

Eppure… questa caratteristica inestimabile, è considerata disdicevole e imbarazzante dalla maggior parte delle persone!

Si preferisce somigliare alle macchine piuttosto che riconoscere la propria umanità davanti agli altri.

Personalmente ritengo che questo atteggiamento di disprezzo verso la sensibilità non sia casuale e risponda a interessi ben precisi.

Gettare discredito sui sentimenti fa parte di ciò che chiamiamo: cultura.

La nostra civiltà propone in questo modo un mondo progredito.

Un mondo a misura del business, più che dell’umanità.

Un mondo il cui fine ultimo è far funzionare l’economia. 

Ci viene fatto credere che la nostra sopravvivenza, le condizioni adeguate per vivere, dipendano dal buon andamento del mercato, della borsa, della finanza e del commercio, ma, ad un più attento esame, la sopravvivenza in questione riguarda sempre e solo la salvaguardia dei pochi che governano i molti.

E il sistema economico, sul quale costruiamo le nostre certezze, è un sistema che tiene la gente incatenata dentro una gabbia, in nome della civilizzazione.

Questo sistema ci chiede di rinunciare alla nostra autenticità, alla nostra umanità, al nostro sentire, al nucleo più vitale di noi stessi, in cambio di un riconoscimento sociale che trasforma la gente in automi privi di personalità.

Per sentirci integrati nella società dobbiamo possedere tante cose ritenute indispensabili e in grado di renderci amabili, rispettabili, apprezzabili… ma per averle nascondiamo l’amore, rinunciamo al rispetto, abiuriamo la spontaneità.

Poi ci sentiamo vuoti e soli, perché il benessere che abbiamo acquistato (con tanti soldi, fatica e sacrifici) non colma la perdita dell’umanità. Non può sostituire la deprivazione della nostra personale verità.

Senza emozioni si vive male.

Ciò che sentiamo, gli stati d’animo, i vissuti interiori sono il tessuto che forgia la vita, la nostra ricchezza, il nostro potere.

La depressione, la totale mancanza di emozioni, priva l’esistenza di significato e spinge a desiderare di morire.

L’emotività è un’energia, il nucleo della personalità, il centro creativo da cui prende vita l’unicità di ciascuno.

Ridurla, amputarla, eliminarla significa privare se stessi della forza vitale e rifiutare il senso della propria esistenza.

La sofferenza mentale è in aumento, si moltiplicano i casi di atti violenti e criminali, assistiamo al dilagare di malattie sempre diverse e sempre più insidiose, ma non ci rendiamo conto che tutte queste patologie sono la conseguenza di uno stile di vita che ci costringe a rinunciare alla parte più vera di noi stessi, privandoci del nostro cuore pulsante di sensibilità, negando ciò che rende importante e preziosa l’esistenza.

Senza emozioni il sistema nervoso perde la sua funzionalità, il sistema immunitario impazzisce e l’intelligenza emotiva si frantuma.

Riprendiamoci il diritto di avere un cuore.

Salviamo la nostra sensibilità dall’estinzione.

Amare, piangere, commuoversi, intenerirsi, essere gentili… sono aspetti importanti della vita.

Sono la vita stessa.

La nostra intima, profonda, verità.

Non si può rinunciare alle emozioni senza perdere anche la dignità.

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

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Giu 17 2012

ATTENZIONE: CAOS in corso!

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Comunemente chiamiamo caos quello stato psicologico di confusione, agitazione, esaltazione, nervosismo, adrenalina, euforia, paura, mistero… che precede una realizzazione creativa di qualche tipo.

Il caos è un rovesciamento del nostro abituale punto di vista, in favore di qualcosa che ancora è sconosciuto.

Di solito, il caos non è ben accetto.

Sovverte lo status quo con un colpo di stato e stabilisce una diversa gerarchia nella realtà interiore.

Come esseri umani abbiamo imparato a radicarci nelle abitudini.

Dopo l’iniziale fase creativa dei primi anni di vita, tendiamo a mantenere le nostre sicurezze routinarie, limitando le capacità esplorative e lo spirito d’avventura in favore di una stabilità, sicuramente più noiosa, ma familiare, rassicurante e conosciuta.

Il cambiamento, però, tesse le trame della vita, e i tentativi (umani) di garantirsi stabilità e certezze sono destinati a subire continui sovvertimenti.

Ecco allora che nelle circostanze, apparentemente casuali, della nostra esistenza si presenta periodicamente qualcosa di nuovo, che scompiglia i progetti e provoca… il caos!

Il caos sconvolge le certezze e mette a nudo le paure.

Paura di sbagliare, paura di non farcela, paura di non essere amati, paura di essere derisi, paura dell’abbandono, paura dell’emarginazione, paura della solitudine, paura di… qualcosa che abbiamo già vissuto e che appartiene alla nostra storia.

Paure che ci hanno fatto soffrire in passato e che in seguito abbiamo deciso di nascondere a noi stessi, per non doverle sperimentare mai più.

Il caos, però, è l’ignoto che schiude le sue infinite possibilità e ci permette di attraversare esperienze ancora sconosciute.

Non può riguardare qualcosa che è già successo e che appartiene alla nostra storia.

Proprio perché è nuovo, conduce a incontrare novità.

Quello che ci terrorizza, dunque, non è il caos, ma il passato, il ricordo di esperienze già fatte, di vissuti che ci hanno fatto star male… prima.

Accogliere lo sgomento indecifrabile del caos, senza dare giudizi, con apertura, accettazione e curiosità, permette di far emergere le potenzialità che i traumi (del passato) hanno cristallizzato.

Il caos scioglie i nodi della paura e lascia che le esperienze dolorose, intrappolate nell’inconscio, si liberino e possano, finalmente, appartenere alla storia senza interferire più con l’evolversi del presente.

Vivere il caos annuncia un momento magico nella vita.

Un momento di trasformazione e cambiamento.

Indica la strada che porta a incontrare parti nuove di sé stessi, nuove possibilità, nuove potenzialità, nuove energie.

Il caos è un fermento creativo.

Apre le porte che erano state chiuse e ci conduce dentro consapevolezze inesplorate, verso nuove possibilità.

L’ignoto è misterioso per natura e suscita incertezza… ma la sua presenza, inaspettata e sconvolgente, segnala una promozione a un livello nuovo della nostra realizzazione personale.

Il benessere non si raggiunge accumulando oggetti sempre diversi e collezionando tanti status sociali.

Il benessere è uno stato interiore che emerge quando ci permettiamo di essere veramente (e misteriosamente) noi stessi.

Vivere il caos è un passaggio inevitabile e necessario, che si presenta ciclicamente nella vita.

Conduce alla scoperta di potenzialità ignorate, porta con sé una rilettura profonda delle nostre esperienze passate e ci ricongiunge al segreto della vita e della morte.

Solo permettendoci di attraversare il caos possiamo incontrare la nostra verità e raggiungere quel benessere capace di dare senso e significato all’esistenza.

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Giu 13 2012

MIO FIGLIO NON HA VOGLIA DI STUDIARE!

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Succede…

Succede che un figlio bravo, buono e diligente, improvvisamente si stanchi di studiare e cominci a distrarsi dalla scuola, dai compiti e dalle interrogazioni.

Succede.

E non serve sgridarlo, punirlo, tagliargli i viveri o paragonarlo a tutti gli altri che invece studiano con impegno e danno tante soddisfazioni ai genitori.

Succede… e solitamente c’è un motivo, che è importante comprendere per intervenire efficacemente e aiutare chi non trova più stimoli nel continuare a studiare.

Sono tante le ragioni per cui la scuola delude i ragazzi e li demotiva nel portare avanti gli studi con successo.

I programmi ministeriali sono poco in sintonia con gli interessi dei giovani, poco attenti alle loro problematiche interiori, poco rispettosi della loro originalità e della loro creatività.

Dalla scuola media all’università, la vita di relazione è al primo posto nelle necessità di un individuo e il bisogno di sentirsi accettati e stimati dai coetanei, di esplorare i primi rapporti di coppia, di sperimentare l’autonomia individuale e l’appartenenza a un gruppo, può rivelarsi molto più importante e urgente della riuscita negli studi.

Solitamente, però, il percorso scolastico è finalizzato al conseguimento degli apprendimenti cognitivi e non tiene conto dei bisogni di socializzazione.

La scuola fa poco per stimolarli e svilupparli.

La vita di relazione degli studenti non è considerata nei programmi ministeriali.

E’ affidata al caso e alla spontaneità.

I giovanissimi devono arrangiarsi come possono e diventare emotivamente grandi nei ritagli di tempo, quando l’apprendimento delle materie scolastiche li lascia liberi.

Cioè durante brevi pause rubate allo studio, perché le ore passate a scuola non sono mai sufficienti e gli studenti devono svolgere compiti ed esercitazioni ben oltre l’orario delle lezioni.

Andare bene a scuola significa fare molte rinunce sul fronte della socializzazione, in un periodo della vita in cui, invece, si è alla ricerca di una propria identità e di un proprio ruolo nel mondo.

Nel periodo dell’adolescenza è difficile definire se stessi con precisione e si cerca di far emergere i propri valori e le proprie potenzialità nel rapporto con gli altri, soprattutto con i coetanei.

La famiglia mette i semi del bene e del male durante l’infanzia, questi semi germogliano con la crescita e sbocciano nel periodo adolescenziale.

Studiare richiede molta attenzione e concentrazione e, spesso, non è conciliabile con il bisogno di definire se stessi.

Le persone in crescita cercano nella famiglia un aiuto per mettere a fuoco i propri punti di forza, ma un’attenzione genitoriale costantemente mirata al rendimento scolastico, li porta a chiudersi e a cercare i propri riferimenti altrove.

Per questo è importante sostenere i ragazzi valorizzando i loro lati positivi, i loro talenti, le loro attitudini e le loro capacità. Anche a prescindere dal rendimento scolastico.

Molto spesso la scarsa concentrazione sulle materie di studio dipende da un’insicurezza di sé, che spinge a cercare conferme nel rapporto con gli amici.

Davanti ad una perdita repentina della voglia di studiare, sostenere l’autostima di un figlio può rivelarsi più produttivo, ai fini dell’applicazione nello studio, che non insistere costantemente su voti e interrogazioni.

Come genitori, siamo portati a correggere i nostri figli piuttosto che a premiarli.

Sottolineiamo loro le cose che non vanno bene ed evitiamo di fermarci a valorizzare ciò che hanno di buono e di positivo.

I difetti diventano gli argomenti di cui si parla più spesso, e ci dimentichiamo che i nostri figli hanno anche moltissimi pregi.

Esiste un pregiudizio diffuso secondo il quale valorizzare i ragazzi ed esaltarne le virtù, appartiene al narcisismo e fomenta l’irresponsabilità nei giovanissimi.

Non si devono montare la testa! Non si devono viziare!

Ma per non renderli dei presuntuosi, si finisce per parlare soltanto di scuola, scordando che la vita è fatta soprattutto di relazioni e che proprio i rapporti con gli altri sono ciò che più spesso ci rende felici o sofferenti.

 “Quanto sai valorizzare tuo figlio?”

Test veloce per genitori

Per valutare la capacità di sostenere l’autostima dei vostri figli, eccovi un test pratico e veloce.

Prendete un foglio bianco e dividetelo in due colonne uguali.

Elencate nella colonna di sinistra tutti i difetti di vostro figlio e nella colonna di destra tutti i suoi pregi.

Fate i totali di ciascuna colonna.

Quanto più la somma dei pregi supera la somma dei difetti, tanto più siete capaci di valorizzare vostro figlio (naturalmente una somma uguale a zero in una delle due colonne segnala un’inadeguatezza nella valutazione e rende poco attendibile il risultato di questo test). 

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Giu 08 2012

NON SI DEVE PICCHIARE I BAMBINI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Viviamo in un mondo gravemente malato di violenza.

Siamo talmente abituati ai maltrattamenti, allo sfruttamento e alla sopraffazione, da non accorgercene nemmeno più e considerare innocui, affettuosi e normali tanti gesti che, invece, sono soprusi.

Sorridiamo inteneriti davanti a un pesce rosso rinchiuso dentro a una boccia di vetro, accarezziamo deliziati la pelliccetta sul collo delle nostre giacche, ci assicuriamo che le aragoste siano ancora vive per averle fresche nel piatto, e non ci fermiamo a considerare le sofferenze che infliggiamo agli animali per il nostro piacere e per il nostro divertimento.

Poi ci lamentiamo dei potenti che governano il mondo, costringendoci a lavorare sempre di più in cambio di soldi che valgono sempre meno, e li malediciamo per lo sfruttamento che ci impongono, senza renderci conto di agire lo stesso abuso e lo stesso predominio su altri esseri, più ingenui, deboli e indifesi, di noi.

Siamo talmente immersi nella prepotenza da ritenerla inevitabile e naturale.

“E’ la legge del più forte.” sosteniamo.

Privandoci della possibilità di costruire un mondo di rispetto, tolleranza e amore. Un mondo basato sullo scambio e sulla conoscenza reciproca. Un mondo più umano.

Siamo persuasi che l’ingiustizia sia inevitabile e faccia parte della vita, la chiamiamo civiltà o intelligenza e la proponiamo come modello ai nostri figli, convinti di trasmettere loro un insegnamento giusto.

Ma educhiamo i nostri bambini usando metodi che oggi non si adoperano più, nemmeno per addestrare gli animali.

Sosteniamo di farlo per il loro bene.

Spesso, agiamo forzando noi stessi e mettendo a tacere il buon senso, che istintivamente ci segnala il sopruso e la violenza nascosti dietro all’etichetta “educativo”.

E’ in seguito a questi dubbi, che qualcuno si chiede quanto sia giusto picchiare i bambini e quale potrebbe essere l’alternativa a una “sana e naturale” sculacciata.

Sembra impossibile pensare che esista qualcosa di diverso da schiaffi, botte e punizioni per insegnare l’educazione ai nostri figli.

Eppure… gli animali non usano le percosse per insegnare ai loro piccoli!

(Ma, si sa, gli animali sono esseri poco progrediti)

L’essere umano, invece, ha una cultura diversa da quella delle altre specie e tratta i suoi cuccioli con prepotenza, sentendosi migliore degli altri animali.

Le percosse, anche quelle che non lasciano lividi o ferite, sono prevaricazioni e infliggono un’umiliazione a chi le riceve.

Parlare, spiegare e premiare sono scelte che incoraggiano i comportamenti desiderati, piuttosto che inibire quelli indesiderati, e invitano i bambini alla cooperazione e alla collaborazione invece che alla sottomissione.

Certo, insegnare il dialogo comporta una maggior dialettica nella famiglia e apre la porta al confronto tra pari, anche se di età differenti!

La subordinazione, al contrario, censura la comunicazione e nutre il risentimento e la disistima di sé.

E’ vero, quando i cuccioli dell’uomo sono ancora piccini, parlare di dialogo e di dialettica è impossibile. Ma questo non autorizza la sopraffazione.

I piccoli capiscono il tono della voce e le intenzioni di chi parla, anche quando non sanno parlare. Ogni genitore lo sa.

Non c’è bisogno della violenza per educare i bambini, c’è bisogno della pazienza.

Perché parlare, spiegare e premiare, richiedono attenzione, tempo e impegno.

Nel nostro mondo malato di prepotenza, corriamo sempre e non abbiamo più nemmeno un minuto da perdere per dialogare con i nostri figli.

Ai potenti fa comodo, questa nostra costante distrazione dai valori interiori e dallo scambio attento con i bambini.

Permette il perpetrarsi dei soprusi.

Tramanda l’ingiustizia.

Aiuta a tollerare lo sfruttamento di chi è più forte su chi è più debole.

Se si impara da piccoli ad essere umiliati da chi ci vuole bene, sarà più facile credere da grandi che le ingiustizie siano strumenti per il nostro vantaggio, e lasciar correre, senza protestare, gli abusi che costantemente ci vengono imposti.

E’ per questo motivo che l’educazione è fatta soprattutto di punizioni.

Punire, picchiare, maltrattare, sono metodi considerati indispensabili da chi crede nella legge del più forte e ha bisogno di sopraffare per vivere.

Con i bambini, stabilire delle regole e farle rispettare è indispensabile e necessario, ma può avvenire nel dialogo e col consenso degli interessati, in un clima di condivisione e reciprocità.

Senza bisogno di autoritarismi e maltrattamenti fisici.

Un mondo nuovo si basa sull’ascolto, sullo scambio e sulla comprensione.

Comincia dall’educazione dei più piccoli e costruisce i presupposti perché l’amore possa svilupparsi.

Senza possesso.

Senza violenza.

Con disponibilità e con attenzione reciproca.

Non si deve picchiare i bambini.

Si deve, invece, spiegare sempre ogni cosa, premiare i comportamenti adeguati, invitare alla collaborazione.

Con l’esempio.

Con pazienza.

E con rispetto.

leggi anche: 

PEDAGOGIA NERA

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Giu 04 2012

GIORNI NO

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Ci sono giorni che ti senti NO.

Giorni che tutto prende una piega storta.

Giorni che, anche pensare, è troppo faticoso.

Giorni in cui la vita sembra una prigione grigia, senza speranze.

Sono quelli i giorni in cui il nostro bimbo interiore ci parla.

Scivola fuori dal carcere, dove noi, normalmente, lo teniamo rinchiuso, e racconta, per un poco, la sua delusione.

Era arrivato nel mondo, pieno di speranze.

Di sogni.

Di desideri.

Di missioni da compiere e di favole da raccontare.

Carico di entusiasmo e di energia.

Pronto ad avventurarsi nella vita, come un esploratore coraggioso.

Felice di conoscere se stesso e di scoprire tutto ciò che gli piace.

Poi, c’è stato il big bang… e ogni cosa è andata in pezzi.

È stato quando, per la prima volta, ha sentito il dolore, l’umiliazione bruciante dell’incomprensione. Quando ha vissuto la solitudine, la delusione, il rifiuto.

“Che brutto è il mondo!” ha pianto disperato.

Mentre scappava via a gambe levate, cercando un nascondiglio dove nessuno potesse più scoprirlo.

E si è rinchiuso dentro se stesso. Giù in fondo all’anima. Proprio in un angolino.

E’ lì che lo abbiamo nascosto, perché non soffrisse ancora quel dolore straziante, quella implacabile disperazione.

E’ lì che abbiamo costruito la sua prigione. Per tenerlo al riparo da altre delusioni.

Gli abbiamo messo addosso così tante maschere di protezione che adesso quasi non ce la fa più!

Scompare, sotto quel nostro coprifuoco.

E noi stessi non siamo più capaci di ritrovarne le tracce.

Oggi… che siamo diventati adulti.

Sappiamo stare al mondo e comportarci com’è opportuno. Siamo capaci di vivere la vita, da soli o in mezzo agli altri.

Il big bang è lontano e, del bambino che siamo stati, non ci ricordiamo nemmeno più.

Acqua passata.

Ora importa il presente.

Costruiamo il futuro.

Un futuro migliore.

Ma il bimbo aspetta ancora.

Nascosto sotto i mille doveri delle nostre quotidiane occupazioni.

Aspetta l’attimo della disattenzione. Il momento di uscire, finalmente! Di avventurarsi di nuovo nella vita.

Ogni tanto succede.

Capita soprattutto quando siamo stanchi.

Quando per un momento abbandoniamo i freni della ragione e concediamo al sentire lo spazio impercettibile dell’intuizione.

In quei momenti, un piccolo desaparecido fa capolino dal buio in cui lo avevamo relegato, per raccontarci la sua vita randagia.

Se non lo allontaniamo e stiamo attenti, possiamo riconoscerne le emozioni.

Ciò che proviamo, le nostre commozioni, sono le sue parole, fatte con il tessuto dell’emotività.

E’ un bimbo fragile, vissuto nel segreto di se stesso, nell’ombra della nostra accettazione.

Cerca quell’attenzione e quell’ascolto che i grandi non gli hanno saputo dare.

Ha bisogno di essere accolto, accettato e amato, così come è. Senza sforzarsi di volerlo cambiare.

Cerca un adulto che possa condividere con lui tutte le brutte emozioni del passato.

Oggi… che siamo diventati grandi, possiamo entrare in contatto con quelle sensazioni vissute da bambini. Senza sfuggirle.

Possiamo accogliere le nostre giornate grigie, perché sono occasioni preziose di ritrovare il cucciolo interiore, la nostra infanzia dimenticata.

Oggi… che siamo diventati grandi, possiamo tollerare i giorni bui.

Sono momenti di ricongiunzione tra ciò che per paura abbiamo cancellato (il passato) e ciò che con fatica siamo diventati (il presente).

L’energia del bambino è ancora intatta. Pronta per affrontare le prove della vita. 

Proprio nei giorni bui emerge alla coscienza, col suo linguaggio fatto di sensazioni.

Non sfuggirle è la chiave che permette di aprire la prigione.

Ritrovare il dolore rimosso è il prezzo necessario a liberare quella forza vitale dal carcere in cui l’abbiamo intrappolata, lo sforzo che ci aiuta ad avere un contatto migliore col mondo e con la nostra vita.

Il bambino interiore è un esserino fragile e, spesso, impresentabile!

Impulsivo, mutevole, sensitivo e poco normale!

Benché imprendibile con i sensi fisici, è una realtà viva e vitale.

Esprime la nostra verità.

Continuare a nasconderlo impoverisce la vita.

Ascoltare i suoi tormenti di clandestino, ci permette di ritrovare il senso dell’esistenza e l’avventura della nostra unicità, apre le porte all’entusiasmo frizzante dei bambini e libera l’intuizione, guidandoci verso nuove e migliori possibilità.

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