Archive for Luglio, 2012

Lug 31 2012

AFFRONTARE LA SEPARAZIONE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La separazione è un passaggio arduo e delicato, un guado impervio nel fiume dei sentimenti.

Arrivare alla fine di un rapporto d’amore, significa accettare il fallimento dei progetti fatti insieme e dei sogni coltivati un tempo.

Vuol dire riprendersi l’autonomia, la libertà e… la solitudine.

E’ una scelta difficile e molto impegnativa.

Spesso le abitudini di coppia, i ritmi familiari costruiti insieme nel tempo, diventano un salvagente capace di tenerci a galla tra i flutti delle emozioni, anche quando il rapporto non funziona più e l’amore è ormai finito.

La separazione, al contrario, costringe a ricominciare tutto daccapo.

Obbliga a riprendere in mano gli oneri della propria vita e a risponderne in prima persona.

Infatti, durante la convivenza, possiamo nascondere i nostri sbagli e il nostro procrastinare, dietro agli impegni della vita coniugale.

In questo modo, il peso dei fallimenti personali ricade insidiosamente sull’organizzazione familiare, consentendo di scaricare la responsabilità delle cose che non vanno bene sulle spalle di chi ci vive accanto.

“Mi piacerebbe, ma lui…”; “Sarebbe bello, ma lei…”; “Avrei potuto farlo, però…”

Tante rinunce e tanti rimpianti poggiano sull’alibi di un menage familiare che assorbe tempo, fatica ed energia, in modi giudicati poco gratificanti o sbagliati.

E’ difficile interrompere i meccanismi di delega costruiti nel corso degli anni e riprendere su di se ogni tipo di responsabilità (economica, esistenziale, emotiva).

“Ho scelto io di non fare…”; “ Sono io che non ho voluto…”; “Non mi andava di…”; “Ho preferito…”

Significa accettare di sbagliare, tollerare di essere anche… goffi, inadeguati, deludenti, egoisti.

La separazione rimette al loro posto gli equilibri individuali e fa si che ognuno riprenda su di sé il carico delle proprie scelte.

Per questo rompere una relazione non è mai facile.

Ci sono tante cose costruite insieme, tanti ricordi, tanti vincoli.

Sbrogliare la matassa aggrovigliata del “questo è mio, questo è tuo” a volte sembra impossibile e i possedimenti, gli oggetti o i contratti, diventano l’unica ragione che tiene unita una coppia.

In questi casi la crescita emotiva si arresta.

Il cuore va in stand by.

E la vita perde significato.

Il possesso (di qualsiasi genere) è incompatibile con l’amore.

Quando si porta avanti un’unione per amore delle cose e non dell’altro, si toglie a se stessi la possibilità di sperimentare lo sviluppo emotivo e ci si condanna a una vita poco appagante.

I sentimenti sono il motore delle nostre scelte, l’energia che sottende la trama dell’esistenza.

Imparare ad amare non ha fine, è un percorso che prosegue ininterrottamente dalla nascita fino alla morte (e forse anche oltre).

Interromperne il naturale sviluppo, costringendosi a vivere una relazione in cui l’amore è finito, significa arrestare la crescita psicologica e impedire a se stessi di realizzarsi.

Realizzarsi, infatti, non vuol dire accumulare status costosi o successi sociali.

Realizzarsi vuol dire esprimere la propria unicità e la propria creatività nelle scelte della vita.

Quando l’amore finisce, le esperienze sentimentali perdono il loro mordente e per cercare di colmare il vuoto esistenziale lasciato dalla mancanza di sviluppo emotivo, ci sentiamo spinti a possedere beni materiali, senza raggiungere mai l’appagamento desiderato.  

La separazione costringe a gestire il carico della propria esistenza e ci rimette in gioco emotivamente.

E’ un passaggio pieno di possibilità ma irto di pericoli.

La capacità di concludere una relazione, porta a scoprirsi diversi, in grado di compiere scelte nuove e, spesso, inaspettate.

Si corre il rischio di ricominciare tutto daccapo… con meno cose, meno soldi, meno fiducia.

Con più coraggio, più consapevolezza, più volontà.

E’ un lusso che pochi scelgono di concedersi.

Perché uscire da un rapporto sentimentale, vuol dire gestire la solitudine e affrontare la propria anima.

Fuori dai dettami culturali, sociali o religiosi.

Soltanto chi ha l’ardire di essere pienamente se stesso può guardare la vita negli occhi senza nascondersi la verità e affrontare il dolore del fallimento e la paura di ricominciare tutto da capo.

L’amore lascia liberi.

Viverlo fino in fondo significa correre costantemente il rischio di vederlo sparire, di sentirsi fragili, abbandonati e soli.

E anche di sentirsi… crudeli, spietati, egoisti, traditori e senza cuore.

Quando ci si separa, difficilmente succede di comune accordo.

Di solito i tempi dell’amore non coincidono e, mentre uno decide di allontanarsi, l’altro può essere ancora coinvolto.

Per evitare di vivere il ruolo del cattivo o della cattiva, spesso apriamo le porte al pietismo e alla finzione.

Mancando di rispetto al partner e a noi stessi.

In questo modo nascondiamo la paura della solitudine dietro un falso altruismo.

Amare vuol dire anche: concedere a chi si sente ferito il permesso di odiarci.

Permettere la rabbia a chi è stato abbandonato o tradito, senza pretenderne l’approvazione e la comprensione a tutti i costi.

Occorre molta temerarietà per reggere il peso del proprio cuore.

Ma, soprattutto, occorre molta temerarietà per abbandonare le certezze consolidate nel tempo e cominciare a frequentare parti diverse di se stessi.

Per tutti questi motivi la separazione fa sempre tanta paura.

E’ un salto nell’ignoto che porta a incontrare il proprio ego, il bisogno di affermare se stessi, il desiderio di gestire in prima persona la propria vita.

Non sempre ci si riesce.

A volte, il timore del giudizio e la paura di accettare il fallimento dei sogni e dei progetti passati, paralizzano ogni possibilità di espressione e di conoscenza.


ALCUNI CONSIGLI PRATICI…


In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, la separazione è una strada per pochi.

Ma se, nonostante tutti gli impedimenti che vi ho descritto, sentite ancora dentro di voi la voglia di seguire il cuore e state pensando di separarvi, eccovi qualche indicazione psicologica di pronto soccorso, utile per  non cadere nelle recriminazioni o nell’abnegazione, e per muovere i primi difficilissimi passi nella direzione di incontrare voi stessi.

In un percorso di separazione è indispensabile:

  • Riportare su di sé la responsabilità di ogni scelta (io ho scelto di….)

  • Smettere di pensare al partner e focalizzasi su se stessi (io voglio fare…)

  • Perseguire interessi nuovi.

  • Darsi degli obiettivi.

  • Lasciare perdere proprietà, possessi e interessi (avvocati e psicologi hanno mete differenti).

  • Lasciare libero il vostro partner di vivere i propri sentimenti (senza interferire).

  • Non pretendere di avere ragione, di essere buoni, di essere capiti.

  • Non consolare chi state lasciando (non potete essere voi la spalla su cui piangere!).

  • Concedere a chi viene lasciato il diritto di odiarvi (anche per sempre).

  • (Quando ci sono) Non utilizzare i figli come alibi, arma, aiutanti o consulenti.

  •  Accettare la solitudine senza sfuggirla.

  •  Vivere da soli.

Leggi anche:

SIAMO MARITO E MOGLIE? O SIAMO GENITORI? 

GENITORI INNAMORATI

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

4 commenti

Lug 26 2012

COERENZA? … meglio di no!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“La coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive d’immaginazione.”   

Oscar Wilde

La creatività non può mai essere coerente.

Infatti, rovescia i punti di vista, sovverte le aspettative e crea qualcosa di attraente proprio perché imprevedibile.

Ci chiediamo spesso quanto siamo coerenti nel nostro vivere, pensare e agire quotidiano e giudichiamo poco affidabili e immature le persone poco coerenti.

Ma che cos’è la coerenza?

Nel linguaggio comune la coerenza è la conformità tra le proprie convinzioni e l’agire pratico.

La persona coerente è una persona fedele ai suoi principi, che agisce in modo conforme al proprio pensiero.

La coerenza denota quindi una sorta di compattezza tra ciò che si pensa e ciò che si fa.

Difficile essere coerenti quando si ha una personalità creativa!

La creatività spinge al cambiamento e rivoluziona di continuo le opinioni.

Perciò, chi è creativo può avere punti di vista e convinzioni diverse secondo il momento, le circostanze o la compagnia.

Questa molteplicità nei modi di pensare rende complessa la vita e i rapporti con se stessi e con gli altri.


ESSERE TANTE PERSONE IN UNA


Marina è una ragazza dolce e sensibile, sempre pronta ad ascoltare i problemi degli altri e a prestare aiuto.

Durante la giornata le amiche la chiamano in continuazione per raccontarle le loro disavventure e trovare parole di sostegno e di conforto.

E’ sabato mattina e Marina sta ancora sorseggiando il caffè, quando Laura piomba inaspettatamente a casa sua per raccontarle inferocita la discussione avuta con Giorgio la sera prima.

“Giorgio è proprio uno scroccone!” si lamenta.

“ Il mese scorso gli ho prestato la mia macchina per una settimana e ieri, quando gli ho chiesto di accompagnarmi dal meccanico ha avuto la sfrontatezza di dirmi di no, adducendo un sacco di giustificazioni assurde. E’ un egoista, un opportunista e un ingrato!”

Marina cerca di giustificare l’amico e calmare la rabbia di Laura ma, davanti alle sue proteste, è costretta ad arrendersi e a darle ragione.

Nel pomeriggio, però, ecco arrivare Giorgio a raccontarle gli stessi avvenimenti.

“Laura è troppo nervosa, credo che stia attraversando un momento di grande stress e bisognerebbe fare qualcosa per aiutarla!” esclama, sedendosi sul divano.

“Pensa che ieri mi ha chiesto di accompagnarla a recuperare la macchina in officina e, non appena le ho detto che avremmo potuto andarci soltanto oggi, perché doveva venire l’idraulico a riparare una perdita d’acqua nel bagno e non avevo idea di quando avrebbe terminato, è montata su tutte le furie e se n’è andata sbattendo la porta.”

Marina è interdetta, la versione di Giorgio le mostra una Laura che non sospettava.

Cerca, anche questa volta, di risolvere l’incomprensione tra i due, giustificando l’amica, ma ben presto deve cedere alle argomentazioni di Giorgio.

“Laura dev’essere molto stanca, Giorgio, sii comprensivo con lei! Sai bene che è una persona generosa e sempre disponibile.” conclude, accompagnando l’amico alla porta.

Rimasta sola, però, si sente confusa e arrabbiata. Non riesce a decidere, nemmeno con se stessa, quale dei due amici abbia ragione.

 “Quando sono con Laura mi sembra che Giorgio sia stato effettivamente poco accomodante ma quando parlo con Giorgio penso invece che Laura sia stata troppo intransigente. Sono proprio una vigliacca, altro che amica!” rimugina tristemente tra sé. 


“Ma allora io chi sono?

… soltanto l’eco dell’ultima voce che ha parlato?!”


Le personalità creative hanno un’innata capacità empatica, sanno spostare il proprio punto di vista con facilità e vedere la vita da ottiche differenti.

Questo fa di loro delle persone attente e sensibili, pronte a comprendere i sentimenti e le ragioni degli altri.

Ma comprendere rende molto difficile schierarsi, inquadrare, valutare, giudicare.

Comprendere significa sentire le emozioni di un altro, condividere i vissuti profondi, conoscerne le fragilità e le debolezze.

Le personalità creative possiedono spontaneamente questa consapevolezza e spesso intuiscono i sentimenti prima ancora che le persone li abbiano individuati in se stesse.

Perciò, per loro è molto difficile parteggiare, esprimere giudizi, schierarsi. 

Sanno ascoltare e condividere gli stati d’animo… 

Per costruire insieme un dialogo comune non importa chi ha ragione o chi ha torto, serve comprendere il cuore di tutti.

Senza vincitori e vinti.

Con reciprocità.

Dividere il mondo in buoni e cattivi, bene e male, giusto o sbagliato, crea incomprensioni, guerre e violenza.

Un mondo migliore non ha bisogno di fazioni, ha bisogno di condivisione e di armonia, di dialogo, tolleranza e rispetto.

La coerenza spesso non aiuta a capirsi.

Abbandonare il proprio punto di vista per condividere quello di un altro… forse è poco coerente… ma è la base della comprensione, della reciprocità e dell’amore.


“La coerenza di un discorso non è prova di verità ma solo di coerenza.

La verità è la somma di evidenze incoerenti.”    

Nicolas Gomez Davila

 

ti interessa la personalità creativa?

clicca qui: PERSONALITA’ CREATIVA

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

10 commenti

Lug 21 2012

DONNE CHE AMANO LE DONNE / UOMINI CHE AMANO GLI UOMINI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

L’amore è un’energia che esiste a prescindere dalla volontà.

Non si può fermare. Non si può cambiare. Non si può negare.

Si può solo esprimere.

In tanti modi.

 

Nella nostra società viviamo immersi dentro un imperialismo del sesso, che stabilisce arbitrariamente la liceità di alcune forme d’amore e nega ad altre il diritto all’esistenza.

Gli uomini possono amare le donne.

Le donne possono amare gli uomini.

Ma l’amore tra donne, o tra uomini, è considerato innaturale e, fino a poco tempo fa, era curato come se si trattasse di una patologia.

Oggi, benché tollerato, suscita comunque sospetto, ridicolizzazione, commenti negativi fino ad arrivare ad aperte ostilità.

L’unico amore che la nostra civiltà riconosce è l’amore tra maschio e femmina.

“L’amore omosessuale è contro natura!” si afferma con superficialità. 

Non serve citare numerosi esempi, di animali e di culture diverse dalla nostra, che disconfermano palesemente quest’affermazione.

Il buon senso comune continua imperturbabile a considerare innaturale l’amore tra persone dello stesso sesso, e si arroga il diritto di decidere cosa sia naturale e cosa no, escludendo dalle varianti comportamentali che la natura ci mostra quotidianamente, quelle che contraddicono il suo pensiero.

Ma il buon senso comune non è un bersaglio che si possa colpire o un’opinione da modificare, appartiene a tutti e a nessuno, è il risultato degli innumerevoli condizionamenti che fanno da sfondo alle nostre giornate piene d’impegni, di fretta e di cose da fare.

Il buon senso comune è quell’insieme di ragionamenti impalpabili indotti dai tanti modi in cui la nostra società perpetua se stessa.

Impossibile vivisezionarlo, cambiarlo, modificarlo.

Come una nube tossica s’insinua dappertutto e permea l’inconsapevolezza del pensiero.

Così comune e ovvio da passare, quasi sempre, inosservato.

Per riconoscere la sua esistenza occorre un mezzo di contrasto.

Una cartina al tornasole che evidenzi le ragioni della sua inalterabilità, nonostante le numerose disconferme che riceve (e ignora) ogni giorno.

Il buon senso comune attraversa il pensiero di molti.

I molti che quotidianamente combattono una battaglia per far quadrare i conti e arrivare alla fine del mese senza troppi casini.

Il buon senso comune è costruito, con competenza e abilità… per favorire i pochi.

I pochi che, invece, i conti possono farseli pagare dagli altri.

Quei pochi che vivono beati, con l’unico pensiero d’incrementare il loro agiato e prezioso status quo.

Poche persone che ne gestiscono tante. 

E, grazie alla fatica di quei tanti, raggiungono livelli di benessere che agli altri sono addirittura sconosciuti.


Una piccola e aristocratica elite…

… che amministra il mondo!


Ai pochi che gestiscono il mondo, serve avere un numero sempre crescente di individui disposti a lavorare.

Gente pronta a sacrificare tempo, impegno ed energia in cambio di qualche vantaggio ma, soprattutto, della garanzia di veder quadrare il bilancio di debiti e bollette a fine mese.

E’ con questi obiettivi che il buon senso comune prende forma.

Approfittare delle difficoltà dei molti per tenerli rinchiusi dentro prigioni fatte di pensieri è un modo pratico che i pochi hanno trovato per mantenere in auge il loro potere.

Per questo, con una naturalezza solamente apparente, il buon senso comune incrementa un’idea (indotta dai pochi per servirsi dei molti), al fine di favorire la sopravvivenza d’interessi importanti e inarrestabili (gli interessi dei pochi).

Un’idea che cresce, sostenuta da grandi ideologie e protetta da scopi umanitari, e diventa una gabbia invisibile capace d’intrappolare la mente dentro schemi che si perpetuano da se.

Efficace e impercettibile.

Tramandata dai genitori ai figli, così come si tramandano i dialetti, le mode, la cadenza o la gestualità.

Ai pochi che governano i molti, servono tante braccia disposte a lavorare sempre.

E, per avere questo, occorre una costante riproduzione.

Ci vogliono tanti pulcini.

Cuccioli che cresceranno.

Forze e cervelli pronti a darsi da fare.

Nuova energia.

Quando le donne amano le donne e gli uomini amano gli uomini, di figli non ne nascono, e le opportunità di forze nuove vanno sprecate.

Per questo, le donne DEVONO amare gli uomini, e gli uomini DEVONO amare le donne.

Ai pochi che governano i molti servono tanti soldatini, tante persone, tanti bambini, tanta forza da impiegare per il raggiungimento dei loro fini.

E’ improduttivo veder sprecare le risorse umane in amori che non daranno mai prole.

Viene considerato: innaturale.

Come in un allevamento, l’accoppiamento serve per la riproduzione.

E’ naturale!

Le donne che amano le donne e gli uomini che amano gli uomini, non danno continuità alla specie. Non incrementano la riproduzione.

Gente sbagliata.

Gente di serie B.

Affrontano dentro di sé il peso dell’emarginazione e del giudizio, imparano sulla propria pelle a non fidarsi di ciò che il buon senso comune considera scontato.

Sono persone scomode.

Imprevedibili.

Pericolose.

Colpite con l’arma del ridicolo, private dei diritti che gli altri vivono senza problemi.

Costrette a nascondersi, spesso persino a se stesse.

Dovrebbero censurare i sentimenti, sacrificando l’amore in nome della procreazione.

Ma l’amore non si può mai estirpare.

Cresce senza curarsi degli interessi e riafferma se stesso fuori dalle prigioni del buon senso comune e dalle trappole della normalità.

L’amore è un’energia che esiste a prescindere dalla volontà.

Non si può fermare. Non si può cambiare. Non si può negare.

Si può solo esprimere.

In tanti modi.

Diversi.

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

8 commenti

Lug 16 2012

GENITORI INNAMORATI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Secondo un presupposto comune, i genitori dovrebbero essere una coppia innamorata.

La genitorialità è considerata il compimento di un percorso affettivo tra due persone, capaci di esprimere l’amore, oltre che reciprocamente, anche verso un altro essere.

Ma l’arrivo di un figlio mette sempre a dura prova l’innamoramento e la complicità tra i partner.

Fare figli non è un collante che unisce i genitori in un amore eterno e indissolubile, al contrario è una bomba che rischia di far saltare i legami e l’unione affettiva.

Capita spesso, infatti, che i primi sintomi della fine di un rapporto si manifestino subito dopo la nascita di un bambino.

Un bimbo piccolo, inevitabilmente, catalizza su di sé tutte le attenzioni.

La mamma, dopo il parto vive un momento fisiologico di intenso attaccamento al cucciolo e sviluppa una simbiosi naturale che le permette di accudirlo e conoscerne i bisogni istintivamente. Le necessità del bambino sono al primo posto e catturano completamente la sua tensione affettiva.

Il papà ha, invece, il compito di provvedere alle necessità famigliari, mediando e facendo da filtro con il mondo esterno, in modo da permettere alla madre di dedicarsi al piccino con tranquillità.

Entrambi i ruoli, paterno e materno, sono accudenti e protettivi ma lasciano poco spazio all’intimità e alla condivisione di coppia.

Il nuovo nato diventa il centro delle attenzioni, cattura su di sé tutte le energie e tutte le premure, sottraendo ai genitori lo spazio della loro intimità affettiva. 

Allattarlo, lavarlo, cambiarlo, farlo addormentare, comprenderlo, giocare, parlargli… sono compiti che impegnano dalla mattina alla sera e che spesso non lasciano neanche il tempo per svolgere le normali attività di manutenzione di se stessi.

Per queste ragioni, la nascita di un bambino rappresenta sempre un momento di difficoltà nella vita di una coppia e talvolta incrina l’innamoramento tra i genitori.

In molte situazioni, questa crisi fisiologica si trasforma col tempo in una irrimediabile lontananza affettiva che determina la fine dell’amore nella coppia. 

Quando questo avviene, intestardirsi a tenere in piedi il rapporto per amore dei figli è un pregiudizio carico di conseguenze negative.

L’amore in una coppia è un sentimento spontaneo e disinteressato che segue una propria evoluzione e che non può dipendere dalle convenzioni, dai contratti, dal mutuo della casa o dai sensi di colpa.

Il coinvolgimento emotivo asseconda il ritmo della crescita interiore e non sempre questa crescita cammina con lo stesso passo per entrambi.  

Può capitare, perciò, che mentre uno è ancora innamorato, l’altro non lo sia più.

E’ qualcosa che succede a prescindere dalla volontà, nessuno ne ha colpa e nessuno può farci niente.

Il cuore segue leggi proprie che non coincidono quasi mai con quelle della nostra razionalità.


MA QUANDO CI SONO DEI FIGLI COME SI FA?


Quando ci sono dei figli, ciò che è importante è la genitorialità.

I figli hanno bisogno di avere dei genitori che si occupano di loro, che li amano e che li aiutano a esprimersi e a trovare il proprio posto nel mondo.

Avere dei genitori innamorati, per i figli è un’esperienza bellissima, perché crescono insieme a una coppia che si vuole bene e su questo modello costruiranno le loro future relazioni amorose.

Però, quando succede che l’amore tra loro finisce, la convivenza di papà e mamma sotto lo stesso tetto trasforma la vita famigliare in un continuo e pericoloso bluff e questo per i figli è un problema.

Infatti, in quest’ultimo caso, ogni cosa è fatta sempre e soltanto dentro una finzione che tiene conto dell’interesse dei figli ma non di quello dei genitori.

E, purtroppo, proprio questo essere messi al centro della vita familiare, per i figli è causa di problemi.

I momenti di complicità e l’intesa di coppia spariscono, sostituiti da un vivere civile, premuroso ed educato ma privo di trasporto emotivo; o peggio da una vera e propria guerra fredda conseguente alla convivenza autoimposta.

Si parte, si festeggia, si mangia insieme, si ricevono gli amici… in un clima  solo apparentemente sereno, che nasconde, dietro alla facciata dell’ipocrisia, una tensione o una rinuncia alla vita emozionale e affettiva.

In nome dei figli, si abiura il proprio cuore, si censurano nuovi coinvolgimenti con persone diverse e ci si condanna a una convivenza forzata, priva della passione, dell’innamoramento e del coinvolgimento erotico.

L’intimità sessuale si riduce all’osso o sparisce definitivamente.

La presenza dei bambini, in questi casi, diventa l’unico motivo di unione tra i genitori e metterli al centro della vita familiare serve a evitare di confrontarsi con la fine dell’innamoramento.

Ognuno coltiva in segreto le proprie fantasie di fuga che censura in nome della famiglia e della responsabilità genitoriale.

Purtroppo, però, niente può essere più deleterio per i figli che essere costretti a reggere il peso di un’unione che non funziona più!

I bambini devono avere un rapporto affettivo con entrambi i genitori. Certo!

Ma questo non impone la convivenza quando l’amore è finito.

Anzi! Capita spesso che proprio la coabitazione giustifichi l’assenza di un genitore, il quale per motivi di lavoro diventa latitante nel rapporto con i figli, delegando tutte le responsabilità, materiali e affettive, al partner.

La separazione, in molti casi, è un vantaggio per i bambini, che guadagnano l’opportunità di avere un rapporto diretto ed esclusivo con ciascuno dei due genitori.

Vedere una volta il papà e una volta la mamma, invece che tutti e due insieme, non è un’esperienza traumatica per i figli.

E’ certamente molto più traumatico avere dei genitori che litigano o che si deprimono in una convivenza forzata.

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, non lasciate ricadere la responsabilità della vostra insoddisfazione affettiva sulle spalle dei vostri bambini.

Non se lo meritano e non ne hanno bisogno.

Spiegare che l’amore segue un ritmo proprio e non sempre dura in eterno, è un atto di sincerità e di rispetto verso i figli, verso voi stessi e verso la vita.

I genitori innamorati sono un’eventualità meravigliosa, quando capita.

Ma non l’unica.

L’amore si esprime in tanti modi diversi.

La genitorialità in coppia è solo uno di questi.

Quando i genitori sono innamorati tra di loro, per i figli è bellissimo.

Quando sono innamorati di altri partner, per i figli non è inevitabilmente una tragedia.

Ciò che rende felici i bambini è sentirsi amati dal papà e dalla mamma.

Anche se il papà e la mamma non si amano più.

Anche se il papà e la mamma amano qualcun altro.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Spiegare con sincerità ai bambini l’imprevedibilità dell’amore è un insegnamento prezioso e un gesto di rispetto, nei confronti di se stessi, dei figli e del coniuge.

Costringersi in una relazione dove l’innamoramento è finito e l’amore fraterno ha sostituito l’amore di coppia, significa condannarsi all’infedeltà, alla castità o alla finzione.

Nessuna di queste varianti appartiene all’amore.

Nessuna è un buon insegnamento da trasmettere ai figli.

Nessuna permette di avere un dialogo franco e sincero.

A volte…

  • Avere il coraggio di essere se stessi è l’insegnamento migliore che possiamo trasmettere ai nostri figli.

  • Lasciare libero il nostro partner di rifarsi una vita è il gesto più amorevole che possiamo compiere.

  • E accettare che l’amore è finito è l’atto più rispettoso che possiamo avere verso noi stessi.

leggi anche:  SIAMO MARITO E MOGLIE? O SIAMO GENITORI?

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Un commento presente

Lug 11 2012

VADO IN VACANZA! … partire o incontrare sé stessi?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Le vacanze sono una delle tante prescrizioni sociali che tutti noi dobbiamo assolvere periodicamente.

In origine le ferie dovevano essere un momento di riposo per recuperare le forze perse durante il lavoro, lo spazio in cui ripristinare l’ascolto interiore di se stessi e del proprio benessere.

Oggi però, il mercato propone droghe e divertimenti sempre diversi e sollecita la nostra curiosità suggerendo posti nuovi dove andare a spendere i soldi guadagnati faticosamente durante l’anno.

Partire nelle vacanze è diventata una necessità, quasi per tutti.

Chi vive al nord non vede l’ora di andare al sud, e chi invece sta al sud  è impaziente di trasferirsi al nord.

Viaggiare sembra essere il traguardo più ambito delle vacanze.

E per raggiungere questo fine siamo disposti a spendere molti soldi, sopportare estenuanti spostamenti, prenotare e organizzare ogni cosa con mesi di anticipo, rischiando di ritrovarci poi, il giorno della partenza, senza più l’entusiasmo previsto ma con l’inderogabile necessità di assolvere tutto ciò che era stato programmato in precedenza.

Le ferie sono diventate un momento di evasione non solo dal lavoro ma, spesso, anche da se stessi.

I ritmi frenetici imposti dalla nostra civiltà non ci lasciano tempo per riflettere e per esplorare il mondo interiore.

Siamo talmente assuefatti a correre e disabituati a scoprire la nostra anima che durante i periodi di riposo, quando ci ritroviamo di colpo privi della stressante organizzazione quotidiana, andiamo incontro a un forte senso di disorientamento e di disagio.

Ecco, allora, che il viaggio diventa un ottimo sostituto della frenesia lavorativa e le vacanze, più che essere un momento di riposo, si trasformano in un’alternativa all’agitazione di ogni giorno.

“Sei in ferie? Beato te! E dove vai?”

La domanda suona come un obbligo e presuppone l’inevitabile necessità di evadere.

Essere in ferie e restarsene a casa è considerato roba da malati, un’evenienza triste e decisamente sfortunata.

Partire è inevitabile!

È diventato (quasi) un dovere.

Serve a rispondere alle domande degli amici e ad aggiornare l’album dei viaggi (siamo andati qui, siamo andati lì, siamo andati là…).

Serve a sentirsi vivi.

Serve a sfuggire quell’assordante silenzio interiore che incombe quando ci si ferma.

Serve a continuare a correre… e a desiderare di rientrare al lavoro!

(Quando finalmente si riprenderà la vita di tutti i giorni, con qualcosa di più da raccontare agli altri e a se stessi)

Anche perché, diciamocelo, viaggiare non è per niente rilassante.

Cambiare letto, cambiare bagno, cambiare stile alimentare, cambiare fuso orario, cambiare clima, cambiare abitudini, sono eventi stressanti.

E a questo stress, va aggiunto lo stress delle convivenze (nelle case estive, in barca, in camper, in campeggio, ecc) spesso causa di tensioni e incomprensioni tra amici, parenti, vicini e conoscenti.

Insomma, di riposo non si tratta per niente.

Ma ciò che rende le partenze così desiderabili, è l’opportunità di evadere l’ascolto della propria anima e la riflessione sul significato della propria esistenza.

Partire serve, spesso, a evitare se stessi.

Perché niente rende più nervosi che ascoltare tutto quello che non ci siamo detti, travolti dai mille impegni della vita quotidiana.

E niente rilassa di più che risolvere il disordine interiore.

Ci sono bisogni, desideri, cambiamenti, che attendono il momento del nostro riposo per rivelarsi e trovare attenzione, comprensione e soluzione.

Ci sono parole che abbiamo bisogno di dire a noi stessi, decisioni che dobbiamo prendere, trasformazioni che aspettano di essere attuate.

Tutto questo lavorio interiore permette lo strutturarsi di nuovi equilibri, è il rimo della crescita psicologica, la via per il benessere mentale e fisico.

Un benessere che poggia sul cambiamento, perché la vita è evoluzione e acquista senso e significato solo quando questa evoluzione può essere accolta ed espressa.

Certo, ci sono viaggi che permettono e agevolano questo processo interiore.

Sono viaggi con se stessi e dentro se stessi.

Viaggi che non presuppongono necessariamente una partenza e un arrivo in località diverse del pianeta.

Ma che prevedono una partenza e un arrivo in identità diverse di sé.

E spesso, chi parte per questi viaggi non è chi ritorna indietro.

L’identità è un mutamento continuo di sé, capace di dare compimento ed espressione alla  nostra poliedrica creatività interiore.

Non sempre è necessario partire, per incontrare se stessi.

A volte, occorre ritrovarsi nei luoghi dove si è smarrita la propria profonda verità.

“Quest’anno? Non mi sono mosso da casa. Eppure… ho fatto più esperienze che se avessi circumnavigato il mondo!”

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

4 commenti

Lug 06 2012

LIBERARE LA DONGIOVANNA…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nell’immaginario collettivo il dongiovanni è un libertino alla perenne conquista di donne giovani e belle che affascina e subito dopo abbandona, come trofei della seduzione.

Benché considerato immaturo e incapace di portare avanti una relazione duratura e profonda, il dongiovanni, generalmente, è guardato con simpatia.

Di lui piacciono: l’intraprendenza, l’amore per la conquista e la capacità di ammaliare.

Del suo equivalente femminile, invece… non c’è traccia!

Una donna che colleziona conquiste per il piacere di sedurre è giudicata male, poco seria o malata di ipersessualità.

Così, mentre molti uomini si sentono lusingati nell’essere definiti dongiovanni, a nessuna donna piace l’epiteto di dongiovanna.

Il termine dongiovanna nel linguaggio corrente non esiste nemmeno.

Proprio perché, appunto, non si può pensare alla seduttività femminile con altrettanta attrazione che a quella maschile.

Le pari opportunità non hanno ancora raggiunto la seduzione, e gli archetipi della brava ragazza o della maliarda mangiatrice di uomini la fanno da padroni, con conseguenze nefaste sulla psiche di tante ragazze.

Si presume che le donne debbano essere: dolci, gentili, timide e disponibili.

Ottime prede per la caccia alla conquista, possono al più riservarsi il diritto di scegliere da quale cacciatore essere conquistate.

Nel gioco della seduzione non è previsto per loro un ruolo attivo.

Eppure…

La creatività femminile si esprime anche nell’erotismo e il bisogno di prendere l’iniziativa e di giocare appartiene alle donne quanto agli uomini.

A tutti piace sentirsi affascinanti e suscitare il desiderio di sé negli altri.

A tutti piace cogliere l’attimo fuggente e coltivare la passione.

A tutti piace rischiare la propria intraprendenza e cavalcare il brivido di una conquista.

Uomini e donne.

Non fa differenza.

Le donne, però, hanno imparato ad aspettare e a costruire strategie per raggiungere i propri obiettivi. 

Perciò, nonostante i divieti che da sempre bloccano le loro iniziative, nelle conquiste sanno farsi avanti o temporeggiare, con altrettanta maestria degli uomini (se non di più…).

La dongiovanna è una presenza ancora silenziosa nell’animo femminile. Ma estremamente potente.

Vive, in attesa di un riconoscimento, dentro la psiche di ognuna di noi brave ragazze che ci sforziamo ogni giorno di essere: dolci, gentili, timide e disponibili, per ricevere un po’ di approvazione dal mondo.

Liberare la dongiovanna nella personalità, concederle il diritto di avere uno spazio suo e lasciarla agire nella quotidianità a dispetto di una tradizione castrante, è un percorso terapeutico di autonomia che porta libertà, sicurezza, appagamento e determinazione nella vita.

La realizzazione sentimentale non si raggiunge accondiscendendo ma permettendosi il diritto alla sessualità e all’amore.

La dongiovanna non ha bisogno di delegare a qualcun altro la propria eccitazione, sa gestirla da sé, con intraprendenza e con coraggio.

Non teme la solitudine.

E non cerca consensi, altro che quello della propria anima.

Ma proprio per la sua libertà, la dongiovanna non piace.

E’ giudicata: troppo indipendente.

E per questo è stata malfamata.

La dongiovanna è una donna che sa prendersi da sola ciò che vuole, si tratti del suo tempo, del suo piacere o della sua vita.

Non segue i comportamenti prescritti, non baratta la sua energia col conformismo, non teme la maldicenza della gente.

E’ stata resa impopolare, per addomesticarla e tenerla nascosta dietro una sorta di frigidità apparente e indotta.

Ha dovuto imparare il silenzio e la pazienza.

Si può zittirla, ma non si può estirpare.

Come le ortiche, ricresce sempre nella psiche di ognuna.

Perché giocare appartiene alla vita.

E le donne lo sanno.

Con la stessa risoluta certezza dei bambini.

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

6 commenti

Lug 01 2012

CARNE O ANIMA? amore o sesso?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Queste domande non dovrebbero esistere.

La carne e l’anima formano un binomio inscindibile.

(Almeno finché si è vivi)

Invece, in questa nostra civiltà malata, abbiamo carni che hanno un’anima e carni che a noi sembrano esistere solo per essere mangiate.

La carne nella nostra cultura è ritenuta antitetica all’anima e associata al peccato o al macello.

La consideriamo causa di scandali, vizi e perversioni.

Oppure la pesiamo al chilo, come se fosse una merce qualunque e non la vita di un essere vivente.

Consideriamo la carne e il corpo opposti all’anima e alla spiritualità.

Da una parte abbiamo la fisicità, con impulsi, istinti e bisogni, e dall’altra l’anima, la purezza, la sensibilità, la capacità di amare.

Separare la carne dall’anima, autorizza il predominio, giustifica l’uso di tante specie animali per il piacere e il divertimento della nostra razza e, purtroppo, porta con sé conseguenze abominevoli.

Infatti, dove non c’è l’anima lo sfruttamento diventa lecito!

E’ con questi presupposti che la cultura maschilista ha oppresso e violentato le donne per secoli.

E, sempre in questo modo, la pedofilia argomenta la propria perversione.

Se la carne è priva di anima, può essere considerata semplicemente un oggetto.

E come tale sarà trattata.

Considerare delle creature viventi alla stregua di cose, legittima violenza e abusi.

Siamo convinti che ci siano carni prive di anima.

Ma la carne priva di anima segnala un’esistenza di serie B.

Appartiene a esseri con poco valore.

Esseri che sono stati creati per il piacere di altri esseri.

Esseri… nati per servire.

Esseri senz’anima, appunto.

Nella nostra cultura, gli animali sono giudicati: carne senz’anima. E perciò al servizio della specie umana.

Anche le donne, spesso, subiscono la stessa sorte e diventano carne senz’anima al servizio del sesso maschile.

I bambini sono carne senz’anima quando vengono usati come strumenti di piacere nelle mani degli adulti.

Animali, donne, bambini.

Creature sottoposte al predominio e allo sfruttamento di altre creature!

L’abominio, contenuto nella separazione arbitraria della carne dall’anima, priva la razza umana della sua dignità e ci rende inermi e sgomenti davanti alla morte.

Infatti, la morte inflitta con noncuranza e crudeltà si trasforma facilmente in un enigma senza senso.

Legittimando il massacro di tanti esseri, occultiamo il significato della vita (e della morte) dietro una maschera di insensibilità.

La violenza è la malattia di questa civiltà.

Si annida dappertutto e, come un virus, contagia il nostro cuore, rendendolo cieco e sordo davanti ai soprusi cui assistiamo ogni giorno e dei quali siamo complici, spesso senza nemmeno rendercene conto.

Compriamo e mangiamo la vita di altri esseri viventi, con assoluta indifferenza.

Poi, con la stessa indifferenza, riteniamo la carne uno strumento di piacere.

E separiamo il sesso dai sentimenti.

Ci arroghiamo il diritto di poter scegliere se fare sesso o fare l’amore.

Ma l’amore e il sesso, come la carne e l’anima, non possono essere disgiunti.

Il sesso è un’estensione dell’amore, è la condivisione della propria intimità anche fisica.

Invece, nella nostra società, il sesso è usato spesso per far violenza e dell’intimità si è perso completamente il significato e il valore.

Ostentiamo le nostre nudità ma occultiamo l’anima, vergognandoci di possedere anche una sensibilità oltre al corpo. 

Ci vantiamo di innumerevoli conquiste sessuali, di avventure vissute con poca o nessuna reciprocità, di rapporti fatti principalmente di carne e privi di anima.

Collezioniamo esperienze erotiche, come trofei in un album delle figurine.

E le archiviamo orgogliosi, senza fermarci a condividere, insieme al corpo, anche la nostra interiorità.

La nudità non è la carne spogliata dei vestiti, ma l’anima senza censure e senza veli.

Condividere l’anima, permette di condividere il corpo e rende l’unione sessuale un momento di estasi e di sacralità.

La carne e l’anima non sono separabili.

Appartengono inscindibilmente alla vita.

Negarne l’unità abilita il massacro e lacera il cuore, lasciandoci confusi e soli a ricercare il senso della nostra presunta umanità.

La carne e l’anima appartengono a una stessa identica realtà.

Qualcosa che chiamiamo: vita.

Qualcosa che esiste, indivisibile, nella perfetta unicità di ognuno.

Maschio o femmina, adulto o bambino, uomo o animale.

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

4 commenti