Archive for Agosto, 2012

Ago 27 2012

MA TU, HAI EDUCATO I TUOI GENITORI?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando siamo bambini, i genitori hanno il dovere di curarci.

Di amarci.

Di proteggerci.

Di educarci.

Di valorizzarci.

Ma, quando diventiamo grandi, le parti progressivamente s’invertono e, mentre noi abbiamo sempre meno da imparare, loro invece hanno sempre più bisogno dei nostri stimoli, dei nostri punti di vista, delle nostre esperienze e dell’esempio della nostra vita.

Può darsi che subito non lo capiscano.

Che non siano d’accordo.

Che si sentano stupefatti e sconcertati.

Accade comunque!

Anche quando non se ne rendono conto.

C’è un momento in cui non abbiamo più bisogno della loro approvazione e dobbiamo interpretare la vita a modo nostro.

I figli osservano gli eventi seduti sulle spalle di chi li ha messi al mondo.

E da lassù possono scorgere un panorama più ampio.

Contemplano scenari che mamma e papà non vedono.

Imparano a muoversi dentro realtà che i più anziani non conoscono.

Il mondo è in costante trasformazione.

Ciò che era valido prima, decade e diventa inutile in breve tempo.

I cambiamenti avvengono impercettibilmente, senza una nitida demarcazione tra prima e dopo, e non sempre si riesce a percepire le variazioni.

Le circostanze della vita, però, sono diverse da un istante all’altro e ognuno attraversa stati d’animo e situazioni sconosciute alla generazione precedente.

Diventando adulti, consolidiamo i comportamenti che ci fanno sentire sicuri e ci permettono di affrontare gli eventi di ogni giorno.

La sicurezza, però, ci ancora alle opinioni e spesso diventa uno schema fisso che condiziona l’interpretazione degli avvenimenti.

Chi è più avanti negli anni, col tempo rimane intrappolato dentro una staticità del pensiero che annoda le certezze alla rigidità.

Per questo arriva sempre un giorno in cui i buoni consigli dei grandi non funzionano più e le decisioni vanno prese ascoltando se stessi e valutando la propria esperienza di vita.

E’ in quel momento che papà e mamma hanno bisogno di essere educati.

Come figli, abbiamo il dovere di ricambiare i sacrifici che hanno fatto per aiutarci a crescere.

Ma il nostro compito non può consistere in una reciprocità letterale, del tipo: mi hai accudito quando ero bambino e ti accudirò quando non sarai più autosufficiente.

Dobbiamo fare in modo che nostro padre e nostra madre possano sentirsi ed essere dei BUONI genitori.

E questo avverrà solamente se permetteremo a noi stessi di realizzare la nostra verità.

Esprimere le proprie peculiarità, il proprio pensiero, la propria unicità è l’obiettivo di ogni essere vivente.

Realizzarsi vuol dire manifestare tutto ciò che ci caratterizza profondamente rendendoci unici, diversi da chiunque altro.

Quando i genitori scelgono di mettere al mondo un figlio, si aprono al mistero della vita e all’incontro con una nuova realtà.

Non possono sfogliare un catalogo, né sapere in anticipo in che modo vivrà il bimbo che per magia prende forma dall’unione dei loro corpi.

La nascita è sempre un miracolo accolto con trepidazione, commozione e curiosità perché permette a mamma e papà di incontrare qualcuno capace di costruire con la medesima argilla, con il loro DNA, un se stesso diverso.

E proprio questa diversità è la missione che tutti noi, nascendo, siamo venuti a svolgere nel mondo.

I genitori aprono la porta e permettono al dono della nostra unicità di esprimersi nella vita.

Sta a noi portarlo a compimento.

Educarli significa spiegare, favorire il dialogo, fornire loro i tasselli mancanti alla comprensione della nostra diversa realtà.

Non per garantirci una benedizione.

Ma per permettergli di scoprire un panorama che non hanno potuto ammirare, impegnati a tenerci saldi sulle loro spalle.

Donare la vita vuol dire regalare un’esperienza, offrire un’opportunità.

I genitori lo sanno.

E dal concepimento in poi attendono che ogni figlio realizzi il suo destino.

Anche quando sembra che non sia così.

Anche quando apparentemente l’hanno dimenticato.

Il nostro mondo è diverso dal loro.

Perciò non possono intuire con facilità le nostre scelte e i nostri obiettivi.

Hanno bisogno di essere aiutati.

Vanno educati.

Non sempre, però, educare i propri genitori è facile e non sempre ci si riesce subito.

A volte mamma e papà sono testardi.

Credono di dover insegnare continuamente qualcosa ai loro bambini.

Anche quando i bambini sono cresciuti, diventando uomini e donne.

E’ compito dei figli, fargli comprendere che non è più così.

Ci vuole pazienza, perseveranza e azione.

Ma soprattutto bisogna avere comprensione per le loro difficoltà.

C’è un tempo in cui il lavoro educativo finisce per chi è più anziano e comincia per chi è più giovane.

Nella paternità e nella maternità amiamo i nostri cuccioli con passione e con tenerezza, sostenendoli nei momenti difficili e gioendo dei loro successi.

Ma, spesso, perdiamo di vista l’obiettivo di ammirarli mentre solcano cieli diversi dai nostri.

I figli sono venuti al mondo per regalarci la loro verità.

La vita è un dono che inevitabilmente sorprende i genitori.

E inevitabilmente insegna la meraviglia della diversità.

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Ago 23 2012

“DOTTORE… COS’E’ LA NORMALITA’?” risponde il dr. Fabrizio Boninu

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ciao Fabrizio, potresti spiegare in parole semplici che cos’è per te la normalità?

Per me normalità è… un sostantivo femminile. Questo forse può dare la misura di quanto abbia difficoltà a definire una categoria così ampia. A parte la battuta, credo che la normalità sia quella categoria mediante la quale le persone giudicano le altre. La normalità è il paravento dietro al quale spesso ci si nasconde dalla fatica e l’impegno di coltivarsi, di accettare di essere unici. Può anche essere la linea di demarcazione mediante la quale si stabilisce chi è sano e chi no e questa è una china molto pericolosa, che è stato difficile estirpare per varie categorie. Ovviamente, nel caso della salute mentale, c’è un concetto di normalità ma, a parte alcuni casi manifesti, è un concetto che non può essere applicato ad un gran numero di persone. La maggior parte di noi è sanamente insana, normalmente anomala. Più faccio questo mestiere più mi rendo conto che ognuno di noi è un vero e proprio piccolo mondo con le sue regole, i suoi funzionamenti, i suoi vissuti e che sarebbe veramente un peccato perdere tutto questo per cercare di inseguire ed arrivare al malsano obiettivo di parificazione e di normalità, dal momento che questo termine, come dicevo, non designa nulla che non sia ascrivibile alla singola persona. Normale, per me, è una persona che cerca di conoscersi, che si stima, si accetta com’è e rispetta la sua storia di vita.


Nel corso del tuo lavoro capita che le persone chiedano di essere aiutate a essere normali?

Nel lavoro capita spesso di parlare con persone che non si sentono normali, che hanno paura di sentirsi e di essere considerate strane, non comuni, non a posto. Credo ci troviamo in un contesto sociale in cui si vorrebbe che ci considerassimo unici e diversi l’uno dall’altro, ma che in realtà spinge al conformismo e alla stereotipia. Da un lato la nostra unicità, la nostra diversità dagli altri, il nostro essere ‘speciali’, il nostro essere naturalmente diversi. Dall’altro, invece, qualunque tipo di anticonformismo non “approvato” sembra suscitare la riprovazione sociale. La paura più forte è quella di essere etichettati come non normali, come singolari nel senso più negativo del termine come se si potesse essere fuori dalle regole di funzionamento di tutti gli altri. E che a questo non ci sia rimedio. Il mio lavoro credo consista, invece, nel dare un significato alla storia personale di ciascuno, nel poter accogliere il senso di ciò che si è, comprendendo quanto sia stato esclusivo e personale diventare ciò che siamo.

Quando incontri un paziente per la prima volta, valuti se è normale oppure cosa osservi?

No, sinceramente posso dire di non aver mai pensato a qualcuno in studio come normale oppure no. Per quanto sembrasse strano quello che faceva oppure che diceva, per me quello che la persona fa o dice è normale, nel senso di dotato di significato per la persona stessa. Posso solo rispettarla e cercare di comprenderla. Molte delle scelte di vita delle persone che incontro sono dettate dal dolore, dalla paura, dalla discrasia di voler essere in un modo ma di sentire di essere altro. Intuire questa sofferenza mi rende particolarmente attento al rispetto e alla vicinanza con l’altro. In realtà più che valutare se sia normale o no cerco di chiarire con chi ho di fronte quanto alcune scelte siano specificamente sue e che non dovrebbe averne paura. Spesso le persone che si rivolgono a noi psicologi hanno paura che possano essere diagnosticate come a-normali, squinternate e che le loro scelte di vita non siano sane. Cerco di osservare in cosa le scelte di vita dell’altro siano dettate da quelli che sono i desideri della persona oppure se sono dettati da bisogni di conformismo. La persona è libera di fare determinate scelte? O si comporta così perché quello è il comportamento che gli altri si aspettano da lei? E, se non è libera, è consapevole di essere all’interno di una gabbia che in qualche modo lo costringe a sembrare ciò che non sente di essere? Ed è consapevole di quanto le costi questa scelta? Queste sono, nel mio lavoro, le domande che mi faccio. Non se sia normale.

Secondo te cosa si nasconde dietro al bisogno di sentirsi normali e perché l’anormalità fa tanta paura?

Credo che dietro si celi la paura. L’idea di essere normali è molto rassicurante perché fa sentire le persone a posto, le colloca nell’alveo della maggioranza, nel gruppo più numeroso. Ognuno cerca di coltivare allora l’illusione di essere uguale agli altri per non staccarsene, e questo è molto protettivo perché costringe a non fare i conti con la propria individualità, termine che spesso viene confuso con solitudine. Data questa confusione, e la paura di essere soli, le persone fanno e accettano di tutto pur di non essere o sentirsi escluse. Questo, come dicevo, porta anche a tradirsi, a nascondere parti di sé che si sentono non accettate socialmente o riprovate dagli altri. Questa contrapposizione tra come si È e come ci si DEVE mostrare alla lunga è molto dispendiosa e può sfociare in una serie di disturbi, di inconvenienti che possono sfociare nella vera e propria patologia. Si chiude una sorta di circolo nel modo più paradossale possibile: finiamo con l’ammalarci proprio per la paura di non essere sani!.

Credi che sia possibile essere normali ed essere se stessi?

Non solo lo credo, ma credo anche che debba essere la meta. Penso sia possibile essere normali ed essere se stessi. Anzi, credo proprio che sia un obiettivo quello di poter essere considerati normali ed essere considerati se stessi, cioè unici e non omologati.

È possibile ma non credo sia facile. La scelta di essere se stessi è una scelta che, in una società nella quale vince il conformismo e le spinte in quella direzione, può provocare delle sofferenze. Questo mi porta a pensare che per essere se stessi sia necessario essere supportati, essere aiutati a capire le potenzialità insite nel nostro essere normalmente diversi dagli altri. È nella diversità, non nel conformismo, che emergono le spinte al cambiamento, all’evoluzione.

Credi che l’amore possa essere normale?

L’amore è la dimensione dell’uomo nel quale l’essere normale ha, forse, meno senso. Data la sua scelta esclusivamente personale, non ha senso, credo parlare di normalità o anormalità,  fatto salvo, ovviamente, il rispetto per l’altro. Invece dobbiamo scontrarci ogni giorno con ‘esperti’ che pretendono di tracciare una demarcazioni tra ciò che in amore è normale e ciò che invece non lo è. L’amore è uno dei contesti più anormali e potenzialmente rivoluzionari nella vita ed è per questo che, e non è un caso, la spinta normalizzatrice è stata più forte durante tutta la storia dell’uomo con giustificazioni religiose, dogmi sociali, riprovazione  e così via. E sono, questi, aspetti che hanno pesato e che tuttora gravano tanto nelle scelte di vita delle persone.

Abbiamo parlato di normalità in termini teorici e riferendoci al nostro lavoro. Vorrei terminare questa intervista con una domanda più personale…tu ritieni di essere normale?

Come detto, il mio desiderio sarebbe rendere consapevole la persona che mi si siede davanti di quanto la sua paura di essere anormale sia la paura di essere unica. Credo che debba essere questa la nuova normalità: accettare l’unicità dell’altro. In questo senso sono normale: coltivo la mia singolarità, le cose che mi caratterizzano, quelle che mi spaventano, tutte quelle cose che,  combinate assieme fanno di me stesso una persona unica. Naturalmente neanche per me è, o è stato, facile. Darci ascolto, apprezzarci, accoglierci, è una scelta semplice quando parliamo di caratteristiche socialmente accettate o riconosciute mentre è molto impegnativa per scelte che non sono accettate socialmente. Per esempio io sono molto sensibile. Non è considerato normale per un uomo essere molto sensibile. Se questo aspetto di me mi ha fatto soffrire (perché devo essere così? Perché questo provoca un ‘richiamo’ sociale?), è forse grazie all’accettazione di questo aspetto, individuato ed accolto, che oggi sono qua ad esercitare il mestiere che ho sempre pensato di fare.

Tornando alla domanda: sono normale? Non so. Forse sto iniziando a scegliere di essere unico.

Fabrizio Boninu

psicologo, psicoterapeuta, blogger

Lo Psicologo Virtuale

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Ago 18 2012

IO?… NON FACCIO FIGLI!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La decisione di non fare figli è una scelta guardata con sospetto.

La genitorialità è considerata da molti la conseguenza (quasi) inevitabile di una relazione duratura.

Alcune persone, però, s’interrogano sull’opportunità di avere dei bambini, e non sempre scelgono di metterli al mondo.

La maternità e la paternità sono esperienze importanti, intense e coinvolgenti.

Un figlio è un’occasione per amare.

Ma non è l’unica.

E l’amore si può esprimere in tante forme.

Andiamo verso una società che rompe i confini rigidi della famiglia per allargare le maglie del voler bene a nuove parentele non più limitate dal vincolo della consanguineità.

Ci sono altre possibilità di donare l’amore e modi diversi per trasmettere la propria carica affettiva.

Un tempo la scelta della procreazione era basata sul bisogno di avere una discendenza, qualcuno che portasse avanti ciò che era stato costruito, da una generazione all’altra, con sacrifici, pazienza e fatica.

Da allora a oggi lo stile di vita è profondamente cambiato.

Non ci sono più tanti beni di famiglia da tramandare e la necessità di trasmettere i propri valori si è trasformata.

Abbiamo imparato a convivere con la nostra fragilità e ad accettare i limiti e le incertezze della vita quotidiana.

Siamo diventati consapevoli che il dono della vita è un dono che ognuno gestisce a modo suo, esprimendo la propria unicità nelle circostanze che si trova ad affrontare di momento in momento.

Un dono che… non sempre siamo in grado di donare.

Accettare di non poter assumere su di sé l’impegno e il carico di doveri che la maternità o la paternità comportano, è un gesto d’amore e di rispetto verso la vita e verso se stessi.

I figli hanno bisogno di tempo, attaccamento, tenerezza, comprensione e dedizione (quasi) totale.

La loro nascita sconvolge radicalmente le abitudini dei genitori che devono rinunciare a tante cose per farli crescere sereni.

Privarsi del proprio tempo, del proprio spazio, delle proprie risorse economiche, del proprio stile di vita… non sempre è possibile.

E non sempre è giusto.

Dimenticare se stessi per aiutare un’altra vita a crescere è un gesto d’amore incommensurabile ma i genitori perdono la propria autonomia e, a volte, deprivano se stessi anche dell’entusiasmo e della voglia di vivere.

In questo nostro mondo malato, sempre più spesso, purtroppo, la genitorialità responsabile trasforma le persone in macchine per produrre denaro (il denaro necessario a tirar su la famiglia) privandole di ogni piacere, compreso il piacere di dedicarsi ai propri bambini.

Il costo di queste rinunce può diventare un prezzo troppo alto da pagare.

Un prezzo che nessun figlio vorrebbe chiedere ai suoi genitori!

L’amore sa trovare tanti modi per esprimersi e la condivisione e l’affetto a volte imboccano strade nuove.

Altrettanto belle.

Altrettanto importanti.

Altrettanto amorevoli.

Ci sono figli che non hanno lo stesso DNA dei genitori.

Ci sono figli che non hanno lo stesso cognome dei genitori.

Ci sono figli che non hanno nessun riconoscimento legale o biologico.

Ci sono figli che permettono all’amore di esprimersi fuori da qualunque etichetta, aspettativa, categoria o attestato sociale.

Ci sono figli che non sono figli ma strade del cuore…


“IO?… NON FACCIO FIGLI!”


Alessandra convive con Luca da più di dieci anni. Il loro è un rapporto profondo fatto di comprensione e di complicità.

Alessandra proviene da una famiglia numerosa.

I suoi genitori non hanno mai smesso di litigare e lei, che è la più grande, si è dovuta occupare tante volte dei suoi fratelli.

Ha imparato da bambina a mediare nelle discussioni e a fare in modo che le guerre si trasformassero in momenti di chiarimento e di conoscenza reciproca.

Oggi che è diventa adulta, è un piacere per chiunque avere a che fare con lei.

In ufficio tutti le vogliono bene e i colleghi, ma anche gli amici e i parenti, spesso le chiedono consiglio.

Alessandra ha sempre una parola per tutti e per ognuno è pronta a sacrificare il suo tempo e le sue risorse.

“Ho scelto di non avere bambini” racconta “perché un figlio è un impegno troppo grande in un mondo pieno di pretese come quello in cui viviamo. Non saprei cosa dirgli delle ingiustizie e della violenza che abbiamo intorno. Non saprei come proteggerlo né come lasciarlo libero. Ma soprattutto non saprei dare risposte alla domanda “Perché si vive?” o “Perché si muore?”. I figli non ci chiedono di nascere, siamo noi che scegliamo per loro. Non mi sento di prendere una decisione irrevocabile (come quella di dare la vita) sulla pelle di qualcuno che non me lo ha chiesto e a cui non potrei mai garantire la serenità al cento per cento.”

*  *  *

Francesco fa lo psicoterapeuta.

Ogni giorno vede tanta gente.

Ogni giorno si cala nei problemi degli altri dimenticando se stesso per molte ore.

La sua giornata è organizzata sui ritmi del lavoro.

“A volte, quando finisco di lavorare, non so nemmeno più se ho fame o sonno. Lavoro quando gli altri non lavorano, per dar modo a tutti di ricevere l’aiuto di cui hanno bisogno. Quando sono libero, spesso sto da solo. Un po’ perché sento la necessità di concentrarmi su me stesso e un po’ perché in quegli orari mia moglie e i miei amici sono in ufficio. Ho cercato di organizzare le giornate con tempi più normali e più comodi per me (e per il matrimonio) ma questo ha comportato una diminuzione della disponibilità (e tante proteste), così, per venire incontro a tutti, pian piano ho finito col ripristinare gli orari di sempre. Spesso penso di essermi sposato con il lavoro. Certo, mi piacerebbe avere dei bambini ma sento che non potrei occuparmi di loro nel modo giusto. Ho tanti figli sparsi per il mondo. Hanno il mio amore, la mia dedizione e la mia attenzione costante, anche se non portano il mio cognome e non hanno il mio DNA.”

*  *  *

Nadia ha il cuore troppo tenero e quando incontra un animale in difficoltà, sente il dovere di intervenire.

Ha salvato tanti cani e gatti investiti, ha allevato tanti passerotti caduti dal nido, ha liberato nel fiume le anguille ancora vive che le avevano regalato per cena, ha accolto in casa l’alano confinato sul balcone, ha costruito un carrellino per il cucciolo senza zampe, ha fabbricato un’enorme voliera per la cornacchia con l’ala spezzata… l’elenco potrebbe continuare all’infinito perché Nadia ha il cuore tanto grande da accogliere il dolore di tutti quelli che soffrono.

Nadia sa leggere nello sguardo di ogni essere e non è capace di restare indifferente.

La sua casa si trasforma spesso in un ospedale d’emergenza ma non basta per tutti e da molti anni, ormai, lei si occupa di assistenza a tempo (quasi) pieno nella clinica veterinaria di un amico.

Qui ha trovato il modo e lo spazio per soccorrere quelle creature che non hanno diritto a cure e attenzioni da parte di nessuno.

E qui trascorre tutti i momenti liberi dal suo lavoro d’insegnante.

“Fare figli?!” esclama incredula e divertita “Si, certo, i bambini mi piacciono moltissimo! Ma per me gli animali sono come bambini. Bambini che, spesso, nessuno vede e nessuno vuole. Bambini che non hanno diritto a nessuna assistenza. Mi sembra ingiusto dedicare il mio tempo a un cucciolo che ancora non c’è e abbandonare al loro destino quelli che ci sono già. Il cuore non fa differenza tra un figlio nato da me e i figli di altre mamme, anche di razze diverse. Preferisco lasciare il compito di fare i bambini a qualcun altro, io ho già tanti bambini così. Bambini che non crescono, che non parlano e che non vanno a scuola. Bambini che hanno bisogno di me perché non c’è tanta gente che ha voglia e tempo di occuparsi di loro. Gli animali non hanno valore, non hanno soldi e non hanno diritti, non li vuole nessuno e nessuno li vede ma io non posso ignorarli, non ci riesco. Sono fatta così. Ho scelto di non fare figli perché di figli ne ho fin troppi!

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Ago 13 2012

“DOTTORE… COS’E’ LA NORMALITA’?” risponde il dr. Enrico Maria Secci

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ciao Enrico, potresti spiegare in parole semplici che cos’è per te la normalità?

Come psicoterapeuta, la normalità non mi interessa, mi appassiono invece alla soggettività e alle meravigliose potenzialità di ogni persona, potenzialità che proprio un concetto così barbaro e vuoto come la “normalità” riesce ad adombrare sino all’apice della sofferenza mentale.
Per fortuna, ho imparato molto presto che non esiste nulla di simile alla normalità e mi sono messo a ragionare, piuttosto, in termini di “soggettività funzionali”, abbandonando categorie dicotomiche che non soltanto non descrivono affatto la realtà ma la rendono veramente labirintica e infelice. Naturalmente, non è solo un mio pensiero. Da molto tempo, come sai, le scienze umane hanno abbandonato il concetto di normalità in senso assoluto per studiare la soggettività e stabilire che, sul piano clinico e, più in generale, sul piano dell’esistenza umana, le varianti dell’equilibrio personale e interpersonale sono tali e tante da rendere inservibile un costrutto di “normalità generale”. Ad esclusione di patologie gravi, che precludono il benessere dell’individuo e quello delle persone che lo circondano, la normalità è una pretesa intellettuale e un paradosso moralistico.

E non è neppure un dato statistico! Infatti, se parliamo statisticamente, gli “anormali” sono proprio coloro che stanno bene con se stessi, le persone che vivono equilibrate e serene, che amano e sono capaci di farsi amare, quelle che affermano se stesse nel rispetto della propria soggettività … casi veramente eccezionali in una società in cui la normalità è la preoccupazione dei mediocri, un’ossessione che, purtroppo, ha molto seguito…

Nel corso del tuo lavoro capita che le persone chiedano di essere aiutate a essere normali?

Devo dire che l’unica volta in cui mi è capitato si è trattato di una donna devastata dall’”anormalità” della figlia: aveva scoperto che era omosessuale. La figlia era in realtà “a-normalissima”, una ragazza determinata a vivere la propria soggettiva in totale contrasto con le pressioni, ataviche, ricevute da una famiglia rigida e solo formalmente affettiva, in realtà gelida e gravemente normativa … Ed è finita che la signora ha accettato di farsi seguire. Era una persona schiacciata dal conformismo e traumatizzata da una storia personale complessa che aveva “risolto” facendo tutto quello che gli altri intorno a lei ritenevano “normale”. La psicoterapia l’ha aiutata enormemente, soprattutto l’ha supportata nel ritrovare l’amore per se stessa, che, alla fine dei conti è il vero problema dei “normali”. Ma di questo magari parlo dopo …

Quando incontri un paziente per la prima volta, valuti se è normale oppure cosa osservi?

Una cosa che osservo è il grado di conformismo sociale, che, per me, è espressione di molte cose che non vanno. Guardo molto gli occhi, cerco lo sguardo. Quando sono “normali”, hanno gli occhi come quelle bambole di pezza, come quei giocattoli che hanno dei bottoni cuciti al posto degli occhi. E, se succede, prendo subito le forbicine da sarto e, molto delicatamente, cerco gradatamente di liberare la soggettività che c’è dietro. Già questo è terapeutico per i pazienti: sentirsi liberati dalle protesi psicologiche che hanno indossato per adeguarsi a un contesto che ha frustrato i loro bisogni affettivi, sentirsi accettati e benvoluti per quello che sono e non per ciò che “dovrebbero essere”.

Secondo te cosa si nasconde dietro al bisogno di sentirsi normali e perché l’anormalità fa tanta paura?

Dietro il bisogno di sentirsi normali si cela un’immensa fragilità. Dietro la faticosa e inutile ascesa verso la “normalità” ci sono sempre un bambino o una bambina non amati.

C’è la storia angusta e cupa, “normale” purtroppo, di individui che hanno dovuto adattarsi alla pretese degli altri a partire dai propri genitori, per ricevere un “amore condizionato” che li ha intossicati e ha inquinato la loro vita da adulti. Provo sempre molta empatia per questa parte delle persone che seguo e rispetto il loro conflitto. L’”anormalità” gli fa paura perché affermare la loro soggettività è sempre stato sinonimo di silenzi gelidi, di intransigenze genitoriali, è sempre stata la fonte di una frustrazione immensa, per loro, per essere liberi: hanno interiorizzato il messaggio inconscio che se fossero stati “se stessi” avrebbero perduto tutto e ricevuto punizioni enormi. E, nella storia di gran parte delle persone con cui ho lavorato e con cui lavoro, i modelli d’amore disfunzionali che hanno incorporato come “validi” non hanno fatto altro che confermare che la “normalità” fosse l’unica strada da percorrere nonostante, l’ansia, il panico, la bulimia e molto altro …

Credi che sia possibile essere normali ed essere se stessi?

Quando “normalità” vorrà dire essere persone profondamente rispettose della propria soggettività e di quella altrui, sì, penserei che essere normali ed essere “se stessi” sia una fulgida, desiderabile combinazione. Ma, ora come ora, la normalità è solo uno scudo di cartapesta brandito da burattini fragilissimi … la cosa più triste è che il terreno della “normalità” è così arido che le persone, affamate e assetate, finiscono per farsi la guerra, si arrabbiano tra loro, si fanno la guerra, si contendono quell’inutile francobollo dove c’è scritto “IO SONO NORMALE e TU NO” per poi capitolare in vite tristi, percosse da segreti e da sintomi neri. Mi rattrista un po’ parlarne e mi fermo qui.

Credi che l’amore possa essere normale?

L’amore non è affatto “normale”, per me l’amore è quella condizione eccezionale che si crea tra persone autenticamente in contatto con i propri bisogni affettivi e che sono in grado di appagare quelli dell’altro e di comunicare apertamente le proprie necessità. Quando si pretende di inquadrarlo, di relegarlo a ruoli o schemi predefiniti, l’amore degenera. Ne parlo nel mio ultimo libro, che si intitola non a caso Gli uomini amano poco ” – Amore, coppia, dipendenza. A questo proposito, rimando al mio blog, o alla vetrina dell’Editore.

Abbiamo parlato di normalità in termini teorici e riferendoci al nostro lavoro. Vorrei terminare questa intervista con una domanda più personale … tu ritieni di essere normale?

Sono felicemente anormale, sono proprio uno “fuori”! (sto ridendo). A-normalissimo! (rido ancora). Chi mi conosce personalmente ha imparato a vedere i miei cambiamenti, l’impegno e l’amore che metto in tutto ciò che faccio e che dedico a chi mi incontra. Lo faccio con serenità, ma anche con fermezza. Ho alle spalle, come tutti gli psicoterapeuti seri, una lunga terapia personale didattica e ho passato oltre un terzo della mia vita a studiare la felicità, non solo le dinamiche dell’infelicità e della malattia. E’ una strada affascinante e richiede perseveranza. Dunque, torno alla domanda, per me è “normale” essere felice, rispettare me stesso, vivere a pieno la mia soggettività, ricambiare tutto ciò che ricevo, imparare a lasciarmi amare (ci sto lavorando) e non accetto nulla al di sotto di questo standard. Questa è la mia normalità.
Compresi gli aspetti personali, coltivo una certezza incrollabile: chi fa il nostro lavoro di psicoterapeuti deve essere una persona serena, ricca, capace di scegliere; qualcuno che rappresenti una possibilità, un esempio di benessere soggettivo e del superamento dei limiti imposti dalle “normalità patologiche” che si avventano su di noi sin da piccoli, e che abbiamo, da grandi, la responsabilità di contrastare e di trasformare in un’occasione di gioia. Insomma, penso che gli psicoterapeuti e, in generale, tutti gli intellettuali, debbano distinguersi come esempi sani e prolifici di soggettività funzionali. E se la chiamano anormalità, va bene lo stesso. Perché fa audience.

Enrico Maria Secci 

psicologo   psicoterapeuta   scrittore   blogger 

Blog Therapy

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Ago 10 2012

NORMALITA’… la parola agli esperti!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Normale e anormale sono parole usate e abusate, riferite a parametri di giudizio che, spesso, esistono soltanto nei nostri pensieri.

In genere, la normalità ci rassicura e ci fa sentire a casa mentre l’anormalità evoca scenari inquietanti e mostruosi, che tengono in tensione e fanno paura.

Capita spesso di affermare con sicurezza cosa è normale e cosa non lo è, e capita anche, in nome della normalità, di omologarci agli standard condivisi, per evitare la sgradevole sensazione di essere giudicati anormali.

La normalità, infatti, ottiene riconoscimento, accettazione, approvazione, simpatia e affetto dalla maggior parte delle persone.

Al contrario, l’anormalità porta con sé critiche, derisione, rifiuto, emarginazione, abbandono e solitudine.

La sensazione di essere normali o anormali si ripercuote, perciò, sulla salute mentale e sul benessere interiore e spesso una presunta normalità spadroneggia nella psiche a discapito della creatività, del cambiamento e della crescita psicologica.

Come esseri umani, abbiamo bisogno sia di appartenenza che di unicità.

Cioè, per sentirci bene dobbiamo avere amore e riconoscimento da parte degli altri e dobbiamo poter esprimere la nostra originalità.

Io non sono normale: IO AMO è un’affermazione provocatoria, una dichiarazione d’indipendenza fatta alla normalità per sostenere l’espressione dell’amore e della creatività. 

Il cuore e la creatività, infatti, seguono regole diverse da quelle della mente e della logica, e questa diversità finisce per ricevere spesso l’etichetta di anormalità, spingendoci a rinunciare ai sentimenti e alla fantasia e imprigionandoci dentro una vita arida e poco significativa.

Succede che la prevedibilità della normalità vada in conflitto con l’imprevedibilità dei sentimenti e del pensiero creativo causando malessere e sofferenza.

Normalità e anormalità sono due opposti, molto discussi e controversi, capaci di condizionare i comportamenti, i pensieri e le scelte di ciascuno di noi.

Gli psicologi si ritrovano spesso a dover fare i conti con ciò che viene considerato normale o anormale  dalle norme sociali, dai pregiudizi del buon senso comune e da chi si rivolge loro chiedendo aiuto.

Perciò, cari lettori, amici e curiosi di questo blog, ho pensato di invitare alcuni colleghi (psicologi, psicoterapeuti e blogger di Tiscali Blog) a sedersi sulla poltrona virtuale di “io non sono normale: IO AMO” e a rispondere a sette domande sulla normalità.

E’ emerso un quadro molto articolato che, partendo dal concetto di normalità, si è esteso all’ascolto dell’unicità e della profondità di ogni persona.

Nei prossimi post, il dr. Enrico Maria Secci (blogger di Blog Therapy), il dr. Fabrizio Boninu (blogger di Lo Psicologo Virtuale), la dott.ssa Maria Grazia Rubanu, (blogger di Giovani e alcole la dott.ssa Caterina Steri (blogger di Gocce di Psicoterapia) ci parleranno di normalità e anormalità, raccontandoci il proprio punto di vista.

Pubblicherò le loro interviste nei prossimi post.

Buona lettura!!

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Ago 05 2012

TELEPATIA

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La telepatia, o trasmissione del pensiero, è la capacità di comunicare senza bisogno di usare le parole.

Poiché nella comunicazione telepatica non si adoperano i sensi fisici, la telepatia è considerata un evento paranormale e, quando si manifesta spontaneamente, spesso non viene riconosciuta.

Nella nostra quotidianità, però, è un fenomeno molto normale e tutti quanti la utilizziamo comunemente, anche se non ne siamo consapevoli.

  • Usiamo la telepatia quando sappiamo qualcosa prima che ci sia detta a parole.

  • Usiamo la telepatia quando interpretiamo i sentimenti degli altri.

  • Usiamo la telepatia quando sentiamo di non poterci fidare di qualcuno nonostante le sue buone maniere (oppure di poterci fidare nonostante le circostanze sfavorevoli).

  • Usiamo la telepatia quando intuiamo le risposte a domande su temi per noi ancora sconosciuti.

  • Usiamo la telepatia quando diamo credito al nostro sesto senso.

La telepatia è la prima forma di comunicazione che gli esseri umani sperimentano alla nascita.

Nel ventre materno, tra mamma e bambino si stabilisce una profonda intesa.

Dopo il parto, questo dialogo impalpabile continua a esistere e permette alla madre di conoscere i bisogni del suo piccolo e di accudirlo efficacemente.

In termini tecnici, la trasmissione telepatica che avviene tra madre e figlio durante il primo periodo della vita, è chiamata: preoccupazione materna primaria e gli psicologi la ritengono indispensabile per la sopravvivenza dei cuccioli.

Con la crescita, gli esseri umani si abituano a usare il linguaggio e le capacità telepatiche pian piano vengono dimenticate.

Madri e figli, però, hanno spesso fenomeni di trasmissione del pensiero perché, anche se inutilizzata, la telepatia è una potenzialità che non si estingue e che si manifesta spontaneamente durante le emergenze della vita.

Tutti gli animali, invece, usano la telepatia come forma di comunicazione, sia tra membri della stessa specie che fra specie diverse.

Lo studioso di cavalli, Henry Blake, ha dimostrato come la comunicazione tra questi animali avvenga soprattutto mediante la telepatia.

Le sue ricerche sono illustrate nel libro – Parliamo con il cavallo – che oggi è diventato un best seller conosciuto in tutto il mondo.

A conferma dei suoi studi, Henry era capace di cavalcare restandosene muto e con le braccia conserte, senza utilizzare briglie, frustino o speroni, e di arrivare a destinazione soltanto trasmettendo mentalmente al suo cavallo le immagini della strada che intendeva percorrere.

Anche Rupert Sheldrake ha studiato approfonditamente la comunicazione telepatica.

Nel libro: – I poteri straordinari degli animali – dimostra come gli animali, grazie all’uso spontaneo della telepatia, riescano a sapere con precisione cose che altrimenti non potrebbero conoscere.

L’animale uomo, però, ritiene che il linguaggio sia l’unica forma di comunicazione, lo spartiacque tra l’intelligenza, la civiltà, la coscienza e l’ottusa stupidità animale fatta principalmente d’incoscienza.

E, su questi presupposti, legittima a se stesso il diritto di usare qualunque altra forma di vita che, proprio perché priva di linguaggio, considera anche priva di diritti.

Nella nostra cultura, non è possibile ammettere l’esistenza della telepatia senza scardinare il pensiero specista e prevaricatore su cui abbiamo fondato la società.

Per noi uomini, infatti, è ancora impossibile ammettere che anche gli animali parlino e utilizzino una modalità comunicativa altrettanto valida della nostra.

Questo pregiudizio ci porta a negare la telepatia.

Così, in genere, chi vive episodi di trasmissione del pensiero tende a non riconoscerli e a giustificare con l’utilizzo dei cinque sensi le informazioni ottenute telepaticamente.

Ammettere l’esistenza della telepatia come forma abituale di comunicazione, significherebbe riconoscere implicitamente anche la prepotenza e la violenza del nostro stile di vita. E questo per molti è ancora troppo doloroso da accettare.

Abbiamo sotto gli occhi tanti esempi di telepatia, sia tra noi esseri umani che con i nostri animali, ma non li riconosciamo e preferiamo convincerci che ci sia sempre una giustificazione fisica dietro allo svolgersi degli eventi.

Se il nostro cagnolino scodinzola e ci aspetta davanti alla porta, mentre ancora stiamo percorrendo la strada di casa, preferiamo credere che abbia sentito il rumore dell’auto o dei nostri passi, piuttosto che notare le sue capacita telepatiche.

Eppure chiunque abbia un cane sa benissimo che solo pensare al bagnetto o al veterinario, fa correre il nostro cucciolo peloso a nascondersi sotto il letto.

Mentre basta decidere di andare a spasso, per trovarlo scodinzolante e felice davanti al guinzaglio.

E questo avviene anche quando ce ne stiamo in silenzio con i nostri pensieri, senza proferire parola e senza compiere alcun gesto.

E’ sufficiente soltanto immaginare il bagnetto, il veterinario o la passeggiata, per suscitare nel nostro amico a quattro zampe il comportamento conseguente.

Provare per credere!

Interagire con gli animali è un’ottima palestra per esercitare la telepatia.

Infatti, gli animali comunicano telepaticamente trasmettendo immagini.

Leggono le nostre immagini mentali e ci inviano le loro.

Naturalmente, per noi creature umane civilizzate è difficile avere immagini vivide e pregnanti perché, spesso, le parole occupano tutto lo spazio dei nostri pensieri.

Chi possiede una personalità creativa, però, di solito ha un buon contatto con le immagini interiori ed è spontaneamente portato alla telepatia (in genere queste persone piacciono ai bambini e agli animali).

Quando riusciamo a superare la presunzione di essere l’unica razza dotata d’intelligenza e ci rapportiamo agli altri esseri viventi con un atteggiamento diverso, possiamo provare a comprendere il loro modo di comunicare aprendo la mente alle immagini che trasmettono.

Naturalmente, per sperimentare la comunicazione animale, bisogna essere disposti ad abbandonare i nostri codici almeno per qualche tempo.

Ci vogliono pazienza ed esercizio per usare la telepatia intenzionalmente e in modo efficace, è come imparare a parlare una lingua diversa.

Scoprire queste potenzialità permette di riappropriarsi di una forma di comunicazione, essenziale e diretta, fatta di emozioni e di sensazioni, in contatto con le verità del cuore più che con le logiche della mente.

La telepatia è un modo di essere e di sentire la vita che crescendo abbiamo dimenticato, ma che appartiene a tutti e che tutti possiamo decidere di utilizzare.

La comunicazione telepatica, però, risponde prevalentemente a determinati requisiti. Primo fra tutti: la relazione.

Come spiegano Henry Blake e Rupert Sheldrake: per avere un’efficace trasmissione del pensiero bisogna che ci sia un legame.

Più intensa e più grande è l’unione tra due esseri, maggiore sarà anche la loro comunicazione telepatica.

La telepatia, dunque, è il linguaggio del cuore.

Parlarsi senza usare le parole rappresenta una possibilità dell’amore e avviene più facilmente quando si è dentro un rapporto affettivo, significativo e profondo.

L’amore esprime l’anima di ciascuno. 

E per questo non c’è bisogno del linguaggio.

Basta soltanto essere in comunione, per attingere a quella fonte di conoscenza immediata ed essenziale che chiamiamo: telepatia.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Vuoi saperne di più? Clicca sulla parola: paranormale

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