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Set 29 2012

TUTTA COLPA DEI MIEI GENITORI!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“Sono stati i miei genitori! Sono loro che mi hanno educato così! È colpa loro se adesso io sono fatto in questo modo! E’ colpa loro se la mia vita fa schifo! E’ colpa loro! E’ colpa loro! E’ colpa loro! ”

Si. E’ vero.

I genitori hanno la responsabilità dei figli e della qualità della vita che trasmettono.

Mettendo al mondo un bambino dovrebbero essere pronti a dargli tutto il necessario per crescere e per vivere felice, aiutandolo a diventare un adulto realizzato, soddisfatto della propria esistenza.

Invece, purtroppo, non è mai così.

I genitori sono dei bambini cresciuti, ancora in cerca di quell’amore incondizionato tanto desiderato quando erano piccoli e mai raggiunto.

Un amore totale e senza giudizio.

Lo stesso che vedono riflesso in fondo agli occhi dei propri figli.

E’ così che la catena delle deprivazioni affettive perpetua se stessa, passando la staffetta della mancanza da una generazione a quella successiva.

Il bisogno di ricevere una dedizione senza riserve, fiduciosa e acritica, è una molla potente che, inconsciamente, spinge a desiderare un figlio.

Un neonato è una creatura indifesa, bisognosa di affetto e di cure, pronto a donare tutta la sua incondizionata dipendenza e tutta la sua incondizionata devozione agli adulti che si prendono cura di lui e che istintivamente considera simili a Dio.

Avere un bambino ci fa diventare improvvisamente potenti, infallibili, responsabili, maturi.

A prescindere dall’età, ci traghetta di colpo nel mondo degli adulti e dei forti.

Ma spesso la maturità affettiva non corrisponde affatto alla maturità sessuale.

Così, può bastare un po’ d’incoscienza, un gioco, un entusiasmo di troppo… ed ecco arrivare un piccolo essere umano, inerme e bisognoso di attenzioni, capace di trasportarci automaticamente dalla parte di chi sa tutto.

Anche se tutto non sappiamo.

Anche quando alla nostra età cronologica o alla nostra maturità interiore non corrisponde la capacità di allevare un cucciolo d’uomo.

Eppure… quell’essere grandi, sancito dalla natura, agisce potentemente sull’autostima.

La possibilità di dedicarsi a un bimbo consente finalmente alla nostra parte infantile di vivere indirettamente l’affetto che le è mancato, proiettandolo sul figlio appena avuto.

Nascono così molte incomprensioni tra genitori e figli.

“Avessi avuto io le opportunità che hai tu!”

Esclamano con amarezza e disapprovazione tante mamme e tanti papà, davanti alle scelte e alle recriminazioni della propria prole.

Scelte e recriminazioni che loro non si sarebbero mai sognati di fare!

I loro figli, invece, si rivelano diversi dalle aspettative e manifestano una arroganza e una presunzione… incomprensibili!

Come genitori ci sforziamo di dare ai nostri cuccioli le cose che non abbiamo avuto e che ci sono mancate, ciò in cui crediamo, quella che ci sembra una giusta educazione.

Ma, naturalmente, i figli che nascono e vivono in condizioni differenti da quelle della nostra infanzia (proprio grazie alle nostre diverse impostazioni educative) ci accusano di altre mancanze e di altre difficoltà, che a loro volta cercheranno di evitare ai propri figli, in un continuo tentativo di migliorare le condizioni di vita.

Il genitore perfetto, però, non può esistere.

Perché le contrarietà e le frustrazioni fanno parte della vita.

Sono… la vita.

Vivere è trasformare quelle contrarietà e quelle frustrazioni, rendendole un’occasione di crescita e di realizzazione.

Il solo fatto di essere al mondo è già di per sé una difficoltà.

Dover gestire un cuore e una mente, che funzionano in modi diversi, è un’altra difficoltà.

Condividere se stessi con gli altri, è una difficoltà ancora.

Le difficoltà sono inscindibilmente intrecciate alla vita e prescindono dalla tenerezza o dall’immaturità di chi ci ha messo al mondo.

Certo, un ambiente ricco di empatia e di comprensione, tollerante e disponibile è un meraviglioso aiuto.

Ma non potrà esorcizzare la sofferenza.

E i genitori, per quanto amorevoli e pronti al sacrificio, non riusciranno mai a evitare le delusioni, i fallimenti e gli insuccessi ai loro figli.

L’ingenuità ci spinge a credere che possa esistere qualcuno così forte e così capace, da prenderci per mano e guidarci fuori dalle difficoltà.

I genitori, però, non saranno mai tutto questo.

Non possono essere più bravi dei figli.

Mamma e papà nascono prima di noi e, osservandone gli errori, impariamo a far meglio di loro e diventiamo migliori.

Nel mettere al mondo una nuova vita, è importante avere la consapevolezza che, insieme alla vita, doneremo ai nostri figli anche sofferenza e fallimenti.

Inevitabilmente.

La vita è trasformare in saggezza lo fatica di esistere, fino a rendere ogni esperienza un’occasione ricca di significato.

Questo passaggio si compie attraversando le difficoltà, sbagliando e imparando.

I genitori convinti di sapere come si fa a fare i genitori… hanno la colpa di credersi così autorevoli da evitare gli sbagli ai propri figli!

(E proprio di questa certezza li accusano i figli)

Mamma e papà ci hanno dato la vita.

Non hanno la possibilità di renderla un’esperienza degna di essere vissuta.

Nessun figlio riceve in dono un’esistenza senza spine.

Vita… è la nostra capacità di trasformare le spine in esperienza e l’esperienza in ricchezza interiore.

Solo così il dolore lascia spazio all’amore.

E l’esistenza acquista il suo profondo significato.

Carla Sale Musio

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Set 24 2012

OSPEDALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Una domenica di inizio estate vengo ricoverata in ospedale per una sospetta malattia infettiva.

In principio mi trattano da ipocondriaca, facendomi sentire una “malata immaginaria” che ingigantisce sintomi banali, ma dopo qualche accertamento la mia situazione precipita.

Passo improvvisamente dall’accusa di millantato credito all’accusa di persona pericolosa per la società.

Mi viene imposto l’uso di una mascherina e rivolte strane domande:

“Frequento badanti?”

“Frequento posti pericolosi?”.

Non riesco a capire il perché di queste domande e soprattutto cosa intendano per posti pericolosi! 

L’assenza di spiegazioni e il tono allarmato dei medici mi preoccupa.

Alla fine spunta fuori il nome di una malattia che riporta alla memoria sfortunate eroine…

Vengo quindi brutalmente caricata dentro una camionetta (leggi autoambulanza) e deportata in un altro ospedale. Non me ne capacito!

In ospedale rimarrò per 18 lunghi giorni e per reagire alla paura ho trovato catartico scrivere!

Appunti in libertà, scritti di getto e senza alcun ordine, una sorta di terapia per vincere il senso di sconforto…


APPUNTI DAL LETTO N°29


Organizzarsi la giornata

Superata la fase 1 del “Non me ne capacito” ho deciso di passare alla fase 2 “Organizzazione”.

La prima regola di sopravvivenza in ospedale  consiste nell’organizzarsi la giornata in modo da non farsi annullare dal lento scorrere delle ore. Una parte della giornata è organizzata dalla struttura ma una buona parte è libera.  Riuscire a dargli una mia impronta mi ha aiutato a non sentirmi reclusa e nullafacente, consentendomi invece di dedicare del tempo prezioso al mio corpo, alla mia mente e al mio animo. 

Parte  preorganizzata dall’ospedale:

Sveglia alle 6,00 del mattino per misurare la temperatura!

Devo ricordarmi di chiedere perché si misura proprio alle 6. Ha una valenza medica, è una questione organizzativa o si tratta di una semplice violenza psicologica?

Non riuscendo a sciogliere il dilemma cerco di continuare a dormire, dopo tutto la giornata è lunga e oggi non ho molti impegni! Non sono una dormigliona ma questo è il momento in cui riesco a riposare bene.

Il sonno viene nuovamente interrotto dalla seconda apparizione degli infermieri per la somministrazione della terapia, a questo punto anche il dormiglione più tenace si arrenderebbe!

Prima di iniziare le attività dedico un paio di minuti al “Ringraziamento.

Il Ringraziamento è una  preghiera interiore-mantra,  composta durante l’attesa del mio bambino  che  continuo ancora a utilizzare quotidianamente, dove ringrazio e chiedo protezione all’Universo (Gesù,Buddha e tutti i maestri spirituali).

Termina con un sorriso, che certi giorni può essere un pochino tirato. Non importa, domani sarà migliore.

Coraggio, in piedi, inizia la giornata.

Scelta del look

Oggi ho optato per un look sobrio ma elegante, un coordinato blu accostato ad un tocco di colore che ricorda leffervescenza dei prati in fiore,  calzine corte bianche che danno un aspetto Lolita, e calzature comode dal tacco basso La femminilità tanto non è una questione di tacchi!

In programma c’è una gita fuori porta in compagnia di un vicino di stanza!

Mi è sembrato meglio scrivere così piuttosto che:

Oggi ho scelto di indossare un pigiama blu,  un foulard sui toni del rosa con dei fiorellini e delle pantofole. Devo andare  in un altro ospedale  per fare un esame, che viene definito “fastidioso”. Trasporto in ambulanza insieme ad un compagno di sventura.

La notevole differenza  tra le due versioni  incide sul tono del mio umore… quindi continuo a utilizzare il linguaggio della fantasia!

Solitamente quando ho dei problemi di salute (quando cioè non mi sento integra) mi viene come imposto dall’interno l’uso di un colore. Può anche non piacermi, ma ormai ho capito che è “curativo” quindi lo indosso in tutti i modi possibili. Ho avuto il periodo azzurro, il periodo arancione, questo è il periodo rosso.

Tutti abbiamo uno stilista interiore che solitamente non ascoltiamo!

Preferiamo indubbiamente seguire linee e colori che ci vengono, di anno in anno, imposti dal mondo della moda.  Conformandosi si vive più tranquilli “nessun rischio nessuna critica!”

Il mio stilista è bizzarro e capriccioso, quando si intestardisce con un colore non ho alcuna possibilità di riuscire a fargli cambiare idea.

“Il colore di fine maggio/giugno è il ROSSO, fascia per i capelli inclusa, e non voglio sentire ragioni!” mi dice.

Ha una strana predilezione per gli anni ’60, in particolar modo per le fasce per i capelli in tono con l’abbigliamento.  Ormai ho imparato a non mettere in discussione i suoi suggerimenti, perlomeno non  mi ha mai obbligato a vestirmi “panterata”, perché ognuno ha le sue fisime!

Lo stilista si avvale della collaborazione  di un’aiutante collaudata… mia sorella.

Anche lei ormai conosce il mio stilista e, di volta in volta, si arrabatta per procurare i capi del colore richiesto. Questa volta ha dato il meglio di sé,  mi ha procurato anche gli accessori  ROSSI…

Questo ruolo, a dire la verità un po’ ingrato, non può essere sostenuto da tutti.

E’ un ruolo importante, di fiducia, che si può attribuire solo a chi ci ama incondizionatamente, è psicologicamente stabile e soprattutto non si preoccupa inutilmente per la nostra salute mentale! Questo perché deve essere pronto ad accettare dei dialoghi assurdi che, sentiti dall’esterno, verrebbero subito etichettati come vaneggiamenti:

” Questo foulard è rosso ma non gli piace (ovviamente “gli” sta per allo stilista interiore), non so il perché, ha qualcosa che non va bene, forse il collo non ha bisogno del rosso!”  Mia sorella non solo non mi prende per pazza, ma prende il foulard incriminato e lo porta via senza battere ciglio!

Una volta organizzato il guardaroba ogni mattina scelgo il mio look a seconda dell’estro.

Pulizia del corpo e trattamenti di bellezza.

Data la cronica corsa contro il tempo, persa in partenza ogni mattina dalle mamme lavoratrici, ho approfittato di questi tempi lenti per prendermi cura del mio corpo. Erano anni che non avevo la pelle così idratata!

Avendo tanto tempo a disposizione ho esagerato, crema da giorno per il viso, contorno occhi, burro cacao, idratante per il corpo, arnica per gli ematomi da “punturine”, e dulcis in fundo due gocce di … Chanel n.5? Nooo!  Due gocce di “Fiore dell’ onda”.

Questa fresca acqua di profumo ricorda l’odore del mare e mette  buon’ umore, per questo motivo ho preso l’abitudine di  spruzzarne un pochino nella stanza perché tutte le persone che entrano subiscono la sua magia… Molto meglio essere circondati da persone che stanno bene!

Ormai si sono fatte le 8,30 ora di colazione, qui da noi non ci si stressa con colazioni all’alba.

Faccio colazione con cappuccino e pane e marmellata nella mia suite con vista mozzafiato sul golfo di Cagliari. Ogni mattina mi incanto. Il nostro mare illuminato dal sole è uno spettacolo.

Le mie terapie

Questa semplice visione mi mette nella giusta disposizione di apertura per esprimere la mia quotidiana dichiarazione d’intenti: “ Mi sento bene. Io mi sento ogni giorno meglio”. Cercando di mantenere questo stato di benessere mi sdraio sul mio letto e mi abbandono ad una visualizzazione “curativa”, dalla quale riemergo lentamente poco prima dell’arrivo dell’infermiere con la flebo.

Ricreazione

Da questo momento in poi non ho più molta privacy, perché è un continuo alternarsi tra pulizia della stanza e terapie, quindi dedico le successive due ore alle letture amene, riviste o libri che non necessitano di molta attenzione. Ho riscoperto la radio! La mattina trasmettono programmi molto interessanti sugli argomenti più disparati, proprio oggi ho ascoltato delle “Lezioni di musica”, ho imparato come si può rendere in musica l’emozione della paura, ovviamente usando il semitono e la pausa!

Ore 11,00 Compostezza. Possono arrivare i medici da un momento all’altro!

Si entra in uno strano clima di attesa mista a nervosismo.. possono essere arrivati dei referti, esiti di esami fatti, possono essere programmati dei nuovi esami da fare. L’attesa di qualche parola che aiuti a capire cosa ti sia successo e come intendano “prendersi cura di te”. Speranza vanificata, ti vengono dette due parole che non riescono a renderti più chiara la situazione quindi il nervosismo aumenta.

Urge Rescue Remedy, ovviamente da nascondere con molta cura dentro il comodino.

Ore 11,30 Scrittura creativa

Per uscire da questo stato poco “salutare” ho trovato catartico scrivere!

Appena i medici escono dalla mia stanza prendo il mio quaderno verde e la mia penna preferita e scrivo. Mi piace utilizzare il tempo che mi separa dall’ora di pranzo dando sfogo alla creatività.

Appunti in libertà, scritti di getto e senza alcun ordine, una sorta di terapia per vincere il senso di sconforto, nasce così “Appunti dal letto n.29.”

Ore 12,00 Il pasto

Sul pranzo ci sarebbe tanto da scrivere ma sarebbe facile come sparare sulla croce rossa, giusto per stare in tema! 

Parto da un dato di realtà: sto assumendo quotidianamente una manciata di antibiotici quindi cerco di mangiare tutto senza stare a sottilizzare. Certo, ogni tanto un piccolo aiuto da casa non guasta.

 Ore 13,00 Le Visite e le Relazioni

Sono ancora ottenebrata dal cibo ingurgitato a fatica ma è l’unica ora in cui posso parlare con le persone a me care. Potrei riassumerle in “Poche ma buone”, sono il risultato di un lavoro di investimento e selezione in corso da molti anni. Alcune assenze mi permettono di riflettere e di valutare quanto e come ho curato certi rapporti, mentre inaspettate presenze mi confermano che certi amici sono come degli insetti con le antenne, puoi stare anche dei mesi senza vederli ma “sentono” quando hai bisogno di loro e corrono a portarti uno yogurt  con pezzi di cioccolato (salutare e trasgressivo).

Presenze e assenze a macchia di leopardo, ricoprono oppure lasciano spogli dei settori della mia vita, di alcune zone d’ombra non ero pienamente consapevole.

Quotidianamente ho ricevuto un SMS di buon giorno con un linguaggio in codice che mi ha fatto sempre iniziare la giornata con una risata. 

Le telefonate risultavano a volte stancanti data la mancanza di fiato, non sempre facili per le continue irruzioni di estranei nella stanza, in certi orari  si sommavano quasi senza interruzione tra l’una e l’altra diminuendo il piacere del contatto. 

La permanenza in ospedale mi ha dato modo di riflettere su come siamo sempre incentrati su di noi, sulla nostra esigenza di ottimizzare il tempo, anche quando chiamiamo o  andiamo a trovare una persona che non sta bene. In futuro mi sono ripromessa di prestarci maggiore attenzione.

Ore 14,00 Il riposo del guerriero

Cosa si fa il pomeriggio in ospedale? E’ovvio si dorme!

In piena sindrome da brava scolara i primi due giorni ho tentato in tutti i modi di dormire, forzando la mia natura e ottenendo come risultato un notevole stress!

Mi sono quindi chiesta, posto che ho sempre odiato dormire il pomeriggio, che senso ha che io tenti di fare una cosa che, non piacendomi, non mi porta alcun giovamento?

Questa piccola riflessione mi ha permesso di rilassarmi e di trasformare il sonno forzato in un piacevole momento di rilassamento per la mente e per la schiena dolorante. Grazie ad un piccolo lettore DVD portatile ho dedicato questo spazio alla visione di filmati o all’ascolto di CD dedicati alla mia crescita spirituale. Il momento era particolarmente favorevole, una piacevole penombra (anche se abbassare, o chiedere di abbassare, la serranda mi costava un notevole dispendio di energia), silenzio, nessuna irruzione fino alle 16,00 (seconda rilevazione della temperatura).

Un pomeriggio sono stata sgridata da un’infermiera :“Cosa fa sempre al buio?”

Sul momento mi sono sentita colta in fallo! Cosa si fa il pomeriggio in ospedale? Non mi sono preparata bene. Forse avrei dovuto prevedere nell’organizzazione della mia giornata  un’oretta pomeridiana  di merengue al posto della meditazione? Va bene affrontare le avversità con grinta ma il mio fisico è provato e ancora non regge ritmi caraibici!

Comunque coraggio, in piedi e bando all’ozio. Non c’è il tanto per addurre come scusa il fatto che mi stavo dedicando all’”Otium” letterario, qui dentro non ci casca nessuno!

Ore 16,00  Letture impegnative

Momento favorevole per la lettura più impegnativa.  Sono pronta e mi siedo alla scrivania del mio studio (linguaggio della fantasia) con tutti gli attrezzi del mestiere a portata di mano, matita per sottolineare i passaggi chiave, penna e quaderno per annotare eventuali riflessioni o spunti da approfondire. Ho con me quattro libri tosti da affrontare e non mi sono data alcuna possibilità di fuga! Tre hanno dei titoli che mi costringono a nasconderli dentro il comodino ogni volta che passano i medici ( Il segreto della guarigione quantica, Metamedicina. Ogni sintomo è un messaggio, La guarigione con il sistema corpo-specchio) il quarto ha un titolo più neutro “L’intenzione” che mi permette anche di dimenticarlo sul tavolo. Sono quei libri che appena inizi a leggere ti chiedi: “Perché l’ho fatto?” Ormai è troppo tardi, impossibile tornare sui tuoi passi, ti hanno già preso e non ti consentono di tornare alla tua inconsapevole vita precedente!

Dunque prima lezione: “Tutto ciò di cui hai bisogno è essere consapevole”

Seconda lezione: “Tutti i sintomi sono dei messaggi del corpo. Capire il senso profondo della malattia può dare il via ad un processo di auto guarigione.”

Terza lezione: “ Tutto può essere guarito”

Quarta lezione: “Volere è potere”

Purtroppo non è così semplice! Ogni libro va letto con attenzione e metabolizzato … poi ci si deve assumere la responsabilità della nostra vita, quindi della nostra salute e questo è ancora più difficile … Molto più semplice affidare completamente il nostro corpo a qualcun altro, a cui eventualmente attribuire vanti o critiche, e restare placidamente in attesa.

Comunque sono ancora alle prese con i miei 4 compagni di viaggio e penso che trascorreremo assieme ancora molti mesi. E’ un lavoro personale abbastanza faticoso che richiede tempi lunghi.

Ore 18,00/20,00  Cena e Visite, poi l’ultima flebo e la giornata è ormai quasi giunta al termine.

Quando resto sola posso telefonare a Robert, il mio bambino, per dargli la buona notte. I giorni continuano a passare e lui diventa sempre più “frettoloso”, alcune notti non vuole salutarmi.  Razionalmente conosco queste reazioni e so che sono “normali” ma mi rattrista non riuscire neanche a sentire la sua voce.  Sono passate ormai due settimane e Robert si sente abbandonato anche se cerca di affrontare la situazione con una forza d’animo eccessiva per la sua età. Io mi sento impotente. L’unico motivo di conforto mi è dato dal fatto che ho la certezza che con il suo papà sta bene e può contare sull’amore degli  zii e dei cugini che per proteggerlo hanno riorganizzato le loro giornate mettendolo al centro. Un ruolo chiave l’ha assunto Niccolò che si è trasformato nel suo terapeuta. Utilizzando strumenti poco ortodossi e non scientificamente provati, che non verrebbero approvati dai suoi colleghi adulti e dal mondo accademico, quali corse sfrenate attorno ad un tavolo, e il metodo della non reazione davanti ad attacchi per motivi assolutamente pretestuosi, è riuscito a fargli manifestare la rabbia  e ad incanalare la tensione. Mica male per avere solo 11 anni!

Giancarlo mi riporta alla mia vita precedente raccontandomi come hanno trascorso la giornata, poi ci salutiamo per risentirci quando Robert ormai dorme.

Questo è il momento in cui mi sento davvero sola e cerco di consolarmi pensando che Robert è un bambino ricco di risorse e ci sarà il tempo per recuperare. 

Ore 21,00 Serata al cinema per la terapia della risata

Si presenta lo stesso problema del riposino pomeridiano, non riesco a dormire così presto!

Avendo la fortuna di godere di una stanza singola mi preparo per la mia proiezione privata.                         

Ho provato a guardare dei generi di film che solitamente amo :

“quelli dal tema orientale” – troppo zen! Qui non vanno bene!

“quelli a sfondo psicologico” – troppo emotivamente faticosi! Qui non vanno bene!

Disperata provo con “quelli che fanno ridere” – troppo demenziali! PERFETTI!

Ho finalmente trovato il mio filone, quindi incarico mio nipote di curarne la programmazione e mi affido completamente alle sue scelte. L’entusiasmo e la gioia di vivere dei 15 anni di Francesco sono una combinazione perfetta!

Si spengono le luci e rido per 90 minuti in compagnia di Checco Zalone  e  altri amici … 

Ore 23,00 Riposo

Adesso anche la mia giornata è finita, spengo la luce e cerco di riposare.

Qui la notte è strana, a volte eccessivamente silenziosa, a volte intervallata da rumori e lamenti.              

Ogni tanto qualche brutto mostro dell’infanzia  riesce a nascondersi sotto il letto e a farmi battere forte il cuore dalla paura.

Coraggio, tutto passa e domani è un altro giorno, come insegna Rossella O’Hara in “Via col vento”.

Daniela Garau

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Set 19 2012

AMARE DUE PERSONE… CONTEMPORANEAMENTE!

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Si può.

Si può amare due persone contemporaneamente.

Si può essere innamorati, partecipi e coinvolti con entrambe.

Ci si può sentire lacerati e impotenti davanti alla necessità di scegliere.

Si può vivere incompresi dagli amici, dal mondo e da se stessi, per via di un sentimento che, nella nostra società, non è riconosciuto e, meno che mai! accettato.

A volte l’amore ci catapulta dentro situazioni inaspettate e coinvolgenti che non vorremmo vivere, che abbiamo criticato negli altri e che ci lasciano smarriti e confusi, a fare i conti con l’irrazionalità del nostro cuore.

Eppure…

Non sempre la bigamia è una patologia o un vizio.

Ci sono persone tendenzialmente monogame, portate a vivere amori unici, esclusivi e totalizzanti.

E poi ci sono altre persone che, invece, provano un autentico coinvolgimento con più di un partner contemporaneamente.

Non sto parlando di quei dongiovanni affascinati dalla conquista e impegnati a collezionare trofei della seduzione.

Mi riferisco a uomini e donne affidabilissimi, lontani dal bisogno narcisistico di sentirsi attraenti e ricchi di sex appeal.

Voglio parlare di chi si trova coinvolto in due relazioni nello stesso momento, senza che questo gli procuri nessun vantaggio.

Non siamo fatti tutti alla stessa maniera e le cose che vanno bene a uno non sempre funzionano con un altro.

L’amore è uno stato dell’essere che prescinde dalle nostre idee e dalle nostre intenzioni.

L’amore succede.

Punto.

Possiamo negarlo, ma non eliminarlo o evitarlo.

Così, chi si trova ad amare più di una persona, non può impedire a se stesso di provare quei sentimenti, può cercare di gestirli in modo da non far soffrire coloro ai quali è legato, ma non può cancellarli dal suo cuore.

Esiste un razzismo impercettibile che si accanisce contro le emozioni, negando loro il diritto all’esistenza e bollandole con l’etichetta della patologia, quando escono dai canoni rassicuranti del buon senso comune.

Chi ama seriamente più di una persona è additato col marchio infamante del seduttore e privato del diritto all’Amore, con la A maiuscola.

Non c’è ascolto e non c’è comprensione per queste persone che la morale condanna, la religione castiga e la collettività fraintende evidenziando in loro soltanto gli aspetti della attrazione erotica fine a se stessa.

L’intolleranza è la malattia del nostro mondo.

Chi si discosta dalle prescrizioni comportamentali della società, è condannato a priori, senza che ci si prenda la briga di comprenderne i vissuti e le ragioni.

“E’ già così difficile amare una persona soltanto, che, amarne due, sembra davvero impossibile!” affermano la logica e il buon senso.

Ma poi, quando succede, quando il cuore s’immerge nella profondità della passione, ci si trova di colpo a dover riconoscere che in fatto di sentimenti la logica e il buon senso non hanno mai capito nulla.

In quei momenti le nostre certezze sono costrette a fare i conti con la realtà di ciò che si vive.

Anche quando non è stato programmato, previsto, aspettato, desiderato, voluto o cercato.

L’amore è un evento inspiegabile.

Non può essere rinchiuso dentro le gabbie, familiari e rassicuranti, delle nostre convinzioni.

Possiamo soltanto conoscerne la profondità.

Attraversandolo.


AMARE DUE PERSONE… CONTEMPORANEAMENTE!


Quando Marcello incontra Giulia, è coinvolto da diversi anni in una storia d’amore con Francesca.

Il rapporto con Francesca è fatto di complicità, comprensione e tenerezza.

Entrambi svolgono un lavoro artistico e conoscono bene il ritmo delle passioni creative.

Tra loro, i momenti di dedizione si alternano a periodi d’immersione totalizzante nelle proprie attività.

Giulia, invece, è una persona fragile e insicura, ancora alla ricerca di uno spazio espressivo tutto suo.

Inizialmente, Marcello la aiuta a mettere a fuoco le sue capacità e i suoi talenti professionali, ma presto si rende conto di provare per lei un trasporto appassionato, molto diverso dall’amicizia cameratesca che aveva caratterizzato gli inizi del loro rapporto.

La simpatia reciproca si trasforma in una storia d’amore.

Per mesi Marcello si macera nella ricerca affannosa di una soluzione che gli consenta di scegliere una delle due donne.

Dapprima decide di separarsi da Francesca.

In seguito tenta di lasciare Giulia.

Ma niente sembra funzionare più nella sua vita.

Quando sceglie di amarne una soltanto… inevitabilmente sente uno struggente desiderio anche per l’altra!

Prova allora a starsene da solo, allontanandosi da tutt’e due.

Ogni soluzione, però, è inutile.

Entrambe gli mancano. Entrambe lo coinvolgono. Entrambe sono importanti.

Rassegnato, davanti all’inevitabilità di quei sentimenti e incapace di mentire alle persone che ama, si ritrova a parlare con sincerità sia con Francesca che con Giulia.

“Sono fatto così. Non posso farci niente. Ho provato a fare una scelta, ma proprio non riesco a separarmi da nessuna di voi…mi dispiace… non è quello che voglio, ma… vi amo entrambe.”

Francesca è addolorata e ferita al pensiero di non essere l’unica per lui, con fatica capisce quelle ragioni e quella sofferenza. Sa che il cuore funziona a modo suo e la mente, spesso, non può farci niente.

“Prova ad amarci entrambe…” afferma titubante, convinta che assecondando il cuore di Marcello si troverà, alla fine, una soluzione che non faccia soffrire nessuno e sia rispettosa dei sentimenti di tutti.

Giulia, invece, si allontana amareggiata. Sente di non poter condividere il suo uomo con un’altra. Vuole un compagno che sia tutto per lei.

Marcello la guarda andar via, senza insistere. Nascondendo dentro di se, il dolore che gli provoca la sua assenza.

E’ innamorato di Giulia come di Francesca.

Ma ormai si è arreso al proprio cuore e non respinge più i suoi duplici sentimenti. Nemmeno davanti all’eventualità di perdere una di loro.

“Le amo tutt’e due…” racconta addolorato “… e scegliendo l’una o l’altra negherei la realtà di ciò che vivo. So che questo allontanerà Giulia per sempre, ma non posso mentirle soltanto per tenerla con me.”

*  *  *

Rebecca conosce Matteo a un corso di fotografia e immediatamente si rende conto di provare per lui un’attrazione mai vissuta prima con nessun altro.

Tra loro la passione è un fuoco che divampa immediatamente.

Rebecca, però, è sposata con Nicola da più di venti anni e insieme hanno tre figli, due maschi e una femmina.

Il loro matrimonio sta attraversando da qualche tempo un periodo di crisi e, dopo l’incontro con Matteo, Rebecca è decisa a separarsi.

Ma Nicola, davanti alla minaccia di perdere sua moglie definitivamente, si mette profondamente in discussione lavorando su se stesso senza sosta, per trasformare il suo carattere burbero e distratto e diventare l’uomo premuroso e attento che in passato non è mai riuscito a essere.

Rebecca è incredula e sfiduciata davanti ai cambiamenti del marito, ma con l’andare del tempo i suoi nuovi modi gentili, le sue premure e le sue coccole, finiscono per riaccendere quella scintilla che sembrava ormai spenta per sempre.

Matteo diventa sempre più geloso di Nicola, si rende conto che Rebecca è confusa e che, nonostante il sentimento che li unisce, non riesce più a portare avanti la sua separazione.

Sono giorni di contrattazioni, di litigi e di baci rubati.

Rebecca non si sente più in grado di compiere una scelta.

Nicola è il compagno con cui condivide tante cose, piccole e grandi, ogni giorno.

Matteo è la complicità, il gioco, l’intesa sensuale e imprevedibile.

Rebecca non può smettere di amarli entrambi e, davanti al cambiamento di Nicola, non sa più cosa fare.

Cerca di tenere in piedi tutt’e due le relazioni, ma presto Matteo la costringe a fare una scelta.

“O me, o lui!” afferma risoluto “Entrambi, non è possibile! Io non posso tollerarlo.”

Non si vedranno mai più.

Quando conosco Rebecca, sono passati ormai dieci anni da quei momenti.

La relazione con Matteo si è interrotta bruscamente e per sempre.

Il matrimonio con Nicola, invece, è continuato su un binario nuovo, fatto di quelle tenerezze e di quelle premure che erano mancate per tanto tempo.

“Il rapporto con mio marito oggi è perfetto. Ci amiamo, abbiamo tanti interessi insieme, ci piacciono le stesse cose… ma non è passato neanche un giorno senza che io smettessi di pensare a Matteo!” racconta Rebecca con passione.

“L’ho aspettato durante ogni minuto di questi dieci anni. Li amo entrambi, non posso negarlo a me stessa. Matteo è presente nel mio cuore come il primo giorno che l’ho incontrato, se decidesse di tornare mi troverebbe qui ad aspettarlo. Ancora oggi, non posso e non voglio scegliere uno di loro due.”

*  *  *

Tiziana, invece, di fidanzate ne ha due.

Sa che a lei capita di amare più persone e lo mette ben in chiaro all’inizio di ogni nuovo rapporto.

Entrambe le sue donne hanno accettato di condividerla con un’altra pur di stare insieme a lei.

Entrambe hanno rinunciato all’esclusività.

Entrambe hanno dovuto fare i conti con la gelosia e con la possessività.

Entrambe hanno imparato nel tempo ad amare l’autenticità di Tiziana, il suo modo generoso di esserci, la sua capacità di donarsi e di condividersi.

“Io non posso essere di… nessuno! Dono il mio cuore e la mia anima senza perdere la libertà e chi mi vuole bene impara pian piano ad apprezzare questa mia totale disponibilità. Ma in molti fraintendono la mia devozione con il libertinaggio. Solo chi mi conosce sa bene che non è così!” racconta scuotendo la testa.

“Sono sincera e non nascondo me stessa. Amo in un modo profondo e totale. Un modo che il nostro mondo non riesce a tollerare né a capire perché è gravemente ammalato… di disonestà!”

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Set 14 2012

LEADER OCCULTI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ti capita?

  • di trovarti al centro dell’attenzione, anche quando non vorresti

  • di passeggiare per strada e sentirti fermare per le ragioni più varie, tipo: “Sapresti dirmi che ore sono?… Dov’è la via tal dei tali? … A che ora apre il negozio X?… Sai se oggi c’è sciopero degli autobus?”

  • di essere sempre la persona cui tutti chiedono consiglio e aiuto

  • di apparire responsabile e affidabile anche a chi ti conosce appena o addirittura non ti conosce affatto

  • di desiderare l’anonimato ma di finire immancabilmente per essere notato/a

Se la risposta a queste domande è SI, probabilmente hai una personalità carismatica e sei un leader occulto.

Ma cosa vuol dire avere una personalità carismatica? Che cos’è il carisma?

Il carisma è l’influenza che una persona esercita sugli altri, una sorta di attrattivo naturale che catalizza l’attenzione della gente.

In teatro è chiamato: presenza scenica, e costituisce la qualità principale dei bravi attori.

Un interprete dotato di presenza scenica riesce a catturare l’attenzione del pubblico anche standosene immobile e in silenzio.

Chi invece ha una presenza scenica scarsa, fatica a reggere la scena nonostante l’impegno e la preparazione.

Avere carisma, o avere una buona presenza scenica, è un po’ come nascere intonati. Sono caratteristiche che si possiedono già dall’infanzia, scritte nel nostro DNA.

Impropriamente il carisma è confuso con il bisogno di emergere e con il desiderio di potere. In realtà è vero il contrario!

Di solito, una personalità carismatica non ama il potere.

Chi è carismatico ha un potere personale, naturale e spontaneo. Si è dovuto abituare a gestirlo fin da bambino, ne conosce il peso e i limiti, e non desidera averne di più.

Chi, invece, ambisce al potere e ama essere sempre al centro dell’attenzione, è una persona che il carisma non lo possiede e, proprio perché non ce l’ha, lo desidera e si sforza di ottenerlo.

Chi ha carisma ha in se un qualcosa che lo rende appariscente, anche quando vorrebbe passare inosservato e finisce inevitabilmente per essere notato, pur non facendo niente.

Naturalmente, una personalità carismatica può anche mettersi in mostra e catturare di proposito l’attenzione degli altri. Ma, di solito, questo avviene coinvolgendo i presenti perché, chi è carismatico, è portato a sentire gli altri intorno a sé e a valorizzarne la partecipazione.

Una persona carismatica difficilmente monopolizza la platea, anzi, fa in modo che tutti quelli che la circondano si sentano partecipi e coinvolti. Per questo, appunto, è carismatica!

Il carisma e la leadership sono imparentati.

Entrambi portano ad avere ascendente sulla gente.

Il carisma cattura l’attenzione e la leadership permette di avere autorevolezza, considerazione e stima dalle persone.

Generalmente, il termine leader (proprio come la parola: carisma) evoca immagini di potere e centralità.

La leadership, però, è l’influenza che una persona esercita sugli altri e questa influenza non necessariamente corrisponde a una posizione di potere o centrale.

O meglio, questa centralità non sempre è appariscente e non sempre spinge al comando.

Per misurare il grado d’influenza sugli altri, i sociologi usano uno strumento chiamato sociogramma.

Il sociogramma permette di vedere quante sono e che importanza hanno le relazioni tra le persone.

Grazie all’utilizzo del sociogramma è stato possibile evidenziare un tipo di leader poco appariscente e discreto, anche se molto influente, chiamato: leader occulto.

Il leader occulto ha relazioni profonde e significative con tutti (o quasi tutti) i membri di un gruppo ma le sue interazioni non sono basate sul potere, di solito si tratta di un’influenza emotiva.

Il leader occulto è la persona cui tutti fanno riferimento per chiedere consiglio e aiuto, quello con cui è piacevole parlare o lavorare, l’amico che non deve mancare mai perché si conta su di lui per mille cose grandi e piccole.

Il sociogramma ha permesso di scoprire questo tipo di leadership, chiamata appunto: leadership occulta, in persone riservate e poco inclini all’eccentricità o al comando ma capaci di avere un grande ascendente sugli altri.

Se anche tu sei un leader occulto potresti esserne del tutto ignaro e anzi, considerarti una persona debole o eccessivamente dipendente.

Infatti, la propensione alla leadership causa non pochi problemi, soprattutto durante l’infanzia e, quando non è compresa dagli adulti di riferimento, può portare a vivere con insicurezza.

Da bambini, i leader occulti sono spesso invidiati dagli amici e dai compagni (e, purtroppo, a volte anche dai grandi) che non possiedono il loro stesso carisma e che, spinti dalla gelosia, possono organizzare complotti, vessazioni e derisioni.

Davanti a questi episodi di ostracismo e di emarginazione, i piccoli leader occulti tendono a fare il possibile per non irritare gli altri con la loro ingombrante presenza scenica, arrivando fino a rinnegare le proprie capacità pur di sentirsi accettati e amati.

In questo modo, finiscono col sentirsi sempre a disagio, perdono il contatto con la propria autenticità e diventano insicuri e fragili. 

Mi capita spesso, durante la psicoterapia, di riconoscere una leadership occulta dietro un’apparente insicurezza o un’eccessiva dipendenza.

Queste persone imparano da piccole a censurare le loro doti di sensibilità, indipendenza e autonomia, finendo così per perdere la connessione con il proprio sé e diventando incerte, dipendenti dagli altri ed eternamente indecise sulle scelte da compiere.

E’ importantissimo riconoscere il valore della loro libertà di pensiero e di azione, anche se censurata, e la leadership occulta nascosta dietro un’identità conformista, ritenuta inconsciamente più accettabile e sovrapposta alla parte indipendente.

La leadership e il carisma sono un modo di essere e di pensare, mostrano la capacità di stare da soli e il coraggio di rischiare la propria unicità nelle scelte della vita.

Durante l’infanzia, il bisogno di riconoscimento da parte degli altri spinge ad accettare anche una falsa identità pur di sentirsi integrati nel gruppo ma, con la maturità, l’indipendenza dev’essere recuperata e reintegrata nella personalità.

La sua rimozione, infatti, porta ad essere cronicamente dipendenti dagli altri e costringe la personalità a nascondersi dietro scelte tradizionaliste che, non rispecchiandone l’autenticità, diventano la causa di tante patologie psicologiche (ansia, attacchi di panico, depressione, fobie, ecc.).

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Set 09 2012

DOTTORE… COS’E’ LA NORMALITA’? risponde la dott.ssa Caterina Steri

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ciao Caterina, potresti spiegare in parole semplici che cos’è per te la normalità?

La normalità potrebbe essere un’etichetta molto pericolosa se concepita in modo rigido e universale. Se dovessimo attenerci a dei canoni sociali per descriverla saremmo tutti incatenati in una gabbia di norme, troppo occupati ad essere compatibili con esse, senza pensare al rispetto della nostra soggettività.

Normalità significa per me, quello che purtroppo spesso è considerata un’eccezione: stare bene con se stessi, coltivare la propria autostima rispettando le personali peculiarità, le esigenze, i desideri, senza temere di esprimere ciò che veramente si è. Il tutto nel rispetto delle differenze altrui, ovvero della normalità dell’altro. Pare più un concetto “ideale”!

Solitamente si cerca di spiegarla tramite canoni oggettivi, ma mi piace intendere la normalità in base alla soggettività e alla peculiarità delle persone: ognuno può raggiungerla a modo suo.

Nel corso del tuo lavoro capita che le persone chiedano di essere aiutate a essere normali?

I pazienti mi dicono di voler essere normali come gli altri e di volere una vita normale. Spesso le persone vedono nella vita altrui una condizione migliore della propria. Altre invece mi dicono di volere una vita normale come quella che si vede nei film! Ciò fa comprendere quanto siamo influenzati dai messaggi sociali e mediatici che ogni giorno ci vengono spacciati per dogmi da seguire alla lettera. Ma quanti di noi riescono a stare bene all’interno di uno schema di normalità dettato da altri????

Se una persona si rivolge a me perché sta male, penso che la sua situazione non sia normale (perché non è normale vivere stando male). Lo sarà una volta che con il percorso di psicoterapia riuscirà ad esprimere veramente se stessa, a sfruttare le sue risorse, ad apprezzarsi pure con i propri difetti e accettando anche di non poter piacere a tutti. Molti pazienti infatti mi dicono di aver paura di cambiare (in meglio!) perché potrebbero non piacere più alle altre persone.

Quando incontri un paziente per la prima volta, valuti se è normale oppure cosa osservi?

In realtà non mi chiedo se “sia normale”, ma “come stia?” Imparo a conoscerlo, a capire come sarebbe se fosse libero dal sintomo o dal problema che mi porta. Lo immagino imprigionato in una gabbia o una corazza che inconsapevolmente si è costruito per “difendersi”, ma allo stesso tempo che lo inchioda in una situazione di malessere e lo limita sotto tanti punti di vista.

Allora decido di proporgli di trovare la chiave della corazza o della gabbia, di uscirne fuori per vedere cosa c’è al di la di essa e come ci si sente a poter mostrare al mondo come si è veramente.

Se devo pensare alla normalità durante i primi incontri con i pazienti, penso sia semplicemente nascosta. Sta a me, al paziente e al percorso terapeutico fatto insieme, riuscire a farla emergere.

La persona sarà normale quando sarà se stessa, starà bene e riuscirà ad affrontare i problemi con le sue risorse.

Secondo te cosa si nasconde dietro al bisogno di sentirsi normali e perché l’anormalità fa tanta paura?

L’esigenza di essere normali deriva a sua volta dal bisogno di sentirsi compresi nel sistema sociale in cui si vive. Farne parte significa aver l’idea di essere protetti, accolti e non soli. Spesso per questa esigenza si preferisce non esprimere se stessi fino in fondo, anche perché colui che risulta “anormale” nei confronti della società rischia di essere emarginato e respinto. Ecco la paura della “anormalità”.

Insomma, ci troviamo di nuovo in un concetto di normalità dettato da un sistema da cui è difficile svincolarsi per promuovere la normalità “soggettiva”. Si teme il giudizio, il senso di solitudine. È più comodo attenersi alla normalità “sociale”, ma più soffocante perché chi non ne rispecchia i canoni è considerato diverso, quindi (ahimè!) sbagliato.

Credi che sia possibile essere normali ed essere  se stessi?

Qui rischio di essere ripetitiva. Se essere normali significa stare bene potendo essere se stessi, ci credo fortemente. Se non ci credessi non riuscirei a fare questo mestiere.

Non credo sia facile. Siamo troppo influenzati dal sistema in cui viviamo, da quello familiare, lavorativo, sociale…

Spesso è la stessa famiglia di origine a non voler accettare l’individualità dei suoi componenti e a sottolineare l’espressione di se stessi e delle peculiarità più come difetti che come ipotetiche risorse per farsi strada nel mondo. Se già da quando siamo bambini ci viene trasmesso questo messaggio, immagina che fardello ci portiamo dietro. Ma l’esigenza di poter essere se stessi porta nella maggioranza di noi la forza di liberarci da questa scomoda eredità. C’è pure chi per farlo trasforma il suo malessere in sintomi, ad esempio. Ma se questi vengono curati adeguatamente, si possono far emergere le vere personalità e quindi si può far rispettare la propria normalità.

Credi che l’amore possa essere normale?

Visto che in amore si partecipa in due, è normale quando è reciproco, quando rispetta l’individualità dei componenti e allo stesso tempo crea una dimensione di coppia del tutto originale. L’amore normale è quello in cui ci si sente liberi!

Anche in questo caso potrebbe non avere nulla a che fare con l’amore dettato dai manuali della società. L’amore normale è quello originale, inimitabile, libero, ma compatto e ben saldo. Potrebbe essere quello di una vita, o quello di un giorno. E’ quello insomma che ci fa sentire bene, non quello che molti possono chiamare “giusto” o sbagliato”.

Oggi purtroppo, il messaggio più frequente è che sia normale soffrire per amore. Secondo me la normalità dovrebbe essere stare bene nella relazione.

Abbiamo parlato di normalità in termini teorici e riferendoci al nostro lavoro. Vorrei terminare questa intervista con una domanda più personale…tu ritieni di essere normale?

Bella domanda! Con gli anni ho imparato (soprattutto attraverso un percorso di psicoterapia personale molto importante e duro!), ad essere me stessa, ad andare contro certi canoni con cui sono stata cresciuta e che poco avevano a che vedere con il mio modo di essere.

Se essere normale significa dare spazio a me stessa, allora in questo momento posso dirti di sentirmi tale. E se ci sono periodi in cui non mi sento così, li considero dei campanelli d’allarme che mi spingono a capire che cosa stia facendo per non rispettarmi e a cercare di rientrare nei binari della mia normalità. Non è un concetto statico, ma cambia nel tempo, perché pure io cambio e quindi mi piace pensare che la mia normalità e la mia originalità, siano un “marchio” tutto mio, così come potrebbero essere le tue!

Ciò che mi fa ridere è che per molte persone a me vicine non sono normale! Se non avessi alle spalle il mio percorso di psicoterapia, il giudizio altrui mi farebbe soffrire o mi limiterebbe; ma ho capito di essere normale nel momento in cui ho iniziato a seguire la mia strada svincolandomi dalle etichette di normalità che qualcuno voleva per forza affibbiarmi, ma che non mi piacevano proprio. Pensandoci bene, a queste persone potrei rispondere riprendendo il nome del tuo blog: “Io non sono normale, IO AMO”. Quali parole più adatte?

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Set 05 2012

IL DOLORE DELLE VITTIME

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

C’è qualcosa che la mente rifiuta di sapere e il cuore, spesso, è incapace di ascoltare.

Qualcosa che non vorremmo conoscere, perché frantuma la nostra sicurezza e ci fa vivere un’insopportabile impotenza.

E’ il dolore delle vittime.

Vittime dell’abominio e della crudeltà.

Vittime.

Nel significato più cupo di questa parola.

Vittime, che non hanno potuto sottrarsi alla disgrazia.

Che hanno dovuto subire, senza nessun perché.

Questo dolore è difficile da condividere e da accogliere dentro di sé, perché non ci sono ragioni, consigli o soluzioni in grado di alleviarlo.

Si può solo accettarlo, lasciando che la mente impazzisca nel tentativo di risolverlo e il cuore si perda in un buio senza significato.

Il dolore delle vittime è privo di speranza, e non esiste spiegazione che aiuti la ragione a comprenderlo e l’amore a perdonare.

Non ci sono parole in grado di consolare chi ha subito una violenza.

E non ci sono cure capaci di alleviare quella sofferenza.

E’ talmente devastante che la consapevolezza viene meno, sfumandone i contorni, distraendo la mente, nel tentativo di evitare anche i ricordi.

Chi non l’ha vissuto fatica ad ammetterne l’esistenza.

Evita l’argomento, sposta il pensiero, colpevolizza la propria malizia, s’illude di non aver capito.

Questo meccanismo psicologico, di fuga o di negazione, rende ancora più dolorosa l’esperienza delle vittime che si vedono rifiutare anche il conforto della condivisione e della comprensione.

Davanti a un sopruso, non c’è umiliazione più amara dell’indifferenza di chi abbiamo intorno.

Eppure…

Tutti noi agiamo quotidianamente questi meccanismi di evitamento.

Lo facciamo senza saperlo, per il bisogno inconscio di avere certezze, per sentirci al sicuro nella nostra vita.

Niente è più atroce e devastante che subire impotenti la violenza.

E niente è più doloroso che condividere il peso di quei ricordi.

Per questo cerchiamo di non ammetterne l’esistenza e deformiamo la crudezza della realtà raccontandoci che le cose … forse non sono andate proprio così!

Poi crediamo al racconto che ci siamo fatti e, ritrovata in questo modo la tranquillità, ci distacchiamo inconsciamente da quei destini pieni di dolore.

Davanti alla freddezza del mondo, le vittime della violenza diventano vittime due volte: vittime della catastrofe e vittime della nostra insensibilità.

Ma di questo doppio dolore, noi che non abbiamo subito il sopruso, non siamo consapevoli.

La mente allontana ciò che fa paura.

L’indifferenza è un meccanismo di difesa che consente all’equilibrio interiore di mantenersi indisturbato, grazie all’ignoranza di tutto quello che lo contraddice.

E chi soffre il martirio dell’abuso, non può far altro che nascondere, a volte anche a se stesso, l’orrore che ha attraversato.

Occorrono coraggio e determinazione, per ascoltare davvero la voce delle vittime, oltre il frastuono della nostra tranquillità.

Ci vuole tanto amore, tanta pazienza e tanta forza interiore per non scappare via, abbandonandole al loro destino.

Quando riusciamo a superare il muro della paura e delle nostre resistenze, la verità che emerge spaventa e fa male. Distrugge l’ingenuità, rivelando scenari colmi di orrore.

Ma le ferite dell’anima si medicano con il disinfettante della comprensione e il cicatrizzante dell’ascolto, condividendo la mancanza di soluzioni, l’angoscia e la disperazione.

La partecipazione al dolore e all’impotenza delle vittime è un passo indispensabile per costruire un futuro senza violenza.


IL DOLORE DELLE VITTIME


Valentina tiene gli occhi bassi e parla a fatica.

“Eravamo in macchina. Io glielo avevo detto a Luca di non fermarci in pineta, che era pericoloso! Ma lui è testardo e ripete sempre che ho paura anche della mia ombra. Così ci siamo andati.”

Piange sommessamente.

 “Sono arrivati in due. Hanno aperto di colpo la portiera puntandoci contro una pistola. Hanno imbavagliato Luca e l’hanno legato a un albero con del nastro da pacchi. Poi sono saliti in macchina e si sono divertiti con me. Ci hanno rubato tutto quello che avevamo, soldi occhiali, cellulari, e se ne sono andati, portandosi via le chiavi dell’auto. Che dolore… Ho male dappertutto e mi fa schifo tutto. Non trovo più nessun significato alla vita.”

“Con chi ha potuto parlare di quello che le è successo?” domando.

“Quando siamo riusciti a fare la denuncia, ho raccontato tutto ai carabinieri e ai miei genitori, ma poi non ne ho parlato più con nessuno. Gli amici non capiscono cosa si prova. Hanno cose diverse da pensare. Stanno a guardare la marca del cellulare nuovo, pensano alla serata in discoteca, alla maglietta da indossare… tutte cose che a me non importano più. Ho provato a raccontare qualcosa alle amiche con cui ho più confidenza, ma non posso parlare di queste cose con chi non ha vissuto il mio dramma. Hanno paura di ascoltarmi. Mi trattano come se fossi un’appestata. Oppure risolvono tutto dicendomi di reagire e di non pensarci. Non capiscono che non sono i fatti che bruciano! Quello che fa più male è quello che senti dentro e che ti uccide. Io penso sempre all’odio. Agli occhi di quei due. Al loro sguardo pieno di disprezzo. Perché tanta rabbia? Cosa gli ho fatto?”

* * *

Enrico ha due anni e col papà non ci vuol proprio andare.

Piange, si nasconde sotto il letto, grida, ribellandosi e divincolandosi come può… ma niente! Il tribunale ha decretato la scaletta degli incontri, e la mamma la DEVE rispettare.

Il bimbo ha incubi frequenti e fa dei giochi strani con i suoi genitali. In terapia racconta a gesti e a frasi mozze che il papà è cattivo e fa le cose brutte.

Il tribunale ordina una perizia.

Il padre dice che è la madre a mettergli contro il bambino, la mamma dice che di lui non si può fidare.

I periti interrogano Enrico.

Ma il bambino ancora non sa parlare bene e solo con i gesti una perizia accurata sembra impossibile.

Enrico prende a calci un bambolotto/papà tirandogli tante volte i genitali, ma non racconta a parole quali siano le cose brutte che dice di aver subito.

“E’ evidente che il piccolo non va d’accordo con suo padre, ma per il resto… sono soltanto fantasie di bambino!” decreta il neuropsichiatra incaricato di ascoltarlo.

Il tribunale non se la sente d’incriminare un uomo se non ci sono delle prove concrete e per la legge le urla, i giochi e gli incubi di Enrico non costituiscono un motivo sufficiente.

Gli incontri con il padre, però, saranno sospesi e all’uomo è tolta la potestà.

“Papà è cattivo, l’hanno messo in prigione! Vero mamma?” domanda ansioso Enrico, cercando di sfuggire la paura che non lo abbandona mai.

“No tesoro, il giudice ha detto di no…” risponde la mamma a malincuore.

Solo molto più tardi Enrico troverà, finalmente, le parole per spiegare gli orrori subiti nella casa di suo padre.

Ha otto anni e ancora ricorda con dolore quelle cose brutte, che non lo lasciano dormire la notte.

Adesso è tardi, però, per raccontare ai periti, con vocaboli sicuri, la sua devastante verità.

La legge non gli ha dato ragione. I bambini, si sa, hanno tanta fantasia. 

* * *

 “Allora? La scrofa ha partorito?” Giovanna si sposa tra pochi giorni e vuole essere certa che tutto sia organizzato bene.

“Guarda che deve partorire in tempo, i maialini da latte non possono mancare! Li voglio arrostiti allo spiedo tutti e sei! Ma… siamo sicuri che ne faccia sei? Se sono di più, va bene lo stesso… l’importante è che non siano di meno!! Appena esco dall’ospedale, voglio venire a controllare io stessa…”

Poi chiude la telefonata e mi guarda smarrita.

Quindi riprende a piangere.

Ha avuto un aborto spontaneo e non sa darsi pace.

“Il mio bambino è morto senza che io potessi farci niente! Senza che lo potessi abbracciare. Senza lasciarmi il tempo di guardarlo negli occhi, almeno una volta.” racconta tra le lacrime.

“E’ terribile crescere un cucciolo dentro di te e poi non poterlo stringere al seno, non poterlo allattare, non poterlo cullare… Avevamo anticipato la cerimonia in chiesa, per dargli il tempo di nascere con calma ma adesso… anche il pensiero del matrimonio mi mette tristezza…” mormora singhiozzando disperata.

Ignora d’infliggere, con le sue nozze, quello stesso drammatico destino a un’altra mamma.

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Set 01 2012

“DOTTORE… COS’E’ LA NORMALITA’?” risponde la dott.ssa Maria Grazia Rubanu

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ciao Maria Grazia, potresti spiegare in parole semplici che cos’è per te la normalità?

La normalità per me non è altro che un concetto teorico, come tale può assumere diverse declinazioni tutte, dal mio punto di vista, molto criticabili:

  • normalità come media statistica, per cui è normale ciò che è messo in atto dalla maggioranza delle persone, un concetto che assomiglia troppo a quello di conformismo e all’omologazione tipica della nostra cultura occidentale;
  • normalità come utopia, ovvero come funzionamento ideale e dunque, per definizione, impossibile da raggiungere;
  • normalità come assenza di patologia, assenza di sintomi. Definizione rischiosa, sia perché non esistono persone senza sintomi, sia perché è un modo di vedere le cose che connota in maniera negativa il sintomo sottovalutando il suo potere comunicativo. Cosa viene a dirmi l’ansia che sento quando mi succede qualcosa di inatteso?

Il concetto di normalità è piuttosto rischioso anche perché porta con se un giudizio di valore, che, come ogni forma di giudizio, ha il potere di colpevolizzare le persone per quello che sono e far loro pensare che devono diventare qualcos’altro.

Si collega strettamente ad un ideale da raggiungere, che fa spesso perdere di vista ciò che si ha nell’immediato, le proprie risorse, prima fra tutte la propria creatività soffocata dal senso del dovere: dover fare e dover essere.

In quanto concetto teorico appare molto staccato dal reale delle persone: le persone non sono normali o anormali, sono se stesse punto e basta. Con tutte le sfaccettature e le complessità del caso!

Nel corso del tuo lavoro capita che le persone chiedano di essere aiutate a essere normali?

Si, soprattutto adolescenti e giovani donne che si sentono diverse e vorrebbero essere come tutti gli altri. Questa richiesta così diffusa diventa per me il punto di partenza per un lavoro sulla definizione di sé e sul riconoscimento del proprio essere e delle proprie risorse e potenzialità.

Quando incontri un paziente per la prima volta, valuti se è normale oppure cosa osservi?

Il concetto di normalità non fa parte del mio essere e, di conseguenza, neppure della mia formazione, altrimenti non avrei scelto di fare una scuola di specializzazione sistemico relazionale, simbolico esperienziale! La cosa più importante nella prima seduta è l’incontro con l’altro, il porsi in ascolto, non solo di quello che l’altro porta, ma delle risonanze emotive che suscita in me come terapeuta. Un incontro che getta le basi per la costruzione di una relazione terapeutica che parte dal sintonizzarsi sui bisogni dell’altro, che non sempre, all’inizio, coincidono con le richieste esplicite.

Secondo te cosa si nasconde dietro al bisogno di sentirsi normali e perché l’anormalità fa tanta paura?

Il bisogno di sentirsi normali sottende la paura di ciò che è sconosciuto, che spesso viene visto come oscuro e che, per questo, spaventa. Sentirsi normali sembra quasi voler dire potersi muovere alla luce del sole e tornare a casa non appena arriva il tramonto. Muoversi in un terreno sconosciuto spaventa molto, ma è anche un bisogno socialmente costruito, nelle relazioni, già nell’infanzia, già da quando ti viene detto che devi essere come gli altri bambini, perché il rischio è quello di essere un diversoIl diverso è l’extracomunitario, l’omosessuale, la persona con un colore di pelle differente, che fa un lavoro diverso, che non ha una casa o che chiede l’elemosina per vivere…e nella più tipica distorsione è colui che entra nelle nostre case a rubare. Il diverso è colui che abusa delle donne e dei bambini, dimenticando che sono proprio i padri, i fratelli, i fidanzati e gli ex fidanzati normali a mettere in atto la maggior parte di queste condotte aberranti.

L’anormalità spaventa perché non ci siamo più abituati, perché nella nostra lingua i desideri vengono definiti sogni nel cassetto. Un cassetto chiuso nasconde un sogno, che sta al buio come i fantasmi e contiene in sé il senso del proibito …

Credi che sia possibile essere normali ed essere se stessi?

Decisamente no! Prendo in prestito le parole di Pirandello “Ciò che noi conosciamo di noi stessi, non è che una parte, forse una piccolissima parte di quello che noi siamo. E tante e tante cose, in certi momenti eccezionali, noi sorprendiamo in noi stessi, percezioni, ragionamenti, stati di coscienza che son veramente oltre i limiti relativi della nostra esistenza normale e cosciente” (dal saggio Umorismo, pubblicato nel 1908).

Credi che l’amore possa essere normale?

L’amore è un sentimento impossibile da spiegare, da incasellare in una struttura unica e valida per tutti.

Per ognuno è diverso ed è diverso in momenti differenti della propria vita. Puoi riconoscerlo, ma nemmeno le parole dei più grandi poeti possono descriverlo in maniera esaustiva.

Perché l’amore si vive, non si racconta e pertanto è di certo anormale.

Complesso, magico, inspiegabile.

In movimento, costruito con l’altro,  giorno per giorno, attimo dopo attimo …

Abbiamo parlato di normalità in termini teorici e riferendoci al nostro lavoro. Vorrei terminare questa intervista con una domanda più personale…tu ritieni di essere normale?

La risposta è no! L’etichetta della normalità mi sta stretta, fastidiosa, proprio come le etichette nei vestiti nuovi … Non sono altro che me stessa, con tutte le sfumature che mi contraddistinguono e che mi rendono unica: unica come tutti, ognuno a proprio modo! Siamo ben altro che la semplice somma delle nostre caratteristiche …

… come in una ricetta il piatto finale non è certo solo la somma dei singoli ingredienti, ma assume un profumo, una consistenza e un sapore unico.

Certo la Crème brulè è composta di uova, latte, panna e vaniglia cotta a bagnomaria nel forno … ma questi elementi da soli non danno nemmeno l’idea del profumo, del sapore e della consistenza al palato …

… E anche nelle persone, come nella crème brulè, per gustare tutto il sapore si deve rompere la crosta con il cucchiaino …

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