Archive for Ottobre, 2012

Ott 28 2012

LE RADICI DELLA VIOLENZA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Pedofilia, sfruttamento, abusi… la cronaca è invasa da ogni genere di notizie dell’orrore e il mondo precipita sempre più velocemente in una spirale di atrocità.

Ma da cosa ha origine questo crescendo di crudeltà?

Sarebbe bello individuare un gene o un virus responsabili della cattiveria. Potremmo circoscrivere e curare l’abominio in tempi relativamente brevi!

Purtroppo, però, la ferocia non compete alla biologia e nemmeno alla medicina.

La malvagità appartiene alla psiche, è un atteggiamento mentale e deriva dall’incapacità di immedesimarsi con chi prova dolore.

Il “cromosoma” della crudeltà è la distanza emotiva che separa l’aggressore dalla sua vittima.

La sensazione di diversità, non appartenenza, estraneità fra due esseri è la radice dell’insensibilità e del distacco, necessari a compiere qualunque violenza.

Viceversa, la possibilità di identificarsi in un altro e di sperimentare le sue sensazioni e i suoi sentimenti, inibisce l’aggressività e spinge alla comprensione e alla fratellanza.

Alle radici della violenza, perciò, troviamo sempre una mancanza di empatia.

Per debellare la crudeltà dal mondo, non è sufficiente impedire le condotte violente. 

Occorre far crescere la sensibilità e sviluppare l’intelligenza emotiva.

Soltanto così potremo eliminare le radici della violenza e realizzare un mondo basato sul rispetto, sulla comprensione e sulla fratellanza.

Finché non avremo maturato la capacità di riconoscere (ma soprattutto di “sentire”) il dolore degli altri, abusi e sopraffazione esisteranno sempre.

Il razzismo è la causa di ogni malvagità.

L’unico “gene” responsabile delle crudeltà che stanno progressivamente avvelenando il nostro pianeta.

In tempi passati il maschilismo, decretando una disparità gerarchica fra i sessi, legittimava lo sfruttamento e la brutalità degli uomini sulle donne.

Purtroppo, dal maschilismo alla pedofilia il passo è stato molto breve.

Tollerare che un essere umano possa essere trattato come un oggetto da un altro essere umano, ha creato i presupposti affinché anche i bambini, come già le donne, diventassero “cose” a disposizione degli adulti.

Una sessualità intrisa di maschilismo sviluppa la pedofilia e intossica la società.

Ma, dietro il maschilismo, silenziosa, invisibile e brutale, si annida una piaga ben più insidiosa.

Lo specismo.

La parola specismo indica la gerarchia arbitraria che l’umanità ha stabilito tra le specie viventi, mettendosene all’apice.

Responsabile dell’ottundimento della naturale sensibilità umana, e per questo artefice di ogni sopraffazione, lo specismo  coltiva subdolamente violenza, sfruttamento e prevaricazione, ed è l’origine del razzismo e del maschilismo.

La cultura dello specismo legittima l’utilizzo delle altre specie viventi per il piacere e il divertimento degli uomini, annichilendo la naturale propensione dei bambini verso gli animali e ottundendo progressivamente l’empatia, fino a rendere gli esseri umani insensibili davanti al dolore e alla sofferenza.

L’annientamento della sensibilità è una condizione indispensabile per mantenere in vita i macelli, gli allevamenti intensivi, la vivisezione, la sperimentazione animale, l’industria delle pellicce, i sacrifici degli animali durante giochi, feste e fiere, il mercato delle scommesse sui cani… e tutte le svariate attività commerciali basate sulla sopraffazione dell’uomo sugli animali e dell’uomo sull’uomo.

Attribuire arbitrariamente alla nostra specie la superiorità su qualunque altra, autorizza il massacro e la prevaricazione e sviluppa una cultura fondata sulla legge del più forte.

Una cultura in cui la sopraffazione è permessa mentre la tenerezza, la condivisione, il soccorso reciproco sono guardati con sospetto, ridicolizzati e limitati a pochi rari momenti, intimi e privati.

Tutto il nostro mondo poggia sullo sviluppo di attività speciste (e perciò razziste) ma il distacco emotivo, necessario a permetterne l’esistenza, è gravido di conseguenze negative e crea una frattura nell’intelligenza emotiva, limitandone l’espressione e generando numerose problematiche psicologiche.

Chi non riesce a essere indifferente, infatti, paga con l’emarginazione la propria sensibilità, considerata eccessiva, e spesso è costretto a ricorrere all’aiuto dei farmaci.

Il cannibalismo, lo schiavismo, i campi di concentramento, il nazismo… sono soltanto alcune conseguenze di uno stile di pensiero che, legittimando lo sfruttamento e la tortura, estende implicitamente l’oppressione dalle razze animali alla razza umana.

Uccidere per sopravvivere, piuttosto che cercare alternative meno crudeli e più tolleranti, genera durezza e prepotenza, e impregna di sopraffazione l’umanità.

Ecco perché lo sfruttamento degli animali ha come conseguenza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Proprio come la violenza sulle donne innesca l’abuso anche sui bambini, mangiare la carne di altri esseri, non rispettarne la diversità, misconoscerne la cultura, fa della crudeltà uno stile di vita “umano”, invece che una perversione, e in nome della sopravvivenza legittima le aggressioni, l’egoismo, lo sfruttamento e la prevaricazione.

Qualunque società che autorizzi l’uccisione, come normale modalità di sussistenza, annienta la fratellanza, ottunde la sensibilità e permette l’abuso.

Per tutti noi oggi è diventato abituale, nascondere la nostra umanità dietro una facciata d’insensibilità e, nel tentativo di limitare la pulsazione del nostro cuore, cancelliamo l’empatia e coltiviamo il mito dell’imperturbabilità.

Questo provoca una grande sofferenza psicologica e si traduce in comportamenti sempre più rigidi e indifferenti.

Siamo costretti a insegnare ai bambini il sospetto e la diffidenza (verso chiunque, compresi i parenti).

Non ci rendiamo conto che in tanti gesti quotidiani si annida un pericoloso cinismo e perpetuiamo involontariamente una catena di massacri, ignari delle loro inevitabili conseguenze.

Il primo passo verso un mondo migliore consiste nel riconoscere la crudeltà dentro il nostro abituale stile di vita.

Quando il dolore di ogni essere sarà visibile anche alla nostra coscienza, potremo mettere fine al dilagare della violenza e costruire un mondo più adeguato per i nostri figli.

Un mondo senza guerre né massacri.

Un mondo finalmente migliore.

Un mondo sano.

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Ott 23 2012

INTELLIGENZA EMOTIVA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Carol ha cinque anni.

E’ una bimbetta magra e silenziosa che se ne sta tutto il giorno in un angolo della classe a disegnare con i pastelli a cera.

Alla scuola materna non ha tanti rapporti con i bambini.

E’ timida, parla poco e preferisce restare per conto suo a guardare gli altri che giocano insieme.

Ma quando un gruppo di ricercatori decide di testare un sociogramma proprio nella sua classe, Carol rivela d’un colpo una brillante intelligenza!

In pochi minuti, infatti, riesce a tracciare la mappa dettagliata e precisa delle relazioni emotive, sia dei suoi compagni sia delle maestre.

E’ così che Daniel Goleman, psicologo statunitense, scopre negli anni novanta l’esistenza dell’intelligenza emotiva.

La piccola Carol, solitaria, riservata e poco appariscente, fino a quel momento non aveva attirato l’attenzione di nessuno e sarebbe rimasta una bambina anonima e qualunque se il suo sociogramma non avesse superato di netto anche quello delle sue insegnanti.

Carol, infatti, possiede un talento preziosissimo e la sua smisurata empatia costringe lo psicologo a occuparsi di una caratteristica fondamentale nelle relazioni, nei gruppi e nelle società: la percezione dell’emotività.

Ciò che rende umana una persona, infatti, non è la sua capacità di risolvere operazioni complicate, né tantomeno l’abilità nel memorizzare numeri e date (in questo le macchine sono molto più intelligenti di noi) ma la possibilità di immedesimarsi nel vissuto di un altro essere e di condividerne le emozioni.

Anche quando l’altro è molto differente.

Anche quando appartiene a una specie diversa.

Riconoscere, comprendere e gestire in modo consapevole le emozioni (proprie e altrui) è un elemento chiave della vita individuale e sociale.

L’intelligenza emotiva si fonda sulla capacità di intuire i sentimenti, le aspirazioni e i vissuti delle persone che ci circondano, e di avere una chiara consapevolezza del proprio stato d’animo.

Questo consente di orientare azioni e comportamenti verso obiettivi comuni, rispettosi di se stessi e degli altri.

Ciò che ci rende “emotivamente intelligenti”, quindi, non è essere sempre felici, ma accettare tutte le emozioni dentro di noi, e saperle utilizzare per vivere al meglio la nostra vita in un rapporto di cooperazione con gli altri.

Fino agli anni novanta, l’intelligenza era stata considerata soprattutto nei suoi aspetti cognitivi e nessuno aveva pensato di valutare le abilità nella comprensione delle emozioni e delle relazioni.

Ma la piccola Carol sorprende Goleman rivelando, proprio in questi campi, una predisposizione e una competenza superiori a quelle di tanti adulti.

Nel suo sociogramma, senza che nessuno glielo abbia mai rivelato, Carol dimostra di sapere perfettamente che:

“… la maestra Ada è innamorata segretamente della maestra Maria… che a sua volta non va d’accordo con la maestra Giovanna… mentre ha una predilezione per i piccoli Simone e Matteo…”

Riferisce inoltre che:

“… Matteo vorrebbe andare in gita solo con Tommaso… Samuele finge di essere un bambino tranquillo ma è sempre ansioso e cerca di stare vicino a Valentina perché solo con lei riesce a sentirsi un po’ più al sicuro…”

E afferma, infine, con sicurezza, che:

“… la mamma dei gemelli, non sopporta la maestra Ada e nemmeno le due sorelline di colore, Clara ed Elvira…”

Daniel Goleman è folgorato dalla competenza psicologica di quella bambina così piccola e così solitaria e, da quel momento, approfondisce la sua ricerca sull’intelligenza svelandoci che, affianco alle capacità logiche e matematiche, esiste un’abilità nel riconoscere i sentimenti e l’influenza che questi possono avere sullo strutturarsi delle relazioni.

Da allora a oggi si è molto lavorato sul tema dell’intelligenza emotiva e sulla sua importanza in tutte le circostanze della vita.

L’intelligenza emotiva determina la capacità di identificare le emozioni, in se stessi e negli altri, e consente di valutare quanto e come queste condizionino i rapporti tra le persone.

Gli studi di Goleman hanno messo a fuoco cinque caratteristiche fondamentali in questo tipo di intelligenza:

  • consapevolezza di sé (la capacità di individuare le emozioni in se stessi)

  • dominio di sé (la capacità di gestire i propri sentimenti)

  • motivazione (la capacità di scoprire il vero e profondo motivo che sta dietro alle azioni)

  • empatia (la capacità di vedere e sentire le cose dal punto di vista di un altro essere)

  • abilità sociale (la capacità di stare insieme con gli altri e di capire i movimenti che accadono tra le persone)

Tutti quanti, alla nascita, possediamo una buona intelligenza emotiva.

Ma, crescendo, i condizionamenti culturali provocano un suo progressivo indebolimento, determinandone spesso anche una perdita parziale in favore di atteggiamenti emozionali stereotipati e imposti dalle convenzioni.

Esiste una volontà di mercato che preferisce annebbiare ogni forma d’intelligenza emotiva per favorire comportamenti poco percettivi e omologati, più funzionali alle leggi dell’economia e del consumo.

E’ preferibile, infatti, che i consumatori non siano troppo empatici, né troppo sensibili.

Altrimenti… il baratto, lo scambio, il mutuo aiuto, il recupero delle relazioni e degli oggetti, la solidarietà e il soccorso reciproco, potrebbero sostituire un bisogno consumistico e compulsivo di status sempre nuovi e sempre diversi (… e in questo modo il mondo dell’usa e getta diventerebbe un mondo che rispetta, reintegra e reinventa se stesso senza bisogno di distruggere per riuscire a vendere sempre di più…).

Per incrementare le vendite dei prodotti, è preferibile che chi consuma si senta isolato, emotivamente e socialmente, perché questo spinge a possedere beni di ogni genere, necessari a colmare la solitudine.

Un’intelligenza emotiva brillante e ben sviluppata porta a percepire con chiarezza il dolore degli altri e fa si che ci si attivi per arginarlo, proprio come se si trattasse della nostra stessa sofferenza.

L’intelligenza emotiva e l’empatia sono alla base della solidarietà, della cooperazione e di quel sentimento di fraternità che lega le persone tra loro, permettendo il formarsi di gruppi uniti, amorevoli, aperti e partecipi.

Come si può facilmente comprendere, per costruire un mondo migliore abbiamo bisogno di un’attiva e vivace intelligenza emotiva che ci aiuti a superare le barriere dell’individualismo, dell’egoismo e dello sfruttamento, fino a permettere un’ampia condivisione della naturale e spontanea sensibilità umana.

Ciò che ci rende umani, infatti, è proprio la possibilità di sentire e partecipare le emozioni.

La vera intelligenza è la capacità di riconoscere la sofferenza anche in chi è diverso da noi.

In un mondo capace di comprendere il dolore, ogni essere umano si attiva per alleviarlo.

Occultare la violenza, al contrario, permette allo sfruttamento di farla da padrone e priva la nostra razza della sua prerogativa fondamentale: l’umanità.


“La cura per l’ambiente non è un movimento o un’ideologia, è il nostro prossimo gradino evolutivo (…) Perché l’uomo è un animale con una nicchia ecologica particolare da salvaguardare: l’intero pianeta Terra.”

Daniel Goleman

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Ott 18 2012

I BAMBINI HANNO BISOGNO DI REGOLE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Si parla tanto di intelligenza emotiva, di comprensione e dialogo, di aiutare i propri figli a esprimere se stessi e le emozioni… che molti genitori sensibili e attenti finiscono per sentirsi incerti davanti alla necessità di mettere delle regole.

  • Quando è giusto dire no?

  • Come spiegare che certe cose non si possono fare?

  • Come educare senza ferire?

I quesiti sono tanti, ma spesso la risposta è una sola.

E’ necessario che i bambini imparino a rispettare delle regole.

Per  fare questo, però, non servono punizioni, umiliazioni e sculacciate.

E’ necessario, invece, uscire da una logica centrata sui bisogni degli adulti e domandarsi che cosa è davvero importante per i bambini.

Tante volte le regole sono fatte soprattutto per tutelare i grandi e non rispettano i bisogni dei piccoli.

I bambini, però, devono avere delle regole. Anche solo per poterle contestare.

Cioè hanno bisogno di sentire che gli adulti sono capaci di comprenderli e di “contenerli”, di dire sì ma anche di dire no.

La parola “contenimento” è usata dagli specialisti per indicare la capacità di arginare gli scoppi emotivi e impulsivi, sia negli adulti che nei bambini.

Saper fare un buon “contenimento” è un’abilità indispensabile nel crescere bambini sicuri ed equilibrati.


Ma che cosa s’intende con: “contenimento”?


Il contenimento è l’autorevolezza necessaria per evitare ai bambini di farsi male e di fare del male.

È la comprensione delle paure infantili e la prevenzione del loro pericoloso dilagare nella coscienza.

E’ il potere sensibile ed equilibrato con cui un adulto gestisce l’esplosione emotiva della rabbia e della distruttività infantili.

Un contenimento ben fatto non sfida e non compete, ma fa sentire i bambini al sicuro e protetti, anche dalle loro stesse pulsioni aggressive.

I bambini hanno bisogno di sperimentare che gli adulti sono capaci di tutelarli dalle avversità, dalle ingiustizie e dai soprusi.

Nessun genitore può avere competenza e autorevolezza se si dimostra incapace di far fronte alle aggressioni dei propri figli. Se non sa contenere le proteste e la rabbia di un bambino.

Ecco perché i genitori DEVONO mettere delle regole.

Regole che vanno spiegate, motivate, discusse e poi… applicate.

Regole che hanno lo scopo di proteggere i bambini e di aiutarli a crescere.

Perciò non devono essere troppe.

E non devono essere trasgredite.

Ai bambini servono poche regole, coerenti e tassative.

Questo li aiuta a comprendere l’autorevolezza dei grandi e li fa sentire protetti dalle paure.

Infatti, se un adulto è capace di arginare la prepotenza e la collera di un bambino, saprà anche difenderlo dalle prepotenze e dall’aggressività degli altri.

(Capita spesso che, dopo una sgridata, i piccoli si sentano meglio e, a volte, sembra proprio che facciano di tutto per essere… “contenuti”.)

Questo non vuol dire che gli adulti abbiano sempre ragione e siano indiscutibilmente dalla parte dei giusti.

Al contrario, un adulto autorevole è capace di mettersi in discussione, di chiedere scusa e di riconoscere quando ha sbagliato.

I bambini hanno bisogno di adulti in grado di gestire le emozioni, le proprie e quelle degli altri.

Una pretesa illusoria e infantile li spinge a cercare nei grandi l’onnipotenza e l’infallibilità e poi a deludersi crescendo, quando scoprono inevitabilmente che la perfezione non può esistere in nessuno… nemmeno nei genitori!

La competenza educativa è basata soprattutto sull’esempio, sulla capacità di trasmettere valori e qualità con il proprio stile di vita.

L’arroganza, l’abuso di potere, la prepotenza sono comportamenti che gli adulti non dovrebbero avere.

MAI.

La parola “contenimento” è un termine tecnico che gli psicologi utilizzano per indicare la capacità di relazionarsi con i bambini in modo da impedire loro di danneggiare se stessi o gli altri, senza umiliarli e senza maltrattarli, spiegando, invece, con dolcezza e con fermezza le ragioni per cui lo si fa.

Il contenimento di solito è la conseguenza dell’ascendente e della credibilità che i genitori hanno costruito con i loro figli.

Davanti alle esplosioni emotive incontrollabili, che ogni tanto assalgono i bambini, può essere necessario impedire, anche fisicamente, che si facciano male.

In questi casi un buon contenimento è qualcosa del tipo:

“In questo momento sei molto arrabbiato e vorresti spaccare tutto. Ma se riuscissi a farlo davvero, probabilmente dopo ti dispiacerebbe di aver distrutto i giocattoli a cui tenevi (di aver picchiato la mamma, di aver maltrattato il fratellino, di aver rotto i mobili, di avermi preso a calci, eccetera) e ti sentiresti triste e dispiaciuto per questo. Non voglio che tu ti faccia male o che faccia male agli altri, perciò starò con te e ti terrò fermo fino a che non ti sarai un po’ calmato…”

In genere un contenimento ben fatto propone al bambino delle alternative meno dannose, ma altrettanto efficaci, per sfogare l’aggressività e le emozioni distruttive.

Può essere: rompere dei vecchi giornali, prendere a colpi un cuscino, disegnare le torture che si vorrebbero infliggere agli altri… e altre cose del genere.

L’obiettivo dei genitori non è impedire l’espressione delle emozioni ma fare in modo che i bambini imparino a viverle e a gestirle, senza negarle e senza farsi male, né emotivamente né fisicamente.

Per questo, permettere la rabbia, il dolore, il rancore… è necessario e inevitabile.

Aiutare un bambino a crescere è un compito difficile, impegnativo e carico di responsabilità.

Per farlo è indispensabile sapersi mettere in gioco.

Un genitore efficace è capace di ascoltare e accogliere qualunque emozione, senza esserne travolto.

Dapprima dentro se stesso.

E solo dopo… anche nei propri figli.

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Un commento presente

Ott 13 2012

CRUDELTA’ INVISIBILI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

«Non esistono animali superiori e inferiori, così come non esistono razze umane superiori e inferiori, ma esistono esseri viventi dotati di peculiarità uniche e come tali rispettabili e inviolabili. Il problema non è: “Possono ragionare?”, né: “Possono parlare?”, ma: “Possono soffrire?”» 

Jeremy Benthan

Purtroppo la crudeltà si annida inconsapevolmente dietro alle scelte di tutti i giorni e occulta nell’indifferenza i nostri crimini quotidiani.

La scelta di non uccidere è ancora una scelta coraggiosa, in un mondo che ha fatto della violenza un luogo comune e che deride quanti rifiutano di conformarsi ai dettami del sopruso e della sopraffazione.

L’uccisione è talmente abituale, che spesso non ci si fa caso.

Sorprende, invece, l’omissione della violenza.

Così, le persone che scelgono di non maltrattare gli animali, non mangiando carne, non indossando pellicce, non comprando prodotti testati su altri esseri viventi, sono ancora guardate con sospetto o commiserazione, come se si trattasse di esaltati e di illusi.

E’ talmente ovvio che il più forte possa spadroneggiare senza remore, che fa scalpore chi volta le spalle al proprio potere rifiutandosi di usarlo per uccidere o per fare male.

Esiste un movimento, chiamato anti-specismo, che sostiene il rispetto e la tutela di ogni specie vivente.

L’antispecismo è una scelta non violenta, basata sul riconoscimento che ogni creatura ha diritto a condurre un’esistenza libera.

Questo movimento sostiene che le idee di superiorità di specie limitino, o addirittura impediscano, la possibilità degli esseri umani di vivere in armonia con la natura, gli altri animali, i propri simili e perfino con se stessi.

Chi crede nella dignità e nel rispetto verso tutte le razze, sa che appartenere a una diversa specie non giustifica il privilegio di disporre della vita di altre creature.

La parola “antispecismo”, però, non si trova sui vocabolari e la maggior parte delle persone ne ignora l’esistenza e il significato.

E’ talmente scontato per la specie umana, utilizzare a suo piacimento ogni altra specie vivente che non se ne discute nemmeno.

Anzi!

Si tratta con bonaria sufficienza chi rifiuta di conformarsi ai dettami crudeli della prevaricazione.

“Come si fa a vivere senza carne?”

Ci domandiamo, colmi di ironica incredulità.

“E senza latte, senza uova, senza pesce, senza pellicce, senza piume d’oca, senza pellame?!”

“No, è ridicolo! Non è possibile. Per vivere è necessario uccidere.”

Affermiamo con convinzione.

In un mondo malato di prepotenza sembra assurdo non assassinare qualcuno e condurre un’esistenza dignitosa, assolvendo tutte le necessità indispensabili alla sopravvivenza.

La dittatura del più forte ha lobotomizzato la sensibilità, l’empatia, la compassione, la pietà e tutto ciò che appartiene all’amore.

L’emotività e la tenerezza sono considerate fantasie per gli sciocchi, favole da raccontare ai bambini.

E proprio i bambini sono le prime vittime di questa nostra cultura degli orrori, i cuccioli a cui estirpiamo il cuore per abituarli a vivere serenamente in mezzo alla violenza che li circonda.

Tutti i bambini nascono spontaneamente attratti dalle altre specie viventi.

Soltanto crescendo si sviluppano in alcuni di loro le paure e le fobie.

Finché sono piccoli, giocano con peluche e pupazzetti di animali, che vivono, pensano, parlano, si muovono e amano… proprio come gli esseri umani.

Ma diventando grandi, imparano dagli adulti che le altre specie sono creature al nostro servizio, nate per essere sfruttate e martirizzate impunemente.  

Così, mentre insegniamo loro i nomi degli animali, li abituiamo anche a cibarsi della carne degli altri.

Quasi che la carne non fosse affatto il corpo di qualcuno, ma qualcosa di scisso dalla fisicità, dall’emozione e dalla vitalità.

Privata dei riferimenti all’identità, la carne è diventata un oggetto di cui disporre e di cui si può tranquillamente ignorare la soggettività.

Mostriamo il vitellino dipinto sull’etichetta degli omogeneizzati, e nascondiamo lo strazio dei cuccioli portati via alle loro mamme e uccisi per prendere il latte e per mangiarne il corpicino ancora tenero.

Acquistiamo i piumini colorati, col cartellino che raffigura le ochette bianche e felici, e occultiamo la sofferenza degli animali a cui abbiamo strappato le piume per imbottire le nostre giacche alla moda.

Facciamo tutto questo con amore.

Uccidiamo, torturiamo, martirizziamo… con amore.

Ignari della sofferenza che infliggiamo ad altri esseri per il nostro piacere e per il nostro divertimento.

In questo modo, abituiamo i bambini a crescere nell’indifferenza del dolore delle altre specie e li prepariamo a una vita adulta costruita tutta sull’occultamento della violenza.

Non sorprende che poi, da grandi, si debba ricorrere a farmaci che addormentano le emozioni.

Le case farmaceutiche fanno affari.

L’industria della morte prospera.

L’uccisione è diventata parte integrante della vita.

Si vendono armi.

Si definisce sport, sparare sugli animali per divertimento.

Non ci si chiede perché.

È normale.

Ci si anestetizza, invece, per non tormentarsi con il dolore.

Soprattutto con il dolore che non ci riguarda da vicino, con il dolore che interessa altri esseri, incapaci di difendersi, di protestare e di ribellarsi.

Coltiviamo il cinismo, l’indifferenza e l’arroganza, come se fossero un porto sicuro, indurendo il nostro cuore e nascondendo nell’ignoranza e nell’incomprensione la disperazione di tante vittime.

In questo modo permettiamo a un mondo malato di crudeltà, di crescere se stesso nell’orrore, svuotando i sentimenti della loro energia sovversiva per renderli cliché stereotipati e prevedibili.

Qualcuno, però, nonostante tutto, non è capace di ignorare il martirio di tanti esseri e cerca di ribellarsi al conformismo che livella le emozioni dentro la mediocrità dell’abominio.

Ci sono persone che scelgono di non assecondare i maltrattamenti.

Ci sono persone che non mangiano la carne degli altri.

Che non vivono distruggendo altre vite.

Che protestano contro la violenza sugli animali.

Queste persone hanno una vita dura.

Devono affrontare la derisione, il sarcasmo e l’accusa di stupidità.

Sono considerate: poco normali, fanatiche, montate, estremiste, intransigenti, esagerate, esaltate.

E’ gente che non riesce ad amputarsi il cuore.

Homo homini lupus” la legge del più forte, è dappertutto.

Non la si può evitare.

Bisogna farci i conti.

Chi sceglie di seguire la strada dell’amore, deve avere il coraggio di guardare negli occhi la crudeltà.

L’ardire di affrontare la solitudine.

La testardaggine di cercare soluzioni alternative al massacro.

Ma, soprattutto, deve sfidare l’emarginazione.

Quel risolino di disapprovazione stampato sulla faccia dei tanti che hanno abiurato per sempre la sensibilità interiore e, forti della loro indifferenza, deridono chi non rinuncia al proprio cuore.

L’amore non può essere normale.

Può solo essere attento, premuroso e leale.

Anche quando ogni altro ti deride.

Anche quando tu stesso ti deridi.

Nessuno è normale quando ama.

L’amore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

 

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Ott 08 2012

AMO UN’ALTRA PERSONA MA… NON POSSO SEPARARMI!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Difficilmente quest’affermazione è vera.

Il più delle volte, sembra vera a chi la pronuncia ma nasconde abilmente la paura di rimettersi in gioco e di rischiare.

L’amore è un’energia che spinge alla trasformazione e al mutamento.

La staticità, il procrastinare, l’immutabilità, sono modi di essere incompatibili con i sentimenti e con la forza sprigionata dall’amore.

A volte, però, la paura del cambiamento ci costringe dentro una trappola dorata di abitudini consolidate nel tempo.

L’amore ha un potere sovversivo che, in certi momenti, sembra fatto apposta per buttare tutto all’aria!

E quando meno te lo aspetti… BUM!

Ecco arrivare un ciclone capace di sconvolgere tutti i ritmi e catapultarti dentro una nuova esperienza.

La crescita è fatta di trasformazioni e l’amore ne è la propulsione.

La nostra società condanna il ritmo incontrollabile delle emozioni, soprattutto quando ci spinge a compiere azioni incuranti delle comodità, delle abitudini e delle convenienze.

Così nel mondo interiore può nascere un conflitto tra il bisogno di cambiare e la paura di osare.

Quando questo succede nel matrimonio, stimola le coppie a rimettersi costantemente in gioco e a non arrestare il confronto e la conoscenza l’uno dell’altro.

Durante l’innamoramento, il mistero che precede il rivelarsi agisce come un magnete e il desiderio di scoprire e di scoprirsi ci rende pronti a cambiare, curiosi di provare nuovi modi di sentire e di vivere.

Ma poi col tempo, quando la convivenza crea le sue inevitabili consuetudini, la voglia di conoscersi può cedere il posto a un pensiero stereotipato che inchioda le persone dentro aspettative predefinite.

“Dai lo sappiamo, tu sei fatto così, inutile parlarne…”

“Ti faccio una proposta ma tanto conosco già la tua risposta…”

“Mia moglie? No non lo farebbe mai!”

“Mio marito? Sono certa che non sarà mai d’accordo!”

In questo modo si finisce per modellarsi l’uno sulle esigenze dell’altro, sacrificando bisogni e desideri sull’altare di un quieto vivere che progressivamente soffoca l’amore e gli entusiasmi.

Rimettersi costantemente in gioco è faticoso. Presuppone un’attenzione costante verso il mondo interiore, proprio e del partner.

Abbandonare le certezze, esporsi alle incomprensioni, discutere e provare nuove possibilità, sono comportamenti naturali nei primi tempi di un rapporto ma, col passare del tempo, cedono il posto a innumerevoli rinunce.

E’ facile rischiare quando ci si conosce poco e il pericolo di ritrovarsi soli non fa ancora troppa paura. 

Dopo il matrimonio, i progetti in comune diventano tanti e affrontare il disaccordo può voler dire perdere, oltre alle certezze affettive, anche tanti beni materiali.

La posta in gioco si fa più alta e i pericoli aumentano.

Perciò, spesso, si finisce per rifugiarsi dentro un cliché di comportamenti collaudati e prevedibili che bloccano l’evoluzione e soffocano l’amore in una rassegnata immobilità emotiva. 

E’ per questi motivi che tante coppie non riescono più a crescere insieme e, giorno dopo giorno, finiscono per sentirsi interiormente sole, come se la passione bruciante di un tempo si fosse totalmente prosciugata.

In quella “solitudine coniugale” il cuore diventa nuovamente libero.

Quando la ragionevolezza organizza la sua rassicurante stabilità quotidiana, trasformando le giornate in un carico noioso di prevedibilità, i sentimenti spingono al cambiamento e improvvisamente si aprono la via verso una nuova trasformazione.

Ecco arrivare, perciò, la novità!

Imprevedibile e rinfrescante come un temporale estivo.

Un sentire che sembra quasi magico rivitalizza le emozioni, la vita acquista il suo fascino enigmatico ricco di possibilità e, nonostante le raccomandazioni del buon senso, una nuova storia d’amore prende il via.

Quando una relazione è finita emotivamente, il cuore è pronto a ricominciare tutto dal principio.

Non importa l’età, il numero dei figli, il matrimonio, il mutuo della casa o gli anni che ancora mancano alla pensione.

La scintilla emozionale riaccende l’avventura di vivere e la possibilità di condividere se stessi.

Le proprie insicurezze, le fragilità, la debolezza e la forza dei sentimenti, le ansie, gli egoismi, la paura, il possesso… tutto si ripresenta daccapo!

Mettersi in gioco davanti a un altro essere, mostrarsi nudi nella propria anima, vivere una relazione che consenta di riprovare ad amare con reciprocità… Tutto questo arriva senza preavviso, portando a costruire legami nuovi e spingendo a concludere i rapporti coniugali per ascoltare il proprio indomabile bisogno di evoluzione.

Nascono in questo modo tante relazioni clandestine.

Con la promessa di una separazione. E il desiderio di dare a se stessi ancora una possibilità.

Ma poi, davanti ai conti da pagare e al rischio dell’abbandono che accompagna indissolubilmente l’amore, il coraggio vacilla.

E il bisogno di sicurezza prevale. 

L’amore è incertezza.

E’ libertà.

E’ scegliersi ogni giorno.

E’ ricominciare ogni volta tutto daccapo.

E’ pericoloso.

Trasporta in alto ma può anche far male.

In tanti scelgono di non rischiare.

“Ti amo ma… non posso separarmi.”

Le ragioni della mente sono infinite:

  • mia moglie/mio marito ne morirebbe

  • i figli sono troppo piccoli

  • non ho un posto dove vivere

  • non ho un lavoro

  • non ho abbastanza soldi

  • eccetera…

Non sempre queste ragioni sono poi così vere.

Spesso sono degli alibi che la nostra razionalità costruisce per non assecondare un cambiamento, giudicato emotivamente troppo pericoloso.

Per non correre il rischio di rimettersi in gioco.

Ma non si può controllare l’amore.

E le relazioni, costrette alla gogna della clandestinità, degenerano i rapporti nel perbenismo uccidendo la lealtà e annegando i sentimenti dentro le sabbie mobili dell’ipocrisia.

L’amore è energia e trasformazione.

Non può portare il giogo dell’egoismo.

La sua natura generosa lo rende incompatibile con i tanti compromessi della paura.

L’amore è libero. Inarrestabile. Indipendente.

Non conosce altro limite che la propria onestà.

Le relazioni clandestine, cresciute nell’ombra di un matrimonio irrisolto, non colmano il bisogno d’amore e tradiscono la verità del proprio cuore.

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Ott 04 2012

NESSUNO MUORE PER CASO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La morte è un evento inspiegabile indissolubilmente legato alla vita.

Un enigma che ci riempie di incertezze e di dolore, costringendoci bruscamente a considerare il significato profondo del vivere.

Eppure trascorriamo i giorni esorcizzando la paura nell’indifferenza, sforzandoci di ignorare che, prima o poi, arriverà per tutti quel momento.

Quando muore una persona cara, il dolore ci spinge a cercare un colpevole e a prendercela con la provvidenza, con la sfiga, con i santi, col demonio o con dio, nel tentativo di attribuire a qualcuno la responsabilità di una tragedia, che ai nostri occhi, altrimenti, appare priva di senso.

Il senso, però, è inscindibile da ciò che stiamo vivendo ed è cucito a filo doppio al cuore, e non agli avvenimenti.

Il senso appartiene a un sentire nascosto dietro tutti gli eventi che incontriamo lungo il percorso che dalla nascita giunge alla morte e che, per convenzione e brevità, chiamiamo “vita”.

Nessuna “vita” succede mai per caso, perché tutta la vita è un significato che si srotola nella nostra esperienza giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, istante dopo istante.

Non ci può essere “vita” senza significato.

La vita è un profondo significato.

Al quale possiamo prestare attenzione o dal quale possiamo distrarci, rincorrendo le tante proposte offerte dal mercato.

Il significato, comunque, è sempre lì, in quella sensazione di esistere che permea gli avvenimenti.

Nella percezione di se stessi, dietro al rumore dei tanti fatti quotidiani.

Nell’estasi e nello struggimento che trapelano oltre il muro degli impegni, quando siamo innamorati.

Nell’entusiasmo incurante dei bambini.

Nell’energia che spinge gli uccellini a lanciarsi fuori dal nido.

Il significato è quell’indicibile perché che rende ogni nascita misteriosa e santa.

E’ il sacro, impalpabile, nascosto nelle cose.

Non sempre riusciamo a prestarvi attenzione, catturati dal rumore assordante della corsa al raggiungimento di status sempre nuovi e, purtroppo, sempre meno appaganti.

Nessuna vita è senza significato.

Per questo, nessuna morte è senza significato.

Il capolinea dell’esperienza che chiamiamo “vita” fa parte del percorso.

E nonostante i fatti ci mostrino colpevoli, assassini, disgrazie, malattie, catastrofi o vecchiaia, nessuna morte succede per caso.

E nessuno può decidere dove sarà il capolinea nella vita di un altro.

Nemmeno quando, nei fatti, è il suo assassino.

Certo, i colpevoli esistono.

La ragione e la cronaca ci mostrano le cause concrete della morte, nascondendo il significato dietro agli avvenimenti, occultando la ragione profonda per cui arriva un momento in cui l’esperienza del vivere giunge al termine.

La morte è un impegno che non si può disertare.

Un appuntamento deciso con la nascita.

Inscindibilmente connesso al percorso che chiamiamo “vita”.

Solo chi muore è in grado di valutarne il senso, per se stesso.

Chi resta, deve trovare, invece, il legame con la propria “vita”, il filo invisibile che lo ha condotto ad attraversare quel momento.

Il senso, della vita e della morte, appartiene a un esistere più ampio, a un vissuto che sfugge alla ragione perché non si può stringerlo tra le mani, non si può toccare, non si può misurare.

Come tutte le cose profondamente vere, aspetta di essere compreso in un angolo del nostro cuore.

Ci vuole tempo per calmare il dolore e permettere una riflessione capace di tradurre in parole quel sentire che oltrepassa i discorsi e fa parte di un altro livello della nostra coscienza.

Oltre la mente, nel piano dei sentimenti, il cuore conosce le ragioni che portano a un incontro o a una separazione.

Conosce la distinzione tra mancanza e legame.

Sa che le unioni sono fuori dal tempo.

Esistono in un punto della coscienza, dove non ci sono divisioni.

E’ questo che la logica non comprende.

Il cuore esplora sempre il mistero della vita e della morte.

La mente si ribella. E’ abituata a primeggiare. Non tollera di cedere la sua supremazia.

Solo quando si arrende al potere interiore, è possibile slegare le parole fino a scorgere il senso che accompagna il dolore nella propria vita.

Allora ogni cosa ci svela il suo significato.

Qualsiasi cosa.

Anche la morte.

Perché l’amore non conosce distinzioni.

Né limiti.

Carla Sale Musio

 

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