Archive for Dicembre, 2012

Dic 28 2012

QUEI RICORDI CHE NON MI RICORDO…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

L’odore del pesce fritto evoca sempre in me una nostalgia struggente. Qualcosa che mi scalda il cuore e mi fa sentire improvvisamente in pace…

Camminavamo in silenzio sulla sabbia tenendoci per mano nell’aria calda e umida della sera.

Ricordo l’odore salmastro delle alghe e i colori scuri della notte che lentamente avvolgevano il sole nel loro abbraccio quieto.

E quella tua presenza così naturale, quella nostra consuetudine del pesce…

La trattoria era proprio a ridosso della spiaggia, con i muretti di cemento ancora caldi dal sole e i tavolini all’aperto sotto la tettoia di canne.

Andavamo spesso lì a mangiare il pesce. Era una tradizione nostra. Intima, rassicurante e quasi quotidiana. Un modo per stare insieme e scambiarci le emozioni della giornata.

Ma perché ci andavo? E con chi ero? Chi tenevo per mano? Chi era quella presenza così familiare?

Per quanti sforzi faccia, io non riesco proprio a ricordarlo. La scena s’interrompe sempre su quel frammento, così preciso ma anche così incompleto.

Non ricordo nient’altro. Buio. Come se avessi perso la memoria. Come se fossi devastato da una mutilazione al cervello.

Eppure… il ricordo si accende immancabilmente ogni volta che fiuto l’aroma della frittura di pesce.

E’ un ricordo dolce e pieno d’amore che io purtroppo non ho mai vissuto.

(Sono vegetariano da quando ero bambino e non mangio il pesce)

Ma è così intimo che riesce sempre a emozionarmi.

Alessandro

*  *  *

Dopo la laurea, Francesca ha programmato una vacanza di dieci giorni a New York.

All’ultimo momento, però, l’amica con cui aveva organizzato il viaggio ha un imprevisto e non può più partire con lei.

Francesca non se la sente di rimandare tutto.

Dieci giorni da sola in una città sconosciuta le fanno un po’ paura ma decide di partire ugualmente e di vivere quell’avventura.

Non è mai stata a New York e l’emozione è grande!

Appena scesa dall’aereo si sente improvvisamente a casa. Ogni cosa le è familiare. Odori, rumori, colori… tutto. Ricorda strade, negozi, nomi e scorciatoie.

Incuriosita, si lascia pian piano guidare da quella strana consapevolezza e, senza chiedere informazioni a nessuno, trova d’istinto tutto ciò che le serve: oggetti, monumenti, mezzi di trasporto, punti ristoro, divertimenti, parchi, centri commerciali…

Ogni cosa le venga in mente, ha la sua risposta in quel “già vissuto” che a New York l’accompagna dappertutto facendola sentire straordinariamente diversa. Disinvolta, sicura, propositiva e… a suo agio.

In un angolo di sé, Francesca si osserva e non si riconosce.

L’indecisione e la timidezza di sempre sono scomparse cedendo il posto a una personalità nuova, più intraprendente e sicura.

Dieci giorni che scappano via in un nanosecondo e che le sembrano una vita intera.

Rientra a casa emozionata e confusa, abbandonando a malincuore quella che ormai chiama affettuosamente “la mia città”.

Come in un sogno, sul volo di ritorno la personalità newyorkese cede il posto alla ragazza di sempre (avventurosa e dinamica ma anche timida e riservata) che porta a casa una valigia piena di regalini e conserva nel cuore il ricordo di quell’altra se stessa, così incredibilmente diversa da lei.

* * *

Non so perché ma i bambini che si esibiscono sul palcoscenico mi fanno provare qualcosa di lacerante e… terribile! Talmente doloroso che comincio a piangere senza riuscire più a fermarmi.

Quando mia figlia era piccolina, pensavo fosse la commozione nel vederla recitare a scuola o ballare durante i saggi di danza.

Ma l’altro giorno sono entrata per caso in un centro commerciale, proprio mentre un gruppo di bambini si esibiva in una performance di tango. Erano così carini, tutti con i costumi di lamé, colorati e carichi di lustrini, che mi sono avvicinata a curiosare un po’ ma… è stato impossibile! Ho dovuto allontanarmi in tutta fretta per nascondere le lacrime che mi scorrevano sul viso come un fiume in piena.

E lo stesso mi è successo a teatro, qualche mese fa, quando sono entrati in scena alcuni giovanissimi attori che certamente avevano tutti meno di dieci anni.

La loro parte era festosa e allegra e non sarà durata più di dieci minuti. Ma a me è sembrata un’eternità!! Non riuscivo a fermare i singhiozzi. Più mi sforzo di controllarmi e peggio è!!

Allora cerco di farmene una ragione e di ricordare da cosa e quando abbia avuto origine tutto questo dolore, ma camminando all’indietro con la memoria non trovo nulla. Nessun indizio per una reazione tanto esagerata e inopportuna.

E’ qualcosa di triste e di mostruoso insieme… qualcosa che non ricordo, che non mi appartiene e che inevitabilmente mi provoca il pianto.

Marina

* * *

Alcune persone hanno ricordi che non fanno parte delle esperienze di questa vita.

Sono avvenimenti che non potremmo ricordare perché non li abbiamo vissuti nello stato di coscienza con cui li riviviamo oggi e che ci appaiono sotto forma di emozioni o di immagini frammentarie, slegate da ciò che stiamo vivendo in quel momento.

Sono ricordi che segnalano un movimento della coscienza su piani diversi della sua infinita realtà.

La nostra identità è limitata alle poche esperienze che la ragione considera “reali”.

Tutto il resto è censurato e nascosto nell’inconscio, per non turbare l’idea che ci siamo costruiti di noi stessi e della vita.

Ma la coscienza è qualcosa di molto più ampio di quanto la logica sia disposta ad ammettere.

La coscienza è l’insieme di tutte le realtà possibili.

(Quelle logiche e quelle che la logica non può processare)

Si è tanto parlato di vite precedenti… vite che abbiamo già vissuto con un corpo e un’identità differente da quella di adesso, in cui abbiamo sperimentato situazioni e stati d’animo diversi.

Le vite precedenti sono esperienze che appartengono alla coscienza ma non al corpo e all’identità con cui ci identifichiamo abitualmente.


Ma che cos’è: la coscienza?


Siamo parte di un tutto più grande, chiamato coscienza, che trascende i limiti del corpo e dell’identità di ciascuno e che si frammenta in infiniti altri corpi e identità per fare esperienze circoscritte della sua totalità.

La frase mistica “Tutto è uno.” esprime questo concetto.

Ma nel mondo della logica le cose sono finite e l’infinito è troppo espanso e privo di limiti per poter essere compreso, valutato e considerato nelle esperienze che viviamo abitualmente.

Per questo esiste un grande calderone chiamato inconscio dove archiviamo tutte le cose che la ragione non riesce a spiegare.

L’inconscio e la coscienza probabilmente sono la stessa cosa.

Solo che uno per definizione non lo si può conoscere. E’ appunto: inconscio.

Mentre l’altra, la si può almeno tentare di esplorare. E’ coscienza… quindi potenzialmente consapevole.

A volte possiamo avere ricordi che non ricordiamo di avere mai vissuto perché non ne abbiamo fatto esperienza con questo corpo e con questa identità.

Quando permettiamo a noi stessi di essere di più del nostro corpo e della nostra identità, possiamo ammettere di avere delle consapevolezze vissute in corpi e con identità diverse da quelle attuali, ma non per questo meno reali.

Poiché gli effetti di queste esperienze si possono sperimentare con il corpo e con l’identità di adesso, quei ricordi (vissuti con corpi e identità diverse) possono essere ritenuti reali.

Il tempo ingarbuglia le cose, però.

Infatti, se li ricordo adesso, ma non li ho mai vissuti, come fanno a essere ricordi?

In quale tempo ne avrei fatto esperienza?

In un tempo successo prima, in cui io ero io ma non ero ancora nato?

Queste domande sono mal poste e perciò non trovano risposte adeguate.

Il tempo non è qualcosa che esiste a prescindere dalla coscienza che lo sperimenta.

Il tempo è uno stratagemma della coscienza che permette di frammentare la totalità in una sequenza.

Dentro quella sequenza io nasco, vivo e muoio.

Fuori da quella sequenza, io sono nato, vivo e morto contemporaneamente.

Perché senza il tempo, tutto semplicemente è.

(Tutto-insieme-in-un-eterno-adesso)

E in quell’eterno adesso ci sono altre esperienze che interferiscono col mio mondo interiore e che permettono ai ricordi di prender forma nel corpo e con l’identità che ho ora (e che chiamo “la mia vita attuale” per distinguerla dalla totalità della coscienza e delle infinite vite che le appartengono).

Così quei ricordi che ogni tanto fanno inspiegabilmente capolino nella nostra realtà, ci segnalano una identità più grande e più articolata e arricchiscono la nostra esperienza di vissuti diversi.

Vissuti che meritano un’esplorazione più approfondita e un’integrazione nella vita attuale perché intrecciano l’esperienza corrente con la loro carica emotiva.

Recuperare le storie e i traumi di altre vite serve a illuminare la nostra esistenza presente e permette di sciogliere i traumi che ancora interferiscono con la crescita interiore e con lo sviluppo della nostra identità.

Siamo tutti parte di un’unica infinita coscienza che srotola se stessa in tante vite per dare forma alla sua molteplicità.

Comprendere l’irrazionale nella nostra esperienza ci porta a contatto con una saggezza profonda e permette al mondo interiore di dispiegare tutta la sua poliedrica verità.

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Dic 23 2012

… VUOI GIOCARE CON ME?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Per i bambini, giocare è un’attività importante quanto respirare.

Giocando si lasciano fluire le emozioni e i vissuti interiori, si acquisiscono abilità nuove, ci si prepara alla vita e s’impara a gestire la fantasia e l’immaginazione.

Il gioco è un’espressione fondamentale della creatività, indispensabile per il benessere psicologico dei piccoli ma anche dei grandi.

Tutti i bambini assecondano spontaneamente il bisogno naturale di giocare ma troppo spesso questa capacità si perde con la crescita.

Sugli adulti, infatti, la pressione sociale esercita un controllo conformista e stereotipato, che limita i comportamenti creativi e indirizza ogni attività al raggiungimento di un più proficuo benessere economico. 

Così, crescendo censuriamo la nostra naturale giocosità e costringiamo noi stessi in quel range di comportamenti prestabiliti che chiamiamo maturità, limitando il desiderio di gioco alle poche attività ludiche ritenute socialmente accettabili.

Giocare però fa bene alla salute ed è psicologicamente necessario! A qualsiasi età.

Perché giocando esprimiamo la nostra sensibilità e la nostra vitalità, e ritroviamo il contatto con la profondità della vita.

Il gioco è un’attività coinvolgente, avventurosa e appassionante, che monopolizza l’attenzione e che è bello vivere insieme con gli altri.

Spesso, quando giochiamo, abbiamo bisogno di condivisione.

Per i più piccoli giocare insieme è importantissimo.

Insieme agli altri bambini.

E anche insieme a mamma e papà.

Molti genitori, però, non riescono a giocare con i propri figli e, pur comprando giochi e giocattoli, non sanno come utilizzarli con loro.

Tanti adulti, infatti, crescendo hanno dimenticato la propria voglia di giocare e si concedono soltanto poche attività ludiche, competitive e ben regolamentate.

Queste persone ritengono impropriamente che agli individui maturi siano permessi soltanto alcuni tipi di giochi e non altri.

Perciò possono giocare a scacchi, a carte, a Risiko, a calcetto, a tennis… ma non alle bambole, al dottore, a nascondino, con la plastilina, con la tempera a dita o con altre cose del genere.

Per chi è grande, purtroppo, non esistono giochi creativi da poter fare insieme.

La nostra società non ama la creatività, e tantomeno la cooperazione.

La limita nei bambini e la censura negli adulti.

Per incrementare i consumi e favorire lo sviluppo dell’economia è meglio un sano individualismo, indifferente e solitario, piuttosto che la libera espressione dell’immaginazione, della fantasia e della solidarietà.

Altrimenti si corre il rischio di scambiare, riciclare, condividere e reinventare… tutto!

E magari si finisce per non comprare più niente!!

Il mondo degli adulti è fatto di doveri e non di fantasia, perciò, quando diventiamo genitori, non ricordiamo più quali erano i bisogni, i giochi e i desideri che avevamo da bambini.

Per questo tanti adulti non sono capaci di giocare con i propri figli e fanno fatica anche soltanto a incoraggiarli nelle attività creative.

Tutti i bambini, però, hanno bisogno di condividere il gioco e la creatività, sia con gli adulti che con gli altri bambini.

E un papà o una mamma che sappiano giocare con loro, sono preziosissimi.

Purtroppo al primo posto, nello scarno repertorio dei giochi che tante mamme e papà si concedono di condividere con i bambini, stanno i giochi di società (monopoli, gioco dell’oca, quiz, giochi di abilità, ecc.) o i giochi di movimento (rincorrersi, fare la lotta, giocare a calcio, cucinare, ecc.).

Cioè: giochi molto strutturati e con regole da rispettare, oppure: giochi che non è possibile fare spesso o che non possono durare a lungo.

I giochi creativi (disegnare, costruire, fabbricare, inventare, comporre, ecc.) e i giochi di ruolo (bambole, drammatizzazione, pupazzi, burattini, ecc.) sono spesso trascurati dai grandi.

Forse perché troppo sporchevoli o troppo imbarazzanti per chi ormai è diventato una persona seria.

Per sciogliere il blocco che ingabbia la giocosità, sarebbero necessari dei centri di “Fisioterapia del Gioco” per adulti incapaci di giocare. Luoghi dove ritrovare il contatto con la propria parte creativa, avventurosa, vitale ed entusiasta, e in cui ripristinare la confidenza e l’esplorazione di aspetti nuovi e diversi di se.

Ma in attesa di un mondo migliore… una buona terapia per i genitori che non sanno giocare è quella di ricontattare la propria parte infantile, dedicandogli qualche minuto ogni giorno.

Per attuarla è necessario: portare l’attenzione al bambino che siamo stati e concedergli di fare capolino nella nostra vita quotidiana.

Occorre solo un po’ di impegno e di buona volontà.

Non è difficile… si tratta di ascoltare quei pensieri, veloci e sciocchi, che di solito censuriamo occupati in altre cose più serie.

Per risvegliare il bambino interiore può essere terapeutico:

  • comprare delle figurine…

  • appiccicare qualche stellina…

  • ascoltare una musica infantile…

  • camminare dentro una pozzanghera…

  • dare forma a un tovagliolino di carta…

  • disegnare un cuore sul palmo della mano…

  • e altre cose simili

Piccoli gesti che aiutano a ritrovare i codici meno inibiti e più liberi della nostra anima infantile.

Solo recuperando il proprio desiderio di giocare, diventa possibile per i genitori assecondare nei figli il bisogno naturale di condividere il gioco.

Senza costringere l’entusiasmo in schemi prestabiliti e rigidi ma anzi! Lasciando che colori le giornate con soluzioni, forse poco strutturate, ma ricche di possibilità espressive.

Nel disordine della creatività prende forma un ordine in grado di accogliere senza censurare e si sviluppa un’attenzione capace di ascoltare le emozioni invece che reprimerle.

Giocare è un modo di stare insieme e di scoprire soluzioni nuove per i problemi di sempre.

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Dic 18 2012

SEPARARSI PER INCONTRARSI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La separazione è un momento determinante nella crescita di una coppia.

Infatti, la capacità di amare passa anche attraverso l’accettazione di un distacco definitivo.

Quando un’unione finisce, entrambi i partner devono prendere in mano le redini della propria vita, riconsiderando l’autonomia individuale e assumendosi la responsabilità delle scelte compiute.

Dover centrare solo su di se l’interpretazione degli eventi ridisegna i confini di ciascuno e consente di trovare equilibri nuovi.

Capita spesso che la distanza fisica favorisca l’incontro delle anime e permetta di costruire una comunicazione diversa, meno possessiva e più realistica, comprensiva dei limiti e delle incapacità e perciò rispettosa della personalità reale di entrambi.

Durante l’innamoramento, infatti, un pericoloso meccanismo di idealizzazione spinge a esaltare le qualità della persona amata creando aspettative illusorie e magiche.

Il grande coinvolgimento emozionale incoraggia a credere che le ferite vissute durante l’infanzia possano essere miracolosamente sanate dall’amore puro e meraviglioso del partner.

Sotto la spinta della passione, ognuno cerca di dare all’altro il meglio di sé, nel tentativo di essere davvero la persona giusta, unica e speciale! E questo conferma la fantasia di una possibile risoluzione delle mancanze sofferte in passato.

Ma nella realtà nessuno può risolvere per noi le problematiche rimaste insolute durante l’infanzia.

Non esiste un risarcimento danni in grado di colmare le lacune affettive che abbiamo vissuto da bambini e di soddisfare la fame d’amore che i nostri famigliari non hanno saputo appagare.

Ognuno deve trovare in se stesso la capacità di amarsi e di sanare le ferite vissute durante la crescita.

L’idealizzazione crea tante aspettative impossibili, e, nel tempo, trasforma le illusioni in pretese!

La conoscenza reciproca conduce inevitabilmente alla scoperta che lui (o lei) non può essere il principe (o la principessa) venuto a liberarci dall’incantesimo delle nostre ferite infantili.

Ma, per non soffrire un altro fallimento, spesso neghiamo l’evidenza, continuando a pretendere dal partner le attenzioni che ci sono mancate da bambini e che non abbiamo ancora imparato a darci da soli.

In questo pericoloso gioco di attese e di proiezioni, l’immagine idealizzata di un salvatore (che poi diventerà persecutore) deforma costantemente la percezione della relazione e il partner paga le colpe delle mancanze affettive diventando il bersaglio della nostra ira infantile.

E’ solo quando infine ci si separa, arresi davanti all’evidenza delle proprie illusioni, che tutte le idealizzazioni finalmente crollano, lasciando il posto a una più obiettiva e dolorosa accettazione dei numerosi difetti di ognuno.

Saper accogliere il vissuto di fallimento, che accompagna la separazione, è una delle prove più difficili della vita.

La maturità che ne consegue porta con sé una trasformazione nella personalità e un’importante riflessione sugli errori e le modalità affettive personali.

Per questo a volte dalla separazione può nascere una relazione nuova, più rispettosa delle differenze e dell’autonomia di ciascuno.


STORIE D’AMORE DIVERSAMENTE UNITO


L’ascolto interiore si perfeziona col tempo e con l’esperienza, spingendo a condividere i sentimenti in modi sempre più profondi.

L’amore non è normale. E’ vero.

A volte la separazione è soltanto un momento di passaggio nel cammino di una coppia, uno spazio di riflessione e solitudine, necessario per affrontare il cambiamento.


CLANDESTINITA’


Quando Sonia decide di separarsi ha passato da poco la cinquantina e con Giovanni non ce la fa davvero più. La vita insieme è stata solamente un lungo inferno! Fatto di tradimenti, delusioni, bugie, silenzi… e tanta, tanta, tantissima fatica.

Durante i venticinque anni di matrimonio, Sonia ha sempre lavorato nella sua piccola azienda artigianale, ha cresciuto tre figli, ha mandato avanti la casa, ha organizzato feste, Natali e compleanni, cercando in tutti i modi di essere una moglie carina, elegante, curata, simpatica e accogliente per il padre dei suoi figli e per i loro amici.

Adesso, però, che i ragazzi sono grandi e non hanno più tanto bisogno di lei, sente che è arrivato il momento di pensare a se stessa.

Con dolore e con tanti rimpianti, decide di intraprendere un cammino personale, fatto di nuove amicizie, nuove occupazioni, un nuovo appartamento tutto per se e un aiuto psicologico.

Nel corso dei cinque anni successivi alla separazione da Giovanni, Sonia ricomincia daccapo una vita da single.

S’iscrive a un corso di ballo, partecipa agli incontri di meditazione che si tengono nella libreria di un’amica, cura con attenzione la sua nuova casa, rendendola un luogo accogliente e confortevole dove riposarsi e rimarginare le ferite del passato e, una volta a settimana, affronta se stessa e la sua storia nelle sedute di psicoterapia.

I figli vanno spesso a trovarla e scoprono con lei un rapporto diverso, più sereno e finalmente libero dai continui litigi che avvelenavano i pranzi e le cene di un tempo.

E’ in questo clima, rilassato e vitale, che un giorno… per caso… Sonia incontra Giovanni a uno stage di tango.

Entrambi si scoprono cambiati.

Più calmi, più attenti, più capaci di ascoltare e di mettersi in discussione.

Incuriositi l’uno dall’altra, ballano insieme al ritmo di una complicità diversa.

Entrambi sanno che nulla potrà mai tornare come prima.

Entrambi sono sorpresi dalla trasformazione che leggono in fondo agli occhi dell’altro.

Cinque anni che sembrano cinquemila.

Decidono di rivedersi ancora.

Da soli.

E scoprono uno stare insieme finalmente senza pretese e senza possesso.

Tra loro nasce una relazione clandestina.

Fatta d’incontri segreti, di confidenze mai rivelate e di una sessualità finalmente appagante.

Non possono far sapere a nessuno che si amano ancora.

Oggi con più passione e con più rispetto.

Troppo difficile spiegare che solamente nella separazione hanno capito com’è fatto l’amore.

I figli non approverebbero quegli incontri.

Gli amici neanche.

E forse la clandestinità protegge un segreto che è bello condividere…


EROTISMO


Marcella e Roberto sono una coppia storica. Stanno insieme da quando erano bambini. Sono cresciuti aiutandosi nelle difficoltà e festeggiando i successi, entrambi desiderosi di costruire tra loro un rapporto solido e sicuro.

Insieme sono un punto di riferimento per gli amici e per i familiari, che ammirano la loro capacità di volersi bene e di condividersi nonostante i tanti casini che costellano la vita.

Perciò nessuno si aspetta che Marcella di punto in bianco decida di separarsi da Roberto.

“Ho bisogno di stare da sola.” Dichiara lapidaria a chiunque le chieda spiegazioni.

Roberto ci mette molto tempo a realizzare il senso di quelle parole, infine si rassegna a fare le valige e a trasferirsi nella casa dei genitori.

Marcella invece cerca aiuto nella psicoterapia.

Non capisco cosa mi succede. Da tempo non provo più nessuna attrazione per Roberto. Sembra che tutto il mio erotismo si manifesti quando non voglio! Ultimamente mi capita spesso di sentirmi coinvolta dagli sguardi di un collega. Non credo di essermi innamorata di lui, anzi! Lo considero un dongiovanni, seduttivo e inaffidabile, ma stargli vicino mi fa sentire le farfalle nello stomaco e un’ebbrezza che con Roberto non ho mai provato.” racconta preoccupata.

Sostenuta dalla psicologa, Marcella affronta le sue sensazioni lasciandosi progressivamente coinvolgere in quel gioco complice, fatto di sguardi, di baci clandestini e di momenti colmi di eccitazione.

Il bisogno di giocare, di sedurre e di lasciarsi coinvolgere dalla passione le consente di riappropriarsi di una parte creativa, istintiva e trasgressiva, che aveva nascosto anche a se stessa, nel tentativo di essere prima “una brava figlia” e poi “una brava moglie”.

Lentamente emerge un lato del suo carattere assopito e censurato da sempre nella relazione con Roberto.

“Per inseguire il modello della coppia perfetta avevo chiuso le porte alla mia anima libera e anticonformista. Oggi mi sembra impossibile aver rinunciato a un aspetto di me così importante!” racconta durante una seduta.

Qualche mese dopo, per ragioni di lavoro Marcella incontra Roberto ad una cena.

Tra i due l’elettricità è palpabile ma questa volta lei sente di non voler censurare il suo bisogno di prendere l’iniziativa.

Il loro matrimonio oggi non è più l’emblema della “coppia perfetta” ma l’amore è diventato più profondo e più vero.

“Non saprei come definire il rapporto che abbiamo adesso” racconta sorridendo “ma certo non voglio ingabbiarlo di nuovo dentro qualche etichetta preconfezionata!! Preferisco lasciare spazio alla corrente emotiva e permettermi di vivere con mio marito un erotismo inesplorato e seducente. Anche se questo dovesse farmi correre il rischio di altre mille separazioni! ”


FRATERNITA


Elena e Francesco hanno un rapporto di comprensione e affetto. Da tanti anni condividono la casa e la vita insieme ai loro bambini. Anche quando l’amore è finito. Senza traumi e con grande complicità.

Per la loro coppia la separazione è una tappa decisa con calma e con molta attenzione, in modo da non creare scrolloni nell’organizzazione quotidiana di scuola, compiti, piscina, catechismo… e impegni di lavoro.

Entrambi hanno bisogno di sperimentare una sessualità più coinvolgente di quella vissuta insieme e che da troppo tempo ha lasciato il posto a un amore fraterno.

Entrambi vivono oggi nuove relazioni con nuovi partner.

Entrambi sanno che il loro impegno genitoriale non avrà mai fine, nemmeno quando i figli saranno diventati grandi, e che, perciò, chi ha scelto di condividere la vita con loro dovrà sapersi adattare agli impegni familiari che quotidianamente gestiscono insieme.

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Dic 13 2012

L’AMORE E’ ENERGIA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

L’amore è un’energia che parte dal centro del nostro essere e s’irradia intorno, creando un campo di forza capace di influenzare il mondo circostante in uno scambio continuo d’informazioni. 

Emaniamo una sorta di alone magnetico che trasmette le notizie essenziali su di noi, raccontando chi siamo, cosa proviamo, come ci sentiamo, che pensieri e che emozioni abbiamo, di momento in momento.

Allo stesso modo, riceviamo le informazioni essenziali su chi ci circonda e sviluppiamo le nostre relazioni proprio grazie alle comunicazioni trasmesse dai campi energetici.

Purtroppo la civiltà dei consumi ha abolito la percezione e la decodifica cosciente di questo sapere sottile, per concentrarsi esclusivamente su ciò che si può vedere e toccare.

Così, il più delle volte non siamo consapevoli degli scambi energetici che avvengono tra noi e il mondo esterno.

La nostra attenzione rivolta alla concretezza delle cose, ci fa perdere di vista l’esistenza di altre informazioni.

Si tratta di conoscenze preziose che ignoriamo consapevolmente, ma che percepiamo inconsapevolmente utilizzando un sapere diverso da quello dei cinque sensi.

E’ capitato a tutti di provare un’inspiegabile sensazione di disagio al cospetto di persone che apparentemente non sembrano avere nulla di sgradevole.

Queste persone emanano una sgradevolezza energetica, cioè il loro campo energetico è dissonante rispetto alle nostre frequenze.

Diciamo allora che “a pelle” o “di pancia” non ci piacciono, segnalando (ma anche occultando) in questo modo l’esistenza di una percezione che non utilizza solamente i sensi fisici.

L’energia delle persone, dei luoghi e delle cose con cui veniamo in contatto, ci influenza costantemente.

Viviamo immersi in un campo di frequenza che ci caratterizza, e ci rende compatibili o incompatibili con chi incontriamo.

Questa energia è l’espressione di ciò che siamo profondamente.

Parla della nostra anima.

Racconta una verità senza censure.

Anche quando cerchiamo di nasconderci dietro alle tante maschere che indossiamo abitualmente.

Il campo della nostra energia risente delle esperienze che abbiamo vissuto, dei pensieri che ci attraversano, dei sentimenti che viviamo, e trasmette al mondo messaggi sinceri su di noi.

Tutti gli animali, immuni dal conformismo che tortura gli esseri umani, hanno una comprensione immediata di queste energie e sanno riconoscere d’istinto le frequenze di chi li avvicina.

Gli uomini, invece, hanno perso queste capacità e basano il loro sapere su ciò che vedono o su ciò che sanno a priori, privandosi d’informazioni preziose e indispensabili per avere una comunicazione autentica.

E perciò… sincera.

La cultura della nostra razza ha abiurato la consapevolezza delle energie, definendola “poco attendibile”.

Preferisce circondarsi di apparenze.

Teme l’impatto con la verità.

Perciò ha limitato la propria conoscenza esclusivamente alla materialità.

La scienza umana evita con cura tutto quello che riguarda le emozioni.

Il mondo emotivo non è misurabile, non è localizzabile in qualche specifica area del corpo, sfugge ai cinque sensi e alla tecnologia, perciò per la scienza non può essere: scientifico.

I sentimenti non sono abbastanza concreti per la ricerca in laboratorio.

Sono sempre troppo soggettivi.

Non possiedono spessore, consistenza, peso, materialità.

Ma, nonostante la loro mancanza di scientificità, i sentimenti sono reali.

Veri.

E imprescindibili.

Possiedono un’autenticità che la scienza non può dimostrare con le sue apparecchiature ma che ognuno di noi ha sperimentato sulla propria pelle con certezza matematica.

Tutte le emozioni sono energia.

Energia che parla di noi e ci racconta degli altri.

Energia che ci fa bene.

O che ci fa male.

Energia che bisogna imparare a conoscere e a riconoscere per costruire un mondo… finalmente migliore.

Un mondo fondato sulla verità e non sull’imbroglio.

Un mondo onesto.

Le razze animali diverse dalla nostra non sanno usare la finzione e l’inganno, non basano la loro vita sull’apparire.

Possiedono ancora la capacità di decodificare i messaggi che i campi magnetici delle cose e delle persone emettono costantemente.

Per questo non possono mentire.

Hanno mantenuto l’onestà necessaria per essere diretti e sinceri, leggono con chiarezza l’immediatezza delle energie.

L’uomo, al contrario, si nasconde dietro alla concretezza delle cose, che chiama cultura, buone maniere, convenzioni sociali, civiltà… e occulta a se stesso la verità immediata dei campi energetici.

Preferisce utilizzare delle maschere per nascondere i propri sentimenti.

Poi purtroppo si ammala.

Perde il contatto con l’autenticità del mondo interiore e si sente confuso e impacciato quando si tratta di raccontare cosa prova.

Spesso si vergogna di voler bene.

Nasconde le lacrime.

Sorride quando è arrabbiato.

E crede che il successo sociale dipenda dal possedere una rigida corazza d’insensibilità.

Ma fuori da questi falsi miti, ognuno sa in cuor suo che c’è “qualcosa” capace di farci stare bene quando ci sentiamo amati e male quando invece è assente.

“Qualcosa” capace di farci sentire amati a prescindere da ciò che vediamo, ascoltiamo, tocchiamo, annusiamo o gustiamo.

L’amore è un sentire che sfugge ai cinque sensi e ci riporta all’essenzialità.

Esprime l’autenticità di ciascuno.

L’amore è un’energia che svela la verità dell’anima.

Quando ne percepiamo la frequenza, il nostro campo energetico comincia a pulsare e la vita acquista il suo significato più profondo e più vero.

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Dic 08 2012

OSPEDALE. Strategie di sopravvivenza psichica.

Una domenica di inizio estate vengo ricoverata in ospedale per una sospetta malattia infettiva…

Ricordando quella giornata ci sono almeno due elementi che sembrano nascondere un velato presagio.     

La mattina io, il mio compagno e mio figlio di 5 anni, usciamo per fare una passeggiata.

Mentre scendiamo le scale Robert si gira e, guardandomi negli occhi, mi dice: “Mamma come sei forte”.                    

Mi viene da sorridere per questa sua convinzione perché in realtà mi sento stanca!

E’ una bellissima giornata e decidiamo di mangiare fuori casa.

Mentre sorseggio una bibita, Robert mi dice che vorrebbe assaggiarla: “Bevi pure dal mio bicchiere tanto non sono neanche raffreddata” gli rispondo!

Torniamo a casa, mi sento sempre più stanca, c’è caldo e ci rilassiamo sul divano.

D’improvviso un colpo di tosse e… subentra il panico!

Immediatamente mi sdoppio: spaventatissima avviso Giancarlo, e contemporaneamente cerco di tenere un atteggiamento “composto ed equilibrato” con mio figlio.

Un veloce consulto telefonico con mio cognato medico mentre infilo freneticamente dentro uno zainetto di Robert un pigiama e dei giochi, tra i quali la sua amata talpina per la notte, poi lo affido a mia sorella dopo avergli detto che devo andare da un dottore per farmi curare la tosse.

Giancarlo mi accompagna in ospedale. Ricordo un viaggio breve e muto. Sono molto spaventata.

In ospedale rimarrò per 18 lunghi giorni e per reagire alla paura ho trovato catartico scrivere!

Appunti in libertà, scritti di getto e senza alcun ordine, una sorta di terapia per vincere il senso di sconforto.

Una sera, mentre riordinavo gli appunti, Robert si è avvicinato e con tono serio mi ha detto: “Ho trovato il titolo per il tuo libro dell’ospedale. Si chiama: - Il primo giorno della vita -.

Sono rimasta senza parole.

Credo che i bambini siano depositari di una saggezza antica che noi adulti lentamente distruggiamo.

Quindi Robert cosa voleva insegnarmi suggerendomi quel titolo?

Ho interpretato il suo messaggio in questo modo: devo utilizzare il tempo che mi ha richiesto questa malattia come il periodo necessario per iniziare a costruire una vita più consapevole, il primo giorno di una nuova vita.

Una rinascita…


IL RICOVERO


Al mio arrivo in ospedale, sono ormai le 21.00, vengo accompagnata in una stanza e visitata dalla dottoressa in turno.

Mi viene data un’unica  regola: se qualche essere umano dovesse entrare in camera devo indossare la mascherina.

Sul tavolino viene deposta una triste cena e la prima manciata di anonime pastiglie.

Coperta dalla mia nuova mascherina, guardo sconcertata Giancarlo. Mi accorgo che, dietro una calma apparente, anche lui è frastornato.

In quel momento elaboro la frase che occuperà la mia mente per un’intera giornata: “Non riesco a capacitarmene! Io non voglio restare qui, voglio andare a casa! E Robert?”

Giancarlo cerca di tranquillizzarmi ma deve andar via anche lui.

Sono sola, in una stanza con due letti, mi accorgo che la stanza vicina è occupata da diversi uomini, il lungo andito è buio e silenzioso. Ho una sensazione di disagio, sono in pigiama, in un posto che non conosco.

Chiudo piano la porta e mi corico, penso al mio bambino e mi sento profondamente triste, finora non avevamo mai dormito separati.

Trascorrerò la prima notte in ospedale completamente insonne con una luce accesa.


STRANE PRESENZE


Nelle istituzioni totali c’è una distinzione fondamentale fra un grande gruppo di persone controllate, chiamate opportunamente internati, e un piccolo staff che controlla. Gli internati vivono generalmente nellistituzione con limitati contatti con il mondo da cui sono separati, mentre lo staff presta un servizio giornaliero di otto ore ed è socialmente integrato nel mondo esterno. Ogni gruppo tende a farsi unimmagine dellaltro secondo stereotipi limitati e ostili. Lo staff tende a sentirsi superiore e a pensare di aver sempre ragione; mentre gli internati, almeno in parte, tendono a ritenersi inferiori, deboli, degni di biasimo e colpevoli.

Così come è ridotta la possibilità di comunicare fra un livello e laltro, è altrettanto limitato il passaggio di informazioni, in particolare quelle che riguardano i piani dello staff nei confronti dei ricoverati. Il ricoverato è escluso, in particolare, dalla possibilità di conoscere le decisioni prese nei riguardi del suo destino. 

  Erving Goffman   -Asylums-


I MEDICI


IL GRANDE CAPO


Kling….Klang….Kling

E’anticipato dal rumore delle ruote del suo carrellino guidato da una donna vestita di rosso…

Kling… Klang…Kling

Si apre la porta e appare il carrellino con sopra i pazienti… ops le cartelle cliniche!

Lui troneggia in posizione centrale, è maestoso, capelli bianchi, voce impostata da attore drammatico.

Chiede se sei migliorata. Ovviamente non ti visita. Che schifo. Roba da trogloditi!

Legge la tua cartella chiedendo delucidazioni su esami “scomparsi” mentre la donna vestita di rosso allaccia con te un dialogo muto ma denso di complicità, sottolineato da preziose espressioni facciali.

“So io come gestirlo… perde sempre tutto… che pazienza che ci vuole!”

Un giorno azzardo una domanda alla Lubrano, quelle che richiedono necessariamente una risposta, ma l’occhiataccia che ricevo mi fa pentire di essere stata così ardita!

Vengo rimproverata perché ho usato un termine medico sbagliato poi, dopo essersi scusato per essere costretto ad utilizzare dei termini poco scientifici ma adatti alla mia limitata comprensione, ricevo la mia prima lezione di medicina.                     

Però quante cose sto imparando in ospedale!

Il grande capo arriva sempre in compagnia e io osservo incuriosita il campionario umano che mi si presenta.

Intimidita al suo cospetto c’è la giovane dottoressa. Con fare diligente spiega come ha svolto i compiti a casa, sperando in un suo sguardo di approvazione.

La giovane dottoressa è l’unica che utilizza ancora gli antichi metodi, infatti, la sera del mio ricovero mi ha visitato! Tra noi poteva nascere un bel rapporto ma, ahimè, mi sono bruciata questa opportunità quando l’indomani mattina non l’ho riconosciuta!

Troppo difficile spiegarle che il mio cervello ha conservato confusi ricordi dell’intera serata trascorsa tra pronto soccorso e ospedale.

Provo comunque nei suoi confronti un senso di tenerezza. Deve essere dura, dopo tanti anni passati a studiare, sentirsi quotidianamente sotto esame!

In un’altra occasione arriva accompagnato da due medici.

Capisco subito che la loro posizione è differente. Entrambi ostentano sicurezza e sono propositivi. Uno di loro, in preda ad uno smisurato entusiasmo, propone di farmi fare degli ulteriori esami!

Ben tre medici discutono della mia malattia e nessuno di loro mi ha guardato in faccia o fornito qualche spiegazione riguardo al mio caso clinico!

Strategie

Bando alla malinconia!

Cambiare subito segno al pensiero “neanche mi vedono” e sostituirlo con “ però, sono oggetto di attenzione da parte di 3 sapienti”

Ci si guadagna in autostima!!!

Ho superato il “metus reverentialis” per il grande capo grazie ad un’immagine che mi ha suggerito Giancarlo, dopo aver accolto il mio sconcerto per il fatto che i medici non solo non mi visitavano ma non oltrepassavano la porta.

Il mio racconto gli ha riportato alla memoria le illustrazioni della peste del 1600, dove i medici erano raffigurati con una maschera somigliante al becco di un avvoltoio che doveva servire a proteggerli dal contagio.  

Da quel momento ogni volta che arrivava il grande capo riuscivo a “vederlo con il becco” e questa immagine mi faceva sorridere.                     

 

IL NARCISO


Scarpe sportive e camice effetto nudo con esibizione di petto villoso (chi può permetterselo).

E’ Lui.

Resta poggiato pigramente sulla porta, viso imbronciato da attore francese, risponde alle domande con fare oscillante tra la superiorità e la noia.

Non aspettarti che ti guardi in faccia o, tantomeno, che ti visiti!

La sua etica professionale gli consente di avere come unici interlocutori i tuoi esami.

 Lui parlerà solo dei tuoi esami, anzi parlerà solo con i tuoi esami.

Strategie:

Non pensare che si disinteressi della tua persona!

NO!

Il suo è un nuovo approccio scientifico che prescinde dal corpo fisico … sicuramente sa il fatto suo.


LINNOVATIVA


C’è un qualcosa nel suo viso che grida: “Innovazione. Basta con questi vecchi schemi. La medicina è andata avanti! Esistono anche altri paradigmi.”.

Pettinatura femminile e creativa (“non se ne può più di queste code smorte”), ti guarda negli occhi per capire che tipo sei, un’occhiata veloce alla stanza e ai libri che leggi ….

No! Ho lasciato sul tavolo un libro compromettente, solitamente nascosto con cura, che parla di energia universale e forze guaritrici!!

Riconosce l’autore e ti chiede in codice “Lo sta applicando?”

Ci scambiamo un sorriso complice.

L’innovativa esprime con sicurezza le sue idee e non ha paura di non allinearsi!

La nostra conoscenza però si interrompe subito perché vuole andare a vedere i “suoi” pazienti.

Strategie:

Evitare i coinvolgimenti perché tanto io non sono “sua”!


STRUMENTI UTILI ALLA SOPRAVVIVENZA 

La magica borsa di Mary Poppins


La magica borsa va riempita di cose solitamente ritenute non essenziali e assolutamente non asettiche magari anche popolate da acari, ma magiche perchè ricche di affetto.

Dunque occorre equipaggiarsi di tutto ciò che può essere utile a renderci non solo più comoda ma anche più gioiosa la vita in una stanza d’ospedale.

Chi ha il tempo può prepararla con cura, io non l’ho avuto quindi tutto l’occorrente mi è arrivato poco per volta grazie ai pensieri che mi hanno rivolto le persone care.

Dalla mia borsa sono usciti come per magia:

  • una tovaglietta colorata per nascondere il tetro grigiore del comodino;

  • disegni colorati e imbevuti del potere magico dei bambini e portafortuna da loro ideati (pupazzetti, carte dei puffi, elastici dalla forma di animali … la fantasia dei bambini non ha confini!);

  • talismani, libri, immagini, preghiere, fotografie, cristalli (tutto ciò che, secondo le nostre credenze, riteniamo possa proteggerci e darci conforto);

  • Rescue Remedy  (Fiori di Bach ) per alleviare lo stress psico/fisico;

  • unguento di arnica, magico per gli ematomi;

  • un profumo che mi fa sentire bene e tutto ciò che serve per guardarmi allo specchio e vedermi bella ( e non solo malata) ;

  • un quaderno, una penna, libri, cd, dvd, una radio e un lettore  dvd portatile.

  • Il contenuto della magica borsa rispecchia il nostro essere e il mio tende a mischiare “sacro e profano”.

 Daniela Garau

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Dic 03 2012

Sensibile, intuitivo, altruista? ATTENZIONE! Potresti avere una personalità creativa…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La personalità creativa è… uno stile di vita ricco di sensibilità e di inventiva!

Un modo di essere naturale e spontaneo in tutti gli esseri umani.

Per natura la specie umana è aperta, curiosa degli altri e desiderosa di scoprire e condividere.

Purtroppo però, proprio a causa di questa innata disponibilità, è facile influenzarne i comportamenti.

L’attenzione verso il prossimo e l’affettività fanno di noi una razza addomesticabile.

E nel corso del tempo, creature ciniche e senza troppi scrupoli si sono approfittate della nostra indole mite e cooperativa, per usarci come strumenti al servizio di una smodata ambizione di potere.

E’ così che, da tempo, una piccola elite tiene in mano le sorti del mondo.

Grazie a un sapiente uso della suggestione, a sofisticate tecniche psicologiche e a un impiego, abile e scaltro, di competenze ipnotiche e manipolazione di massa, i pochi che gestiscono le sorti di molti ridisegnano quotidianamente il nostro pensiero, portandoci a scegliere le cose, le situazioni e le emozioni che hanno previsto per noi.

Siamo creature naturalmente amorevoli, pronte a collaborare e disposte a porgere aiuto durante le difficoltà ma la nostra fiduciosa disponibilità… ci rende pericolosamente manipolabili.

Lo studio del comportamento animale, rivela il funzionamento della reciprocità nelle specie diverse dalla nostra, e mette bene in evidenza come un’insopprimibile curiosità (quello che comunemente è chiamato: bisogno di fare amicizia) presti facilmente il fianco allo sfruttamento e all’abuso.

Tanto negli animali quanto negli esseri umani.

Tra gli animali, l’addomesticabilità è un requisito essenziale per la selezione, l’allevamento e lo sfruttamento al servizio dell’uomo.

Più una razza è domestica, più aumentano i rischi e le probabilità che, per via del suo temperamento docile e cooperativo, sia utilizzata a vantaggio della razza umana.

Ma così come per gli animali anche per le persone è stato valido nei secoli lo stesso principio.

Progressivamente e impercettibilmente, quella piccola elite che governa il mondo ha coltivato il conformismo e fatto crescere l’indifferenza nei nostri cuori, affievolendo l’istinto e la sensibilità dalle nostre percezioni coscienti, fino a eliminarli quasi del tutto.

Grazie a un sapiente uso delle suggestioni emotive e delle tecniche di plagio, ciò che avevamo di amabile, dolce e pronto a donarsi, si è trasformato in bisogni che hanno ben poco a che vedere con la disposizione naturale degli esseri umani.

Questa innaturale forzatura verso necessità poco spontanee e indotte da altri è causa di molteplici sofferenze psicologiche e genera tanta violenza nel mondo.

Numerosissime patologie mentali hanno origine da esigenze e desideri provocati artificialmente a discapito del primordiale bisogno umano di voler bene e di manifestarlo.

Ritengo che la personalità creativa sia la struttura originaria della nostra specie, un modo di essere naturale e spontaneo.

Purtroppo, questa nostra innata capacità di amare e la nostra istintiva creatività, nel tempo si sono atrofizzate quasi del tutto, sepolte sotto una coltre di prescrizioni, emotive e comportamentali.

La personalità creativa è perciò una tipologia sana e naturale che, a causa delle manipolazioni subite, è stata resa irriconoscibile e sommersa sotto molte patologiche strutture di falso sé, insensibilità e cinismo.

Questa invisibile lobotomizzazione dell’autenticità, però, non colpisce tutti gli individui con la stessa intensità e mentre per molti seguire la corrente è diventato una necessità, alcuni incontrano ancora enormi difficoltà nel tentativo di conformarsi ai modelli prescritti.

Sono proprio questi ultimi ad avere una personalità creativa ancora vitale e manifesta.

Gente scarsamente plagiabile e in possesso di un emisfero destro del cervello, attivo e vitale.

Persone che, non riuscendo a seguire gli standard imposti dalla società, spesso sono guardati con sospetto, incompresi, derisi, rifiutati o emarginati. 

La personalità creativa segnala l’esistenza di una psiche capace di mantenere vivo il bisogno di cooperazione a dispetto del bombardamento psicologico subito quotidianamente.

Infatti, la libertà e l’autonomia che caratterizzano questa struttura di personalità, permettono a chi la possiede di non perdere mai il contatto con la propria istintiva verità.

Sono uomini e donne, dotati di una grande affettività.

Creature capaci di cogliere il mondo interiore anche dietro le apparenze.

Esseri muniti di una naturale sensitività.

Chi ha una personalità creativa sente con forza il bisogno di riportare l’umanità al suo originario stato di disponibilità e condivisione.

Si tratta di anime venute al mondo per svolgere il compito prezioso di aiutare gli altri a risvegliarsi e a riappropriarsi della loro naturale amorevolezza.

Io non sono normale: IO AMO vuole essere un appello rivolto a tutti coloro che si riconoscono in questa tipologia, un aiuto nel diventare più consapevoli delle proprie risorse emotive e creative e un invito a trovare il coraggio per dare forma e vita alla missione che sono venuti a svolgere nel mondo.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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