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Gen 27 2013

PAESE CHE VAI… USANZE CHE TROVI. Consigli utili per un’ospedalizzazione consapevole

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Il viaggio all’interno di un ospedale è una meta estrema, scelta soltanto da viaggiatori molto curiosi, è necessario quindi prepararsi con cura prendendo in esame non solo il clima, la diversa alimentazione ma anche le differenti forme di vita sociale e gli aspetti culturali che caratterizzano questo strano paese.

Possiamo quindi considerare il “viaggio dentro un ospedale” come un’occasione di incontro con una cultura diversa dalla nostra che può lasciare una traccia profonda nella nostra vita…


GLI ABITANTI


Nonostante certe somiglianze di “usi e costumi” non sempre tutto il mondo è paese, per questo motivo può rivelarsi utile una piccola guida per districarsi meglio ed evitare spiacevoli figure. 

Lo spirito dell’esploratore in aggiunta a qualche consiglio utile può aiutarci a capire quale sia il “giusto” modo di comportarsi in questa terra straniera.

Cominciamo con il prendere familiarità con i suoi abitanti, suddivisi in due grandi gruppi sociali: i medici e gli infermieri. 

Ogni gruppo ha la propria scala gerarchica e le proprie regole, abbiamo già avuto modo di osservare il gruppo dei medici ora quindi andiamo a conoscere meglio il gruppo degli infermieri. 

Indossano tutti una divisa, il cui colore individua dei sottogruppi con dei compiti differenti.

Andando oltre questa apparente uniformità possiamo però individuare dei caratteri  predominanti, con i quali non sempre è facile entrare in relazione.


STRANE PRESENZE


PUFFO BRONTOLONE

E’sempre nervoso e sente la continua necessità di trovare un motivo apparentemente plausibile per poterti sgridare!

Riesce a trovare gli argomenti più disparati che possono andare dall’accusarti della sgualcitura del letto parallelo al tuo: colta in fallo! Hai fatto sedere i tuoi ospiti… 

In realtà si è sdraiata una sua collega perché stava male ma capisci subito che sarebbe inutile giustificarsi!

Colta in fallo: hai buttato il blister per riporre le pastiglie; non sono stata io ma accetto stoicamente la sgridata perché non si fa la spia!

Fannullona! Non ti sei occupata del ricambio dell’aria in camera: a parte che non è gentile …anche se capisco che i resti della cena, dimenticati miseramente sul tavolino dal giorno prima, non rendano l’aria proprio salubre!

A mio discapito posso solo dire che una cannula sul polso destro mi impedisce di tirar su la serranda e, dopo aver chiesto inutilmente aiuto a più di una persona, ho deciso di rinunciarci!

Strategie:

Evitare di sentirsi come quando da bambini si veniva sgridati dalla mamma.

Evitare di sentirsi offesi dal suo tono poco empatico.

Evitare di ricorrere alle parolacce!

Prendersi 4 secondi (inspirare-espirare-inspirare-espirare) e pensare che, grazie a noi e alle “nostre malefatte”, oggi siamo riusciti a farlo sentire meglio!

E’ bello sentirsi utili…

IL FRETTOLOSO

Ha l’affanno, è sempre di fretta, dimentica sempre qualcosa.

E’ gentile ma non riesce a concentrarsi sul presente, cerca sempre di anticipare i tempi per portarsi avanti!

Non conosce proprio il significato dell’ “Hic et nunc”, farebbe rinunciare all’insegnamento anche il più tenace dei monaci zen …

Strategie:

Mantieni viva l’attenzione e occupati di te stesso.

Impara a familiarizzare con la flebo.

Se conti qualche pastiglia in più chiedi, con molto garbo, se per caso ti è stata cambiata la terapia perché fino a ieri prendevi 3 pastiglie e oggi te ne ritrovi 4…

“Aiutati che il ciel ti aiuta” perché talvolta la fretta è cattiva consigliera!

Questo non significa essere autorizzati a diventare petulanti o diffidenti …

LASETTICA

Solitamente giovane, ha delle belle mani “curate”.

E’ molto professionale, saluta con sguardo neutro, svolge senza coinvolgimento e con competenza il suo lavoro, se ne va senza rivolgerti una parola più del dovuto.

Il suo motto è “Efficienza e Razionalità”

Strategia:

Non dimenticare mai di elargire ringraziamenti e sorrisi, può essere che prima o poi si riesca a sgretolare il muro…

LINTELLETTUALE

Di età indefinita è solitamente longilinea, sguardo serio, molto precisa nelle indicazioni. Ha un cedimento solo se casualmente hai lasciato visibili dei libri o dei DVD. Il suo sguardo si illumina e cerca uno scambio intellettuale …

Il vostro rapporto si gioca in quei 2/3 minuti, o scatta l’affinità artistica o è meglio lasciar perdere!

Strategia:

Stessa strategia dell’asettica.

Nascondere alla sua vista i film di Checco Zalone,  meglio avere sempre disponibili film d’autore.

QUELLA DALL’IRA FUNESTA

La sua espressione del viso è talmente contratta che ormai le impedisce di parlare in modo chiaro. La riconosci dal grugno.

Lei bofonchia, mugugna rimproveri incomprensibili. Tu non sai cosa hai sbagliato ma, dal tono, capisci che “non lo dovevi fare!” Ma cosa???

Ti accoglie in questo modo dal primo momento che ti vede e continuerà a sgridarti bofonchiando fino al momento in cui lascerai la stanza.

Strategia:

Evitare di cadere nel Vissuto persecutorio (in certi casi la V maiuscola è d’obbligo) “Ce l’ha con me!” Ridimensionatevi, voi siete un nulla perché lei ce l’ha con tutti!

Non cercate di capire quali vostri comportamenti la infastidiscano perché la infastidite per il solo fatto di essere presente …

Non usate la strategia del sorriso, rischiereste di peggiorare la situazione, con lei queste smancerie non attaccano!

Se proprio esagera, fateglielo notare usando un tono secco e perentorio, riuscirete magicamente a farla stare zitta per qualche secondo, anche se continuerà a guardarvi con fare sprezzante.

Non cadete nel tranello psicologico “avrà sicuramente dei problemi per essere così arrabbiata col mondo e tutti i suoi abitanti”. Anche voi avete un problemino, dal momento che siete ricoverati in ospedale, quindi avete il diritto di essere trattati con rispetto!

Seguire l’istinto e farsi rispettare. Se possibile evitare il conflitto aperto perché ha lei “l’ago dalla parte del manico”

LUMANISTA

E’ simpatica e riesce sempre a svolgere il suo lavoro con “umanità”. Desideri ardentemente sia in turno quando hai qualche problema che non riesci a risolvere da sola. Puoi patteggiare una pausa flebo, per improrogabili motivi fisiologici, senza essere sgridata o una notte senza cannula quando il dolore comincia a diventare “pesante”.

Lei tifa per te quando si prospetta l’ipotesi di dimissione e, di sua iniziativa, ti informa su orari e presenze dei medici.

Strategia:

Nessuna. E’ un normale e rispettoso incontro tra due persone. Il giorno delle mie dimissioni spero sia in turno perché mi piacerebbe salutarla.                                                 


CELESTIALI PRESENZE


L ANGELO

In ogni ospedale, per ogni persona, c’è sempre un angelo. 

Può assumere vesti diverse ma ognuno di noi riesce a riconoscere il suo angelo dal primo incontro.

Il mio è una ragazza che apre la porta con un grande sorriso (anche se indossa la mascherina riesco a vederlo) e mi lascia augurandomi con amorevolezza “Buona giornata”. Non solo, ricorda il mio nome e mi chiede, ogni giorno, come mi sento.

Queste semplici attenzioni, dopo due settimane in ospedale, mi sembrano una cosa immensa.

Il tuo angelo si rapporta con te non come il letto n.29 ma come una persona con cui si può parlare: di bambini ( il mio e il suo stanno preparando la recita di fine anno scolastico), di danza (una passione che abbiamo in comune), di musica.

Insomma delle cose normali, da persone normali, a cui ormai  sei disabituata.

Soltanto una mattina l’ho vista silenziosa. Si è scusata dicendomi che nella mia stanza c’era tranquillità quindi ne approfittava per fare una piccola preghiera per un signore, vicino di stanza, che stava molto male (l’avevo sentito lamentarsi per tutta la notte).

Quella mattina ho capito che Francesca non era solo il mio angelo…

LARCANGELO

Grandi ali rosse e occhi ridenti. Quando compare l’Arcangelo la tua stanza si riempie di luce…

E’ l’essere che riesce a mettere in comunicazione il tuo mondo esterno con quello dell’ospedale.

Compare nei momenti di crisi mistica, quando il dubbio e la paura si insinuano con fare  seduttivo  tra i tuoi pensieri, e riesce a confortarti con parole semplici. Traduce con termini chiari esami a cui sei stato sottoposto ma di cui nessuno ti ha fornito spiegazioni,  ti anticipa un probabile iter dandoti modo di evitare preoccupazioni… perché si sa una delle nostre più grandi paure è data dall’ignoto.

Prima di entrare in ospedale non lo conoscevi ma lui conosce qualcuno che ti è vicino (un familiare o un amico) e dal momento in cui si presenta si prende cura di te.

L’arcangelo ispira fiducia e tu ti affidi.

Si sa il rapporto col soprannaturale è diretto e non ammette ipocrisie quindi si possono saltare tutti i primi gradini di conoscenza per arrivare direttamente a parlarsi in modo chiaro e diretto e, fortunatamente, non soltanto della tua salute.


RIFLESSIONI DI FINE VIAGGIO:

l’Ospedale che vorrei


I Ruoli interscambiabili

Una mattina le mie tranquille letture sono state interrotte dall’arrivo inaspettato di un’infermiera che, dopo avermi detto che stava male, si è sdraiata sul letto affianco al mio.  Senza riflettere mi sono avvicinata e le ho chiesto se avesse bisogno di aiuto ma, nello stesso istante in cui ho finito di formulare la frase, ho percepito la stranezza della situazione. I ruoli si erano ribaltatati!

IO, in pigiama, offrivo il mio aiuto ad una infermiera…

Subito dopo sono arrivati altri due infermieri che, dopo averle misurato la pressione, scherzavano affettuosamente con lei “trattandola da paziente”, cioè usando lo stesso linguaggio che usavano con me. 

Cosa facevano “istintivamente” i suoi colleghi? Si prendevano cura di lei “totalmente”: mentre misuravano la pressione la rassicuravano e scherzando alleggerivano la tensione. Piccoli accorgimenti a costo zero ma quanta differenza possono portare ad una persona che non si sente bene ed è preoccupata!

Questa scenetta paradossale mi ha fatto riflettere, perchè in quel momento mi sono resa conto che, nonostante le divise diverse, “in fondo in fondo siamo tutti esseri umani!”.

Allora tutti abbiamo bisogno delle stesse cose per stare meglio in un momento di difficoltà .

Essere ospedalizzati significa  stare in un posto sconosciuto, circondati da persone sconosciute…. stando male.

Quindi, di cosa abbiamo bisogno?

Abbiamo bisogno di essere accolti con “amorevolezza”

Abbiamo bisogno di essere ascoltati

Abbiamo bisogno di essere circondati da persone empatiche

Abbiamo bisogno di essere “curati totalmente”

Abbiamo bisogno di essere trattati con rispetto

Abbiamo bisogno di conservare la nostra dignità e il nostro pudore.

 Piccoli accorgimenti

Nell’Ospedale che vorrei ogni essere umano continua a conservare la sua “unicità” e non viene disumanizzato e classificato in una tipologia corrispondente alla sua patologia.

Il paziente viene accolto con rispetto e non viene inutilmente spaventato .

Viene ascoltato. Vengono ascoltati i suoi dubbi e le sue paure e gli vengono fornite le informazioni riguardanti la sua salute in modo chiaro.

Viene curato da persone che sanno mettersi nei suoi panni, anche se solo temporaneamente.

Non viene inutilmente offeso nella sua dignità e nel suo pudore.

Continua a conservare la sua integrità e non viene solo considerato un corpo, o peggio ancora una parte di un corpo,  ma si tiene conto anche della sua psiche, sul cui prezioso aiuto si deve contare per una completa  guarigione.

Ovviamente il rispetto tra medico e paziente e tra infermiere e paziente deve essere reciproco.

Nell’Ospedale che vorrei il paziente è “paziente”.

Non è petulante.

Non è maleducato o arrogante.

Ha un rapporto di civile convivenza con i suoi compagni di stanza.

“Non fa il medico” ma collabora attivamente con il medico nel prendersi cura di se stesso.

Questi piccoli accorgimenti, completamente gratuiti, renderebbero il clima ospedaliero molto più accogliente e sereno e tutti noi delle persone migliori.

Daniela Garau

Leggi anche: 

OSPEDALE 

OSPEDALE. Strategie di sopravvivenza psichica

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Gen 22 2013

Io non sono normale: SO STARE DA SOLO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Un tempo c’erano gli scapoli e le zitelle.

Gli scapoli spesso… erano d’oro.

Le zitelle, invece… erano acide.

Gli scapoli erano misteriosi e affascinanti.

Le zitelle erano brutte e un po’ sfigate.

Oggi ci sono i single.

E, per fortuna, sono unisex!

Ma l’evoluzione dello scapolo e della zitella mantiene comunque un alone di sfiga, come se il fatto di non essere in coppia segnalasse un fallimento.

“Insomma, se uno è single, qualcosa dev’essere andato storto!”

Così in molti sfuggono la singletudine e preferiscono tenere i piedi ben piantati dentro a qualche storia sentimentale.

Anche quando la storia in questione non funziona più, perché la passione è finita da un pezzo (o forse non c’è mai stata).

Il chiodo scaccia chiodo, rimane ancora oggi il metodo più in voga per liberarsi dai legami diventati obsoleti.

E in tanti preferiscono trascinarsi dentro relazioni ormai finite, rimandando la separazione a quando un nuovo amore si profilerà all’orizzonte.

Perché, fino a quel miracoloso momento, la vita di coppia, anche se tormentata e priva di entusiasmo, è considerata preferibile a una convivenza… con se stessi.

Chiudere una relazione e permettersi di stare da soli è una scelta per pochi indomiti spiriti liberi.

“Probabilmente asociali, allergici ai legami e incapaci di condividersi!”

Questo il giudizio che, come una condanna, pesa su chi, dopo aver concluso un rapporto preferisce evitare di buttarsi subito a capofitto dentro un altro.

“Non arrenderti!!! Vedrai che troverai un partner migliore!!” l’incoraggiamento non tarda ad arrivare nei commenti di parenti, amici e conoscenti.

La capacità di stare soli, purtroppo, è ancora una prerogativa di pochi.

Quando, usciti da una storia d’amore, ci si ritrova single, di solito si preferisce sfuggire se stessi… in extremis anche solo fantasticando sul prossimo partner! Che, come un miraggio, calmerà l’arsura affettiva e porterà nuova linfa alla vita.

Ma demandare a un mitico principe azzurro, o principessa azzurra, la rivitalizzazione del nostro entusiasmo esistenziale significa rinunciare all’indipendenza e lasciare che qualcun altro la gestisca per noi.

Certo, delegare le responsabilità, è un modo molto diffuso per sentirsi sempre nel giusto e dalla parte dei buoni!

Questo meccanismo di fuga dal disappunto dei propri casini e dal dolore dei fallimenti, però, ha un costo psicologico molto alto.

Infatti, blocca la crescita interiore e impedisce l’evolversi di una sana autostima.

Significa sfuggire alla vita, impedendosi di fare un bilancio delle proprie scelte e dei risultati ottenuti.

L’autostima nasce dalla capacità di imparare dai propri errori e di tollerarne le conseguenze.

Quando sfuggiamo noi stessi, rifugiandoci nella speranza di un colpo di fulmine miracoloso e rivitalizzante, paradossalmente corriamo a grandi falcate verso un altro fallimento.

Perché, senza una sana revisione e una messa a punto dei comportamenti, il nostro inconscio ci guiderà nuovamente in una situazione analoga alla precedente e perciò destinata anch’essa a fallire.

La fine di un rapporto ci lascia sempre svuotati e soli, sommersi da un senso di delusione e di inutilità delle nostre scelte e della vita.

Il vissuto di fallimento accompagna inevitabilmente tutte le separazioni.

Saperlo attraversare vuol dire costruire il cambiamento, permettersi di incontrare le proprie difficoltà, accogliere anche quelle parti di sé poco edificanti, infantili, inadeguate, e imparare una verità più grande, su se stessi e sugli altri.

Sopportare quel senso di sconfitta, senza cercare di evitarlo a tutti i costi, conduce verso una nuova maturità, più consapevole, più onesta e più attenta ai nostri bisogni personali, e perciò anche a quelli di chi amiamo. Ci fa diventare delle persone migliori.

Percorrere da soli il cammino necessario a incontrare anche le parti di noi che non ci piacciono, è una prova che solamente pochi riescono ad affrontare.

La maggior parte delle persone preferisce sfuggire l’analisi e l’ascolto di sé, proiettando su un nuovo amore la soluzione di tutti i problemi.

Le storie che nascono sulle macerie di altri rapporti sono destinate a un futuro complicato, difficile e incerto.

Non è mai chiaro, infatti, quanto siano servite da propulsione per superare vecchie difficoltà e quanto siano il frutto di una reale evoluzione interiore.

Saper stare da soli è il presupposto indispensabile per trasformare la separazione in un cambiamento in grado di condurci verso nuove possibilità.

Permette di innamorarsi… per amore!

E non per necessità.

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Gen 17 2013

CULTURE ANIMALI

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Gli psicologi hanno verificato che l’egocentrismo, fisiologico fino ai tre anni di età, con la maturità deve cedere il posto alla socializzazione, cioè allo scambio, alla condivisione e al rispetto per gli altri.

Dopo i tre anni, infatti, la mancanza di socializzazione segnala una falla nello sviluppo dell’intelligenza e un’attenzione patologicamente centrata su se stessi. Per essere intelligenti bisogna aver conquistato la capacità di considerare la presenza degli altri e di fraternizzare con loro.

Per fortuna gli psicologi non applicano le scale di intelligenza alla specie umana  ma solo ai singoli individui… altrimenti saremmo costretti a constatare una grave deficienza intellettiva nella nostra specie!

La razza umana è ancora molto egocentrica e per questo, purtroppo, patologica.

Immersa nella propria presunzione e in un campanilistico autocompiacimento, ritiene di essere l’unica depositaria del sapere.

La sua arroganza è evidente nel definire “cultura” solo ciò che rientra dentro i parametri stabiliti dall’uomo stesso.

Non ci fermiamo mai a considerare che al mondo esistono anche altri saperi differenti dal nostro.

Gli esseri umani vengono educati fin da piccoli alla sopraffazione e alla violenza sulle altre specie.

Perciò, crescendo, ci comportiamo come se per noi fosse un diritto usare qualunque altro essere vivente a nostro piacimento.

La nostra civiltà, malata di razzismo e prepotenza, non ci insegna il rispetto per la vita, ci spinge, invece, a sfruttare l’indole disponibile delle altre specie.

Consideriamo l’accondiscendenza di tante razze animali non come un aspetto della cooperazione ma come una mancanza d’intelligenza e, dopo aver bollato la tolleranza con l’etichetta di stupidità, ci sentiamo autorizzati a compiere ogni tipo di maltrattamento su chi, per carattere o per scelta, non opponga troppa resistenza.

Macellare, uccidere, cacciare, vivisezionare, sfruttare, abusare… sono per noi attività lecite, quando vengono compiute sulle specie diverse dalla nostra.

Poco importa se le altre razze soffrono, amano, s’innamorano, hanno paura, gridano e provano dolore, proprio come noi.

Una cappa d’indifferenza e di cinismo giustifica i nostri crimini quotidiani e ci permette di sentirci migliori, nonostante le torture e i soprusi che infliggiamo.

Siamo convinti che l’intelligenza stia nella capacità di sopraffare e non, invece, nell’accoglienza e nel rispetto per gli altri e per la vita.

La convivenza pacifica non è considerata dall’uomo una capacità o un valore delle altre specie, né tantomeno l’aspetto di una cultura differente.

Perciò abusiamo di chiunque impunemente, convinti di essere più intelligenti e superiori proprio per questo.

Non ci sfiora nemmeno il pensiero che gli animali possiedano una cultura.

L’unica cultura che riconosciamo è la nostra, cioè quella del predominio e della legge del più forte.

Viviamo immersi nell’indifferenza e in nome del nostro piacere consideriamo giustificato l’abuso e lo sfruttamento di qualsiasi vita.

Quando la sopravvivenza diventa impossibile, molte specie animali ritengono preferibile estinguersi piuttosto che distruggere l’habitat nel quale poi dovrebbero vivere.

Ma ai nostri occhi, questo diverso punto di vista sull’esistenza, appare privo d’intelligenza e perciò non lo consideriamo il presupposto di un’altra cultura ma solo il segno di una genetica idiozia.

Abbiamo costruito un sapere incapace di comprendere la diversità.

E tutto ciò che non è omologabile ai parametri del nostro arbitrio, lo ignoriamo come inesistente.


Ma cosa significa la parola cultura?


Il termine “cultura” indica il bagaglio delle conoscenze di un popolo.

Tutte le culture possiedono un insieme di saperi che si tramandano da una generazione all’altra.

In culture diverse da quella umana, però, la trasmissione delle informazioni non utilizza il linguaggio parlato o la forma scritta.

Questo certamente le rende insolite ai nostri occhi.

Ma non inesistenti.

La loro diversità è una ricchezza che dovremmo considerare e valorizzare, piuttosto che ignorare.

Modi diversi di trasmissione delle conoscenze dovrebbero essere per noi uno spunto di riflessione e di apprendimento, non l’autorizzazione alla violenza.

Invece ci sentiamo in diritto di affermare che non esiste alcun “sapere” al di fuori del nostro. Forti del fatto che le altre razze, non usando codici scritti,  non possiedono niente a testimonianza della loro cultura.

In questo modo cadiamo dentro un patologico antropocentrismo.

E diventiamo vittime di una presuntuosa autoreferenzialità.

Poiché noi tramandiamo la cultura in forma scritta, riteniamo inesistenti tutte le culture che utilizzano canali di comunicazione differenti.

Gli animali:

  • possiedono un linguaggio telepatico (che l’essere umano non sa più utilizzare e che non è in grado di comprendere)

  • trasmettono i loro valori geneticamente ed emotivamente

  • leggono i campi energetici in cui sono immerse le cose e le persone

  • comunicano tra loro utilizzando la sensitività I poteri straordinari degli animali di R. Sheldrake; Parliamo con il cavallo di H. Blake)

Dal punto di vista etico, la loro cultura è più sviluppata della nostra perché tiene conto dell’esistenza delle altre specie e si muove nel rispetto, senza depredare il pianeta.

Nel mondo animale non esistono l’allevamento e lo sfruttamento di una razza a vantaggio di un’altra.

Sono soltanto gli esseri umani a prevaricare e abusare la Terra, distruggendo le risorse di tutti e approfittando, stupidamente e crudelmente, della tolleranza degli altri esseri viventi.

Ciò che la nostra razza non capisce, affetta da un pericoloso senso di onnipotenza, è che le specie diverse dalla nostra preferiscono rinunciare a se stesse piuttosto che agire l’abuso e il massacro del pianeta.

Questa scelta di olocausto rende le culture animali eticamente e spiritualmente più evolute della nostra.

Tra loro non esistono gli allevamenti, i macelli, i circhi, gli zoo, la sperimentazione e la vivisezione.

Esistono, invece, una tolleranza, una convivenza e un’accettazione della vita, del dolore e della morte, che per gli uomini sono impensabili.

Avremmo molto da imparare da queste scelte diverse dalla nostra ma, per riuscire a coglierne la saggezza, dobbiamo prima crescere psicologicamente, sviluppare la nostra intelligenza emotiva e liberarci dall’onnipotenza e dall’egocentrismo che bloccano l’evoluzione dentro un patologico antropocentrismo.

Tante culture animali sono patrimoni di conoscenze pacifiste.

Ci mostrano saperi che hanno a cuore la vita e che rifuggono la distruzione dell’ecosistema, anche a costo di estinguersi.

Offrirsi in sacrificio per il genere umano ha reso un uomo il simbolo indiscusso della saggezza e della pace.

Ma questo succedeva più di duemila anni fa.

Non fa scalpore, invece, chi muore oggi per una scelta analoga.

Esseri di specie diverse da sempre immolano se stessi per l’umanità, senza clamori e senza alcuna croce.

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Gen 12 2013

CHANNELING: ascoltare la spiritualità interiore

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La parola channeling si riferisce alle comunicazioni avute per via telepatica da tutte quelle forme di vita che non possiedono un corpo.

Channeling letteralmente significa: canalizzazione.

Un tempo le comunicazioni medianiche erano fenomeni rari, riservati a pochi individui chiamati medium, cioè persone capaci di abbandonare la propria identità per prestare il corpo a chi ne era privo. Grazie alla disponibilità di queste persone tante entità spirituali hanno potuto comunicare con noi e trasmetterci la loro filosofia ricca di amore e di saggezza.

Negli anni duemila la possibilità di comunicare con chi non ha un corpo è diventata molto diffusa e chiunque può canalizzare con facilità messaggi e indicazioni.

Ma, nonostante la sua attuale diffusione, il channeling è ancora guardato con timore e superstizione, e accomunato impropriamente con la magia nera.

Aprire il dialogo e parlare di questi temi non è semplice, perché l’ignoranza fa lievitare i preconcetti bloccando la diffusione delle informazioni e lo sviluppo delle conoscenze.

Oggi la peggiore forma di razzismo si accanisce soprattutto con chi non possiede un corpo, negando il diritto all’esistenza.

Tutto quello che non si può toccare, nella nostra cultura materialista è giudicato irreale e perciò da ignorare.

Con questa tracotante indifferenza, trascuriamo qualsiasi cosa sfugga ai cinque sensi.

La sensibilità, le emozioni, l’amore… appartengono al regno delle cose immateriali e per questo sono prive di considerazione, di rispetto e di cura.

Ma così facendo, ci dimentichiamo che proprio queste cose immateriali hanno il potere di rendere la vita degna di essere vissuta e appassionante.

Che vita sarebbe, infatti, una vita senza emozioni?

Se la depressione, la malattia del secolo, ci fa tanta paura è proprio perché la mancanza di emozioni che la caratterizza arriva a rendere preferibile anche la morte.

Il pensiero materialista con la sua pretesa di assoluta concretezza ha cancellato la sensibilità dalle persone, trasformandoci in robot senza cuore e facendo impazzire la psiche.

Infatti, trascurando i vissuti emotivi si creano i presupposti per una pericolosa mancanza di contatto con la parte più vitale di se stessi e si affonda progressivamente nelle sabbie mobili della malattia mentale.

Chi possiede una personalità creativa, però, non può ignorare il proprio mondo interiore e spesso vive fenomeni di channeling anche senza rendersene conto.

Queste persone canalizzano con facilità, entrando in contatto con informazioni e conoscenze che poi attribuiscono a qualche ispirazione improvvisa.

E’ importante far luce sulle esperienze di channeling sfatando i pregiudizi che le demonizzano e imparando a utilizzare questa meravigliosa risorsa spirituale che ci consente di attingere a una saggezza profonda, in grado di aiutarci a superare le difficoltà della vita.

Le guide spirituali, infatti, ci parlano tramite intuizioni improvvise che illuminano come bagliori il flusso dei nostri pensieri, mostrandoci un diverso modo di affrontare i problemi.

La dimensione immateriale permette a chi non ha un corpo di focalizzarsi sulle esigenze emotive e sui valori profondi della vita, senza lasciarsi abbagliare dalle apparenze ingannevoli della fisicità.

Chi non possiede il corpo, infatti, vive in una dimensione della coscienza diversa dalla nostra.

Una dimensione in cui lo spazio e il tempo non esistono e dove la fratellanza, l’amore e la condivisione sono le coordinate primarie.

Per comunicare con chi è immateriale, è indispensabile abbandonare la visione materialistica e spostarsi in una modalità percettiva diversa, basata sull’accettazione del proprio mondo interno.

E’ lì, infatti, che avvengono le comunicazioni e che prendono forma le risposte ai quesiti che spesso tormentano la nostra vita.

Saper fluire da una percezione centrata sui sensi fisici a un ascolto interiore, concentrato e privo di giudizio, è una maestria che s’impara lasciando emergere la fiducia nell’immaterialità e nella dimensione psichica.

Arroccarsi su parametri concreti, invece, impedisce questo tipo di contatto e non permette le comunicazioni.

E’ un po’ come intestardirsi a dialogare utilizzando una lingua sconosciuta all’interlocutore: chi ascolta percepisce tanti suoni di cui non riesce a cogliere il senso.

Permettendo a se stessi di frequentare la realtà immateriale della psiche e dei vissuti interiori, s’impara a lasciar fluire uno stato meditativo e concentrato più sull’interno che sull’esterno, e si creano le condizioni per il channeling.

L’immaterialità risuona sempre con la profondità della nostra vita interiore.

Più siamo attenti e sensibili al mondo interno più diventiamo abili nel riconoscerne le sfumature e l’armonia.

Quando invece ci lasciamo catturare dalla abbagliante concretezza della materialità, cadiamo nella trappola delle apparenze e finiamo per essere ipnotizzati dalla loro vuota superficialità.

Questo atteggiamento tutto rivolto all’esteriorità orienta paradossalmente il mondo interiore verso l’esterno e blocca la possibilità di conoscere la dimensione immateriale, impedendo il channeling e i contatti con le guide spirituali.

Ognuno però può arricchire la propria vita con questa fonte di saggezza interiore, capace di regalarci un punto di vista più ampio sui problemi.

Dialogare con la propria guida interiore, infatti, significa ritrovare la dimensione spirituale dentro di sé, e arricchire la vita con la profondità dell’amore (inteso non come un melenso volersi bene ma come il presupposto da cui prende forma la nostra stessa esistenza).

Le guide spirituali immateriali contemplano un punto di vista impossibile da raggiungere per chi ancora possiede un corpo e dalla loro dimensione priva di spazio e tempo osservano la nostra esistenza con gli occhi dell’infinito.

Le loro comunicazioni sono preziose perché ci aiutano a ricordare la nostra origine divina e ci segnalano l’eternità nascosta dietro l’incessante scorrere degli eventi.

Considerare la loro presenza al nostro fianco arricchisce la vita di possibilità e regala un contatto con i valori profondi dell’esistenza rendendo più limpido e più centrato l’approccio ai problemi di tutti i giorni.


Ma come avviene il channeling?


Il channeling avviene spontaneamente quando, dopo aver formulato una domanda, lasciamo la mente sgombra dai pensieri facendo il vuoto mentale.

In quell’attimo, in risposta a ciò che abbiamo chiesto, si formano nella nostra mente immagini, sensazioni o parole che vanno accolte senza giudizio, evitando di razionalizzarle immediatamente.

La dimensione immateriale, infatti, è priva di tempo e di spazio, e si manifesta con un’istantaneità che è difficile da gestire per chi come noi si è assuefatto allo scorrere del tempo.

Per comprendere appieno il significato di queste comunicazioni occorre lasciare che le risposte, condensate in immagini, sensazioni o parole, si traducano in una sequenza fruibile anche dalla nostra comprensione lineare e prevalentemente centrata sulla materialità.

E’ importante ricordare che le guide spirituali non vivono nella dimensione fisica e perciò il loro punto di vista è focalizzato sulla totalità dell’esistenza e sul significato profondo degli avvenimenti.

Questo rende il loro aiuto estremamente prezioso per noi che invece siamo immersi dentro alla concretezza e che, abbagliati dalla materialità delle cose, perdiamo facilmente di vista l’importanza di ciò che è privo di confini, rimanendo intrappolati dentro una visione della vita parcellizzata e perciò più limitata.

Una comunicazione spirituale si riconosce proprio dalla visione olistica e rispettosa della vita interiore.

Nell’immaterialità non esistono divisioni e ogni esistenza appartiene a un’unica realtà, per questo i messaggi delle guide spirituali non interferiscono mai con le questioni prettamente materiali e sono sempre molto attenti al mondo intimo, consapevoli che la riuscita della nostra vita dipende dal rispetto della sensibilità intrinseca a tutte le cose.

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Gen 07 2013

AIUTO!!! … MIO FIGLIO HA UNA PERSONALITA’ CREATIVA!

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“Mamma, mamma!!! Apri la porta che c’è Paola!”

“Ma cosa dici! Non c’è nessuno. Non hanno nemmeno suonato. E poi Paola a quest’ora è al lavoro…”

“Apri! Apri! Apri!!!! C’è Paola! C’è Paola!!!”

“Insomma Michela la vuoi smettere di gridare!?! Ti ho detto che non c’è nessuno! Guarda!!!”

La mamma spalanca la porta… proprio mentre Paola uscita dall’ascensore allunga il dito verso il campanello.

Michela, 4 anni

“Papà, ma se gli animali della fattoria sono nostri amici perché noi li uccidiamo e li mangiamo?”

Andrea, 6 anni

“Io per fortuna sono maschio. Le femmine devono fare sempre tutte le cose che i maschi non fanno. Come mamma che deve pulire, cucinare e stirare prima di andare al lavoro e si alza quando è ancora buio. Invece papà si alza più tardi, come me.”

Giorgio, 5 anni

“Ogni volta che entra in macelleria, Tiziana comincia a piangere e non c’è verso di calmarla finché non usciamo. Credo che sia per via di tutti quegli animali morti… Comunque ormai lo so e, se devo comprare la carne, la parcheggio fuori nel suo carrozzino con le spalle alla vetrina. Così non piange e mi aspetta tranquilla.”

La nonna di: Tiziana, 8 mesi

“Non posso dormire, sto pensando a che cos’è l’infinito e non riesco a capirlo. E’ qualcosa che non finisce mai… ma, se non finisce mai, allora è dappertutto, anche qui dove siamo noi. E, se è qui, noi dove siamo? Oppure l’infinito siamo noi?!”

Marco, 10 anni

La personalità creativa è una struttura psicologica: intuitiva, empatica, cooperativa, creativa, flessibile, curiosa, avventurosa, indipendente, libera e capace di vedere le cose da tanti punti di vista contemporaneamente.

Chi appartiene a questa tipologia, come si è detto (vedi: Il cervello dei creativi), è dotato di un emisfero destro del cervello sempre molto attivo.

Alla nascita i bambini possiedono naturalmente tutte queste caratteristiche ma, purtroppo, crescendo solo pochi riescono a conservarle integre e vitali.

Per sopravvivere e soddisfare i bisogni di contatto e di amore i piccoli dipendono totalmente dagli adulti.

La loro creatività li rende plastici e facilmente adattabili ma, quando l’ambiente non li riconosce, sono costretti a utilizzare queste qualità per conformarsi alle richieste dei grandi e ricevere le attenzioni necessarie alla crescita.

Chi possiede una personalità creativa, infatti, è capace di trasformarsi camaleonticamente fino a rendersi funzionale ai bisogni delle persone cui vuole bene, anche a costo di rinnegare se stesso.

Così, quando gli adulti non sanno accogliere l’intensità delle emozioni e la delicatezza d’animo, la maggior parte dei bambini ottunde drasticamente l’ascolto della propria sensibilità per non dover soffrire la derisione, l’emarginazione e la solitudine.

Questo surgelamento emotivo permette di anestetizzare la percezione dei vissuti interiori e occulta la prepotenza e la violenza dietro a un’acritica accettazione dell’autorità e a una visione della vita limitata al soddisfacimento dei bisogni immediati.

In questo modo, per permettere lo strutturarsi di una percezione meno emotiva e più funzionale alla sopravvivenza negli ambienti ostili, la personalità creativa si atrofizza.

Quando questo succede, l’emisfero destro del cervello diventa meno attivo e, rinunciando alla sua vitalità, permette la supremazia dell’emisfero sinistro.

Alcuni bambini, però, nonostante le difficoltà che incontrano durante la crescita, non perdono mai il contatto con l’emotività.

In loro la parte destra del cervello rimane sempre molto vitale e sembra incapace di sottomettersi all’emisfero sinistro.

Questo li rende estremamente intuitivi, sensitivi e sensibili, a dispetto di un mondo che non li riconosce, non li comprende e spesso li mortifica canzonandoli ed emarginandoli.

Sono bambini che mostrano già da piccolissimi una enorme capacità di cogliere i sentimenti e i vissuti degli altri.

Bambini che non si accontentano delle risposte preconfezionate che a volte gli adulti utilizzano per eludere le loro innumerevoli domande, e che s’interrogano costantemente sui grandi perché della vita e della morte.

Incapaci di chiudere gli occhi davanti alla sofferenza, notano le ingiustizie nascoste nei gesti innocenti della nostra società malata e vivono con orrore la violenza annidata dietro all’indifferenza di tanta gente.

Essere genitori di questi piccoli alieni, venuti al mondo per aiutarci a costruire una società migliore, non è certamente un compito facile.

Non ci sono regole né ricette, perché la creatività e l’intuizione non si prestano a una standardizzazione e richiedono invece una partecipazione attenta e costante di momento in momento.

Di sicuro, però, non si può e non si deve mai mentire a questi bambini, capaci di cogliere i sentimenti degli altri e di sentirli dentro di sé come se fossero i propri.

La sincerità con loro è uno strumento indispensabile per non creare confusioni e aiutarli a comprendere come funziona la percezione del mondo emotivo.

Il compito dei genitori, perciò, dovrà essere quello di sostenerli nel decodificare i messaggi che colgono spontaneamente dall’inconscio degli altri, aiutandoli a gestirli senza esserne travolti e senza confonderli con i propri vissuti.

La confusione fra sé e gli altri, infatti, avviene facilmente durante la crescita, quando l’egocentrismo, fisiologico nei bambini, li spinge a riferire sempre tutto a se stessi e quindi a confondere ciò che intuiscono dei sentimenti altrui con ciò che provano dentro di sè.

Questo significa che i genitori per primi dovranno imparare a riconoscere il flusso delle correnti emotive nel proprio mondo interiore, anche quando si tratta di sentimenti sgradevoli, poco edificanti e che sarebbe più comodo ignorare…

Mentire con bambini così telepatici significa boicottare il loro radar naturale, la loro profonda empatia, rendendo la sensibilità dolorosa e fonte di malintesi (invece che indispensabile per esprimere l’amore e la cooperazione) e costringendoli a dissociarsi dai propri vissuti pur di ottenere il consenso dei grandi.

Per sostenere efficacemente i propri figli, i genitori dei bambini con una personalità creativa devono quindi imparare ad ascoltare il proprio mondo interno con onestà e senza censure, permettendo a se stessi la sincerità necessaria per far crescere bene questi bambini che sanno leggere precocemente il cuore degli altri.

Solo aprendo il proprio animo alle emozioni che vi nascono e condividendole insieme alle persone che amano, i bambini imparano a non vergognarsi della sensibilità e diventano capaci di accogliere la diversità e la complessità in se stessi e negli altri.

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Gen 02 2013

NON TUTTE LE MAESTRE SONO PERFETTE…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ci sono anche delle maestre imperfette.

Cioè: poco sensibili, parziali, intolleranti, disattente, rigide, ingiuste, sgarbate… eccetera.

Quando un bambino ha una maestra non proprio perfetta, in genere le proteste non tardano ad arrivare.

Magari non a scuola… ma certamente a casa!

E in quei momenti, tanti genitori, per paura di screditare l’autorità incoraggiando atteggiamenti polemici e oppositivi nei bambini, tendono a minimizzare le responsabilità della maestra e a colpevolizzare eccessivamente i propri figli.

“Devi studiare di più!… Sei sempre troppo distratto!… Comportati bene e vedrai che queste cose non ti succederanno!”

In questo modo i bambini diventano vittime due volte. Dell’ingiustizia della maestra e dell’incomprensione dei genitori.

Mistificare le ingiustizie per tutelare a priori l’affidabilità degli insegnanti, costringe i piccoli a disattendere la propria percezione della realtà e incoraggia in loro un atteggiamento acritico e passivo.

E’ importante che i bambini si sentano compresi e accolti, soprattutto quando hanno subito dei torti.

Questo non significa processare la maestra e condannarla pubblicamente, magari arrivando a cambiare di classe il bambino.

Il problema in genere non è la maestra ma l’ascolto e l’accoglienza delle emozioni che il bimbo ha vissuto.

E ciò che serve in questi casi non è punire “il colpevole”, ma sostenere i bambini nella corretta percezione della realtà e nell’ascolto di se stessi.

Quando un bambino si sente riconosciuto e compreso dai propri genitori, è capace di gestire meglio le difficoltà e di trovare soluzioni nuove.

Per questo è importante ascoltare con attenzione il resoconto dei fatti (valutando obiettivamente l’accaduto) e permettere ai piccoli l’espressione dei loro vissuti.

La domanda “Tu come ti sei sentito? Che cosa hai provato?” permette di riconoscere le emozioni e di condividerle, e di solito è più utile che individuare subito un colpevole e promettere punizioni adeguate.

I piccoli hanno bisogno di solidarietà, non di vendetta.

L’umiliazione, la frustrazione, la rabbia, il senso di impotenza, il dolore, la solitudine… devono trovare accoglienza e spazio nell’ascolto dei grandi.

Sia per gli adulti che per i bambini è importante imparare ad accogliere le emozioni, soprattutto quelle sgradevoli e dolorose, senza censurarle e senza cercare di scacciarle immediatamente.

Saper ascoltare se stessi è il primo passo per il benessere psicologico.

E per riuscirci occorre che i grandi diano l’esempio, ascoltando e condividendo i propri stati d’animo e prestando attenzione a quelli dei piccoli.

I genitori capaci di comunicare con sincerità le proprie emozioni e di accogliere quelle dei propri figli, sono un sostegno prezioso e insostituibile nel cammino per diventare adulti.

E contribuiscono (più che con mille parole) a creare condivisione e amore.

La sopraffazione, la prepotenza e la violenza, infatti, hanno origine dalla discriminazione che attuiamo nel nostro mondo interiore, censurando in noi stessi ciò che riteniamo sbagliato e condannandolo poi nei comportamenti degli altri.

Accettare tutte le emozioni e permetterne l’espressione, senza giudicarle e senza biasimarle, è il primo passo verso una società migliore. 

Solo così si può costruire un mondo capace di non discriminare e di accogliere.

Quando sappiamo accettare e comprendere tutti i sentimenti che abbiamo dentro di noi, impariamo ad accettare e comprendere la diversità.

Il razzismo, infatti, ha le sue radici nella guerra che ognuno attua contro le parti inaccettabili di sé, giudicate sbagliate.

Come si vede, una maestra imperfetta può diventare un’occasione per condividere l’intelligenza emotiva insieme ai nostri figli e costruire con loro un dialogo aperto e produttivo.

Ma siccome i bambini hanno anche bisogno di sfogarsi un po’… eccovi un gioco che serve a ridistribuire l’autorità e il potere e che permette a chi si è sentito umiliato di riequilibrare un po’ le cose.


LA PAGELLA DELLA MAESTRA


In questo gioco sono i piccoli che finalmente valutano i grandi e che stabiliscono a modo loro i criteri delle valutazioni.

Con un cartoncino colorato o con un foglio di carta si costruisce un facsimile della pagella scolastica, solo che nella “Pagella della Maestra” le materie sono scelte di volta in volta dal bambino, secondo il suo umore e suoi desideri, e perciò possono variare da una pagella all’altra.

Una volta che lo schema è pronto, il bambino compila la pagella con i voti, le note comportamentali… e tutto ciò che la sua fantasia ritiene importante e opportuno.

Eccovi qualche esempio:

Pagella della maestra: SANDRA

  • SIMPATIA: scarsa (è antipatica!) VOTO: 3
  • CAPACITA’ DI GIOCARE: totalmente assente VOTO: 0 spaccato!!
  • SENSO DELLA GIUSTIZIA: pessimo (favorisce chi le pare!) VOTO: 5
  • PREPOTENZA: eccessiva VOTO: 10 e lode!!
  • CORRUTTIBILITA’: alta (ama gli adulatori!) VOTO: 9
  • CARATTERE: pessimo (fa schifo!) VOTO: 0 spaccato!
FIRMA dell’alunno: ……………………………………………………………………………………….


Pagella della maestra: SABRINA

  • ALLEGRIA: tantissima (sorride sempre e ci fa divertire!) VOTO: 10 e lode!!
  • VOLER BENE AI BAMBINI: è brava e buona con tutti VOTO: 10 e lode!!
  • GIOCHI DIVERTENTI: inventa sempre cose nuove VOTO: 10 e lode!!
  • PUNTUALITA’: scarsa (arriva sempre in ritardo) VOTO: 5 deve migliorare!
  • SENSO DELL’UMORISMO: altissimo (ci fa sempre ridere!) VOTO: 10 e lode!!
  • CARATTERE: bellissimo ma ogni tanto è un po’ distratta VOTO: 7
FIRMA dell’alunno: ………………………………………………………………………………………..


Questo gioco permette al bambino di mettersi per un po’ dalla parte di chi gestisce il potere, consentendogli di riequilibrare i ruoli, inevitabilmente sbilanciati, tra insegnante e alunno.

Naturalmente il gioco della pagella può essere fatto anche con altre figure significative: parenti, amici, compagni di classe, eccetera.

N.B.: non è importante informare del gioco le maestre in questione.

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