Archive for Maggio, 2013

Mag 30 2013

PREDIRE IL FUTURO…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

  

Si dice che le streghe sappiano leggere il futuro utilizzando gli elementi più svariati:

i fondi del caffè, i sogni, le carte, le linee sul palmo della mano, il movimento dei pianeti, il volo degli uccelli…

… qualsiasi cosa colpisca l’attenzione può trasformarsi in un oracolo capace di raccontare eventi che ancora non sono accaduti.

Le streghe hanno poteri paranormali e da bambini ci hanno insegnato ad averne paura.

Ma la capacità di conoscere il futuro non dipende dall’uso di poteri occulti e malvagi, è invece una risorsa a disposizione di chiunque e si basa sul principio della sincronicità.

La sincronicità è la concomitanza tra due eventi che non sono legati tra loro dalla causalità, ma da una simultaneità interiore.

Rispondono cioè a una causa che esiste nel mondo interno e si manifesta nel mondo esterno.

La sincronicità conferma l’esistenza di un’interazione tra la psiche e la realtà, tra l’inconscio e i fatti che ci succedono, e mostra le trame che uniscono l’invisibile al visibile.

La nostra cultura materialista disprezza e deride tutto ciò che non si può toccare, misurare, pesare… vendere e comprare!

Perciò ha sempre snobbato il principio della sincronicità.

La scienza ufficiale non crede alle coincidenze significative!

I suoi strumenti non possono riprodurle in laboratorio e questo basta a sancirne l’inesistenza.

La psicologia, invece, è abituata a muoversi sul terreno immateriale e sdrucciolevole delle emozioni, e nel tempo ha dovuto imparare a individuarne le peculiarità.

Per gli psicologi la sincronicità è una via maestra nel decifrare l’inconscio e scoprire la verità delle persone.

Tutto ciò che ci cattura interiormente, crea un riflesso negli eventi che attraversiamo.

Anche quando questa consapevolezza non ha ancora raggiunto la coscienza.

L’inconscio è il regno delle possibilità e dell’ignoto.

La nostra ragione, infatti, impiega molto tempo per spiegare con la logica gli avvenimenti che animano il mondo interiore.

Nella totalità che caratterizza l’inconscio, tutto esiste in un immediato sempre e si manifesta nella nostra vita in base alle emozioni che sperimentiamo (consciamente o inconsciamente).

E’ in conformità a questi principi che diventa possibile predire il futuro.

Quando si utilizza un codice emotivo e non logico, istintivo e non cognitivo, si ha l’accesso a una consapevolezza basata sulla sincronicità, e sulla coesistenza di stati d’animo e circostanze esistenziali legate da un comune filo conduttore.

Predire il futuro è una capacità che tutti possediamo, e che possiamo lasciare emergere se ci permettiamo di mettere in stand by la ragione per ascoltare quel fluire ininterrotto di sensazioni, immagini e conoscenza, che caratterizza il mondo interiore.

Prendono forma così delle saggezze che non hanno una causalità ma che semplicemente appaiono in concomitanza con l’osservazione di qualcosa…

… può essere la disposizione delle carte, il lancio di sassolini colorati, le foglie del the, una macchia sul muro, il disegno delle nuvole in cielo…

In quel momento di sospensione della coscienza razionale, prende forma il fluire dell’intuizione che accompagna una domanda e ne diventa la risposta.

Non c’è un perché soddisfacente per la logica.

Si passa a un altro codice conoscitivo, si utilizza una capacità psichica diversa dalla razionalità, si attiva l’emisfero destro… e di colpo quelle immagini si caricano di significato!

Rivelando un potenziale conoscitivo che bypassa la ragione per attingere direttamente al serbatoio di conoscenza dell’inconscio.

Nel luogo di tutte le possibilità e di tutte le risposte, l’intuizione, come un prestigiatore, estrae la verità e la rivela in tutta la sua pregnanza emotiva.

(Noi psicologi lo chiamiamo: insight)

Non esiste un perché.

Semmai esiste un come.

Come fare a tradurre in parole quello che le immagini racchiudono e raccontano con le emozioni?

Chi si affida alla sincronicità sa che tutto può cambiare da un istante all’altro, perché il mondo interno è mutevole e in continuo movimento.

L’oracolo rivela una possibilità futura.

La più probabile in quel momento.

Parla al cuore.

Racconta un’emozione.

Chi ascolta scopre in se stesso il suo perché.

Quando con la ragione non si riesce a trovare via d’uscita può essere molto utile sperimentare un codice sincronico e lasciare emergere soluzioni nuove.

Non sempre, però, è possibile srotolare subito questa saggezza emotiva.

A volte è necessario tuffarsi oltre il tempo, per riconoscere negli eventi del dopo le ragioni del prima, e permettere a una possibilità di prender forma.

La sincronicità ci aiuta a dare voce al sentire profondo e impalpabile della nostra anima e ci avvicina al potere infinito delle emozioni.

Un potere poco attento ai conseguimenti materiali, consapevole che l’obiettivo di ogni vita è imparare il linguaggio del cuore.

Carla Sale Musio

Leggi anche:

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Mag 24 2013

MA GLI ANIMALISTI SONO ESAGERATI?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando si parla di tutela degli animali si incontra sempre qualcuno che trova eccessiva la difesa di esseri considerati da sempre inferiori all’uomo.

“Prima di combattere per i diritti degli animali bisogna pensare ai diritti degli esseri umani!”

È il ritornello che in tanti borbottano infastiditi, scuotendo la testa davanti a considerazioni che, ai loro occhi, appaiono affette da un patologico fanatismo.

La religione e la scienza hanno messo l’uomo al centro di tutto il creato… e di conseguenza tutto il creato deve ruotare intorno all’uomo!

Può anche essere vero che “Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza” ma proprio su questo dogma sono state costruite tante teorie che, purtroppo, hanno la sola funzione di legittimare la violenza, lo sfruttamento e il sopruso.

Non solo sugli animali ma anche sugli esseri umani.

Il razzismo, purtroppo, ha la pretesa che qualcuno sia superiore a qualcun altro.

I nazisti avevano delle ragioni per chiudere gli ebrei nei campi di concentramento e per usarli o ucciderli a piacimento. Per loro esisteva una superiorità ariana indiscutibile.

In tempi più lontani era legale lo schiavismo e si poteva comprare e usare senza limitazioni la vita di esseri umani ritenuti inferiori.

Un principio di superiorità legittima da sempre le peggiori nefandezze, giustificando, in nome di una presunta supremazia razziale, gli abomini di qualsiasi genere.

Il razzismo si annida nelle pieghe di un pensiero distorto e non fa distinzione tra uomini e animali ma, in nome di un’indiscussa egemonia, rende lecito servirsi di altre creature come se fossero oggetti privi di sensibilità e di valore.

Poco importano la loro disperazione e la loro sofferenza.

La crudeltà è lecita e, poiché sono giudicati inferiori, il loro dolore può essere ignorato e scivolare via senza lasciare nessuna traccia.

Ma chi si occupa tutti i giorni di maltrattamento e violenza, chi lavora a stretto contatto con il disagio umano, non può non sapere che dietro ogni sopruso, dietro ogni prepotenza e ogni ingiustizia, esiste una cultura intrisa di razzismo.

Infatti, ignorare il dolore degli altri è, purtroppo, l’unica radice di questo nostro mondo malato di sofferenza.

Ecco perché permettere lo sfruttamento, l’allevamento, la vendita e l’acquisto di altre vite, significa coltivare la violenza.

Ignorare la sofferenza è la causa principale di quella patologia, oggi tanto comune, chiamata indifferenza.

Il dolore è uguale per tutti.

È dolore e basta.

Uomini o donne, bianchi o negri, ariani o ebrei, animali o esseri umani… non c’è differenza, il dolore è identico.

La tortura è uguale.

Sottovalutare questo principio elementare dell’empatia significa amputare da se stessi la sensibilità e limitare la propria percezione dei sentimenti e dell’amore.

Questo meccanismo contribuisce a creare il mondo carico di prepotenza in cui viviamo.

La violenza è sempre immorale.

Per giustificarla e tollerarla è necessario ottundere la propria coscienza con un meccanismo psicologico che non è privo di conseguenze.

E’ difficile non vedere e non sentire la sofferenza degli altri, per farlo bisogna censurare la propria comprensione della realtà, ottundere i neuroni a specchio, anestetizzare l’intelligenza emotiva.

Tutto questo ha delle ripercussioni sull’equilibrio psichico, perché non è possibile uccidere la sensibilità e continuare a mantenere vive la lucidità, la capacità critica e l’attenzione.

Autorizzare il maltrattamento degli animali vuol dire permettere lo sfruttamento di chi è più debole, meno intelligente, meno capace di reagire e di difendersi.

Vuol dire affermare un principio di ingiustizia che l’inconscio inevitabilmente renderà attivo anche in altre sfere della nostra vita.

L’inconscio, infatti, non distingue tra i diversi aspetti della percezione e trasferisce le acquisizioni da un settore all’altro, senza limitazioni.

Perciò, se abbiamo vissuto un trauma, che sia affettivo, professionale, fisico o sociale, ne paghiamo le conseguenze in tutti i campi.

E, allo stesso modo, quando condividiamo un principio, una regola o uno stile di vita, l’inconscio ne trasferisce le proprietà in tutte le circostanze.

Lo sanno bene quanti ogni giorno combattono con l’insicurezza o con le paure.

Non è possibile arginare le proprie ansie perché dilagano dappertutto, limitando notevolmente le possibilità di espressione personale anche nei settori che apparentemente hanno poco a che fare con quei disturbi.

Così trincerarsi dietro l’indifferenza e affermare un principio razzista volto a sostenere la presunta superiorità di una razza su un’altra, provoca inevitabilmente una tolleranza e una liceità del sopruso che l’inconscio estende anche ad altri settori della vita.

Chiudere le porte dell’amore davanti alle creature più deboli, di qualsiasi specie esse siano, incrementa il cinismo e indurisce il cuore.

E’ il presupposto di ogni guerra, di ogni massacro, di ogni tortura, di ogni infamia.

Riconoscere la sofferenza anche in chi consideriamo diverso da noi, costituisce l’antidoto più efficace alla violenza di qualunque tipo.

Soltanto quando avremo eliminato ogni superiorità fra gli esseri viventi, costruiremo finalmente un mondo migliore.

Carla Sale Musio

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Mag 18 2013

MALTRATTARE LE DONNE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Odiare una persona, arrivare a disprezzare chi si ha di fronte tanto da massacrarla di botte, non vuol dire nient’altro che odiare sé stessi. Odiare quella parte di sé che non si riesce ad accettare e che si vede riflessa nella persona oggetto del disprezzo.

Perchè è questo che succede a chi usa la violenza sulle donne e su tutti gli esseri indifesi vittime di essa: vede la debolezza, il vittimismo, l’amore non meritato, la gioia… Lati oscuri, che fanno paura, demoni da scacciare via, da eliminare con la forza. Demoni che in realtà esistono solo all’interno della psiche instabile di chi crede di risolvere tutto con la violenza, arrivando a distruggere ciò che ama.

Amare significa prima di tutto amare la propria natura. Accettare ogni parte di sé, sia ciò che piace sia ciò di cui ci vergogniamo, fare dei propri difetti i punti di forza che ci aiutano a migliorare ogni giorno che passa.

Soltanto amando sé stessi si può amare pienamente e veramente le persone che entrano a far parte della nostra vita. Perchè alla fine, loro, sono esattamente il riflesso della nostra anima!

Maristella Portas 

I maltrattamenti e la violenza sulle donne riempiono le pagine della cronaca e ci raccontano una violenza maschilista che, ancora nel 2013, non accenna a diminuire.

La violenza fisica, però, è soltanto una delle tante possibilità di angheriare il sesso femminile, anche se, certamente, la più appariscente e scandalosa.

Infatti, insieme all’abuso della forza da parte degli uomini, le donne subiscono anche un costante e capillare sfruttamento delle loro risorse. Fisiche ed emotive .

La filosofia, la biologia, la medicina e la religione riconoscono al sesso femminile la prerogativa della sensibilità, dell’emotività e della capacità di voler bene.

Poiché le donne generano i figli, crescendoli nel loro corpo e nutrendoli con il proprio latte, sono preposte (da Dio… o dalla genetica!) a prendersi carico e cura dei bambini e di conseguenza anche degli altri esseri viventi.

Perciò sono sempre le donne a doversi occupare della prole e della casa, nonostante le pari opportunità abbiano concesso loro di lavorare allo stesso modo e per lo stesso tempo degli uomini.

Anni di femminismo non sono bastati a scalzare la supremazia femminile in ambito casalingo e così ai vergognosi maltrattamenti fisici sulle donne, si aggiungono i quotidiani (e, apparentemente, meno vergognosi) maltrattamenti domestici, fatti di piatti da lavare, di camicie da stirare, di letti da rifare e di bambini da seguire. Naturalmente dopo l’orario di lavoro.

Nell’inconscio di ogni essere umano, l’archetipo del femminile incarna le virtù della dolcezza, della sensibilità, della comprensione, dell’ascolto delle emozioni e del sentire intuitivo del cuore.

Qualità disprezzate e derise dalla nostra cultura materialista, fondata soprattutto sui valori della competizione, della furbizia, della sopraffazione, dello sfruttamento e dell’abuso di chi è più forte su chi è più debole.

L’archetipo del maschile, con le sue prerogative di forza, coraggio, fermezza, decisione, sicurezza, temerarietà e prevaricazione è valorizzato e considerato vincente rispetto alla delicatezza e alla fragilità del femminile, giudicato, invece, portatore di un pericoloso quanto inopportuno sentimentalismo.

Le pari opportunità, purtroppo, non hanno intaccato le fondamenta del pensiero maschilista che ancora oggi orienta spesso i nostri comportamenti secondo criteri sessisti, basati su un’aprioristica e indiscutibile superiorità del genere maschile rispetto a quello femminile.

Così le donne, proprio a causa della loro empatia, della loro sensibilità e delle loro qualità sentimentali, sono derise, oltraggiate e sfruttate in mille modi, subdoli o palesi, fino ad arrivare alla violenza conclamata e agita anche fisicamente.

I maltrattamenti perpetrati contro le donne nascondono la repressione di ogni forma d’intelligenza emotiva e costituiscono l’humus malsano su cui può crescere la prevaricazione che ammala la nostra società.

Infatti, quando l’intelligenza è anche emotiva e riconosce il valore della sensibilità, non giova più alla prepotenza e allo sfruttamento dei pochi sui tanti, e rischia di far deragliare l’economia dentro un pericoloso riconoscimento di diritti… uguali per tutti!

Per questo, grazie all’abile uso dei mezzi di comunicazione e al tramandarsi di tradizioni dispotiche e maschiliste, la sensibilità è stata trasformata in qualche cosa di sciocco, di avvilente e di sbagliato.

Qualcosa da negare e da combattere.

Prima di tutto dentro se stessi.

E poi negli altri.

Soprattutto nelle donne.

Ai maschi s’insegna da piccoli a “non fare la femminuccia!” e a uccidere in sé il pericoloso morbo dell’empatia e della condivisione dei sentimenti.

Per diventare dei veri uomini è necessario annientare la dolcezza e ricacciare indietro le lacrime, fino a non sentire più nulla, altro che la soddisfazione della propria presunta superiorità.

Alle femmine invece s’insegnano la pazienza e la sopportazione, indispensabili per adempiere con successo al ruolo (prestabilito) di angelo del focolare.

E’ così che la sopraffazione ha preso piede nel mondo, grazie a uno schema di pensiero che si annida nella mente e annichilisce l’anima, deridendo l’amore fino a ucciderne ogni espressione.

Fino a colpire chiunque porti sopra di sé le stimmate di una dolcezza interiorizzata e ricca di empatia.

Da questa castrazione della sfera affettiva e della femminilità interiore, ha origine la violenza sulle donne.

Emerge da una brutalità sotterranea e nascosta, che i bambini maschi, per crescere e sentirsi in diritto di appartenere al mondo degli uomini, hanno dovuto agire dapprima su se stessi.

E che in seguito proiettano su chiunque rievochi in loro quella prima abiura, l’ottundimento della fragilità, della paura, della insicurezza, l’ascolto di sentimenti giudicati indegni.

La fratellanza, la comprensione, la condivisione, l’amore senza giudizio… sono qualità che non trovano posto nel nostro mondo basato sull’ingiustizia e sullo sfruttamento.

Sono emozioni che vanno censurate!

Non sempre questo processo di annientamento psicologico è facile.

Annichilire se stessi richiede molta determinazione.

Bisogna strapparsi via la comprensione, imbavagliare i propri neuroni a specchio, ridurre al silenzio l’intelligenza emotiva.

Per farlo ci vuole una motivazione forte e senza appello.

Tutti i bambini nascono fragili, deboli, dipendenti e bisognosi di sentirsi amati.

Pur di ottenere il consenso dei grandi, sono disposti a negare le proprie emozioni e a condividere la brutalità fino a nascondere, anche a se stessi, l’insicurezza e il dolore.

In questo modo prende forma la violenza.

Si accanisce dapprima interiormente, contro i vissuti, i pensieri e gli stati d’animo, ingiustamente ritenuti sbagliati perché femminili.

Nasce dalla paura che essere se stessi provochi l’abbandono o l’emarginazione.

Dal misconoscere e rinnegare il femminile dentro di sé.

Dal bisogno di sentirsi amati e importanti per chi rappresenta il potere, l’autorità e la legge, ma soprattutto l’unica fonte di sopravvivenza.

Ogni gesto compiuto contro le donne uccide l’anima di chi lo commette.

E lascia dentro un vuoto che la violenza non potrà mai colmare.

Soltanto chi ha il coraggio di affrontare la propria fragilità e guardare negli occhi il proprio femminile interiore può conquistare la libertà di essere se stesso.

Senza censure e senza bisogno di colpire negli altri il riflesso delle proprie paure.

Carla Sale Musio

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Mag 13 2013

ADOLESCENTI SENZA PADRE

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Capita, a volte, che il padre non ci sia… e che la madre debba svolgere da sola il ruolo di entrambi i genitori, nel tentativo di compensare l’assenza della figura paterna.

Le ragioni di questa mancanza possono essere innumerevoli:

  • può succedere perché il papà lavora fuori ed è fisicamente poco presente nella vita familiare

  • perché ha una patologia che lo obbliga a lunghi ricoveri

  • perché è in carcere

  • perché se n’è andato, disinteressandosi dei figli

  • perché è morto

Qualunque siano i motivi dell’assenza paterna, la madre si troverà a occuparsi da sola della crescita dei figli e il carico delle responsabilità (materne e paterne) con molta probabilità la renderà insicura nel valutare, di volta in volta, le soluzioni educative più adatte ai suoi bambini.

Inoltre, nonostante l’impegno, nessuna mamma può sostituire un genitore assente e, purtroppo, il vuoto, lasciato da chi è andato via, ha inevitabilmente delle ripercussioni sulla vita dei figli.

In queste situazioni avviene spesso che, durante l’adolescenza, il figlio maschio metta in atto comportamenti provocatori e trasgressivi, quasi una sorta di caricatura di tratti coraggiosi e mascolini stereotipati.

L’assenza di un genitore è vissuta dai bambini come una mancanza d’interesse nei loro confronti e, quanto più sono piccoli, più tendono a interpretarla come una propria personale inadeguatezza.

“Se papà se n’è andato, significa che io non sono sufficientemente importante perché resti” è il pensiero ricorrente in casi come questi.

L’egocentrismo, fisiologico nei primi anni di vita, li porta a sentirsi al centro di tutti gli eventi che li riguardano.

Perciò, nel pensiero dei piccoli, se il papà non c’è più dev’essere senz’altro conseguenza delle loro scarse capacità e qualità.

Si forma così la convinzione di valere poco e di non meritare le attenzioni, il rispetto e la stima.

I bambini che vivono l’abbandono da parte di un genitore devono fare i conti con una ferita nella fiducia in se stessi.

Ferita che mostrerà i suoi effetti soprattutto durante l’adolescenza.

Infatti, l’idea di non essere abbastanza importanti da essere amati per ciò che si è, impregna insidiosamente l’autostima facendoli sentire sempre incapaci, anche davanti ai successi.

L’indifferenza di un genitore segna profondamente la fiducia nelle proprie capacità, soprattutto quando è vissuta nei primi anni di vita.

E’ come se questi ragazzi avessero un segno infamante tatuato nell’anima e, nel tentativo di cancellare quel dolore, sviluppano un insaziabile bisogno di conferme e approvazione.

Per soddisfare il desiderio di riconoscimento, nel periodo dell’adolescenza, quando la necessità di autonomia spinge a definire una propria fisionomia e a differenziarsi dalla famiglia, succede spesso che assumano atteggiamenti polemici e contestatori.

La protesta e l’autoaffermazione, infatti, sono le qualità maschili che questi ragazzi cercano avidamente dentro di sé per costruire un’identità cui sentono di non aver diritto, e che simulano esasperatamente nel tentativo di colmare l’insicurezza che invece li attanaglia interiormente.

Il bel tenebroso, l’uomo che non deve chiedere mai, il rivoluzionario, l’anticonformista… sono tutti modelli di autonomia personale che, nel loro immaginario, si caricano di attrattive e di significato e che raccontano tra le righe, la solitudine e l’abbandono vissuti da bambini. 

Si tratta di modelli maschili stereotipati, grazie ai quali cercano di fabbricarsi un’identità e un ruolo con cui proporsi agli altri ed esibire, finalmente, quella sicurezza in se stessi tanto desiderata e mai vissuta.

In questi casi è molto difficile intervenire per aiutarli a esprimere le proprie fragilità insieme al nascente bisogno di libertà.

Infatti, l’adolescenza spinge a provare le proprie forze e a cimentarsi con la vita senza l’aiuto della famiglia, e il desiderio di essere valorizzati e riconosciuti porta a ricercare l’approvazione soprattutto dentro il gruppo di riferimento (di solito il gruppo dei coetanei ma a volte anche gruppi emarginati dalla società).

La contestazione e la ribellione diventano così, una bandiera che sancisce la maturità mentre l’indipendenza li spinge a sfuggire qualunque proposta, suggerimento o dialogo, con il mondo degli adulti (familiari, scuola, ecc.).

Così, per paura di non riuscire a conquistare con le proprie forze l’autonomia tanto agognata, questi ragazzi esibiscono una facciata di superiorità o di indifferenza che nasconde abilmente, spesso anche a loro stessi, la paura di non trovare il proprio posto nella vita.

La mancanza di un modello maschile con cui familiarizzarsi e poi confrontarsi, li porta a ritagliare la propria identità come se fosse un puzzle, assemblando i pezzi sparsi di una virilità esasperata appresa dai film, dalle pubblicità e dalla cronaca.

Manifestano in questo modo un’identità maschile rigida e priva di sentimenti, di cui accentuano i tratti trasformandosi in una sorta di super macho senza scrupoli e senza paura.

In questi casi può essere estremamente utile supportare lo strutturarsi dell’identità e dell’autostima con l’aiuto di un educatore professionale che affianchi i ragazzi nella quotidianità e che li aiuti a costruire un modello di virilità più aperto all’ascolto dei sentimenti e capace di gestire la propria sensibilità insieme alla forza.

Infatti, un uomo giovane, non troppo distante dalla loro età, costituisce un punto di riferimento importante, alternativo alla figura paterna, quasi un fratello maggiore capace di mostrare, insieme ai comportamenti indipendenti, quell’affettività maschile che è mancata durante l’infanzia.

La figura dell’educatore professionale è indispensabile nelle situazioni in cui, per poter aiutare efficacemente i ragazzi, è necessaria una grande capacità di mettersi in gioco unita ad altrettanto grandi competenze professionali.

La presenza di una figura maschile di riferimento, non appartenente alla famiglia e preparata nel sostenere l’autostima e l’autonomia, è un supporto prezioso e capace di fare miracoli, ma perché questo lavoro sia efficace e non si trasformi in un’altra deludente ferita narcisistica, è importante che duri nel tempo e che gli incontri siano cadenzati e costanti (di solito, non meno di una volta alla settimana per almeno uno o due anni).

Solo così diventa possibile stabilire il rapporto di continuità necessario a ottenere la fiducia di chi ha già vissuto un abbandono e ha perso la speranza nella stabilità delle relazioni affettive.

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Mag 08 2013

MANGIARE, MANGIARE, MANGIARE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Mangiare, mangiare, mangiare e ancora mangiare!

Può darsi che, un tempo, si mangiasse per vivere ma, nel mondo occidentale, oggi si vive soprattutto per mangiare.

Fare la spesa, preparare gli alimenti, cucinarli, masticarli, ingoiarli, ripulire, riordinare… e ricominciare tutto da capo più volte al giorno.

Tutte queste attività impegnano una larga fetta del nostro preziosissimo tempo.

Tra amici poi, ci s’incontra per un caffè, per un aperitivo, per una pizza, per una spaghettata… non c’è riunione, formale o informale, che non diventi anche l’occasione per mettere qualcosa nello stomaco.

Sembra quasi che senza ingurgitare niente si perdano le ragioni dello stare insieme.

Matrimoni, battesimi, compleanni, feste e commemorazioni, finiscono sempre tutte in grandi abbuffate collettive.

Uomini e donne, giovani e vecchi, poveri e ricchi, single o sposati… il cibo bypassa ogni differenza sociale e occupa un posto d’onore nei ritrovi e nei pensieri di chiunque.

Sei felice? Mangia qualcosa di buono!

Sei triste? Mangia qualcosa di buono!

Ti senti solo? Mangia qualcosa di buono!

Non sai che fare? Mangia qualcosa di buono!

Il ritornello è sempre lo stesso, c’è sempre una ragione valida per indulgere col cibo!

Ma questa nostra spasmodica espressione alimentare, occulta bisogni ben diversi dal semplice desiderio di nutrirsi e fa leva su necessità interiori che con l’alimentazione hanno poco a che vedere.

L’oralità smodata che caratterizza la nostra società è fomentata da una cultura basata sulla prevaricazione e volta a favorire il sopruso, la violenza e l’abuso di pochi su tanti.

Basta pensare agli allevamenti intensivi, alla deforestazione o allo sfruttamento del terzo mondo.

Il cibo riveste un ruolo importante, non soltanto per le modalità con cui viene prodotto ma soprattutto perché funziona come una droga e, come tutte le droghe, ci rende schiavi e dipendenti.

Mangiare, infatti, consente alla mente di rilassarsi e permette di “non pensare” (almeno per un po’).

Durante la digestione, l’energia che normalmente utilizziamo per compiere le nostre attività, si sposta dal cervello allo stomaco e il resto del corpo ne rimane sprovvisto.

Questo processo, se da una parte ci lascia forse un po’ esausti, dall’altra ci consente di prenderci una tregua dalla pressione dei pensieri.

Poiché tutta l’attività del corpo è catalizzata dalla digestione, spesso dopo mangiato ci sentiamo stanchi e… sedati.

E’ l’effetto antidepressivo del cibo. Grazie al quale possiamo mettere in stand by i pensieri e goderci una gradevole pausa dalle angosce mentali di ogni tipo.

Ingerire qualcosa diventa perciò come prendere uno psicofarmaco ed è proprio grazie a questo effetto psicotropo che oggi mangiare è diventato tanto di moda!

La digestione ha l’effetto rilassante di un sedativo e di una droga ma è legale, priva di ricetta medica, economica e, soprattutto, perfettamente giustificata dall’alibi incontestabile della sopravvivenza.

L’industria alimentare (e non solo quella) sfrutta a piene mani le proprietà del nostro apparato digerente e, tenendoci costantemente in stato soporifero con banchetti, stuzzichini e rompi digiuno di ogni genere, agisce impunemente sul nostro sistema nervoso, approfittando della limitata autocritica della fase digestiva per far passare qualunque mistificazione della realtà.

“Mangiare è necessario per vivere… pensa ai bambini del terzo mondo!”

Su queste indiscutibili ragioni le multinazionali della alimentazione fanno leva costantemente per propinarci ogni genere di schifezze travestite da necessità.

Grazie al bisogno (indotto) di “mangiare… per vivere!” si può nascondere con facilità qualsiasi crimine e far passare messaggi che con il cibo hanno ben poco a che vedere.

Infatti, finché siamo impegnati a digerire, i pensieri si muovono più lentamente o addirittura… non si muovono affatto!

Il cibo funziona sempre come una droga e come tutte le droghe da dipendenza e ci costringe ad aumentare progressivamente le dosi per mantenerne inalterato l’effetto.

Incentivando i rituali sociali della nutrizione sono stati occultati tanti aspetti importanti delle relazioni, facendo in modo che l’oralità rubasse progressivamente il posto all’intimità.

Così oggi, condividiamo insieme i pasti invece che condividere noi stessi e preferiamo scambiarci le ricette piuttosto che scambiarci le emozioni.

L’ascolto dell’anima e del corpo è stato sostituito da innumerevoli riunioni, chiassose e goliardiche, in cui l’alcol e la varietà delle pietanze, ottundono la mente e anestetizzano il cuore.

Forse, in un tempo ormai molto remoto, la relazione tra gli esseri viventi aveva un posto di primo piano nella vita e stare insieme permetteva la condivisione dei sentimenti e delle culture.

Forse in quei tempi lontani gli esseri umani preferivano scambiarsi le verità dell’anima invece che tante elaborate ghiottonerie.

Mangiare non era ancora diventato il cerimoniale tribale in cui è stato trasformato ai nostri giorni e il cibo non aveva la funzione di distrarre il cervello ma serviva, caso mai, a ritemprarlo con pasti semplici e poco frequenti.

Oggi invece, tra aperitivi e merendine di ogni genere, abbiamo trasformato il rito frugale di un tempo nell’orgia di sapori privi di nutrimento che ci tiene costantemente affamati e denutriti… di verità!

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Mag 02 2013

IL FIGLIO MINORE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Capita spesso durante l’adolescenza che il figlio piccolo sia anche quello che crea maggiori difficoltà in famiglia.

I genitori faticano a spiegarsi come mai le stesse modalità educative che in passato hanno funzionato bene con un figlio falliscano con un altro.

Soprattutto nelle famiglie di quattro persone (padre, madre e due figli) ci si può ritrovare intrappolati dentro a una sorta d’incomunicabilità generazionale in cui mamma e papà sono delusi e scoraggiati mentre il figlio piccolo si sente frainteso, trascurato e solo.

Di solito, la causa di queste incomprensioni è la diversa situazione psicologica che esiste tra i fratelli.

Il primo figlio, infatti, è quello che insegna ai genitori come essere padre o madre e, con il suo carattere e con i suoi comportamenti, da forma insieme a loro ad una sorta di modello educativo familiare, cioè a un modo abituale di fare relazione tra genitori e figli all’interno della famiglia.

E’ lui che stabilisce cosa sono i capricci e cosa è l’ubbidienza, è lui che contesta o accondiscende alle regole dei grandi e che, così facendo, definisce una normalità comportamentale alla quale poi anche il secondogenito si dovrà attenere (almeno nelle attese di mamma e papà).

Il primo figlio perciò ha davanti a se un’ampia gamma di possibilità.

Il secondo, invece, può soltanto scegliere se imitare il fratello maggiore oppure no.

E questo costituisce per lui una grave penalizzazione.

Infatti, se deciderà di prendere a modello gli atteggiamenti e di modi di fare del primogenito, sarà comunque il secondo arrivato e dovrà lasciare il primato di ogni conquista al fratello più grande (il quale, per la differenza di età, gode già di una maggiore prestanza fisica e mentale).

Se invece deciderà di differenziarsi da suo fratello, il figlio minore dovrà fare i conti con una restrizione delle opportunità a sua disposizione e si vedrà costretto a escludere tutto ciò che il maggiore ha già intrapreso.

Questo spiega perché, per ottenere l’unicità agli occhi dei genitori e ricevere il loro riconoscimento, al figlio piccolo non rimane altro che trovare una diversa specializzazione in cui emergere.

Ha bisogno, infatti, di qualcosa che lo definisca e lo caratterizzi rispetto al fratello grande, permettendogli così di ritagliarsi un suo spazio di competenza all’interno della famiglia.

Dovrà trovare interessi e attività che siano soltanto suoi e che gli permettano di emergere con le sue capacità.

Perciò, per sentirsi bravo, dotato e preparato in un settore che lo contraddistingua, sarà portato a scegliere hobby, giochi e passioni che al fratello maggiore non interessano.

Proprio per il bisogno di conquistarsi un suo spazio di riconoscimento personale e per ritagliarsi un’autonomia intellettuale rispetto al primogenito, il secondogenito è portato, a volte, a scegliere la contestazione, trasformandosi nella pecora nera della famiglia.

La protesta, la polemica e l’irritabilità, diventano allora caratteristiche che lo diversificano e che gli consentono una sua tipicità, anche se negativa, all’interno della vita familiare.

Per queste ragioni, succede spesso, nelle famiglie di quattro persone, che il figlio maggiore finisca per essere considerato capace, ragionevole e affidabile, mentre il figlio minore diventa, invece, l’indisciplinato e il contestatore.

Per superare queste difficoltà e realizzare una migliore armonia familiare, è importante che i genitori diversifichino i due fratelli, valorizzando le loro differenze ed evidenziando i pregi e le peculiarità che li caratterizzano.

Ogni figlio, infatti, è un universo a sé. Appartenere alla stessa famiglia non significa omologarsi, ma, al contrario, arricchire la vita con la propria esclusiva personalità e unicità.

Troppo spesso i genitori tendono ad accomunare i fratelli tra loro, pretendendo un’uniformità di comportamenti e di atteggiamenti, impossibile da ottenere e dannosa per lo sviluppo dell’individualità di ciascuno.

Per evitare gemellaggi inopportuni tra i figli, papà e mamma devono focalizzare la loro attenzione sulle caratteristiche di ognuno, evidenziandone le prerogative in un confronto capace di rendere i fratelli diversi ma altrettanto interessanti.

Non sempre questa differenziazione è facile per i genitori che, abituati a un particolare stile educativo, faticano a cambiarlo per adattarlo alle esigenze e alla personalità del figlio che è arrivato per ultimo.

In questi casi capita spesso che papà e mamma insistano nel pretendere dal secondogenito le stesse qualità e prestazioni del primo e, non riuscendo a trovarle, finiscano per connotarlo negativamente. Incentivando in questo modo nel figlio piccolo la sensazione di essere emarginato e incompreso e provocandone la ribellione.


“Ma mio figlio che cosa è bravo a fare…???”


Un esercizio che consiglio ai genitori, per stimolare l’attenzione sui pregi e sulle diversità tra i figli, è la “Lista delle Capacità”.

Si prende un foglio bianco e si scrivono di seguito tutte le abilità di un figlio, fino a formare una lista di pregi, di caratteristiche, di qualità, di propensioni e di attitudini.

Poi si procede in maniera identica per l’altro figlio.

Se i genitori sono imparziali e attenti alle diverse peculiarità di entrambi i figli, le liste dovrebbero contenere all’incirca lo stesso numero di qualità e di pregi.

Quando tra le due liste si nota una grossa differenza numerica, il divario segnala che qualcosa non va nel rapporto tra genitori e figli.

Maggiore è la differenza, maggiore sarà la conflittualità col figlio meno valorizzato e più alto il rischio di incomprensioni familiari.

Compilare la “Lista delle Capacità” serve a mettere a fuoco i talenti dei propri figli e funziona come un promemoria al quale ispirarsi per sostenere la loro autostima.

Le peculiarità evidenziate nelle due liste andranno incoraggiate e valorizzate durante i tanti momenti della vita familiare, in modo da permettere anche al figlio più piccolo di sentirsi riconosciuto e apprezzato grazie alle sue caratteristiche e alla sua personalità.

In una famiglia di quattro persone, l’ultimo arrivato diventa facilmente anche l’ultima ruota del carro, cioè quello che deve sempre imparare da chi è più grande di lui e che invece non ha mai niente da insegnare a sua volta.

Succede così che, mentre i genitori vanno rispettati perché sono l’autorità e il fratello maggiore va rispettato perché è il più grande, il piccolo di solito deve soltanto ubbidire e rischia di essere notato soprattutto per la sua inesperienza e per la sua ingenuità.

Una costellazione familiare strutturata rigidamente sui ruoli dell’anzianità non permette ai figli di sentirsi valorizzati in misura uguale e contiene i presupposti per una ribellione.

Perciò i genitori devono fare attenzione a non commettere parzialità (anche involontariamente) omettendo di soddisfare il bisogno di protagonismo di chi, inevitabilmente, è sempre il più piccolo.

Quando il figlio minore trova il suo ruolo e il suo spazio di competenza all’interno della famiglia, il bisogno di ribellione evapora e un nuovo senso di partecipazione e di solidarietà sostituisce le contestazioni precedenti.

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