Archive for Giugno, 2013

Giu 28 2013

DIO E’ IN ESTINZIONE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La spiritualità è strettamente intrecciata con la sensibilità e accompagna ogni gesto compiuto con amore.

Dentro ciascuno di noi, esiste un principio divino che anima la tenerezza, la comprensione, la fratellanza e il desiderio di vivere insieme in armonia.

L’amore e la necessità di condividerlo con gli altri, intrecciano i nostri primi passi nell’esistenza e sono il tessuto sul quale si svilupperanno la personalità e il carattere.

Tutti i bambini nascono buoni, amorevoli, empatici e pronti a condividere la propria vita con gli altri.

Il loro fisiologico egocentrismo li porta spontaneamente a non percepire divisioni.

E’ solo crescendo che si strutturano le barriere, l’individualismo, la sopraffazione, il razzismo, e si comincia a distinguere chi è uguale da chi è diverso, chi è giusto e chi è sbagliato, i buoni e i cattivi.

Per sopravvivere i piccoli hanno bisogno di ricevere approvazione e amore, e pur di ottenerli modellano i propri comportamenti, amputando parti di sé e del proprio modo di amare, in nome dell’appartenenza al gruppo nel quale si riconoscono.

Per questo la spiritualità è spesso esiliata in una segreta dell’inconscio e asservita al bisogno di ricevere conferme e accettazione dal mondo.

La voce dell’anima sussurra le sue istruzioni al cuore, segnalando ciò che è ingiusto, crudele, prepotente, egoista… e mostrandoci la strada dello scambio, della solidarietà e dell’aiuto reciproco. Ma quando i suoi suggerimenti sono in conflitto con lo stile di vita della società in cui viviamo, preferiamo non ascoltarla e nascondere, anche a noi stessi, la sua presenza.

La nostra parte spirituale è discreta, attenta, generosa, rispettosa, altruista… e pronta a farsi da parte ogni volta che viene ignorata.

Quando lasciamo che l’ambiente stabilisca i comportamenti che bisogna avere, soffochiamo la scintilla divina nel conformismo, impedendo alla sua luce di illuminare le nostre azioni e lasciando che l’egoismo e la prepotenza spadroneggino nella personalità e nella vita.

L’essere soprannaturale che chiamiamo Dio, non è un vecchio millenario nascosto tra le nuvole a osservare i nostri passi.

Ciò che chiamiamo Dio è un principio spirituale tatuato nel DNA di ogni essere vivente.

Dio è la sostanza di cui è fatta la spiritualità, la trama che intreccia l’esistenza e riempie la vita di significato, la pulsazione che cuce gli eventi e da forma alla realtà, l’origine di tutto ciò che è.

La spiritualità è qualcosa che oltrepassa i limiti della logica e ci trasporta dentro una comprensione più profonda, fatta di energia, di emozioni e d’intimità con noi stessi.

Il mondo interiore è il regno di Dio, lo spazio senza limiti in cui è possibile sperimentare ciò che trascende ogni cosa per diventare Tutto.

L’amore travalica i confini della materialità.

Nel mondo dei sentimenti, nelle emozioni e nei vissuti interiori possiamo incontrare Dio, la nostra spiritualità.

La sua presenza si rivela nella profondità di noi stessi, nel luogo della nostra intimità, nel segreto che sta dietro i pensieri e precede le azioni, nell’intenzione del gesto, nell’obiettivo che muove le scelte, in ogni cosa che esiste dentro prima che fuori.

In quel segreto, Dio ci mostra la verità e rivela la sua esistenza.

In quel silenzio fatto di emozioni possiamo incontrare la spiritualità.

Nel luogo sacro della nostra interiorità.

Nello spazio privato dove abbandoniamo tutte le maschere per rimanere finalmente nudi, privi di finzioni e d’importanza, senza armi, senza certezze e senza falsità.

Un luogo in cui nessuno è ammesso e nessuno può curiosare, dove è possibile operare indisturbati, tanto… nessuno vede.

E siccome nessuno può conoscere i crimini che commettiamo nel segreto di noi stessi, è proprio lì che crocifiggiamo impunemente Dio, sicuri di poter contare su di una assoluta omertà.

Tronfi del nostro sentirci approvati e riconosciuti dal mondo… proprio per questo genere di torture.

Torture lecite.

Compiute col diritto dell’impunità.

Crimini incontestabili.

Dio non parla e non ci tradirà.

Si lascerà immolare in nome del nostro bisogno di apparire, di conquistare un briciolo di approvazione, di sfuggire la paura della derisione del branco.

Dio sa tacere, sa tenere il segreto, sa morire, sa straziarsi di dolore.

E poi sa risorgere.

Sa rinascere.

Sa resuscitare e rialzarsi dalle ceneri, rinvigorito e nuovo come la fenice, pronto a morire ancora infinite altre volte.

Questo è Dio.

La sostanza immortale da cui emerge la vita.

Dio è tutto e niente contemporaneamente.

Maschio e femmina.

Uomo e animale.

Buono e cattivo.

Debole e forte.

E’ la conciliazione degli opposti in una saggezza che trascende il sapere per innalzarsi nell’anima di ognuno, dentro un sentire che non ha più bisogno di parole.

Dio è la nostra natura originaria, il paradiso perduto che abbiamo bisogno di ritrovare per diventare finalmente noi stessi.

Ma questo Dio, così presente e imprendibile, ha bisogno d’identificazione e ci chiede il coraggio dell’autenticità.

Non si può rivestirlo di bugie senza perdere per sempre il paradiso e sprofondare lungo una vita priva di amore.

Non si può addomesticarlo dentro i falsi bisogni indotti dal conformismo della “normalità”.

Non lo si può rinchiudere dentro una prigione.

Dio non è normale.

E’ vero.

E’ l’essenza inesplorata della vita, l’amore privo di confini, colui che aspetta, oltre il tempo, il momento di svelarsi e farci dono dell’onnipotenza.

Senza compromessi.

E senza falsità.

L’amore è il potere più grande che ci sia.

Uccidere Dio dentro di sé, significa perdere lo scettro della regalità e trasformarsi in schiavi nella propria prigione.

Carla Sale Musio

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Giu 22 2013

NON SI DEVE FAR PIANGERE I BAMBINI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Un bambino che piange esprime il dolore e cerca qualcuno che lo aiuti a gestirlo.

Lasciarlo piangere senza dare importanza alle sue lacrime, significa ignorare quella sofferenza.

Vuol dire non vedere le emozioni che prova, abbandonandolo da solo con la sua disperazione.

E questo è vero soprattutto quando si tratta di un neonato o di un bimbo di pochi mesi.

Tanti genitori lasciano piangere i loro figli, credendo impropriamente di aiutarli a diventare più forti e cercando, in questo modo, di evitare che crescano capricciosi e viziati.

Purtroppo, non si rendono conto dei danni che questa loro indifferenza produce nella psiche delicata dei bambini.

Per i bambini, i genitori sono i depositari della saggezza e di ogni conoscenza.

Quando la mamma e il papà ignorano il loro pianto e il loro dolore, per i piccoli significa che quei sentimenti non hanno diritto di esistere. Vuol dire che sono emozioni sbagliate e che, perciò, non si devono provare.

Ma non provare un’emozione è impossibile.

L’emozione è una risposta spontanea e inevitabile prodotta dal sistema emotivo davanti a una situazione che ci coinvolge.

Non è possibile impedire le emozioni. Si può soltanto anestetizzare la propria percezione.

Lasciare piangere i bambini, produce un dolore ancora maggiore, perché alla sofferenza che genera il pianto, si aggiunge il dolore della solitudine e dell’abbandono.

L’angoscia dei piccoli è totalizzante, pervasiva e devastante perché le capacità cognitive non si sono ancora formate e, di conseguenza, la linearità del tempo, con il suo prevedibile prima e dopo, non si è strutturata.

Quando i bambini sono molto piccoli, ogni emozione esiste in un tempo che non ha termine e del quale è impossibile immaginare la fine.

Il dolore dei bambini è un dolore per sempre.

Se la mamma e il papà non li aiutano a gestirlo, a comprenderlo e ad accettarlo, i piccoli sono costretti a censurarlo, impedendo a sé stessi di percepirlo e di superarlo, e creando in questo modo un’anestesia emotiva che blocca l’empatia e inibisce la sensibilità.

Questa patologica sordità affettiva, che i genitori inducono nei bambini lasciandoli piangere, troppe volte è chiamata impropriamente: “educazione”.

Ma di educazione non si tratta per niente!

E’ piuttosto un abbandono.

E produce, come conseguenza, un’insensibilità emotiva che indurisce il cuore, facendo crescere generazioni di adulti indifferenti e poco empatici, sicuri di sé nei comportamenti stereotipati e gregari ma spaventati davanti all’espressione della propria autenticità interiore.

Quando i bambini sono lasciati soli ad affrontare la propria disperazione, smettono di condividere il dolore e non piangono più.

Ma questa censura emotiva non può essere definita educazione.

Si tratta, invece, di una patologia che gli psicologi definiscono: surgelamento emotivo.

Dal punto di vista psicologico, infatti, la manifestazione delle emozioni è espressione dell’equilibrio emotivo e della salute mentale, mentre la loro negazione, repressione e censura, segnala una disfunzione che porta con sé la difficoltà a condividersi e a fare relazione.

Gli psicopatici, i serial killer, i sadici… sono vittime di un grave surgelamento emotivo, in quanto hanno bloccato in se stessi la percezione delle emozioni e sono privi di empatia.

Lasciar piangere i bambini non li rende immediatamente degli psicopatici, ma contribuisce ad anestetizzare la loro sensibilità e li porta a sviluppare indifferenza davanti al dolore, trasformando l’empatia in una fastidiosa condivisione di sentimenti inutili.

Quando il dolore non può essere espresso, non è nemmeno possibile risolverlo.

Ci si mette una bella pietra sopra e non se ne parla più.

Ma non scompare.

E’ ricacciato nell’inconscio, nascosto alla coscienza, e si traduce in un’incapacità nel provare amore.

Lasciare piangere i bambini, produce adulti in difficoltà davanti alle emozioni, proprie e degli altri, ed è il presupposto per lo sviluppo di questa nostra società malata di cinismo e indifferenza.

I genitori premurosi e attenti non viziano i loro bambini. Li ascoltano, li comprendono e spiegano con pazienza le ragioni delle proprie scelte, senza lasciarli in balia di emozioni che ancora non comprendono e che devono imparare a gestire.

Ascoltare i bambini non significa viziarli.

Quelli che impropriamente vengono definiti bambini viziati, sono bambini cresciuti nell’indifferenza e nel disinteresse dei grandi.

Bambini che gli adulti preferiscono ignorare, dandogliele tutte vinte, piuttosto che impegnarsi a spiegare le proprie scelte e fermarsi a comprendere le loro.

L’educazione non è una forma militare di addestramento all’obbedienza.

Educare significa aiutare i piccoli a manifestare le proprie qualità e i propri talenti in modo da poterli condividere con la comunità.

Per fare questo non c’è bisogno di lasciar piangere i bambini, è necessario, invece, dedicargli del tempo per comprendere le ragioni del pianto, per accogliere il loro dolore e per aiutarli a superarlo sviluppando comportamenti che ancora non conoscono e che devono essere sperimentati insieme.

Basta guardare gli animali per rendersi conto che, in natura, nessuna mamma abbandona i suoi cuccioli quando piangono.

Le mamme animali curano i loro figli amorevolmente e con grande dedizione.

Soltanto quando i piccoli hanno imparato a muoversi autonomamente, arriva il momento dello svezzamento e possono permettere loro una maggiore indipendenza.

Gli esseri umani, invece, ritengono di essere superiori alle altre specie animali ma poi, sommersi dal proprio eccessivo intellettualismo, dimenticano i più elementari criteri dell’affetto e dell’accudimento della prole, dimostrando, purtroppo, una scarsa intelligenza emotiva.

Lasciare piangere i bambini è un atto disumano che insegna con l’esempio l’indifferenza e la crudeltà, facendo crescere adulti patologici, privi di sensibilità e inconsciamente torturati dalla solitudine. 

Carla Sale Musio

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Giu 16 2013

ANIME GEMELLE

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L’idea dell’anima gemella ci porta a credere che da qualche parte nel mondo esista qualcuno… predestinato a condividere con noi l’Amore (con la A maiuscola) e (possibilmente) anche la vita.

Trovare la propria anima gemella significa quindi incontrare il partner giusto, quello che ci farà vivere un’affinità spirituale e sentimentale talmente profonda da permetterci di sperimentare la completezza.

Il mito dell’anima gemella è molto pericoloso per la psiche perché spinge a idealizzare l’amore e l’esperienza di coppia, provocando inevitabilmente cocenti delusioni.

Infatti, chi crede nella possibilità di incontrare un proprio “doppio”, coltiva il sogno che l’unione di coppia sia riservata soltanto a esseri speciali e destinati a incontrarsi.

In questo modo prende forma una sorta di pensiero magico che consente di delegare al fato, le responsabilità dell’unione di coppia e quando, purtroppo, l’amore finisce, diventa difficile accettare la conclusione del rapporto sentimentale.

Infatti, in questa chiave, non amarsi più è interpretato come un fallimento personale, legato all’incapacità di leggere e seguire correttamente le trame del destino.

Personalmente non credo che possa esistere un’anima gemella.

Penso invece che ogni rapporto di coppia porti in dono una sfaccettatura dell’amore, permettendo di fare un passo avanti nella capacità di condividersi e nella conoscenza di sé.

Imparare ad amare è un percorso che non ha mai fine e si apprende con l’esperienza, facendo tesoro dei propri errori e delle proprie conquiste.

Esistono tante anime che sono gemelle soltanto per un periodo della vita, unioni che danno voce al bisogno interiore l’uno dell’altro, e che terminano il gemellaggio nel momento in cui ognuno riesce a fare proprie le reciproche qualità.

Le persone di cui ci innamoriamo ci aiutano a mettere a fuoco un diverso modo di interpretare la vita e diventano l’occasione per integrare nuove possibilità.

Ciò che abbiamo bisogno di acquisire ci attrae irresistibilmente… come una calamita!

E fa sì che, spesso, l’amore sia la conseguenza di una profonda ammirazione reciproca. Conscia o inconscia.

Le coppie in cui uno dei partner è intimamente egoista, mentre l’altro è generoso e altruista, ad esempio, illustrano bene questo concetto.

Chi è proteso al dare, infatti, ha bisogno di sviluppare un sano amor proprio che bilanci la spinta a prendersi cura degli altri e consenta di pensare anche a sé con altrettanta dedizione e premura.

Per questo, è attratto da chi è capace di badare a se stesso senza lasciarsi condizionare dalle esigenze altrui.

Viceversa chi è egocentrico e sempre concentrato su di sé, è affascinato da chi, invece, sa spostare il proprio punto di vista per mettersi nei panni degli altri e comprenderne le ragioni e i bisogni.

Su questa complementarietà prende forma un rapporto d’amore che stimola entrambi i partner a osservare nell’altro un modo diverso di voler bene e di volersi bene.

Viviamo per imparare ad amare e a condividerci con gli altri.

E, durante quest’apprendistato, incontriamo tante anime gemelle che hanno il compito di stimolarci a crescere e a diventare migliori e che, poi, ci lasciano soli a maturare quanto abbiamo assimilato insieme.

Accanirsi a trovare una sola anima gemella significa bloccare la crescita affettiva e impedire all’amore di svilupparsi e maturare.

Il coinvolgimento e la passione ci accompagnano lungo il percorso di acquisizione interiore, ma diventano sempre più fievoli a mano a mano che la nostra capacità di amare acquisisce le lezioni che il partner ci mostra con la sua esistenza.

Per ognuno di noi ci sono tante anime gemelle, tante fasi dello sviluppo emotivo che portano a evidenziare le qualità e i difetti che abbiamo, e che ci spronano a migliorare.

Ognuna di queste anime ci offre un dono e ci aiuta ad abbandonare vecchi schemi.

Per ogni storia d’amore è necessario chiedersi: “Che cosa ho imparato? Qual è il dono che ho ricevuto?”

Perché dalla risposta a queste domande prende forma una più profonda conoscenza di sé e si sviluppa una nuova capacità di essere e di amare.

L’amore è la strada che intreccia la vita.

Esistono infinite anime gemelle che ci accompagnano lungo un tratto del nostro cammino, rivelandoci aspetti sempre nuovi di noi stessi.

Carla Sale Musio

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Giu 10 2013

ISPIRAZIONE: il fuoco sacro della vita

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Si dice che l’arte sia la conseguenza di un’irrinunciabile ispirazione.

Di colpo, la personalità è rapita, magnetizzata e posseduta da un invincibile impulso a creare!

Nessun bisogno esterno può competere con questa possessione interiore che spinge i creativi a realizzare l’opera del loro ingegno immergendosi anima e corpo nella creazione, senza che niente possa distrarli.

In quei momenti non ci si ricorda più di avere un’identità, una fisicità, dei pensieri e delle cose da fare… tutto scompare davanti alla necessità di far emergere dal nulla qualcosa che prima non c’era e dopo è lì, finalmente sotto gli occhi di tutti.

Il processo creativo ci trasporta dentro un diverso codice di conoscenza.

Un codice basato sulla sintesi e non sull’analisi, sull’essere e non sul riflettere.

Per potersi abbandonare all’ispirazione è necessario lasciarsi andare a quel fervore che cresce dentro monopolizzando l’attenzione, e permettere alla parte destra del cervello di attivarsi, mentre la sinistra cede la sua abituale supremazia mettendosi in stand by.

In quel momento tutte le peculiarità dell’emisfero destro si mettono in azione (sintesi, emotività, colore, ritmo, totalità, passione…) e la sua percezione del mondo fa sì che l’istintualità esprima finalmente il proprio sentire.

Quando si crea qualcosa, non è importante analizzare, misurare, quantificare, classificare… queste operazioni appartengono alla logica, non all’arte.

Durante l’attività creativa: si diventa ciò che si fa.

Si conosce per immedesimazione.

Si sperimenta la totalità e si perdono i confini.

L’empatia amplifica se stessa fino all’acme.

E l’anima emerge in tutta la sua divinità.

Creare ci trascina dentro una corrente energetica che è la stessa dell’amore, consentendoci di dare forma a un’estetica del cuore.

Non c’è bisogno di parole e non ci sono regole, durante l’ispirazione creativa usciamo dal tempo e sperimentiamo l’infinito, con la sua totale assenza di limiti.

In quei momenti il corpo può raggiungere prestazioni superiori a quelle che normalmente gli attribuiamo e ciò che riteniamo impossibile, di colpo, diventa possibile.

Le personalità creative accedono spontaneamente a questo processo e lo sperimentano spesso.

Per loro la creatività è un modo di essere che affianca la logica, ampliandola e arricchendola di contenuti intimi, magici, spirituali.

Nel tempo in cui si è posseduti dall’ispirazione creativa, è quasi impossibile comunicare e interagire con gli altri, perché la creatività non utilizza un codice lineare ma un sentire profondo che si esprime e si relaziona diventando ciò con cui entra in contatto.

Quando si è alle prese con una comunione di questo tipo, cioè con la realizzazione di un progetto creativo, non è possibile occuparsi di nient’altro.

La personalità è totalmente assorbita in ciò che sta facendo e tutto il resto scompare dalla percezione.

Come quando si fa l’amore.

Se un creativo è all’opera… non gli si può parlare, non si deve interrompere e bisogna lasciarlo stare finché la possessione non esaurisce il suo corso.

Solo allora la personalità riprende il contatto con le modalità lineari della conoscenza, ricordandosi chi è, cosa fa, come si chiama, eccetera…

Interrompere il processo creativo è come interrompere un orgasmo. Provoca un grande malessere e un senso di frustrazione e dolore.

Il contatto con l’anima ha bisogno di essere accolto e ascoltato fino in fondo perché permette di unire il mondo spirituale a quello materiale e di lasciar fluire la divinità nella realtà.

L’energia della creatività, come quella dell’amore, scorre senza tregua e bisogna imparare a cavalcarla senza esserne travolti.

Questo percorso fa parte della missione che ognuno di noi ha scelto venendo al mondo.

E ci aiuta a ritrovare il senso della vita.

Al termine di un atto creativo spesso ci si sente svuotati, come se avessimo ballato per una notte intera.

Proprio perché la capacità di cavalcare l’onda della creazione, catalizza le forze e richiede un grande impegno emotivo che monopolizza tutte le risorse fino al termine del processo. 

In seguito, una volta ritornati allo stato abituale della conoscenza, potrà avere inizio il dialogo con l’opera d’arte.

Un discorso muto in cui l’artista, contemplando il risultato del proprio lavoro, permette all’opera di srotolare nel tempo tutto il suo messaggio.

E’ in questo modo che il sacro ispira la creazione, che lo spirito si fa carne, che l’arte annuncia la parola della divinità.

Creare è un po’ come pregare.

Significa entrare in contatto con ciò che di più alto e puro esiste dentro di noi.

Naturalmente ispirazione e creatività non appartengono soltanto alle arti riconosciute: pittura, scultura, poesia, musica, danza, scrittura, teatro.

È arte allattare il proprio bambino, è arte camminare consapevolmente, è arte mettere la propria passione in ciò che si fa, è arte guardare la vita con gli occhi dell’anima, è arte tutto quello che facciamo immersi nello stato creativo, spinti da un’illuminazione che trascende la materialità e la arricchisce di contenuto.

Bloccare questa naturale espressione dell’anima, fa ammalare ed è l’origine di tante sofferenze psicologiche.

Normalizzarsi, cercare di essere come tutti gli altri, conformarsi a comportamenti prestabiliti, significa arrestare il fluire naturale della dimensione interiore, impedire alla realtà spirituale di manifestarsi nella vita, ostacolare il processo creativo senza permettere alla propria unicità di prendere forma.

Non si può bloccare la creatività senza pagarne a caro prezzo le conseguenze

L’estasi creativa è una passione inarrestabile e potente durante la quale avviene un incontro con la propria parte divina e si aprono le porte del mondo spirituale.

L’ispirazione è la stella che guida i nostri passi nella vita, aiutandoci a ricordare che ognuno di noi è Dio.

Carla Sale Musio

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Giu 04 2013

RAZZISMO INTERIORE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nel silenzio della propria anima ognuno di noi compie indisturbato ogni genere di orrori, protetto dalla più omertosa delle impunità.

Nessuno può intervenire, nessuno può testimoniare, nessuno può denunciare la violenza che agiamo contro noi stessi.

Viviamo in un mondo di apparenze e giudizio.

E spesso, per ottenere conferme e approvazione dagli altri, occultiamo la nostra realtà interiore dietro una maschera di comportamenti che non ci rispecchiano.

Abbiamo bisogno di sentirci amati, stimati e importanti, e nascondiamo abilmente quegli aspetti di noi che pensiamo non riscuoterebbero troppi consensi, sforzandoci di essere: disponibili, sorridenti, gentili, premurosi, forti, sicuri, intraprendenti… 

Ognuno combatte una battaglia quotidiana contro se stesso, nel tentativo di evitare i lati bui e sconvenienti del proprio carattere.

Vorremmo essere sempre perfetti e, quando dobbiamo ammettere la nostra inadeguatezza, ci sentiamo indegni, privi di attrattive e di valore.

La nostra parte oscura, però, ci cammina affianco come un’ombra, nonostante le pretese di perfezione.

E quando finalmente troviamo il coraggio di guardarla negli occhi, ci appare così inadeguata e disdicevole che finiamo per nasconderla subito, anche alla nostra consapevolezza.

Preferiamo continuare a credere di avere una personalità solare, priva di asperità e senza lati negativi e, nel tentativo di mantenere salda questa immagine di perfezione, giustifichiamo i comportamenti non troppo edificanti, dirottando le colpe sugli altri.

“E’ lui (o lei) che… è intrattabile, disattento, prepotente, arrogante, insistente, insolente, eccetera…!!!”

Ma tutta questa fatica, questo cercare affannosamente di apparire migliori di ciò che invece siamo realmente, non colma il nostro bisogno d’amore e nel profondo ci sentiamo sempre insoddisfatti e arrabbiati nei confronti di quegli aspetti del carattere che sono deboli, insicuri, avari, gelosi, orgogliosi, insofferenti, egoisti, dispotici… e colpevoli di non corrispondere al modello di personalità che invece vorremmo interpretare nella vita!

E’ per questi motivi che, in segreto, ci maltrattiamo e ci disprezziamo, alimentando la sensazione di non valere nulla.

Abbiamo bisogno di punirci per la nostra incapacità di raggiungere gli standard comportamentali che ci siamo prefissati, e occultiamo la crudeltà con cui trattiamo le nostre parti infantili.

In questo modo coltiviamo la disonestà, lasciamo crescere le imperfezioni e rendiamo impossibile qualsiasi cambiamento.

E’ vero, l’onestà con se stessi non è facile!

Significa ammettere i propri lati negativi, i vizi, le dipendenze, i difetti… quella goffaggine che (ai nostri occhi) ci rende incapaci di ricevere amore e stima.

Così, per evitare il confronto con queste debolezze preferiamo mentire, continuando a nasconderci tutto ciò che, invece, dovremmo cambiare.

Questo pericoloso meccanismo di censura non fa altro che aumentare l’intolleranza verso le parti giudicate sbagliate e impedisce di portare avanti un lavoro costruttivo su di sé.

Per migliorarci, per crescere e per diventare davvero capaci di impersonare nella vita la nostra parte migliore, è indispensabile accogliere, accettare e comprendere, anche gli aspetti di noi che non ci piacciono.

Perché soltanto dall’umiltà e dal confronto con le parti della personalità che giudichiamo inaccettabili, può nascere il cambiamento che ci renderà migliori.

Quando apriamo il cuore alla bruttezza che, purtroppo, ci appartiene, eliminiamo le radici interiori del razzismo e della violenza, e possiamo finalmente sperimentare il piacere di sentirci amati per ciò che siamo, piuttosto che per l’immagine idealizzata che vorremmo far credere di essere.

Al contrario, nascondere i propri lati negativi impedisce un reale scambio con gli altri e porta a bleffare pur di ottenere approvazione e stima.

E’ così che si struttura la trappola psicologica della non accettazione di sé.

Quando indossiamo una maschera per piacere al mondo, non possiamo sentirci amati perché a essere amata è soltanto la maschera.

Il razzismo interiore si supera accogliendo se stessi nella totalità e aprendo il cuore con umiltà all’ascolto e all’accettazione di ciò che si è veramente.

Solo in questo modo è possibile muovere i passi necessari per migliorarsi e diventare quelli che vorremmo essere.

Il razzismo interiore è la matrice e l’origine di ogni crudeltà perché spinge a proiettare l’odio verso l’esterno e a colpire negli altri il riflesso di ciò che abbiamo censurato in noi.

Le parti negate, infatti, agiscono indisturbate la loro carica negativa e, nel disperato (e inutile) tentativo di evitarle, si finisce per combattere chiunque rappresenti nel mondo la loro esistenza.

Per costruire una realtà migliore bisogna avere il coraggio di guardare negli occhi quello che va cambiato… prima di tutto dentro di sé!

Eliminando il razzismo alla radice.

E lasciando che la comprensione costruisca un cambiamento basato sull’accoglienza della diversità piuttosto che sulla censura.

Non si può avere una vita migliore se prima non si è riusciti a trasformare se stessi.

Carla Sale Musio

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