Archive for Luglio, 2013

Lug 26 2013

DONNE SEPARATE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando una donna si separa, oltre al dolore per il fallimento del suo progetto matrimoniale, deve fare i conti con la disapprovazione e il giudizio negativo del mondo.

Il pettegolezzo, infatti, serpeggia bisbigliato di bocca in bocca…

“Lui non l’ha voluta…”

“Non ha saputo tenerselo…”

“Non era una brava moglie…”

“Probabilmente ha qualche brutto vizio…”

“Dev’essere piena di pretese…”

Purtroppo la femminilità (sinonimo di dolcezza, tenerezza, delicatezza, garbo, disponibilità, bellezza, eleganza) nel pensiero comune è ancora saldamente intrecciata alla capacità di avere una vita matrimoniale stabile e senza interruzioni.

E le donne che decidono di non proseguire il matrimonio “finche morte non ci separi!”, sono considerate donne difettose…

… prepotenti, arroganti, scansafatiche, brutte, mascoline…

o peggio!

… scarsamente affidabili, infedeli, lascive, leggere, poco di buono, viziose…

Chi più ne ha più ne metta!

Per garantirsi il diritto alla propria rispettabilità e salvaguardare l’autostima, una donna separata deve mostrare agli altri le stigmate della sofferenza e della disgrazia.

E imparare a sostenere gli sguardi pieni di commiserazione e diffidenza.

 

 “Non sa tenersi un uomo…”

 

Esiste un pregiudizio culturale che, superata una certa età, impone alle donne per bene di vivere con un marito affianco.

Perciò, quelle che decidono di lasciare libero il proprio partner, invece che tenerlo saldamente legato a sé anche quando l’amore è finito, sono condannate a subire le critiche di chi le circonda.

Separarsi è ancora giudicato un fallimento invece che una conquista, un dramma e non una tappa lungo la strada dell’amore.

Le donne separate sono spesso considerate donne pericolose, creature che hanno scelto impunemente la libertà e l’autonomia invece dell’abnegazione e del sacrificio.

Infatti, nell’immaginario collettivo una brava ragazza deve essere dolce, sensibile, remissiva e pronta alla rinuncia pur di fare contento il suo uomo.

Le pari opportunità non hanno intaccato di molto l’archetipo dell’angelo del focolare e così, qualunque siano le circostanze che hanno spinto una donna alla separazione, per il solo fatto di essersi separata si ritroverà cucita addosso l’etichetta di femmina avariata e scadente.

La libertà è ancora una prerogativa maschile, alla donna perfetta è riservato lo spazio della casa, l’accudimento dei bambini, il regno della cucina e forse… una piccola autonomia economica (almeno perché in tempi di crisi uno stipendio soltanto non basta più).

Avere l’ardire di sfidare tutto questo per affermare il diritto alla propria indipendenza è uno smacco al maschilismo e ha un prezzo da pagare.

Chi osa arrivare a tanto deve almeno mostrare su di sé i segni di una profonda sofferenza.

Così, le donne in grado di rinascere dalle proprie ceneri come la fenice, non devono rivelare la loro brillante capacità di ricostruirsi la vita dal nulla.

Non possono essere gioiose, soddisfatte, realizzate e felici.

Incorrerebbero in un’accanita disapprovazione sociale.

Per mantenere in piedi la propria onorevole reputazione, devono dare soddisfazione al pregiudizio che le vuole sfatte dal dolore, abbruttite dall’incapacità di provvedere a sé stesse, inadeguate ad affrontare le difficoltà della vita senza un uomo.

Soltanto così potranno ricevere il conforto di quanti, scrollando la testa e sentendosi migliori, ricorderanno loro che “il matrimonio non è una passeggiata, ma è fatto di pazienza, sopportazione e rinunce”.

Tante donne finiscono per crederci davvero e conformarsi allo stereotipo della separata inadeguata e incasinata, invece che spalancare le ali e solcare i cieli dell’autonomia.

Poche riescono ad ammettere di aver avuto un miglioramento nel proprio stile di vita dopo la separazione.

Pochissime si concedono l’entusiasmo nel ricominciare daccapo una vita appagante e piena di soddisfazioni.

Ma, segregate in un angolo della femminilità, l’indipendenza, la curiosità, lo spirito di avventura e la voglia di esplorare possibilità nuove, aspettano che i riflettori sociali siano spenti, per poter finalmente liberare nella personalità tutto il loro potenziale creativo, dando vita a un prepotente desiderio di vivere.

E’ grazie a loro che le donne separate, dopo il primo momento di delusione e sconforto, rifioriscono e sperimentano una seconda giovinezza, abbandonandosi al piacere della creatività e al desiderio di rimettersi in gioco.

Non più all’ombra di un marito.

Forti dell’esperienza conquistata durante gli anni del matrimonio.

Sono donne bellissime che hanno saputo trasformare le difficoltà in saggezza e che possiedono un’energia nuova, maturata al sole della propria voglia di ricominciare e di conquistarsi il diritto a una vita nuova.

Donne che vanno incontro alla rinascita con coraggio e con determinazione.

Donne con una marcia in più.

leggi anche:

GENITORI SEPARATI? Per i bambini può essere un vantaggio

GENITORI INNAMORATI

AFFRONTARE LA SEPARAZIONE

SEPARARSI PER INCONTRARSI  

RAPPORTI GIURIDICI & RAPPORTI D’AMORE

SEPARAZIONE: COME DIRLO AI BAMBINI    

Io non sono normale: IO AMO ha deciso di sfidare il pregiudizio e raccontare anche la verità che non appare, condividendo le storie di quelle donne che hanno avuto il coraggio di risorgere dalle ceneri di un matrimonio in cui l’amore era ormai finito. 

Storie vere di donne con una marcia in più.

Se hai vissuto un’esperienza positiva della separazione e vuoi condividerla sul blog io non sono normale: IO AMO, scrivi all’indirizzo carlasalemusio@gmail.com e partecipa al progetto:

PRIMA CHE MORTE CI SEPARI! 

Storie vere di donne con una marcia in più

Contribuirai a tracciare una nuova identità delle donne separate e aiuterai tante altre a vivere con più coraggio e meno drammi questo delicato momento della crescita affettiva.

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Lug 20 2013

CHIACCHIERARE CON LA GUIDA INTERIORE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Abbiamo tutti un compagno di viaggio che ci accompagna lungo il corso della vita.

E’ un compagno discreto e totalmente privo di violenza.

Attende con rispetto un momento di attenzione per rivelarci una sapienza capace di cambiare in meglio la nostra realtà.

Ma per accoglierlo bisogna aprirsi alla sua esistenza, con fiducia e senza aspettative.

Solo così si formano nel cuore le risposte alle nostre domande e, nel tempo, quelle sensazioni trovano le parole per raccontarsi.

Esiste dentro ciascuno di noi la capacità di entrare in contatto con un serbatoio di saggezza spirituale che conosce tutte le risposte a tutte le domande.

E’ un principio etico capace di osservare le cose da un punto di vista più ampio e di tenere sempre presente che siamo parte di un insieme più grande.

Chiamiamo questo compagno di viaggio: Sé Divino, Guida Spirituale, Angelo Custode, Saggezza Universale …

I nomi indicano l’esistenza di un qualcosa che è presente dentro di noi e che funziona a prescindere dalla logica, un quid capace di utilizzare criteri diversi dalla razionalità e che agisce secondo i parametri dell’infinito.

Non siamo abituati a pensare la Totalità.

L’infinito ci fa paura e ci è difficile anche soltanto immaginarlo.

Preferiamo concentrarci sulla separazione, sul mio e sul tuo, evidenziando e combattendo le diversità ma, così facendo, perdiamo di vista il noi, il Tutto di cui siamo parte e che ci appartiene.

La comprensione del Tutto, però, è indispensabile per la sopravvivenza perché ci consente di considerare l’equilibrio delle cose, l’ecosistema essenziale alla vita, il pianeta nella sua totalità.

Leggere la realtà a compartimenti stagni, invece, genera separazione, barriere, conflitti, guerra… e tutte quelle sopraffazioni che stanno avvelenando il mondo e provocando tanta sofferenza.

Il ritmo frenetico della quotidianità ci distoglie dalla concentrazione necessaria a sperimentare la Totalità e ci spinge a combattere costantemente contro un mondo pieno di avversari, facendoci sentire sempre più soli.

Anche in mezzo a tanta gente.

La percezione di una realtà frammentata in pezzi separati e distinti, ci confina dentro la convinzione che la vita debba inevitabilmente fondarsi sullo sfruttamento e sulla morte di qualcun altro.

“Mors tua vita mea” è il motto che ci costringe a vivere nella paura, perché da un momento all’altro le circostanze possono ribaltarsi trasformandoci nelle vittime inermi di qualche predatore più prestante e agguerrito di noi.

Così, immersi dentro una battaglia quotidiana per la sopravvivenza, perdiamo di vista il nostro prezioso compagno di viaggio e la sua muta verità, trascurandone i consigli e ignorandone la profonda saggezza.

In un angolo dell’inconscio, però, la consapevolezza dell’inscindibile unità di tutte le cose aspetta pazientemente di ricevere un poco di attenzione per manifestare finalmente la sua sapienza, nella coscienza e nella realtà.

A volte questa presenza spirituale ci appare nei sogni o in quei pensieri fugaci che attraversano la mente con un’intuizione improvvisa, rarefatta e piena di verità.

Purtroppo, dimentichiamo rapidamente i consigli ricevuti in questo modo, lasciando che stili di pensiero indotti dall’esterno, più concreti e meno volatili, spadroneggino nella nostra psiche, incatenandoci sempre di più alle consuete fatiche di ogni giorno.

Il benessere psicologico, però, non può prescindere dalla consapevolezza che la vita sia qualcosa di più che un carico di doveri e di difficoltà dove il più forte vince e il più debole soccombe.

Ascoltare la Guida Interiore ci ricorda che è importante mantenere accesa la comprensione del nostro essere insieme, frammenti di un Tutto più grande che, abbracciando ogni cosa, accomuna e tutela.

Siamo tutti parte di una stessa realtà in cui ogni presenza arricchisce la Totalità di una espressione nuova, spingendoci a conoscere e integrare le diversità.

La nostra Guida Spirituale lo sa.

Sa che ogni cosa, ogni evento, ogni essere con cui veniamo in contatto, sollecita un aspetto diverso della realtà e di noi stessi, amplificando le nostre risorse e le nostre possibilità.

Sa come interpretare gli avvenimenti e cogliere, dietro alle apparenze, il significato profondo che rende importante ogni accadimento e ogni vita.

Occorre solo prestare orecchio alle sue indicazioni concentrando l’attenzione su ciò che è dentro (invece che su ciò che è fuori).

E permettendo che le sensazioni prendano il posto delle parole e dei tanti doveri che riempiono le nostre giornate.

Stare in silenzio con se stessi senza focalizzarsi su nulla in particolare, lasciando spazio a questa impalpabile presenza, ci apre al linguaggio delle sensazioni e ci conduce progressivamente a incontrare una profonda saggezza interiore.

Non siamo abituati ad ascoltare il silenzio pieno di verità che caratterizza il mondo interno, ma quando ci concediamo di mettere in pausa il fare, lasciandoci semplicemente essere, una nuova consapevolezza prende forma dentro di noi e ci rivela la sua sapienza.

Molti chiamano questo stato di partecipazione non focalizzata: meditazione.

Possiamo impararne i principi e le tecniche in tanti corsi e scuole.

Ma ciò che rende difficile la sua applicazione nella vita di tutti i giorni è la constatazione che per meditare non ci sono istruzioni dettagliate, né regole o metodo.

Infatti, non esiste un modo di fare la meditazione, non c’è una tecnica o una ricetta.

Perché la meditazione non si fa.

La meditazione è.

E’ un modo di essere.

Si tratta di spostare l’attenzione dall’esterno all’interno e di lasciare che quel qualcosa si manifesti. Senza giudicarlo, senza imbrigliarlo, senza prevederlo.

Per incontrare la Guida Interiore bisogna diventare la meditazione stessa.

Ed essendo la meditazione… qualcosa dentro di noi fa clik! … e ci trasporta in una conoscenza diversa, in uno spazio in cui finalmente è possibile ascoltare la voce silenziosa della nostra intuizione.

Più ci permettiamo di essere aperti ad accoglierne la diversità, più la sua saggezza ci mostra possibilità nuove per affrontare la vita di tutti i giorni.

Una chiacchierata con la Guida Spirituale è fatta di silenzio e di totalità e ci ricongiunge con la sapienza dell’infinito, permettendoci di accogliere tutto.

Senza giudizio.

E con semplicità.

leggi anche: 

CHANNELING: ascoltare la spiritualità interiore 

TELEPATIA

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Lug 15 2013

NON VOGLIO DIVENTARE GRANDE!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ci sono delle situazioni in cui diventare grandi può far paura e i bambini, preoccupati all’idea che crescere sia troppo difficile e pericoloso, si rifugiano in atteggiamenti infantili che avevano già superato.

In quei momenti mettono in atto comportamenti regressivi che stimolano i loro ricordi di protezione, fiducia e sicurezza e che li fanno sentire al riparo dalle burrasche della vita.

Generalmente questo succede nelle situazioni difficili:

  • quando nasce un fratellino

  • quando si avventurano per la prima volta da soli nel mondo (a scuola, in viaggio, a casa di amici o parenti, ecc.)

  • quando la famiglia attraversa un momento critico

  • quando muore una persona o un animale caro

  • quando hanno bruciato le tappe della crescita un po’ troppo velocemente e le capacità fisiche e psichiche non sono ancora supportate dalle necessarie acquisizioni emotive

In tutte queste circostanze i bambini sentono la necessità di rifugiarsi nei vissuti ovattati e rassicuranti della primissima infanzia e spesso chiedono ai genitori di comportarsi con loro come quando erano ancora dei lattanti.

Vogliono il biberon, si succhiano il dito, insistono per essere tenuti in braccio, fingono di non saper parlare…

Di solito i genitori rimangono sconcertati davanti a queste richieste e, per paura di boicottare il naturale processo di crescita, tendono a non assecondarle cercando di distrarre i bambini con giochi diversi e più adeguati alla loro età.

In questo modo, però, non rassicurano i bambini che, intuendo la disapprovazione, nascondono i propri bisogni regressivi per concederseli in segreto quando nessuno li vede.

E’ importante sapere che la regressione fa parte della crescita e non sempre è un meccanismo di difesa patologico.

Tutti noi alterniamo momenti di cedimento a momenti di conquista, e passiamo attraverso dei ritorni al passato prima di lanciarci definitivamente in un cambiamento importante.

Capita quando decidiamo di smettere con un’abitudine dannosa, quando vogliamo chiudere una relazione che giudichiamo sbagliata, quando impariamo una lingua straniera, quando pratichiamo una nuova disciplina sportiva…

In tutte queste occasioni, il raggiungimento di una maggiore competenza è preceduto da un momento di confusione e d’incapacità. E’ un po’ come tornare indietro e prendere la rincorsa… per fare un balzo in avanti.

I comportamenti regressivi nei bambini, segnalano il bisogno di protezione e di sicurezza e possono essere uno strumento prezioso per recuperare un’infanzia che è mancata o che è trascorsa troppo in fretta.

Concedere dei momenti di regressione non significa bloccare lo sviluppo evolutivo.

Al contrario, può essere una risorsa per superare una stasi emotiva e riprendere a camminare con sicurezza nella vita.

E’ importante, però, che la regressione sia accettata dai genitori e vissuta insieme ai figli, come se fosse un gioco.

In questo modo si concede ai piccoli uno spazio infantile senza penalizzare la crescita e la maturità.

IL GIOCO DEL NEONATO

“Facciamo finta che tu eri ancora piccolo?”

Il gioco per i bambini è uno strumento naturale di acquisizione e di conoscenza e, in questo caso, permette ai genitori di circoscrivere i comportamenti regressivi in un intervallo di tempo prestabilito.

Nel “gioco del neonato”  la mamma o il papà propongono deliberatamente al bambino un salto nel passato, un ritorno al periodo in cui era ancora in fasce e totalmente dipendente.

In questo gioco ognuno interpreta se stesso nel tempo in cui il bambino era un lattante.

Durante tutta la durata del gioco, il piccolo è trattato come se fosse appena nato: cullato, tenuto in braccio, alimentato con il biberon, messo a dormire nella culla, ecc.

Si ripetono i gesti naturali della primissima infanzia.

L’adulto enfatizza i comportamenti regressivi del bambino, permettendogli di sperimentare una regressione ludica, lecita e condivisa.

E’ importante che i genitori stabiliscano con se stessi il tempo in cui sono disponibili ad assecondare la regressione del bambino e che non prolunghino il gioco oltre quel limite.

Infatti, è essenziale che partecipino al gioco con entusiasmo e senza sentirsi in ansia per i comportamenti infantili del figlio, al contrario devono essere proprio loro a proporglieli.

In questo modo si autorizza la regressione e si circoscrive nel tempo, permettendo al bambino di sperimentarla senza sensi di colpa e senza intaccare la sua maturità.

Una volta che il gioco si conclude, infatti, ognuno riprende i comportamenti abituali e consoni all’età.

Quando i piccoli hanno saturato i propri bisogni regressivi, interrompono spontaneamente questo genere di attività e riprendono a usare le capacità della loro età.

“Basta mamma, adesso sono grande!”

“No, dai… questo gioco mi ha stancato.”

“Giochiamo un altro giorno, ora sto disegnando…”

Frasi come queste segnalano che i bisogni regressivi sono stati superati e che la crescita ha ripreso il suo ritmo naturale.

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Lug 09 2013

QUANDO NASCE UN FRATELLINO…

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Quando nasce il primo fratellino, il figlio più grande perde il suo ruolo di figlio unico e si trova costretto condividere le attenzioni di mamma e papà (ma anche di nonni, zie, cugini, amici, ecc.) con il nuovo arrivato.

Non sempre questo passaggio è vissuto con facilità … più il bambino è piccolo più la mancanza di centralità è sentita come una perdita o come un abbandono da parte dei genitori, e scatena i drammi dell’antagonismo e della gelosia.

Durante tutto il primo anno di vita ogni bambino ha bisogno di sentirsi unico e centrale nel cuore dei genitori, soprattutto della mamma.

Infatti, dopo il parto, il neonato continua ancora a vivere se stesso insieme al corpo materno, e percepisce sé e la madre come un tutto.

E’ solo molto lentamente e progressivamente che questo stato fusionale si affievolisce lasciando che la comunicazione sostituisca la simbiosi e che si strutturi il linguaggio.

I bambini molto piccoli interpretano la gravidanza della mamma e la nascita di un altro bambino, come un abbandono ineluttabile, un tradimento che la vita impone loro e contro il quale non è possibile ribellarsi.

Intorno ai quattro o cinque anni, invece, la protesta e la gelosia sono espresse con maggiore disinvoltura e vivacità.

Di solito è solo quando la differenza di età tra i due fratelli supera i sette anni, che il bisogno di essere al centro della scena familiare cede il posto al desiderio d’indipendenza e di autonomia e il nuovo nato può essere accolto senza drammi e senza paure.

Prima dei sette anni, la gelosia verso il fratello minore è inevitabile e può lasciare qualche cicatrice nel mondo interiore.

E’ vero che spesso sono proprio i bambini a chiedere con insistenza di avere un fratellino o una sorellina, ma il più delle volte questa richiesta esprime il desiderio di un compagno di giochi, qualcuno con cui condividere il divertimento e la scoperta del mondo ma non l’affetto, le attenzioni e le cure dei genitori.

Così quando poi la mamma e il papà tornano a casa stringendo tra le braccia un fagottino tenero e fragile… con cui non è possibile giocare, che non sa parlare, non sa camminare, si fa addosso… e monopolizzare le attenzioni di tutti…be’…la reazione del figlio maggiore è sempre di profonda delusione.

“Com’è possibile che questo piccolo incapace susciti tanta eccitazione e tanto amore?!” è la domanda che attraversa la mente del primogenito come una dolorosa saetta.

“Devo essere brutto e poco interessante, se mamma e papà hanno voluto lui nonostante ci fossi già io.”

Su queste considerazioni, molto viscerali e poco razionali, prende forma il vissuto di rabbia, inadeguatezza e indegnità che accompagna l’arrivo di un fratellino.

Molti bambini esprimono chiaramente il desiderio di rimandare al mittente il nuovo venuto.

Altri censurano la propria ostilità dietro un comportamento compiacente, nel tentativo di non deludere ulteriormente i genitori.

Altri ancora, imitano il fratello più piccolo, mettendo in atto comportamenti regressivi e rinunciando alle acquisizioni maturate con la crescita.

Ognuno cerca a modo suo di far fronte alla sgradevole sensazione di essere “insufficiente” per i propri genitori.

La nascita del fratellino è sempre un momento delicato in cui i bambini devono affrontare l’ansia di essere rifiutati, nonostante le attenzioni che i genitori dedicano loro.

Più sono piccoli e più le paure sono grandi e difficili da gestire, perché la razionalità non si è ancora strutturata e i vissuti emotivi occupano la scena psichica con molta intensità.

Per evitare i traumi è importante che i bambini siano preparati al nuovo arrivo e coinvolti in prima persona nelle vicende della famiglia, in modo da limitare l’angoscia di essere dimenticati e messi in disparte.

Non si deve però minimizzare l’inquietudine abbandonica che i piccoli sperimentano (inevitabilmente) nel momento in cui perdono la loro unicità.

Occorre invece prestare ascolto alle proteste e alle paure e permetterne l’espressione senza dare giudizi.

Questo non significa lasciare il figlio piccolo pericolosamente in balia di un fratello maggiore geloso.

Vuol dire, invece, permettere ai sentimenti di esistere (senza essere censurati) e di venire ascoltati nonostante la loro sgradevolezza.

Una buona alfabetizzazione emotiva prevede l’accoglienza anche delle emozioni malfamate (rabbia, odio, invidia, gelosia, ecc.) che così possono evaporare spontaneamente anziché ribollire nell’inconscio.

Quando le emozioni possono essere riconosciute e nominate perdono la loro pericolosità e diventa possibile individuare i modi per disinnescarle senza fare danni.

Il disegno, la drammatizzazione con i pupazzi, il racconto, il gioco dei ruoli… sono tutti modi che aiutano i bambini a gestire gli stati d’animo negativi insegnandogli a comprenderli e superarli senza reprimerli. 

Tutte le emozioni contengono un’energia indispensabile alla crescita e alla realizzazione personale, per questo nessuna andrebbe censurata (nota bene: comprendere e accettare non vuol dire agire).

La possibilità di condividere le emozioni negative senza fare danni, è il primo passo verso un mondo capace di superare il razzismo e la violenza.

Quando ricacciamo nell’inconscio gli stati d’animo che giudichiamo sconvenienti, blocchiamo il percorso di crescita impedendo a noi stessi di affrontarli e di superarli, e rinchiudiamo le nostre potenzialità espressive dentro una prigione di divieti.

Quando invece ci è data la possibilità di condividerli, scopriamo che proprio i nostri difetti sono i passi che ci conducono a diventare migliori e costruiamo le fondamenta della convivenza e della fratellanza.

L’arrivo di un fratellino costringe i bambini a cimentarsi con la condivisione di tutto ciò che possiedono di più caro (l’amore dei genitori), per questo è un momento irto di difficoltà e di paure che impegna sia i genitori che i bambini e pone le basi della fraternità, della solidarietà e della amicizia.

leggi anche: 

RAZZISMO INTERIORE 

EMOZIONI MALFAMATE: RABBIA, ODIO & FELICITA’

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Lug 04 2013

DUALISMO INTERIORE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando due parti della nostra personalità discutono tra loro senza riuscire a mettersi d’accordo, la mente è monopolizzata dal conflitto e diventa impossibile scegliere una direzione.

Un chiacchiericcio ininterrotto occupa i pensieri senza portare nessuna conclusione.

Infatti, quando ci sembra di aver trovato una soluzione, si fanno largo altrettante ragioni contrarie, subito contraddette da una valanga di nuove opposizioni.

A volte queste discussioni si snodano nella mente in un fiume ininterrotto di parole.

Altre volte sono relegate nell’inconscio e diventa impossibile rintracciarle e armonizzarle.

In ogni caso, però, il dibattito tra le parti cattura tutte le risorse interiori lasciandoci esausti e privi di energia.

Ci si sente stanchi, demotivati, poco partecipi e, spesso, questo stato conduce verso un pellegrinaggio medico, fatto di analisi, esami e medicine che purtroppo non migliorano la situazione, perché la vera causa dell’apatia è quella lotta sotterranea tra gli aspetti della personalità che non riescono a mettersi d’accordo.

“Il lavoro che faccio non mi piace…”

“Dovrei lasciarlo e dedicarmi a qualcosa di più adatto a me, qualcosa che rispecchi i miei interessi ed esprima le mie passioni.”

“Non posso lasciarlo, devo pagare le rate della macchina e ho promesso di mettere qualcosa da parte per le emergenze impreviste ma, soprattutto, vorrei fare una bella vacanza quest’estate! I soldi mi servono e questo lavoro mi garantisce un’entrata sicura tutti i mesi.”

“Ma cosa me ne faccio dei soldi se poi sono costretto a spenderli per compensare la frustrazione che provo ogni giorno nel fare cose che non m’interessano e non mi permettono di essere me stesso.”

“Dovrei lasciarlo e dedicarmi a qualcosa di più adatto a me, qualcosa che rispecchi i miei interessi ed esprima le mie passioni…”

Quando c’è un contrasto tra le parti della personalità, è indispensabile portare lì la nostra attenzione dando a entrambe la considerazione necessaria per manifestare pienamente il proprio punto di vista.

Spesso la guerra interiore divampa perché abbiamo paura di concedere il giusto spazio a ciascuno dei due aspetti contrapposti.

Perciò, nel tentativo di ottenere un po’ di considerazione, ognuno dei due ribadisce incessantemente la propria interpretazione, creando quella sgradevole sensazione di avere due voci che litigano nella testa.

“Il mio partner mi tradisce…”

“Non posso sentirmi parte di un harem. Ho bisogno di essere l’unica e di avere il suo amore solo per me. Che senso ha continuare una relazione in cui sono soltanto io a essere innamorata e fedele? Devo lasciarlo. Non c’è altra soluzione.”

“Soltanto l’idea di stare senza di lui mi fa sentire male! Come farò a vivere? Mi sembra tutto inutile e senza senso, abbiamo costruito tante cose insieme! Bisogna che gli parli e cerchi di riconquistare la passione e l’armonia che avevamo un tempo.”

“Ma come posso continuare ad amare una persona che non mi ama più e che non si fa scrupoli a mentirmi per passare il suo tempo con un’altra?!”

“Non posso sentirmi parte di un harem. Ho bisogno di essere l’unica e di avere il suo amore solo per me. Che senso ha continuare una relazione in cui sono soltanto io a essere innamorata e fedele? Devo lasciarlo. Non c’è altra soluzione…”

Per far sì che finalmente il conflitto giunga a una soluzione, è indispensabile permettersi di avere una doppia personalità, cioè di essere palleggiati incessantemente in una contrapposizione interiore senza soluzione, proprio come se fossimo due persone diverse contemporaneamente, e lasciare che ognuno dei due aspetti trovi in noi l’accondiscendenza necessaria a esprimersi.

Pretendiamo di essere coerenti, razionali, logici e privi di contraddizioni. Ma non sempre questo è vero.

Accettare la propria pluralità è il primo passo verso la salute mentale e l’armonia.

Intestardirsi a voler essere tutti d’un pezzo, invece, crea una frattura nella personalità e innesca un conflitto senza soluzione.

Quando lasciamo che il dibattito interiore faccia parte del nostro modo di essere al mondo, permettiamo alla totalità di noi stessi di manifestarsi nella vita e facciamo emergere le nostre risorse e la nostra creatività.

E proprio nella creatività è nascosta la chiave che ci permette di uscire dal conflitto.

Spostare il punto di vista stimola la nascita di soluzioni nuove e apre opportunità apparentemente impossibili.

Ma per ottenere i doni e le soluzioni creative è necessario saper tollerare l’incertezza, la confusione e il disorientamento.

Solo così la Totalità può prendere forma la nella nostra vita.

Nel Tutto ogni soluzione è presente.

La logica si ribella.

La razionalità vacilla.

Ci sono cose che la mente non comprende.

Nella psiche esistono risorse che la ragione non sa trovare.

Lasciare esistere la molteplicità nel sé consente alla democrazia di strutturarsi nel mondo interiore e permette di attingere a nuove possibilità.

La salute mentale non è fatta di un rigido dogmatismo, ma di una plastica pluralità di sé.

leggi anche:

IO? … SONO UN SACCO DI GENTE!  

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