Archive for Settembre, 2013

Set 30 2013

LA SCUOLA NON AMA LA CREATIVITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nasciamo tutti con una personalità creativa e con il compito di armonizzare i due emisferi del cervello e i loro due diversi modi di intendere la realtà.

La via del cuore e la via della ragione s’intrecciano e si combattono nelle esperienze, spingendoci verso il raggiungimento di un equilibrio che arricchisce la nostra vita di possibilità.

Il cuore, infatti, tende a vivere in un immediato (ed eterno) presente fatto di emozione, di coinvolgimento, di colori, di musica, di intuizione e di empatia.

La mente invece ci spinge a ragionare, a fare progetti, a catalogare, a imparare dall’esperienza e a costruire seguendo un prima e un dopo.

Entrambe queste modalità conoscitive, sono indispensabili per sentirsi bene e per esprimere la nostra individualità nel mondo.

Insieme costituiscono gli strumenti indispensabili per dare forma alla missione che siamo venuti a svolgere nascendo. 

Da bambini l’alternanza della via emotiva, immediata e immersa in un eterno adesso, con il ragionamento logico, fatto di momenti successivi, di presenza e assenza, di progetti, di pazienza, di conquiste e di riflessione, crea spesso disorientamento, paure e confusione.

Le cose sembrano sempre essere duplici. E perciò difficili.

L’amore ci riempie di dolcezza trasportandoci in un’estasi dorata e ricca di possibilità, ma poi è così difficile incasellarlo dentro lo scorrere del tempo e mantenere quella sua assoluta sicurezza quando incontriamo il buio dell’assenza, della mancanza e del dubbio.

La logica ci permette di organizzare la vita e i pensieri in forme ordinate e condivisibili ma spesso non riesce a esprimere la danza delle passioni che anima la nostra emotività.

La via del cuore e la via della ragione ci trasportano in terre e percezioni diverse, e ci insegnano a muoverci nella quotidianità utilizzando di volta in volta le risorse necessarie a realizzare i nostri obiettivi.

Entrambe sono indispensabili per esprimere la complessità del mondo interiore e per raggiungere la verità.

L’ingresso nella scuola elementare, però, mette drasticamente fine al lavoro di armonizzazione, iniziato alla nascita, e all’impegno nel cavalcare cuore e ragione insieme.

I programmi ministeriali sembrano fatti apposta per annichilire l’emisfero destro e stimolare al massimo l’emisfero sinistro.

La grammatica, la matematica, la storia, la geografia, le scienze, occupano la fetta più grossa del tempo trascorso in classe e, mano a mano che passano gli anni, confinano in uno spazio sempre più scarno il disegno, la musica, la socializzazione, la condivisione e l’affettività.

A scuola, infatti, quello che conta sono soprattutto gli apprendimenti logico matematici. Dell’emozione… se ne può fare a meno!

Al termine della carriera scolastica, l’emisfero destro è ormai ridotto a un ruolo di subordine nell’esplorazione e nella valutazione della realtà.

Mentre l’emisfero sinistro ha conquistato uno status da padrone e, con la meticolosità e la precisione che lo contraddistinguono, mantiene costantemente la propria egemonia nel valutare gli eventi.

E’ così che la personalità creativa atrofizza le sue peculiarità e camaleonticamente si trasforma fino a corrispondere al modello di comportamento proposto dalla società.

La scuola forma gli individui del domani.

E nel domani della nostra società le funzioni dell’emisfero destro non sono contemplate!

La personalità creativa ha un bisogno naturale e imprescindibile di mantenere attivi entrambi gli emisferi e di esplorare il mondo utilizzando le risorse e i modi di conoscenza di tutti e due.

Disimparare a usarne uno per avvantaggiare l’altro, crea un pericoloso squilibrio nella percezione della realtà e provoca la sofferenza mentale che oggi conosciamo e che ha portato all’uso degli psicofarmaci e della diagnosi psichiatrica come mezzo di normalizzazione e omologazione delle differenze e della espressività individuale.

La creatività ci spinge a essere naturalmente diversi, e proprio l’accoglienza della nostra diversità è l’ingrediente fondamentale della libertà e di un mondo basato sull’amore e sul rispetto per tutte le creature.

Annichilire l’emisfero destro significa amputare dalla personalità la sensibilità, l’empatia, l’emotività, l’immaginazione e la genialità.

La sua mancanza di funzionalità ci rende idonei a trasformarci in un popolo di consumatori ubbidienti, privi di fantasia e di iniziativa e pronti ad arricchire le tasche dei pochi che da sempre governano i molti.

Per questo la scuola è la principale responsabile dell’occultamento della personalità creativa e dell’incremento di quelle patologiche “strutture di personalità” di cui parlano la medicina e la psicologia nei loro manuali di psicopatologia.

Ognuno di noi nasce sano e portatore di una personalità creativa fatta apposta per esprimere i talenti e le peculiarità individuali, per realizzare i doni che  siamo venuti a condividere nella vita.

Ma dalla arbitraria prevaricazione della mente sul cuore ha origine un mondo fatto di ingiustizie, di sofferenza, di violenza, di pregiudizi e di insensibilità. 

Chi possiede una personalità creativa si ritrova perciò davanti al difficile compito di ripristinare l’equilibrio tra la logica e la sensibilità, tra l’ordine e la creatività, tra la regola e il caso, tra il caos che alimenta la vita e la sequenza che ci permette di leggerla.

Per riuscirci è necessario andare oltre gli insegnamenti della scuola e superarne il limite, occorre ridare valore alla profondità di se stessi, all’imprendibile che sta dietro la materialità delle cose e ne determina il valore.

La personalità creativa ci spinge a riabilitare il potere dell’unicità individuale, dell’esperienza affettiva, dello scambio, della cooperazione, della condivisione, dell’indipendenza, dell’autonomia e della libertà.

Considerati poco importanti dai programmi ministeriali, questi bisogni, caratteristici di un emisfero destro attivo, spingono i ragazzi a isolarsi e a disinteressarsi agli argomenti scolastici, proprio perché inconsciamente ne intuiscono il limite e la pericolosità.

In difficoltà davanti al tentativo di uniformarsi al modello acritico e sottomesso del “bravo studente”, i creativi hanno spesso un rendimento scarso e difficile a scuola e vivono momenti di emarginazione e sofferenza.

(Basta leggere le biografie di  tanti grandi geni per averne una testimonianza inconfutabile) 

Riconoscere le modalità di funzionamento dell’emisfero destro, con il suo corollario di empatia e creatività, permette ai genitori e agli insegnanti di aiutare i ragazzi ad affrontare le inevitabili difficoltà della scuola, senza perdere il contatto con la ricchezza e la vitalità del proprio mondo interiore.

Per far questo è indispensabile che gli educatori per primi abbiano compreso la propria personalità creativa e le sue peculiarità.

Soltanto l’esperienza personale, infatti, permette di abbracciare l’empatia e la creatività senza rifugiarsi in un teorizzare accademico, privo di sensibilità e perciò poco convincente.

Carla Sale Musio

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Set 25 2013

“SE MI VEDI… ALLORA ESISTO!” Il bisogno di rispecchiamento

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Alla nascita il bambino percepisce se stesso e il mondo come un’unica realtà.

I confini che lo separano dalle cose e dagli altri non si sono ancora formati perché, durante la vita intrauterina, la sua realtà è un Tutto indistinto con il corpo della mamma.

Entrambi, madre e bambino, respirano insieme, si nutrono insieme, dormono insieme, sognano insieme, amano insieme, pensano insieme, si emozionano insieme, vivono insieme.

Insieme compongono un’unica totalità che si separerà soltanto al momento della nascita ma che, per il bambino, continuerà a differenziarsi progressivamente durante la crescita.

La sensazione di appartenenza e di unione spinge il neonato a identificarsi con chi lo accudisce e a percepire le emozioni e i bisogni degli altri che gli sono vicini, come se fossero parte di se stesso. Proprio come accadeva durante la gestazione.

La scoperta della propria individualità avviene lentamente e, spesso, può causare sensazioni di dolore, perché i piccoli la percepiscono insieme alla perdita di… qualcosa.

Qualcosa (la simbiosi) che prima era viva e vitale e che invece adesso non funziona più.

La danza delle emozioni e della vita, che per nove mesi ha scandito il ritmo e il significato della loro esistenza, s’infrange contro l’impossibilità di controllare i movimenti e le scelte degli altri e genera un senso di paura e d’impotenza.

Durante tutto il primo anno di vita i momenti di unione e simbiosi si alternano ai momenti di autonomia e solitudine.

Da quest’alternanza prenderà forma nel tempo un’identità nuova, separata dal resto del mondo e in grado di compiere autonomamente le proprie scelte.

Ma il ricordo della pienezza vissuta nel passato, la sensazione di completezza e integrità che ha accompagnato l’esperienza intrauterina, resterà impressa per sempre nella nostra psiche, spingendoci a cercare nel mondo il rispecchiamento del nostro esistere.

Hanno origine da quelle primissime esperienze di vita: il bisogno di riconoscimento e di conferme, la necessità di ricevere approvazione e amore dagli altri, il desiderio di condividere la propria verità.

La ricerca della completezza perduta nascendo, ci guida alla ricerca di un armonico “stare bene con gli altri”, in grado di farci sentire parte di un tutto più ampio che ci comprende e che ci definisce.

La nostra naturale creatività ci porta a identificarci nei vissuti delle creature con cui veniamo in contatto, mentre l’empatia ci permette di comprenderne il punto di vista, aiutandoci a riconoscere le uguaglianze o le differenze che ci accomunano o che ci diversificano.

Spesso, però, il desiderio di esplorare stili di vita differenti si scontra con il desiderio di ricevere conferme e di sentirsi parte di una comunità.

Il bisogno di rispecchiamento può renderci dipendenti dal giudizio e dall’accettazione degli altri e, nel tentativo di ricevere approvazione e stima, ci spinge a occultare tutto ciò che riteniamo sgradevole e poco lusinghiero in noi stessi.

Pur di avere dal mondo un giudizio positivo, costruiamo un’identità non vera, intrisa di conformismo, anonimità e omologazione, e cerchiamo di nascondere le nostre debolezze, la vigliaccheria, l’egoismo, la paura, l’avidità… e tutto ciò che avrebbe bisogno di essere migliorato in noi.

In questo modo giudichiamo la nostra verità e ci condanniamo all’inautenticità, provocandoci la sensazione di non andare mai bene, di non essere amati, di non valere niente. 

E facciamo crescere a dismisura l’insicurezza e il bisogno di nasconderci e mascherarci… intrappolandoci dentro un circolo vizioso senza fine.

La personalità creativa ha la capacità di modellare il proprio modo di essere in funzione dell’obiettivo, e può arrivare fino a deformare completamente la propria individualità.

E’ così che prendono vita tante patologie psicologiche.

Nascono dallo snaturamento dell’autenticità interiore e dalla falsificazione che agiamo sui nostri sentimenti per renderli conformi a un modello di comportamento prestabilito e impropriamente ritenuto migliore.

Depressione, ansia, attacchi di panico, fobia sociale… segnalano la perdita di contatto con la realtà interiore e con quel senso di unicità, d’irripetibilità, di autonomia e di libertà che permette alla creatività di scoprire soluzioni nuove davanti ai problemi di sempre.

In questo modo la personalità creativa può diventare creativamente patologica, trasformando se stessa in un camaleonte uguale in tutto e per tutto a chi le sta intorno.

Come uno Zelig mutevole e cangiante, la creatività può indurci a credere autentici sentimenti che invece non ci appartengono e sono solamente il frutto di un conformismo riuscito bene.

Non è facile riconoscere questi meccanismi di falsificazione interiore.

Non sempre è possibile riuscirci da soli.

Per ritrovare la propria integrità bisogna avere il coraggio della sincerità, riportando alla coscienza le debolezze occultate, i difetti inaccettabili, le malformazioni emotive, la nostra intima e pericolosa deformità.

Solo così sarà possibile proseguire lungo il percorso di conoscenza capace di condurci all’espressione della nostra profonda unicità, e riappropriarci di quelle peculiarità creative ed espressive che nascendo siamo venuti a condividere nel mondo.

Abbiamo tutti una personalità creativa capace di realizzare il disegno, unico e speciale, della nostra esistenza, ma per attingere alle sue poliedriche possibilità dobbiamo  avere il coraggio di affrontare quella diversità che, per sentirci amati, abbiamo nascosto in fondo a noi stessi.

Carla Sale Musio

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Set 20 2013

ABBIAMO TUTTI UNA PERSONALITA’ CREATIVA!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Abbiamo tutti una personalità creativa.

Spesso sepolta creativamente sotto strati di paure e conformismo.

Il bisogno di essere amati e benvoluti ci spinge a cercare di compiacere gli altri, nel tentativo di ricevere le attenzioni e il riconoscimento indispensabili per sentirsi parte di una comunità.

Atterriamo nella vita con la certezza di essere un Tutto, inscindibilmente intrecciato e unito con ciò che ci circonda.

Ma, progressivamente, l’esperienza ci insegna a differenziarci e a distinguere il me dal tu.

Questa separazione crea il bisogno di appartenere almeno a un noi che ricomponga quell’unità così perfetta e completa al momento della nascita.

La ricerca dell’appartenenza ci porta a distinguere e a dividere le cose e le persone in gruppi, categorie, insiemi e tipologie, che finiscono per frantumare ancora di più proprio quella totalità che invece stiamo cercando così affannosamente di rimettere insieme.

Sembra un errore di valutazione, eppure… la strada della crescita passa proprio attraverso questa frammentazione e si snoda lungo la consapevolezza che quel puzzle di elementi sparsi e apparentemente eterogenei, chiamato vita, compone un unico Tutto perfetto e inscindibile.

Naturalmente questa saggezza nasce da un’acquisizione interiore che può essere raggiunta solo quando è affiancata dall’esperienza e dal vissuto di accoglienza di ogni singola diversità.

Forse una vita sola non basta.

Forse la vita stessa è un frammento di quel puzzle e per vederne la complessità occorre spostarsi su dimensioni della coscienza più rarefatte e meno limitate dalla concretezza della materialità e della nostra frenetica quotidianità.

Forse.

Forse questo percorso ognuno lo deve svolgere da sé, ascoltando il suo cuore e la sua intelligenza e mettendo in armonia due stili di conoscenza che altrimenti si dichiarano guerra.

Abbiamo tutti la possibilità di sperimentare quello che ci succede utilizzando due modi diversi, e spesso antitetici, di interpretare la realtà.

Una è la via del cuore, fatta di emozioni, di sentimenti, di sensibilità e di passione.

L’altra è la via della ragione, fatta di studio, di analisi, di logica e di tempo.

Queste due differenti possibilità di leggere il mondo dipendono dai software nel nostro cervello e corrispondono alle modalità di funzionamento dei suoi due emisferi, destro e sinistro.

L’emisfero destro del cervello, infatti, ci conduce spontaneamente alla sintesi, vive fuori del tempo in un eterno e immutabile adesso e conosce le cose grazie all’intuizione e a un imprevedibile e repentino presentarsi delle risposte. Utilizza il ritmo, l’immagine, la bellezza e l’emotività.

L’emisfero sinistro del cervello, invece, è capace di catalogare, selezionare, scomporre e comprendere, usando le sequenze e la logica. Vive in uno scorrere del tempo fatto di passato, presente e futuro. Formula ipotesi che verifica basandosi sull’esperienza e sull’analisi degli errori.

Alla nascita ancora non sappiamo come usare il nostro computer cerebrale e la comprensione degli eventi attinge da queste due modalità, alternativamente e imprevedibilmente.

Con la crescita dobbiamo imparare ad armonizzarle tra loro e l’inesperienza spesso ci provoca momenti di grande confusione e dolore.

(Mentre la mamma sta preparando la pappa, per esempio, la fame può trasformarsi in un morso eterno che contorce lo stomaco in spasmi di dolore infiniti, o essere un momentaneo stato di attesa trepidante e partecipe. Dipende da quale dei due emisferi avrà la meglio nella lettura della realtà.)

Il nostro compito, come esseri umani, è quello di mettere insieme queste due diverse modalità percettive, armonizzandole tra loro e rendendole funzionali allo svolgimento della nostra missione nel mondo.

Ma questo compito è complicato ulteriormente da una società che tende a privilegiare l’emisfero sinistro rispetto a quello destro fino a decretarne la dittatura all’interno del cervello.

Questo comporta inevitabilmente una perdita dell’affettività, della sensibilità, dell’intuizione, dell’istintualità e di tutte le funzionalità che competono all’emisfero destro.

E’ così che la personalità creativa devia dal suo naturale percorso evolutivo e comincia a utilizzare la propria creatività per difendersi e per nascondersi, provocando tanta sofferenza nelle persone e nel mondo.

Incarcerato nelle segrete dell’inconscio, il funzionamento dell’emisfero destro aspetta (nel suo eterno sempre) di essere reintegrato nella consapevolezza della nostra autenticità.

Tutti abbiamo una personalità creativa e due emisferi, destro e sinistro, capaci di collaborare tra loro per aiutarci a vivere la nostra personale avventura nel mondo.

Quando amputiamo arbitrariamente metà della conoscenza e della verità, camminiamo zoppi nella vita e impediamo alla creatività individuale di dispiegare il suo disegno e i suoi colori nel puzzle infinito della totalità.

Avere una personalità creativa significa, perciò, incontrare la complessità del nostro modo di conoscere il mondo e sperimentarne la verità.

Significa accogliere la simultaneità della via emotiva e della via razionale, intrecciandole e armonizzandole tra loro in un’unica conoscenza e permettendo alla molteplicità che ci caratterizza di attraversare la confusione e la paura per mostrarci la sua peculiare espressione individuale.

“Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante” (F. Nietzsche).

La personalità creativa può brillare nel cielo delle possibilità infinite o aspettare in eterno la sua liberazione ma, nella Totalità in cui ogni cosa ha un posto, risplende da sempre il disegno della sua verità.

Sta a noi permetterne il dispiegarsi nel tessuto della vita o nasconderne le potenzialità dentro lo scorrere routinario degli eventi.

Carla Sale Musio

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Set 15 2013

PSICOFARMACI NATURALI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Attacchi di panico, ansia e depressione sono le sofferenze psicologiche più diffuse e invalidanti di questo periodo storico.

Chi ne soffre è costretto a vivere una vita ritirata e, progressivamente, sempre più limitata e priva di stimoli.

In questi casi, infatti, il corpo si rifiuta di compiere le normali attività quotidiane e subisce l’influenza di una psiche impazzita, esausta e terrorizzata, che rileva pericoli inesistenti, in situazioni comuni e normalmente del tutto innocue.

Le paure fanno del corpo una vittima della mente e lo paralizzano fino a renderlo apatico e insensibile.

Esiste un legame profondo e inscindibile tra il corpo e la mente.

Un legame che va sempre rispettato se si vuole mantenere lo stato di salute e il benessere che dovrebbe essere naturale in tutti gli esseri viventi.

Un legame che la nostra cultura tende a frantumare, dividendo la percezione che abbiamo di noi stessi e creando le premesse per quella sensazione di estraneità e scissione, che provoca tanta sofferenza mentale.

Invece che essere un tutt’uno indistinto, la mente e il corpo, separati arbitrariamente, diventano due aspetti contrapposti della nostra identità.

E proprio da questa contrapposizione hanno origine molte problematiche psicologiche.

Da una parte, infatti, troviamo la mente; con i pensieri, il ragionamento, la logica, i sogni e le fantasie.

Dall’altra, abbiamo il corpo; con i bisogni, le sensazioni e tutte quelle rappresentazioni sociali di genere, status, ceto, eccetera, che gli vengono attribuite in base a criteri arbitrari e culturali.

La nostra società, basata sull’apparire e sul nascondere più che sulla verità, tende a rivestire il corpo di orpelli negandone l’intelligenza, come se si trattasse di un manichino e non di un essere dotato di vita.

Considerato alla stregua di un oggetto, privato di coscienza e d’intelligenza, il corpo diventa soltanto uno strumento al servizio della mente.

Ci si dimentica, però, che corpo e mente sono aspetti interconnessi di una stessa realtà e insieme danno forma alla nostra esperienza di vita.

Perciò: se il corpo sta male anche la mente sta male, se il corpo è immobilizzato anche la mente è immobilizzata, se il corpo è dolorante anche la mente è dolorante, se il corpo muore anche la mente muore. 

Insomma, è vero proprio il contrario di quello che si pensa comunemente.

Il corpo condiziona la mente quanto la mente condiziona il corpo, entrambi si scambiano informazioni preziose per la vita, entrambi esprimono la stessa intelligenza.

E’ per questo che, quando il corpo è reso prigioniero di una psiche cui impropriamente si è conferito lo scettro del comando, si creano le premesse della malattia e della sofferenza.

Immobilizzato, asservito e drogato, il nostro povero corpo deve imparare a non disturbare.

Per ridurlo al silenzio lo costringiamo a ingurgitare una gran quantità di sostanze tossiche (che impropriamente chiamiamo cibo) e lo travestiamo con abiti scomodi ma alla moda, come se fosse una statua di cera priva d’iniziativa e di vitalità.

Non c’è da stupirsi che finisca per sottomettersi alla dittatura di una mente dispotica e impazzita.

In questo modo l’equilibrio naturale finisce per essere irrimediabilmente distrutto dal nostro stile di vita… umano.

Il maltrattamento che agiamo ai danni del corpo (spesso senza nemmeno rendercene conto) è il maggiore responsabile dell’ansia, della depressione e degli attacchi di panico.

E, per liberarci da questi stati di sofferenza, è fondamentale ripristinare un esercizio adeguato della fisicità.

Il corpo, infatti, è dotato di una profonda intelligenza e ricostituisce automaticamente il benessere generale della persona, quando è messo in condizioni di esprimere la propria vitalità e la propria creatività.

“Mens sana in corpore sano” sostenevano i latini. E avevano ragione.

La cura dell’ansia, della depressione, degli attacchi di panico, deve partire dalla riattivazione di un adeguato ascolto della corporeità e da una sana e regolare attività fisica, senza la quale né la psicoterapia, né gli psicofarmaci possono avere successo.

Il movimento, infatti, induce il corpo a produrre endorfine, gli ormoni del piacere, una droga naturale, sana, biologica e a costo zero!

 

Ma cosa sono le endorfine?

 

Le endorfine sono dei neurotrasmettitori, dotati di proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della morfina e dell’oppio, in grado di procurare stati di benessere proprio come le droghe e gli psicofarmaci, ma senza avere nessun effetto collaterale.

Parliamo, infatti, di sostanze naturali prodotte spontaneamente dal corpo per mantenere inalterato il suo stato di salute.

Studi scientifici hanno dimostrato che l’attività fisica continuativa provoca una sorta di dipendenza dalla sensazione di euforia che fa seguito al rilascio delle endorfine da parte dell’ipofisi.

Le endorfine proprio come le droghe e gli psicofarmaci, causano dipendenza.

Una dipendenza funzionale al mantenimento della salute e del benessere.

Tutti gli sportivi sperimentano questa dipendenza, sana e naturale, dall’attività fisica e, dopo un certo tempo di allenamento, entrano spontaneamente in uno stato di benessere, come se avessero assunto degli oppiacei.

Durante l’esercizio fisico di una certa durata (in genere non inferiore ai trenta minuti di sforzo leggero ma continuativo) le endorfine agiscono come gli psicofarmaciregalandoci un naturale stato di serenità.

Si tratta però di psicofarmaci che non hanno bisogno di ricetta medica, privi di effetti collaterali e di tossicità!

 

Uno sballo salutare!

 

Il termine Runner’s High (letteralmente: sballo del corridore) indica proprio la sensazione di entusiasmo e positività riscontrata da molti atleti durante e dopo la pratica sportiva.

Una sensazione che si prolunga ben oltre gli allenamenti e che permette di mantenere il benessere fisico e mentale, regalandoci quella soddisfazione a vivere tipica della salute.

Purtroppo però, il nostro stile di vita, eccessivamente sedentario, priva il corpo delle sue naturali risorse di guarigione rendendolo vittima di una mente fuori equilibrio proprio a causa di questa separazione arbitraria e forzata. 

Per mantenere il benessere e superare la sofferenza mentale, perciò, è indispensabile svolgere un’attività fisica quotidiana, in modo da permettere al corpo di agire le sue funzioni terapeutiche e curative e di produrre le sostanze necessarie alla salute.

Fisica e mentale.

Carla Sale Musio

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Set 10 2013

LA DONNA DEL DONGIOVANNI. Ce ne parla il dr. Fabrizio Boninu

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ho letto con molto interesse il post DONGIOVANNI E OMOSESSUALITA’, pubblicato il 24 Agosto su questo blog.

Nel post si sostiene la tesi per cui un uomo cosiddetto dongiovanni sia in realtà maggiormente interessato a mascherare una propria latente omosessualità piuttosto che ad impegnarsi nel rapporto con la partner stessa.

L’articolo mi ha colpito, da un punto di vista maschile, per i tanti risvolti che questa tesi potrebbe avere.

E’ sicuramente vero che l’ostentazione di un atteggiamento (di qualsiasi atteggiamento si parli) non lasci spazio per l’atteggiamento contrario e chi esibisce la propria ‘arte amatoria’ difficilmente può lasciare spazio nella sua vita all’aspetto contrario, cioè la costruzione di un rapporto maturo e completo con una partner.

Non volendo espressamente entrare nel merito della questione, peraltro ben delineata nel post, mi interessa, anche in questo caso, entrare sull’altro versante della relazione: la donna.

Cosa spinge una donna a scegliere e poi condividere il suo percorso di vita con un compagno di questo tipo?

Sono convinto infatti che quello che noi chiamiamo ‘dongiovanni’ sia solo una parte di una realtà più strutturata che chiamerei ‘coppia dongiovanni’.

Se infatti uno dei due partner non sembra votato per la fedeltà, dall’altro lato c’è qualcuno che questa infedeltà accetta/ fa sua/ giustifica.

Nel mio ragionamento ho evidenziato tre tipi diversi di donne che si accompagnano a questo ‘tipo’ di uomo, e sono: la donna crocerossina, la donna indegna e la donna bambina.

Vediamo questi tre archetipi singolarmente:


LA DONNA CROCEROSSINA


Questa è una delle spiegazioni se vogliamo più conosciute.

La compagna sta con una persona di questo tipo essenzialmente per convertirlo.

Capita spesso in terapia, ma anche nella vita quotidiana, di conoscere coppie nelle quali uno dei due membri (solitamente la donna) è essenzialmente impegnata nel cambiamento del compagno a qualunque livello: non è abbastanza ordinato, non è abbastanza affettuoso, non è abbastanza spontaneo, fino ad arrivare al ‘non è abbastanza fedele’.

Il sottotesto di questo tipo di affermazioni è: nonostante le manchevolezze della persona che mi sono scelta, il mio sforzo ne farà una persona migliore.

Ora, non so quanto sia vero che effettivamente queste compagne riescano a modificare i comportamenti dei propri fidanzati, ne so quanto poi riescano a migliorarli, ne so se, nel caso riescano nella propria impresa, si possa parlare di miglioramento.

Credo semplicemente che loro stesse si sentano migliori per il solo fatto di aver provato a migliorarli. Io stesso sono una persona migliore se ‘faccio’ una persona migliore.

Questo paradosso (migliorare per migliorarsi) fa si che accettino missioni impossibili come quella di convertire una persona che ha scelte sessuali non conciliabili con il rapporto con loro, rendendo arduo il raggiungimento del risultato e facendo spesso trasformare la donna crocerossina in donna indegna.


LA DONNA INDEGNA


Questo secondo modello è adatto per descrivere tutte quelle donne che si sentono indegne di una relazione vera, matura con un altro individuo.

Quale che sia il motivo per cui percepiscono questo, si trovano spesso nell’impossibilità di coltivare una relazione adulta per svariati motivi: o scelgono un compagno bambino, o scelgono una relazione non completa, o scelgono una relazione non adulta, oppure spesso scelgono appunto persone che semplicemente non sembrano interessate ad avere una relazione con una persona di sesso opposto.

Questo da un lato è molto frustrante perché conferma la loro indegnità, ma altrettanto gratificante nel momento in cui avvalora l’essere immeritevole stesso della donna che ha certezza, in questo modo, dell’intima identità nella quale si riconosce a livello inconscio.

Per quanto apertamente ammettano di non volere questo tipo di relazione, per quanto affermino che stanno male nel viverla, sembra che la coltivino continuamente.

Assisteremo dunque a due livelli contrapposti: apertamente si lamentano di quello che hanno ma, sentendo di non potere aspirare a niente di diverso data la loro indegnità, coltivano una relazione così incompleta. 


LA DONNA BAMBINA


Il terzo modello degli archetipi fin qui tracciati è quello della donna bambina, una donna incapace di ristrutturare la sua immagine interna come quella di donna adulta ed incapace, non riuscendo a vedersi adulta, di costruire una relazione che di adulto abbia per lo meno la completezza.

Questo tipo di donna cerca dei rapporti incompleti’, che siano in grado di mantenere, come nel caso della donna indegna, la propria immagine e dunque lo status quo della condizione di bambina.

In una relazione adulta il sesso gioca un ruolo molto importante: all’interno della coppia dongiovanni il sesso è, per sua stessa natura incompleto, occasionale, non inserito all’interno di dinamiche che caratterizzano una coppia ‘completa’.

Vivere questo tipo di relazione permette apparentemente di condurre scelte adulte, ma di fatto limita moltissimo la costruzione di aspetti adulti (come la sessualità appunto) della relazione stessa.

Anche in questo caso vi è un doppio livello di giudizio rispetto alla relazione: l’assenza o incompletezza di una vita sessuale porta alla lamentela sulla propria condizione.

Viceversa c’è tutta un’area nella quale questa relazione è coltivata e portata avanti da una donna che non ha nessuna intenzione di smentire la sua intima convinzione di essere rimasta bambina, e come tale di non doversi impegnare in relazioni adulte.

Anche in questo caso la relazione è ideale per entrambi i membri della coppia.


* * *


Naturalmente, come si può notare, questi esempi non esistono puri e sono schematizzazioni di realtà ben più complesse.

Il punto per me centrale è che non si possa parlare di uomo dongiovanni, quanto di ‘relazione dongiovanni’ dato che, per motivi estremamente diversi, entrambi i membri della coppia sono portati a mantenere e coltivare la relazione stessa.

In ultimo fatemi aggiungere l’osservazione per cui Carla si è trovata ad affrontare il punto di vista maschile mentre io quello femminile della questione… Forse solo la distanza può permettere una visione migliore!

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

Dr. Fabrizio Boninu, psicologo, psicoterapeuta, blogger: Lo Psicologo Virtuale

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Set 04 2013

GENITORI IPERPROTETTIVI E AUTOSTIMA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Proteggere i propri cuccioli è una necessità biologica che appartiene a tutte le specie animali.

La mamma e il papà sentono il bisogno di accudire i piccoli, di curarli, di difenderli e di fare in modo che non accada loro nulla di male.

La naturale e indispensabile protettività genitoriale, però, non deve mai trasformarsi in iperprotettività perché tutelare eccessivamente i figli, inibisce lo sviluppo delle capacità individuali e impedisce il formarsi dell’autostima.

Gli animali lo sanno istintivamente e lasciano che i cuccioli imparino a cavarsela da soli, sorvegliandone i primi passi senza mostrarsi eccessivamente presenti.

Sbagliare fa parte dell’apprendimento necessario alla vita e ognuno deve saper calibrare le proprie forze con gli ostacoli che s’incontrano lungo il percorso della crescita.

Solo così i bambini possono diventare grandi, imparando a badare a se stessi e a far fronte da soli alle proprie necessità.

Noi esseri umani ci lasciamo trasportare spesso dal desiderio di evitare che i nostri figli commettano degli errori e, nel tentativo di tutelarli dalle delusioni e dalle sconfitte, finiamo per creare dei pericolosi contraccolpi psicologici.

L’iperprotettività è una modalità affettiva molto insidiosa, che supera il limite della responsabilità e della difesa dei piccoli, e infonde in chi la subisce un demoralizzante senso d’inefficacia e d’incapacità.

Un pensiero comune ritiene impropriamente che il bravo genitore debba evitare qualsiasi difficoltà alla propria prole.

Questa convinzione nasconde la credenza (infantile) che i genitori possano essere semidei infallibili e onnipotenti, e li priva della loro umanità rendendoli irraggiungibili agli occhi dei figli e stimolando in loro una pericolosa idealizzazione.

Nelle fantasie dei bambini, la mamma e il papà sono simili ai super eroi, creature prive di difetti e pronte a sostenerli adeguatamente in ogni momento della loro crescita.

Nella quotidianità, però, i genitori sono bambini diventati grandi, con tante insicurezze, tante paure, tante difficoltà.

Persone che hanno scelto di mettere al mondo dei figli senza sapere come fare i genitori e senza avere la soluzione pronta davanti a tutte le prove della vita.

Fa parte del percorso della crescita scoprire le inevitabili mancanze della mamma e del papà e smettere di aspettarsi da loro prestazioni eccezionali.

La maturità consiste nell’accettazione dell’inadeguatezza dei propri genitori e nel superamento dell’aspettativa infantile di una loro perfezione.

L’esistenza è fatta di prove ed errori, e di esperienze che prendono forma proprio da quegli errori per condurci verso risultati migliori.

Impedire ai propri figli di sbagliare, significa privarli della consapevolezza necessaria a far fronte alla vita e suscita in loro la convinzione di essere incapaci di superare da soli le difficoltà.

I buoni consigli sono una tentazione forte per i genitori, ma spesso impediscono a chi li riceve di sviluppare autonomamente le proprie capacità.

Questo non vuol dire mandare i ragazzi allo sbaraglio, disinteressandosi dei loro problemi.

Al contrario, significa lasciare loro la possibilità di decidere quale strada prendere, anche quando la loro scelta ai nostri occhi non appare la migliore.

La possibilità di sbagliare e di modificare le proprie decisioni, consolida l’autostima e infonde un senso di efficacia, mentre seguire passivamente una via già tracciata da altri, rende timorosi, insicuri e dipendenti.

Mamma e papà dovrebbero tenere a mente queste considerazioni prima di correre in soccorso dei loro bambini, valutando ogni volta l’opportunità del loro aiuto.

La protezione non è l’unica responsabilità che grava sulle spalle dei genitori, va affiancata allo sviluppo di una sana autonomia e indipendenza.

Solo così i cuccioli svilupperanno il coraggio e la determinazione necessaria a superare le difficoltà, imparando a cavalcare la vita.

Anche quando i genitori non ci saranno più.

Carla Sale Musio

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