Archive for Novembre, 2013

Nov 29 2013

DA QUANDO HO SMESSO DI MANGIARE LA CARNE…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Da quando ho smesso di mangiare la carne, mi succede spesso di sentirmi diversa e anormale in un mondo che considera con indifferenza l’uccisione per il solo piacere del gusto.

Ma devo ammettere, con un certo imbarazzo, che da allora molte cose per me sono cambiate.

Fino al momento in cui ho preso la decisione di non nutrirmi più con la vita di qualcun altro, mi era sempre sembrato naturale addentare una bistecca chiacchierando allegramente con gli amici.

E certamente non ignoravo che la carne, prima di essere cucinata, condita e servita in un piatto, era un corpo e apparteneva a qualcuno.

Qualcuno che sicuramente non voleva morire per soddisfare il mio appetito ma che, probabilmente, desiderava vivere ancora.

Lo sapevo anche allora, solo che la mia mente cercava di dimenticarlo perché anche io, proprio come chiunque altro, non volevo pensarci e nascondevo con noncuranza questa informazione facendo finta che non fosse così.

Guardavo il sangue e sentivo soltanto l’acquolina in bocca. 

Lasciavo che il mio palato venisse soddisfatto dagli aromi, mi abbandonavo al piacere della conversazione e ammutolivo la consapevolezza, annegandola nel cibo e nella compagnia.

Da quando ho smesso di mangiare la carne, però, questo meccanismo di difesa (chiamato in gergo psicologico “rimozione”) ha smesso di funzionare e così sono sempre terribilmente lucida su ciò che è vita e ciò che invece è morte.

Adesso, quando vedo tutti quei pacchetti incellofanati, con dentro le membra squartate e sanguinolente di tante creature miti, fiduciose e innocenti, sento le lacrime pungermi gli occhi e il mondo mi appare in una luce intensa e senza ombre.

Da quando ho smesso di mangiare la carne, la vita ha assunto una chiarezza che evidenzia la verità, senza censure e senza mistificazioni, e una trasparenza che mette in luce i lati negativi di me stessa in tutta la loro dolorosa realtà.

C’è un prezzo da pagare per ogni scelta e quella di diventare vegana non è stata facile, mi è costata molte privazioni e sacrifici.

Ho rinunciato a credere nella bontà, mia e degli altri, e ho dovuto ammettere la crudeltà di un mondo che ignora la sofferenza.

Ho sacrificato la mia ingenuità, imponendo a me stessa di guardare l’indifferenza negli occhi quando con dolore ne ho scoperti i sintomi fin dentro la mia stessa anima.

Avrei preferito poter salvare almeno la coerenza e non dover riconoscere i crimini, commessi con superficialità e ignoranza, per aver concesso al mio bisogno di approvazione di seguire il branco in quei riti tribali, chiamati pranzi e cene, dove si compiono i sacrifici di tante vittime innocenti.

Ma come molti altri anche io ho goduto, ignorando la morte e il dolore, convinta che fosse del tutto naturale uccidere per soddisfare il piacere del gusto.

Ho dovuto privarmi della mia immacolata perfezione e accettare che, proprio come il peggiore dei nazisti, per mano dei miei sicari ho torturato e ucciso creature che non mi avevano fatto niente, giudicandole inferiori e perciò passibili di morte e di ogni abominio, sulla base dei tratti somatici e di una cultura differente da quella della razza in cui mi riconosco e sento di appartenere.

Avrei voluto scoprirmi migliore e proclamare a testa alta la mia innocenza davanti ai delitti di chi ammazza per divertimento, per sport e per il piacere del proprio palato.

Ma ho dovuto rinunciare al vantaggio di stare dalla parte del giusto e confessare che, come tutti gli altri, sono stata spietata, cinica, indifferente, insensibile e priva di umanità perché anche io ho lasciato che la morte si perpetuasse senza sosta, solo per il piacere di sentire un sapore buono in bocca.

Che brutta sorpresa scoprirmi così crudele e priva di discernimento!

Che sofferenza tollerare di essere gregaria, conformista, qualunquista e opportunista, priva di amore, di pietà e di rispetto per gli altri esseri che insieme a me popolano la terra.

Esseri che non distruggono il pianeta per mangiare innumerevoli volte in un solo giorno, che non soffrono di sovrappeso, cellulite e obesità, che non prendono psicofarmaci e che non hanno malattie mentali, prostituzione, pedofilia, sfruttamento, inganno e usura.

Esseri che rispettano la natura e che convivono con le altre specie senza distruggere ciò che hanno intorno per divertimento.

Esseri miti che si lasciano condurre a morire piuttosto che ribellarsi alla violenza e alla ferocia dei loro carnefici.

Quando ho smesso di mangiare la carne, ho dovuto anche smettere di credere a quello che dicono tutti, per cominciare a seguire le istruzioni del mio cuore.

E ho scoperto che non è possibile vivere sereni cibandosi di morte, perché la nostra anima conosce i crimini commessi nel silenzio e in quel silenzio li osserva, senza giudizio e piena di dolore, aspettando con pazienza che arrivi il momento di liberarsi da quella zavorra di angoscia che appesantisce il cuore.

Ma tanti strati di sofferenza inespressa creano una coltre sulle percezioni e intorpidiscono la comprensione della vita rendendola greve e priva di significato.

Scoprirsi complici di tanti abomini oscura l’immagine idealizzata che vorremmo avere di noi stessi e ci costringe a cambiare per diventare migliori.

Perciò, da quando ho smesso di mangiare la carne, a malincuore ho dovuto rinunciare a credere nella mia bellezza illuminata di essere prescelto da Dio per portare la saggezza in un mondo popolato di bestie, rozze e prive d’intelligenza.

E ho dovuto ammettere con umiltà che proprio quelle bestie sono i maestri venuti a dimostrare con l’esempio della loro esistenza cosa vuol dire rispettare il creato, la natura e la vita.

Così, da quando ho smesso di mangiare la carne, non sono più l’eletta rappresentante di una razza superiore ma una fra tanti, colpevole di aver creduto con presuntuosa arroganza che al mondo esistano vite di serie A e vite di serie B.

E con umiltà ho dovuto riconoscere che la vita è sempre un valore assoluto, a chiunque appartenga.

Oggi, quando mi trovo in mezzo a una di quelle belle riunioni conviviali, ricche di antipasti e di tante portate succulente, sono oggetto di curiosità, di scherno o di commiserazione, da parte di quelli che, proprio come me, occultano a se stessi la consapevolezza in nome di un sapore a cui sacrificano il valore della vita.

Spesso mi piacerebbe raccontare cosa si prova scegliendo di non cibarsi della morte, e spiegare come il percorso verso il raggiungimento dell’umanità passi attraverso il riconoscimento che ogni creatura ha diritto alla propria esistenza, senza essere il pasto di nessuno.

Ma so che è inutile intestardirsi nel tentativo di combattere la rimozione per proporre un’idea che ancora non può essere accolta nella coscienza.

So che io stessa in passato sono stata così, insensibile e priva di umanità. 

Ognuno deve fare il suo percorso e trovare da solo, nascoste in fondo all’anima, le ragioni per cui la vita è degna di essere vissuta con amore, con umiltà e con rispetto. 

Perciò, da quando ho smesso di mangiare la carne, lascio che tutti compiano i propri sbagli con noncuranza, convincendo se stessi di essere nel giusto e soffrendo un dolore di cui diventa sempre più difficile scovare le radici perché strati di prevaricazione censurata impastano l’anima dando forma a una vita senza chiarezza.

E mentre cerco di condividere il mio pensiero e le mie scelte, capisco che ciò che è giusto per me è incomprensibile per qualcun altro, convinto di appartenere a una razza prescelta da un Dio che fa figli e figliastri, e perdona e punisce secondo un criterio arbitrario e pericolosamente narcisista.

Allora parlo, sapendo che le mie parole raggiungeranno soltanto le persone pronte per condividerle, e con gratitudine ringrazio chi, nel passato, ha avuto con me la stessa risoluta determinazione, mentre da sola costruisco un mondo in cui non ci sarà sopraffazione, ma tutti potremo vivere in armonia scambiando i doni delle nostre culture gli uni con gli altri. 

Carla Sale Musio

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Nov 23 2013

NON LO AMO PIU’… ma non posso dirglielo!!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando in una relazione l’amore finisce, si tende a colpevolizzare il partner o a colpevolizzarsi, quasi convincendosi che l’innamoramento sia una scelta e non uno stato d’animo, impossibile da governare con la ragione.

I sentimenti, però, non si possono decidere a tavolino.

L’amore: succede!

Senza che la logica o il ragionamento siano in grado di provocarne l’esistenza o di pilotarne la direzione.

Amare non riguarda la mente, è un’energia che appartiene al cuore.

Quando la passione ci travolge, dobbiamo lasciarci attraversare dalla sua forza dirompente ma, quando si esaurisce, possiamo solo permettere allo sviluppo emotivo di proseguire il suo percorso.

Soltanto così, infatti, l’amore ci aiuta a crescere, rendendoci migliori.

Cercare di fermare questo movimento interiore significa incatenare la propria anima a una maschera e imbrogliare la vita privandola del suo significato.

In tanti, però, si sforzano di ignorare le proprie emozioni fingendo di provare un coinvolgimento quando invece non c’è più.

Lo fanno convinti di poter coltivare il rapporto di coppia basandosi sulla stima, sugli interessi comuni, sulla condivisione della quotidianità, sulla necessità di aiutarsi, sul desiderio di portare avanti i progetti fatti insieme… ma intestardirsi, trascurando i vissuti interiori, logora ulteriormente i sentimenti e lentamente annichilisce la fiducia svuotando la relazione del suo significato.

Mistificare l’amore nel tentativo di non affrontare il proprio cambiamento, conduce inevitabilmente verso la sofferenza psicologica.

L’amore non è per sempre, ci accompagna lungo un tratto del nostro cammino e poi si dilegua, lasciandoci il compito di riordinare le cose che abbiamo imparato grazie all’esperienza vissuta insieme.

Quando in una coppia il coinvolgimento finisce, la sincerità è l’unico rimedio possibile, perché soltanto nella sincerità la reciprocità e la comprensione possono continuare a vivere.

Mentire sui sentimenti significa mancare di rispetto a se stessi e al partner, e scivolare dentro un labirinto di finzioni dal quale diventa impossibile uscire senza ferirsi.

L’onestà è il fondamento della condivisione, della complicità e della stima, ed è anche la sola medicina in grado di rivitalizzare un rapporto in cui la passione è ormai finita, consentendogli di proseguire su binari diversi e indipendenti.

Avere il coraggio della verità è l’unico gesto d’amore possibile quando una relazione ha perso la reciprocità dell’innamoramento.

Ci vuole molto coraggio per raccontarsi con onestà e per mostrare all’altro l’autenticità di se stessi, soprattutto quando si tratta di deludere chi ancora non si è reso conto (o non riesce ad accettare) che l’amore che strappa i capelli è ormai finito.

Superare la paura della sofferenza, del rifiuto, della disapprovazione e del giudizio, è l’ostacolo più grande, la barriera che paralizza la sincerità e impedisce il dialogo.

Eppure, soltanto dichiarando la propria verità si alimenta la conoscenza reciproca e si creano i presupposti di una reale intimità.

Anche quando questo vuol dire disilludere le aspettative della persona che abbiamo scelto per condividere un tratto di strada insieme e di cui un tempo siamo stati profondamente innamorati.

La capacità di affrontare la fine di un sentimento con lealtà e senza sotterfugi è una delle prove più grandi della maturità affettiva.

Superarla significa imparare ad amare con profondità e senza possesso.

Lasciando a se stessi e al partner la possibilità di ricominciare.

Da soli o con nuovi compagni.

Non sempre volersi bene è condividere ogni minuto insieme, a volte può diventare libertà, rispetto e autonomia.

Per se stessi e per gli altri.

Permettere la fine di una relazione vuol dire lasciare che l’amore riprenda a scorrere nelle direzioni in cui ci conduce la vita.

Senza catene.

Senza maschere.

Senza paura.

Carla Sale Musio

leggi anche:

ANIME GEMELLE

RAPPORTI GIURIDICI & RAPPORTI D’AMORE

SEPARARSI PER INCONTRARSI 

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Nov 17 2013

CAVALCARE LA SESSUALITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

 

Quando usiamo la parola “sesso”, ci riferiamo comunemente al rapporto sessuale e a tutti quei giochi e preliminari che lo riguardano.

Ma la sessualità comprende una sfera d’azione molto più ampia dell’erotismo e dell’accoppiamento.

La sessualità è la manifestazione di una vibrante forza creativa che si esprime in maniera diversa in ogni persona e in ogni relazione.

Il sesso non è limitato soltanto agli organi sessuali, è la parte più intima, più vera e più profonda di ciascuno e permea tutti i nostri comportamenti, anche quelli che non hanno niente a che fare con la carnalità.

Sessualità, creatività e affettività fanno parte di una stessa potente energia, impropriamente parcellizzata e circoscritta soltanto ai genitali da una cultura che tende a utilizzare l’orgasmo come droga o come strumento di prevaricazione e a censurare tutto ciò che è individuale, unico e originale, deridendo i sentimenti e la sensibilità.

Questa cultura, malata di sopraffazione e superficialità, ha limitato l’energia sessuale a uno sfogo orgiastico spesso privo di emotività, svuotandola della sua potenzialità affettiva, creativa ed espressiva.

La sessualità mette in luce il modo in cui ogni persona vive se stessa e si rapporta al mondo.

Sessualità, creatività e affettività impregnano tutte le relazioni ed esprimono le infinite possibilità di condividersi e di stare in comunione.

Raccontano nei gesti, nelle movenze e nel corpo, la capacità di mettersi in gioco e di aprirsi a ciò che ancora è sconosciuto.

Sono l’essenza della personalità, vibrano di una medesima energia e manifestano l’intima e profonda unicità di ciascuno.

La pulsazione di questa importante forza vitale, però, è spesso interrotta da blocchi, paure e vergogna.

La sessualità, infatti, conduce alla scoperta di sé e dell’altro, dando vita a uno scambio intimo in cui ognuno libera la propria anima senza censure, affrontando l’angoscia del rifiuto e dell’emarginazione, e accogliendo la Totalità dentro di sé.

Questa energia sessuale/creativa/affettiva attraversa situazioni diverse e non necessariamente legate al sesso, fluisce in ogni incontro autentico, profondo, confidenziale e intimo, pervade tutti i momenti in cui ci sentiamo appagati da un’accettazione e comprensione reciproca.

E’ una corrente che diventa tanto più intensa quanto più siamo pronti a rivelarci con sincerità e quanto più sappiamo accoglierne la potenza senza spaventarci.

C’è sessualità in ogni relazione fondata sull’autenticità.

Ma proprio le sue caratteristiche di libertà e onestà hanno reso la sessualità così demonizzata e così difficile da vivere.

La naturalezza dello scambio creativo/sessuale/affettivo, infatti, presuppone la capacità di rivelare la propria verità senza mistificare gli aspetti “negativi” di se stessi.

Soltanto chi sa spogliarsi delle maschere mostrando la propria nudità interiore può cavalcare l’onda energetica della sessualità. 

Purtroppo, però, il sesso oggi è utilizzato per nascondersi più che per rivelarsi.

Si preferisce agire una sessualità basata sull’apparire, sul culto del corpo e della prestazione erotica, piuttosto che affrontare le parti nascoste della personalità e mettersi in gioco con lealtà.

Ma sfuggendo l’autenticità non è possibile avere un contatto profondo e l’energia sessuale si disperde in una farsa autoerotica e narcisistica.

Il sesso, usato per evitare la profondità delle emozioni, si riduce a una performance atletica, palestrata e incellofanata, e perde il potere che deriva dallo scambio e dall’integrità interiore.

Cavalcare la sessualità vuol dire avere il coraggio di aprirsi alla propria fragilità per imparare a conoscere la fragilità dell’altro.

Vuol dire immergersi nelle profondità dell’anima senza timore della solitudine e della diversità.

Vuol dire perdere ogni confine e ritrovarsi in un altro corpo e in un altro mondo.

Vuol dire vivere l’intimità e la fusione senza paura e con complicità.

Vuol dire sciogliersi dentro una Totalità che annienta le differenze.

Vuol dire prendere a braccetto la pazzia rispettandone la saggezza con umiltà.

Cavalcare la sessualità vuol dire accogliere il caos dentro di sé e camminare con noncuranza affianco alla morte, avendo nel cuore la certezza fiduciosa che ogni scoperta arricchisce la vita e ogni abisso è il dono che stavamo cercando.

Carla Sale Musio

leggi anche:

CARNE O ANIMA? amore o sesso?  

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Nov 11 2013

CARISMA, FASCINO E FISICITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Carisma, fascino, autorevolezza, prestigio… sono requisiti che ognuno di noi vorrebbe possedere perché segnalano una personalità attraente, ricca di saggezza e considerazione da parte degli altri.

Per sentirci bene abbiamo bisogno di ricevere attenzioni e riconoscimento e, pur di ottenerli, siamo disposti a fare molti sacrifici, modellando il nostro mondo interiore fino a renderci compatibili con le richieste delle persone che abbiamo intorno.

Per ricevere approvazione cerchiamo di mostrarci migliori, nascondendo le cose che metterebbero in cattiva luce l’immagine idealizzata con cui vogliamo proporci nel tentativo di piacere al mondo.

Così, pur di sentirci amati, perdiamo di vista l’autenticità e la possibilità di cambiare noi stessi correggendo i tratti del carattere che andrebbero migliorati.

Il bisogno di ricevere consensi e stima ci spinge a nascondere i lati negativi e a indossare una maschera nel tentativo di trasformarli.

Una maschera con cui nel tempo ci identifichiamo, sentendola così abituale e scontata da offuscare ogni contatto con quelle parti di noi che abbiamo represso.

In questo modo la verità va perduta e con lei scompaiono anche l’originalità, la creatività e la realizzazione personale.

La paura della disapprovazione ci costringe a imitare i comportamenti che sembrano riscuotere più successo, privandoci della possibilità di esprimere i nostri pensieri e le nostre effettive peculiarità.

Purtroppo, però, uno stile di vita basato sul nascondere e sull’apparire è la causa primaria di tante sofferenze e fa sì che il compito degli psicologi, spesso, sia proprio quello di aiutare le persone a percorrere a ritroso la strada dell’adattamento sociale, fino a rintracciare tutte le emozioni perdute e con loro anche la possibilità di vivere una vita appagante.

La realizzazione personale, infatti, non si raggiunge indossando modelli di comportamento stereotipati e convenzionali ma è la conseguenza dell’accettazione e dell’accoglienza della propria nudità interiore, senza censure e senza pregiudizi.

Le cose che non ci piacciono, i lati aspri del carattere, non vanno eliminati o nascosti ma trasformati, in modo che la loro energia possa scorrere senza impedimenti nella personalità, liberando la creatività bloccata e le sue molteplici possibilità espressive.

Solo così il disegno unico che caratterizza ogni persona, può dispiegare le sue potenzialità nell’esistenza e dare forma alla missione che siamo venuti a compiere nascendo.

Solo così la vita e la morte rivelano il loro significato profondo, perdendo quell’alone di superstizione e di angoscia con cui spesso siamo portati a definirle, per ignoranza e per paura.

Solo così, finalmente, potremo sentirci davvero amati. Per ciò che siamo e non per ciò che ci sforziamo di rappresentare sul palcoscenico della vita.

Solo così l’entusiasmo può riprendere a scorrere nelle cose di ogni giorno. Proprio come quando eravamo bambini.

Solo così un senso di appagamento pervade i nostri gesti. A prescindere da quello che stiamo facendo.

Solo così è possibile sentirsi davvero bene, con se stessi e con gli altri.

Ma per raggiungere questo magnifico stato di compiutezza interiore è necessario attraversare il labirinto della paura, della derisione, dell’emarginazione e dell’abbandono.

Serve molto coraggio per farlo.

Si corre il rischio della diversità.

Bisogna abbandonare le certezze che la maschera ci garantisce e affrontare l’autenticità in ogni angolo di se stessi.

Il ragionamento, la riflessione, le memorie e le conclusioni arrivano solo dopo che il brivido della verità ha attraversato il corpo, e sono la conseguenza dell’ascolto e dell’espressione di sé nei gesti e nelle azioni.

Nascosta nelle cellule, nei muscoli, nella pelle, nei movimenti, negli atteggiamenti, nelle pose, nei dolori e nelle contratture, esiste la memoria di tutto quello che abbiamo vissuto e di tutto quello che abbiamo nascosto (a noi stessi e agli altri) per non sembrare cattivi, brutti, stupidi o noiosi.

Un codice gestuale, scritto nelle movenze di ciascuno, apre la porta dell’inconscio e libera le emozioni che ci sforziamo inutilmente di cancellare, nella speranza di non doverle affrontare mai più.

Mettendo in moto il corpo, prestando attenzione ai suoi messaggi, si libera la parte più vera, si svelano i pensieri nascosti, si schiudono le soluzioni bloccate dalla paura.

Per incontrare la nostra verità dobbiamo avere il coraggio di cambiare e di rinascere ogni volta, affrontando i ricordi che ci fanno paura.

Ma cambiare vuol dire incontrare l’ignoto e spesso preferiamo restare aggrappati alle nostre abitudini piene di sofferenza piuttosto che avventurarci a percorrere strade sconosciute, anche se migliori.

“Aiutami a cambiare senza cambiare nulla!” è la richiesta che tante persone rivolgono agli specialisti della psiche.

Una richiesta disperata e impossibile perché il cambiamento è l’essenza della vita e il tentativo di evitarlo produce sempre una terribile sofferenza.

La maschera che abbiamo scelto di indossare per compiacere il mondo, soffoca l’autenticità e uccide lentamente la voglia di vivere, spingendo la personalità dentro le sabbie mobili della apatia, del pessimismo e della depressione.

Per trovare le risorse necessarie ad affrontare le prove della vita bisogna cavalcare il cambiamento e guardare negli occhi la propria verità senza paura.

Qualunque essa sia.

Il corpo racconta la storia di ciascuno nel linguaggio universale del movimento e dell’istintualità.

Nascosti nei gesti, nelle movenze e nella fisicità, i messaggi dell’inconscio mantengono viva tutta la loro originaria intensità.

Per questo tanto spesso evitiamo le attività fisiche e preferiamo drogarci con cibi malsani e sostanze di ogni tipo, piuttosto che attivare col movimento la  preziosa intelligenza del corpo.

Immersi nella letargia di uno stile di vita tecnologico ed eccessivamente sedentario, ignoriamo con cura tutte le percezioni. Fisiche ed emotive.

In questo modo si amplifica la dipendenza dalla maschera e s’incrementa il suo potere, cancellando l’entusiasmo dall’esistenza.

Liberarsi da questo patologico modus vivendi significa affrontare l’azzardo della propria corporeità.

Vuol dire mettere in movimento il corpo e permettere al mondo emotivo di rivelarsi alla coscienza, accettando i pensieri e le sensazioni che salgono in superficie mentre siamo impegnati a compiere una sequenza di azioni e attività.

Carisma, fascino, autorevolezza, prestigio… sono la conseguenza di questo coraggioso ascolto e del riconoscimento della verità che lo caratterizza.

Tollerare la propria autenticità è il primo passo verso il cambiamento e il raggiungimento di una seducente autorevolezza.

Per “piacere” è indispensabile “piacersi” e non “dover piacere”.

Soltanto allora il mondo ci dona la sua stima con spontaneità e senza bisogno di estorsioni compiacenti.

Una persona carismatica ha un rapporto di fiducia e affiatamento con il proprio corpo e con le emozioni che vi sono impresse.

Il fascino rivela nel movimento la capacità di accogliersi e di accogliere, senza giudizio e con sincerità.

Carla Sale Musio

leggi anche:

IL TUO CORPO LA SA LUNGA…

LA MASCHERA

Vuoi sperimentare un training psicologico sull’espressione corporea?

Partecipa allo stage:

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VERTIGO THERAPY

Abbraccia la tua vertigine e migliora te stesso

 

Ci sono paure, fissazioni, piccole manie che non possiamo eliminare, ma con le quali possiamo imparare a convivere in modo sano, abbracciandole e avvantaggiandocene.

In questo seminario, attraverso un percorso che si avvale delle tecniche teatrali (come “action and reaction”), potrai imparare a individuare le tue “vertigini” e a prendertene cura.

Un training per attori che ti insegna a guardare veramente dentro di te e a relazionarti col gruppo, un’esperienza che non passa attraverso i tradizionali schemi terapeutici, ma si apre alla socializzazione e alla condivisione, con un percorso molto dinamico e divertente. Poche semplici mosse per entrare in contatto col tuo io più profondo e trovare un dialogo efficace con te stesso e con gli altri nella vita quotidiana.

Trainer

LucidoSottile (www.lucidosottile.com);

Dott.ssa Carla Sale Musio (www.carlasalemusio.it)

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Sabato 16 Novembre 2013, dalle 10 alle 17,30

Ex Liceo Artistico, p.zza Dettori 9, Cagliari

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Programma

ore 10 iscrizioni – ore 10,30 inizio lavori – ore 13,30 break – ore 14 proseguo lavori – ore 17 conclusioni – ore 17,30 fine lavori

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Info e adesioni:  Carla Sale Musio 3400033882

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Si consiglia un abbigliamento comodo (tuta da ginnastica, scarpe da tennis).

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Al termine sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

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Nov 05 2013

OMOFOBIA: la paura di scoprirsi diversi

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La parola “omofobia” indica la paura e la repulsione nei confronti dell’omosessualità e delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

L’omofobia è una malattia occultata, nascosta tra le pieghe del razzismo che infetta la nostra società e, proprio perché è il sintomo di una patologia di cui si parla poco e malvolentieri, non ottiene dalla psicologia e dalla psichiatria l’attenzione e le cure che sarebbero indispensabili al suo risanamento.

L’omofobia evidenzia l’epidemia di crudeltà oggi diffusa tra la gente di ogni ceto, senza distinzione di reddito, classe, cultura o professione.

Si tratta di un morbo i cui sintomi più appariscenti sono: un razzismo sotterraneo e radicato e la violenza che inevitabilmente ne consegue.

La nostra società indulge sull’aggressività e sulla prepotenza.

Impropriamente consideriamo la mancanza di rispetto e di attenzione come un segno di carattere e di forza, piuttosto che riconoscere le stimmate di una pericolosa mancanza di sensibilità.

Così, offendere e maltrattare chi vive la sessualità in un modo diverso dal nostro, guardare e commentare con commiserazione, divertimento, scherno e ironia, è diventato un luogo comune, un gioco sociale cui non prestiamo nemmeno più molta attenzione.

Strizziamo l’occhio a quelli che consideriamo scherzi innocenti capaci di farci sorridere e, senza nemmeno rendercene conto, alimentiamo l’intolleranza e la prepotenza.

Fanno scalpore i fatti di cronaca nera, quelli si!

Ci si sorprende davanti ai maltrattamenti gravi e ai suicidi di tanta gente, colpevole soltanto di provare amore per le persone del proprio sesso.

Messi di fronte a queste evidenti perversioni del nostro modo di vivere, scrolliamo il capo indignati e colmi di orrore.

Non ci rendiamo conto che il bullismo e la violenza si annidano nei tanti fatterelli di ogni giorno, nelle battute, nei sorrisini, negli ammiccamenti e nei gerghi apparentemente innocui che emarginano, discriminano e feriscono chi è portatore di una diversità.

Questi sintomi (superficialmente considerati inoffensivi) di una cultura malata, segnalano la patologia nella vita di ogni giorno e alimentano il virus della brutalità e del pregiudizio.

Il razzismo, infatti, non è confinato soltanto nei campi di concentramento, nello sfruttamento dei popoli di pelle scura, nello schiavismo e in tutti i gravi abusi che scuotono le coscienze.

Quella è soltanto la punta di un iceberg che affonda le radici molto più in profondità.

Il razzismo è uno stile di pensiero che discrimina ed emargina ciò che non può essere accolto dentro di sé, perché ritenuto inaccettabile e di conseguenza giudicato pericoloso e da combattere.M

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OMOFOBIA E RAZZISMO

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La rimozione e la proiezione sono due meccanismi di difesa primitivi.

Si formano molto presto nella psiche dei bambini e funzionano automaticamente, sotto la soglia della consapevolezza.

La rimozione e la proiezione hanno la funzione di preservare la mente delicata dei piccoli dal dolore e dalla paura.

  • La rimozione permette di cancellare dalla coscienza tutto ciò che spaventa o provoca sofferenza.

  • La proiezione fa in modo che le cose e i sentimenti che non ci piacciono siano spostati da noi stessi all’esterno, e proiettati sopra un altro essere che da quel momento potrà essere evitato e considerato diverso e negativo.

Grazie a questi meccanismi di difesa, possiamo sfuggire le esperienze e i sentimenti che ci fanno paura come se non ci riguardassero, con la coscienza a posto e la convinzione di esserne totalmente immuni.

La rimozione e la proiezione nell’infanzia sono fisiologiche e hanno una funzione protettiva ma nell’età adulta segnalano un deficit nell’intelligenza emotiva perché tutelano e favoriscono l’ignoranza dei reali vissuti interiori, facendo crescere l’insensibilità e il surgelamento emotivo.

Per superare questo patologico ottundimento nell’ascolto del proprio mondo interno bisogna avere coraggio e autenticità.

Accogliere la propria verità, qualunque essa sia, richiede onestà e assenza di giudizio.

Requisiti rari in un momento storico che elogia l’apparenza, la superficialità e il conformismo.

“Bene” e “male” sono spesso la conseguenza di un uso indiscriminato e compulsivo di questi meccanismi di difesa e del misconoscimento di se stessi che ne consegue.

E’ molto facile, infatti, sentirsi nel giusto evitando di considerare la complessità delle motivazioni e delle scelte che muovono i pensieri e le azioni (nostre e degli altri).

Le guerre e la violenza poggiano sempre su valutazioni superficiali, vuote di comprensione, d’immedesimazione e di empatia.

Superata l’età infantile, l’uso indiscriminato di meccanismi di difesa primitivi porta a evitare la complessità del proprio sé e rende possibile condannare con indifferenza chiunque impersoni ciò che intacca l’immagine che abbiamo scelto d’impersonare nella vita.

La rimozione e la proiezione, indispensabili finché siamo bambini, diventano compulsive (e perciò patologiche) nella maturità, quando bisognerebbe aver conquistato la forza e le capacità necessarie ad accogliere le molteplici sfaccettature emotive e comportamentali senza pregiudizi e con sincerità 

Rimuovere e proiettare all’esterno le parti di sé considerate negative, blocca l’umanità dentro un razzismo morboso, privo di empatia e di comprensione (dapprima verso se stessi e poi verso gli altri).

Per superare questo pericoloso stato d’insensibilità e d’ignoranza, è indispensabile imparare ad accogliere anche chi si fa portavoce di ciò che non condividiamo, non consideriamo o non conosciamo, ascoltandone la verità con la sensibilità del cuore.

Naturalmente la comprensione di nuovi punti di vista è possibile solo quando la realtà interiore non ci spaventa e quando non è pericoloso condividerne la risonanza.

Ma se, nella maturità, la rimozione e la proiezione impediscono lo scambio e la conoscenza reciproca e bloccano lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, l’ascolto e la condivisione di ciò che giudichiamo diverso diventano impossibili.

L’omofobia prende forma dal mancato riconoscimento in se stessi delle diverse possibilità espressive della sessualità.

Come Freud ha dimostrato, ormai più di un secolo fa, veniamo al mondo dotati di una sessualità poliedrica e multiforme e, soltanto in seguito alla pressione della società, la naturale bisessualità umana s’indirizza in una scelta di genere prestabilita.

Le preferenze sessuali sono mutevoli e variegate, nessuna è migliore di un’altra ma tutte esprimono l’amore nelle sue infinite possibilità.

La nostra società, però, ha relegato i sentimenti dentro il confine della stupidità e, deridendo la sensibilità, esalta la freddezza, il distacco e l’impassibilità e scinde la sessualità dall’amore rendendola uno strumento di controllo invece che la naturale espressione dell’affetto e della creatività di coppia.

La pretesa di stabilire regole e modi in cui la sessualità deve essere espressa dimentica che l’amore e la creatività non possono essere circoscritti dentro un range di comportamenti stereotipati.

Nasce da queste limitazioni la fobia per le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

Cresce nella paura di scoprire dentro di sé un analogo modo di essere e di vivere il sesso e l’affettività.

Si sviluppa nel terrore dell’emarginazione e della derisione.

E provoca a sua volta emarginazione e derisione.

Quando non siamo capaci di accogliere una realtà diversa dalla nostra, la sensibilità e la comprensione empatica non possono svilupparsi e si va incontro a un blocco nell’intelligenza emotiva.

L’omofobia è l’espressione di un basso Q.I. emotivo, segnala la paura di scoprirsi diversi e una pericolosa perdita di autonomia.

Tutto ciò che non siamo capaci di accettare, infatti, ci costringe a sfuggirlo, imponendo un limite alla libertà personale.

La nostra società esige una sessualità preconfezionata e prevedibile perché, solo così è possibile incasellarla in uno schema, bloccandone l’energia creativa e indipendente.

I sentimenti non possono essere circoscritti a modelli stereotipati, esprimono l’autonomia e la creatività del cuore e manifestano la sua libertà.

L’amore non è normale.

E’ vero.

L’omofobia pretende d’incasellare il sesso dentro un cliché prestabilito e perciò antitetico e incompatibile con l’amore stesso.

Chi vive con paura l’omosessualità e condanna le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, coltiva in se stesso una pericolosa rimozione della sessualità e impedisce all’amore di manifestarsi nella propria vita.

Carla Sale Musio

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Nov 01 2013

ADOLESCENTI SOLITARI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

E’ bello immaginare l’adolescenza come l’età della spensieratezza, un tempo sereno, libero dalle preoccupazioni e dalle responsabilità che gravano sulle spalle degli adulti.

Agli anziani piace pensare che i più giovani siano affrancati dagli obblighi e dalle inquietudini che angustiano la maturità, e spesso invidiano l’irresponsabilità e la leggerezza di quegli anni che per loro sono ormai passati.

Un meccanismo di rimozione permette ai non più giovani di cancellare dalla memoria il ricordo dei tormenti, della solitudine e dello smarrimento, vissuti durante la propria fanciullezza e provoca la mistificazione di una presunta e irreale gioventù, priva di pensieri e di difficoltà.

Ma dietro alla difesa, messa in atto dai grandi per sfuggire il ricordo delle sofferenze patite da piccoli,  esiste una verità ben diversa.

L’adolescenza, lungi dall’essere l’età della spensieratezza, è invece un periodo della vita difficile, complesso e carico di problemi.

Durante l’adolescenza, infatti:

  • la fiduciosa certezza nell’onnipotenza dei genitori è andata ormai in frantumi cedendo il posto a una più realistica consapevolezza dei limiti e degli errori commessi dalla mamma e dal papà durante il loro percorso evolutivo. Questo sollecita il bisogno di mettere a fuoco il proprio modo di affrontare la vita e genera una sensazione di pericolo e di inadeguatezza che si risolverà soltanto col tempo, grazie al raggiungimento di una maggiore autonomia.

  • l’esigenza di sperimentare le proprie forze e le proprie capacità, si scontra con l’impotenza, economica e decisionale, conseguente alla dipendenza dalla famiglia.

  • i ragazzi non hanno quasi mai voce in capitolo, nemmeno quando si tratta di sé stessi. Non sono più dei bambini e perciò ci si aspetta da loro maturità e responsabilità, ma non sono ancora adulti, e di conseguenza devono ubbidire lasciando agli adulti l’ultima parola e rispettandone le decisioni, anche quando riguardano le loro scelte personali.

  • l’identità è ancora plastica e pronta a cambiare. Questo rende insicuri, mutevoli e attenti alle mode e al giudizio degli altri.

  • la scuola impone una serie di obblighi e di prescrizioni che devono essere assolte senza protestare e senza avere nessun potere contrattuale.

  • la socializzazione e il desiderio di avere degli amici, devono venire a patti con le norme vigenti nella famiglia. Non sempre, però, il mondo là fuori è conciliabile con la vita e le regole familiari. Spesso i comportamenti adeguati a casa non funzionano bene al di là delle mura domestiche.

Così gli adolescenti, oltre a dover fare i conti con l’autorità dei genitori, con le discipline scolastiche, con le mode e i gerghi dei gruppi in cui sono inseriti o di cui vorrebbero fare parte, devono imparare a gestire il bisogno di indipendenza e la mancanza di autonomia che caratterizza la loro età.

E a tutto questo va aggiunta la scoperta della sessualità, dell’innamoramento e della relazione intima con un’altra persona.

Una scoperta che non è esente da paure, insicurezze, inadeguatezze… e che conduce alla pericolosa esplorazione della propria diversità e originalità.

Insomma ce n’è abbastanza per affermare che l’adolescenza è uno dei periodi più difficili della vita, a dispetto del luogo comune che la rappresenta priva di pensieri e piena di superficiale allegria.

Non c’è da sorprendersi se molti adolescenti non vivono costantemente circondati dagli amici, in mezzo a feste, scherzi, risate e buonumore, ma preferiscono, invece, passare il tempo chiusi nella loro stanza, ascoltando musica, riflettendo, disegnando, leggendo, scrivendo, sognando, o contemplando il muro.

La solitudine non indica sempre una pericolosa e patologica asocialità.

Stare da soli a volte è solamente un modo per concentrarsi su se stessi e prepararsi ad affrontare il mondo con più sicurezza.

Il ritmo della crescita non ha gli stessi tempi per tutti e proprio a quell’età esistono differenze grandissime tra coetanei.

C’è chi sogna di avere un fidanzato e magari anche una famiglia con dei bambini, e chi gioca alle bambole di nascosto, cercando di allungare l’infanzia ancora per un poco.

C’è chi ha le idee chiare sul futuro e ha già scelto corso di studi, formazione e professione, e chi passa i pomeriggi guardando i cartoni e sognando di essere un super eroe.

La crescita e il cambiamento fanno paura.

Ai grandi come ai piccoli.

Ognuno deve trovare il proprio equilibrio, assecondando lo sviluppo psicologico, fisico, ormonale, culturale e sociale.

E’ difficile.

Ci sono quelli che si tuffano nella vita senza riflettere e ci sono altri che preferiscono osservare il proprio mondo interiore, per cercare di conoscerlo almeno un po’ prima di buttarsi nella mischia.

I genitori si preoccupano quando i figli se ne stanno rintanati nella propria stanza, solitari e immersi nei loro pensieri misteriosi.

A volte la solitudine può essere il segnale di una eccessiva paura ad affrontare il mondo, e in questi casi la crescita va compresa e aiutata anche con un supporto psicologico.

Ma non sempre è così.

Ci sono giovani, che non sanno rinunciare alla propria individualità e che scelgono di non omologarsi barattando il proprio punto di vista con l’accettazione degli amici e con il senso di appartenenza al gruppo.

Per non perdere il contatto con la propria originalità, questi ragazzi spesso trascorrono l’età della spensieratezza in solitudine e pieni di pensieri, interrogandosi sul valore della vita e sul significato profondo della loro esistenza.

Non vuol dire necessariamente che abbiano dei problemi di socializzazione.

A volte è solamente un modo per non tradire se stessi.

La solitudine favorisce un ascolto dell’anima che poi darà i suoi frutti.

In seguito.

Quando i tempi saranno maturi per scegliere gli amici e vivere la vita senza perdere la propria unicità.

Carla Sale Musio

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