Archive for Dicembre, 2013

Dic 29 2013

ANIMALI, BAMBINI E PEDAGOGIA NERA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

E’ chiamato pedagogia nera uno stile educativo basato sulla sottomissione dei bambini agli adulti, sulla prepotenza del più forte e sull’uso delle punizioni e della durezza come metodi d’insegnamento.

La pedagogia nera fa crescere una società di soldatini accondiscendenti e impassibili, assoggettati ai voleri di un’autorità genitoriale che li sottomette con le minacce e con la paura.

Il conformismo, la dipendenza e l’annientamento della creatività sono le conseguenze più evidenti di questa educazione che castiga l’innocenza proponendo la prepotenza come stile di vita.

Le caratteristiche principali di un insegnamento di questo tipo sono la negazione della sensibilità e della realtà emotiva dei bambini e la colpevolizzazione della loro ingenuità e fragilità.

La pedagogia nera coltiva i semi della guerra dell’uomo con i suoi simili e con le altre forme di vita, e crea le premesse per realizzare un mondo in cui l’ostilità, il razzismo e l’olocausto dell’autenticità diventano le dominanti del vivere insieme.

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L’uomo è l’unico animale che maltratta i suoi figli per insegnare loro come si diventa grandi

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Con il pretesto di abituarli alla durezza del mondo, molti adulti trasformano la dipendenza e l’ingenuità dei piccoli in paura e aggressività.

Tutte le specie viventi assistono amorevolmente i loro cuccioli nel periodo della crescita, lasciandoli liberi, una volta diventati adulti, di essere se stessi e affrontare la vita.

Solo la specie umana prolunga la soggezione dei figli ai genitori oltre il raggiungimento della maturità.

L’obbedienza acritica imposta durante l’infanzia, rende i piccoli dell’uomo insicuri e dipendenti, e questo impedisce il raggiungimento di una reale emancipazione.

A causa di un’educazione eccessivamente rigida, l’essere umano finisce per perdere il contatto con la propria empatia e, diventato grande, sacrifica il suo naturale istinto genitoriale sull’altare dell’obbedienza e del rispetto, trasformando l’allevamento dei piccoli in una dittatura in cui ogni reciprocità è censurata.

In questo modo, l’angoscia e la denigrazione della fragilità perpetuano una pedagogia che trasforma l’accudimento dei cuccioli in un sistema di contenzione psicologica.

Da questo sistematico ottundimento della sensibilità e dal disprezzo della debolezza prendono forma lo specismo e l’abuso compiuto dall’uomo sui suoi simili e sulle altre specie viventi.

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I bambini e gli animali parlano lo stesso linguaggio

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Tutti i bambini sono istintivamente attratti dagli animali.

Bambini e animali, infatti, parlano lo stesso linguaggio emotivo e comunicano tra loro in maniera spontanea usando il corpo, il contatto, lo sguardo, il movimento e la telepatia.

Entrambi condividono un rapporto viscerale e immediato con le emozioni, sperimentandole  in tutta la loro intensità.

L’educazione basata sull’autoritarismo, sulle punizioni corporali, sulla vergogna e sulla mortificazione, costringe i piccoli a negare la propria fragilità e a identificarsi con chi detiene il potere, nel tentativo estremo di salvare la dignità e l’autostima.

In questo modo le ragioni del più forte divengono anche “le ragioni” della vittima, e i bambini, una volta adulti, tramandano da una generazione all’altra lo stile educativo appreso dai genitori, condividendone le motivazioni e cancellando dalla memoria il dolore e l’umiliazione vissuti da piccoli.

Per mantenere integra la percezione di sé, tutto ciò che in passato ha provocato sofferenza deve essere rimosso dalla consapevolezza e combattuto all’esterno, come fosse un nemico pericoloso.

Questo meccanismo di difesa, chiamato proiezione, è invece inesistente tra gli animali.

Le altre specie, infatti, mantengono l’ingenuità e l’immediatezza in tutte le età della vita, non avendo bisogno di ricorrere ad artifici psicologici per arginare un dolore conseguente all’educazione.

Il contatto costante con le proprie sensazioni fa sì che la sofferenza degli animali sia intensa, lacerante e straziante.

Come quella dei bambini.

E per questo è ignorata e misconosciuta dagli adulti della specie umana.

Proprio come quella dei bambini.

Gli animali, infatti, non modificano i propri comportamenti istintivi neanche davanti alla minaccia di un potere letale, e così diventano vittime della prepotenza e della derisione dell’uomo, che rivede e combatte nei loro atteggiamenti emotivi e sottomessi i propri bisogni infantili rimossi.

Entrambi, animali e bambini, subiscono la violenza del più forte senza potersi ribellare.

Ma i cuccioli dell’uomo, istigati dalla paura, nel tentativo di mantenere integra la stima di sé finiscono per immedesimarsi con il potere che li sottomette.

Perciò, nonostante le prevaricazioni e l’ingiustizia, crescendo ne acquisiscono le modalità coercitive.

Identificandosi con il più forte i bambini combattono in se stessi la stupidità dell’innocenza, sforzandosi di cancellarne le tracce fino a diventare in tutto e per tutto simili a chi, ai loro occhi, rappresenta l’autorità.

In questo modo gli esseri umani nascondono la debolezza e il dolore dell’infanzia diventando a loro volta dei persecutori e tramandando da una generazione all’altra le stesse modalità educative.

Tutti i bambini vivono i sentimenti con grande intensità e, non riuscendo a decifrare la logica adulta dell’apparire, delle convenienze e della censura della vita interiore,  si sentono attratti dagli animali che invece riconoscono come simili a sè.

Per i piccolissimi, infatti, proprio come per gli animali, vivere ed esprimere un’emozione è un atto unico e immediato, un modo di essere e sperimentare l’esistenza.

Soltanto crescendo i cuccioli dell’uomo forzeranno il loro sistema emotivo fino a scindere la sensibilità interiore dagli atteggiamenti esteriori, sviluppando comportamenti più mediati e artefatti e, perciò, socialmente più accettabili.

Sia i bambini molto piccoli che gli animali, condividono una spontaneità che li rende vulnerabili e soggetti alla prepotenza del più forte.

Negli animali questa caratteristica non si perde.

Mai.

Nemmeno con la crescita.

Nella specie umana, invece, l’ascolto profondo e immediato del mondo emotivo scompare progressivamente, per cedere il posto a un più maturo falso sé, in grado di nascondere gli stati d’animo inappropriati al contesto sociale.

La capacità di censurare i sentimenti trasformandoli in concetti privi di emotività è una prerogativa dell’umanità.

Gli animali non deformano la propria interiorità, e il loro stile comunicativo è sempre basato sulla sincerità e sull’immediatezza emotiva.

Questo diverso modo di gestire le emozioni, è la radice del razzismo e dello sfruttamento agito dall’uomo sulle altre specie viventi.

Per mantenere l’impassibilità e il distacco, infatti, gli esseri umani devono chiudersi sempre di più all’ascolto delle emozioni ed evitare ogni empatia con ciò che potrebbe richiamarne la memoria.

L’occultamento della sensibilità e la conseguente perdita dell’autenticità, sono le cause dell’incapacità umana nel comprendere e rispettare gli altri animali.

Poichè gli animali non perdono mai il contatto con il mondo emotivo e sensitivo l’uomo li maltratta e li disprezza, proprio come maltratta e disprezza le parti emotive e sensitive dentro di sé.

La pedagogia nera è la causa dell’insensibilità che ha snaturato gli esseri umani dalla propria ricchezza interiore imprigionandoli dentro una gabbia d’indifferenza.

I suoi criteri educativi generano un mondo popolato da automi pronti a combattere negli altri la sensibilità e la debolezza e a sottomettersi passivamente all’autorità del più forte.

Per uscire da questo pericoloso automatismo pedagogico e liberarsi dalla prigione del falso sé, è indispensabile cambiare il  rapporto educativo con i bambini e sostituire alla prepotenza e alla coercizione, la comprensione e la condivisione della fragilità e l’ascolto delle emozioni.

Soltanto dalla capacità di sostenere la propria vitalità emotiva e dall’accettazione del dolore e della debolezza, può prendere forma un mondo migliore, capace di accogliere senza emarginare.

Il rispetto di tutte le razze e di ogni diversità, è la conseguenza di un profondo cambiamento interiore e nasce dall’ascolto del proprio cuore e dall’accettazione della complessità che caratterizza la vita emotiva.

Degli uomini come degli animali.

Una collettività senza sentimenti conduce alla violenza e alla legge feroce del più forte.

Soltanto una società capace di riconoscere il valore della sensibilità e in grado di rispettare la debolezza, potrà aprirsi alla considerazione e all’accoglienza di tutte le emozioni e di tutte le culture.

A chiunque appartengano.

Carla Sale Musio

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Dic 23 2013

LE EMOZIONI DI BABBO NATALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Dopo aver portato regali per oltre duemila anni, Babbo Natale si domandò quale fosse il vero significato del suo “portare i doni ai bambini buoni”.

“Chi sono in fondo i bambini buoni?” s’interrogava perplesso, tossendo e schiarendosi la voce.

“Alla fine i bambini non sono tutti un po’ buoni e un po’ cattivi? E se è così, che tipo di doni dovrei portare? Un po’ vecchi e un po’ nuovi, un po’ aggiustati e un po’ rotti?”

Più ci pensava e più s’ingarbugliava in una ragnatela di pensieri.

“In duemila anni non avrò mica commesso qualche ingiustizia?…” si domandò mentre la coscienza cominciava a rimordergli.

Effettivamente qualche letterina di protesta gli era pure arrivata e, in segreto, lui sapeva di aver addotto la scusa degli anni per fingere di dimenticarsene.

Ma ormai i tempi erano cambiati e, giunto all’alba del terzo millennio, decise finalmente di darsi una regolata!

Perciò acchiappò il suo computer modello L.D.P. (Lettura dei Pensieri), dono ricevuto l’anno prima dalla Befana, mai usato, e cominciò a leggere attentamente il foglietto delle istruzioni, recuperato in fondo all’ultimo angolino della calza.

“Quella vecchietta” pensò tra se mentre accendeva il computer “con la sua mania delle calze, bisognerebbe farla curare!”

Era un computer ultimo modello, stile Grande Fratello, entrava nelle case e consentiva di osservare, minuto per minuto, la vita di chiunque.

Non solo!

Il modello L.D.P., componendo una password segreta, permetteva di leggere perfettamente i pensieri delle persone che venivano inquadrate.

Babbo Natale regolò meglio l’immagine, digitò alcune formule magiche e sullo schermo apparve… Alessandro.

L’occhio del computer entrò in camera sua ma, ohibò! Alessandro non c’era!

“Dove diavolo sarà andato?” borbottò stizzito Babbo Natale, mentre muoveva nervosamente il mouse per controllare in tutte le stanze.

“Vuoi vedere che non lo trovo?! Questi bambini, una ne pensano e cento ne fanno! Starà certamente combinando qualcosa… NO, NO, NO niente regali quest’anno!!!”

Ma mentre brontolava e si guardava intorno, ecco apparire sullo schermo il visetto serio di Alessandro che se ne stava immobile sulle scale ad ascoltare le lamentele della signora Virna, proprio mentre nel salotto la TV stava trasmettendo il suo cartone preferito.

“Ma guarda, guarda…”

Babbo Natale osservò la curiosa scenetta e subito digitò la password per vedere cosa sentissero in quel momento nei loro cuori, sia il bambino sia la sig.ra Virna.

“Luna che con la tua luce illumini i lettini dei bambini,

Sole che con il tuo calore riscaldi il loro cuore,

Vento che soffi leggero…

Aiutatemi a leggere ogni più piccolo pensiero.”

Babbo Natale era entusiasta!

Sullo schermo apparvero subito i pensieri di Alessandro.

“Povero me! Mi sto perdendo proprio la puntata più importante… e per di più mi scappa la pipì. Sono sempre il solito, quello che non riesce mai a dire di no. E poi cosa c’entro io con la pulizia delle scale?… Ma quando la signora Virna attacca a parlare non si riesce più a fermarla”

Babbo Natale, molto sorpreso, regolò meglio il computer e si mise in ascolto con attenzione.

La signora Virna rovesciava un fiume di parole sul povero Alessandro, che si sentiva sempre più rigido e incapace di muoversi.

“… bisognerebbe cambiare il portiere… e quelli del primo piano dovrebbero stare attenti alle briciole e ai peli del cane! …Gli animali dovrebbero essere vietati nei condomini!!! …”

Alessandro tentò di intervenire in difesa di Garcia, il cane dei vicini di cui era molto amico, ma la signora Virna continuò imperturbabile come se non lo avesse nemmeno sentito.

Babbo Natale cliccò sui pensieri della signora Virna.

“Adesso glielo faccio capire io ai genitori di questo qua, come dev’essere un condominio di classe! Speriamo che il piccoletto sia almeno capace di riferire le mie parole con precisione, in modo che suo padre si faccia un po’ valere…”

A questo punto Babbo Natale ne ebbe abbastanza e, disgustato, staccò l’audio dal computer che continuava a mandare sul monitor il bla bla bla ininterrotto della signora Virna…

Si ricordava di essere stato un tempo, bilioni e bilioni di anni fa, anche lui un bambino… con i calzoncini rossi e quattro piccole renne, sue inseparabili amiche.

Improvvisamente si vide in piedi, davanti ad una tipica signora Virna che blaterava la sua filastrocca di lamentele, mentre lui teneva le gambe strette per non farsi scappare la pipì, pensando al cartone ormai miseramente perduto… e il suo cuore fu sommerso da una sensazione di pietrificata impotenza… non riusciva né a muoversi né a protestare…

“Ma guarda che prepotenza questa signora Virna!” sbotto esasperato “E’ proprio vero che certi adulti non si accorgono neanche dei bisogni dei bambini. Parla, parla e parla, senza nemmeno vedere chi ha davanti. Parla soltanto per il piacere di ascoltarsi!”

Così dicendo si allontanò dal computer e cominciò a preparare il regalo che avrebbe portato ad Alessandro.

“Qui ci vuole un po’ di sana rabbia!” esclamò rivolto alle sue quattro renne (che erano cresciute con lui) e cominciò a preparare il modulatore di voce telematico che, all’occorrenza, poteva dare espressione ai pensieri giusti.

Ci lavorò un po’ intorno.

Sopra e sotto, a sinistra e a destra, davanti e dietro… e finalmente lo provò.

“Signora Virna,” sparò autorevolmente nell’aria il modulatore “sono spiacente ma non posso ascoltarla, i bambini non si occupano delle questioni condominiali, e lei non è neanche simpatica a Garcia. E poi, per dirla tutta, mi sto per fare la pipì addosso… o magari potrei farla in quell’angolo del sottoscala!”

A quest’ultima affermazione Babbo Natale spense il modulatore e lo regolò meglio, infine, tutto soddisfatto, lo impacchettò e lo infilò nel sacco sulla slitta, con un bigliettino per ricordarsi a chi fosse destinato.

“Per Alessandro, affinché impari a usare la voce arrabbiata tutte le volte che bisogna arrabbiarsi”

Quindi tornò al computer e riprese a lavorare infervorato.

“Renne!” esclamò “col nuovo millennio si cambia musica! Basta con i soliti giocattoli! Ultimamente ci tocca anche reggere la concorrenza delle industrie giapponesi. Da quest’anno solo regali utili! Il modulatore della rabbia per Alessandro mi ha dato una grande idea. Inventerò un regalo speciale per ogni bambino, qualcosa che lo aiuti ad avere il coraggio di essere se stesso. Così vedrete che i tecnici giapponesi resteranno con un palmo di naso!!! Ahahaha!!!”

Rise soddisfatto sfregandosi le mani e strizzando l’occhio alle renne poi, tutto elettrizzato, si mise all’opera.

“Voglio vedere cosa succede nei pensieri di ogni bambino…”

Digitò la password ed ecco che sul monitor apparve il visino sudato di Azzurra.

“Coraggio miei prodi” urlava in piedi sul comò “ gliela faremo vedere noi a quel grasso imbecille!”

Così dicendo, la piccola si lanciò sul letto come se avesse un paracadute.

“Azzurra fermati!!!” urlò la mamma… troppo tardi.

Il paracadute, infatti, Azzurra non lo aveva e si era già procurata una brutta ferita sulla fronte picchiando contro lo spigolo del comodino.

“Ma perché fai sempre questi giochi pericolosi!?! Ti ho detto mille volte che puoi farti male!” gridava la madre, tamponandole il sangue con un fazzoletto.

“Ahi!! Mi fai male… no… l’alcol no!!!” Azzurra gemeva e si divincolava cercando di scappare, come un vitellino al macello.

“Ma guarda, guarda…” commentò Babbo Natale rivolto alle renne “… questa bambina non conosce il pericolo, se continua così, finirà per farsi veramente male. Bisogna che le porti in dono un po’ di sana paura, perché la protegga e l’aiuti a non cacciarsi nei guai”

Sempre più incuriosito, fece andare il computer.

“Voglio vedere tutti i bambini e poi mi metterò al lavoro di buona lena!” esclamò mentre digitava una lunga lista di formule.

Sullo schermo apparve Walter.

Se ne stava seduto alla scrivania nella sua cameretta e stava facendo i compiti.

Ma non quelli di oggi e neanche quelli di domani.

Stava facendo quelli di dopodomani.

Si, avete capito bene.

Quelli di oggi li aveva già fatti, quelli di domani pure, e stava iniziando a fare quelli delle vacanze di Natale.

In quel momento squillò il telefono.

Walter andò a rispondere di malavoglia, seccato di alzarsi e interrompere la lettura del libro.

“Sono Mattia!” esordì allegramente un suo compagno di classe “Non vieni alla pizzata?”

La pizzata… Walter se ne era proprio dimenticato!

Per un attimo sembrò indeciso, ma poi rispose: “Mi dispiace, non posso. Sto ancora facendo i compiti…”

“Ma se per domani non ne abbiamo?!” lo interruppe Mattia.

“Si,si… lo so, ma sto facendo quelli per le vacanze.”

A quel punto Babbo Natale si stacco dal computer assai perplesso.

“Questo bambino ha urgente bisogno di un po’ di sano egoismo.” mormorò tra sé “Cos’è questa storia dei compiti per le vacanze di Natale?!? Le vacanze si chiamano vacanze perché si fa vacanza. Vero renne?”

Le renne si fecero l’occhiolino tra di loro, dandosi per gioco dei gran colpi di corna.

“Bisogna che inventi qualcosa per far diventare Walter un po’ più egoista.” continuò Babbo Natale “Voglio che pensi anche a se stesso e che impari a non essere sempre il bambino perfetto per i grandi. Gli adulti dovrebbero ricordarsi che anche loro sono stati bambini. E poi, se i piccoli smettono di giocare chi insegnerà ai più grandi come si gioca?!?”

Babbo Natale si grattò la testa pensoso, mentre una renna gli porgeva il suo cappellino rosso tenendolo delicatamente tra i denti.

L’arzillo e instancabile vecchietto le apostrofò bonariamente: “Forza renne, aiutatemi!”

Detto questo, digitò un’altra formula e poi un’altra ancora.

Sul monitor sfilavano a uno a uno tanti visi di tanti bambini.

Ognuno con la sua storia e con i suoi segreti nel cuore.

Ognuno col suo desiderio di essere amato e col suo bisogno di amarsi.

Ognuno con la paura di essere se stesso e di essere diverso.

Ognuno con il terrore di essere deriso e di essere incompreso.

Di deludere i genitori o di sentirsi solo al mondo.

Di non essere sempre buono o di essere geloso dei giochi degli altri.

Di arrabbiarsi proprio il giorno di Natale o di non credere a Babbo Natale.

Babbo Natale, aiutato dalle sue fidate renne, doveva inventare per ogni bambino un regalo speciale, qualcosa che restituisse a ciascuno l’emozione che aveva perso e con ciò la meraviglia di essere al mondo.

Per Alessandro un modulatore che desse voce ai suoi pensieri di rabbia.

Per Azzurra la prudenza che nasce dalla paura.

Per Walter l’ascolto dei propri bisogni che scaturisce dell’egoismo.

E per te?

Che regalo vorresti ricevere in dono quest’anno a Natale?

Qual è l’emozione che ti neghi e di cui invece avresti bisogno?

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Loredana Garau, Carla Sale Musio

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Dic 17 2013

NON SI PUO’ “TOLLERARE” LA VIOLENZA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Recentemente ho pubblicato un post in cui ho condiviso le ripercussioni che la scelta di non mangiare più carne ha avuto sulla mia vita (da quando ho smesso di mangiare la carne…).

Questo post ha ricevuto moltissimi consensi ma è anche diventato il bersaglio di forti critiche.

Sono stata accusata d’intolleranza nel definire ingiusta la morte di tante creature innocenti al solo scopo di soddisfare il piacere degli esseri umani, e sono volati i commenti con considerazioni inneggianti all’uccisione e alla tortura.

I contenuti offensivi e razzisti non saranno pubblicati ma riporto qui un passaggio esemplificativo:

“Per me siete voi vegani o vegetariani a eleggervi razza giusta e superiore, non rispettando minimamente le opinioni di chi mangia carne. Vi credete migliori, ma sbagliate di grosso. Io non ti/vi critico per la vostra scelta e vi rispetto. Rispettate dunque la scelta di chi mangia carne. Smettiamola con questi discorsi assurdi, assurdi veramente! Al limite del ridicolo. Datevi tutti una regolata con le cazzate perché qui si sta esagerando.”

Molte persone cercano la polemica e lo scontro perché sentono intimamente l’importanza della scelta vegana e tentano in questo modo di combattere il richiamo della propria anima.

Spesso l’aggressione nasconde un desiderio sentito interiormente come impossibile e perciò proiettato e combattuto all’esterno.

A tutti quelli che ritengono irrispettosa la mia decisione di non uccidere per vivere, rispondo che non è possibile “tollerare” la violenza.

La violenza è una patologia e pertanto non può essere “rispettata”, deve essere compresa e curata.

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MA CHE COS’E’ LA VIOLENZA?

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Con il termine violenza s’intende comunemente un’azione, fisica o psichica, compiuta senza tenere conto della vita, della dignità, dei sentimenti e del dolore di chi la subisce.

La violenza perciò è sempre un atto privo di empatia e di sensibilità.

Chi la agisce, sperimenta una distanza emotiva tra il proprio sé e quello della vittima.

Questa distanza impedisce l’identificazione e la percezione dei vissuti dell’altro ed è la conseguenza di un meccanismo di difesa chiamato: surgelamento emotivo.

Il surgelamento emotivo serve a proteggere l’io dal dolore e fa si che il supplizio delle vittime sia ignoto alla coscienza dell’aguzzino, permettendogli di attuare qualunque sopruso senza provare colpa o sofferenza.

La pedofilia, il bullismo, il nonnismo, i maltrattamenti sessuali, l’omofobia, le aggressioni contro le donne… sono tutte forme di violenza che segnalano una mancanza d’identificazione e un disturbo dell’affettività e della capacità di fare relazione.

Chi agisce con violenza non può essere “tollerato”, va compreso e aiutato a liberarsi dalla anestesia emotiva che imprigiona la sua sensibilità dentro a una corazza di durezza.

Per fare questo è necessario creare le condizioni in cui sia possibile sviluppare l’empatia e l’intelligenza emotiva e intervenire per impedire i comportamenti brutali, evitando alle vittime inutili sofferenze e impedendo a chi è portatore di una patologia di indurirsi ulteriormente.

In questo nostro mondo gravemente malato di crudeltà, il surgelamento emotivo è un morbo molto diffuso e caratterizza gli atteggiamenti di tanti uomini e donne che, ignari delle proprie difficoltà psicologiche, agiscono in modi aggressivi e prevaricatori, convinti di essere nel giusto e di condurre una vita adeguata.

Queste persone vanno aiutate a uscire dall’indifferenza che ottunde la loro intelligenza emotiva, facendo in modo che non commettano altri crimini e che sviluppino una maggiore sensibilità.

Chi è dotato di empatia e di comprensione emotiva non può sottrarsi al dovere di intervenire nel riconoscimento della dignità e dei diritti, uguali e inalienabili, di tutti gli esseri viventi.

Rispettare la scelta di abusare sessualmente i bambini, rispettare la scelta di seviziare chi è più debole, rispettare la scelta di umiliare chi è più giovane e inesperto, rispettare la scelta di maltrattare i gay, rispettare la scelta di picchiare le donne… significa ignorare la sofferenza e non vedere la patologia di chi compie gesti di quel tipo.

Il rispetto è qualcosa di diverso dalla tolleranza.

Accondiscendere alla crudeltà non aiuta la vittima e aggrava la patologia del carnefice.

Il rispetto si manifesta nell’individuazione della sofferenza inconscia che affligge chi agisce un comportamento crudele, e si palesa nella cura e nel tentativo di portare alla coscienza le motivazioni interiori che sostengono e reiterano gli atteggiamenti di chiusura. 

“Rispettare” la scelta di chi mangia la carne di qualcuno, significa chiudere gli occhi davanti all’atrocità di una cultura intrisa di violenza, e sottovalutarne la gravità e la patologia.

Chi ha aperto il proprio cuore e la propria vita alla comprensione della sofferenza delle altre specie viventi, non può più mostrarsi indifferente davanti all’abominio insito nel cibarsi della morte di tanti esseri innocenti.

Carla Sale Musio

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Dic 11 2013

NATALE SOLITARIO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Anche quest’anno è iniziata la campagna natalizia.

Pubblicità che inneggiano al volersi bene mentre ci si ritrova tutti insieme a scartare montagne di regali.

Pranzi e cene con tante portate e tanto amore nel condividere i cibi.

Negozi luccicanti addobbati a festa.

Luci colorate lungo le strade.

Vetrine che gridano: “Comprami! Comprami! Comprami!”.

Preparativi frenetici.

Pellegrinaggi di parenti, studiati a tavolino per non scontentare nessuno…

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“E tu? Che cosa farai per Natale?”

La domanda è inevitabile e presuppone un programma di riunioni familiari, predefinito e dettagliato, quasi un copione sociale già scritto.

“Il 24 saremo a casa di… e il 25 invece saremo tutti da….”

Chi cerca di sottrarsi alle regole natalizie, deve fare i conti con un’insopportabile sensazione di alienità e affrontare la diagnosi psicologica celata a stento dietro lo sguardo preoccupato di chi ascolta.

“Non farai nulla?!? E come mai? Non ti senti bene? A me puoi dirlo, c’è qualcosa che non va…”

Sì.

Bisogna avere per forza qualche rotella fuori posto per decidere di stare da soli proprio il giorno di Natale.

Perché a Natale è d’obbligo: fare qualcosa.

Cioè riunirsi e dimostrare di volersi bene o (alla peggio) partire, e festeggiare comunque insieme ma da qualche altra parte.

Chi sceglie di passare in solitudine il giorno di Natale deve munirsi di una giustificazione valida, altrimenti rischia di essere guardato con commiserazione e di sentirsi vittima di una patologica e pericolosa asocialità.

Perché, se non si è affetti da qualche grave turba del comportamento, a Natale bisogna fare qualcosa!

Cioè ci si deve riunire insieme ai familiari.

O, altrimenti, insieme agli amici.

O, almeno, insieme con qualcuno.

E’ in questo modo che le leggi spietate del commercio costringono ognuno di noi a fare i conti con l’impossibilità di  voler bene a comando.

La malattia mentale è la minaccia che incombe come una condanna sulla testa di chi osa anche soltanto pensare di sottrarsi ai dettami del consumismo.

A Natale SI DEVE:

  • Mangiare tutti insieme,

  • volersi bene e andare d’accordo,

  • scambiarsi dei regali,

  • che DEVONO essere graditi e riempire il cuore di emozione!

Questa pretesa affettiva, psicologicamente impossibile da realizzare, impone ai sentimenti di conformarsi a uno standard predefinito e, proprio per questo, irraggiungibile.

Non si può vivere un’emozione soltanto perché ci è stata suggerita/imposta da mille pubblicità ammiccanti a ogni angolo di strada.

Non si possono provare emozioni comandate in giorni socialmente opportuni.

Le emozioni sono la conseguenza del nostro modo di interpretare la vita, esprimono la realtà interiore di ciascuno, raccontano le gioie e i dolori che abbiamo vissuto e che sperimentiamo di momento in momento.

E’ impossibile programmarle, si può soltanto accettarle accogliendone l’energia dentro di sé con sincerità. 

Il Natale è diventato una festa commerciale, legata a forti interessi economici e al tentativo di incatenare la creatività dentro regole prestabilite, funzionali a mantenere sempre attivo nelle persone il bisogno di omologarsi uniformandosi gli uni con gli altri.

Rifiutarsi di obbedire ai dettami del conformismo suscita un senso di diversità e d’isolamento che ci fa sentire emarginati, sbagliati e soli.

E che ci spinge a indossare passivamente la divisa emozionale imposta dalle leggi di mercato.

Eppure…

Il Natale dovrebbe essere un momento di ascolto di se stessi e di celebrazione interiore, l’occasione per accogliere e condividere con gli altri la propria unicità.

Qualunque essa sia.

Saper stare con se stessi il giorno di Natale è la prova che ognuno di noi è chiamato a superare per conquistare l’armonia interiore e l’indipendenza emotiva.

Quando siamo capaci di accettare i nostri bisogni (sia il giorno di Natale che in qualunque altro giorno), siamo anche capaci di aprire il cuore alla verità e questo è l’unico strumento che ci permette di condividerci con gli altri, attraversando l’imposizione commerciale delle festività natalizie con serenità e con la saggezza che deriva dal vivere la vita senza rinunciare alla propria autenticità. 

Soltanto così, scegliere di assecondare il proprio bisogno di autonomia non indica più un patologico ritirarsi dal mondo ma dimostra invece la capacità di rimanere fedeli al proprio sentire, attuando le scelte migliori per sé, nonostante i giudizi di quanti abbiamo intorno.

Volersi bene non significa abbuffarsi tutti insieme il giorno di Natale.

Volersi bene è un modo di essere e di condividere la propria sensibilità momento per momento, permettendo a se stessi e agli altri di compiere le scelte più adatte al percorso di crescita di ciascuno.

Partecipare alle riunioni familiari o trascorrere in solitudine il giorno di Natale, possono essere due modi, altrettanto leciti, di celebrare la propria spiritualità portando l’attenzione sull’ascolto profondo dei vissuti interiori.

La verità è un valore inestimabile da coltivare con coraggio e con fiducia perché soltanto spargendone i semi nella nostra esistenza, potrà prendere forma un mondo migliore.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SOLI… è bello!  

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Dic 05 2013

TOSSICODIPENDENZA ALIMENTARE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“L’uomo è l’animale più ammalato sulla terra; nessun altro animale ha violato così tanto le leggi dell’alimentazione quanto l’uomo; nessun altro animale mangia scorrettamente quanto l’uomo.” 

Arnold Ehret

Ci hanno insegnato che per vivere bene e in salute è necessario nutrirsi in modo equilibrato, sano e regolare ma, se osserviamo il nostro stile di vita, vediamo che l’alimentazione oggi non è più uno strumento al servizio della sopravvivenza.

Mangiare è diventato:

  • un’opportunità per incontrarsi,

  • un modo per allentare le tensioni,

  • l’occasione per fare festa,

  • un antidepressivo,

  • il momento in cui raccontare e raccontarsi,

  • un tempo dedicato a se stessi,

  • una pausa che permette di riordinare le idee e di riflettere,

  • un mezzo per scambiare l’affetto…

Insomma, si mangia per tante ragioni diverse e tutte molto distanti dalla necessità di mantenersi sani.

Ben lontano dai bisogni legati alla sussistenza, il cibo è soprattutto un’esigenza culturale, sociale, economica e commerciale, talmente importante da condizionare tutta l’organizzazione delle nostre giornate. 

Parliamo di alimenti quasi continuamente… per raccontarci cosa abbiamo mangiato, per scambiarci le ricette, per condividere i gusti, le avversioni o le preferenze, per informarci sui luoghi dove si può assaggiare questo o quello, per programmare incontri e riunioni di ogni tipo…

Portare qualcosa alla bocca è diventata una compulsione, un comportamento stereotipato e insopprimibile agito in maniera istintiva, automatica e ripetitiva nel tentativo di placare l’ansia che lo sottende.

E naturalmente più mangiamo più aumenta la necessità di mangiare.

E più il mercato alimentare ci mette a disposizione golosità e occasioni sempre nuove per riempirci lo stomaco.

Così, se un tempo tre pasti al giorno erano un privilegio riservato a pochi, oggi la quantità di spuntini, merende, snack, stuzzichini e rompi digiuno a disposizione di chiunque, ha fatto lievitare le occasioni per sbocconcellare qualcosa, col risultato di renderci vittime di una fame coattiva e patologica.

Grazie all’offerta esagerata e a alla sollecitazione continua, la nutrizione si è trasformata in una droga, legale e a buon mercato, al servizio di interessi economici sempre più consistenti.

Oggi la fame non indica più il bisogno di mantenere in vita il corpo ma è la conseguenza di un’eccessiva stimolazione dei centri nervosi, che segnalano forzatamente all’organismo la mancanza di nutrienti e la necessità compulsiva (e perciò mai soddisfatta) di procurarsi gli alimenti necessari alla sopravvivenza.

Quello che mangiamo, infatti, lungi dall’essere sano e nutriente, è quasi sempre un concentrato di sostanze tossiche che ne permettono la conservazione garantendone la praticità a discapito della qualità.

L’involucro curato, le immagini colorate e suggestive, le didascalie invitanti stampate sulle scatole dei prodotti, ci raccontano una realtà fittizia, molto diversa dal contenuto che acquistiamo e che mettiamo nel nostro stomaco.

Siamo vittime di una fame insaziabile, indotta con abilità dalle pubblicità e dai mass media, e funzionale al soddisfacimento dei profitti delle multinazionali alimentari e delle case farmaceutiche.

Ciò che trangugiamo continuamente, convinti di mantenerci in buona salute, purtroppo non riguarda più le sostanze necessarie a conservare sano il corpo ma interessa i centri della dipendenza e dell’assuefazione.  

Ingerire alimenti senza mai sfamarsi realmente è una patologia nascosta da cui hanno origine tante altre gravi malattie che sono la conseguenza di una frenetica e pericolosa bulimia sociale.

Mangiare è diventata un’abitudine dannosa che ci allontana sempre di più dall’ascolto del nostro organismo e delle sue reali necessità.

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DROGHE LEGALI

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Chiamiamo droghe, tutte le sostanze che avvelenano il corpo causando dipendenza.

E, a ben guardare, la maggior parte degli alimenti in commercio possiede i requisiti necessari per essere annoverata proprio tra questo tipo di sostanze.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce sostanze stupefacenti le sostanze che provocano nell’organismo:

  • tolleranza, cioè la capacità  di sopportarne la tossicità in dosi gradualmente sempre più elevate

  • assuefazione, cioè il degradare dell’effetto, fisico e psichico, e la conseguente necessità di aumentarne costantemente le dosi

  • dipendenza, cioè la necessità di introdurre costantemente tali sostanze per evitare crisi di astinenza

Le forme di dipendenza si suddividono inoltre in:

  • dipendenza fisica che riguarda le alterazioni del funzionamento biologico

  • dipendenza psichica che riguarda le alterazioni dello stato psichico e comportamentale

Basta osservare il nostro modo di sgranocchiare qualcosa in continuazione, per renderci conto che quasi tutti gli alimenti che consumiamo abitualmente soddisfano questi requisiti.

Cioè scatenano nel corpo e nella mente la necessità di consumarne in quantità sempre maggiori, sopportandone la tossicità, e aumentandone progressivamente le dosi per evitare di andare incontro a crisi di astinenza.

Crisi che si producono inevitabilmente nel momento in cui proviamo anche soltanto a pensare di limitarne il consumo!

Proprio come ogni altra droga, il cibo modifica la percezione della realtà, causa dipendenza e assuefazione ma, soprattutto, genera una serie infinita di problemi legati all’abuso che se ne fa e alla conseguente sovralimentazione, la vera origine di tante terribili malattie che tormentano questo nostro periodo storico.

Per vivere bene e in salute basterebbero pochissimi nutrimenti, semplici e privi di elaborazione.

Il mondo animale ci insegna che mangiare ogni tanto poche cose e di un solo tipo alla volta, consente di vivere a lungo e in buona salute.

Tra le altre specie, infatti, non esistono le patologie che affliggono gli esseri umani (e i loro animali di affezione).

Un’abile e scaltra manipolazione delle informazioni, però, ci spinge a credere che le nostre necessità di mangiare  siano notevolmente superiori alle reali esigenze del corpo.

Questa pericolosa ipnosi di massa, innesca i meccanismi dell’assuefazione e della dipendenza creando una giustificazione incrollabile ai bisogni (indotti) della sovralimentazione di cui siamo vittime.

Così, spinti da un desiderio provocato ad arte, ci preoccupiamo del sapore molto più che della qualità e delle effettive necessità dell’organismo, mangiamo troppo e male, mentre le sostanze, che ingoiamo compulsivamente, non ci nutrono e ci lasciano cronicamente affamati e insoddisfatti.

Nascono in questo modo, tante patologie fisiche e psichiche, conseguenza dell’intossicazione alimentare occultata dietro l’affermazione innegabile: “Mangiare è necessario per vivere”.

Ma è proprio vero?

Si mangia per vivere o siamo stati programmati per mangiare?

Nella specie umana sembra che il cibo sia diventato l’unica ragione di vita, senza la quale l’esistenza si ridurrebbe a una terribile crisi di astinenza.

Talmente intensa da condurre in breve tempo alla morte.

Siamo vittime di una droga lecita e facilmente reperibile dappertutto, che ci solletica con varietà e sapori sempre nuovi per tenerci incatenati dentro un invisibile schiavismo alimentare.

Liberarsi da questa dipendenza è un’impresa difficilissima e spesso impossibile.

Chi prova a ridurre la quantità degli alimenti deve misurarsi con gravi crisi di astinenza, devastanti dal punto di vista fisico e soprattutto psichico.

Siamo costantemente bombardati di messaggi mirati a sostenere l’imprescindibile necessità di riempirci lo stomaco in continuazione, variando il più possibile gli alimenti e quindi ingurgitando enormi quantità di sostanze nocive.

Viviamo intrappolati dentro una cultura volta a sostenere l’importanza di una nutrizione abbondante, ricca e variata, e finalizzata a mantenerci vittime di alimenti sempre più narcotizzanti e dannosi.

Per superare questa tossicodipendenza alimentare è indispensabile liberarsi dal dogma che “mangiare è necessario per vivere” e prendere coscienza della manipolazione commerciale fatta a spese della nostra salute.

Ognuno deve compiere da solo i passi necessari alla propria disintossicazione, assecondando e sostenendo la saggezza interiore (troppo spesso occultata dai morsi incalzanti delle astinenze e della bulimia) senza deresponsabilizzarsi delegando ad altri la gestione della propria vita ma riappropriandosi del diritto a condurre un’esistenza sana e piena di energia.

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MA ALLORA COSA SI DEVE FARE?

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Per vincere la dipendenza dal cibo è fondamentale:

  • osservare con attenzione il proprio modo di mangiare

  • intervenire per modificarlo come se si trattasse di una tossicodipendenza

  • prevedere e gestire le inevitabili crisi e il boicottaggio che la scimmia della dipendenza scatena nella mente e nel corpo quando si cerca, anche solo per un momento, di programmare una riduzione

  • monitorare i pensieri che imbrogliano continuamente la coscienza per giustificare e permettere la bulimia e la compulsione alimentare.

E’ indispensabile agire con determinazione ma con gradualità:

  • individuando le fonti di informazione attendibili e non strumentalizzate da interessi economici

  • imparando a sostituire le sostanze tossiche con altre, meno tossiche e progressivamente sempre più sane

  • aggirando le problematiche dell’astinenza con cibi/metadone opportunamente preparati per gestire i momenti critici

  • ripristinando progressivamente le condizioni necessarie al benessere naturale e alla salute del corpo.

Mangiare poco e in modo semplice e sano è l’obiettivo di una riconquistata libertà alimentare che ripristini il piacere di vivere in armonia con il creato e con i suoi ritmi, riportando il senso del gusto nelle giuste proporzioni.

Non si vive per mangiare e non si mangia per vivere.

Si mangia perché è bello assaporare qualcosa riconoscendo alla natura il valore dei suoi doni e della semplicità.

Ed è bello solamente quando non se ne diventa schiavi.

Carla Sale Musio

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