Archive for Gennaio, 2014

Gen 28 2014

io non sono normale: AMO IL MIO LAVORO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

 

Per molti il lavoro è soltanto uno strumento necessario alla sopravvivenza.

Arrivare alla fine del mese e intascare lo stipendio, costituisce l’unico obiettivo di tante fatiche e sacrifici quotidiani, la molla che spinge a buttarsi giù dal letto la mattina, a sopportare gerarchie e umiliazioni, a svolgere mansioni spesso incomprensibili.

Lavorare permette di avere i soldi.

i soldi sono indispensabili per comprare le cose che ci servono per vivere, o che ci piacciono.

A molti non interessa che cosa si debba fare per ottenerli.

Importa avere la certezza di incassare quel tanto tutti i mesi, punto e basta.

 

La crisi che stiamo attraversando non fa che aggravare questa situazione d’indifferenza creativa e personale, e ha reso la possibilità di lavorare una fortuna talmente ambita che la tipologia del lavoro da svolgere passa in secondo piano.

L’importante è avere un lavoro.

Che tipo di lavoro… non fa differenza.

L’equazione LAVORO = SOLDI ha la priorità assoluta nella mente della maggior parte delle persone, e diventa una meta da raggiungere anche a costo di sacrificare le proprie capacità, se questo è necessario per conformarsi alle richieste del mercato.

“Vorrei fare il musicista ma, si sa, il mio è un sogno impossibile…”

“Mi sarebbe piaciuto essere un medico ma, per avere un po’ di soldi subito, ho preferito lavorare in fabbrica.”

“Non mi piace cucire, ci vogliono occhi buoni e troppa pazienza! Solo che non c’era di meglio e mi sono dovuta adattare a fare la sarta.”

Queste e altre considerazioni fanno riflettere.

Rinunciare alle inclinazioni, ai sogni e alle ambizioni individuali, per vendere i propri servizi al miglior offerente è una scelta che ha un costo psicologico molto elevato.

Svolgere un lavoro senza considerare il bisogno di realizzare le proprie capacità e inclinazioni, costringe ad accettare una sorta di prostituzione emozionale in cui, in cambio dei soldi, si finisce per fare anche le cose che non si vorrebbero fare.

Il nostro stile di vita trova logico tutto questo.

“Si deve pur vivere in qualche modo e senza i soldi come si fa?!”

Però, questa prostituzione emozionale obbliga la psiche a farsi piacere scelte di vita che non permettono l’espressione delle attitudini individuali e deforma l’ascolto dei bisogni interiori, costringendo la mente a omologarsi a comportamenti imposti e perciò privi di entusiasmo e di creatività.

Prende forma così una sorta di eutanasia emotiva, radice nascosta della depressione, degli attacchi di panico e di un segreto e subdolo suicidio interiore, causa di tante malattie inspiegabili e, ahimè, sempre più frequenti.

La salute mentale, infatti, prevede che ognuno esprima le proprie capacità, realizzando qualcosa da condividere insieme con gli altri.

Qualcosa che ha spontaneamente la finalità di soddisfare un bisogno creativo e che aggiunge alla vita un’espressione nuova.

Ognuno di noi è venuto a portare in dono al mondo i propri talenti individuali.

Le caratteristiche espressive sono tatuate nel nostro DNA e cercano costantemente il modo di realizzarsi in scelte e comportamenti a vantaggio di chi ne è portatore e della comunità.

Il senso di efficacia personale è uno dei requisiti più importanti della salute.

Quando non possiamo raggiungerlo e manifestarlo nella nostra quotidianità, spalanchiamo la porta alla depressione paralizzando la fiducia e l’autostima.

Così, chi sceglie un lavoro, a prescindere dalle proprie inclinazioni, sceglie anche di precludersi la possibilità di un futuro sereno.

Perché con i soldi non si riuscirà mai a comprare la soddisfazione e la realizzazione che derivano dall’esprimere le proprie attitudini in ciò che si fa per la maggior parte del tempo.

L’aumento delle malattie autoimmuni ha un’importante origine psicologica proprio in questa pericolosa mancanza di realizzazione personale.

Il sistema immunitario, infatti, impazzisce aggredendo se stesso quando l’organismo non può seguire il suo naturale percorso di sviluppo ed è costretto a combattere le sue naturali inclinazioni per adeguarsi a modelli scelti da altri.

(Se fingo di essere quello che non sono, è difficile che il mio sistema immunitario possa distinguere i nemici dagli amici e nell’enigma, diventato irrisolvibile, attaccherà tutto ciò che incontra senza chiedersi più a chi appartiene).

Oltre ad essere una fonte di guadagno, il lavoro è l’attività principale di una persona, il mezzo che consente di esprimere le abilità, le idee e il desiderio di stare con gli altri.

(Ne sono prova evidente i tanti casi di suicidio e depressione, conseguenti al pensionamento).

Reprimere questa espressione vitale della socialità e della condivisione di se stessi, annienta l’autostima e rende le persone schiave di un mondo privo di umanità e di significato, generando l’insorgere di molte patologie, dapprima psicologiche e in seguito fisiche.

Il corpo, infatti, subisce l’influenza dei pensieri e si adegua ai messaggi della psiche, combattendo o accogliendo le malattie.

A volte inseguire un sogno può sembrare un’utopia, l’abbaglio di una mente immatura e priva di senso pratico, ma chi ha osato sfidare il pregiudizio, camminando sul filo della propria emozione, ci mostra la possibilità di conquistare una nuova autonomia e ci insegna a realizzare una migliore qualità della vita.

Forse i telegiornali non ne parlano ma, se ci guardiamo intorno, possiamo scorgere tante piccole luci che illuminano il buio della crisi e seguire l’esempio di quanti non si sono lasciati corrompere, vendendo la propria anima alle leggi del mercato, ma hanno scelto di credere in se stessi, affrontando con determinazione le difficoltà, fino a far diventare i sogni: una fonte di guadagno. 

La loro vita ci indica una strada e ci aiuta a non dimenticare il significato profondo del nostro essere al mondo.

Carla Sale Musio

leggi anche:

LAVORO… e autostima!

A tutti quelli che hanno scelto la propria verità a dispetto di tutto e di tutti, trovando il coraggio di crearsi un lavoro della propria misura, saranno dedicate le interviste che compariranno nei post dal titolo: io non sono normale: AMO IL MIO LAVORO.

Se anche tu vuoi partecipare a questo progetto e condividere sul blog la tua esperienza di lavoro e di vita scrivimi all’indirizzo:

carlasalemusio@gmail.com

La tua testimonianza aiuterà tante persone, ancora indecise, a prendere in mano il proprio destino e a trasformare le aspirazioni e i sogni in una fonte di reddito.

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Gen 22 2014

L’EMPATIA CAMBIERA’ IL MONDO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Le armi sono strumenti al servizio della violenza.

Nate per ferire e per uccidere, generano guerre, sopraffazione e dolore.

Grazie al loro uso l’uomo ha conquistato il dominio su tutte le altre specie e sui suoi stessi simili, esercitando con la forza il  diritto alla prevaricazione.

Gli effetti devastanti di questa lotta sono sotto gli occhi di tutti.

Il nostro bellissimo pianeta sta morendo, distrutto dalla bramosia della specie umana, la più assetata di potere.

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Ma che cos’è il potere?

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Il termine potere indica l’abilità nel raggiungere i propri obiettivi, l’autorità di influenzare qualcuno, la possibilità di comandare e imporre il proprio volere.

Al potere si può soltanto ubbidire, sottomettersi o scappare.

Potere e comando prevedono una gerarchia in cui il più forte fa valere la propria volontà sugli altri.

Norme, regole, leggi e prescrizioni sono la conseguenza di un mondo costruito grazie al potere e per il potere.

  • Lo stato deve avere il potere di far rispettare le leggi.

  • I genitori devono avere il potere di educare i figli.

  • La scuola deve avere il potere di insegnare.

  • Eccetera, eccetera…

Il potere appartiene talmente tanto alla nostra cultura che non sembra possa esistere nessuna alternativa alla necessità di comandare e imporre regole per mantenere l’ordine, tra di noi e nel mondo.

Questo concetto è così radicato che tutto ciò che non prevede l’uso del potere è guardato con sospetto, diffidenza o ironia, come se fosse stupido o illecito.

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Il contrario del potere è l’empatia

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L’empatia è la capacità di accogliere, di comprendere, di condividere e di essere così profondamente e intimamente insieme a un altro da sperimentare sulla propria pelle il suo modo di stare al mondo.

L’empatia è l’antitesi della prevaricazione perché, quando si è in empatia con qualcuno, diventa impossibile sopraffarlo, combatterlo o fargli la guerra.

La parola empatia indica la capacità di calarsi in una realtà diversa dalla propria fino a comprendere i vissuti e le motivazioni di chi la sperimenta, ed è la premessa indispensabile per la fratellanza, per la convivenza e per la cooperazione.

L’empatia è l’unico antidoto alla guerra e alla prepotenza.

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Ma come nasce l’empatia?

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La capacità di accogliere la realtà interiore di un altro nasce dall’ascolto profondo di se stessi e dal superamento del proprio egocentrismo.

Mentre il desiderio di avere potere, di comandare e di prevaricare, ha origine dall’egoismo e dalla mancanza di considerazione per i bisogni degli altri, l’empatia esprime la capacità di abbandonare la propria realtà e le esigenze personali per condividere la realtà e le esigenze di qualcun altro.

Questa flessibilità nell’ascoltare, se stessi e gli altri, permette la condivisione e lo scambio e produce una società basata sull’accoglienza e sul rispetto delle esigenze di tutti.

Nella nostra cultura, malata di individualismo e prepotenza, ”il rispetto delle esigenze di tutti” sembra un’utopia e la forma migliore di condivisione che riusciamo a immaginare presuppone una limitazione dei bisogni individuali a vantaggio di uno spazio comune e condiviso.

Ma in un mondo fondato sull’empatia la limitazione individuale perde di significato.

Al suo posto ci sono l’ascolto, la comprensione e la condivisione.

Infatti, sperimentando in prima persona i vissuti degli altri, diventa impossibile aggredire e maltrattare qualcuno senza soffrire sulla propria pelle i dolori inflitti.

L’empatia ci spinge a comprendere il punto di vista di chi abbiamo a fianco, facendoci sentire il suo dolore come se fosse il nostro, e permette di trovare soluzioni favorevoli a entrambi.

Per questo è l’unica arma in grado di cambiare il mondo.

Solo dall’empatia può nascere la reciprocità indispensabile alla condivisione e al rispetto.

L’empatia è innata in tutte le personalità creative, cresce con l’ascolto dei vissuti emotivi e diventa uno strumento di comprensione e cambiamento quando è usata per conoscere se stessi e gli altri.

Davanti alla violenza, al potere e alla prevaricazione, però, l’empatia si paralizza cedendo il posto al dolore e alla paura.

L’angoscia annichilisce l’empatia e (quando la fuga non è possibile) spinge la vittima a identificarsi con l’aggressore, nel tentativo di liberarsi dall’impotenza, dalla sofferenza e dal senso d’inefficacia personale.

Il meccanismo psicologico dell’identificazione con l’aggressore trasmette la violenza da una generazione all’altra e confina l’empatia in un angolo remoto dell’inconscio fino ad annullarne dal tutto la percezione.

E’ così che nei secoli la legge del più forte ha tramandato il suo corollario di abusi, sopraffazione e prepotenza, rendendoci vittime di una cultura basata sulla aggressività e sulla prevaricazione.

Per cambiare questa cultura non serve sostituire il potere con un altro potere.

Per trasformare veramente una società bisogna trasformare se stessi e cambiare la propria percezione della realtà.

Solo così si riuscirà a vedere ciò che la prevaricazione e la violenza rendono invisibile accecando la percezione individuale per mostrare soltanto il punto di vista di chi è più forte.

L’empatia è lo strumento di trasformazione più potente che ci sia, perché consente di sperimentare in se stessi la vita di un altro essere e quest’esperienza cambia la comprensione della realtà, allargando la prospettiva fino ad includere un orizzonte nuovo.

Da questo scambio nasce un’interpretazione più ampia e prendono forma opportunità diverse, basate sull’ascolto delle esigenze di tutti.

Però, perché questa condivisione diventi possibile e non rimanga soltanto un’utopia, è indispensabile ascoltare se stessi, imparando a contattare anche gli aspetti di noi che non ci piacciono e ci fanno paura.

La capacità di mettersi in gioco e di rivelarsi in tutta la propria totalità di bene e male è il presupposto di ogni trasformazione e di ogni cambiamento.

La rivoluzione che cambierà il mondo parte da se stessi, nasce dalla capacità di accogliere la sensibilità e la fragilità, si fonda sull’ascolto della propria anima.

Non si può avere un mondo migliore facendo la guerra.

Si può solo osservare la guerra dentro di sé, trasformando le carceri interiori fino a renderle un luogo di scambio e di accoglienza per tutto quello che non abbiamo avuto il coraggio di dire, nemmeno a noi stessi.

Solo così l’empatia può liberare il suo straordinario potere di trasformazione.

Infatti, dall’ascolto di ciò che è stato emarginato e sepolto nell’inconscio prendono forma la comprensione e la condivisione con ciò che ci circonda.

Saper accogliere la propria verità sviluppa la capacità di accogliere gli altri e potenzia l’unica arma efficace per costruire un mondo migliore.

Un mondo basato sull’amore e sul rispetto.

Un mondo a misura di tutti.

Un mondo senza violenza.

Finalmente.

Carla Sale Musio

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Gen 16 2014

HO SCELTO UNA VITA SENZA DISCUSSIONI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Dopo un anno di fidanzamento scopro di essere incinta e… decidiamo di sposarci perché potessimo crescere un bimbo che sentivamo già d’amare malgrado mancassero tante condizioni per la nostra convivenza.


*  *  *

Ho deciso di separarmi nel preciso istante in cui ho compreso che quel carico di sofferenza stava solo danneggiando la mia vita e quella dei miei figli.

Il problema tra noi era la comunicazione.

La sua responsabilità: l’incapacità di rispettare le differenze.

La mia responsabilità: l’intolleranza della sua responsabilità.

Certo spiegare come mi sono organizzata non è facile.

Per tanti motivi.

In poco più di un mese ho scelto un nuovo appartamento e l’ho arredato di tutto.

Regolarizzato ogni contratto, ho avviato la causa di separazione cercando di riuscire a trovare il modo per ottenere una consensuale, perché potessimo vivere davvero senza più discussioni.

Sarebbe stato assurdo separarci e continuare con le liti per ogni cosa, quindi ho lasciato casa, cose e, in qualche modo, anche figli.

Sì.

L’aspetto più doloroso che ancora devo assorbire.

Una scelta difficile in cui ho dovuto pensare al loro equilibrio come priorità assoluta.

Io, col mio lavoro fatto di turni estenuanti e orari impossibili, non potevo sottrarli alla regolarità quotidiana che negli anni avevano consolidato.

Perciò, l’unico accordo in qualche modo preso comunemente, è stato di non ostacolarci mai a vicenda con giorni o orari prestabiliti, per poter vivere i nostri momenti con loro.

Questo in parte è riuscito, con le previste sottili ripicche che ogni tanto in forme subdole arrivano da parte sua.

Il mio amore di madre non potevo circoscriverlo all’egoismo di averli con me arrogandomi il diritto in quanto madre.

Tra i costi della separazione, quindi, c’è stato soprattutto il rinunciare a ogni rivalsa perché potessimo vivere senza discussioni.

Dentro di me… bè… come spiegare… quando arriva uno tsunami cosa succede?

Ciò che sento maggiormente cambiato, è il rispetto verso me stessa e la forza di uscire da ogni subdola forma di vittimismo, che nulla ha di eroico.

I bambini non hanno mostrato reazioni particolari se non quella immediata di rasserenarsi innanzi alle tensioni terribili dell’ultimo periodo.

Di certo hanno sofferto, e in parte soffrono ancora, la separazione.

Credo sia inevitabile a tutti, come credo siano stati maggiori gli aspetti positivi di questa nuova condizione.

Le persone vicine a me nel senso stretto del termine, sono state comprensive, affettuose e presenti, le persone in generale… bè… un velo pietoso please.

In questo contesto, una donna che fa una scelta come la mia è doppiamente giudicata, criticata, condannata e vista con sospetti di ogni genere!

Da appena un anno e mezzo mi ritrovo, per la prima volta in vita mia, a vivere da sola, gestendomi con serenità e assaporando sempre più i ritagli di tempo, per riposare, dormire, mangiare o potermi occupare di ciò che mi piace con tranquillità.

Certo, ogni giorno c’è il sali scendi per stare coi miei figli.

Almeno nei pomeriggi, e quasi una volta al mese in corrispondenza alla mia unica domenica libera, vengono a dormire da me e finalmente possiamo goderci! Cenando fuori, andando in giro o semplicemente standocene in casa. Con serenità e gioia.

A volte mi mancano ed è un dolore… ma poi li vedo sereni, mi sento serena e penso che è bene così.

Ho tentato in più occasioni (l’ultima per il compleanno di mio figlio) di proporre al mio ex marito un rapporto sereno, fatto appunto di un bene senza costrizioni.

Un bene in cui prevalesse la serenità dei nostri figli.

Dando loro la possibilità di comprendere che nella vita i rapporti possono cambiare ed essere vissuti nel rispetto, con un bene diverso ma pur sempre un bene.

Purtroppo è un uomo con enormi difficoltà emotive e affettive, che non riesce a liberarsi di limiti che continuano a essere motivo di allontanamento.

Spero che il tempo possa cambiare tutto questo.

Lo spero per i miei figli.

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UN CONSIGLIO…

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Non è facile dare consigli sapendo che ogni caso è a sé e che ogni separazione comporta inevitabili dolori.

Unico consiglio che sento di esprimere è quello di non aver paura di sbagliare, dei giudizi, della solitudine, di ricominciare, di riappropriarsi di sé con rispetto e coraggio.

Il resto verrà…


Rosanna Anzalone

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PER FORTUNA NON SONO PIU’ INNAMORATA  

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Gen 10 2014

L’ALLEGRA FATTORIA DEGLI ORRORI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Durante i rituali satanici è importante coinvolgere le vittime negli abusi compiuti contro altre vittime, in modo che per la vergogna non raccontino mai ciò che hanno visto né ciò che hanno subito.

Psicologicamente, infatti, rendere complici di un crimine significa assicurarsi la fedeltà e il silenzio.

La mafia, la ndrangheta e tutte le organizzazioni criminali in genere, si servono di questo principio per ottenere la connivenza dei propri membri.

Nel satanismo i bambini sono spesso sacrificati, sull’altare del demonio, per mano di altri bambini.

Macchiando con reati indicibili l’innocenza dei propri adepti, le associazioni criminose si garantiscono l’omertà e la complicità.

C’è un piacere perverso nel condividere la brutalità e questo deriva dall’impunità garantita dall’agire insieme.

Partecipare in gruppo alla violenza rende la percezione di quest’ultima meno grave perché implicitamente la legittima, fino a trasformarla in una normalità condivisa.

E perciò lecita.

L’energia di gruppo possiede una dinamica propria e trascina anche i più reticenti in azioni che, presi singolarmente, non si sognerebbero mai di compiere (e forse nemmeno di immaginare).

Secondo lo psicoanalista britannico Wilfred Ruprecht Bion (1897/1979) ogni gruppo agisce come un’unità a sé stante, trascinando i singoli individui in comportamenti omologati.

Il clima del gruppo condiziona la razionalità privando il pensiero della sua autonomia e uniformando le azioni agli atteggiamenti prevalenti, secondo una modalità psicotica priva di contatto con la realtà.

Le associazioni criminali conoscono bene i principi della psicologia relazionale e li usano a piene mani per perseguire i propri obiettivi.

Per ottenere un’adesione acritica e totale alle regole, queste organizzazioni

  • dapprima utilizzano l’affettività come collante per rinsaldare i legami, strutturando in questo modo la dipendenza del singolo dal gruppo: sei uno di noi, noi vogliamo il tuo bene e risolviamo i tuoi problemi

  • poi impongono l’ubbidienza, minando la sicurezza individuale con una serie di micro traumi dolorosi e progressivamente sempre più intensi: se non segui le nostre indicazioni, ti ridicolizziamo, ti disonoriamo, diamo fuoco al tuo negozio, ti facciamo saltare in aria la macchina, uccidiamo il tuo cane, tua moglie, tuo figlio, eccetera

  • fino a generare il desiderio di uniformarsi alle aspettative dell’organizzazione per liberarsi della sofferenza (indotta con l’emarginazione, la derisione, l’umiliazione e la violenza): se stai con noi e ti impegni a seguire le nostre regole non ti succederà niente e potrai contare sulla nostra protezione

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PEDAGOGIA NERA, SATANISMO E ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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La pedagogia nera è uno strumento perverso nelle mani di chi detiene il potere, e segue gli stessi principi utilizzati dalle sette sataniche e dalle organizzazioni criminali.

Per la pedagogia nera, infatti, i bambini sono proprietà dei genitori che per il loro bene hanno il diritto di punirli, maltrattarli e umiliarli, in modo da prepararli alla durezza della vita, insegnandogli a comportarsi secondo le norme stabilite dalla famiglia.

E in seguito dall’autorità.

I neonati sviluppano un forte attaccamento verso chi si prende cura di loro e all’interno di questa relazione affettiva prende forma la dipendenza dai genitori e si sviluppano i traumi conseguenti al ritiro dell’affetto, alle punizioni, alla derisione o all’emarginazione.

Tutti i bambini, proprio come i seguaci di una setta o i membri di un’organizzazione criminosa, non possono abbandonare la famiglia senza subire persecuzioni e violenze, e questa dipendenza forzata crea in loro le premesse per l’accettazione acritica di ogni prevaricazione.

La pedagogia nera è uno strumento indispensabile per crescere generazioni di persone sottomesse ai voleri di un’autorità sentita come onnipotente e indiscutibile (proprio come quella dei genitori).

E, purtroppo, in seguito all’ampia diffusione di questo stile educativo è stato possibile legittimare il razzismo, lo specismo e l’abuso di chi è più forte su chi è più debole.

Grazie alla pedagogia nera, la nostra società, esattamente come una setta satanica o un’organizzazione criminosa, impone stili di vita e modelli comportamentali fondati sulla violenza e sulla prepotenza, senza incontrare nessuna opposizione da parte dei tanti che ne subiscono i dettami sottomettendosi di buon grado alle leggi stabilite, nel tempo, dall’abitudine, dalle consuetudini e dalla tradizione.

Poiché “si è sempre fatto così” diventa normale (e perciò legittimo) agire perpetuando la violenza, senza doversi chiedere quanto sia giusto e quale prezzo di sofferenza debbano pagare coloro che invece la subiscono.

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INNOCENTE CRIMINALITA’ QUOTIDIANA

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Fa parte delle nostre consuetudini mangiare insieme condividendo oltre al cibo anche l’affetto.

Il pranzo e soprattutto la cena, sono i protagonisti principali di ogni festa che si rispetti, rappresentano la felice conclusione delle cerimonie e delle celebrazioni, e costituiscono il momento più intimo della giornata, lo spazio in cui finalmente rilassarsi e ritrovarsi insieme.

Ma proprio durante quel momento, consacrato alla gioia e all’affettività, hanno luogo i nostri crimini innocenti, commessi senza colpa apparente e senz’apparente consapevolezza, uccidendo e torturando tante creature, ree soltanto di un’eccessiva docilità.

La nostra alimentazione si basa soprattutto su prodotti di origine animale, ottenuti con la sofferenza e con la morte d’innumerevoli esseri semplici e fiduciosi.

Una strage quotidiana il cui unico scopo è solleticare il palato degli esseri umani, coinvolgendoli in una crescente dipendenza alimentare che li rende colpevoli e conniventi, e perciò motivati a passare sotto silenzio gli abusi e le violenze necessarie a ottenere i loro pasti.

Esiste un mercato che si regge sulla violenza e sulla tortura.

Questo mercato non ha altro obiettivo che i guadagni di chi lo gestisce.

E, per tenere in piedi questo impero economico, è importante che la coscienza di chi consuma il cibo e i prodotti animali, ignori le sofferenze cui sono sottoposte le vittime di questa lucrosa economia.

Mangiare carne, latte, uova e formaggi, è un rito organizzato, indispensabile per coinvolgere nell’omertà e nell’incoscienza chi partecipa al banchetto, sostenendone i profitti.

Utilizzando lo stordimento procurato dalle sostanze alimentari e sfruttando la nostra necessità di cancellare il più in fretta possibile la consapevolezza di tante torture, i venditori di morte e sofferenza ci imboniscono con la dipendenza gustativa e ci puniscono, deridendoci, emarginandoci e umiliandoci, quando cerchiamo di liberarci dalla nostra incoscienza compiendo scelte ecologicamente più sane e rispettose della vita.

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LA FATTORIA DEGLI ORRORI

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E’ all’interno questo scenario che l’Allegra Fattoria degli Animali trova la sua collocazione, dapprima come gioco per i più piccini e in seguito come stile di vita finalizzato a nascondere il massacro di tante creature e la distruzione progressiva del nostro pianeta.

La Fattoria degli Animali è uno dei giochi più in voga tra i bambini, ne esistono tantissimi modelli di forme e materiali diversi ma, in qualsiasi modo sia stata realizzata, in ogni fattoria troviamo sempre una rappresentanza delle specie animali macellate negli allevamenti.

Ci sono: i maiali, i cavalli, le mucche, i vitellini, le galline, i pulcini, le oche…

I bambini giocano con gli animali come se fossero dei piccoli amici, li accudiscono, ci parlano, li nutrono, li mettono a dormire e condividono con loro la propria quotidianità.

Non si sognerebbero mai di mangiarli.

A nessun bambino verrebbe in mente di mangiare il suo migliore amico!

E, del resto, nella Fattoria degli Animali non esiste il macello.

Il gioco (guarda caso) non lo prevede.

Il contadino è rappresentato come l’amico dei suoi animali e non il boia.

Questo passatempo, innocente e tenero, ha un’importante funzione nella vendita e nel consumo della carne, del latte, delle uova, dei formaggi e di ogni altro prodotto animale.

Serve a nascondere l’uccisione delle altre specie dietro una falsa benevolenza e un falso rispetto.

Le immagini spensierate e sorridenti dell’Allegra Fattoria degli Animali sono le stesse che compaiono sul paté di foie gras, sull’etichetta dei salumi, sugli omogeneizzati di carne, sulla scatola dei formaggini, sulle trapunte imbottite con la piuma d’oca…

Queste graziose e simpatiche creature sono rappresentate entusiaste e felici di diventare il pasto degli esseri umani, mentre saltellano tra i prati e si trasformano in alimenti come per magia.

L’Allegra Fattoria degli Animali serve a nascondere la crudeltà degli uomini che, approfittando di una presunta superiorità, condannano a morte le specie più deboli, torturandole e allevandole per il proprio piacere, senza nessun rispetto della loro vita.

Nel gioco si attiva lo stesso meccanismo di occultamento utilizzato dalle sette sataniche e dalle organizzazioni delinquenziali.

Questo meccanismo psicologico spinge i bambini a dimenticare che la carne che hanno nel piatto appartiene ai loro amici animali, rendendoli inconsapevoli e complici degli abomini perpetuati nei mattatoi.

Per riuscire a mangiare la carne (ignorando l’omicidio necessario a ottenerla) i piccoli devono scindere il gioco dal loro pasto imparando a separare l’affettività dalla realtà.

In questo modo, nel mondo degli affetti si può amare l’agnellino che sgambetta felice in mezzo all’erba mentre, nel mondo della realtà lo sgozziamo con indifferenza davanti agli occhi terrorizzati dei suoi fratelli pronti a subire la stessa sorte.

I bambini che, nonostante tutto, riescono a cogliere l’incoerenza degli adulti e rifiutano di mangiare la carne, subiscono la pressione dei genitori che li convincono, contro la loro volontà, a cibarsi di morte e di sangue per diventare forti come papà.

Allo stesso modo degli adepti di una organizzazione mafiosa, i piccoli sono istigati a compiere i delitti necessari per diventare a pieno titolo membri della società.

La condivisione del crimine conduce sempre all’omertà e alla complicità e fa sì che, una volta diventati adulti, il papà e la mamma possano indurre i loro figli a mangiare la carne (ma anche il latte, le uova, il formaggio e tutti i prodotti di origine animale) con la stessa inconsapevole ignoranza della verità, dei loro genitori.

“Perché si sa, c’è bisogno delle proteine per vivere e quelle nobili si trovano soltanto nei prodotti animali!”

La scissione del mondo affettivo dalla realtà della vita quotidiana, consente di tener separato l’amore per gli animali dalla produzione di carne, latte, uova, eccetera, proprio come se si trattasse di due cose distinte e senza alcuna attinenza tra loro.

Nel mondo affettivo ognuno di noi ama gli animali e riconosce l’importanza della loro vita.

Nel mondo della realtà, invece, i prodotti animali atterrano sul banco dei supermercati come frutti maturi caduti dalla pianta.

Non è importante ricordarsi che alla mamma viene strappato e ucciso il vitellino, per rubarle il latte fino a ridurla allo sfinimento e mangiare la carne tenera e bianca di suo figlio.

Non è importante sapere che alle galline sono tagliati il becco e le zampe, per stiparne un numero maggiore negli allevamenti in batteria e che i pulcini maschi sono tritati vivi perché inutili alla produzione delle uova.

Non è importante sapere che le oche vengono spiumate fino a farle sanguinare in tutto il corpo per riempire di piume le trapunte dei nostri letti.

Non è importante tenere a mente come avviene la produzione di tutto ciò che mangiamo e usiamo quotidianamente.

Si sa.

In un angolo remoto della coscienza.

Lontano dal mondo degli affetti.

Lontano anche dalla verità.

La vita è dura.

Non c’è posto per i sentimentalismi.

Per vivere, la violenza è necessaria.

Lo abbiamo imparato da piccoli.

Ce l’ha insegnato la pedagogia.

Nera.

Carla Sale Musio

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Gen 04 2014

VITTIMA O CARNEFICE?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Fabrizia non sa come fare.

Si è innamorata di un altro uomo e ormai da diversi mesi cerca inutilmente di separarsi da suo compagno, Raffaele.

Appena ha capito che l’amore tra loro era finito, Fabrizia gli ha raccontato ogni cosa con sincerità, e insieme hanno deciso di chiudere la loro relazione.

Subito dopo, però, Raffaele ha cominciato a piangere, a minacciare il suicidio, a supplicarla di non lasciarlo perché lui non può vivere senza di lei, a descrivere la desolazione in cui sprofonderà nell’istante in cui Fabrizia si allontanerà da lui… e adesso lei si sente una vile.

Con che cuore può abbandonare l’uomo che è stato al suo fianco con tanta devozione e per tanto tempo?

Come potrebbe andarsene sapendo che lui desidera soltanto farla finita per non soffrire più la sua mancanza?

Da allora, divorata dai sensi di colpa, prende tempo sperando che accondiscendere ancora per un po’ a quelle suppliche, possa servire a convincerlo che non è più possibile vivere insieme.

Raffaele, da allora, la accontenta in tutto, è gentile, accondiscendente, devoto e pronto a fare qualunque sacrifico pur di non perdere il suo status di “compagno ufficiale di Fabrizia”.

E’ disposto anche a chiudere un occhio su qualche scappatella, basta che avvenga senza clamore e con discrezione, e preferisce rinunciare all’orgoglio pur di non dover sopportare l’umiliazione pubblica di essere lasciato per un altro uomo.

*  *  *

Simone ama Nicoletta e insieme condividono momenti di grande complicità e tenerezza.

La loro è sempre stata una relazione clandestina, fatta di momenti rubati al ritmo frenetico e impegnativo della vita familiare di Simone e al lavoro in ospedale che entrambi svolgono con grande dedizione.

Ma dopo un anno di appuntamenti segreti, Simone non riesce più a censurare la verità del suo cuore, perciò afferra il coraggio a due mani e racconta ogni cosa a sua moglie, Gabriella, nel tentativo di trovare con lei il modo di affrontare il cambiamento senza creare troppi traumi.

Da tempo Gabriella è consapevole della freddezza sessuale che affligge la loro intimità, sono ormai tanti anni che dormono in due camere separate e che condividono insieme soltanto l’amore per i loro tre splendidi figli.

Ma, dopo aver analizzato con Simone l’inevitabilità di una separazione, questa volta ufficializzata e condivisa anche con il resto della famiglia, Gabriella si trasforma di colpo in una moglie perfetta.

Ogni giorno gli fa trovare un fiore, è sempre disponibile a sbrigare le interminabili faccende di casa, accompagna i figli dappertutto (a scuola, dagli amici, in palestra, alle partite, al catechismo e al doposcuola).

E, nei giorni di festa, con un enorme sorriso stampato sulle labbra, accoglie la famiglia, i parenti e gli amici, con pranzi e cene prelibate, preparate e servite come in un ristorante di lusso.

Gabriella non perde occasione per coccolare Simone con mille premure e sembra essersi completamente dimenticata delle rivelazioni in merito alla sua relazione con Nicoletta e alla decisione di mettere ordine nel loro matrimonio bianco.

Agli occhi di tutti, Gabriella appare la donna ideale, capace di prendersi cura della famiglia con pazienza e con amore.

“Beato te, Simone!” esclamano gli amici, invidiando la devozione e le attenzioni che Gabriella gli riserva ogni giorno “Hai davvero tutto quello che si può desiderare in una donna!”

*  *  *

Elena si è innamorata del suo vicino di casa, Riccardo.

Pensa a lui ogni momento e, quando lo incontra, sente il cuore battere a mille.

Ha cercato di evitarlo, di non pensarci e di distrarsi lavorando con maggiore impegno e concentrazione, ma è stato tutto inutile!

Le basta solo udire il timbro della sua voce per sobbalzare e perdersi in un mare di fantasie tenere.

Analizzando se stessa, però, ha capito che quell’amore fantasticato, censurato e impossibile, è proprio il segnale che stava aspettando.

Da lungo tempo, infatti, il suo matrimonio è diventato un susseguirsi d’impegni e di doveri senza l’energia corroborante dell’affetto e della complicità, e per questo, armata di coraggio e di sincerità, decide di affrontare il discorso con suo marito, Franco.

Elena è a conoscenza della relazione che da molti anni lega Franco a un’altra donna.

In passato ha pensato che il tradimento fosse la conseguenza della loro inesistente storia d’amore ma, sentendo che per lei non era ancora arrivato il momento di scrivere la parola “fine”, aspettava che fosse lui a rivelarle spontaneamente la verità.

Oggi, invece, è risoluta a non tergiversare più e affronta l’argomento con Franco, pronta a trovare una soluzione che permetta a ciascuno di vivere i propri sentimenti alla luce del sole.

Franco, però, non accetta l’idea di separarsi da lei e, imprevedibilmente, le dimostra un attaccamento appassionato, dichiarandosi disposto a fare qualunque cosa pur di non perderla e trasformandosi nell’amante, nell’amico, nel confidente e nel complice che Elena ha sempre desiderato e mai trovato in tanti anni di vita insieme.

Ora Elena non sa più che cosa fare.

E’ vero, il suo cuore batte per un altro! Ma come può separarsi da suo marito senz’altro motivo che un sogno, coltivato da sola…

Con che coraggio distruggerà il matrimonio che proprio adesso, improvvisamente, è diventato perfetto?

Elena si sente un’egoista.

E, mentre cerca inutilmente di estirpare con forza dai suoi pensieri la tenerezza che prova per Riccardo, si chiede quanto sia giusto rinunciare al cuore per vivere accanto a un uomo che, seppure perfetto, lei non ama più.

Non ascoltare i suoi sentimenti la fa sentire in trappola e poco sincera.

Interpretare la parte della cattiva agli occhi del mondo e percorrere la sua strada nonostante il giudizio negativo della gente, le fa paura.

“Che frivola e superficiale! Lasciare un uomo così buono e bravo per correre dietro alle sue fantasie!” borbottano incessantemente le malelingue nella sua testa.

Allora si chiude nel mutismo e prende tempo.

Un giorno dopo l’altro.

*  *  *

Tra Fabrizia e RaffaeleSimone e GabriellaElena e Franco, si è innescata una pericolosa guerra psicologica, una competizione sotterranea e indicibile, per conquistarsi il titolo di vittima ed evitare la dolorosa ammissione delle proprie responsabilità nella chiusura di una relazione che da tempo non funziona più.

Nessuno di loro riesce ad accettare di essere, oltre alla vittima, anche il carnefice della propria storia d’amore e perciò, mentre cercano di rubarsi il copione l’un l’altro, spargono in giro i semi del ricatto affettivo, intrappolando se stessi e il partner in una prigione dalle sbarre invisibili.

Ma ogni vittima deve avere un carnefice e, nel disperato tentativo di delegare le mancanze all’esterno di sé, ognuno, pur di sottrarsi alla colpa, si ritrova incatenato a un copione perdente.

Fabrizia sfugge il  suo cambiamento emotivo e il coinvolgimento con un altro uomo, accondiscendendo passivamente alle richieste di Raffaele.

Raffaele evita di mettersi in gioco e di affrontare la sua solitudine, colpevolizzando Fabrizia e indossando i panni della vittima.

“E’ lei il mostro che vuole lasciarmi dopo tutti i sacrifici che ho fatto per amore suo!” afferma lui arrabbiato e ferito.

“… ma lui potrebbe morire se solo smettessi di stargli vicino!” dichiara lei, schiacciata dalla presunzione di essere l’unica al mondo in grado di tenerlo in vita (e perciò vittima di una forzata convivenza).

Franco e Gabriella evitano il cambiamento trasformandosi nel marito e nella moglie perfetti, vittime dei capricci di un partner libertino e impossibile.

“Guardate mio marito (o mia moglie) quanto è cattivo! Guardate quanto si approfitta di me, come mi sfrutta e mi maltratta ingiustamente!” sembrano dire al mondo con i loro comportamenti irreprensibili e abnegati.

Elena e Simone, inchiodati al ruolo di peccatori egoisti e senza sentimenti, cercano di evitare il biasimo incatenandosi a un matrimonio che interiormente non sentono più.

Ognuno di loro combatte una battaglia con se stesso per eludere il verdetto negativo della gente e assicurarsi approvazione, stima, assoluzione e perdono.

Ma dietro ai giochi di ruolo, alle maschere e al desiderio di ricevere conferme dagli altri, si annida la paura del cambiamento e il tentativo infantile di evitare la propria crescita emotiva.

La fine di una storia d’amore implica sempre una dolorosa revisione dei comportamenti che hanno determinato la conclusione del rapporto.

La bilancia delle responsabilità non pende mai da una parte soltanto, entrambi i partner contribuiscono (in modo consapevole o inconsapevole) ad annacquare la passione e la complicità dell’innamoramento fino a trasformare l’amore tra loro in un sentimento soltanto fraterno.

La capacità di amare e di mettersi in gioco, però, cresce con l’esperienza e fuggire dalle difficoltà emotive, nascondendosi dietro una maschera di tolleranza e di bontà, porta a ripetere gli stessi comportamenti e a rivivere le medesime situazioni, come in un film in cui, nonostante cambino gli attori, la trama rimane identica.

Soltanto la capacità di sopportare la propria crudeltà senza sfuggirla, può sciogliere i nodi nascosti nel mondo interiore, liberando l’energia distorta contenuta nella paura e dispiegando nella vita tutto il suo potenziale creativo e affettivo.

Indossare le vesti del cattivo non ci piace.

Preferiremmo sentirci sempre buoni, amabili e giusti.

Il bisogno di crescere, però, si scontra spesso con la delusione e con il tradimento delle aspettative che altri hanno riposto su di noi.

Infrangere le loro attese può farci sentire sbagliati, egoisti e crudeli, e in quei momenti, per evitare il ruolo doloroso del carnefice, non esitiamo a indossare i panni della vittima, recitando un copione melenso che ci porta a odiare interiormente proprio chi con quei comportamenti vorremmo invece convincere della nostra bontà.

Si formano così delle trappole psicologiche, circoli viziosi che nascondono i veri sentimenti dietro la maschera di un falso sé e che impediscono la crescita facendoci sentire profondamente sbagliati e rafforzando ulteriormente i comportamenti di copertura.

La maturità porta con sé anche la capacità di deludere le persone che abbiamo intorno, e di affrontare con autenticità i nostri cambiamenti.

Tradire le aspettative degli altri rivelando la propria verità interiore, può essere un momento doloroso e irto di difficoltà.

Durante tutto il corso della vita la crescita ci sprona inesorabilmente verso la trasformazione.

Bloccarne il percorso e l’energia è la matrice dell’ipocrisia che affligge la nostra società.

Il bisogno infantile di protezione e di sicurezza ci spinge a tenere in piedi comportamenti ormai superati, nel tentativo di evitare l’angoscia della solitudine e dell’ignoto.

Ma il coraggio di andare incontro alla paura e all’inesperienza che accompagnano inevitabilmente i cambiamenti, è il segnale evidente della maturità e della capacità di amare.

Rimanere fedeli a se stessi nonostante i giudizi del mondo, è il più grande atto di autonomia e di libertà che un individuo possa compiere.

Carla Sale Musio

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