Archive for Febbraio, 2014

Feb 26 2014

ETEROSESSUALITA’ MALATA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La violenza sulle donne è una distorsione patologica dell’eterosessualità.

Nel rapporto eterosessuale la pretesa indiscussa che siano le femmine a occuparsi dei bambini, della casa e degli uomini, mentre ai maschi è riservato il ruolo di capofamiglia, costituisce una patologia che, nelle sue forme più gravi, sfocia nella brutalità fisica, mentre comunemente tollera una violenza meno appariscente, ma altrettanto insidiosa e perversa.

E’ violenta, infatti, la pretesa che la femminilità sancisca una sottomissione di genere.

Sottomissione che inevitabilmente crea le condizioni dell’abuso, della sopraffazione e del maltrattamento.

Nel passato, la famiglia patriarcale giustificava la prevaricazione del maschile sul femminile con una rigida divisione dei ruoli in cui all’angelo del focolare erano riservati i compiti più umili e privi di compenso, mentre al marito spettavano tutte le decisioni e il lavoro remunerativo al di fuori delle mura domestiche.

Oggi svolgere un’attività retribuita non è più una prerogativa maschile e le donne portano a casa una busta paga uguale a quella degli uomini ma, proprio quest’uguaglianza lavorativa ed economica, evidenzia l’abuso svelando una patologia che da secoli, come un’ombra nera, accompagna l’eterosessualità.

Dal punto di vista psicologico, il maschilismo è un tentativo rigido e violento di sfuggire la paura evocata dalla femminilità e dal suo misterioso potere creativo, e nasconde il bisogno maschile di negare la propria incapacità a generare la vita.

Sottomettere le donne, maltrattarle, abusarle e umiliarle, sono azioni brutali che nascondono il tentativo di possedere e controllare l’insondabile fertilità nascosta nel ventre delle femmine.

Segnalano il bisogno di ottenere con la forza la possibilità biologica di avere dei successori.

Pur di avere dei figli propri, garantendosi così la continuità e il potere della progenie, i maschi hanno sopraffatto le donne, rivendicandone il possesso e utilizzandole alla stregua di oggetti.

Da questa perversione dell’eterosessualità prendono forma i soprusi ai danni del femminile, sia quelli più appariscenti come i maltrattamenti fisici che quelli, altrettanto gravi ma più silenziosi e sordidi, consumati quotidianamente tra le mura domestiche, sotto lo sguardo complice di amici, parenti e vicini.

La violenza sulle donne è, perciò, la punta dell’iceberg di una patologia eterosessuale che segnala l’incapacità di accogliere la diversità biologica esistente tra uomo e donna, senza discriminarla.

L’archetipo del femminile mette in contatto con il mondo dell’interiorità, con il buio, con l’ignoto e con il principio che dà forma alla vita.

Il mistero della nascita rappresenta un enigma insondabile. Per tutti, uomini e donne.

Nel tentativo di controllarlo e di acquisirne i segreti, gli uomini hanno sottomesso le donne, ma per riuscire ad affermare il proprio potere, hanno dovuto uccidere dentro di sé ogni traccia di quel femminile, negando a se stessi l’emotività, la sensibilità e l’ascolto del mondo interiore.

Ha preso forma così una rigida spaccatura emozionale in cui ciò che è femminile, è giudicato debole e senza valore, mentre al maschile sono attribuite tutte le qualità.

Ma sicurezza, forza, decisione e determinazione, private della loro controparte femminile si trasformano in cinismo, insensibilità, durezza e freddezza.

In questo modo l’eterosessualità è diventata la culla in cui si consuma con prepotenza la discriminazione della diversità, l’emarginazione della debolezza e l’occultamento dei sentimenti.

Ammutolire il femminile dentro di sé è il primo sintomo di una patologia che sfocia in un progressivo e inarrestabile ottundimento dell’amore.

Sprovvisto del suo naturale alter ego, l’archetipo del maschile degenera la propria energia, trasformando la protettività in sopraffazione, la volontà in prepotenza e la decisione in brutalità.

La violenza contro le donne mostra l’indifferenza di cui è ammalato il mondo, e segnala una perversione dell’eterosessualità, il sintomo crudele che abilita il maltrattamento e l’uccisione come stili di vita.

Questa patologia diventa evidente nell’accanimento con cui, ancora oggi, si nega alle coppie omosessuali la possibilità avere dei figli e di formare una famiglia.

Ogni differenza in ambito sessuale, infatti, sollecita la ferita maschile, e stimola il tentativo morboso di negare la mancanza del potere generativo utilizzando la prepotenza e la violenza per affermare con forza la propria superiorità.

In questa chiave, soltanto alla coppia eterosessuale è concesso il diritto di avere una progenie perché soltanto l’uomo eterosessuale ha conquistato l’impunità di possedere le donne e i figli.

Sovvertire quest’ordine prestabilito significa scoprire il dispotismo su cui il maschilismo ha costruito la propria prevaricazione e rivelare la verità.

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Nessuno è proprietario della propria discendenza.

Ogni essere nasce libero.

Senza padroni e senza catene.

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Le coppie omosessuali lo acquisiscono inevitabilmente, non potendo biologicamente generare insieme un figlio.

La coppia eterosessuale, invece, deve curare la patologia che sottende il maschilismo, affrontando il bisogno maschile di negare la debolezza, la sensibilità e la diversità e accettando la legge biologica che abilita soltanto il sesso femminile a crescere nel grembo una nuova vita.

Autonoma.

Carla Sale Musio

leggi anche:

OMOFOBIA: la paura di scoprirsi diversi

MALTRATTARE LE DONNE

LE RADICI DELLA VIOLENZA

DONNE CHE AMANO LE DONNE/UOMINI CHE AMANO GLI UOMINI

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Feb 20 2014

QUANDO I GENITORI LA PENSANO DIVERSAMENTE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Alessandra vuole che Matteo faccia i compiti dopo pranzo, prima di andare a giocare, ma Roberto, suo marito, sostiene che dopo la scuola è necessario lasciar riposare il cervello divertendosi e facendo un po’ di attività fisica.

Alessandra e Roberto hanno discusso a lungo su questo argomento, senza riuscire a trovare una soluzione soddisfacente per entrambi e così hanno deciso di diversificare le loro scelte educative.

Nei giorni pari deciderà Alessandra e Matteo farà i compiti prima di dedicarsi a qualsiasi altra attività pomeridiana.

Nei giorni dispari, invece, sarà Roberto a stabilire le regole, perciò i compiti si faranno dopo la palestra o dopo aver giocato con gli amici.

La loro vita familiare segue questo schema ormai da tempo e Matteo ha imparato a organizzarsi secondo i principi dell’uno e dell’altra e a trarre vantaggio dalla diversità dei genitori (anche approfittando delle loro impostazioni differenti per gestire al meglio la sua vita).

*  *  *

Marcello non è particolarmente credente ma ritiene giusto che i suoi figli, Elena e Simone, frequentino le lezioni di catechismo dove, secondo lui, potranno formarsi un giudizio religioso e spirituale più approfondito che in famiglia.

Sua moglie Marta, invece, è atea e non è d’accordo con questa scelta.

Marta pensa che il catechismo dia un’impostazione esclusivamente cattolica alla spiritualità spontanea nei bambini, privandoli della possibilità di seguire strade diverse e di formarsi da soli un proprio credo etico e morale.

Le discussioni su quest’argomento li hanno impegnati in lunghi ed estenuanti conflitti ma, nonostante i tentativi di raggiungere un intesa, Marcello e Marta finiscono sempre per ritrovarsi imbronciati e arroccati sulle proprie posizioni.

Dopo aver tentato inutilmente di trovare un punto d’incontro, per evitare gli scontri e non rovinare ulteriormente l’armonia familiare, Marta ha deciso di lasciar perdere la questione religiosa, permettendo a Marcello di iscrivere i bambini al catechismo.

Le lezioni, però, si tengono di sabato mattina e, siccome Marcello in quelle ore è impegnato con il suo lavoro, è sempre lei che li accompagna e li riprende, trovandosi spesso in difficoltà nel sostenere, davanti ai suoi figli, alle maestre e agli altri genitori, una scelta che dentro di sé non condivide.

Così si morsica la lingua e stringe i pugni per non tradire l’accordo familiare, cercando di non manifestare la sua posizione mentre si costringe al silenzio in nome della buona intesa educativa tra lei e Marcello.

*  *  * 

Solitamente si pensa che i genitori debbano avere la stessa impostazione pedagogica nell’educazione dei figli e che, quando questo non si verifica spontaneamente, entrambi debbano sforzarsi di raggiungere un’uniformità, se non di vedute almeno di regole, perché soltanto una perfetta corrispondenza tra di loro consentirà di trasmettere ai figli un’educazione efficace e priva di conflitti.

Purtroppo, però, questo principio si dimostra spesso impraticabile, diventando la fonte d’interminabili discussioni e litigi tra marito e moglie.

I genitori sono persone diverse tra loro, con percorsi di vita diversi, fantasie diverse, scelte diverse, gusti diversi e, inevitabilmente, opinioni diverse in merito all’educazione e alle decisioni da prendere.

Certo entrambi vogliono di comune accordo il bene della loro prole (o almeno così dovrebbe essere), ma le strategie individuate da ognuno per raggiungere quest’obiettivo possono essere molto varie e difficilmente convergono su decisioni univoche e condivise.

Succede perciò che papà e mamma abbiano opinioni differenti riguardo alle tante scelte, piccole o grandi, che costellano la vita della famiglia.

Sforzarsi di deformare il proprio punto di vista per raggiungere un’uniformità di vedute da sbandierare davanti ai figli, esibendo una coppia formato monoblocco, sempre d’accordo e priva di screzi, è un’utopia che scivola facilmente nelle incomprensioni e nelle liti, e che costringe entrambi i partner a omologarsi a un modello comune, rinunciando alla ricchezza e agli stimoli della reciproca unicità.

Personalmente ritengo che censurare se stessi per conformarsi al partner in nome dell’educazione da impartire ai bambini, sia un grave errore psicologico che limita le possibilità creative ed espressive della famiglia mettendo in scena una finzione priva di empatia e di considerazione sia per i genitori e sia per i figli.

La varietà e la poliedricità sono caratteristiche preziose che, se gestite con rispetto e con amore, costituiscono un’inestimabile opportunità di crescita per tutti i membri della famiglia.

Il dialogo e la possibilità di avere punti di vista differenti, sono aspetti imprescindibili di una relazione e non generano necessariamente confusione e insicurezza nei figli ma, al contrario, costituiscono invece una ricchezza che incrementa le capacità dei bambini piuttosto che limitarle.

Ciò che destabilizza i piccoli non sono le diverse impostazioni educative, ma il disaccordo che si crea tra i genitori, soprattutto quando cercano forzatamente di imporre l’un l’altro il proprio punto di vista.

I litigi, le incomprensioni, i malumori, le ritorsioni… sono sempre un danno per i bambini!

Scelte diverse, agite nell’armonia e nel rispetto di tutti, permettono ai figli di sperimentare modi nuovi di fare le cose e favoriscono il formarsi di un pensiero proprio.

Nell’esempio riportato sopra, Alessandra e Roberto possono mostrare a Matteo le differenze nel loro pensiero educativo, senza per questo perdere di credibilità e senza generare in lui confusione, sospetto, diffidenza o instabilità.

I loro punti di vista sono chiari, espliciti e agiti nel rispetto delle reciproche posizioni educative e dei bisogni del bambino.

Questa trasparenza permetterà anche a Matteo di sviluppare un suo personale punto di vista e di poterlo esprimere, senza paure e senza censure, nel clima di accoglienza e attenzione che ha appreso in famiglia.

Marcello e Marta, invece, vogliono a tutti i costi apparire concordi, celando al mondo le proprie differenti vedute e costringendosi a uniformare scelte e pensieri, senza riguardo per le posizioni individuali.

Questa sintonia solo apparente si regge sulla finzione e sulla rinuncia all’unicità di ciascuno, e occulta le differenze privando i bambini della possibilità di imparare il rispetto e l’accoglienza del pensiero individuale.

Nel tentativo di far valere il proprio punto di vista, Marta e Marcello litigano spesso, perdendo l’occasione di conoscersi e di accogliersi (senza volersi cambiare ma anzi integrando la poliedricità delle loro scelte e restituendo il giusto valore alla diversità) e privano i bambini dell’opportunità di sperimentare modi diversi nell’affrontare i problemi, negando loro la sincerità indispensabile all’amore e al vivere insieme.

Mostrare ai propri figli la differenza di vedute che caratterizza il rapporto tra i genitori significa permettere un dialogo franco e sincero ed è il presupposto della lealtà, del rispetto e del volersi bene.

Carla Sale Musio

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Feb 14 2014

ANIMALI E BAMBINI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Animali e bambini sono creature semplici, innocenti e fiduciose.

Privi di malizia e di finzioni, hanno un contatto istantaneo con i sentimenti che esprimono in maniera chiara e diretta, senza filtri e senza ipocrisia.

Animali e bambini non nascondono le emozioni.

Soffrono, gioiscono, si entusiasmano, si appassionano, ridono, piangono, hanno paura… sono spontanei, immediati e sinceri.

Animali e bambini non sanno fingere, non imbrogliano e non mentono. Se non per gioco.

Animali e bambini si riconoscono e si capiscono.

Parlano lo stesso linguaggio fatto di emozioni e di sensazioni.

Animali e bambini subiscono l’autorità dei grandi e si adattano ai loro umori per paura di essere maltrattati.

Animali e bambini sono deboli e indifesi davanti alla violenza, alla prepotenza, alla derisione, all’umiliazione e al sopruso.

Vittime di un mondo costruito sulla negazione della sensibilità, della diversità e della fragilità, per sopravvivere devono censurare la propria realtà e adattarsi a essere quello che non sono.

Animali e bambini non hanno diritti, devono rispettare ma non sono rispettati.

Sono costretti a imparare l’educazione, cioè a non dar fastidio, a comportarsi bene, a stare fermi, a non curiosare, a non fare rumore, a non disturbare.

Animali e bambini sono oggetti di proprietà.

Appartengono a un padrone o a un genitore che può fare di loro ciò che vuole perché, grazie alla razza o all’età, ha acquisito il diritto di educarli, comandarli, sgridarli, punirli, umiliarli, maltrattarli… per il loro bene (o, semplicemente, per il suo).

Animali e bambini non hanno tribunali né rappresentanti che non siano quei grandi ai quali sono stati affidati e che possono disporre di loro a piacimento.

Animali e bambini sono scherniti e ridicolizzati, considerati poco intelligenti, inferiori, subordinati e privi di diritti.

Da tutti quelli che hanno ucciso dentro di sé l’istinto e l’infanzia, fino ad annientarne del tutto la memoria.

Animali e bambini subiscono ogni giorno l’omissione della loro verità e del valore della loro vita.

Diventando schiavi dell’uomo (gli animali) e annichilendo se stessi fino a trasformarsi in adulti perfetti, privi di umanità e di sensibilità (i bambini).

Animali e bambini hanno bisogno di persone capaci di riconoscere il dolore e di comprendere il valore della diversità.

Animali e bambini ci ricordano la nostra istintualità e ci mostrano il cucciolo che siamo stati, insegnandoci l’importanza della lealtà, dell’innocenza, della semplicità e dell’autenticità.

Animali e bambini aspettano in silenzio che il mondo li capisca, finalmente!

E si ricordi che la vita è la scoperta della sensibilità, l’accettazione della debolezza, l’espressione dell’empatia e la condivisione dell’amore.

In tutte le sue infinite possibilità.

Animali e bambini sanno d’istinto quello che i grandi non ricordano più.

Piangono soli un dolore che non ha parole e troppe volte uccidono la dignità in se stessi. Per amore.

Carla Sale Musio

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Feb 08 2014

CIBI METADONE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La dipendenza dal cibo è una delle tossicodipendenze più insidiose e più difficili da vincere.

Il nostro bisogno di mangiare, infatti, è solo apparentemente giustificato dalla necessità di tenerci in vita.

E’ risaputo che nei paesi occidentali si muore soprattutto di obesità, eppure l’idea che saltare anche un solo pasto possa portarci rapidamente all’inedia, giustifica e abilita la compulsione a ingurgitare sempre maggiori quantità di alimenti, senza doversi chiedere quanto sia necessario e salutare tutto questo. 

Più che indicare il bisogno di nutrimento, quella che comunemente chiamiamo fame è il segnale di una crisi di astinenza in atto, e i suoi cosiddetti morsi sono di solito spasmi nervosi, cioè spie grazie alle quali l’organismo segnala la mancanza delle sostanze tossiche da cui è dipendente.

Proprio come ogni altra droga, quando si tenta la via della disintossicazione, la tossicodipendenza alimentare genera un corollario di sintomi fisici, mentali ed emotivi, talmente ampio da far naufragare ogni determinazione.

Basta soltanto parlare di limitare le quantità di cibo per sentire immediatamente il desiderio di mettere qualcosa in bocca.

Sembra che anche solo pensare alla dieta possa creare nel corpo uno stato di allarme e di ansia!

Tendiamo perciò a evitare accuratamente l’argomento, riducendolo a una lista di buoni propositi sempre posposti nel tempo.

La pubblicità e i mass media ci bombardano ogni giorno di sollecitazioni nuove per stuzzicare l’appetito e incrementare i guadagni delle industrie alimentari, mentre contemporaneamente incentivano una moda anoressica fatta di ragazze diafane, emaciate e filiformi, a cui diventa impossibile conformarsi senza praticare il digiuno.

Nasce così un conflitto tra i peccati di gola e il bisogno di emulare l’immagine delle modelle esili e patinate, proposte dagli stilisti.

Un conflitto che spinge inevitabilmente a riempirsi ulteriormente di cibo (nel tentativo di dimenticare, almeno per un poco, il disagio della propria diversa conformazione fisica, annegando l’inadeguatezza nel piacere della buona tavola e della compagnia) e che finisce per ingigantire la dipendenza alimentare, in un circolo vizioso senza fine.

“Se mangio ingrasso.

Se ingrasso mi vedo brutta/o.

Più mi vedo brutta/o più sento il bisogno di drogarmi col cibo per sfuggire alla sgradevole sensazione di non andare bene con i miei chili di troppo.

Ma più mangio, più ingrasso.

Più ingrasso più mi vedo brutta/o.”

Eccetera…

Allora provo a mettermi a dieta.

E qui si scatena la peggiore delle frustrazioni perché, dopo aver cercato di limitare il cibo soffrendo terribili crisi di astinenza, e magari aver raggiunto l’agognato peso forma, l’organismo, esasperato dall’astensione forzata che gli è stata imposta, si impegna subito ad accumulare ancora più grasso di prima (per tutelarsi da eventuali carenze future) col risultato di rendere sempre più difficile il dimagrimento, sempre più grande l’insoddisfazione e sempre più vorace la fame nervosa.

Dopo qualche tentativo, la sola parola dieta finisce per scatenare una voglia di mangiare esagerata e compulsiva.

Perciò, terminate le restrizioni e concluso il periodo necessario a dimagrire, il peso perso con tanta fatica si riacquista in men che non si dica!

Insomma, smettere di drogarsi con l’alimentazione è quasi sempre un’impresa impossibile, irta di difficoltà fisiche, psichiche e sociali!  

L’alimentazione tocca corde segrete e delicate, in ciascuno di noi.

Il cibo, più che essere una necessità è un momento di intenso piacere, un rituale intimo, rilassante e privato che ognuno celebra a modo suo e che difficilmente si riesce a cambiare senza tenere conto della dipendenza, fisica e psicologica, che scatena.

Nel mio percorso professionale e nella vita privata, ho lavorato molto sulla necessità di superare le dipendenze alimentari.

Il bisogno compulsivo di mangiare, da soli o in compagnia, mi è sempre apparso un serio problema, diffuso dappertutto, ignorato nella sua gravità ma condiviso e giustificato da innumerevoli occasioni sociali, proprio per evitare di prendere atto della sua reale portata e della sua drammaticità.

I pochi coraggiosi che, nonostante tutto, cercano di cambiare il proprio stile alimentare, modificando le abitudini a vantaggio di menù più ecologici e salutari, incontrano spesso l’ironia del mondo e sono costretti a fare i conti con la sensazione di stupidità, di inutilità e di emarginazione che di solito accompagna la diversità.

Socialmente, esiste una sorta di nonnismo alimentare che porta a deridere, insultare, maltrattare ed emarginare, quanti non si conformano alle scelte nutrizionali più diffuse.

Sono convinta che il sadismo con cui tante persone ridicolizzano la scelta vegana dipenda dalla profonda consapevolezza della tossicodipendenza determinata dal cibo, e che la rinuncia a sostanze stimolanti, come la carne, il latte o le uova, evidenzi negli onnivori l’incapacità di liberarsene.

Prova ne sia il fatto che davanti alle intolleranze alimentari (oggi tanto diffuse) quasi tutti, invece, si mostrano dispiaciuti e comprensivi, partecipi della disgrazia toccata in sorte a chi non può più abusare di piatti tossici.

Insomma, scegliere di liberarsi dal bisogno compulsivo di mangiare, per seguire una via alimentare più etica, per dimagrire, per evitare alcune patologie fisiche o semplicemente per sentirsi meglio, è un percorso in salita pieno di difficoltà e di ricadute che è necessario imparare a considerare e ad affrontare per ottenere dei risultati soddisfacenti.

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NUOVI MENU’ E METADONE ALIMENTARE

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Uno strumento utile per superare le crisi di astinenza e avanzare di qualche passo lungo la strada della libertà, sono i cibi metadone.

cibi metadone sono alimenti simili, negli effetti o nel gusto, ai cibi da cui si è dipendenti ma meno tossici e perciò meno dannosi.

Si usano nella transizione da uno stile alimentare a un altro e servono per rendere meno traumatico e più piacevole il passaggio.

cibi metadone aiutano ad affrontare le crisi di astinenza durante la disintossicazione e riducono la sofferenza fisica ed emotiva, perché gratificano i bisogni psicologici sottesi dall’atto di mangiare, permettendo di costruire un rituale alimentare nuovo, più adeguato e meno patologico.

cibi metadone, però, sono sempre estremamente soggettivi e possono variare nel tempo.

Ognuno deve scoprire da sé la propria formula creativa ed efficacemente sostituiva, perché l’atto di mangiare soddisfa bisogni intensi e diversissimi, ed è indispensabile individuare il sapore, la consistenza o la forma, in grado di supplire egregiamente un alimento tossico, gratificando il gusto, il senso di sazietà e i ricordi.

Si deve selezionare una propria combinazione personale, un mix di sensazioni fisiche ed emotive che dovranno essere stimolate dagli alimenti nuovi e diventare quel metadone che permette di superare senza troppa sofferenza il passaggio da uno stile alimentare a un altro.

Se adoro la cioccolata, ad esempio, ma per qualche ragione decido di non mangiarla, posso cominciare a sostituirla con qualcosa che le somiglia molto nell’aspetto e nel gusto pur non avendo gli stessi ingredienti. Per qualcuno potrebbe essere la crema di carrube, per qualcun altro un budino al caramello, per un altro ancora la marmellata di castagne… non c’è una ricetta ma un bisogno di ascoltarsi e di sperimentare.

Una scelta strategica e mirata di cibi metadone consente di ridurre moltissimo la fame nervosa e lascia all’organismo il tempo di abituarsi alla disintossicazione, riducendo l’astinenza da una determinata sostanza.

Individuare i propri cibi metadone e costruire un programma efficace di sostituzioni è il primo passo per il raggiungimento della libertà alimentare.

Consente di non delegare ad altri la responsabilità della propria vita e permette di gestire in prima persona il bisogno di nutrimento, non solo alimentare ma emotivo, creativo e spirituale.

 Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più? 

Leggi il libro: 

DROGHE LEGALI

verso una nuova consapevolezza alimentare

anche in formato ebook

Puoi trovarlo su youcanprint.it e in tutti gli store on line: IbsAmazon, Kobo, Apple, Google Play,  Feltrinelli, Mondadori, Barnes&Noble… 

Oppure puoi ordinarlo nelle librerie del territorio italiano, sia di catena come: Feltrinelli, Ibs, Mondadori…, che indipendenti.

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Feb 03 2014

UNA SPA PER ANIMALI

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Cinzia è una donna intraprendente che non si è fermata davanti alle difficoltà e che ha saputo trovare il coraggio per realizzare una professione della sua misura.

Dopo gli studi ha trovato lavoro in una grande azienda ma, nonostante la fortuna di avere un posto sicuro, non ha voluto accontentarsi e ha preferito rinunciare a tante certezze per realizzare un progetto tutto suo.

Così, coltivando un sogno e stringendo i denti, nel 2006 ha inaugurato il Dog In Pet Center, un centro di toelettatura che da subito si è differenziato da qualsiasi altro.

  • Diversa concezione degli spazi

  • Attenzione all’aspetto emotivo degli animali

  • Lavoro a vista

  • Interazione con altri servizi

  • Coinvolgimento dei proprietari

Questi i requisiti che hanno dato vita alla prima SPA per animali in Sardegna, sviluppando un esempio di struttura moderna che oggi funge da modello sia ai numerosi allievi che accedono alla Scuola di Toelettatura del Centro, sia  agli altri  operatori del settore.

 

Rispondendo alle domande dell’intervista di io non sono normale: AMO IL MIO LAVORO, Cinzia ci racconta in prima persona cosa l’ha spinta a realizzare il suo progetto:

Ciao Cinzia, nel 2006 hai creato Dog in Pet Center, una SPA che coniuga rispetto e benessere per i nostri preziosi amici a quattro zampe, da cosa nasce questa idea?

Ricordo ancora benissimo quella mattina…

Facevo da molti anni un lavoro che mi aveva dato tanto ma, ormai, la multinazionale che mi aveva assunta non aveva per me più nessun obiettivo di crescita, anzi.

Vedendola in prospettiva, anche chi aveva avuto ruoli di responsabilità doveva accettare di percepire uno stipendio senza aspettative di altro tipo.

Avvertivo da tempo un senso di disagio perché  veniva a mancare un’esigenza di base che mi aveva sempre accompagnato in qualsiasi cosa facessi, cioè la progettualità, il miglioramento.

Quella mattina, nel mio bellissimo ufficio, misi da parte le pratiche e passai la giornata a riflettere.

Sentivo fortemente la preziosità del mio tempo e capivo che non volevo più investirlo in attività senza futuro.

Avevo bisogno di lavorare, ma credendoci.

Cercai di cogliere tra i miei (tanti!) interessi quello più concreto, quello che poteva dare a me e ad altri una possibilità lavorativa…

La passione profonda per i cani  mi portò a pensare a un servizio finalizzato al loro benessere ma allo stesso tempo utile anche ai loro proprietari, da svolgere con  entusiasmo e serenità.

Mi sono sentita così viva in quel momento, così integrata in una dimensione autentica e realizzabile, che buttai giù un progetto… il prototipo del Dog In.

E dopo stavo da dio.

Cosa ti spinge a fare quello che fai?

Quella sensazione di appagamento ed entusiasmo non mi ha più abbandonato da allora, e sono passati tanti anni.

Il piacere di fare bene questo delicatissimo lavoro, di trovare tecniche innovative che ci permettano di farlo sempre meglio, di condividere con i proprietari degli animali delle soluzioni che tutelino i loro “figli” pelosi, insomma la soddisfazione di fare qualcosa di bello e utile  dà un senso al lavoro.

E poi, e soprattutto, gli occhi sorridenti di un cane ti aprono il cuore e fanno sparire la stanchezza di tutta una giornata !

Come hanno reagito le persone che avevi attorno?

Il progetto era obbiettivamente innovativo, perciò si discostava dal modo nel quale all’epoca erano stati proposti questo tipo di servizi.

Come tutte le cose nuove quindi presentava margini di rischio e perplessità che commercialisti e altri esperti mi prospettavano con chiarezza.

Non per presunzione, ma solo perché credevo troppo in alcune cose, non ho cercato l’approvazione “tecnica” ma solo quella emotiva…

Ho avuto la fortuna di avere una famiglia assolutamente complice, e di questo ancora li ringrazio.

L’appoggio delle persone alle quali tieni è particolarmente importante in una fase delicatissima nella quale hai mille certezze ma anche tante paure. 

Quali sono state le tappe importanti che hai dovuto percorrere?

Rinunciare alla stabilità economica è stata una tappa importante: per la realizzazione del progetto ho dato fondo a tutti i miei risparmi.

Altra tappa lunga, importante e impegnativa è stata la formazione.

A volte mi era capitato di intravedere la toelettatura di un cane, e quello che avevo visto non mi era piaciuto.

Modi bruschi, coercizione, nervosismo… dove invece avrei voluto sentire gentilezza e fiducia.

Con questo presupposto di base ho affrontato i corsi professionali tecnici supportandoli con studi sulla psicologia comportamentale canina, unitamente al tirocinio nei canili e stage nella penisola.

Volevo prepararmi al meglio perché questo non è un lavoro semplice, per lavorare con i cani devi saperli gestire e in toelettatura usi attrezzi da taglio, forbici, tosatrici… c’è il rischio di fare e farsi male.

Sono passati così molti mesi.

Anche la fase di realizzazione della struttura è stata per me molto seria, perché me ne sono occupata in prima persona confrontandomi con aspetti tecnici e burocratici mai sentiti prima.

Ma la tappa più tosta forse è arrivata dopo… avviare un’attività non è uno scherzo, specialmente se parti da zero e se hai molti debiti.

Nei primi anni mi ha salvato la capacità di vedere il bicchiere mezzo pieno, il valutare giorno dopo i progressi rispetto al giorno precedente, la politica dei piccoli passi… con tante, tantissime rinunce.

Quali sono le difficoltà che incontri ogni giorno?

Molte persone hanno fretta di fare tante cose, tra le quali rientra anche la toelettatura del quattrozampe di famiglia …

Tutti i giorni facciamo un po’ di fatica nel conciliare i tempi e le esigenze dei proprietari con quelli necessari per fare un buon trattamento ai nostri amici pelosi… ma di solito si arriva insieme a un compromesso, specialmente dopo aver spiegato loro il perché di determinati interventi.

Hai mai pensato di mollare tutto?

No. Nonostante in Italia non sia facile fare impresa in questo momento.

Cosa ti motiva a continuare?

L’amore smisurato per i cani e per questo lavoro.

Quali sono le soddisfazioni che ricevi?

Quando un cane arriva per la prima volta terrorizzato dalla paura e va via tranquillo, è una grande soddisfazione.

Quando un cane che hai trattato ti riconosce per strada fra tante persone e ti chiama per salutarti, è una grande soddisfazione.

Quando le persone ti ringraziano perché i consigli che hai dato hanno migliorato la loro vita e quella del loro cane, è un’immensa soddisfazione.

Qual è il tuo sogno?

Una società che riesca a dar meno importanza al consumismo e tuteli tutto quello che oggi, invece, ad esso viene sacrificato: l’ambiente, gli animali, ma anche il rispetto per le persone, e qualche volta anche quello per sé stessi…

Qual è la tua paura?

Una società basata sull’individualismo.

Che cosa vorresti veder realizzato nei prossimi anni?

Un corso obbligatorio per coloro che intendono prendere un cane: per fare una scelta con coscienza e comprendere meglio le rispettive esigenze.

Moltissime persone hanno un cane e credono di farlo felice, ma non è così .

E poi, tanti parchi organizzati nei quali i cani possano giocare felici ma tutelati.

Secondo te cosa rende una vita degna di essere vissuta?

Le emozioni.

Cinzia Spiga è Educatore cinofilo, fa parte dell’Unità Cinofila della Croce Rossa Italiana ed è componente del Direttivo Nazionale dell’Associazione di Categoria ATOS, con la quale si batte da tempo per il riconoscimento della professione di Toelettatore, per la professionalizzazione degli stessi e per il rispetto dei diritti della Categoria. 

Per seguire Cinzia su FB clicca qui.


leggi anche:

io non sono normale: AMO IL MIO LAVORO

LAVORO… e autostima!      

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