Archive for Maggio, 2014

Mag 27 2014

INCONTRARSI OLTRE LE DIMENSIONI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Esiste un ponte tra le dimensioni che permette di incontrarsi a dispetto del tempo, della distanza e della possibilità di utilizzare i sensi fisici o la tecnologia.

Appartiene a una saggezza che gli esseri umani hanno dimenticato, abbagliati da una scientificità che non considera i sentimenti e che valorizza soltanto le cose che si possono manipolare, riprodurre e misurare. 

Questa sapienza profonda se ne infischia delle scienze e della logica e parla direttamente alla parte invisibile ed emotiva di noi stessi.

Quando due persone si vogliono bene, stabiliscono un collegamento energetico che le unisce come un filo invisibile.

Il legame tra loro diventa un radar interiore e le informa l’una dell’altra, senza bisogno di parole.

Questa comunicazione, eterea e costante, appartiene all’amore e permette una comunione che si fa tanto più chiara e precisa quanto più la relazione è profonda.

Ci sono cose che gli occhi non possono vedere e che la mente non riesce a capire perché si conoscono soltanto con il cuore.

L’amore genera unioni invisibili, e conduce a una condivisione più intima e profonda che qualsiasi altra forma di conoscenza.

L’unione emotiva ci porta a sentire interiormente lo stato d’animo dei nostri cari, permettendo uno scambio dei vissuti profondi. 

Per accedere a questa consapevolezza basta raccogliersi in se stessi e concentrare l’attenzione sulla persona con cui si vuole entrare in contatto, lasciando emergere le sensazioni interiori in un vuoto mentale libero dai pensieri, senza censurarle e senza interpretarle.

Le parole e la logica non servono, le percezioni raccontano con le emozioni e, a volte, con le immagini, la verità della vita emotiva.

Per comprendere il linguaggio del cuore bisogna sospendere il giudizio e permettersi di entrare in una realtà priva delle coordinate in cui ci muoviamo abitualmente.

La reciprocità dell’amore si manifesta in una dimensione della coscienza che non scorre nel tempo, ma esiste in una a-temporalità fatta di sensazioni e stati d’animo, e priva dei riferimenti con cui normalmente interpretiamo le cose.

Purtroppo, l’abitudine a osservare sempre e soltanto la materialità degli avvenimenti, insieme all’uso costante dei parametri spazio temporali e delle nostre innumerevoli protesi tecnologiche, ci ha progressivamente disabituato a riconoscere la voce silenziosa che appartiene alla dimensione affettiva, rendendo difficile individuarne e interpretarne i significati.

Tutti presi a rincorrere il possesso di beni di consumo sempre più sofisticati e inutili, abbiamo lasciato che la concretezza si trasformasse nell’unica realtà che giudichiamo attendibile e abbiamo perso il contatto con la verità interiore e soggettiva che appartiene all’amore.

Così, nel tempo, la conoscenza emotiva si è offuscata, portandoci a delegare alla materialità e alla tecnologia, la gestione di tutti i nostri rapporti.

Ma affidandoci radicalmente alla fisicità, abbiamo ottuso la saggezza del cuore, permettendo che un’esteriorità, fatta di apparenze e, spesso, d’indifferenza, sommergesse la verità.

In questo modo nascondiamo il sapere dell’amore a vantaggio di una conoscenza oggettiva e limitata esclusivamente alle cose concrete.

Quando muore una persona cara, il legame energetico creato dall’amore che abbiamo condiviso nel corso della vita, non si spezza ma, al contrario, s’intensifica potenziando la reciprocità, a dispetto della perdita del corpo fisico.

Mentre l’incontro fisico e il dialogo verbale non sono possibili, l’unione si amplifica e il ponte affettivo, creato durante la vita, permette la comunicazione interiore tra chi ha un corpo e chi non ce l’ha.

Tutti quelli che hanno attraversato il dolore del lutto, sanno che i nostri cari tornano sempre a incontrarci dopo la morte.

Anche se nella cultura materialista c’è molto pudore a parlare di questi incontri, perché ci si vergogna di credere nell’invisibile e nell’amore.

Gli esseri che non possiedono più un corpo, nonostante le nostre paure, lo scetticismo e le difficoltà di comprensione tra le dimensioni, si impegnano a costruire una relazione che, a dispetto della loro immaterialità, oltrepassi i limiti e le barriere della percezione esclusivamente materiale e fisica, permettendoci di vivere una sintonia nuova.

La scienza guarda con commiserazione la soggettività che caratterizza queste esperienze e, non potendole riprodurre nei suoi laboratori, ne deride l’esistenza dichiarandole altezzosamente consolazioni, buone forse per superare il dolore, ma del tutto irreali e frutto di pura fantasia.

L’amore, però, è soggettivo per natura, e poco incline a lasciarsi duplicare in esperimenti scientifici, vive da sempre in una realtà soggettiva che conosce d’istinto la verità e che per questo non può essere analizzata e vivisezionata, ma soltanto sperimentata in quello spazio interiore che caratterizza l’affettività.

Così, per ritrovare le persone che abbiamo amato e che con la morte hanno perso il proprio corpo fisico, dobbiamo correre il rischio di vivere un incontro senza conferme dal mondo esterno.

Affidandoci soltanto all’esperienza interiore e assumendoci la responsabilità di ammetterne la veridicità sulla base della nostra certezza emotiva.

L’amore è un fenomeno soggettivo.

Nessuno può stabilirne dall’esterno la validità.

Soltanto chi lo prova può affermare l’autenticità del proprio vissuto e riconoscerne i sintomi  nelle emozioni che vive.

M

STORIE D’AMORE SENZA CONFINI

M

Dopo i funerali del nonno, Massimiliano si addormenta pieno di tristezza e di ricordi, ma durante la notte un rumore lo sveglia all’improvviso… giusto in tempo per vedere il nonno che entra nella stanza volando a braccia tese e chiamandolo a gran voce:

“Andiamo, andiamo, dormiglione!!! Non perdere tempo! Voglio portarti a fare un giro!”

Così dicendo, il vecchio gli tende la mano e Massimiliano, ancora sotto shock per la sorpresa, allunga la sua lasciandosi trasportare in un volo senza peso fuori dalla finestra. Oltre le case, la piazza, il paese… e le dimensioni!

“Era così reale che sono certo di non essermelo sognato!”

Racconta alla mamma l’indomani mattina.

* * *

Annalisa deve essere operata. La notte, in ospedale, non riesce a prendere sonno e si agita nel letto in preda alla paura e ai cattivi presentimenti.

Le sue compagne di stanza dormono tutte, quando in punta di piedi un infermiere si avvicina e, con dolcezza, la rassicura:

“Stai tranquilla, bambina, andrà tutto bene! Non c’è nulla di cui avere paura, siamo in tanti a proteggerti e ad aiutarti in questo momento difficile e il tuo futuro è pieno di cose belle che ancora devi vivere e condividere con le persone che ami. Dormi serena, presto sorriderai ripensando a questo momento.”

Annalisa si addormenta di colpo, ma l’indomani mattina, durante i preparativi per l’intervento, domanda il nome dell’infermiere che ha saputo tranquillizzarla così bene.

Le infermiere, però, la guardano divertite:

“La paura fa brutti scherzi! Devi aver sognato, Annalisa! In questo reparto non ci sono uomini, né tra il personale né tra i ricoverati!”

* * *

Dopo la morte della mamma, Giada non si dà pace.

“Dove sei mamma? Dove sei finita? Non posso credere che non ci sia più nulla! Aiutami a ritrovarti! Voglio sapere cosa succede dopo la morte…”

Un pensiero guizza veloce nella mente e raggiunge il suo cuore:

“Non posso… se continui a soffrire così, devo andare via… ogni volta che mi avvicino le tue lacrime mi allontanano…”

Giada sente con certezza la presenza della mamma.

Eppure nella stanza non c’è nessuno.

A fatica ricaccia indietro i ricordi e il dolore.

E improvvisamente  il suo abbraccio l’avvolge in una meravigliosa unione.

“Sono con te e anche dappertutto. Hai bisogno di abituarti al mio cambiamento e apprendere a conoscermi per ciò che sono adesso. Se vuoi trovarmi, devi permetterti di dimenticare quello che sai e imparare da capo, come fanno i bambini. I ricordi che ti sorprendono all’improvviso sono come una firma e servono soltanto a indicarti la mia presenza. Se scivoli nella mancanza mi allontani ma, se lasci che il tuo cuore si apra, possiamo incontrarci. La vita non ha inizio né fine, figlia mia. Tutto è sempre cambiamento.”

Carla Sale Musio

leggi anche:

A PROPOSITO DELLA MORTE…

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MORTE E PERCEZIONE CARDIACA

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RITROVARE CHI NON HA PIU’ UN CORPO

COME AVVIENE LA COMUNICAZIONE CON CHI NON HA PIU’ UN CORPO?

SOGNARE CHI NON C’E’ PIU’

NESSUNO MUORE PER CASO

L’AMORE E’ ENERGIA

CIO’ CHE E’ REALE SUPERA I CINQUE SENSI

RELAZIONI INVISIBILI

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Mag 21 2014

INTELLIGENZA CREATIVA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Dentro ciascuno di noi esiste un’intelligenza creativa caratterizzata dalla capacità di spostare il punto di vista fino a scoprire possibilità nuove nelle cose di sempre.

Grazie a questa intelligenza possiamo scegliere se osservare il mondo assecondando il criterio della prevedibilità e delle consuetudini, o rischiare l’imprevedibile avventurandoci lungo sentieri di conoscenza ancora inesplorati.

L’intelligenza creativa è il più grande antidoto all’infelicità perché rivela soluzioni inaspettate anche davanti ai problemi apparentemente irrisolvibili.

Ogni rivoluzione interiore nasce dalla possibilità di ridefinire se stessi e l’ambiente circostante, fino a raggiungere un diverso modo di interpretare la realtà.

Situazioni, cose, fatti e avvenimenti, contengono sempre un ampio numero di opportunità che, per abitudine o per pigrizia, finiamo per leggere in una sola maniera, imprigionando noi stessi dentro uno stereotipo interpretativo che limita la profondità della vita a uno schema prestabilito e convenzionale.

In questo modo atrofizziamo l’intuizione e la creatività, diventando vittime di quella che in gergo psicologico è chiamata fissità funzionale, ossia la monotona riproposizione di un cliché sempre uguale a se stesso.

La fissità funzionale (ma forse sarebbe meglio chiamarla fissità disfunzionale) è l’opposto dell’intelligenza creativa, e indica l’incapacità di scoprire prospettive nuove.

L’invariabilità e la ripetitività sono la conseguenza di una rigidità nel pensiero e nella personalità, e segnalano un blocco nell’evoluzione individuale.

Mentre l’intelligenza creativa permette di trovare soluzioni inaspettate per risolvere i problemi, la fissità funzionale ci inchioda alle difficoltà facendole apparire insormontabili.

L’inflessibilità con cui un solo codice interpretativo s’impone sulle altre possibilità espressive, infatti, porta a riconoscere esclusivamente l’aspetto più evidente delle cose, impedendo all’inventiva di sperimentare strade alternative per raggiungere i propri obiettivi.

Così, mentre la creatività ci conduce spontaneamente verso il cambiamento e l’acquisizione di altre conoscenze, la fissità funzionale ci incatena al conformismo, paralizzando la plasticità indispensabile per esplorare equilibri nuovi.

L’originalità, l’intuizione e l’ingegno, scaturiscono da un pensiero flessibile e incline alla trasformazione, mentre l’ostinazione, il pregiudizio e la monotonia, sono aspetti tipici di una personalità in difficoltà davanti al cambiamento e alle novità, e segnalano un pensiero stereotipato e convenzionale.

L’intelligenza creativa ci porta a modificare spesso il nostro punto di vista permettendoci di osservare le cose da un’altra prospettiva.

In questo modo si libera nella psiche una corrente di positività che stimola l’autostima e la realizzazione personale.

Possedere un’intelligenza creativa è un presupposto indispensabile per una vita libera, ricca di entusiasmo e di significato, e costituisce l’antidoto naturale alla depressione.

La poliedricità che caratterizza questo tipo di intelligenza permette di scoprire soluzioni e possibilità invisibili a un’osservazione intrappolata negli stereotipi.

Soluzioni e possibilità che invece si rivelano improvvisamente quando si accende l’intuizione creativa, illuminando nuovi percorsi di conoscenza. 

* * *

Rebecca sta preparando l’esame di antropologia culturale quando scopre di avere un fibroma all’utero, per il quale dovrà essere operata.

L’ospedale si trova in una città vicina e il medico che la segue l’ha informata che, pur trattandosi di un’operazione semplice, il suo ricovero durerà circa una settimana.

Rebecca non è mai stata ricoverata in ospedale e l’idea di essere lontana da casa, in un ambiente nuovo, circondata da persone sconosciute, priva di forze e piena di dolori, la terrorizza.

Così ha rimandato la data dell’intervento a dopo l’esame e, per esorcizzare la paura, si butta a capofitto nello studio.

Leggendo i rituali di passaggio delle tribù primitive, però, improvvisamente vede la sua vita in una luce diversa.

Non più vittima di un problema sanitario, ma intrepida protagonista di una cerimonia iniziatica che decreterà per lei il passaggio nell’età adulta.

Togliere il fibroma, infatti, ha la funzione di consentirle in futuro di avere dei bambini suoi.

L’ospedale diventa così la giungla irta di pericoli e belve feroci, dove affrontare coraggiosamente le sue paure, soglia simbolica da oltrepassare per diventare grande a tutti gli effetti, conquistando la maturità e il diritto a entrare nel mondo degli adulti e delle madri.

* * *

Dando fondo a tutti i suoi risparmi, Claudia è riuscita ad acquistare un appartamento piccolissimo.

Un soggiornino, una camera da letto, un bagno appena più grande di un metro quadrato e un balconcino dove stendere.

“Devo prendere le misure anche per il sapone liquido perché se compro il formato famiglia non passa dalla porta!” si lamenta, scherzando con le amiche.

“Forse avrei fatto meglio ad aspettare e mettere da parte ancora qualcosa, invece di accontentarmi di una casa così piccola. Purtroppo, con i soldi che avevo, avrei potuto permettermi soltanto un camper…” riflette tra sé.

Ed ecco la folgorazione!!

Certo!

Di colpo la sua non è più una casa angusta, ma una roulotte enorme, dotata di ogni confort!

* * *

Da quando si è separata, Nunzia vive in un monolocale insieme a Francesca, la sua bambina di sei anni.

Francesca vorrebbe avere una stanza tutta per sé, ma trattandosi di un appartamento in affitto non è possibile realizzare opere murarie.

Per accontentarla Nunzia inventa uno spazio nuovo circoscrivendo un angolo, intorno al suo lettino, con tante scatole di cartone dipinte a colori vivaci.

Uno spazio segreto e colorato, dove Francesca potrà nascondersi o giocare insieme alle sue amiche, e dove potrà riporre i vestiti, i giocattoli, i libri di scuola, le scarpe, i peluche… e tutte le cose che fanno parte del suo mondo.

Carla Sale Musio

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Mag 15 2014

SCHIAVISMO ANIMALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Per tante persone è ancora un compito difficile immedesimarsi nella sofferenza degli animali.

Il pensiero comune ritiene che le bestie non abbiano un sistema nervoso in grado di sentire il dolore, non provino emozioni e non si rendano conto di ciò che succede, ma conducano una vita fatta di istinti, impulsività, comportamenti automatici e risposte prive di partecipazione e coscienza.

Pochi sanno che esiste una scienza chiamata etologia, che studia il carattere e i costumi degli animali, il loro modo di relazionarsi, di condividere, di voler bene, di aver paura, di soffrire, di sperare, di entusiasmarsi e di innamorarsi.

E’ un sapere che nasce più di duemila anni fa, con Aristotele, e che si è evoluto nel tempo per arrivare all’attuale etologia relazionale, una metodologia di ricerca che esamina le relazioni tra gli animali e tra l’uomo e gli animali, valorizzando l’unicità di ogni rapporto e di ogni essere.

Superando la visione antropocentrica, che sosteneva l’assoluta centralità dell’essere umano nel creato, la ricerca etologica attuale sostiene l’importanza di una visione biocentrica, capace di mettere la vita stessa al centro dell’esistenza e studia la presenza in ogni creatura, umana o animale, di un’individualità fatta di pensiero, sensazioni e sentimenti.

Ogni individuo, infatti, qualsiasi sia la razza di appartenenza, costruisce un rapporto con il mondo circostante e con le altre creature, dando vita ad uno scambio relazionale, empatico ed emotivo, dal quale ogni partecipante esce arricchito e trasformato.

L’approccio etologico evidenzia il valore della sensibilità, della condivisione e dell’ascolto reciproco, e sposta l’attenzione dalla supremazia di una specie sull’altra alla complessità delle reti di relazioni che intercorrono tra i membri di una stessa specie e tra specie diverse, e che compongono la vita e l’equilibrio biologico del pianeta.

Gli strumenti di questa ricerca non sono più gli asettici laboratori scientifici di un tempo, pieni di strumenti di misurazione e di tortura, ma l’empatia e la capacità di spostare il proprio punto di vista fino a comprendere una visione della realtà in grado di integrare la conoscenza di ogni singola individualità.

Umana o animale.

Senza distinzioni.

Per accostarsi a questo insegnamento di reciprocità e di rispetto per la vita, è indispensabile superare la presunzione di appartenere alla razza eletta da Dio (e perciò autorizzata a sfruttare impunemente tutto ciò che incontra) e recuperare l’umiltà necessaria a riconoscersi parte di un tutto più grande che comprende la nostra specie insieme alle altre forme di vita.

L’etologia relazionale dimostra come tutte le creature siano importanti e indispensabili per mantenere in equilibrio l’ecosistema ma, soprattutto, ci insegna quanto le altre specie animali possano aiutarci ad arricchire la conoscenza del nostro mondo interiore ed emotivo.

Lo scambio tra i saperi appartenenti a razze diverse, infatti, rivela la diversità, censurata nelle profondità di noi stessi, permettendo a ciascuno di scoprire nuovi modi di esprimersi, di vivere e di condividersi nel mondo.

Purtroppo, lo studio dell’etologia non è stato previsto nei programmi scolastici… i telegiornali non ne parlano… e l’industria alimentare ne occulta accuratamente l’esistenza, per non intaccare il business economico che si regge sulla macellazione di tante vite animali e sull’ignoranza dei consumatori in merito alla sofferenza e all’abominio che questo comporta.

Le immagini stampate sulle etichette dei prodotti che acquistiamo abitualmente, nascondono abilmente la verità dello sfruttamento e della tortura e ci mostrano una realtà artefatta in cui mucche, porcellini, oche e altri animali, conducono una vita spensierata e priva di sofferenze, in attesa di trasformarsi gioiosamente nel pasto, nell’abbigliamento o negli strumenti dell’uomo.

Questo bluff privo di scrupoli e di empatia, ha la funzione di mantenere celata agli occhi delle persone sensibili, la verità sui prodotti di origine animale.

Per permettere la realizzazione di enormi interessi economici, ci è stato fatto credere che gli animali non provino emozioni e non sentano dolore.

Viviamo in un mondo malato che afferma impunemente il diritto del più forte a umiliare e prevaricare il più debole e promuove una cultura dell’indifferenza e del cinismo.

Un mondo in cui la servitù delle altre specie è ritenuta con arroganza una necessità e non una barbarie inammissibile.

Tanto tempo fa era normale vendere o comprare esseri umani, come fossero oggetti.

Erano uomini, donne e bambini, chiamati schiavi e considerati privi di diritti e di valore.

Oggi un simile concetto ci fa inorridire.

Nel duemilaquattordici lo schiavismo riguarda le specie animali.

Individui diversi dall’uomo ma non per questo meno meritevoli.

La vita è un diritto inalienabile e la violenza in ci viviamo immersi troppo spesso ci rende ciechi davanti al martirio di tante creature con cui non siamo più capaci di identificarci e che per questo torturiamo, abusiamo e uccidiamo.

Sono poche le persone che riescono a infrangere il muro del cinismo e delle false credenze in merito alla sofferenza delle specie diverse dalla nostra.

L’Etologia Relazionale spiega che gli animali possiedono una loro imprescindibile individualità e una loro cultura, certamente diversa da quella degli uomini, ma altrettanto degna di considerazione e riconoscibile grazie a un uso mirato dell’empatia, dell’ascolto e della sensibilità.

Per costruire un mondo migliore è indispensabile rispettare il valore della diversità e l’unicità di ogni vita.

La libertà si conquista attraverso il superamento della violenza e la scelta di estinguere ogni forma di superiorità.

Dapprima dentro se stessi e poi nel mondo che ci circonda.

Carla Sale Musio

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Mag 09 2014

RELAZIONI INVISIBILI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Esiste un’energia affettiva che unisce le persone che si amano.

Crea legami invisibili ai quali prestiamo poca attenzione.

Studi recenti hanno dimostrato che il cuore possiede un campo energetico, una vibrazione elettromagnetica che si irradia nel mondo permettendoci di percepire gli stati d’animo degli esseri cui siamo legati.

Tutte le relazioni d’amore si rivelano in una dimensione affettiva che oltrepassa i cinque sensi.

La nostra cultura materialista guarda con sufficienza ciò che non si può toccare, quantificare e monetizzare.

Per questo, spesso, deride la sensibilità.

Ma, nonostante l’ignoranza in cui è stata avvolta, l’immaterialità è dappertutto e riconoscerne l’importanza è un passo fondamentale per vivere con pienezza la vita.

Il benessere e la salute mentale, infatti, poggiano sulla capacità immateriale, ma reale, di amare e di sentirsi amati.

La paura della disapprovazione, del rifiuto e della mancanza d’amore, è la causa immateriale di tante patologie psicologiche e spesso anche fisiche.

Non sono rare, infatti, le guarigioni considerate miracolose dalla scienza medica, conseguenti a un ritrovato benessere affettivo, forse poco quantificabile con parametri concreti ma rilevante dal punto di vista psicologico e fisico.

E’ grazie a questi legami invisibili che le mamme percepiscono i bisogni del loro bambino, anche quando non sono fisicamente presenti.

E, soprattutto nei primi mesi di vita, è proprio questo radar interiore lo strumento che permette di accudire i piccoli con sicurezza e nel modo giusto.

Come le mamme, tutti gli animali utilizzano un sapere immateriale e si affidano all’istinto.

Contrariamente a quanto succede di solito tra noi esseri umani, le bestie si permettono di sentire il pericolo, la presenza dell’acqua e del cibo o il richiamo dei loro cuccioli, anche quando questi elementi non sono avvertibili con i cinque sensi.

Gli animali non ignorano l’immaterialità che appartiene alla vita.

Per tutte le specie viventi, infatti, la dimensione incorporea e affettiva è un dato importante per destreggiarsi nel mondo.

Solo nella specie umana (ottusa dalla tecnologia, dall’iperalimentazione, dalla televisione, dalle malattie e dalle medicine…) il richiamo impercettibile dei legami interiori è ancora un fenomeno poco conosciuto e perciò del tutto inascoltato.

Così, ci accade spesso di attribuire impropriamente ai fattori materiali la presenza di questi segnali emotivi e, di conseguenza, di trovarci impigliati in trappole epistemologiche che confondono la mente e allontanano da una corretta interpretazione della realtà.

Ma la realtà è costituita da ciò che percepiamo e viviamo di momento in momento, e perciò soprattutto dalla dimensione emotiva e immateriale.

Quello che ci fa stare bene o male, il modo immateriale in cui leggiamo gli avvenimenti, ha un’importanza fondamentale nell’interpretazione di quanto ci accade.

Le verità che ognuno di noi sperimenta, raramente appartengono a una realtà oggettiva, quantificabile e misurabile, più spesso compongono una realtà emotiva, interiore e soggettiva.

Riconoscere i legami invisibili che uniscono le cose e le persone significa, quindi, dare spazio al mondo interno e rivelarne l’importanza e la pregnanza nella nostra vita.

L’amore non è materiale.

E’ vero.

* * *

Durante una vacanza, Matteo e Francesco hanno vissuto insieme una storia  d’amore, breve ma intensa.

I due uomini vivono in città diverse e oggi non si frequentano più.

Ognuno ha costruito nuove relazioni, ma tra loro è rimasta un’amicizia tenera, fatta di qualche telefonata e di un sms ogni tanto.

Basta, però, che uno dei due sia in difficoltà perché il legame che li ha uniti si riattivi immediatamente!

E sono proprio quelli i momenti in cui sentono il bisogno di chiamarsi e di scriversi.

Una sorta di antenna telepatica li avverte delle contrarietà e della sofferenza e insieme si sostengono e s’incoraggiano, nonostante i chilometri che li separano fisicamente.

* * *

Tiziana ha cinque anni e sta giocando a casa dei nonni quando per sbaglio si ferisce un piedino facendo cadere un bicchiere di vetro.

Spaventati, i nonni portano la bambina al pronto soccorso e si precipitano dal medico di turno che… combinazione… in quello stesso momento, sta visitando proprio la mamma di Tiziana!

Scoprono allora che, nell’istante in cui Tiziana si è fatta male, la mamma, che era al lavoro, si è ferita anche lei riordinando dei ferri.

* * *

Elena è stata assunta da poco in un centro di neuropsichiatria infantile.

Il suo nuovo ufficio è arredato con dei grandi mobili, massicci e pesanti.

La giovane dottoressa vorrebbe un ambiente meno severo per accogliere i suoi piccoli pazienti, ma è troppo timida per chiedere ai colleghi di aiutarla a modificare l’arredamento.

Così, approfittando del fatto che non c’è nessuno, una domenica va in ufficio… con la mamma!

Appena arrivata, l’anziana signora si guarda intorno con circospezione.

Poi va a sedersi al centro della stanza, domandando alla figlia di rimanere in silenzio.

“Cosa devi fare mamma?” Elena è in apprensione.

“Niente di pericoloso!” la mamma sorride “Chiamo i miei amici, così facciamo meno fatica!” poi chiude gli occhi e resta immobile per qualche minuto.

Subito dopo, le due donne si mettono all’opera e nel giro di un’ora hanno cambiato la disposizione dei mobili, montato una tenda colorata e sistemato una cesta piena di giocattoli, creando nella stanza un’atmosfera più allegra e meno solenne di prima.

L’indomani, i colleghi si complimentano con Elena.

“Sei venuta di nascosto con il tuo staff di inservienti? O sei l’Incredibile Hulk e non ce lo avevi mai detto?” domandano scherzosamente.

Elena sorride.

“Sono venuta con i miei parenti!” risponde evasiva cercando di non dare troppe spiegazioni.

Qualche anno dopo, durante un trasferimento, i tre giovani dell’impresa traslochi, muscolosi e abituati a trasportare oggetti pesanti, faticheranno non poco per spostare quegli stessi arredi da una stanza all’altra. 

* * *

Da quando è morto Franco, suo marito, Alessandra non si dà pace.

Oltre al dolore lacerante per quella perdita improvvisa, deve sbrigare un’infinità di pratiche burocratiche e non sa dove mettere le mani.

Da giorni è alla ricerca di un documento che non riesce a trovare.

Ha frugato ovunque, aperto tutti i cassetti, rovistato in tutte le cartelle, sfogliato pile di moduli incomprensibili… niente! Ogni suo sforzo sembra inutile.

Come tante altre notti, si addormenta tra le lacrime.

Nel sogno suo marito la consola.

“Guarda nella mia giacca!” raccomanda sorridente.

Alessandra si sveglia di colpo e, ancora in trance, apre l’armadio.

Nella tasca della giacca di Franco, ritrova incredula il documento che stava cercando.

 Carla Sale Musio

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Mag 03 2014

SOLITUDINE, SENSIBILITA’… E SALUTE MENTALE!!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Il bisogno di stare da soli è visto spesso come il sintomo di una patologia sociale.

Nell’immaginario collettivo la solitudine segnalerebbe la difficoltà a condividersi con gli altri e perciò una problematica, più o meno grave, nella socializzazione.

Ma nella realtà psichica, la capacità di stare in compagnia di se stessi è il risultato dell’ascolto del proprio mondo interiore, e si raggiunge con l’esperienza e con la saggezza.

I bambini, infatti, hanno costantemente bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro aiutandoli ad affrontare le difficoltà della vita e, solo col tempo, imparano a darsi autonomamente ciò di cui hanno bisogno, senza ricorrere al sostegno degli adulti.

Ma, oltre ad essere una conquista dell’età adulta, la capacità di stare da soli è un presupposto indispensabile dell’equilibrio emotivo e della salute mentale.

L’empatia, l’altruismo e la generosità, infatti, spingono a prendersi cura dei bisogni degli altri come se si trattasse dei propri, causando spesso una sorta di sordità nei confronti del proprio sé.

In questo modo, tante persone empatiche, altruiste e generose, finiscono per essere assorbite dalle necessità di chi hanno intorno, dimenticandosi di dare anche a se stesse la medesima attenzione partecipe e attenta.

Passare del tempo in solitudine, perciò, diventa una medicina capace di ristabilire il contatto con la propria verità e con i propri bisogni, l’antidoto alla fuga dal proprio mondo interno.

Il desiderio di stare in compagnia, infatti, oltre a essere un’espressione naturale e spontanea del voler bene e del condividersi, può diventare un mezzo per evadere (più o meno inconsciamente) dai propri problemi.

Drogandosi con innumerevoli impegni sociali, molte persone sfuggono l’ascolto di sé e attuano una rigida censura nei confronti del proprio mondo interno.

Chi possiede una personalità creativa è naturalmente dotato di un radar emotivo, una sorta di antenna invisibile che coglie costantemente gli stati d’animo di tutti, anche quando la mente non è attenta e magari, apparentemente, è concentrata su altro.

Queste persone vivono immerse nella percezione (inconscia) delle emozioni degli altri e spesso accusano una quantità di sintomi che sono la conseguenza di questo sovraffollamento interiore.

Una grande empatia funziona proprio come un radar che capta i vissuti di quanti abbiamo intorno, intrecciandoli con i vissuti personali e portandoci a confonderli con i nostri.

Quando questo afflusso d’informazioni supera una certa soglia, infatti, diventa difficile distinguere i propri stati d’animo da quelli degli altri e la mescolanza che ne deriva genera spesso un senso di malessere, una sofferenza imprecisata e diffusa, difficile sia da identificare che da risolvere.

Può trattarsi di spossatezza, di irrequietezza o di un senso d’ineluttabile sfiducia nella vita… stati emotivi che evaporano soltanto quando restiamo da soli per un tempo sufficiente a strizzare la spugna, cioè a spurgare dal mondo interno tutto ciò che non ci appartiene e che lo inquina.

La solitudine, infatti, consente di drenare le emozioni estranee ritrovando pian piano il contatto con la propria interiorità.

L’incontro con se stessi e con i propri bisogni ripristina le energie creative e rivitalizza la personalità caricandola di entusiasmo.

Avere una personalità creativa porta a sentire periodicamente la necessità di passare del tempo in solitudine ed è importante organizzare la vita nel rispetto di questa esigenza d’isolamento, senza scambiare per patologia il desiderio, sano e maturo, di stare in compagnia di se stessi.

In tutte le persone naturalmente dotate di empatia, il bisogno di solitudine affianca la socialità ed è un’espressione della salute mentale e della necessità di equilibrare l’ascolto degli altri con l’introspezione e la conoscenza di sé.

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Benedetta non sa perché ma, ogni volta che entra in un centro commerciale, sta male. La testa comincia a ronzare, le gambe le diventano molli e si sente sul punto di svenire.

Di solito però non perde i sensi e, nonostante il malessere, si trascina da un reparto all’altro per portare a termine i suoi acquisti.

Poi si accascia in macchina per almeno mezz’ora, prima di potersi rimettere alla guida per tornare a casa.

Oramai il suo è un appuntamento fisso, le basta entrare in qualche luogo affollato per sentirsi male.

In un primo momento ha pensato che potesse trattarsi di attacchi di panico e ha consultato un neurologo, ma il medico che l’ha visitata non ha trovato niente di rilevante e l’ha congedata consigliandole soltanto di riposarsi un po’.

Gli amici le ripetono che la sua è tutta suggestione e che dovrebbe cercare di distrarsi pensando ad altro, ma lei sostiene, invece, che fare shopping è una distrazione! E che il malessere si ripresenta ogni volta, soprattutto quando non ci sta pensando!

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Silvana, da quando ha trovato lavoro, soffre di una fastidiosa forma d’ansia.

Ha intrapreso diverse terapie, psicologiche e farmacologiche, ma senza risultati efficaci.

E’ stata assunta in un centro di ricerca e trascorre la maggior parte della giornata lavorando fianco a fianco con i colleghi d’ufficio.

Poiché il centro rimane aperto anche il sabato e il suo tempo libero è poco, la sera è diventato il momento dedicato agli amici e perciò raramente cena da sola a casa.

Nella pausa di pranzo, invece, ne approfitta per mangiare qualcosa insieme ai genitori e ai suoi numerosi fratelli e sorelle.

Silvana passa la maggior parte del tempo insieme a tanta gente.

Non sta da sola nemmeno la notte perché, per risparmiare sulle spese, divide la stanza con un’amica.

L’ansia però non la abbandona mai, rendendo difficile la sua vita.

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Fabrizio è un ragazzo simpatico e socievole, e tutti ricercano la sua compagnia.

Per non scontentare nessuno, ma soprattutto perché ama stare con gli altri, Fabrizio si lascia trascinare a vedere ogni genere di film… solo che poi la notte non riesce a dormire!

Davanti a certe immagini, infatti, rimane profondamente colpito e rivive per giorni le emozioni che il cinema gli ha suscitato.

Fabrizio sa che un certo tipo di spettacoli lo impressiona profondamente, proprio come se si trattasse di fatti realmente avvenuti, ma si vergogna di questo suo modo di essere e, giudicandosi inadeguato e infantile, si sforza ogni volta di essere diverso.

Senza riuscirci.

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BenedettaSilvana e Fabrizio hanno una personalità creativa caratterizzata da una grande capacità di cogliere gli stati d’animo, sia quando gli altri sono realmente presenti che quando, invece, sono attori in un film.

L’inconscio, infatti, quando si tratta di emozioni, non fa differenza tra la finzione e la realtà.

Il  malessere di Benedetta, l’ansia di Silvana, l’angoscia di Fabrizio, sono la conseguenza di un mancato riconoscimento delle caratteristiche della loro personalità e di una scarsa considerazione dei propri bisogni interiori.

Passare tanto tempo in mezzo alla gente, o davanti a immagini molto coinvolgenti, infatti, provoca nel mondo interno un sovraffollamento emotivo e, per ritrovare la serenità e l’equilibrio interiore, ognuno di loro ha bisogno di rispettare maggiormente il proprio desiderio di solitudine.

Solo così, infatti, l’inconscio può finalmente liberarsi dei contenuti che non gli appartengono e ripristinare il contatto con la propria verità individuale, indispensabile per ritrovare la serenità, l’entusiasmo, l’equilibrio emotivo e la salute mentale.

Carla Sale Musio

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