Archive for Giugno, 2014

Giu 28 2014

CIBI… O DROGHE?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Comunemente chiamiamo droghe le sostanze che agiscono sul sistema nervoso centrale provocando fenomeni di dipendenza e numerosi effetti tossici, tanto che il loro uso è regolato dalla legge.

Tutte le droghe hanno un’azione psicotropa, cioè alterano l’attività mentale modificando il tono dell’umore e le reazioni individuali, e danno luogo a manifestazioni di assuefazione.

Sono chiamate:

  • psicolettiche: le droghe che deprimono l’attività mentale (barbiturici, oppioidi, etanolo, ecc.),

  • psicoanalettiche: le droghe che eccitano l’attività mentale (anfetamine, cocaina, caffeina, teina, ecc.),

  • psicodislettiche: le droghe che alterano la percezione, lo stato di coscienza o il comportamento (cannabinoidi, allucinogeni, alcolici, ecc.).

E’ importante saper identificare le droghe e riconoscerne gli effetti, per evitarne l’abuso e per non cadere nella pericolosa mistificazione fatta a proposito di tanti cibi di uso comune (zucchero, carne, latticini, farine bianche…), vere e proprie droghe legalizzate, raccomandate e sponsorizzate per avvantaggiare gli interessi delle multinazionali e dell’economia.

La salute mentale e il benessere fisico poggiano sulla possibilità di avere un corpo in perfetta forma e una vita emotiva equilibrata e vitale.

Queste condizioni possono verificarsi soltanto quando il metabolismo non è avvelenato da sostanze tossiche, le percezioni sono vigili e il tono dell’umore segue le sue fluttuazioni naturali, senza subire alterazioni indotte da sostanze o alimenti impropri.

I cambiamenti psicologici e fisici, ottenuti grazie all’uso di droghe o di cibi dannosi per l’organismo, generano una pericolosa assuefazione che nel tempo trascina a consumarne sempre maggiori quantità, per ottenere i medesimi effetti.

Ma il dramma delle droghe e, purtroppo, anche di numerosi alimenti, non è soltanto l’assuefazione quanto la dipendenza fisica e le conseguenti crisi di astinenza che compaiono quando si cerca di limitarne o sospenderne il consumo.

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REGRESSIONE, DERESPONSABILIZZAZIONE E CRISI DI ASTINENZA

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Ottenere un cambiamento psicologico utilizzando determinate sostanze, a qualcuno potrebbe anche sembrare una meta attraente.

Infatti, apparentemente, consente di evitare gli sforzi necessari a superare gli ostacoli della vita, generando rapidamente uno stato di benessere.

Ma l’effetto collaterale di questo benessere è l’abitudine, che si crea nel corpo, a ricevere periodicamente una certa quantità di elementi tossici unita alla regressione e alla deresponsabilizzazione psicologica che ne conseguono.

Assuefazione, dipendenza, regressione, deresponsabilizzazione e crisi di astinenza, sono gli effetti psicologici e fisici delle droghe e di  tanti alimenti.

Come le droghe, infatti, anche molti cibi provocano un benessere effimero e un pericoloso ottundimento delle percezioni.

L’anestesia emotiva e percettiva, indotta da molte sostanze alimentari e dalla digestione, favorisce la regressione a uno stadio infantile di dipendenza, cioè a una fase orale dello sviluppo in cui ogni cosa era posta sotto la tutela degli adulti.

In seguito a questa regressione, elementi esterni e magici, come il destino, la fortuna, la sfigaDio o il medico, diventano l’emblema di un’autorità onnipotente e imperscrutabile, che stabilisce le sorti della vita, proprio come succedeva da bambini con i nostri genitori.

In questo modo il meccanismo della regressione, quando si accompagna all’uso di droghe o di alimenti tossici, permette di spostare al di fuori di sé la responsabilità di ciò che succede alla salute, incrementando lo strutturarsi di una pericolosa indifferenza nei confronti dei veleni introdotti nell’organismo.

Mentre la deresponsabilizzazione porta a delegare all’esterno gli oneri dei danni che droghe e cibi provocano nel corpo, l’assuefazione, invece, fa sì che, in assenza della dose abituale di sostanze, si scatenino una serie di problematiche psicologiche e fisiche chiamate appunto: crisi di astinenza.

La crisi di astinenza è una sindrome dolorosa che presenta sintomi sempre più invalidanti, costringendo chi la subisce a consumare quantitativi crescenti di sostanze tossiche, per porre termine alla sofferenza che la loro mancanza genera nel corpo e nella mente.

Infatti, allo stato di benessere artificiale indotto dalle droghe e da certi alimenti, fa seguito, purtroppo, un insopportabile vissuto di mancanza, che si manifesta in modi sempre più violenti e spiacevoli, quanto maggiore è stato il loro consumo.

Per mettere fine a queste crisi, siamo spinti ad assumere ulteriori quantità di droghe o di cibi nocivi, in un crescendo che provoca una pericolosa situazione di tossicità nel corpo e una compulsiva necessità di aumentare le dosi.

Prende forma in questo modo un circolo vizioso che, nel tempo, conduce inevitabilmente alla malattia e alla morte.

Ma quanto più il consumo delle droghe e degli alimenti tossici è abituale e condiviso, tanto meno si riesce a comprenderne la pericolosità.

Assuefazione, regressione, deresponsabilizzazione e crisi di astinenza, infatti, si sommano all’effetto socializzante della condivisione del “peccato”, generando una complicità che sigilla il consumo delle sostanze nocive all’identità e all’autostima, rendendo difficilissima la disintossicazione.

La socializzazione e la condivisione, infatti, generano forti legami affettivi che, uniti ai meccanismi regressivi e deresponsabilizzanti, fanno sì che i consumatori di droghe, legali o illegali, si sentano scagionati dalla necessità di preoccuparsi della propria salute e autorizzati a infierire su se stessi ingerendo sempre maggiori quantità di sostanze dannose.

Queste ultime, infatti, oltre a provocare un compulsivo bisogno fisico, diventano parte di un rito sociale che sancisce l’appartenenza al gruppo trasformandole in uno strumento di riconoscimento, approvazione e identità.

Regressione, deresponsabilizzazione e crisi di astinenza sono le cause principali della dipendenza che tiene incatenate milioni di persone al consumo di alimenti dannosi e di droghe.

E’ in questo modo, purtroppo, che ha preso forma nel tempo quella tossicodipendenza alimentare che avvelena la nostra società e che provoca così tanta sofferenza nel mondo, distruggendo il pianeta e la salute e provocando la morte di tanti esseri viventi, in nome dei guadagni delle industrie alimentari e delle case farmaceutiche.

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DROGHE ILLEGALI E DROGHE LEGALI

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Sempre più numerosi studi scientifici mettono in luce gli effetti dannosi di tanti alimenti che consumiamo abitualmente ma, nonostante queste informazioni siano documentate e condivise, smettere di utilizzare i cibi deleteri per la salute e seguire un’alimentazione più sana, scatena, come si è visto, pericolose reazioni di dipendenza, regressione e deresponsabilizzazione che rendono quasi impossibile il perseguimento dei buoni propositi.

Nella nostra società esistono droghe illegali, segnalate e demonizzate dalla scienza ufficiale e dai mass media, e droghe legali, sponsorizzate e incentivate, con ogni tipo di pubblicità dagli stessi organi di informazione.

Ci è stato insegnato che mangiare è indispensabile per vivere, eppure sappiamo tutti che attualmente si muore di obesità, cancro, gotta, diabete… e innumerevoli altre malattie conseguenti all’eccessiva alimentazione e alla tossicità dei cibi.

La cultura di massa si guarda bene dal rivelare che molte sostanze alimentari provocano assuefazione, dipendenza e crisi di astinenza, generando le stesse problematiche psicologiche e fisiche delle sostanze psicotrope.

L’imponente bombardamento mediatico e medico, volto a incrementare il consumo di alimenti tossici, a vantaggio delle multinazionali alimentari e farmaceutiche, contribuisce a creare una grande complicità tra i consumatori dei prodotti sponsorizzati, spingendo a condividere i riti tribali del “farsi insieme” (chiamati pranzo, cena, aperitivo, merenda, spuntino, colazione…) come se si trattasse davvero di necessità imprescindibili e non di un bisogno indotto ad arte da chi lucra sulle malattie e sulla vendita dei generi alimentari e dei farmaci.

Il cibo, infatti, proprio come tante altre droghe, aggiunge al suo effetto euforizzante, calmante o stimolante, un importante valore di aggregazione, condivisione, riconoscimento e approvazione di gruppo.

Tanto che oggi è diventato quasi impossibile intraprendere una dieta e seguire un percorso di disintossicazione, senza subire gli attacchi e le critiche di amici e parenti, e affrontare il doloroso stato di emarginazione e isolamento che ne consegue.

Inoltre, per liberarsi dalla dipendenza, è inevitabile sopportare, per un tempo più o meno lungo, le devastanti crisi di astinenza che accompagnano ogni disintossicazione, lasciando il corpo spossato, dolorante, in preda all’ansia o in balia di gravi depressioni.

Questo drammatico quadro fa sì che, spesso, anche le persone più motivate finiscano per abbandonare il progetto di una salute migliore.

E’ in questo modo che si sostiene e si perpetua da sempre una grave intossicazione alimentare, funzionale alla vendita di tanti prodotti nocivi e dei farmaci indispensabili per curare le malattie da essa provocate.

Liberarsi dalla dipendenza dal cibo e ritrovare le chiavi della salute, significa, perciò, rimboccarsi le maniche e cercare da soli le informazioni necessarie a cambiare il proprio modo di alimentarsi, verificando ogni volta sulla  pelle la bontà delle notizie ricevute.  

Per riuscirci è indispensabile reagire all’emarginazione e allo sconforto, che fanno seguito al cambiamento nello stile di vita e alle crisi di astinenza, coltivando in se stessi l’autonomia e la responsabilità che si accompagnano alla libertà di pensiero.

Solo così diventa possibile ristabilire lo stato di benessere e di vitalità che la natura ha donato a tutte le specie animali e che l’umanità, nella sua presunzione di superiorità, ha invece pericolosamente perduto, privando se stessa della salute e della libertà.

Carla Sale Musio

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Giu 22 2014

RICORDI SENZA IMMAGINI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando parliamo di ricordi, generalmente intendiamo quegli eventi della nostra vita passata che ci tornano alla mente ogni tanto, un po’ come se stessimo sfogliando un album di fotografie riposto in fondo all’anima.

Di solito sono immagini e scene che ci hanno colpito per la loro carica emotiva, o che invece sono state così abituali da imprimersi nella mente in maniera indelebile, senza che lo scorrere del tempo potesse cancellarle.

Quando si attivano queste memorie, ne percepiamo i colori, i suoni, gli odori e riviviamo le sensazioni di una volta, come se tutto stesse avvenendo proprio nell’istante presente.

Nell’inconscio, infatti, ogni cosa mantiene intatta la stessa vitalità, fuori dal tempo.

Ma i ricordi non sono sempre costituiti da immagini fotografiche e scene in movimento, a volte possono riguardare soltanto sensazioni, prive di riferimenti e di ambientazione.

Se gli avvenimenti sono accaduti in un periodo in cui la memoria cognitiva non si era ancora formata o quando si tratta di eventi traumatici, il corpo mantiene delle memorie sensoriali, fatte di stati d’animo e di emozioni fisiche, senza rappresentazioni visive.

Tanto più i ricordi sono lontani nel tempo, tanto più sono vuoti di riferimenti scenografici e, per questo, diventa difficile collocarli nella cronologia della nostra vita.

Spesso, questi flashback fatti soltanto di sensazioni ed emozioni, non vengono nemmeno riconosciuti come ricordi perché avulsi dalla comprensione del contesto in cui si sono svolti.

Si tratta di vissuti carichi di sensazioni fisiche ed emotive, che permeano la coscienza senza darci la possibilità di collocarli nel passato, perché, essendo privi di immagini, non ci segnalano gli eventi cui si riferiscono.

L’afflusso di queste memorie, perciò, spinge chi le vive ad attribuirne il significato al momento presente, perché la mancanza di scene visive, chiaramente riconducibili al passato, rende difficile identificarle come ricordi.

Così, di solito, le interpretiamo come se fossero stati d’animo attuali e questo crea dei pericolosi fraintendimenti.

E’ molto diverso, infatti, ricordare un’emozione passata sapendo che appartiene alla nostra storia o vivere un sentimento con la convinzione che, invece, sia la conseguenza di quanto sta accadendo nel presente.

Quando s’intraprende un percorso di cambiamento (in psicoterapia, lavorando con il bambino che siamo stati, grazie a delle letture particolari, modificando i comportamenti in seguito a una decisione interiore, ecc.) succede spesso che affiorino questi ricordi (della primissima infanzia, di traumi o di vite precedenti) e che, imprevedibilmente, invadano la coscienza facendoci sperimentare di nuovo e con grande intensità, le emozioni di un tempo.

Quest’afflusso di percezioni ha la funzione di liberare le cariche energetiche intrappolate nel corpo, permettendo alla vitalità di riprendere a fluire liberamente e riscattando i vissuti passati dalla censura e dall’anestesia emotiva attuata per non soffrire.

Il riemergere di queste sensazioni remote permette di riconoscere i momenti importanti della nostra storia, consentendoci di superare i traumi e di archiviarli, collocandoli al posto giusto nella sequenza degli avvenimenti.

Ma, se non ci rendiamo conto che si tratta di ricordi e li scambiamo per emozioni del presente, agganciamo quegli stati d’animo agli avvenimenti che stiamo vivendo confondendo le sensazioni di un tempo con i sentimenti di oggi, e perdendo l’opportunità di riconoscerle, di archiviarle e di superare il dolore che esse contengono.

Sovrapponendo le emozioni antiche alla realtà attuale, finiamo per rimproverarci a causa di un’incomprensibile emotività, senza riconoscere il riferimento al passato e il tentativo di superamento e di trasformazione che questi ricordi senza immagini ci offrono.

I fatti del presente, infatti, rievocano le situazioni passate in cui quei sentimenti si sono manifestati, rimandandoci indietro nel tempo per aiutarci a riordinare la nostra storia in funzione del cambiamento che stiamo attraversando.

E’ molto importante rendesi conto che non tutte le emozioni che viviamo in un determinato momento appartengono necessariamente al presente.

A volte queste possono essere la conseguenza di uno sblocco emotivo che, se non viene adeguatamente compreso, perde, purtroppo, la sua funzione riequilibrante ed energetica, privandoci di una preziosa opportunità di rimarginare le ferite del passato. 

* * *

Daniele ha intrapreso un percorso di psicoterapia perché vuole cambiare l’eccessiva disponibilità che lo porta ad accondiscendere alle richieste degli altri anche quando avrebbe bisogno di pensare a se stesso.

Grazie al lavoro svolto, tante cose stanno cambiando in meglio nella sua vita e oggi è riuscito a interrompere quei circoli viziosi in cui il dare troppo generosamente era soprattutto un tentativo disperato di farsi amare… senza riuscire mai a sentirsi veramente importante per nessuno.

Ultimamente, però, in ufficio vive delle paure inspiegabili e basta che il capo servizio alzi un po’ troppo la voce perché Daniele precipiti nell’angoscia, terrorizzato e impotente, come se da un momento all’altro dovesse succedere una catastrofe.

“In quei momenti mi sento un condannato a morte e non riesco a calmarmi in nessun modo!” dichiara abbattuto, durante una seduta.

“Sono così disperato che, per far cessare lo stato d’ansia, accondiscendo a ogni richiesta, anche quando penso che non siano giuste…”

Osservando con più attenzione quelle reazioni ansiose, emergono i ricordi senza immagini che le sottendono.

Nel tempo e con pazienza, un bambino maltrattato (cancellato dalla memoria per non dover rivivere il suo dolore) racconterà all’uomo di oggi il terrore e la solitudine di un’infanzia carica di castighi, umiliazioni e brutalità, in balia di un padre prepotente e violento e di una madre incapace di reagire.

Ascoltando, accogliendo e comprendendo la paura, il dolore e la solitudine di quel bambino, i ricordi potranno finalmente essere archiviati e Daniele riuscirà a vivere il suo presente, libero dalle angosce che appartengono al passato.

* * *

Simonetta ama partire e di sicuro viaggerebbe molto più spesso se ogni volta non dovesse misurarsi con l’ansia di volare.

Vivendo in Sardegna, per lei è inevitabile salire su un aereo per raggiungere i posti in cui ha deciso di recarsi e per questo, tante volte, rinuncia ai suoi progetti… oppure si costringe ad affrontare la paura del volo, ingurgitando tranquillanti e soffrendo di terribili ansie, non solo durante tutto il tragitto ma anche nei giorni che precedono la partenza.

Nel tentativo di superare questo handicap, si è iscritta a un corso di training autogeno e, durante un esercizio di rilassamento profondo, vede se stessa pietrificata, vittima di una famiglia che boccia ogni tentativo di autonomia sommergendola di divieti, minacce e profezie apocalittiche.

Da quel momento, utilizzando le tecniche di respirazione e di visualizzazione creativa, Simonetta si concentra sul superamento dei timori vissuti durante l’infanzia e sulla possibilità di tollerare la diversità dagli altri membri della sua famiglia.

Così, mentre abbandona progressivamente la devozione infantile che ancora la incatena alle rigide norme genitoriali e impara a sopportare il tanto temuto ruolo della pecora nera, l’ansia di volare si scioglie, liberando finalmente quella sua natura avventurosa e nomade che metteva in allarme la mamma e il papà quando era bambina. 

* * *

Filomena organizza eventi musicali e culturali perciò, per lavoro, deve parlare spesso davanti a un sacco di gente. 

Nonostante sia una donna disinvolta, sicura di sé e abituata a entrare subito in relazione con persone di ogni genere, quando si tratta di salire su un palco e usare il microfono, si sente morire e preferirebbe sparire dentro una voragine piuttosto che affrontare i riflettori e l’uditorio.

Ogni volta per lei è un supplizio e, mentre si sforza di portare avanti il suo intervento nel migliore dei modi, la bocca si prosciuga, la gola si blocca e le parole non riescono più a fluire con la naturalezza di sempre.

Anche se sono soltanto pochi minuti, a lei sembrano un’eternità e vive quei momenti in un profondo stato di angoscia, sentendosi sempre più inadeguata e a disagio.

Nelle sedute di psicoterapia ripercorre all’indietro la storia della sua vita ma i ricordi non rivelano avvenimenti traumatici in grado di giustificare una così grande paura del pubblico.

Nei sogni, però, gli eventi rimossi si raccontano in forma simbolica e lentamente Filomena ritrova il filo che la conduce fuori dal labirinto della paura di parlare in pubblico, mostrandole una bambina derisa dai genitori e umiliata dai fratelli maggiori.

Figlia più piccola di una famiglia numerosa, Filomena ha dovuto combattere per ottenere le attenzioni di una mamma e di un papà sempre indaffarati, e distratti dalle richieste dei suoi fratelli più grandi.

Così, quando finalmente riusciva a conquistare il suo momento di gloria e di protagonismo, l’emozione era talmente grande che spesso finiva per impappinarsi, provocando l’ilarità dei genitori e le prese in giro dei fratelli, che poi si burlavano di lei per giornate intere.

Quelle immagini rimosse l’aiutano a capire quanto la paura del palcoscenico riapra ogni volta il terribile ricordo delle esperienze vissute da bambina.

Per liberarsi dall’ansia di parlare davanti a tanta gente, Filomena dovrà calarsi proprio in quel passato e incontrare la bambina di allora, per condividere oggi consapevolmente con lei la paura terribile di non essere vista e di sbagliare.

Riordinando le emozioni e archiviando i ricordi al posto giusto, il presente potrà essere soltanto il frutto della sua professionalità e della sua competenza, e non più l’occasione nascosta per dare voce a una bimba terrorizzata all’idea di non avere il diritto di esistere.

Carla Sale Musio

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Giu 16 2014

PAZIENTI O MAESTRI?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Prendere un appuntamento con lo psicologo è sempre un momento temuto e difficile.

L’orgoglio ci spinge a trovare da soli le soluzioni ai problemi che ci tormentano, mentre l’idea di chiedere aiuto a uno sconosciuto (anche se laureato e specializzato) ci fa sentire incapaci e falliti.

Così tendiamo a rimandare il momento fatidico della telefonata e, quando (dopo innumerevoli tentativi di soluzione andati a vuoto) siamo costretti ad arrenderci e a comporre il numero del terapeuta, l’autostima è a brandelli e un senso d’impotenza permea rovinosamente l’identità.

E’ con questo stato d’animo che tante persone approdano per la prima volta nello studio dello psicologo.

Camminando a testa bassa e sentendosi così inadeguate… da essere costrette a delegare a un altro la gestione della propria vita!

Ma la scelta di mettersi in discussione affrontando un percorso di cambiamento, agli occhi di chi passa le giornate a esplorare l’animo umano, appare  completamente diversa.

Ci vogliono forza e determinazione per abbandonare le proprie difese fronteggiando la paura del giudizio e del rifiuto, e rivelando la propria anima senza censure.

Raccontare con onestà la verità su di sé, evitando di nascondere i punti deboli per sembrare migliori, presuppone una grande capacità di mettersi in gioco.

Affrontare le proprie parti immature e il cambiamento necessario a trasformarle, è un’impresa difficile e coraggiosa, che non tutti sono in grado di portare avanti, lungo quel viaggio dentro se stessi chiamato: psicoterapia.

Questo coraggio e questa capacità hanno un valore inestimabile.

Soprattutto agli occhi di uno psicologo.

Chi fa il nostro mestiere, infatti, DEVE periodicamente sostenere l’esperienza personale della psicoterapia, sperimentando sulla propria pelle, seduto dall’altra parte della scrivania, il disagio e l’incertezza nel rivelarsi davanti a un altro essere umano.

Questo continuo confrontarsi e affrontare le proprie parti deboli e ombrose, insegna ai terapeuti a prendere contatto con le profondità del mondo interiore ed è un presupposto indispensabile per lavorare con la psiche.

Propria e degli altri.

Uno psicologo deve apprendere sul campo a non giudicarsi (e, di conseguenza, a non giudicare) e sperimentare personalmente cosa si prova nel mettere a nudo la propria vulnerabilità.

Senza orpelli e senza veli.

Imparando ad accettare e a trasformare le parti immature di sé, si diventa capaci di accogliere la diversità (dapprima in se stessi e poi negli altri) e si sviluppano le risorse necessarie a valorizzare i talenti e la creatività.

Per questo, ogni paziente che varca la soglia dello studio di psicoterapia, è sempre un guerriero, capace di sfidare i nemici interni e di affrontare il caos e la paura che accompagnano il cambiamento.

L’autenticità di chi si immerge con coraggio nella propria ricerca interiore, insegna al terapeuta che assiste e supporta il processo, l’onestà e il valore di essere se stessi.

Ogni individuo è diverso, unico e speciale.

E ogni paziente offre a chi lo segue un’occasione di apprendere e di migliorarsi.

Uno psicologo nutre sempre una profonda gratitudine per tutti coloro che gli hanno permesso di assistere al proprio percorso di cambiamento.

Ognuno, infatti, ci indica una strada verso l’evoluzione interiore, regalandoci l’opportunità di diventare migliori mentre combattiamo insieme le stesse battaglie.

Chi di mestiere ha scelto di fare lo psicoterapeuta, deve costantemente lavorare su se stesso e coltivare la propria crescita emotiva fino a comprendere che ogni persona è un Maestro, venuto a indicare una via di trasformazione e a illuminare un aspetto diverso della nostra anima.

Carla Sale Musio

leggi anche:

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Giu 10 2014

CREATIVITA’ E RIVOLUZIONE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ho chiamato personalità creativa quella struttura di personalità naturalmente sana, curiosa, avventurosa, appassionata e generosa, che la vita ci ha donato alla nascita.

La personalità creativa è il kit che contiene tutti gli strumenti necessari per dare forma al progetto della nostra esistenza e per realizzare il dono che, nascendo, siamo venuti a condividere nel mondo.

Dalla possibilità di esprimere la personalità creativa, prende forma una società di persone realizzate e felici.

Si tratta, infatti, di una struttura di personalità dotata di empatia, sensibilità, creatività entusiasmo, poliedricità, adattabilità, cooperazione e flessibilità.

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La personalità creativa è la partenza e l’arrivo del gioco della vita.

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Il nostro stile di vita, malato di competizione, sopraffazione e violenza, impedisce l’espressione spontanea della personalità creativa, incentivando in questo modo tante patologie.

Patologie che sono proprio la conseguenza della deformazione o della censura della sensibilità e della creatività.

Manifestare la creatività e la sensibilità, infatti, ai giorni nostri è una conquista, e non più la naturale conseguenza della crescita e dello sviluppo psicologico.

Aprirsi all’ascolto e alla conoscenza di sé è diventato un traguardo.

Una meta che si raggiunge attraversando la paura e la solitudine, e affrontando la propria individualità fino a fare crescere le parti bloccate, immature e dipendenti, della personalità.

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Avere una personalità creativa integrata e sana, è l’unico strumento per trasformare il mondo.

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La libertà nasce dall’ascolto, dalla comprensione e dall’accettazione delle proprie inclinazioni.

E dall’integrazione della diversità in se stessi.

Per ottenere questa apertura è necessaria una pedagogia attenta alla sensibilità e alle esigenze dei bambini.

Una società evoluta, infatti, è la conseguenza di un’educazione capace di aiutare i piccoli a esprimere tutte le proprie potenzialità, senza paura.

Viviamo in una cultura intrisa di arroganza e di cinismo, e per questo incapace di accogliere e rispettare i bisogni dell’infanzia.

La violenza e l’indifferenza che purtroppo caratterizzano la nostra specie umana, si ripercuotono gravemente sull’educazione dei bambini, dando forma a una pedagogia nera basata sulla legge del più forte, sulla sottomissione e sull’obbedienza, piuttosto che sull’ascolto delle emozioni e sulla valorizzazione delle diversità.

Diventa così inevitabile, durante l’infanzia, attraversare difficoltà, sofferenze e traumi che, nello sforzo di contenere il dolore e la paura, portano a nascondere la naturale espressione della personalità sotto una corazza protettiva.

Si tratta, purtroppo, di un tentativo maldestro, perché l’armatura costruita per non soffrire provoca a sua volta sofferenza.

E così, per evitare il dolore, finiamo per procurarcene ancora di più.

Interrompere questo circolo vizioso è la rivoluzione che ognuno di noi ha bisogno di compiere, per realizzare le proprie attitudini e per cambiare il mondo, restituendo finalmente a se stesso e agli altri il diritto di esprimere pienamente la propria unicità.

Purtroppo, nella nostra società, manifestare la creatività, la sensibilità e l’empatia, è diventato un lusso riservato soltanto a pochi coraggiosi esploratori del mondo interiore, e non un modo naturale di essere e di vivere.

Il nostro stile di vita, infatti, sembra fatto apposta per annientare queste qualità.

Poiché viviamo in una cultura malata, siamo costretti a nascondere le caratteristiche naturali della personalità (sensibilità, empatia, cooperazione e creatività) e, per sentirci parte della collettività, finiamo per conformarci a dettami di egoismo, di violenza e di prepotenza.

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Il bisogno di rispecchiamento e la pedagogia nera sono armi di persuasione e di controllo dei comportamenti.

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Il bisogno di rispecchiamento e di approvazione, indispensabile per sentirsi parte di un gruppo, ci spinge a cercare il consenso degli altri.

Mentre una pedagogia nera, centrata esclusivamente sulle necessità degli adulti e del potere, avvantaggia le esigenze dei grandi ignorando la delicata sensibilità dei bambini.

In questo modo l’infanzia, lungi dall’essere il periodo dell’ingenuità e della spensieratezza, si trasforma in una via crucis di sofferenze, incomprensioni e traumi.

Cercando di sfuggire il dolore, i piccoli imparano a nascondere e anestetizzare i propri bisogni, desideri e sogni, occultando la spontaneità dietro una maschera di insensibilità e di durezza.

Fino a trasformarsi in uomini tutti d’un pezzo, pronti ad affrontare le difficoltà della vita senza battere ciglio, e a trasmettere ai loro figli la stessa rigorosa educazione, priva di inutili sentimentalismi.

In questo modo tanti bambini, vittime dei soprusi dei grandi, umiliati, maltrattati e incompresi, diventano adulti a loro volta artefici della stessa violenza subita da piccoli.

Per spezzare questa catena di prepotenza e insensibilità che ha originato il nostro mondo di cinismo, brutalità e indifferenza, bisogna avere il coraggio di ripercorrere all’indietro la strada della crescita, e rivivere il dolore dell’infanzia, incontrando, consolando, curando e adottando, il bambino che siamo stati, con l’adulto che siamo diventati.

Soltanto grazie a una nuova comprensione fra l’adulto e il bambino interiore, potranno prendere forma la pace e la libertà che desideriamo realizzare nel mondo e potrà nascere una cultura finalmente a misura dei bambini, rispettosa della sensibilità, dell’emotività e della creatività di ciascuno.

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La rivoluzione si compie dentro di noi.

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Il cambiamento interiore porta, inevitabilmente, verso un’innovazione esteriore.

La pace, l’armonia, la cooperazione e la libertà derivano dalla capacità di accogliere la propria storia individuale senza censure, accettando ogni aspetto di se stessi con comprensione e senza giudizio.

E permettendo alle parti immature della personalità di svilupparsi, fino a realizzare completamente il potenziale creativo che portano con sé.

Quando gli adulti avranno riscattato la loro infanzia, e riletto la loro storia con occhi nuovi, potremo avere un mondo finalmente libero dalla violenza e dall’emarginazione, e sviluppare una pedagogia capace di aiutare i piccoli a manifestare i propri talenti e la propria creatività, invece che reprimerne le potenzialità trasformandoli in soldatini spaventati e ubbidienti, apparentemente conformi alle regole e segretamente nemici di se stessi.

Cambiare il mondo è la conseguenza di un cambiamento interiore che permette di trasformare il razzismo coltivato contro di sé e contro la propria sensibilità e creatività, in ascolto, accettazione e integrazione.

Dalla tolleranza della debolezza e della diversità, prende forma una società che non discrimina e non emargina, e nasce quel sentimento di autonomia e responsabilità che porta alla cooperazione, al superamento dell’egoismo e alla profonda comprensione dell’unicità di ciascuno.

Il rifiuto, l’allontanamento e la ghettizzazione sono sempre la conseguenza di una non accettazione di se stessi.

Quando il bene degli altri diventa anche il nostro bene, l’empatia può finalmente esprimersi e la creatività può dispiegare tutto il suo potenziale, senza limitazioni.

Solo così la diversità diventa unicità e acquisisce il suo valore di novità e di trasformazione.

Una società evoluta è capace di rispettare ogni cultura.

Ma, soprattutto, ha imparato a non uccidere la sensibilità, l’ingenuità e la mitezza nei bambini e nelle razze animali diverse da quella umana. 

Carla Sale Musio

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RAZZISMO INTERIORE

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Giu 02 2014

AMORE O POSSESSO?

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Tante persone accarezzano il sogno di una relazione sentimentale fatta di ascolto, comprensione, attenzioni, solidarietà e supporto, nella certezza che un’esistenza senza sentimento sia sprecata, anche in mezzo al successo e alla ricchezza.

L’amore è l’espressione di una vita piena e ricca di valore.

Ma quando parliamo d’amore, non sempre ci riferiamo allo stesso concetto.

La parola amore possiede tante accezioni e capita spesso che pronunciandola si intendano cose diverse.

Chiamiamo amore il sentimento coinvolgente, carico di affetto e di empatia che proviamo verso un bambino.

E chiamiamo amore l’impulso passionale che ci spinge a desiderare una persona.

Nel linguaggio comune, l’amore esprime il trasporto e l’eccitazione ma anche la tenerezza.

Indica l’altruismo, la generosità, la comprensione e insieme la possessività, la gelosia o l’erotismo.

Questa molteplicità di significati crea confusione e fa sì che la parola amore denoti cose differenti secondo il contesto e il pensiero di chi la utilizza.

La cultura materialista, purtroppo, ha riempito l’amore di significati utilitaristici, perdendo di vista il sentimento  disinteressato, generoso e libero.

Così oggi, quando sogniamo di vivere l’amore… immaginiamo l’arrivo di qualcuno pronto a riempirci la vita di significato, piuttosto che uno stato d’animo disinteressato, generoso e libero, capace di bastare a se stesso.

Più che un dare, l’amore è diventato un prendere.

Pretendiamo reciprocità e devozione, come se fossero presupposti indispensabili.

Vogliamo essere amati e imponiamo le nostre condizioni, convinti di poterci sentire realizzati, soddisfatti e felici, solo contando su uno scambio che ci garantisca (almeno) la reciprocità.

Ma, quando esigiamo l’amore, armati di pretese, richieste, buoni principi e rivendicazioni, ci riferiamo davvero all’amore o piuttosto parliamo di possesso?

L’amore è un modo di essere, un impulso indomabile che parte dal cuore.

Il possesso invece: reclama, misura, sfrutta, usa, giudica e, infine, impone.

L’amore è l’antitesi del possesso.

Le sue caratteristiche di generosità e libertà, lo rendono un sentimento mal visto di questi tempi.

Nel tentativo di limitarne la portata sovversiva, è stato rivestito di dogmi religiosi e di significati utilitaristici, fino a trasformare la sua energia in una trappola di contratti, regole e doveri.

E’ per questo che oggi confondiamo l’amore col possesso.

Ma amore e possesso sono incompatibili per natura, e sovrapporli genera i drammi che, purtroppo, avvelenano tante storie… d’amore.

L’amore è.

Punto e basta.

Esiste a prescindere dalla volontà.

Cammina danzando con la libertà.

In questa nostra società malata di opportunismo e di avidità, però, tante persone inseguono l’amore per soddisfare il desiderio disperato di riempire un vuoto e dare significato alla propria vita.

Sono uomini e donne spaventati dalla profondità di se stessi, in fuga dalla solitudine e ansiosi di legarsi a qualcuno, nel tentativo di evitare l’ascolto del mondo interiore.

Queste persone scambiano il possesso con l’amore e stabiliscono contratti per incatenare le emozioni e garantirsi la reciprocità.

In questo modo coltivano la dipendenza, intrappolando se stessi e il partner in un’esistenza priva di libertà e di autonomia.

“L’amore è sacrificio…” affermano, convinti di aver trovato la ricetta contro la solitudine.

Ignorano che l’amore è generoso, rivoluzionario, indomabile, libero, capace di bastare a se stesso e di darsi con gioia, senza pretendere nulla in cambio.

Tutto il contrario del sacrificio.

L’amore è un rapimento affettivo.

Un bisogno dell’anima.

Tutto il resto è interesse, scambio, guadagno, conquista, sopraffazione… e delusione!

Volere qualcuno per essere amati o per amare, non ha niente a che fare con l’amore.

E’ piuttosto un egoismo che nasconde l’angoscia della solitudine e trascina dentro gabbie di doveri, regole e dipendenza.

Segnala il bisogno di delegare ad altri le responsabilità e le paure, e l’incapacità di vivere fino in fondo la propria autonomia.

M

STORIA D’AMORE… E STORIE DI POSSESSO

 

Lidia ama Ivan e vuole vivere con lui una storia d’amore.

Insieme giurano l’uno all’altra di amarsi in eterno e vivono momenti magici di tenerezza, coinvolgimento e passione.

Ma, dopo qualche tempo, Ivan sente che il sentimento dolce e pieno di desiderio che lo legava a Lidia si è trasformato in una simpatia, senza il trasporto e l’emozione di un tempo.

Lidia però non sopporta il cambiamento del suo compagno, e tenta con ogni mezzo di ritrovare il pathos dei primi giorni. 

La comprensione tra loro si fa difficile e, per evitare di alimentare in lei aspettative che non riesce più a soddisfare, Ivan decide di chiudere la relazione.

“Mi hai illuso! Sei un egoista e un insensibile! Dovresti vergognarti di te stesso!!! protesta Lidia, arrabbiata, ferita e offesa “Con te ho sprecato il mio amore, i miei sogni e il mio tempo!”

* * *

Anna mi chiede un appuntamento perché sta per sposarsi ma pensa soprattutto al modo di separarsi.

“Come mai si vuole sposare se non va d’accordo con il suo futuro marito?” le domando colpita dalla sua determinazione kamikaze.

“Perché non può farla franca in questo modo!” esclama Anna irritata, stringendo i pugni “Deve almeno passarmi gli alimenti! Io ho rinunciato ai miei anni migliori per stare con lui!!!”

* * *

Maddalena ha appena compiuto cinque anni e, per il suo compleanno, il ragazzo che abita di fronte le ha regalato un uccellino.

E’ un passerotto spaventato e la piccina lo tiene fermo grazie a una cordicella, legata a una zampetta, che gli impedisce di spiccare il volo.

Maddalena lo guarda incantata e, nel tentativo di addomesticarlo, gli porge delle molliche di pane e dell’acqua, che l’animaletto non degna di uno sguardo.

“Non puoi tenere un uccellino così, devi lasciarlo volare! Non vedi che vuole tornare dalla sua mamma?” la nonna la guarda dritto negli occhi.

“Ma io voglio che prima diventi mio amico!” protesta corrucciata la bambina.

“Diventerà tuo amico solo se lo lascerai libero. Gli amici non si tengono legati per una zampa!”

La piccola ha gli occhi lucidi, le piacciono tanto gli animali e quell’uccellino è il regalo più bello che abbia ricevuto!

Per tutto il pomeriggio cerca di non pensare alle parole della nonna ma intanto mille dubbi le frullano nella testa…

“Cosa dirà la mamma dell’uccellino, non vedendolo tornare nel nido quando è buio?”

“ Come farà a diventare grande se non mangia?”

“ Potrà vivere sempre legato?”

Quella notte Maddalena non riesce a dormire… ma la mattina dopo, appena scesa dal letto, libera d’impulso il passerotto fuori dalla finestra.

“Non tornerà più da me, vero, nonna?”

“Verrà a posarsi sull’albero che c’è di fronte a casa e si ricorderà per sempre che tu gli hai voluto bene. Così bene da lasciarlo andare!”

Carla Sale Musio

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