Archive for Luglio, 2014

Lug 28 2014

FIGLI… LIBERTA’ E POSSESSO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

I figli appartengono alla vita.

Non sono proprietà dei genitori.

Diventano grandi grazie a una madre e un padre, che ne rispondono e che li curano, ma non sono un loro possesso.

Sono persone.

E come tali devono sempre essere considerati.

Persino quando sono ancora così piccoli che sembra non comprendano nulla di ciò che accade .

Tutti i cuccioli hanno diritto all’ascolto, al rispetto e alla libertà.

Oltre che all’amore, alla protezione e all’attenzione necessaria per crescere.

Crediamo impropriamente che il nostro compito di genitori consista nell’indirizzare la prole verso le opportunità che ci sembrano più vantaggiose e ci dimentichiamo che i figli vengono al mondo per insegnarci un modo nuovo e diverso di interpretare la vita.

I bambini crescono osservando i comportamenti che mettiamo in atto giorno dopo giorno, e costruiscono le loro scelte imparando dai nostri sbagli e dai nostri valori.

Fino a dare forma a un loro personale modo di essere e di affrontare le difficoltà.

Quando nasce un cucciolo d’uomo, succede sempre che parenti e amici giochino a scoprire le somiglianze:

“E’ identico alla mamma!”

“Ha gli stessi occhi del babbo”

“Arriccia le labbra proprio come la nonna…”

Il bisogno di trovare un pezzetto di ciascuno in quella nuova e minuscola vita, nasconde una profonda verità.

Il neonato, infatti, mescola in sé i tratti somatici e caratteriali di ognuno, in un mix personale e affascinante, che tiene conto delle caratteristiche di entrambi e le modifica con una propria originale unicità.

Ogni figlio ha il compito di portare l’innovazione e il cambiamento nella realtà di chi si prende cura di lui.

Il desiderio di crescere un bambino racchiude un’esperienza avvincente e misteriosa, e regala ai genitori l’occasione per assistere a un modo nuovo di interpretare la vita.

Quando nasce un figlio, abbiamo la possibilità di avvicinarci al mistero dell’esistenza e di osservare una delle sue infinite possibilità ma, con il tempo, quel desiderio colmo di ammirazione e di curiosità, lascia il posto al dovere di accudirlo e proteggerlo dai pericoli, fino a farci dimenticare la missione di accoglienza, ascolto, apertura e indipendenza che caratterizza il mestiere di genitori.

Così quando il nostro cucciolo raggiunge finalmente l’età dell’autonomia e prova a spiccare il volo fuori dal nido, invece di sostenere il suo bisogno di libertà, incoraggiandolo a cimentarsi lungo le strade ancora inesplorate della vita, cerchiamo di indirizzarlo a seguire i percorsi che a noi sembrano giusti ma che, inevitabilmente, tradiscono il cammino innovativo che ogni esistenza è venuta a compiere nel mondo.

Troppo spesso ci dimentichiamo che educare significa aiutare una nuova vita a esprimere le sue scelte.

Come genitori sentiamo il bisogno di accudire i nostri piccoli e, nel tentativo di proteggerli dalle esperienze spiacevoli, spesso finiamo per imporre il nostro modo di pensare, perdendo l’opportunità di imparare la freschezza e la novità dalle loro decisioni.

Un atteggiamento educativo eccessivamente critico e severo inibisce l’espressione della creatività e nega ai figli la possibilità di apprendere dai propri errori.

La volontà e il carattere, infatti, si costruiscono proprio sulla possibilità di sbagliare e di cambiare, fino a conquistare i propri obiettivi seguendo strade diverse e ancora inesplorate.

In questo modo l’autostima e il senso di efficacia personale trovano il nutrimento adeguato e possono dispiegare il loro potere nella personalità e nella vita.

Suggerire il proprio punto di vista fa parte del dialogo che dovrebbe caratterizzare il rapporto tra le generazioni ma, quando l’opinione dei genitori diventa un ostacolo, una minaccia, un ricatto o addirittura una negazione dell’affettività e della stima, i figli si trovano ad affrontare il mondo senza il sostegno emotivo della famiglia e sono costretti a compiere scelte innaturali.

Destreggiarsi tra le proprie aspirazioni e l’amore di papà e mamma, infatti, è un compito forzato e impossibile, che annienta la reciprocità e il dialogo e conduce in un labirinto di paure fino a nascondere la creatività dietro a una maschera, compiacente e patologica.

I genitori dovrebbero sempre coltivare in sé l’umiltà necessaria a imparare dai propri figli. 

Concedere la possibilità di perseguire i propri obiettivi è un atto d’amore e di rispetto imprescindibile e, chi prende su di sé il compito di crescere un’altra vita, non lo dovrebbe mai dimenticare.

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STORIE DI POSSESSO… E DI LIBERTA’!

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Federico passa tutto il suo tempo libero a studiare la fotografia, realizzando immagini che ottengono l’approvazione e la stima non solo degli amici ma anche di tanti professionisti del settore.

All’età di diciotto anni ha già partecipato ad alcune mostre e pubblicato dei lavori su riviste specializzate.

Dopo la maturità, grazie alla sua determinazione e al suo talento, ottiene una vantaggiosa proposta di lavoro e studio all’Istituto Europeo di Design di Milano.

I suoi sogni non potrebbero trovare un coronamento migliore e il giovane fotografo non sta nella pelle dall’entusiasmo ma, purtroppo, quando annuncia alla sua famiglia il desiderio di trasferirsi a Milano per continuare i suoi studi, lo accoglie una doccia gelata.

Suo padre, infatti, non vede di buon occhio il mestiere di fotografo, che considera aleatorio e poco redditizio, e cerca di dissuaderlo tagliando ogni genere di sostegno, sia economico che affettivo.

Nonostante il dispiacere per quell’opposizione, Federico decide comunque di partire, impegnandosi in tutti i modi per sostenersi autonomamente.

Dopo qualche tempo, però, la direzione dell’Istituto Europeo di Design gli fa sapere che la sola partecipazione alle lezioni non è sufficiente e che, per portare avanti gli studi con successo, è indispensabile una dedizione maggiore.

Federico non sa più cosa fare, studia e lavora per pagare le rate della scuola e le spese necessarie alla sopravvivenza, ma il suo impegno non basta!

E così, dopo un anno di sacrifici inutili, è costretto a rinunciare ai suoi progetti.

*  *  *

Carla si è iscritta alla facoltà di Economia e Commercio e nel corso del primo anno scolastico ha superato quattro esami.

Ultimamente, però, non riesce più a concentrarsi sui libri e passa le sue giornate a fantasticare, senza portare avanti lo studio.

Demoralizzata e delusa da quell’apatica negligenza, mi chiede un appuntamento e insieme approfondiamo le ragioni che l’hanno condotta alla scelta universitaria.

“Avrei tanto voluto fare Psicologia” mi confida sospirando “ma ai miei genitori non piaceva e non avrebbero mai acconsentito a pagarmi gli studi! Perciò ho dovuto scegliere tra: Medicina, Giurisprudenza ed Economia e Commercio.

Medicina mi sembrava troppo impegnativa, Giurisprudenza non la sentivo adatta al mio carattere e così ho optato per Economia e Commercio.”

*  *  *

Quando scopre che il marito ha una relazione con sua cognata, Elena chiede la separazione e, con i bambini, si trasferisce a vivere dai suoi genitori.

Dopo un lungo periodo di sofferenza, delusione e silenzio, però, decide di incontrare di nuovo il suo ex marito, nel tentativo di riuscire a comprendere il significato di quel tradimento.

Insieme piangono fiumi di lacrime, rivelandosi amarezze, speranze, dolori e fallimenti, e infine decidono di dare un’altra possibilità al loro rapporto, provando nuovamente a vivere insieme.

Informato della loro riconciliazione, però, il papà di Elena va su tutte le furie e impone alla figlia di chiudere immediatamente ogni relazione con il mostro che: “… ha disonorato la famiglia, infangato il suo onore e calpestato la dignità, tanto da non meritare più nemmeno il disprezzo!!!”

Elena tenta in ogni maniera di spiegargli che l’amore segue strade imprevedibili e che la testa a volte deve cedere le armi davanti ai sentimenti… tutto è inutile!!!

L’anziano signore spranga le porte di casa, rifiutandosi di vedere la figlia, il genero e anche i nipotini.

A nulla servono le preghiere accorate che tutti, compreso i bambini, gli rivolgono, nel tentativo di ammorbidire quella sua rigida presa di posizione.

Elena è costretta a scegliere tra la famiglia e il matrimonio.

E, per vivere insieme all’uomo che ama, dovrà rinunciare per sempre a frequentare suo padre.

*  *  *

Eugenio ha vinto un concorso alla A.S.L. grazie al quale è stato assunto a tempo indeterminato come dirigente sanitario.

Percepisce un ottimo stipendio e gode i tanti vantaggi del posto fisso ma, dopo dieci anni di servizio e dedizione, la gerarchia rigida della struttura pubblica comincia a stargli un po’ troppo stretta e il bisogno di seguire la propria visione della cura e della malattia lo spinge a chiedere le dimissioni per aprire uno studio tutto suo.

Durante un pranzo di famiglia racconta ai genitori la sua decisione di lasciare l’impiego pubblico.

“Sei un pazzo!!!” lo aggredisce suo padre.

“Non farlo, te ne pentirai amaramente!!!” rincara la dose sua madre.

L’uomo tenta inutilmente di spiegare le sue motivazioni… ma i genitori non lo lasciano parlare.

Nonostante abbia passato i quarant’anni, continuano a considerarlo un bambino.

Eugenio si deve rassegnare e, impotente davanti al loro bisogno compulsivo di fare i genitori, è costretto a disertare la casa paterna fino al giorno delle sue dimissioni.

Carla Sale Musio

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Lug 22 2014

CAMBIARE SE STESSI PER CAMBIARE IL MONDO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Non è possibile fare la rivoluzione… se prima non si rivoluziona il proprio modo di essere!

La vita rispecchia il sentire profondo delle persone, modellandosi sulle aspettative e sulle scelte di ognuno.

Si potrebbe obiettare che “la realtà esiste a prescindere dai vissuti interiori e dalle emozioni della gente” ma, a questo proposito, conviene aggiornare le proprie convinzioni, informandosi un po’ di più sulle scoperte della fisica quantistica.

Studiando il comportamento delle particelle, infatti, gli scienziati hanno verificato che il mondo e l’inconscio intessono una stretta relazione tra loro, scambiandosi l’energia creativa e plasmando la realtà fino a forgiare gli eventi che costellano la nostra esistenza.

Quello che pensiamo, proviamo, affermiamo e crediamo, influenza gli avvenimenti molto più di quanto siamo disposti ad ammettere, dando forma al nostro presente e guidandoci nel posto giusto al momento giusto o nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Attiriamo sempre le circostanze in cui ci troviamo a vivere perché, anche senza saperlo, siamo davvero noi gli artefici del nostro destino!

Il mondo esterno riflette la vita interiore in misura molto maggiore di quanto il materialismo ci abbia voluto far credere.

Per questo, nonostante gli sforzi compiuti per modificare le situazioni, spesso finiamo per ritrovarci a vivere dentro scenari uguali!

Nei momenti di difficoltà, davanti alle cose che non ci piacciono, scagioniamo noi stessi sostenendo la criminalità della sfiga, del destino o della natura, per esorcizzare l’inquietante sensazione di pilotare l’esistenza senza aver individuato il pannello dei comandi.

Ma la paura superstiziosa che serpeggia in fondo all’anima, nasconde una verità e ci ricorda che, oltre ad essere gli attori sul palcoscenico della vita, ne orchestriamo anche la regia!

L’inconscio, infatti, orienta le circostanze, richiamando gli avvenimenti che più si accordano con le profondità della nostra anima.

Ecco perché non è possibile modificare la realtà che ci circonda senza aver prima trasformato la verità interiore che la manifesta.

La sostanza di cui è composta l’esistenza è un’energia plastica e duttile, la stessa di cui sono fatti i pensieri e le convinzioni profonde.

Ciò che crediamo intimamente imprime la coscienza, attirando nel nostro campo energetico tutto quello che si trova sulla stessa lunghezza d’onda.

Nascono così le tante sincronicità che punteggiano la vita di ognuno di noi, segnalando in maniera tangibile la concomitanza tra i fatti del mondo e la coscienza.

Impropriamente chiamate coincidenze da chi ancora fatica a staccarsi dalla materialità, evidenziano la simultaneità che lega indissolubilmente gli avvenimenti fisici ai vissuti interiori e ci mostrano con chiarezza la correlazione che esiste tra il mondo dei pensieri e quello delle forme.

Secondo la fisica dei quanti, infatti, il principio di causa ed effetto non è limitato soltanto alle coordinate spazio temporali, ma si estende alla totalità dell’essere, fino ad includere i vissuti profondi  e gli stati d’animo.

Compreso quelli che abbiamo dimenticato in qualche angolo remoto dell’inconscio.

Nell’accadere degli eventi la consapevolezza non è importante, ciò che conta è la corrispondenza tra l’interiorità e il manifestarsi della realtà.

Quanto più un “sentire” appartiene alla verità interiore, tanto più richiamerà a sé le circostanze che lo riflettono, dando forma al mondo in cui viviamo e amplificando così la sua pregnanza nella nostra percezione.

Ma, quando non è compresa, questa sincronicità rafforza la convinzione dell’ineluttabilità del destino e ne mantiene attiva l’esistenza, dando vita a un circolo vizioso che si modifica soltanto nel momento in cui mettiamo mano ai presupposti interiori che lo sostengono.

Per cambiare il mondo, è indispensabile avventurarsi nelle profondità di sé stessi e affrontare i conflitti e le crudeltà che dilaniano la realtà interiore.

I piccoli e grandi soprusi che commettiamo (contro noi stessi o contro gli altri), le leggi interiori che proclamiamo, i desideri che coltiviamo, le credenze, i valori, i pregiudizi… tutto contribuisce a dare vita a un flusso energetico che interseca ininterrottamente la realtà, modellandola sulle sue stesse frequenze.

E’ per questi motivi che, spesso, la sfortuna sembra accanirsi ingiustamente sempre sulle stesse persone!

La frequenza della nostra convinzione attrae come una calamita gli eventi negativi (o positivi) che la confermano.

Alla luce della teoria dei quanti, perciò, la trasformazione interiore è l’unico strumento efficace per trasformare il mondo, l’unica vera rivoluzione possibile!

Modificando le idee che animano il mondo interno, diventa possibile orientare l’inconscio in direzioni nuove, incrementandone l’energia e dando forma a una realtà migliore.

Il simile attira il simile, l’odio fa crescere l’odio, la guerra fomenta la guerra, la violenza genera la violenza… anche quando è agita a fin di bene.

La legge dell’attrazione opera sempre, a dispetto delle nostre migliori intenzioni.

Solo la soluzione interiore dei conflitti permette ai fumi dell’aggressività di evaporare, rovesciando la dittatura nel mondo interno e lasciando scorrere la democrazia negli avvenimenti della nostra vita.

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MIRACOLI? … DISGRAZIE? … O CAMBIAMENTI INTERIORI?

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Sonia desidera una casa tutta sua, ma lo stipendio esiguo non le permette di fare un acquisto adeguato alle sue esigenze.

Perciò si limita a immaginarla e a guardare gli appartamenti in vendita, senza riuscire a trovare uno spazio adatto.

Quando, però, finalmente giunge a un compromesso con se stessa… la vita la sospinge dentro una serie di coincidenze fortunate, portandola a visionare un bilocale che sembra fatto apposta per lei!

Sonia se ne innamora e gioca carte false per comprarlo.

Purtroppo le circostanze si fanno sempre più avverse, la banca non le concede il mutuo e i soldi messi da parte sono troppo pochi.

Sonia cavalca l‘onda della passione.

Sicura della sua intuizione, firma senza pensarci una finanziaria di cui non ha nemmeno letto le condizioni e, qualche mese dopo, raggiante di felicità comincia la sua nuova vita nell’appartamento appena comprato.

Tutto sembra girare per il meglio… ma, purtroppo, prima o poi i nodi vengono al pettine e, quando riceve il primo resoconto della banca, la donna comprende di aver firmato un po’ troppo alla leggera.

Con amarezza scopre che sta pagando un prezzo spropositato, ben diverso da quanto pattuito con l’agente che le ha proposto il prestito.

Sconsolata confida la sua delusione a una zia che, inaspettatamente, le regala il riscatto del mutuo e la possibilità di restituirle con calma il denaro, senza interessi!!!

Sonia grida al miracolo e ringrazia il destino, la fortuna, i santi e la zia!

Ignara dei modi in cui la trasformazione del suo mondo interiore abbia creato le premesse per quel prodigioso cambiamento esteriore, delega ai capricci di Dio la magia che è riuscita a infondere nella sua vita.

*  *  *

Davide fa lo psicoterapeuta e ogni giorno vede tante persone in difficoltà che, con pazienza, aiuta a liberarsi dalle trappole del dolore.

Il lavoro gli piace e lo svolge con impegno e con passione ma, ogni volta che sente il bisogno di staccare un po’ e prende in considerazione l’idea di concedersi qualche giorno di ferie, inspiegabilmente saltano tutti gli appuntamenti.

“E’ una specie di tacita intesa tra me e il lavoro” racconta sorridendo “Ma da quando ho capito il gioco, sto molto attento a quello che penso e cerco di programmare in anticipo le mie vacanze! Non mi piace arrivare in studio e scoprire che tre pazienti su cinque hanno disdetto. Non mi gratifica come professionista e non soddisfa il mio bisogno di riposo!”

*  *  *

Paola è convinta di non potersi fidare degli uomini.

Ha avuto un papà donnaiolo, sempre pronto a tradire la moglie, e per questo da bambina ha visto piangere la mamma tante volte.

Perciò ha giurato a se stessa che da grande non avrebbe permesso a nessuno di farla soffrire in quel modo!

Crescendo ha cercato di mitigare un poco la sua visione sprezzante degli uomini ma, nonostante le buone intenzioni, in un angolo dell’inconscio l’idea della loro inaffidabilità mantiene inalterato il suo potere, condizionando le circostanze della sua vita.

Dopo l’ultimo innamoramento andato a rotoli, però, decide di seguire un percorso di crescita personale e di riprendere in mano i brutti ricordi del passato.

Durante un lavoro psicodrammatico, finalmente la ragazza trova il coraggio di guardare in faccia il suo disprezzo, affrontando le critiche e l’indifferenza con cui ogni volta manda in frantumi le storie d’amore.

Pian piano la fiducia fa capolino tra le maglie dell’armatura che ha scelto di indossare per non doversi ritrovare a piangere come sua madre.

E quando, finalmente, il cambiamento interiore ha sciolto i nodi del suo orgoglio e della paura, il mondo si colora di una nuova energia e la vita modifica le circostanze, conducendola a incontrare un amore finalmente con la A maiuscola. 

Carla Sale Musio

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Lug 16 2014

NUVOLE NERE

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ATTENZIONE!!

Nei periodi in cui mettiamo in atto un cambiamento positivo, può succedere improvvisamente di sprofondare nelle sabbie mobili della depressione e di sentire che la vita non ha più alcun significato.

Quando siamo assaliti dallo scoraggiamento, ogni tentativo di miglioramento sembra destinato a fallire inesorabilmente e un senso di inutilità pervade l’esistenza.

Ma, proprio in quei momenti, è importante comprendere che le nuvole nere fanno parte del processo di trasformazione e sono indispensabili per permettere a un nuovo ordine interiore di prendere forma nella personalità.

Durante le fasi di cambiamento, infatti, lo stato depressivo non è una patologia ma un fenomeno sano e naturale, che stimola e sostiene lo strutturarsi del mondo interno.

Comprendere il funzionamento di questi black out emotivi senza spaventarsi, aiuta ad assecondare il processo in atto, in modo da permettere alla trasformazione di dispiegarsi nei comportamenti e nella vita.

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ACCOGLIERE IL PASSATO PER CAMBIARE IL PRESENTE

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Nei momenti bui, siamo portati a pensare che il destino si accanisca ingiustamente contro ogni tentativo di miglioramento, condannandoci a vivere sempre le stesse sofferenze.

Ma, guardando più attentamente, possiamo renderci conto che l’emergere dei ricordi e delle sensazioni del passato accompagna tutti i processi di trasformazione e costituisce un aspetto inscindibile del cambiamento interiore.

Ogni nuova acquisizione, infatti, presuppone una revisione dei vissuti e diventa l’occasione per sviluppare quelle parti della personalità che ancora sono immature o sofferenti.

Con la crescita si conquista uno status sociale che consente di affrancarsi dalla dipendenza infantile e porta a sentirsi finalmente liberi di organizzare autonomamente le proprie scelte di vita.

Questa transizione, dal vecchio al nuovo, si riattiva durante ogni trasformazione interiore e provoca l’emergere nella coscienza del dolore rimosso, che, proprio grazie al processo di cambiamento, può finalmente essere superato.

Ogni miglioramento, nel carattere e nei comportamenti, presuppone l’abbandono delle precedenti condizioni di sofferenza e l’acquisizione di nuove possibilità espressive.

Ma, per attuare la trasformazione in maniera efficace, è indispensabile riprendere in mano quelle ferite che ancora attendono nell’inconscio il momento di essere curate.

Per addolcire le piaghe dell’anima è indispensabile la presenza di un adulto capace di comprendere il dolore senza giudicarlo e di accogliere la sofferenza con delicatezza, attenzione e rispetto.

Se i genitori, o le altre figure di riferimento, non sono stati capaci di ascoltare e capire i tormenti che abbiamo vissuto da piccoli, una volta diventati grandi, il compito di prendersi cura del bambino che siamo stati spetta all’adulto che siamo diventati.

Per conquistare la maturità, infatti, dobbiamo risolvere le difficoltà che sono rimaste in sospeso nella nostra psiche.

Quando l’adulto (interiore) abbraccia il bisogno di protezione e di affetto del bambino (interiore), permettendogli finalmente di raccontare le sue sofferenze, quest’ascolto partecipe e privo di giudizio, consente ai drammi e alle angosce passate di evaporare, dissipando le nuvole nere e liberando l’arcobaleno delle possibilità creative.

Nei periodi di cambiamento, la depressione segnala che finalmente è arrivato il momento di sciogliere il dolore antico, lavando via i giudizi negativi e le paure che impediscono la trasformazione, e ci permette di incontrare il bambino che siamo stati, aiutandolo a crescere.

In quei momenti, i vissuti depressivi indicano la richiesta di aiuto delle nostre parti infantili e, creando un contatto tra il passato e il presente, diventano l’occasione per sanare le ferite e sviluppare le parti ancora immature della personalità.

Ecco perché è molto importante accogliere gli stati d’animo negativi senza scoraggiarsi e senza rifiutarli, ma anzi, riconoscendone la funzione trasformativa e curativa in modo da agevolare il processo di trasformazione.

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SOLI NEL BUIO

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Erika è cresciuta dalla nonna perché la sua mamma è morta quando lei era ancora molto piccola.

Davanti al lutto per la scomparsa improvvisa della moglie, il papà di Erika non ha saputo far fronte al dolore e per sfuggire alla disperazione ha cominciato a bere, disinteressandosi della figlioletta.

Erika ricorda ancora con terrore le grida di suo padre che, sotto l’effetto dell’alcol, malediceva Dio, il destino e la vita, ma soprattutto ricorda le botte che arrivavano improvvisamente e senza motivo quando la nonna non riusciva a metterla in salvo, nascondendola in cantina.

Durante le sedute di psicoterapia affronta la paura degli uomini e il bisogno di ottenere maggior comprensione e rispetto dal suo compagno.

Quando, però, finalmente le cose cominciano ad andare meglio, un grave attacco di panico la paralizza durante una discussione, lasciandola terrorizzata e tremante, incapace di difendersi.

Erika teme la violenza più di ogni cosa e basta che il suo partner alzi la voce perché lei sprofondi istantaneamente nell’angoscia, accettando qualsiasi compromesso pur di calmarlo.

Per mezzo di quell’attacco di panico la bambina di un tempo si affaccia alla coscienza, per cercare la protezione e il rispetto che non ha ricevuto da piccola, sfidando l’esperienza che, purtroppo, le ha insegnato a nascondersi davanti alla brutalità.

Per trovare il coraggio di discutere ad armi pari con il suo compagno, senza sentirsi in balia dei suoi umori e delle sue prepotenze (come le succedeva con il papà), Erika dovrà imparare ad ascoltare e ad accogliere la sua ansia infantile, senza censurarla e senza nasconderla a se stessa.

Ma, soprattutto, dovrà rassicurare la sua bimba interiore incoraggiandola a sperimentare la sicurezza che deriva dal rispetto e dalla comprensione per se stessa.

*  *  *

Matteo chiede un appuntamento perché, da quando ha finalmente trovato lavoro, si sente inutile e vuoto, privo di entusiasmo per la vita.

Durante i colloqui racconta un’infanzia felice piena di giochi, di agi, di vizi e di prepotenza.

“Avevo tutto e volevo sempre di più! Ma poi ogni cosa mi stancava e cominciavo a domandare daccapo. Stressavo i miei genitori finché non riuscivo a ottenere i giochi che mi piacevano… ma, per fortuna, le mie richieste duravano poco. Infatti, pur di farmi smettere, papà e mamma mi accontentavano immediatamente. Qualsiasi cosa chiedessi!”

Matteo da bambino ha avuto tutto… ma gli sono mancati l’ascolto e l’attenzione per sé!

Dietro le richieste esagerate di un tempo, si nasconde un bambino che cerca di colmare con i giocattoli l’insicurezza e il vuoto affettivo che sente dentro.

L’uomo di oggi fatica a comprendere se stesso e annega il bisogno di considerazione in un mare di oggetti, proprio come succedeva nell’infanzia.

Per superare l’apatia e rompere il blocco emotivo che surgela le emozioni, Matteo dovrà entrare in contatto con la solitudine vissuta da bambino e affrontare il terrore di non interessare a nessuno, sentendosi ancora inutile e vuoto proprio come quando era piccolo.

*  *  *

La notte Angela si sveglia di soprassalto in preda a un incubo ricorrente.

Qualcuno la rincorre. Angela scappa. Corre senza riuscire a mettersi in salvo. Urla per chiedere aiuto. Ma dalla bocca non esce alcun suono e nel silenzio carico di angoscia il suo inseguitore la raggiunge.

Nel corso della terapia prendono forma i desideri rimossi che di notte incalzano per farsi ascoltare.

Una bimba solitaria e schiva racconta con vergogna di essersi sempre sentita sbagliata.

Angela non la sopporta.

Più volte cerca di zittirla chiudendole la bocca.

Ma non può ammutolire il suo cuore e le parole che nega di giorno la inseguono durante la notte.

Ci vorrà molto tempo e molta pazienza perche la donna possa accogliere, senza condannarlo, il proprio orientamento omosessuale.

Il desiderio per le altre donne, l’ha fatta sentire profondamente sbagliata, riempiendola di disgusto per se stessa.

Soltanto quando riuscirà ad accettare quella sua parte vergognosa e piena di paure, potrà fermarsi a guardare negli occhi il suo inseguitore.

E affermare a testa alta e con coraggio, il diritto all’amore.

Nel sogno.

E nella realtà.

Carla Sale Musio

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Lug 10 2014

QUANDO MUORE UN ANIMALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando muore un animale, va via un pezzetto di amore dal mondo.

E la vita diventa più vuota.

Gli animali conoscono i segreti di un sapere che noi abbiamo perduto e ci aiutano a ritrovare il senso della vita e della morte.

Siamo esseri presuntuosi, convinti che la nostra cultura sia l’unica ad avere il diritto di essere definita tale.

Ma, nonostante l’arroganza e la superiorità con cui spadroneggiamo su tutto il pianeta, davanti alla morte ci ritroviamo inermi e pieni di paure.

Molto più fragili e angosciati di ogni altra forma vivente.

Le specie animali hanno un’intelligenza diversa da quella umana.

Coltivano un sentire intimamente collegato ai ritmi della natura.

Non perdono il contatto con il corpo e conoscono d’istinto la profondità che appartiene alla fisicità.

Così, mentre gli uomini si smarriscono nei labirinti della mente, alla ricerca di un motivo in grado di spiegare il senso del morire, gli animali riconoscono intimamente i cambiamenti che fanno parte delle dimensioni dell’esistenza e accolgono la morte con semplicità.

Le culture delle altre specie partecipano alla sapienza del creato con il corpo e con l’energia della vita stessa, e conoscono sulla pelle, senza bisogno di parole, il significato del morire.

Sanno che esiste un perché intrecciato all’esistenza e per scoprirlo non servono discorsi, ma è necessario abbandonarsi con fiducia alla vita.

Perché la vita non tradisce se stessa, e la morte le appartiene intrinsecamente.

Quando nel fisico matura una trasformazione evolutiva che porta a trascendere la materialità, abbandonare il corpo è un passaggio necessario per proseguire il percorso in dimensioni diverse da quella della fisicità.

Nel momento della morte, gli animali, con la loro disarmata accettazione, ci trasmettono un sapere profondo, aiutandoci a ritrovare il legame con l’interiorità dell’esistenza.

Tutte le bestie conoscono i poteri della natura e sono Maestri nell’accogliere le leggi del mondo, accettando di attraversare le dimensioni, con fiducia, rispetto e umiltà.

Il loro atteggiamento dignitoso e arrendevole, ci aiuta a rompere quella corazza di cinismo che abbiamo costruito intorno alla nostra anima per non sentire il dolore, e permette alla sensibilità di scorrere oltre le chiusure del nostro cuore, consentendoci di percepire, insieme alla sofferenza, anche l’ineluttabile verità che la morte porta con sé.

Per questo, assistere un animale, durante il suo passaggio nella dimensione immateriale, è un dono incommensurabile, l’ultimo insegnamento che i nostri amici ci regalano prima di abbandonare questa dimensione.

Quando ci permettono di partecipare a quel momento così importante, la possibilità di osservare la loro calma interiore, nonostante la sofferenza che provano nel corpo, è una grande lezione per noi esseri umani, abituati a sfuggire il dolore con ogni mezzo.

Troppo spesso, però, nel tentativo disperato di aiutarli finiamo col torturarli inutilmente.

La nostra cultura della scienza e della medicina, infatti, prevede un combattimento con la morte, che alle altre specie è sconosciuto.

Per loro, la fine della vita è qualcosa che richiede concentrazione, silenzio, solitudine e presenza interiore.

Qualcosa che ha ben poco a che vedere con ospedali, operazioni, luci, disinfettanti, farmaci, medici, ricoveri, esami, terapie… e tutto quell’accanimento che caratterizza il nostro modo umano di morire.

Chi convive con un animale, può osservare quanto sia difficile per loro accettare e condividere la nostra cultura fatta di medicine e chirurgia.

Le specie animali, infatti, in prossimità della fine della vita, preferiscono isolarsi, entrando nel silenzio interiore e accogliendo, senza contrastarle, tutte le fasi del passaggio evolutivo che noi umani chiamiamo sinteticamente morte.

In quei momenti, accettano la presenza di chi sa accogliere il loro modo di accomiatarsi dal mondo, accostandoli con rispetto, comprensione e umiltà.

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Nella nostra cultura, la morte è sempre un male da evitare!

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Per noi è molto difficile assecondare le scelte dei nostri animali, soprattutto se abbiamo condiviso insieme un pezzetto di vita.

Più li amiamo e più vorremmo fare in modo che restino al nostro fianco, ancora per un po’.

Travolti dal dolore della separazione, perdiamo di vista la lezione che i nostri amici ci trasmettono con il loro comportamento.

La superiorità che ci attribuiamo rende difficile riconoscere come, dietro quella inerme arrendevolezza al destino, possano esistere una sapienza e un sentire capaci di cogliere il significato della vita tanto profondamente da non contrastare la morte.

La presunzione che, purtroppo, caratterizza la nostra società, non prevede l’umiltà necessaria per accogliere il loro intimo messaggio d’amore.

Per questo a volte, senza comprenderne le difficoltà, ci accaniamo a tenerli in vita, forzando la natura e le sue leggi, incapaci di affrontare il distacco con la presenza necessaria ad accompagnarli nel passaggio.

Gli animali hanno una cultura diversa da quella umana ma altrettanto importante e, forse, più profonda.

Avvicinarli e imparare da loro ci permette di ritrovare l’energia e la profondità emotiva che la tecnologia e la medicina hanno disperso irrimediabilmente, portandoci a dimenticare la spontaneità e l’umiltà indispensabili per vivere.

E per morire.

Quando muore un animale, il dolore ci coglie all’improvviso e ci trova impreparati, incapaci di far fronte alla scoperta che quell’essere, silenzioso e privo di potere, ha saputo insegnarci qualcosa che nessuno di noi ricorda più: l’amore, la dignità e il rispetto per la saggezza che appartiene alla vita.

E alla morte.

Carla Sale Musio

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Lug 04 2014

FAMIGLIE FONDATE SULL’AMORE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nella ricetta della felicità l’ingrediente fondamentale è l’amore che riceviamo da bambini.

L’autostima, infatti, affonda le sue radici dentro i legami affettivi vissuti durante l’infanzia.

L’amore che respiriamo da piccoli ci permette di sperimentare la fiducia e la sicurezza, facendoci sentire amati e importanti nella nostra unicità.

Ricevere affetto, approvazione e stima per ciò che siamo (e non in conseguenza delle qualità o dei difetti che abbiamo) alimenta la sicurezza e il valore personale, permettendoci di affrontare gli aspetti immaturi del carattere e stimolando la fiducia necessaria a liberare la curiosità, l’affettività, l’empatia e la creatività.

Per raggiungere la maturità e l’autonomia, i bambini hanno bisogno di essere amati per se stessi, senza ricatti e senza pretese.

L’indipendenza e la libertà, infatti, sono la conseguenza della fiducia nelle proprie risorse e nascono dall’accettazione sperimentata durante i primi anni di vita.

Molte persone, però, coltivano la convinzione che educare significhi abituare i piccoli a seguire un insieme di regole necessarie alla convivenza e al vivere civile, e sacrificano la naturale espressione dell’affetto per paura che questo corrisponda a viziarli.

Dal punto di vista psicologico, invece, è vero proprio il contrario!

I bambini cresciuti nell’amore e nel rispetto saranno adulti capaci di amare e di rispettare, mentre chi diventa grande in mezzo alla prepotenza e alla rigidità manifesterà innumerevoli difficoltà comportamentali e affettive.

Per questo l’educazione dovrebbe sempre mirare a far emergere le potenzialità e la sensibilità, aiutando i più piccini nella scoperta e nell’ascolto delle emozioni.

Proprie e degli altri.

Educare, infatti, significa letteralmente far emergere, permettere a ciò che esiste dentro di essere scoperto e favorire l’espressione delle capacità e delle inclinazioni personali, in modo che queste possano prendere forma nella vita ed essere condivise con gli altri.

L’amore è l’elemento fondamentale di una relazione affettiva capace di sostenere la realizzazione individuale e la possibilità di vivere una vita piena di significato.

Soltanto dall’amore, infatti, possono nascere nella personalità la fiducia e la sicurezza necessarie a manifestare la propria unicità, e l’umiltà indispensabile per condividere le proprie potenzialità.

Quando le relazioni educative sono improntate all’amore e all’accettazione, le norme e le regole del vivere insieme diventano una conseguenza dell’empatia, della sensibilità e della conoscenza reciproca, piuttosto che essere principi indiscutibili da rispettare per paura.

Per costruire una società libera dalla violenza, è indispensabile che i bimbi crescano nell’accoglienza, nell’ascolto e nel rispetto della loro personalità.

Ed è soprattutto con il comportamento che i genitori trasmettono ai propri figli i principi e i valori profondi in cui credono.

I bambini imitano gli atteggiamenti che osservano tra le pareti domestiche, e costruiscono la propria personalità riproducendo i gesti e le azioni dei grandi.

Per questo, una famiglia fondata sull’amore, sull’ascolto, sull’accoglienza delle differenze e sull’aiuto reciproco farà crescere degli adulti capaci di voler bene e di accogliere l’individualità di ciascuno senza paura, senza sopraffazione e senza pregiudizi, dando vita a una società in cui la comprensione, la cooperazione e la creatività rappresentano valori fondamentali.

All’opposto, una società violenta prende le mosse dalla prevaricazione agita in casa, a discapito dei deboli e degli indifesi, e si perpetua ricorrendo a regolamenti, divieti e sanzioni, indispensabili per sopperire alla mancanza di responsabilità e alle carenze nello sviluppo interiore.

Una famiglia basata sull’amore è il dono più grande che si possa fare a un bambino… e il presupposto per un mondo migliore!

Poco importano il colore della pelle o il sesso dei genitori, contano invece i valori trasmessi ai piccoli con l’esempio e con i comportamenti.

Valori su cui impercettibilmente, ma inesorabilmente, si modella l’educazione.

In questa chiave, risulta evidente che avere genitori dello stesso sesso o di sesso diverso non cambia il carattere dei piccoli, né cambia i principi che gli adulti trasmettono ai bambini.

Negare alle coppie omosessuali il diritto a formare una famiglia e ad avere dei figli è, purtroppo, ancora oggi, la conseguenza di un pensiero malato di omofobia, la punta dell’iceberg di una patologia che si ostina a considerare l’omosessualità alla stregua di una malattia, invece che una variante naturale e possibile della sessualità.

Il pregiudizio omofobo si trincera dietro la convinzione arbitraria che la coppia omosessuale possa trasmettere valori sbagliati ai propri figli e costituisca un modello familiare scorretto.

Ma quest’affermazione, priva di valore scientifico, potrebbe essere considerata vera soltanto nel caso in cui l’omosessualità fosse una malattia virale o una grave perversione psicologica.

Già dal 1994 il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders  e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno dichiarato che l’amore tra persone dello stesso sesso non è una perversione più di quanto non lo sia l’amore tra persone di sesso diverso.

Lo sviluppo dell’orientamento sessuale nei bambini, infatti, avviene secondo una propensione naturale e, con la crescita, si modella sui valori e sui comportamenti dei grandi.

Per diventare adulti emotivamente sani i piccoli devono avere genitori capaci di dare loro affettocomprensioneaccettazione e rispetto.

Valori troppe volte pericolosamente assenti nelle coppie eterosessuali, in cui spesso lo sfruttamento e la violenza, da parte degli uomini sulle donne, costituiscono la normalità, purtroppo, e non l’eccezione.

Ben vengano quindi le coppie omosessuali a sovvertire i ruoli tradizionali di maschio e femmina e a trasformare la violenza eterosessuale agita dagli uomini sulle donne, in una nuova cultura delle pari opportunità.

Che entrambi i genitori siano maschi o femmine o che siano maschi e femmine, non fa differenza sulla capacità di crescere dei bambini sani e felici.

Ciò che conta, invece, è il modo in cui si relazionano tra loro e con i propri figli.

E su questi aspetti, purtroppo, il maschilismo ha rappresentato fino ad oggi una grave patologia dell’eterosessualità.

E’ auspicabile perciò che una ventata di cambiamento rivoluzioni la famiglia tradizionale e che il dibattito sulle coppie omosessuali evidenzi finalmente anche i limiti della famiglia eterosessuale tradizionale, favorendo lo sviluppo di una diversa cultura e di una nuova sensibilità.

Affermare che non è il sesso di mamma e papà a definire una famiglia degna di essere considerata tale, ma la loro maturità affettiva, permette ai bambini di crescere con genitori sempre più capaci di dare loro: amoreconsiderazione e rispetto, e in grado di condividere una genitorialità che preveda per entrambi i partner le stesse possibilità comportamentali.

In questo modo prende forma una società libera dai ruoli di potere che caratterizzano il maschilismo e aperta all’incontro e alla condivisione, tanto delle mansioni genitoriali che delle responsabilità famigliari.

Non più, quindi, papà assenti e impegnati fuori di casa e mamme costrette a occuparsi da sole delle faccende domestiche e dei bambini (anche quando lavorano e portano uno stipendio pari a quello dei mariti).

Ma una famiglia in cui gli adulti siano capaci di condividere il “fare i genitori” con semplicità e umiltà, piuttosto che rimanere ancorati a una rigida gestione sessista del potere e dei compiti domestici.

Una famiglia senza padri padroni e mamme sottomesse, dove i figli non sono più un possesso dei genitori ma persone dotate di una propria individualità e cresciute nel rispetto, nella condivisione e nell’amore, è il primo passo verso la realizzazione di una società migliore.

Carla Sale Musio

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