Archive for Agosto, 2014

Ago 28 2014

MORTE E IMMORTALITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Morte e immortalità sono argomenti che spaventano.

Non se ne parla volentieri.

Riteniamo che la morte sia un evento che tutti, prima o poi, dobbiamo affrontare, ma viviamo cercando di non pensarci.

Come se non ci riguardasse davvero.

Riflettere sulla morte, di solito ci trova scissi in due differenti impostazioni di pensiero.

Da una parte ci sono i dogmi religiosi, che offrono un’interpretazione strutturata e immodificabile dove incasellare le nostre convinzioni.

Dall’altra c’è la scienza, che getta via tutto quello che non si può misurare e, non riuscendo ad avere risposte soddisfacenti, se ne disinteressa.

Il cuore e le emozioni, messi sotto pressione al pensiero del trapasso, faticano a trovare posto in questa rigida dicotomia.

Così, in una zona franca di se stesso, ognuno di noi coltiva le sue teorie personali, e gestisce come può l’incoerenza che esiste tra religione, scienza e vita vissuta.

Istintivamente, però, ci spaventa l’idea che tutto finisca.

La paura di scomparire in un nulla assoluto ci attanaglia tutti.

Puf… più niente!

E’ un pensiero innaturale.

Vive dentro di noi un’idea di permanenza che affonda le sue radici e trova le sue conferme nell’esperienza della nascita.

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Perché rifiutiamo l’idea che con la morte finisca tutto

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Abbiamo avuto tutti una prima esperienza di morte durante il parto.

La paura della morte è la paura della fine.

La fine di noi stessi e la fine di quelli che amiamo.

Nel corpo della mamma conosciamo per la prima volta la fine.

Sia la nostra fine, sia la fine dell’essere amato che ci circonda (in seguito lo chiameremo “mamma”).

Durante la vita intrauterina, la simbiosi fisiologica ci fa essere un tutt’uno con il corpo materno.

Ma poi, arriva un momento in cui niente funziona più e improvvisamente… una parte di me spinge via un’altra parte di me!

La sputa fuori e tutto-ciò-che-sono finisce!

Ma non sparisco inghiottito dal nulla.

Tutto cambia.

Di colpo tutto-ciò-che-ero scompare, per diventare qualcosa di sconosciuto e molto diverso.

Devo respirare.

La pelle brucia.

Ho fame.

Devo mangiare.

Mi sento solo.

Un trauma.

La nascita.

Che ci portiamo appresso per tutta la vita.

Impariamo lì che, dopo la fine, si riparte.

Nell’ignoto.

E, benché niente sarà mai più uguale a quei nove mesi trascorsi nel grembo materno, qualcosa perdura e si fortifica anche dopo che la nostra prima morte ha fatto sparire tutto (cioè: tutto-ciò-che-sono-stato-fino-a-quel-momento).

Dopo la nascita, di conosciuto e familiare ci resta solo il legame con la mamma. Che diventa più intenso, più chiaro e più forte.

Quel legame appartiene a un meccanismo fisiologico, chiamato in gergo psicologico: preoccupazione materna primaria.

Si forma durante la gravidanza e prosegue per tutto il tempo di accudimento dei cuccioli.

La preoccupazione materna primaria è ciò che permette alla mamma di conoscere istintivamente i bisogni del suo bambino.

Di svegliarsi poco prima che pianga, di sapere quando ha fame, quando ha sonno o quando deve essere cambiato.

Grazie a questo legame succedono spesso fenomeni di telepatia tra madri e figli.

Mamma e bambino sanno, senza bisogno di parole.

A volte, questo succede anche quando si trovano a chilometri di distanza l’uno dall’altra.

La comunicazione senza parole esiste in tutti i legami profondi.

Sono stati fatti numerosi studi sul rapporto telepatico, sia tra madri e figli sia tra i gemelli (che hanno condiviso nove mesi nella stessa pancia).

Gli innamorati ne fanno esperienza comunemente.

Per esempio, quando si telefonano nello stesso istante… trovando occupato!

Il legame affettivo è un ponte che unisce due persone, oltre i limiti dello spazio e del tempo.

Nella morte, il corpo decade e ogni cosa percepibile con i cinque sensi, scompare.

Ma il legame che ha unito due persone, no.

Quello diventa più intenso, più chiaro e più forte.

Nel momento della morte, quando di materiale non rimane nulla, l’amplificarsi del legame è interpretato impropriamente, da chi resta, come espressione di nostalgia.

Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Mi manca.

Non devo pensarci.

Invece, l’attenzione al legame è ciò che ci permette di gestire la morte dei nostri cari con qualche strumento di comprensione in più.

Dopo la morte, il legame si amplifica e quando il corpo sparisce, l’attenzione si focalizza sull’unione.

Quando muore qualcuno con cui siamo stati legati, dobbiamo imparare a sperimentare l’unione, senza vedere e toccare la persona amata.

Dobbiamo imparare a vedere e toccare l’unione.

Il dolore del lutto ci spinge in quella direzione, spontaneamente.

E’ come un detonatore che fa esplodere la bomba interna del nostro legame.

Immateriale.

Ma reale.

Il legame che unisce due persone non è concreto.

Esiste fuori dalle coordinate di spazio e tempo.

E’, però, molto tangibile.Dopo la morte cresce, si fortifica e diventa grande.

Come un neonato.

Ha bisogno di silenzio, delicatezza, attenzione e cure.

Va seguito, alimentato e capito.

Il cuore lo sa.

La mente non lo afferra.

E io?

Devo imparare a tollerarlo e a farne esperienza.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

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QUANDO MUORE UN ANIMALE

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Ago 21 2014

ATTENZIONE: è indispensabile drogarsi tre volte al giorno!

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Altrimenti si muore d’inedia!!!

Con questa minaccia le multinazionali alimentari si garantiscono i loro fruttuosi guadagni, convincendo tutti noi che, senza il supporto energetico di almeno tre pasti ogni giorno, deperiremmo rapidamente andando incontro a malattie e morte.

In natura, però, nessun animale mangia rispettando degli orari prestabiliti e cucinando miscele di cibi elaborati, conservati e pieni di sostanze tossiche.

La presunzione ci ha portato a credere di essere l’unica forma di vita intelligente e a snobbare con arroganza le altre specie, giudicandole stupide, prive di coscienza e buone soltanto per finire nel nostro stomaco.

Sollecitati abilmente dagli interessi del mercato alimentare, ci reputiamo la razza più evoluta e deridiamo la semplicità con cui vivono le bestie, attribuendoci impunemente il diritto di sfruttare tutto ciò che ci circonda e indifferenti davanti al rispetto con cui le altre creature si muovono nell’ambiente.

Mentre gli animali si alimentano soltanto di ciò che la natura offre spontaneamente, noi abbiamo creato una scienza dell’alimentazione e investiamo gran parte del tempo e dei guadagni per preparare pietanze sempre più elaborate e complesse.

Convinti che, per vivere, sia indispensabile mangiare cibi cucinati, artefatti e pieni di sostanze dannose per la salute, ci concentriamo sul sapore invece che sui nutrienti e coltiviamo l’estetica al posto della qualità.

Dobbiamo avere le stoviglie adatte a ogni portata, la tovaglia del colore giusto, i segnaposti, i sottopiatti, il centrotavola… e tante altre amenità! Indispensabili soltanto a chi si arricchisce grazie alla vanitosa ingordigia con cui consumiamo i nostri pasti.

Indifferenti al degrado della salute e alla sofferenza degli altri esseri viventi, per soddisfare un bisogno esagerato di varietà e di gusto, non esitiamo a massacrare quotidianamente milioni di creature innocenti, lasciandoci ipnotizzare da una cultura alimentare che ha il solo scopo di spingerci a comprare sempre di più.

Per tutte le specie viventi, mangiare è un piacere da assaporare ogni tanto, senza essere obbligati a lavorare per soddisfarlo e soprattutto senza rinunciare alle quotidiane attività di esplorazione, gioco, socializzazione, curiosità e piacere.

Noi esseri umani, invece, assuefatti alla dipendenza dal cibo, ne subiamo la schiavitù, privandoci della libertà e della salute pur di ottenere con regolarità le indispensabili dosi quotidiane.

I nostri pasti, artefatti e ricchi di tossicità e di insaporitori, infatti, sono studiati ad arte per provocare nel cervello e nel corpo il bisogno compulsivo di ingurgitare sempre di più, incrementando così la vendita dei prodotti e i guadagni di chi si arricchisce a spese della nostra salute.

Ci fanno credere che:

  • la varietà sia indispensabile per la vitalità

  • mangiare tante volte durante la giornata aiuti a mantenere la linea facendo bruciare più calorie

  • sia importante mescolare gli  alimenti per migliorarne il gusto

  • sia necessario cuocerli per renderli più digeribili

Ma tutto questo è vero soltanto finché siamo vittime di una dipendenza talmente grave da abiurare l’ascolto del corpo e da costringerci a seguire le norme dietetiche e le ricerche scientifiche finanziate da chi ha tutto l’interesse a venderci dei prodotti di cui non sia più possibile fare a meno.

Ci viene nascosto, invece, che:

  • tante malattie fisiche e mentali derivano da un’eccessiva alimentazione e si possono curare facilmente con il digiuno

  • il cibo crudo, biologico e naturale, consumato senza artifici alimentari, senza cottura, senza miscele e senza insaporitori, ripristina il senso della sazietà portandoci a mangiare soltanto le quantità necessarie per vivere e per godere di una perfetta salute

  • è possibile morire di vecchiaia senza ammalarsi mai, consumando gli alimenti così come la natura ce li regala, senza  manipolazioni, trattamenti o espedienti di nessun tipo

La mente subisce profondamente l’influenza delle droghe alimentari, cadendo in una pericolosa dipendenza che ha effetti devastanti sul tono dell’umore e sul benessere fisico. 

Per rendercene conto basta osservare cosa succede alla nostra psiche quando decidiamo di seguire una dieta.

Anche soltanto pronunciare la parola “dieta” fa scattare immediatamente una valanga di risposte emotive e ansiose!

Chiunque abbia provato ad attuare qualche modifica nelle proprie abitudini alimentari, sa che il pensiero impazzisce davanti alle restrizioni, portandoci a soffrire pericolose crisi di astinenza, con tutto il corollario di sintomi, psicologici e fisici, che ne consegue.

Nervosismo, ansia, irritabilità, aggressività, depressione, autolesionismo, apatia, mal di testa, nausea, crampi, debolezza… sono solo alcune delle manifestazioni che fanno seguito alla decisione di astenersi dall’assunzione delle droghe alimentari più comuni (carne, latticini, caffè, the, pane, pasta, biscotti, zucchero, alcolici, eccetera).

Per preservare gli interessi economici, si preferisce colpevolizzare le persone grasse, deridendole e demonizzando la bulimia e l’anoressia come se fossero avvenimenti fortuiti ed eccezionali, in modo da nascondere abilmente la dipendenza indotta in ciascuno di noi, dietro lo spauracchio delle malattie psichiatriche.

Ma le patologie legate al cibo sono la diretta conseguenza di un’alimentazione completamente avulsa dalle necessità naturali e pericolosamente incoraggiata dalla cultura del guadagno.

E, purtroppo, riguardano tutti.

Indistintamente.

Un bisogno, vorace e compulsivo, di mettere in bocca qualcosa, infatti, ci costringe ad accettare, come se fosse la norma, il decadimento fisico precoce e l’esistenza di innumerevoli malattie, distraendo la mente dalla responsabilità della salute e  dall’ascolto delle reali necessità fisiologiche e psichiche.

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Rivelare i pericolosi retroscena di ciò che mangiamo è severamente proibito!!!

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E chi prova a trasgredire il mito di un’alimentazione innaturale e narcotizzante, suscita risolini divertiti, incredulità, accuse di fanatismo, emarginazione, sarcasmo e manifestazioni di aggressività.

Per evitare di diffondere una conoscenza che metterebbe in crisi il commercio di tanti prodotti, si è costruita una scienza che giustifica l’ingordigia e incoraggia la dipendenza da ogni genere di sostanze dannose.

Così, mangiare è diventato un modo di drogarsi, legalizzato, sponsorizzato e incrementato da quanti si arricchiscono grazie alla nostra voracità e alle malattie che ne conseguono.

Liberarsi dall’assuefazione alla tossicità del cibo è un’impresa difficilissima e presuppone una grande forza di volontà e la capacità di procurarsi da soli le informazioni necessarie a cambiare.

Sul web e sui libri, infatti, si possono trovare ricerche esaurienti e ben documentate ma, per superare la dipendenza, è necessario affrontare le crisi di astinenza che, inevitabilmente, accompagnano ogni disintossicazione.

Cambiare strategie alimentari, perciò, significa affrontare una battaglia difficile e complessa, dapprima con se stessi… e poi col mondo!

La manipolazione agita sugli alimenti, infatti, provoca un’assuefazione molto più grave e insidiosa che qualunque altra droga, perché la legalizzazione e la sponsorizzazione operate dalla medicina ufficiale e dai mass media, scatenano meccanismi di  difesa, di giustificazione e di dipendenza, estremamente resistenti e perciò difficili da scardinare.

Soprattutto dal punto di vista psicologico.

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SCELTE DI DIPENDENZA… E DI LIBERTA’

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Salvatore ha bisogno di bere qualcosa di alcolico prima di andare a dormire, altrimenti non riesce a prendere sonno.

Recentemente, però, ha scoperto di essere intollerante ai lieviti e ai fermenti.

“Gli alcolici sono il mio sonnifero” racconta “perciò non posso smettere di bere, altrimenti non riesco ad addormentarmi e continuo a girarmi nel letto anche per tutta la notte! Non sono un alcolista! Mi basta bere  solo una birra per addormentarmi sereno. L’unico problema è che non sono in grado di farne a meno.”

*  *  *

Vittoria ha sempre avuto una corporatura magra e slanciata ma, da qualche tempo, non riesce più a rientrare nel suo peso forma.

Ha cercato di mangiare meno, di aumentare le ore della palestra, di bere molta acqua, di stare più attenta alle calorie, di camminare a piedi, di non bere alcolici… ma niente!

La bilancia sembra inchiodata sui suoi chili di troppo e la pancia non diminuisce di un millimetro!

Pensando con terrore alla prova costume, decide di consultare un dietologo che, dopo averla misurata, pesata e intervistata, le annuncia trionfante che il suo peso è più basso di quello previsto dalle statistiche per la sua altezza, e che, perciò, dovrebbe ingrassare un pochino.

Demoralizzata, Vittoria gli fa notare il suo ventre prominente e lo specialista le consiglia di ridurre le verdure e la frutta, di bere molta acqua e di mangiare spesso, piccole porzioni di carboidrati e proteine.

Per qualche settimana la donna si sforza di seguire i consigli del medico, ma presto la fame e l’umore sempre più nervoso le rendono impossibile continuare.

Scoraggiata e abbattuta, decide quindi di fare di testa sua e, vagabondando in internet, scopre l’alimentazione crudista.

“Così potrò dire di averle provate proprio tutte!” riflette tra sé, mentre si appresta a mangiare solo frutta e verdura cruda per qualche settimana.

Ma, nonostante lo scetticismo, questa volta i risultati si vedono!

Il giro vita comincia progressivamente a ridursi e un insospettabile benessere la fa sentire in forma e di ottimo umore.

Sono passati quattro anni e, da allora, Vittoria non ha più smesso di mangiare crudo, ha perfezionato, però, il suo regime, riducendo i grassi e facendo attenzione alle corrette combinazioni degli alimenti.

Oggi il suo ventre è piatto, il suo peso è perfetto e gode di un’ottima salute.

Deve solo fare attenzione a non raccontare in giro la sua esperienza, perché ha scoperto a sue spese che l’alimentazione crudista suscita spesso commenti ironici e disapprovazione, in chi è ancora dipendente dalle sostanze della cucina tradizionale.

*  *  *

Da quando ha scelto di diventare vegano, Nicola non può più partecipare a un pranzo con i parenti senza essere oggetto di scherno e di polemiche.

Ogni volta zii e zie, cugini e cugine, fanno a gara per convincerlo ad assaggiare questo e quello e, davanti alla sua scelta di non uccidere per vivere, scatenano una sorta di guerra santa in favore dell’alimentazione carnea.

Quasi che quella di Nicola, invece che essere una decisione ragionata, fosse una patologica forma di anoressia.

Preso dallo sconforto, il ragazzo ha provato a motivare le sue idee, oppure a sorridere e non aprire bocca, nel tentativo di far cadere quel genere di discorsi.

Ma tutto è inutile e, ogni volta, i parenti tornano a provocarlo sostenendo che: “… l’uccisione è inevitabile e l’eccessiva sensibilità va curata!”

Esasperato, Nicola ha scelto, infine, di disertare quegli inviti, ma questa decisione, purtroppo, ha allarmato ancora di più chi gli vuole bene, perché: “… oltre ad essere troppo sensibile, si isola rifiutando il contatto con gli altri!”

Così Nicola, intrappolato dentro un paradosso, scopre con tristezza che, per i suoi parenti, le sue scelte saranno sempre e soltanto quelle sbagliate.

*  *  *

Lara è vegana da diversi anni, però non lo dice a nessuno.

“Sono intollerante!” risponde sorridendo a chi le domanda come mai non mangi la maggior parte degli alimenti che tutti, invece, consumano abitualmente.

“In questo modo chi mi sta intorno è gentile con me” mi confida, soddisfatta della sua decisione “e non sono costretta a dare spiegazioni sulle mie scelte alimentari!”.

Carla Sale Musio

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Ago 15 2014

IL SOGNO

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Sciabolate di luce nel buio gli feriscono gli occhi.

Non capisce cosa accada: era al caldo in macchina, poi d’improvviso l’auto si ferma, la portiera si apre.

Lui fuori, uno sgommare rapido, il buio intorno, il freddo.

Tutto quello che conosceva è lontano: non ci sono gli odori familiari, i toni attutiti, il tepore, quel poco di cose che sa della vita, perché ha solo alcuni mesi ed è un cane.

Cammina cammina: pensa che torneranno, che hanno voluto scherzare, che se andrà avanti, troverà l’auto aperta a riaccoglierlo.

Il cuore dei cani è pieno di fiducia e il suo, addirittura, straripa.

Le zampe gli dolgono: è ancora cucciolo e, se ascolta il suo corpo, ora avverte la fame.

Le auto lo sfiorano: lui adesso ha paura e corre.

Non vorrebbe, ma purtroppo comincia a capire….

Un rumore più forte lo scuote.

Si ferma, guarda: è l’auto.

E’ quella?

Corre ancora: ora lo devono vedere, deve mostrarsi.

Ma prima una e poi tante luci lo accecano.

L’urto è terribile, lo schianto immane, il dolore straziante…

Ma cosa succede?

Apre gli occhi, riconosce la cuccia: una bimba lo stringe, lo bacia, lo scruta.

Quindi gli parla con voce sommessa:

“Ti agitavi tanto, temevo che ti fossi ammalato. Ma adesso ho capito: sogni anche tu.”

Lui chiude gli occhi e si addormenta ancora, dimentico già del sogno e felice tra le braccia di lei.

Gloria Lai

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io non sono normale: CREDO ALLE FIABE!

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Ago 09 2014

io non sono normale: CREDO ALLE FIABE!

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L’otto agosto dell’anno scorso la mia piccola Nina ha abbandonato il suo corpicino fisico e si è trasferita nelle dimensioni immateriali, lasciando nella mia vita un enorme vuoto di solitudine e dolore.

Era stata la mia insostituibile compagna di avventure per diciotto anni.

Insieme abbiamo riso, pianto, giocato, corso, dormito, mangiato, gridato, abbaiato, saltato, scodinzolato, ballato, nuotato… fino a quando la sua pellicciotta nera è diventata troppo vecchia per trotterellare ancora nella vita a fianco a me e, a malincuore, ho dovuto accompagnarla alla soglia dell’esistenza incorporea.

Dopo tanti anni trascorsi insieme, fianco a fianco, non ho potuto fare altro che lasciarla andare via.

Il tempo da condividere, purtroppo, l’avevamo ormai consumato tutto.

Fino all’ultima briciola.

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NINA

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Nina era un meticcio piccolo e nero di origini indefinibili, bassa e un po’ tarchiata, proprio come se ne vedono tanti in giro, soprattutto nei canili.

Non era bella, ma possedeva un eccezionale talento nell’addestrare gli esseri umani!

Sono certa che avesse una laurea in Scienza della Relazioni tra il Cane e l’Uomo perché sapeva sempre come comportarsi con quelli della nostra razza ed era talmente preparata che, nonostante il suo aspetto anonimo, in breve tempo riusciva a conquistarsi le simpatie e la benevolenza di chiunque.

Il suo carattere ironico, testardo e intraprendente, mi aveva affascinato sin dal primo momento.

Perciò, quando il suo tempo qui con me, purtroppo, è finito, ho dovuto fare i conti con una profonda solitudine.

In quei momenti di tristezza non mi sono serviti a nulla i miei studi e le mie convinzioni sull’aldilà.

Nina non c’era più.

E io stavo malissimo.

Punto e basta.

Non so spiegarmi bene che cosa sia successo in quel periodo di sofferenza e di nostalgia, ancora oggi ho i ricordi confusi… ma l’amore non finisce con la morte (meno che mai quello di un cane) e Nina non poteva certo lasciarmi affondare in quelle sabbie mobili di dolore.

Così, poco tempo dopo il suo trapasso, mi ha fatto arrivare un messaggio… in un modo talmente imprevedibile e speciale che certamente sotto doveva esserci il suo zampino!

Un giorno come tanti, mentre piangevo in silenzio la sua mancanza cercando di non appesantire gli altri con le mie lacrime… mi sono ritrovata a leggere una fiaba.

Scritta da Gloria.

Che parlava di Nina!

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GLORIA

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Di Gloria sapevo tante cose: che ha fatto l’archeologa e oggi fa l’insegnante, che ama gli animali, che è fantasiosa, simpatica, sensibile e creativa… 

Ma, per merito di Nina, ho scoperto che Gloria possiede un talento che allora ancora non conoscevo: sa dare voce al cuore, trovando le parole per raccontare quello che l’Anima conosce e la mente non ha il coraggio di guardare. 

Ed è stato proprio grazie a Gloria (con lo zampino di Nina), che ho imparato a curarmi con le fiabe!

In quel momento, infatti, La fiaba di Nina è stata l’unica terapia capace di lenire la mia sofferenza!!!

Proprio come i sogni, le fiabe si svolgono in uno spazio e in un tempo interiore, permettendo al pensiero di oltrepassare i limiti della fisicità e aiutandoci a ritrovare la sapienza delle dimensioni immateriali.

Scoprire le fiabe di Gloria è stato il dono della mia piccola amica a quattro zampe, che dalle dimensioni invisibili continua ancora ad addestrarmi e a insegnarmi a parlare il linguaggio del cuore.

Se non ci fosse stato il suo zampino, forse avrei continuato a credere che le fiabe fossero soltanto un modo per intrattenere i bambini e non avrei capito quanto, invece, rivelino i misteri nascosti nelle esperienze della vita.

Segreti ben noti agli animali ma, purtroppo, oggi dimenticati dall’umanità.

Per fortuna, la mia personal trainer dell’amore, continua ad educarmi anche dall’aldilà e, grazie a una serie di sincronicità, mi ha portato a scoperchiare un mondo straordinario, fatto di conoscenza, sapienza, poesia e verità.

Così, per merito di Nina, ho incontrato Gloria e per merito di Gloria ho scoperto il potere terapeutico e curativo delle fiabe.

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io non sono normale: CREDO ALLE FIABE

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io non sono normale: CREDO ALLE FIABE è una nuova rubrica interamente dedicata alle fiabe e curata da Gloria Lai, archeologa, insegnante, animalista, artista e appassionata narratrice di fiabe.

Nei prossimi post, Gloria ci trasporterà nelle profondità del mondo interiore, permettendoci di ritrovare il linguaggio semplice e antico che schiude le porte dell’infinito. 

Oggi, per onorare la memoria di Nina, voglio condividere con voi la sua fiaba.

L’unico balsamo capace di mitigare la mia nostalgia.

Carla Sale Musio 

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La fiaba di Nina

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Attraversò intimidita la grande porta.

Si guardò intorno: esseri luminosi le si accostarono.

Le parve che la accogliessero.

Avanzò lentamente e in fondo alla grande sala scorse una figura maestosa, che le sembrò di ricordare.

Le si fece vicina e si fermò esitante.

Chi le stava davanti era Lui, il grande Signore del Tempo.

La guardò e mentre le sorrideva, disse:

“Eccoti, Nina, sei tornata a noi. Hai condotto una lunga vita, sei stata amata e molto hai amato. Nell’esistenza appena trascorsa, hai avuto in sorte un corpo di cane, ma per la gioia e l’affetto che hai donato, io ti concedo adesso di scegliere la tua prossima realtà”.

Nina, che aveva riconosciuto in quel volto e in quella voce colui al quale, sempre in forme diverse, ritornava, disse:

“Signore, fammi essere vento. Fammi soffiare potente tra i rami e sul mare eterno, muovere piano le erbe e rubare profumi ai narcisi. E poi, fammi asciugare il pianto dei vecchi e alitare negli occhi e sul viso di lei, che è stata la mia padrona.

Quando il mio soffio le sarà vicino, pronuncerò un saluto e lei, sorridente, si volterà a cercarmi”.

Il Signore del Tempo, che aveva ascoltato, magnanimo la guardò e accondiscese alla sua richiesta.

Poi le andò accanto e l’accarezzò dolcemente…

Gloria Lai

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Ago 03 2014

QUEL PICCOLO PROFESSORE NELLA MENTE…

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Un piccolo professore spietato e saccente si annida tra i pensieri, combattendo l’entusiasmo, la creatività e il piacere, con le armi subdole del dovere, della colpa e del giudizio.

Non è un essere malvagio… è convinto di agire per il nostro bene!

Ma in nome di un suo indefinibile criterio di obiettività uccide i sogni, le speranze e i desideri, incatenandoci a una vita di sacrifici e rassegnazione.

E’ un atteggiamento critico che nasce nella psiche in seguito all’educazione ricevuta da bambini e che, nel tempo, acquisisce una propria autonomia, trasformandosi in un censore interno, sempre pronto a ricordarci i limiti, la pochezza e i demeriti che ci caratterizzano.

Quando eravamo piccoli, questo censore interno aveva il compito di rievocare, al momento opportuno, gli insegnamenti dei grandi.

Allora non si era ancora trasformato nella voce persecutoria di oggi, ma era invece un alleato che, assistendoci nel complicato mondo degli adulti, ci aiutava a evitare gli errori della spensieratezza, dell’entusiasmo e dell’imprudenza infantile.

Con il tempo, però, si sono perse le tracce di quella sua originaria funzione protettiva e oggi millanta un’autorità priva di riscontri nelle circostanze della vita.

Ciò nonostante, non perde occasione per far sentire la sua presenza critica, ripetendo senza sosta il rosario dei  nostri difetti.

Reali o presunti.

E costringendoci a un continuo mea culpa che annienta l’autostima e soffoca la creatività sotto una coltre di impedimenti catastrofici.

“Quanto sei stupido!”

“Chi credi di essere!”

“Non ce la puoi fare!”

“Lascia perdere!”

“Sei un buono a nulla!”

“Quando gli altri capiranno chi sei, ti abbandoneranno!”

 “Sei ridicolo!”

Eccetera, eccetera…

Tutte le volte che ci lasciamo trasportare da un cambiamento, il piccolo censore serpeggia tra i pensieri con il suo repertorio di frasi a effetto e imprigiona l’entusiasmo dentro i limiti angusti imposti della sua antica e ristretta valutazione delle situazioni.

E’ così che si formano i pensieri ossessivi, la depressione, la scarsa autostima, l’insicurezza, la sfiducia e i blocchi che inibiscono la creatività e la realizzazione personale.

Le esperienze negative dell’infanzia coagulano nella mente una realtà allucinata che anima le paure del passato dentro gli scenari del presente, impedendoci di valutare con obiettività gli avvenimenti.

Spesso, per sfuggire agli ammonimenti di quella voce squalificante, ci sforziamo di non ascoltarla.

Ma, davanti ai tentativi di evitamento, il nostro educatore interno sembra acquistare vigore, bersagliandoci ancora di più con le sue affermazioni distruttive.

Non serve nemmeno compiacerlo rifugiandoci nella passività, nella timidezza o nella solitudine, perché quel chiacchiericcio mentale continua ugualmente a tormentarci con i suoi giudizi negativi, provocando spesso un crollo emotivo ancora peggiore.

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Che fare, quindi, davanti al parlottio interiore che martella i pensieri intrappolandoci dentro una prigione invisibile di autocritiche?

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Per liberarci dall’oppressione del nostro piccolo professore, è indispensabile esaminare l’educazione restrittiva che, nel tempo, ha dato forma alle opinioni persecutorie.

Ricondurre quella disapprovazione nel passato, infatti, smorza l’asprezza delle critiche e ridimensiona la valutazione della realtà permettendoci un’interpretazione più adeguata di ciò che succede nel presente.

Ma, soprattutto, è necessario imparare a convivere con quella voce silenziosa e criticona, senza lasciarsi soggiogare dai suoi giudizi negativi e gestendone l’anacronistica superiorità con la fermezza e la tolleranza con cui tratteremmo un vecchio amico brontolone.

Riconoscere il piccolo professore dentro di noi e lasciarlo parlare, senza farci condizionare dalle sue critiche aspre, permette di creare un dialogo tra il passato e il presente e ridimensiona la funzione castrante di un’educazione eccessivamente rigida, consentendo all’entusiasmo di scorrere libero, senza conseguenze negative.

“Ok, amico, non sei d’accordo. Lo tengo presente ma, nonostante le tue previsioni catastrofiche, io decido ugualmente di seguire il mio pensiero, autorizzandomi ad affrontare le situazioni a modo mio!”

Col tempo, la scoperta di nuove possibilità creative ed espressive, permette di costruire atteggiamenti più adeguati e meno restrittivi, liberando il nostro piccolo professore interno dal suo compito educativo e consentendogli finalmente di rilassarsi e di prendersi un po’ di riposo. 

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QUANDO IL PICCOLO PROFESSORE E’ IN AZIONE…

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Franca si sente sempre insicura ma, quando conosce delle persone nuove, ha così tanta paura di non piacere e di essere derisa o rifiutata che finisce per emarginarsi da sola, sentendosi sempre più incompresa.

Analizzando la sua storia emerge un’infanzia fatta di doveri e responsabilità, con un papà pronto a sgridarla e a punire ogni sua espressione giocosa in nome dell’ubbidienza, dell’educazione e del rispetto delle regole.

Nel tempo si è formata dentro di lei la sensazione di non andare mai bene e la paura di essere criticata per colpe che non le è possibile prevedere, proprio come quando era bambina.

*  *  *

Antonella ha paura dei ragazzi. Le piacerebbe stringere amicizia con i suoi compagni di scuola ma una timidezza esagerata prosciuga le parole, lasciandola senza voce e senza argomenti, in preda all’ansia e a una sgradevole sensazione di goffaggine e di stupidità.

Quando era ancora molto piccola, ha imparato che gli uomini sono degli ipocriti, opportunisti e interessati al sesso, e che le ragazze non dovrebbero mai fidarsi di loro.

Il papà di Antonella, infatti, è andato via con un’altra donna quando Antonella era ancora in fasce e la mamma l’ha cresciuta da sola, affrontando le critiche della famiglia e dei compaesani, scandalizzati per la sua scelta di mettere al mondo una bambina senza prima essersi sposata.

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Renzo ha vissuto l’infanzia all’ombra del fratello maggiore, Sebastiano.

Non c’era giorno che i genitori non esaltassero le virtù di quel figlio così bravo e capace e non invitassero Renzo a imitarne i comportamenti.

A malincuore, Renzo ha dovuto indossare i vestiti smessi di Sebastiano, frequentare le palestre e le scuole dove Sebastiano era sempre il migliore, leggere i libri che Sebastiano aveva già letto e giocare con i giocattoli che Sebastiano non usava più!

Crescendo, per non trasformarsi nella fotocopia di suo fratello, ha cercato di ritagliarsi degli spazi tutti suoi, ma il pensiero di quei continui confronti lo tortura ancora e, quando si tratta di chiedere qualcosa per sé, Renzo sprofonda nei ricordi sentendosi incapace, goffo e pasticcione, proprio come quando era bambino.

Così, si sforza di fare tutto da solo e preferisce rinunciare alle cose piuttosto che affrontare la sensazione insopportabile di dover chiedere aiuto.

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Da bambino Sergio doveva mostrarsi sempre grande e forte e, quando non ci riusciva, gli adulti lo deridevano chiamandolo femminuccia e burlandosi di lui.

Oggi Sergio è un omone alto e grosso, ma la paura di sembrare una femminuccia, purtroppo, è rimasta viva nel suo cuore e lo spinge a tiranneggiare le donne e la sensibilità, costringendolo a cancellare da se stesso ogni traccia di tenerezza, per paura di non essere amato.

Carla Sale Musio

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