Archive for Settembre, 2014

Set 27 2014

ANTISPECISMO E PEDOFILIA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

L’antispecismo è una corrente di pensiero che denuncia la violenza e l’immoralità nascoste dietro allo sfruttamento degli animali da parte dell’uomo.

L’approccio antispecista può essere sintetizzato in quattro punti fondamentali:

  • ogni essere senziente possiede dei diritti esistenziali che dovrebbero essere riconosciuti dall’umanità (indipendentemente dal modo di vivere, diverso da quello umano)

  • la capacità di provare piacere e dolore, di manifestare una volontà e di intrattenere rapporti sociali, non sono prerogative esclusive della nostra specie

  • riconoscere l’intelligenza emotiva e sociale delle altre specie animali comporta un cambiamento del loro status etico

  • e, di conseguenza, una trasformazione profonda nei rapporti tra individui umani ed individui non umani

La difesa dei diritti degli animali si contrappone allo specismo che, invece, sostiene la facoltà dell’uomo di usare ogni altra specie vivente per il proprio vantaggio, ignorandone la sofferenza e l’abuso, in virtù della assoluta e indiscutibile superiorità della specie umana.

L’antispecismo nasce nel XVIII secolo, insieme al riconoscimento dei diritti alle donne e agli schiavi, vittime, proprio come gli animali, di sfruttamento e discriminazione, e mette in evidenza che il requisito fondamentale, perché un individuo possa essere riconosciuto portatore di diritti, è la capacità di provare piacere e dolore.

Nel momento in cui questa condizione è soddisfatta, un principio di eguaglianza impone di prendere in considerazione l’interesse a non soffrire e a provare piacere, indipendentemente dalla specie di appartenenza.

La specie umana, infatti, non è l’unica in grado di patire il dolore e la sofferenza.

Nel valutare la gravità dell’atto di sacrificare una vita, è indispensabile prescindere da specie, razza e sesso, e guardare, invece, il desiderio di continuare a vivere, la qualità dell’esistenza, ecc.

Come esseri umani siamo responsabili di quello che facciamo, ma anche di quello che avremmo potuto impedire o che abbiamo deciso di non fare.

La capacità di riconoscere il dolore e la sofferenza degli altri è il requisito fondamentale della maturità e il presupposto di ogni socializzazione.

Una società evoluta è in grado di considerare le esigenze di tutti, senza emarginare né discriminare nessuno.

Nei secoli, lo schiavismo, il razzismo e il maschilismo, hanno fondato i loro privilegi sul potere e sulla prevaricazione, e costruito una piramide gerarchica in cui alla sofferenza sono state attribuite gradazioni e valori diversi, secondo chi la vive.

La legge del più forte sostiene l’esistenza di un dolore da evitare e di un dolore che, invece, è possibile infliggere impunemente, perché riguarda creature considerate inferiori, e perciò portatrici di una coscienza e di una sensibilità, poco importanti.

Ma affermare che esistono vite di serie A e vite di serie B, significa occultare, a se stessi e al mondo, che la sofferenza è identica per tutti (a prescindere da chi la sperimenta), negando il diritto al benessere, al piacere e al rispetto della propria vita, in base a un criterio arbitrario, basato sulla prepotenza.

Nei presupposti di questa discriminazione si annida il virus della violenza e prendono forma gli abusi agiti ai danni di chi non può difendersi.

La pedofilia è una delle tante espressioni di questa filosofia crudele ed egocentrica, diffusa dappertutto e basata sulla legge del più forte.

I sostenitori della pedofilia affermano che i bambini sono creature inferiori, incapaci di rendersi conto di ciò che vivono e di ciò che provano, e perciò plasmabili, senza conseguenze, ai fini del piacere degli adulti.

La pedofilia nasce da un codice di comportamento che discrimina e sminuisce la diversità, nell’interesse del più grande e del più forte.

(Un codice di comportamento curiosamente identico a quello dello specismo.)

Invece di osservare con attenzione e rispetto la delicata emotività infantile, i pedofili approfittano dell’innocenza e della fragilità dei bambini per soddisfare i propri desideri sessuali, violando costantemente i principi di uguaglianza e di libertà, in favore di un più vantaggioso ed egoistico presupposto adultocentrico.

In questo modo, il piacere erotico degli adulti diventa un diritto che permette l’abuso e lo sfruttamento dei più piccini, grazie al fatto che, proprio in quanto piccoli, questi ultimi sono considerati individui di serie B, privi di potere e perciò di scarso valore.

Chi pratica la pedofilia non distingue le peculiarità e il dolore dell’infanzia, ma afferma, invece, l’esistenza di una sessualità infantile forgiata a immagine e somiglianza di quella degli adulti, attribuita a creature giudicate poco importanti e quindi non meritevoli di rispetto, tutela e comprensione.

La pedofilia prende forma dagli stessi presupposti filosofici dello specismo, e afferma, con la medesima arrogante impunità, il diritto del più forte e la discriminazione della diversità e della debolezza.

I bambini, docili e indifesi, subiscono lo stesso trattamento riservato agli animali, diventando strumenti di piacere nelle mani di chi si autoproclama superiore.

Nei secoli, bambini, donne e animali, accomunati dalla stessa fragilità e arrendevolezza, sono state le vittime preferite di chi professa: mors tua vita mea, sacrificando il rispetto, la comprensione e la condivisione, al predominio del più forte.

Mentre le donne, però, hanno potuto rivendicare, nel tempo, il proprio diritto al riconoscimento e all’uguaglianza, gli animali e i bambini, non potendo difendersi autonomamente, subiscono, da sempre, la prepotenza di chi sfrutta e abusa la loro ingenuità.

I bambini, infatti, possiedono una sensibilità diversa da quella degli adulti e un’emotività immediata e istintiva, che li rende fragili e vulnerabili, proprio come gli animali, vittime degli umori e dei desideri di chi possiede armi e strumenti per sottometterli.

Una visione del mondo, egocentrica e prepotente, colloca l’essere umano adulto al centro dell’universo, legittimando ogni genere di sopruso compiuto nel suo esclusivo interesse.

Combattere la violenza e l’ingiustizia contenute in questa filosofia significa scoprire le radici (poco etiche) che la mantengono in vita, e trasformare, dapprima in se stessi e poi nel mondo, i presupposti cruenti nascosti tra le pieghe delle nostre abitudini quotidiane.

C’è un nesso che lega l’antispecismo alla tutela dell’infanzia e al rispetto di chi non può difendersi da solo.

E’ un filo comune che passa attraverso il riconoscimento delle peculiarità di ciascuno e la capacità di discernere il dolore e la sofferenza in ogni essere vivente.

Per cambiare il mondo non basta denunciare le cose che non vanno, scrollando la testa senza modificare i propri comportamenti e, soprattutto, senza individuare le connivenze interiori che perpetuano, inconsapevolmente,la prepotenza.

La pace deve essere raggiunta dapprima nella propria coscienza, perché solo da lì può dispiegarsi anche nell’ambiente circostante.

Sconfiggere la violenza significa scoprire le cause che la alimentano, identificandone i sintomi anche dentro se stessi.

Considerare gli animali: creature inferiori al servizio dell’uomo, conduce, inevitabilmente, a postulare l’esistenza di esseri poco importanti, vite nate per sottomettersi, destinate a soddisfare i piaceri del più forte.

Vuol dire: legittimare lo sfruttamento, aprendo le porte all’indifferenza verso il dolore altrui.

Soltanto riconoscendo la sofferenza anche in chi è diverso per sesso, razza, specie, età o qualsiasi altra cosa, diventa possibile costruire un mondo finalmente rispettoso della vita.

Di tutti.

E non solo di chi comanda.

Carla Sale Musio

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ANIMALI, BAMBINI E PEDAGOGIA NERA

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Set 21 2014

L’AMORE E’ IMMORTALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

Antoine de Saint-Exupéry

Quando muore una persona cara, il legame che ci ha unito resta.

E diventa più grande e più forte.

Per poterlo riconoscere, però, occorre imparare a vedere, toccare e sentire, con il cuore.

Il cuore riconosce la presenza anche di chi non ha più un corpo.

La presenza fa parte del legame.

Il legame non ha nessun corpo.

Il cuore è abituato a vedere, sentire e toccare, tutto ciò che non ha corporeità.

Ma che cos’è la presenza?

La presenza è un’energia impalpabile che permea ogni essere, è una specie di atmosfera, l’allure che circonda le persone.

In teatro la presenza scenica indica il carisma di un attore.

Fuori dai teatri, se ne parla poco.

Di solito non facciamo caso alla presenza delle cose e degli esseri.

I sensi fisici ci distraggono.

Siamo abituati a riconoscere soltanto le percezioni concrete e non diamo importanza a quello che invece sentiamo dentro.

Ascoltiamo il cuore solo se ci invia dei segnali molto forti.

Quando muore qualcuno che amiamo ci ricordiamo di avere un cuore.

Il dolore che si prova non riguarda i sensi, è un dolore interno che attanaglia l’anima.

Non è concreto, non è quantificabile, non è scientifico.

Ma è reale.

In quei momenti ci accorgiamo, improvvisamente, della percezione del cuore.

La sofferenza annichilisce e, per questo, spesso, finiamo per imbavagliare il cuore con i farmaci.

Se stiamo attenti, ci accorgiamo di provare sempre qualcosa di non riconducibile ai cinque sensi, e possiamo imparare a riconoscere le percezioni cardiache in ogni istante della nostra vita. Davanti a persone, luoghi, cose, circostanze ed eventi.

Di solito non le ascoltiamo… ma le abbiamo.

Quando entriamo in una casa, per esempio, veniamo avvolti dalla sua atmosfera.

Possiamo guardare gli arredi, la luce e i colori, possiamo sentire la temperatura e gli odori ma, in aggiunta a queste percezioni fisiche, abbiamo una sensazione interna che ci racconta qualcosa.

Una sensazione che ci parla della casa e del modo di essere dei suoi abitanti.

Il materialismo spinge a trovare solo motivi concreti per giustificare le impressioni interiori, ma non sempre questa traduzione dei significati immateriali in informazioni materiali riesce bene.

Vi sarà capitato di entrare in un appartamento pulito, ordinato e curato… e di sentirvi a disagio.

La padrona di casa è gentile, vi fa accomodare, vi offre qualcosa. Eppure quella sensazione non passa.

Non c’è una ragione, è tutto ok, però… in quel posto non state bene.

A volte può bastare solamente cambiare stanza, per veder scomparire il malessere. A volte il disagio resta addosso fino al momento di andare via.

Appena uscite dall’abitazione, quella sensazione passa.

Il disagio di cui stiamo parlando è un’informazione che si percepisce con il cuore e appartiene al legame tra la casa e chi ci vive.

Ci fa sapere che c’è qualche fastidio.

Avvertiamo sempre la presenza delle persone.

Quando siamo con qualcuno, sentiamo la sua presenza.

La sentiamo anche stando in silenzio.

Anche se ognuno legge qualcosa per conto suo.

Anche se non ci si guarda, non ci si tocca e non ci si parla.

E’ la ragione per cui i bambini si trasferiscono con i loro giocattoli appresso agli adulti, invece che giocare da soli nella stanza dei giochi.

Quando qualcuno muore, la sua presenza non muore.

Il legame si amplifica dopo la morte, e la presenza si fa sentire di più.

Ma, purtroppo, il nostro pensiero imbevuto di materialità traduce la percezione cardiaca della presenza in: assenza.

“Mi manca! Non c’è più. Non devo pensarci. Mi ci devo abituare…

Questi pensieri escludono la percezione della presenza di chi non ha più un corpo.

La presenza fa parte del legame.

Possiamo avvertirla e sentire il legame soltanto usando il cuore.

Per accorgerci della presenza di chi amiamo, dobbiamo riconoscere al cuore un potere di conoscenza.

Bisogna ammettere che le percezioni cardiache hanno la stessa importanza che di solito attribuiamo alla mente, al sistema nervoso e al cervello.

E comprendere che la comprensione del cuore possiede una realtà.

Definiamo normale un tipo di percezione basato esclusivamente sui cinque sensi.

E, spesso, ci sentiamo poco normali nel riconoscere la medesima importanza anche alle percezioni interiori.

Ma nella capacità di ascoltare la vita con il cuore è racchiuso il segreto della salute mentale, e la via per un mondo migliore.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

leggi anche:

MORTE E IMMORTALITA’

QUANDO MUORE UN ANIMALE

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Set 15 2014

MALEDETTI VEGANI!!!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nonostante la scelta vegana sia in costante aumento, prendersela con chi decide di non utilizzare più prodotti di origine animale, sembra essere lecito e incoraggiato dalla cultura della violenza e dell’indifferenza nella quale siamo immersi.

“Chi sceglie di non uccidere per vivere, probabilmente ha qualche rotella fuori posto!” si mormora da più parti.

E, come minimo, deve mostrare un certificato medico che autorizzi a non cibarsi della morte di nessuno!

Altrimenti è additato come un appestato e accusato di fanatismo, ossessione e rigidità, ma soprattutto: mancanza di rispetto, nei confronti di chi, invece, preferisce infliggere torture e sofferenza per soddisfare i piaceri del palato.

La scelta giusta è ancora quella dell’uccisione e della prepotenza.

La non violenza è guardata con sospetto, suscita insofferenza, irritazione e colpevolizzazione.

Il codice “Mors tua vita mea” è diventato un dogma, nella cultura dello sfruttamento e dell’opportunismo.

Il mondo appartiene ai furbi.

E i furbi, si sa, si fanno pochi scrupoli.

Così, chi ha un cuore deve nasconderlo, per non venir emarginato e deriso.

Voci autorevoli hanno dimostrato che oltre ad essere una pratica crudele, mangiare carne fa male alla salute e sta creando danni gravissimi all’ecosistema.

Ma chi gestisce l’industria della morte (carne, armi, prostituzione, pedofilia…) ha tutto l’interesse a soffocare queste informazioni, sponsorizzando l’indifferenza e l’ignoranza, per incrementare i propri lucrosi guadagni.

Per questo, le battute sul fanatismo vegano occhieggiano qua e là, sostenendo, con bonaria ironia, il massacro di tante creature innocenti.

Scorgere la violenza nascosta dietro ai riti alimentari, presuppone capacità d’immedesimazione, e un’empatia che il mondo consumista demonizza.

Si preferisce osannare la superiorità dell’uomo e, in nome del diritto del più forte, continuare a uccidere con indifferenza. Per consuetudine, conformismo e ignoranza. 

Ma il diritto del più forte abilita la disonestà e la prepotenza.

Non solo sugli animali.

Su chiunque possa essere usato per soddisfare gli interessi di chi comanda.

C’è un nesso che lega l’alimentazione carnea al razzismo, al bullismo, al femminicidio, alla pedofilia, allo schiavismo, alla prostituzione… e a tutto ciò che fa della prepotenza e dell’abuso uno stile di vita.

L’indifferenza, con cui sacrifichiamo tante vite, giustifica le guerre, l’emarginazione e lo sfruttamento, e perpetua quella cultura della violenza che miete vittime ovunque, in nome del guadagno.

Ma tutto questo, naturalmente, non bisogna farlo sapere in giro!

Si corre il rischio di veder calare le vendite, mandando in crisi la supremazia dei pochi eletti che gestiscono il mondo.

Per far girare l’economia, è obbligatorio nascondere i soprusi e ottundere le coscienze, drogandole con cibi   insaporiti e poco salutari.

La carne dà dipendenza e provoca una sorta di eccitazione che ne mantiene alta la desiderabilità, perché sembra alleviare la fatica della vita quotidiana.

Come tutte le droghe, la sua tossicità anestetizza la mente e incrementa l’assuefazione.

In un circolo vizioso senza fine.

Ribellarsi all’uccisione degli animali, presuppone una volontà capace di resistere alle sollecitazioni alimentari e alle aggressioni di chi si infastidisce di fronte a quelle scelte che mettono in crisi la coscienza, perché denunciano la crudeltà.

Uccidere è sempre una violenza.

E in un mondo evoluto va evitato.

La norma “Mors tua vita mea” appartiene a un codice ingiusto.

Che tutti quanti subiamo con dolore, in tante sfere della nostra vita. Purtroppo.

Trasformare i presupposti violenti che stanno distruggendo il mondo, significa smettere di credere alla legge del più forte, e cominciare a leggere oltre le apparenze, scovando la verità nascosta dietro alla superiorità con cui l’essere umano guarda gli animali.

Ci vuole molto coraggio per sfidare da soli i presupposti di un mondo ingiusto e prepotente.

Eppure… soltanto così può nascere una società migliore.

Uccidere non è mai lecito.

Meno che mai quando serve soltanto a soddisfare un capriccio del palato.

Per comprendere questo verità non ci vuole una grande intelligenza.

E chi deride i vegani lo sa benissimo.

Anche se preferisce mettersi in pace la coscienza, pagando il pizzo, a quell’élite che gestisce le sorti del pianeta, e guardando con commiserazione chiunque scelga di camminare controcorrente.

Non si può essere liberi annegando le responsabilità grazie alle tante droghe legali chiamate impropriamente alimentazione.

L’indipendenza passa attraverso l’ascolto e la conquista della propria sensibilità.

Nasce dalla capacità di superare l’egocentrismo per costruire una più profonda reciprocità.

Ogni creatura ha diritto alla vita.

La legge del più forte afferma l’ingiustizia e costruisce un mondo di crudeltà.

Scegliere di pensare con la propria testa porta a denunciare le false verità di una società basata sulla violenza e sullo sfruttamento di tante vite innocenti, colpevoli soltanto di un’eccessiva addomesticabilità.

E’ una via solitaria.

Adatta a chi è capace di trovare in se stesso l’approvazione e il riconoscimento, senza cercare il consenso del mondo.

La libertà si raggiunge quando si diventa capaci di seguire soltanto la propria coscienza.

Carla Sale Musio

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Set 09 2014

ANIMALI E CONOSCENZA DI SE’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

  • Perché alcune persone evitano gli animali?

  • Perché altri provano disgusto anche solo a guardarli?

  • Perché spesso non ci si accorge nemmeno delle loro sofferenze?

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Gli animali raccontano simbolicamente la nostra istintualità, parlano del nostro mondo emotivo, di ciò che facciamo spinti da un impulso interiore e, a volte, senza nessuna logica.

Oggigiorno l’istintualità è malvista.

Esiste una dittatura della razionalità che, purtroppo, porta con sé anche tanta sofferenza psicologica, perché, privilegiando la ragione, spesso finisce col trascurare il cuore, le emozioni e i sentimenti.

Gli animali, l’istinto e il cuore hanno in comune l’ascolto di se stessi.

Gli psicologi ritengono che riconoscere e ammettere ciò che si sente dentro, senza reprimerlo, sia la via maestra per la salute e il benessere psicologico.

Gli animali non soffrono di malattie mentali, non prendono psicofarmaci, non vanno dallo psichiatra.

Ascoltano il loro istinto.

Hanno poco a che fare con la sofferenza psicologica che affligge il nostro mondo e che ci spinge a ingurgitare farmaci a manciate, pur di sentirci bene.

Nella nostra civiltà, l’istinto e le emozioni, purtroppo, sono spesso in conflitto con la ragione e il controllo.

La parte animale di noi stessi, infatti, non ascolta ragioni e sfugge al controllo.

Non è civilizzabile.

E’ selvaggia.

Libera.

Il mondo animale, perciò, parla alle nostre parti indomabili e indipendenti.

Gli animali sanno. Senza bisogno di parole.

Sanno ritrovare la strada di casa.

Sanno quando è il momento di migrare.

Sanno quando fare il nido.

Sanno di non potersi fidare dei sorrisi e delle belle maniere.

Conoscono l’istinto e non ne hanno paura.

L’uomo, invece, preferisce seguire il ragionamento logico.

L’istinto non lo ascolta.

Censura le emozioni.

Soffre di depressione e attacchi di panico.

Il simbolismo degli animali ci mette in contatto con un sapere immediato e ancestrale, che spinge a fare la cosa giusta al momento giusto, senza passare per la ragione.

E, spesso, i rapporti che abbiamo con gli animali rivelano i rapporti che abbiamo con le nostre emozioni.

Raccontano in che modo gestiamo la nostra istintività. Parlano dei nostri aspetti passionali, teneri, fragili, aggressivi, sensitivi…

La fobia per un animale nasconde la paura di ciò che quell’animale rappresenta per noi.

Ogni animale assume un significato simbolico diverso per ogni persona, ma nell’immaginario collettivo alcuni contenuti sono universali e si possono fare delle generalizzazioni.

Così, i cani rappresentano la dedizione, la capacità di darsi totalmente e incondizionatamente a qualcuno.

La paura dei cani, di solito, nasconde la paura di abbandonarsi alla devozione per un altro essere.

I gatti sono invece un simbolo d’indipendenza e di eleganza.

La paura dei gatti sottende la paura di vivere pienamente la propria autonomia.

Il topo porta le stimmate della capacità di sopravvivenza in situazioni difficili, rappresenta il legame con la vita e il bisogno di essere se stessi.

La paura dei topi, che oggi affligge tante persone, parla del conformismo che permea la nostra società e descrive la paura di permettersi la propria autenticità.

Quando abbiamo paura di un animale, teniamo alla larga tutto ciò che simbolicamente rappresenta per noi.

Quando, invece, ci avviciniamo a un animale, avviciniamo quella parte dentro di noi e, cercando di fare amicizia, la integriamo nella nostra personalità.

Ci sono animali che ci piacciono e animali che non ci piacciono.

Proprio come esistono aspetti di sé con cui è più facile entrare in rapporto, e aspetti che, invece, ci mettono in difficoltà e che preferiamo evitare.

Sempre, però, l’amore per gli animali rappresenta l’amore per la vita.

Mentre, l’odio verso gli animali nasconde un disprezzo profondo per se stessi, e per quella parte di sé che alla vita è maggiormente legata.

Carla Sale Musio

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Set 03 2014

LA TENEREZZA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Era un sovrano inflessibile, quasi crudele.

Dominava il suo popolo con durezza: anche i cortigiani lo temevano, timorosi di un suo sguardo altero, di un levare di ciglia.

A cavallo attraversava le sue terre e le schiene dei sudditi si piegavano ad omaggiarlo: quando passava nei villaggi e tra i campi, tutti abbandonavano le loro attività e si prostravano, incapaci di sollevare lo sguardo.

Nessuno ricordava di lui un sorriso, ancor meno una tenerezza.

Gli anni passavano, il tempo incalzava. L’incedere del sovrano, sempre regale, si era fatto appena più esitante, ma pochi lo avevano notato.

Una sera d’inverno, il sovrano e i suoi dignitari furono sorpresi da una violenta tempesta di neve: il palazzo non era lontano, ma l’infuriare del vento costringeva uomini e cavalli a procedere lentamente.

Gli occhi del re, socchiusi per il gelo e la neve, ispezionavano il cammino…

All’improvviso, qualcosa sul margine della via colpì la sua attenzione: guidò il cavallo verso quello che sembrava uno straccio, scuro sul biancore.

Guardò meglio: era solo un gatto, immobile e quasi coperto dalla neve.

Il re non seppe per quale motivo agì come fece: scese da cavallo, raccolse l’animale che respirava debolmente e se lo caricò in sella.

Si stupirono i dignitari, ma nessuno di essi osò intervenire.

Il calore vigoroso del cavallo e il contatto con il corpo del re agirono come un balsamo sulle membra intirizzite dell’animale, che dopo un poco aprì gli occhi e li rivolse al volto severo del sovrano.

E lui, il re, guardando il verde di quegli occhi felini, pieni di gratitudine, capì all’improvviso cosa fosse la tenerezza e si stupì di aver sprecato tanto tempo senza conoscerla.

Ma fu solo un attimo: si vergognò di quella debolezza e rasentando una casupola di contadini, affidò loro il gatto e proseguì per la sua strada, con l’alterigia di sempre. 

Anche per quel sovrano superbo giunse il momento estremo: nonostante il suo coraggio, il re sentì un fremito al cuore e un gelo terribile nelle membra all’approssimarsi della fine.

Disteso nel suo letto regale, il re vide profilarsi sulla soglia una figura evanescente, che reggeva tra le mani una minuscola e preziosa bilancia d’oro.

L’essere prodigioso si avvicinò lentamente al sovrano e cominciò a parlargli.

Gli ricordò le prepotenze da lui commesse in tanti anni di vita, le violenze, le durezze, le preghiere non ascoltate, le carezze disdegnate, gli affetti disprezzati, le debolezze derise…

Il re sentiva crescere un affanno che non conosceva: capì di trovarsi davanti al giudizio supremo.

Percepì tutto il peso della sua vita, ma nessuno gli aveva insegnato a pentirsi.

Ad ogni racconto delle sue durezze uno dei piatti della bilancia, come gravato da un carico, scendeva sempre più pesantemente verso il suolo.

L’altro, invece, restava miseramente in alto: il destino del re sembrava compiuto…

Ma ecco lentamente entrare nella stanza un gatto: i suoi occhi verdi sfavillavano.

Con cautela si accostò al letto del sovrano, avvicinò il muso all’essere evanescente e sussurrò qualcosa: un racconto che narrava di una tempesta di neve, di un gatto solitario e morente, di due braccia forti e orgogliose…

Fu così che, davanti al sovrano esausto, si manifestò ancora un prodigio: al termine del racconto, i due piatti della bilancia aurea lentamente raggiunsero la stessa altezza, in perfetto equilibrio.

Allora il sovrano morente sentì svanire ogni timore: avvolse nell’ultimo sguardo lo scintillio di quegli occhi felini e chiuse dolcemente i suoi, affidandosi sereno al sonno eterno.

Gloria Lai

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