Archive for Novembre, 2014

Nov 28 2014

AMARE… OLTRE IL POSSESSO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Volersi bene significa riconoscersi, comprendersi, accogliersi e sostenersi, nei momenti felici e nelle difficoltà della vita.

Una relazione di coppia fondata sull’amore è capace di far fronte anche alla fine dell’innamoramento e alla nascita di una nuova autonomia dei partner.

La stima, il rispetto e la reciprocità, infatti, portano a condividere i punti di vista e ad accettare le differenze, senza ostilità e senza rinunciare alla propria verità.

L’amore è un percorso di crescita in cui ognuno impara nuovi modi di esprimersi e di rapportarsi.

Con se stesso, con gli altri e con la vita.

Un percorso in cui si affrontano gli eventi, belli e brutti, che costellano la quotidianità, e ci si conosce profondamente e intimamente.

Da questa condivisione, scaturisce una nuova consapevolezza di sé.

Più variegata e completa, e anche più ricca di possibilità.

Con i propri comportamenti e sentimenti, ognuno sollecita il mondo interno dell’altro, facendo emergere le difficoltà interiori, che spesso bloccano la crescita individuale, e stimolando il bisogno di mettersi in gioco in modi sempre nuovi e sempre più profondi.

L’amore di coppia è un’esperienza unica e preziosissima, perché conduce progressivamente a una nuova visione della realtà, permettendoci di raggiungere una maturità affettiva altrimenti impossibile.

La prova del nove, nel rapporto coniugale, consiste nella capacità di affrontare le differenze che impediscono di proseguire a braccetto lungo il cammino della vita.

La separazione rappresenta uno di questi delicati momenti di svolta.

Affrontare la conclusione di un matrimonio, vuol dire permettere, a se stessi e al partner, di sperimentare una nuova autonomia, e presuppone una capacità di amare: stabile, profonda e duratura.

Segna il raggiungimento di una pienezza affettiva cui non tutti riescono ad arrivare.

E cementa l’unione interiore, rendendola indissolubile.

E’ facile amarsi quando si condividono le stesse scelte e la medesima visione della vita.

La profondità dei sentimenti si rivela quando la crescita di ciascuno procede attraverso percorsi diversi.

In quei momenti l’amore vero dispiega tutta la sua verità, palesando se stesso.

Non perché ci si costringe ostinatamente a condividere tutto insieme, bloccando la crescita!

Come, purtroppo, succede spesso.

Ma perché si comprende la necessità di differenziarsi, senza reprimerla e senza pretendere l’uno dall’altro una reciprocità che spontaneamente non esiste più, se non nell’accoglienza del bisogno di procedere da soli lungo le strade della vita.

La reciprocità, infatti, non è sinonimo d’amore, e spesso si trasforma in una pretesa di possesso.

Durante la separazione l’amore è messo alla prova.

Abbracciare i bisogni di autonomia, accogliere la nascita di una nuova relazione, accettare di proseguire da soli il proprio percorso… sono tappe importanti della crescita emotiva.

Evidenziano una profonda capacità di amare e segnalano una maturità affettiva non più vittima dell’egoismo o delle convenienze, ma libera di dare e di comprendere.

Senza possesso e con libertà.

L’amore è un dono che l’esistenza ci regala, e che incoraggia il bisogno di donare, aiutandoci a superare l’egoismo e la possessività.

Amore e possesso sono due poli opposti, lungo la strada della crescita interiore. 

Amare significa aprirsi fino ad accogliere una realtà diversa dalla nostra, lasciando, a se stessi e all’altro, la libertà di scegliere di camminare insieme o di proseguire soli.

Carla Sale Musio

leggi anche:

AFFRONTARE LA SEPARAZIONE

SEPARARSI PER INCONTRARSI

AMORE O POSSESSO?

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Nov 22 2014

L’OFFERTA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Anche a volerla cercare, non c’era bellezza in lei: scuri gli occhi, ma poco profondi, chiara la pelle, ma senza turgore; in più, capelli biondastri con tocchi di rosso.

Era un essere singolare.

E poi un carattere ombroso, rari i sorrisi, scarse le risate.

In paese la credevano strana: finchè visse sua madre, la lasciarono in pace, ma dopo la morte della donna, affranta al pensiero della figlia, si fecero beffe di lei, del suo andare esitante, del suo aspetto diverso, del parlare impacciato; alcuni dicevano fosse malevola, per quel rosso nei capelli. Addirittura si scostavano al suo passare, temendo il contatto.

Il loro rifiuto la rese proprio come ritenevano fosse: silenziosa, aspra, solitaria.

Le uniche gioie di vita quelle vissute con la madre.

********

Su quel villaggio gravava un terribile peso: ogni anno un orco, spaventoso a vedersi, esigeva un tributo di sangue.

Il dramma affondava nel tempo: tanti anni prima, il paese era stato fondato da genti straniere, a cui poco dopo un orribile orco rivelò che quei luoghi, stregati e di sua proprietà, obbligavano chi vi fosse arrivato, a starci per sempre.

Costretti a restare, gli infelici divenivano cibo per l’orco che nutrendosi di carne umana, manteneva eternità e vigore.

Le genti del paese fecero il possibile per impietosire il mostro: piansero, implorarono, offrirono ricchezze.

L’orco si divertì talmente a quella disperazione che li premiò: avrebbe divorato solo uno di loro, una volta all’anno.

Non fu una concessione da poco.

In più, distrattamente, rivelò che l’incantesimo poteva essere infranto, se qualcuno volontariamente si fosse offerto…

Ma non si curò delle sue incaute parole: conosceva bene gli umani, il loro attaccarsi alla vita, l’assenza di coraggio, il loro egoismo.

Per quanto lo riguardava, poi, avrebbe saziato la fame restante negli altri villaggi dei suoi estesi beni.

********

Ad ogni trascorrere d’anno il terreno tremava fin da lontano: allora gli animaletti sgusciavano nelle tane, gli uccelli si nascondevano tra i rami a difendere i piccoli, cavalli e mucche restavano nelle stalle.

In realtà non avevano nulla da temere, perché l’orco li disdegnava, ma il terrore degli uomini invadeva anche loro.

Il silenzio era assoluto: ed ecco l’orco profilarsi oltre i colli, più alto di quelle vette.

In pochi passi raggiungeva il villaggio e scrutava con attenzione: vi era sempre qualcuno che tardava a rientrare o che si nascondeva malamente.

E comunque anche le porte ben chiuse, all’occorrenza, venivano abbattute dal mostro.

Una zampata rapida, un masticare violento.

E tutto finiva in fretta.

Ormai gli abitanti del paese subivano ogni anno il compiersi del sacrificio, ma il pensiero di quella sorte non li rendeva migliori: chiusi nell’egoismo, nelle miserie quotidiane, nelle invidie, tiravano a campare, sperando di essere risparmiati.

********

Lei era sempre più sola: il destino che incombeva su tutti non li spingeva ad amarla ma, contenti nel saperla più infelice di loro, aumentavano l’astio e il rifiuto.

Lei continuava a soffrirne, ma dopo lungo pensare, seppe il da farsi: offrirsi in pasto, spezzare l’incantesimo e, insieme, la vita dell’orco e la propria, tanto inutile e vuota.

L’avrebbero così ricordata e, forse, rimpianta.

Alla scadenza successiva, la solita angoscia, il guardarsi sottecchi, il chiedersi a chi sarebbe toccato.

Lei invece era calma: ormai aveva deciso.

********

L’ombra dell’orco si profilò sulla via principale: nessuno in giro.

Lui si apprestava alla solita svelta ricerca, quando avvertì qualcosa di caldo.

Aguzzò lo sguardo: un forma femminea in mezzo alla piazza.

L’orco pensava che la donna sarebbe fuggita: lei invece si costrinse a restare.

Ricordi veloci le passavano in mente: le carezze materne, l’odore del latte al mattino, l’andare flessuoso di un gatto, il mistero del cielo, il frusciare del vento….

E in cuore le nacque una voglia struggente di vita.

Ma aveva deciso: avanzò con coraggio, si offerse.

Lui agì rapido, senza pensare: l’urto fu tanto violento che lei non soffrì nel morire.

Per l’orco non vi fu altro tempo: immediato, il suo grido si alzò verso il cielo e il suo corpo massiccio scivolò al suolo.

Giacquero un poco vicini, poi lui piano piano prese a svanire.

Gli abitanti uscirono incerti dalle case sbarrate: capirono tutto, non appena videro.

Allora furono i vecchi per primi, piegati dagli anni e i rimorsi, a raggiungerla, a carezzarla, a baciarla:

“Perdonaci per non averti capita”, chiesero in lacrime.

“Perdonaci per non averti amata”, dissero tutti gli altri, oppressi da vergogna e stupore.

Giungevano lenti, recavano fiori.

Il corpo di lei lo portarono a braccia: vicino alla tomba piantarono rose selvatiche e more.

Poi, via dal paese: oppressi da colpe e  ricordi riunirono gli animali, raccolsero i beni e cercarono altri luoghi, molto lontani da quello.

Quando giunsero altrove e fondarono un nuovo villaggio, guardandosi in viso, scoprirono sguardi diversi, più mesti, più dolci di prima.

L’offerta di quel sacrificio li aveva cambiati.

Stretto ad ognuno dei cuori, il ricordo di lei cresceva ogni giorno, come rose selvatiche in boccio.

Gloria Lai

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LA TENEREZZA

IL GIURAMENTO

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Nov 15 2014

BASTA GENITORI MONOBLOCCO!

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Nella famiglia del Mulino Bianco le cose si fanno sempre tutti insieme.

Si mangia insieme, si gioca insieme, si parte insieme, si va insieme a trovare i parenti e gli amici, ci si rilassa insieme, ci si diverte insieme… e ci si ritrova insieme ogni volta che gli impegni lo permettono!

Soprattutto nel tempo libero, stare insieme sembra essere l’emblema di un nucleo familiare realizzato e felice.

Ma, da un punto di vista psicologico, muoversi in branco denota una scarsa libertà e un’incapacità a costruire relazioni profonde e individuali.

Per crescere sani e sicuri di sé, i bambini hanno bisogno di vivere uno scambio intimo con ognuno dei membri della famiglia.

E questo deve avvenire sia collettivamente che individualmente.

La famiglia del Mulino Bianco non riceve dagli psicologi una diagnosi favorevole, poiché appare pericolosamente simbiotica e indifferenziata, e perciò incapace di trasmettere sicurezza e autonomia.

Muoversi in gruppo, infatti, può diventare un modo per sfuggire l’intimità e il confronto, evitando di mettersi in gioco in prima persona.

Nelle famiglie capita spesso che il genitore che trascorre più tempo insieme ai figli sia quello che interviene più di frequente nelle relazioni con loro, e questo, purtroppo, impedisce lo strutturarsi di un rapporto profondo e significativo con chi è meno presente.

Anche quando si sta tutti insieme.

E’ vero, i bambini hanno bisogno di sentire che in casa esistono armonia, amore e rispetto.

Ma questo non significa che papà e mamma debbano muoversi costantemente in tandem.

L’accordo è qualcosa che si percepisce nell’emotività che caratterizza le relazioni, e non dipende dalla presenza fisica ma dall’intimità che esiste tra le persone.

Per creare un clima affettivo ricco di considerazione, complicità e fiducia, è indispensabile che ogni membro della famiglia possa vivere dei momenti esclusivi e coinvolgenti con ognuno degli altri.

E, soprattutto, è necessario che i genitori dedichino il loro tempo e la loro attenzione a ogni figlio, singolarmente.

Avere il papà o la mamma tutti per sé, permette al bambino di trovarsi al centro della relazione affettiva, e porta a condividere un linguaggio comune.

Senza bisogno d’intermediari.

Da questa conoscenza intima e personale nasce uno scambio capace di considerare le esigenze di entrambi, e prende forma il modello su cui i piccoli struttureranno le loro future relazioni affettive.

Avere la possibilità di passare del tempo da soli con la mamma o con il papà è un passaggio importante lungo la strada per diventare grandi.

(Da questo punto di vista, la separazione si rivela spesso un vantaggio per i figli, in quanto permette di avere un rapporto individuale con ognuno dei genitori.)

In questo modo i bambini imparano a conoscere le diversità che caratterizzano padre e madre, e a rapportarsi tenendo conto del carattere e delle propensioni di ciascuno.

Dalla comprensione e dalla accettazione delle differenze individuali prende forma una ricchezza interiore che aiuta a sviluppare potenzialità nuove.

Vivere dei momenti intimi ed esclusivi con ciascuno dei genitori sviluppa la certezza di essere amati e migliora l’autostima, ampliando la possibilità di costruire relazioni profonde e significative.

Carla Sale Musio

 

leggi anche:

I BAMBINI HANNO BISOGNO DI GIOCARE

FIGLI… LIBERTA’ E POSSESSO   

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Nov 08 2014

INFORMAZIONI CONTRADDITORIE

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Internet ha rivoluzionato il mondo dell’informazione e oggi chiunque, con un semplice clic, può accedere a notizie di ogni genere: scientifiche o divulgative, per addetti ai lavori o smaccatamente pubblicitarie e ingannevoli, rigorose o burlesche.

Ce n’è per tutti i gusti!

Basta seguire il filo della curiosità, navigando da una pagina all’altra, per perdersi in un mare di conoscenze spesso contraddittorie.

La cultura sta cambiando e sul web possiamo trovare tutto e il contrario di tutto.

Le informazioni sono numerosissime, documentate e argomentate in maniera ineccepibile.

Così convincenti che, cercando di approfondire gli argomenti, si finisce per sentirsi impotenti e con una gran confusione in testa, in balia di un mondo privo di punti di riferimento attendibili.

La ragione cerca una risposta su cui fare affidamento, e la logica va in tilt davanti a una poliedrica offerta di saperi in contrasto l’uno con l’altro.

Durante gli anni della scuola abbiamo imparato a costruire una visione della vita stabile e onnicomprensiva, ma anche inamovibile e priva di elasticità, incapace di modificarsi per stare al passo con i tempi e con le nuove ricerche.

La complessità e il cambiamento fanno paura, e l’idea di dover mettere sempre in discussione tutto genera un’inquietudine interna, mandando in crisi il nostro bisogno di costruire abitudini rassicuranti, prevedibili e ripetitive.

Accogliere la molteplicità delle informazioni ci fa sentire incoerenti e creduloni, incapaci di pensare autonomamente e pronti a seguire passivamente l’ultima voce che ha parlato.

Ma, psicologicamente, è vero proprio il contrario!

La maturità permette di gestire una cultura sempre più ricca e variegata, e di accogliere dentro di sé una poliedricità non più dogmaticamente suddivisa in buoni e cattivi, giusto o sbagliato, vero o falso.

Con la crescita s’impara a valutare tante verità simultaneamente, e a costruirsi un’opinione work in progress, valida fino a che non sarà confutata da una nuova scoperta.

Il vero e il falso diventano concetti relativi, provvisori e sempre discutibili.

Ciò che è giusto per qualcuno è sbagliato per qualcun altro.

Si affronta in questo modo una complessità che riabilita la soggettività e restituisce alla mente il suo posto autorevole affianco alla scienza.

Le informazioni contraddittorie segnalano la presenza di un’obiettività fluida e priva di rigidità, capace di comprendere gli opposti anche senza conciliarli.

Ma soprattutto, costringono a prendere una posizione individuale, accollandosi la responsabilità del proprio pensiero e delle proprie scelte.

In questa chiave, ciò che è vero per me è vero perché io voglio crederlo tale!

E non soltanto perché lo ha affermato l’esperto di turno.

La mente ha un potere importante nella formazione della realtà.

E l’inconscio interagisce sempre con il mondo che consideriamo esterno a noi, attirando, come una calamita, gli eventi che avvalorano le nostre convinzioni profonde.

Scegliere di prestare fede a una conoscenza orienta l’inconscio nella direzione della prevedibilità, facendo sì che le conferme non tardino ad arrivare.

Questo non vuol dire che la psiche sia l’unica artefice della verità.

Significa, invece, che, dall’incontro tra ciò che profondamente riteniamo vero con ciò che invece ci sorprende nel mondo, scaturisce una lettura della vita inevitabilmente soggettiva, ma non per questo irreale o fantastica.

La realtà è sempre la conseguenza del mondo interiore, e appare veritiera a uno sguardo che osserva le cose con curiosità e partecipazione, pronto a schierarsi con ciò che di volta in volta cattura una convinzione profonda.

Delegare a un potere esterno, anche se autorevole e illuminato, la gestione delle informazioni, significa abdicare alla propria capacità decisionale, lasciando ad altri lo scettro della propria esistenza.

Assumersi la responsabilità delle proprie scelte e del proprio pensiero, permette una visione del mondo in continua trasformazione ed evoluzione, e porta a costruire una società capace di accogliere la diversità con rispetto e senza discriminazioni.

La poliedricità delle notizie che circolano sul web ci costringe a interrogarci sul bisogno di attribuire a un’autorità, onnipotente e onnisciente, la gestione delle nostre vite, e ci restituisce le redini della verità.

Non più quindi un sapere univoco, ma tanti frammenti di un puzzle, che diventa sempre più pregnante a mano a mano che il disegno della conoscenza si fa congruo e significativo dentro di noi, e che, invece, perde di credibilità e di interesse quando compone gestalt che non riusciamo a interpretare e che non ci appartengono.

La realizzazione di un mondo migliore, libero dal razzismo e dalla prepotenza, passa attraverso l’accettazione del potere decisionale individuale e l’accoglienza di tante differenti verità in se stessi.

Contemporaneamente.

La tolleranza e la cooperazione sono la conseguenza di una molteplicità senza conflitti e senza discriminazioni.

Dapprima dentro di sé.

E poi nella vita.

Là fuori.

Carla Sale Musio

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INFINITE REALTA’

CAMBIARE SE STESSI PER CAMBIARE IL MONDO

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Nov 02 2014

IL CORPO, IL MOVIMENTO, LA MUSICA E… LA SALUTE MENTALE!

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Muovere il corpo, ascoltare la musica e ritrovare l’equilibrio emotivo.

In silenzio.

Senza regole o passi di danza da imparare.

Seguendo il ritmo della propria anima, lungo un percorso di suggestioni capace di sciogliere i nodi e le rigidità, fino a creare una profonda armonia, con se stessi e col mondo.

E’ stata questa la mia prima esperienza con la biodanza.

Un’attività psicofisica che ancora non conoscevo e che mi ha rivelato un modo nuovo e coinvolgente di fare terapia usando il movimento.

Senza bisogno di parlare.

L’effetto è stato quello di un allucinogeno, privo di controindicazioni e di effetti collaterali, un’ondata di endorfine che si libera nel corpo e che, dopo due ore di attività, mi ha fatto sentire profondamente in pace.

Con me stessa, con la vita e con il mondo.

Per me, che abitualmente uso il colloquio per aiutare gli altri a superare i momenti difficili e per liberare il potenziale creativo, incontrare questo diverso modo di inoltrarsi nell’inconscio è stata una scoperta piacevolissima e l’inizio di un’avventura personale, capace di condurmi al centro della mia esistenza e del mio desiderio di vivere.

La biodanza è una tecnica di percezione corporea che completa la psicoterapia tradizionale amplificando l’ascolto interiore (senza lacrime e senza traumi), risanando l’espressività individuale e liberando una profonda gioia di vivere.

E’ uno strumento di esplorazione e di scoperta di sé, indispensabile per tutte quelle persone che, come me, svolgono un lavoro che costringe a restare immobili per molte ore ogni giorno, dimentichi del corpo e delle sue necessità, tanto da non sentire nemmeno gli stimoli fisici più elementari (fame, sonno, sete, eccetera).

Per tutti gli animali, umani e non umani, il corpo è la principale fonte di conoscenza e di esplorazione del mondo, lo strumento che permette di fare relazione e di condividere con gli altri la propria verità.

Quando lo immobilizziamo, obbligandoci a diventare poco più di un puro pensiero, ci priviamo di una parte fondamentale di noi stessi e della nostra identità e, inevitabilmente, ne paghiamo lo scotto con innumerevoli sintomi e patologie, sia mentali che fisiche.

Senza il corpo non è possibile vivere e, paralizzando la nostra fisicità per un tempo troppo lungo, incarceriamo il bisogno di partecipare alla vita, e ci alieniamo da noi stessi e dalla nostra autenticità.

E’ così che prendono forma tante sofferenze psicologiche.

Si sviluppano dentro una corazza di rigidità che devitalizza il fisico e condiziona la mente, provocando un progressivo distacco dall’emotività e dal piacere di essere al mondo.

La biodanza può essere definita: un percorso di crescita interiore attraverso il movimento del corpo.

È un’attività che si svolge in sessioni di gruppo dove, grazie all’utilizzo di specifiche sequenze di esercizi chiamate vivencia (letteralmente: la sensazione di essere vivi qui e ora), è possibile stimolare la gioia di vivere, lo slancio vitale, la sensibilità alla vita, la comunicazione affettiva e intima, il risveglio del piacere, la connessione ai propri istinti, l’espressione creativa ed emozionale.

Durante una sessione di biodanza, ognuno è libero di esprimersi con una gestualità improvvisata e spontanea, che non deve rispettare precise tipologie di movimento ma solo permettere al corpo di ritrovare la propria naturale espressività.

Concepita e sperimentata nel1965, dallo psicologo cileno Rolando Torola biodanza poggia su un principio biocentrico, capace cioè di mettere la vita stessa al centro dell’universo, e si contrappone al paradigma antropocentrico su cui è fondata la nostra civiltà, arrogante, discriminante e violenta.

Dal rispetto di ogni esistenza (umana e animale) e dall’ascolto profondo della corporeità, prende forma questa meravigliosa metodologia terapeutica, in grado di ripristinare il naturale equilibrio esistenziale e di risvegliare il potenziale di ogni essere umano (vitalità, sessualità, creatività, affettività e spiritualità), favorendo l’accesso a una profonda saggezza interiore.

Grazie alla musica, al movimento e alla vivencia che pulsa spontaneamente dentro ogni cellula del corpo, si entra progressivamente in contatto con la profondità di se stessi e, al termine di ogni sessione, si torna a casa arricchiti da un naturale benessere fisico e da un’intima pienezza emotiva.

Carla Sale Musio

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CARISMA, FASCINO E FISICITA’

IL TUO CORPO LA SA LUNGA…

Sei interessato a sperimentare una sessione di biodanza?

Partecipa al corso tenuto da Tiziana Centomani,

nei locali dell’ex liceo artistico, in p.zza Dettori 9 a Cagliari,

ogni lunedì dalle 14 alle 16.

La prima lezione di prova è sempre gratuita.

Non servono requisiti particolari e non è assolutamente necessario saper ballare!

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