Archive for Dicembre, 2014

Dic 28 2014

BAMBINI E CREATIVITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La parola creatività indica la capacità di guardare le cose in tanti modi diversi, contemporaneamente.

Le persone creative sviluppano una poliedricità che consente di trovare soluzioni nuove, anche davanti a problemi apparentemente irrisolvibili.

La creatività è strettamente legata all’immaginazione e alla fantasia, e si manifesta spontaneamente nella personalità dei bambini ma, con l’ingresso nella scuola dell’obbligo, lo spazio dedicato alle attività spontanee si riduce drasticamente a favore degli apprendimenti scolastici.

Le ore di lezione, i compiti a casa, la palestra, il catechismo, le attività integrative… lasciano poco tempo all’inventiva dei piccoli, costringendoli a rispettare programmi che altri hanno deciso per loro.

Programmi che li prepareranno ad affrontare con successo il futuro, pensati per aiutarli a crescere, ma che spesso danno poca importanza al bisogno di creare.

Al desiderio, cioè, di dare forma a qualcosa che prima non esisteva, facendo emergere, dal nulla, una nuova realtà.

La creatività è una risorsa che, purtroppo, si perde crescendo.

E che da grandi è difficile recuperare, sepolta sotto una valanga di doveri (a cui, senza creatività, è difficile fare fronte efficacemente).

Le attività creative sono uno strumento miracoloso di benessere e di guarigione, una medicina spontanea che la natura ci ha donato per migliorare la vita e superare le difficoltà, trasformandole in opportunità.

Perciò è importante che i bambini siano aiutati a non rinnegare questa loro abilità innata e che, invece, possano esercitarla liberamente, sviluppando la capacità di affrontare gli eventi in modi sempre diversi e utili.

Il gioco creativo è un’attività indispensabile per i piccoli (ma anche per i grandi) perché consente di liberare le potenzialità individuali e di prendere confidenza con l’intuizione, amplificando le possibilità di risolvere i problemi.

La creatività, infatti, ci permette di accedere a una fonte magica, nascosta nelle profondità del nostro inconscio, da cui si sprigionano risposte e soluzioni insospettate, senza bisogno di passare per la logica.

Quando possono liberare la fantasia, senza troppe censure da parte degli adulti, i bambini manifestano le loro propensioni creative spontaneamente, sviluppando la capacità di affrontare la vita con fiducia.

Al contrario, quando la creatività è inibita o peggio ridicolizzata, cede il posto al conformismo e alla necessità di ricevere approvazione e stima adattandosi a modelli di comportamento preconfezionati, piuttosto che liberando le risorse individuali.

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Ma cosa bisogna fare per sviluppare la creatività e quali sono i giochi creativi?

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Chiamiamo creative tutte le attività, ludiche e poco strutturate, che permettono di stimolare l’inventiva.

Nei giochi creativi si utilizzano prevalentemente materiali poco dispendiosi e facilmente reperibili, che lasciano aperta la possibilità di interpretare le cose in modi sempre diversi.

Una scatola vuota, ad esempio, può diventare una culla, una casetta, una prigione, un castello… secondo le situazioni che il bambino ha deciso di rappresentare.

Il gioco creativo non prevede l’utilizzo di giocattoli costosi, tende piuttosto al riutilizzo, alla trasformazione e al riciclo, e si basa sulla possibilità di trovare nuovi usi per gli oggetti.

Nelle case dovrebbe esserci una stanza o, almeno, un angolo dedicato alla creatività.

Uno spazio in cui avere sempre a disposizione: colori, stoffe, colla, forbici, cartoncini, nastri, semi, tappi… e tutto ciò che la fantasia può utilizzare per inventare.

Naturalmente la presenza di un adulto, che sostiene e incoraggia la creatività, è un riferimento necessario perché le potenzialità spontanee dei piccoli possano dispiegarsi.

I bambini, infatti, imparano soprattutto grazie all’imitazione, e l’esempio dei grandi, unito all’incoraggiamento, è un sostegno imprescindibile per permettere loro di esprimere tutte le proprie peculiarità espressive.

Coltivare la creatività permette di avere una marcia in più nell’affrontare la vita.

Sviluppa l’autostima e favorisce una sana cooperazione.

Per le persone creative la condivisione, infatti, è un momento importante, che favorisce spontaneamente la fratellanza, rendendo inutili la competizione e la sfida.

Tutti i creativi sostengono che dare forma a qualcosa di nuovo e migliore sia molto più interessante che vincere o sopraffare.

In un mondo psicologicamente sano, l’unica sfida che valga la pena di affrontare è quella con se stessi.

Carla Sale Musio

leggi anche:

I BAMBINI HANNO BISOGNO DI GIOCARE

CREATIVITA’ E RIVOLUZIONE

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Dic 22 2014

LA BONTA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Un belato.

L’uomo volse lo sguardo intorno a sé nella luce scarsa del crepuscolo e vide un biancore.

Si chinò e prese l’agnellino tra le braccia.

Quello gli si poggiò sul petto, tremante per il freddo e totalmente fiducioso.

L’uomo ne percepì la morbidezza e il calore: sorridendo tra sé, pensò che almeno quella notte, e forse il giorno dopo, lui e la sua numerosa famiglia avrebbero mangiato.

*********

Nel tornare alla sua povera casa, l’uomo pensava a quella fortuna, giunta proprio mentre si recava alla chiesa del paese, dove sperava nella carità dei fedeli.

Era la vigilia di Natale e lui poteva offrire ai suoi figli solo qualche tozzo di pane.

Ma adesso quell’animale, stranamente dimenticato dal pastore o perso nell’oscurità, sarebbe stato il loro nutrimento.

*********

Era un uomo ancora giovane, lavorava a giornata nei campi come bracciante, ma la carestia prolungata e la sterilità della terra lo avevano costretto ad adoperarsi in tanti modi per mantenere i sei figli.

Il settimo arrotondava il ventre della moglie.

Pensò a lei: il corpo segnato dalle gravidanze, ma il viso ancora fresco e un sorriso da bambina che, a guardarlo, lui ancora si emozionava.

Purtroppo, la povertà crescente in paese gli aveva tolto anche quei lavoretti in cui si adoperava: da qualche tempo, ormai, era costretto a chiedere l’elemosina.

***********

Nell’entrare in casa, si vide addosso gli sguardi stupiti della moglie e dei figli: i due più grandi  riuscirono ad accarezzare l’agnellino, gli altri si attaccarono alle gambe del padre, nel tentativo di raggiungere l’animale.

Lui si avviò al bugigattolo che fungeva da latrina: nascostamente prese dalla cucina un coltellaccio e chiese in un sussurro alla moglie di distrarre i bambini.

Non voleva che si accorgessero di quello strazio imminente.

Entrò nel bugigattolo, accese una candela, accostò la porta sconnessa e posò l’animale per terra.

Si inginocchiò accanto a lui e con una mano gli sollevò la testa: nell’altra strinse forte il coltello.

Ma, alla luce della candela, gli occhi dell’agnello brillarono di una tale fiducia disarmata, di una innocenza così piena, che lui rimase sconcertato.

Approfittando della sua esitazione, intanto, l’animale gli leccò rapidamente le dita.

A quel punto, lui capì che non ce l’avrebbe fatta.

Posò il coltello e, proprio allora, gli parve di sentire una voce che lo rassicurava: quell’atto di bontà gli sarebbe stato reso. 

Riaprì la porta: l’agnello, libero dalla presa di lui, entrò trionfalmente in cucina, accolto dal tripudio dei piccoli che gli si affollarono intorno: lo accarezzarono, lo strinsero, lo baciarono, gli misero un nastrino al collo.

Era il loro dono di Natale.

Un dono vivente.

*************

L’uomo si preparò ad uscire di nuovo: la funzione stava per finire e lui sperava, ancor di più, nel buon cuore dei fedeli.

Chiese ai figli maggiori di accompagnarlo.

I due ragazzini indossarono le loro giacche, lise e leggere, e seguirono il padre.

Camminavano nell’oscurità, quando l’uomo urtò qualcosa con il piede.

Si fermò, si chinò e con sua grande sorpresa, sollevò un sacchetto di stoffa: lo aprì e ne toccò stupito il contenuto.

Molte monete tintinnarono, mosse dalla sue dita.

Sbalordito, guardò con più attenzione e riconobbe, ricamato con fili dorati sulla stoffa, lo stemma del gentiluomo del villaggio.

Un breve conflitto gli agitò il cuore, ma era profondamente onesto, e si avviò al palazzotto del signore, non lontano da lì.

*************

Il servitore non voleva farli entrare, ma quando seppe il motivo, condusse l’uomo e i suoi figli in un salone, scaldato da un ampio camino, e disse loro di attendere.

Poco dopo entrò il signore: un bell’uomo alto e composto, dignitoso ma non altero.

Vedovo da molti anni e senza figli, non si era più sposato e trascorreva una vita solitaria, ma serena.

Si accostò all’uomo, che gli porse il sacchetto.

Il gentiluomo capì quanto fosse costato quel gesto all’altro: lo conosceva per averlo visto in paese, sapeva della sua sorte e della sua famiglia e qualche volta gli aveva fatto l’elemosina.

Lo ringraziò per avergli restituito quei denari ed era giusto, gli disse, che ricevesse una ricompensa.

Aprì il sacchetto e pose nelle mani gelide dell’uomo una quantità tale di monete che quello stupì.

Poi, davanti al suo imbarazzo, gli disse che ormai la carestia accennava a finire: quando i campi fossero imbionditi, l’avrebbe chiamato a lavorare per lui.

L’uomo chinò il capo, sopraffatto dalla gratitudine.

In quel momento ricordò la voce, sentita poco prima.

Ecco il premio promesso”, mormorò tra sé.

E rimase attonito.

Il signore, intanto, chiamò il servitore e gli fece preparare un involto con del cibo, perché quella famiglia potesse celebrare la festa.

Infine volle accompagnare lui stesso alla porta l’uomo e i suoi figli, mentre quelli si prodigavano in ringraziamenti.

Dopo che furono andati, il signore si accostò al caminetto e sedette: pensava all’onestà di quell’uomo, alla sua numerosa famiglia, alla propria tenerezza nel vedere i ragazzini infreddoliti.

Pensava inoltre alle sue stesse azioni: il denaro giustamente donato, la sacralità del cibo offerto, e sentì crescere un calore potente, che non nasceva dal fuoco guizzante.

Avvertiva una dolcezza antica, come non accadeva da tempo.

E all’improvviso gli dilagò in  mente il ricordo degli affetti perduti, la tenerezza dei natali lontani, la nostalgia del passato.

Nel suo sguardo, fisso sul fuoco, scintillò la magia struggente di quand’era ancora bambino.

Gloria Lai

leggi anche:

io non sono normale: CREDO ALLE FIABE!

IL SOGNO

LA TENEREZZA

IL GIURAMENTO

I DONI

L’OFFERTA

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Dic 16 2014

CREATIVITA’ E SENSITIVITA’: modi diversi di conoscere il mondo

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

L’a-temporalità è uno stato della coscienza in cui si è talmente concentrati da non avere più la percezione del tempo che passa.

Le personalità creative entrano con facilità in questo stato psichico e, per questo, può essere difficile programmare le cose con loro.

L’a-temporalità ci permette di diventare un tutt’uno con quello che stiamo facendo.

Gli artisti, di solito, chiamano questo modo di essere ispirazione o estasi creativa.

Gli innamorati ne sono posseduti in certi momenti d’intimità e i mistici lo sperimentano nella contemplazione o durante la meditazione e la preghiera.

Tutti quanti entriamo in una condizione di a-temporalità quando siamo talmente immersi nei nostri pensieri da non accorgerci di nient’altro.

In quei momenti usufruiamo di un’attenzione totale e focalizzata.

Sperimentare questo stato di coscienza consente di perdere il confine tra se stessi e il resto del mondo e di diventare un tutt’uno con l’oggetto della nostra attenzione.

In questo modo si può accedere a una conoscenza per appartenenza, diventando letteralmente quello che si vuole conoscere.

Non è un processo logico, però è naturale.

Appartiene alle modalità di conoscenza dell’emisfero destro.

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FENOMENI MOLTO-NORMALI

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Le personalità creative alternano alla conoscenza lineare questa conoscenza per identificazione, in virtù della quale hanno spesso fenomeni intuitivi e sensitivi.

Si tratta di eventi ingiustamente chiamati paranormali (un termine che spaventa e infastidisce molti perché evoca spettacoli da baraccone e spiritismo).

I cosiddetti fenomeni paranormali sono invece fenomeni molto normali.

Capitano a tutti e sono più frequenti di quanto non si creda.

Le persone, però, preferiscono non raccontarli troppo in giro per paura di essere derise o emarginate.

Purtroppo tutti gli accadimenti che la logica non riesce a processare sono collocati, dall’immaginario comune, in quella A-normalità che fa paura.

I fenomeni intuitivi e sensitivi non sono ammessi dalla scienza perché, non essendoci distinzione fra se stessi e l’oggetto della conoscenza, seguono un criterio soggettivo che la scienza ancora non sa gestire e non annovera tra i suoi criteri di ricerca.

Il cuore e i criteri soggettivi sono strettamente imparentati.

Il nostro cuore legge il mondo utilizzando sempre parametri soggettivi.

Questo significa che non è replicabile, non è riproducibile e non si può clonare.

Ma non vuol dire che non sia reale.

La nostra irripetibilità è unica e reale.

Ci permette di sentire con chiarezza la verità di quello che stiamo vivendo.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

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Dic 10 2014

CULTURE… SENZA LINGUAGGIO

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Parlare, parlare, parlare, parlare… troppe volte le parole occupano il posto delle emozioni e chiacchierare diventa un modo per non ascoltarsi.

Il nostro vocabolario possiede pochi termini adatti a raccontare la profondità del mondo interiore.

La cultura utilitarista, in cui viviamo immersi, rivolge la propria attenzione soltanto a ciò che è concreto, quantificabile e commerciabile.

I saperi dell’anima sono considerati poco produttivi e, di conseguenza, privi d’importanza.

Il tornaconto ha soppiantato l’amore e l’arrivismo guarda con disprezzo la cooperazione e la fratellanza, misurando il valore delle cose in termini di guadagno e non di bontà.

In questa nostra civiltà malata, la sensibilità è obsoleta.

Va di moda il cinismo.

L’indifferenza e la prepotenza sono diventate le virtù più ambite e chi ancora possiede un cuore spesso se ne vergogna, occultandolo dietro una facciata d’indifferenza e imperturbabilità.

Pur di ricevere approvazione e stima, adottiamo modelli di comportamento vuoti di empatia, e nascondiamo i sentimenti come se fossero un’anormalità, invece che un valore da proteggere e da coltivare.

Convinti che Dio ci abbia creato a sua immagine e somiglianza, valutiamo la vita solo in base al guadagno e disprezziamo le altre creature, senza riuscire a coglierne l’insegnamento.

Il potere dei soldi non conosce altro credo che lo sfruttamento.

Sosteniamo che la capacità di parlare sia l’unica espressione d’intelligenza e chiamiamo bestie tutte le specie che usano altre forme di espressione.

Poi approfittiamo della loro ingenuità per arrogarci il diritto di utilizzarle a nostro piacimento.

Dopo aver stabilito arbitrariamente il monopolio della cultura, abbiamo edificato la supremazia della razza umana  ed eletto il linguaggio a spartiacque dell’intelligenza.

“Gli animali non parlano e perciò non capiscono, non comunicano, non hanno civiltà e nemmeno importanza.”

Sono bestie.

E tanto basta per giudicarli privi di sensibilità e di sentimenti.

Ma proprio i sentimenti e la sensibilità sono le vittime della nostra presunta superiorità linguistica e di una società che nasconde la prepotenza dietro alle parole e occulta le ragioni del profitto, ammantandole con vocaboli ricchi di fascino e vuoti di verità.

Le bestie non parlano il nostro linguaggio fatto d’inganni e ipocrisia.

Sono incapaci di censurare i sentimenti.

Mostrano con chiarezza le intenzioni.

Sono dirette, immediate e autentiche.

Ascoltano l’istinto.

Non sfruttano e non distruggono il pianeta.

Raccontano un’esperienza differente.

Condividono una saggezza che non ha bisogno di parole.

Per questo le ammazziamo e le sfruttiamo, deridendo la loro onestà con arroganza e coltivando la nostra presunzione.

Le culture che non usano il linguaggio ci rivelano valori diversi da quelli della nostra specie umana.

E ci insegnano ad ascoltare le emozioni, accogliendone fiduciosamente l’inafferrabilità.

Abbiamo molto da imparare da chi non ha permesso alle parole di nascondere la verità.

Privi di un Dio che uccide per vendetta e punisce i sui figli con crudeltà, gli animali possiedono un sapere essenziale, meno prolisso e cangiante di quello umano, capace di onorare la profondità del reale e di rispettare i legami invisibili che uniscono ogni creatura all’ambiente.

Con l’esempio della loro esistenza ci porgono un messaggio silenzioso, insegnandoci ad attraversare la vita con gratitudine e semplicità. 

Carla Sale Musio

leggi anche:

CULTURE ANIMALI

DIVERSI… ma non superiori

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Dic 04 2014

MANGIARE… PER RIEMPIRE IL VUOTO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Laura si sveglia di notte in preda a un senso di angoscia. Come una sonnambula apre il frigorifero e divora tutto quello che trova, fino a sentirsi scoppiare la pancia. Poi torna a letto e si riaddormenta.

Giorgia, invece, è a dieta. Resiste alle tentazioni per tutta la giornata ma ogni tanto, quando nessuno la vede, prende la scatola dei biscotti e non ha pace finché non l’ha svuotata completamente. Quindi, delusa e colpevole, nasconde nella spazzatura le tracce della sua trasgressione e riprende a fare le cose di sempre, cercando di dimenticare quel black out.

Antonello ama gli animali e il suo cuore sente che è importante fare scelte più rispettose della loro vita. Ma, quando rinuncia a mangiare i suoi cibi preferiti, fatti con latte, uova e formaggio, lo assale una fame compulsiva e, per calmarla, sgranocchia, una dopo l’altra, tutte le merendine vegane che sarebbero dovute bastare per un mese di spuntini in ufficio.

LauraGiorgia e Antonello, compensano con il cibo un vuoto interiore e, senza rendersene conto, usano gli alimenti come se fossero antidepressivi, reperibili senza bisogno di andare dal medico ma, soprattutto, senza dover ammettere le proprie difficoltà emotive. Nemmeno a se stessi.

Sappiamo tutti che mangiare è indispensabile per vivere ma, con quest’alibi incontestabile, giustifichiamo un’esagerata ricerca di gratificazioni alimentari, incrementando la fortuna delle multinazionali e delle case farmaceutiche.

Dietro il pretesto della sopravvivenza, infatti, si nascondono verità ben diverse.

Nei paesi industrializzati, l’eccessiva alimentazione è una delle cause più frequenti di malattia e, purtroppo, le motivazioni che spingono tanta gente a consumare smodatamente ogni genere di vettovaglie non riguardano la necessità di tenersi in salute, ma il bisogno di calmare la mente, imbavagliando almeno per un po’ il suo logorante chiacchiericcio interiore, fatto di accuse, recriminazioni, commenti e critiche, rivolte spietatamente contro se stessi (per approfondire leggi: QUEL PICCOLO PROFESSORE NELLA MENTE…).

Durante la digestione, l’energia si sposta dal cervello allo stomaco e le preoccupazioni cedono il posto a una sonnolenza che distoglie dalle responsabilità e dai pensieri.

In questo modo, l’alleggerimento dell’angoscia si associa al sapore dei cibi e il pasto si trasforma in un rito scaramantico capace di scacciare la paura, regalandoci una pausa dalle inquietudini interiori.

Mentre mangiamo, infatti, il processo fisiologico di assimilazione dei nutrienti prevale sul chiacchiericcio interiore, e ammutolisce le emozioni per tutto il tempo della digestione.

L’alimentazione diventa così un antidoto all’inquietudine, uno strumento in grado di alleviare la sofferenza psicologica e la fatica di affrontare il proprio mondo interiore.

Il bisogno di mettere qualcosa in bocca, però, aumenta in proporzione alla necessità di evadere da se stessi, convertendosi rapidamente in una pericolosa bulimia.

I meccanismi di dipendenza e assuefazione legati alla nutrizione sono ben noti al mercato alimentare che, da sempre, sfrutta le proprietà anestetizzanti delle vivande per indurre i consumatori ad acquistare sempre di più, senza curarsi delle ripercussioni che questo provoca sulla psiche e sulla salute.

Molti cibi, infatti, grazie al loro effetto sedativo o stimolante creano nell’organismo una improrogabile esigenza, spingendoci a consumarne quantità progressivamente maggiori.

In questo modo l’atto di mangiare si trasforma in un meccanismo compulsivo, sotteso dal bisogno di colmare quell’insoddisfazione emotiva che abbiamo paura di affrontare consapevolmente.

Nel sonno, Laura incontra i fantasmi che ha censurato durante il giorno e si sveglia, sopraffatta dai contenuti emotivi rimossi.

Istantaneamente, però, si attiva il meccanismo della dipendenza alimentare e, nel tentativo di evitare il proprio mondo interiore, ricorre al cibo per distrarre la mente e poter riprendere a dormire.

In tutti i sensi.

Giorgia, invece, si sforza di dimagrire senza prestare attenzione alle implicazioni che esistono tra il raggiungimento del peso forma e la realizzazione personale.

Per soddisfare il desiderio di piacere e di piacersi, decide di mettersi a dieta, ma l’insoddisfazione emotiva irrisolta interiormente e amplificata dall’astinenza dal cibo, invece di diminuire aumenta, spingendola verso una ribellione, censurata e perciò incontrollabile.

Antonello vuole cambiare stile di vita ma non tiene nella giusta considerazione la funzione sedativa delle pietanze che sceglie di evitare.

Eliminando i suoi cibi preferiti senza programmare un’adeguata compensazione emotiva, scatena una pericolosa crisi di astinenza che si calma soltanto quando sostituisce quegli alimenti con qualcosa di altrettanto gratificante dal punto di vista psicologico.

Le merendine da consumare in ufficio, infatti, sono associate ai momenti di pausa e di relax durante il lavoro ma, in quanto prive di prodotti animali, sono meno pesanti e più facili da digerire, perciò è costretto ad ingurgitarne molte di più per rallentare la digestione e ottenere il medesimo intorpidimento sulla mente e sui pensieri.

Per superare le difficoltà alimentari, LauraGiorgia e Antonello, dovranno osservare con maggiore attenzione il proprio equilibrio interno e modificare lo stile di vita, affrontando le paure e i vissuti che incrementano la dipendenza di cui inconsapevolmente sono vittime.

Solo così potranno superare l’angoscia che innesca la loro fame nervosa e, finalmente, costruire un rapporto col cibo più sano e naturale.

Per cambiare le scelte dietetiche è indispensabile intervenire sul proprio modo di vivere, affrontando con coraggio le difficoltà interiori, fino a modificare i bisogni psicologici che sostengono i comportamenti compulsivi.

La scelta di sostanze antidepressive, infatti, è funzionale all’occultamento di vissuti emotivi irrisolti, piuttosto che al benessere e alla salute.

Solo ripristinando un contatto con la profondità di se stessi è possibile rinunciare a utilizzare le innumerevoli droghe nascoste dietro false giustificazioni nutrizionali, e riappropriarsi del proprio naturale desiderio di assaporare la vita.

Carla Sale Musio

Sei interessato a migliorare le tue scelte alimentari?

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Vuoi saperne di più sulle bugie della nutrizione sponsorizzata dalle multinazionali?

*  *  *

Ti piacerebbe condividere le tue esperienze, i tuoi dubbi, le tue difficoltà?

*  *  *

il 13 dicembre partecipa all’incontro:

VERSO UN’ALIMENTAZIONE CONSAPEVOLE

foto di Carla Sale Musio.

Sabato 13 dicembre alle ore 16.00 alle 19

Ex Liceo Artistico, p.zza Dettori 9 – Cagliari

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