Archive for Gennaio, 2015

Gen 27 2015

BAMBINI E ANIMALI DOMESTICI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Tutti i bambini provano simpatia, attrazione e curiosità verso gli animali e sentono istintivamente il desiderio di avvicinarli per giocare insieme.

Le paure o le fobie, quando si manifestano, subentrano soltanto con la crescita e dipendono dagli atteggiamenti trasmessi dagli adulti e dall’ambiente in cui i piccoli sono cresciuti.

I giovanissimi riconoscono negli animali domestici la stessa condizione di dipendenza e la stessa necessità di adattarsi alle regole stabilite da altri, per essere amati e sopravvivere in un mondo che, spesso, appare incomprensibile e pieno di pericoli.

Questa comunanza di vissuti, favorisce la proiezione del mondo interiore.

Naturalmente la relazione con gli animali cambia con il passare degli anni e, mentre i più piccini stabiliscono un rapporto alla pari coi loro amici di specie diversa, i più grandicelli assumono un ruolo maggiormente responsabile, genitoriale e protettivo.

La Pet Therapy è una terapia che utilizza le peculiarità della relazione con gli animali per intervenire in diverse problematiche psicologiche, non soltanto infantili.

Gli animali, infatti, si rivolgono direttamente alla nostra istintualità, sollecitando le parti vulnerabili e fragili della personalità e permettendoci di stabilire un contatto con quegli aspetti di noi stessi che spesso dimentichiamo a vantaggio di uno stile di vita più formale, materialista e poco attento al mondo interiore.

Così mentre camminiamo nella vita sforzandoci di mostrarci forti, impassibili e distaccati, nell’intimità delle nostre case, invece, possiamo condividere con gli amici a quattro zampe il bisogno di autenticità e di spontaneità, e comunicare insieme usando un linguaggio fisico, fatto di suoni, gesti e sentimenti.

Con gli animali, infatti, ci possiamo permettere un contatto corporeo che la nostra cultura umana ha censurato o eccessivamente erotizzato, e riscoprire il piacere e l’ingenuità e di una comunicazione immediata e ricca di gestualità piuttosto che di apparenze e di parole.

E’ soprattutto per questi motivi che cani e gatti hanno conquistato nel tempo un posto privilegiato all’interno delle nostre famiglie, aiutandoci a riscoprire l’essenzialità del contatto fisico e dei sentimenti.

Parlano direttamente al nostro cuore e, nel loro linguaggio privo di discorsi, ci indicano la via della tenerezza, della devozione e dell’accettazione, spesso incondizionata.

Chi evita il rapporto con gli animali nasconde a se stesso i tratti del carattere che questi rappresentano nell’immaginario collettivo: arrendevolezza, fedeltà, ingenuità, ma anche indipendenza, libertà, autonomia… (solo per citare alcuni degli archetipi più conosciuti).

Ogni specie evoca un particolare atteggiamento emotivo che, nelle paure o nelle fobie, è proiettato e combattuto all’esterno di sé, determinando la repulsione, l’ostilità o la fuga.

Tutti gli animali domestici ci insegnano a rispettare la diversità delle altre specie, permettendoci di conoscerne i modi e le abitudini.

Ma, oltre a questi aspetti, importanti soprattutto per noi adulti, nel rapporto con i bambini emergono la reciprocità, la lealtà e la condivisione.

I piccoli, infatti, si identificano nell’animale che vive in casa e trasferiscono su di lui i sentimenti che, profondamente, sperimentano verso se stessi.

Come un sosia più debole e indifeso il cane o il gatto domestico (ma anche il pesce rosso, la cavia, il criceto, eccetera) rappresentano la fragilità e la vulnerabilità che i bambini combattono in sé (quando li maltrattano) o accolgono (quando li curano e li proteggono).

Adottare un compagno di giochi di razza diversa, perciò, è come adottare un fratellino, più piccolo e bisognoso di cure.

Dopo i primi momenti di conoscenza, i bimbi s’immedesimano nel nuovo arrivato e trasferiscono su di lui i valori e i comportamenti che hanno appreso nella relazione con mamma e papà.

Osservando il rapporto dei bambini con gli animali si scoprono i comportamenti educativi dei genitori e si evidenziano i loro atteggiamenti nei confronti della fragilità.

Con questi amici di specie diversa, infatti, anche i più giovani si sentono un po’ adulti e, spesso, riproducono i modi di fare che hanno vissuto in famiglia.

L’animale diventa così uno specchio che riflette il mondo interiore, un confidente, un compagno di giochi, un alleato nei momenti di difficoltà.

Per questo è importante che i genitori si rivolgano agli animali con lo stesso rispetto dovuto a ogni altro membro della famiglia.

Nel mondo interno dei bambini, infatti, non c’è differenza fra sé e il cane o il gatto di casa, e ogni sopruso compiuto ai danni di questi ultimi diventa un monito per loro stessi.

Quando si decide di adottare un amico di un’altra specie, bisogna mettere in conto l’impegno e la responsabilità che questo comporta, non solo dal punto di vista fisico ma anche emotivo.

Occorre valutare la profondità dell’esempio trasmesso.

Avere un rapporto rispettoso e amorevole con gli animali insegna ai piccoli il rispetto e l’amore per la diversità, e pone le basi per una società fondata sull’ascolto e sull’accoglienza.

Al contrario, mostrarsi crudeli e indifferenti nei confronti degli animali trasmette la prepotenza e la violenza e fa crescere uomini e donne indifferenti e crudeli, dapprima con le proprie parti fragili e istintuali (inconsciamente evocate dagli animali) e poi con gli altri.

L’esempio è lo strumento educativo più potente che ci sia.

I bambini, come gli animali, sono deboli e indifesi davanti al potere e alla superiorità degli adulti.

Chi è capace di accogliere con amore la fragilità e la diversità delle altre specie costruisce un mondo a misura dei bambini e non dell’egoismo.

Chi invece maltratta gli animali è incapace di comprendere il mondo emotivo dei piccoli, fa crescere l’indifferenza e annienta in se stesso la sensibilità. 

Carla Sale Musio

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Gen 21 2015

SEPARAZIONE: non si deve mentire ai bambini

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Tante coppie si domandano quanto e quando sia opportuno informare i bambini che la mamma e il papà stanno pensando di separarsi.

In Italia, purtroppo, una visione cattolica della famiglia ha demonizzato la separazione, rendendo drammatico e pieno d’insidie un momento naturale e, spesso, indispensabile nell’evoluzione affettiva. Sia individuale che di coppia.

Gli psicologi, però, ritengono che la separazione sia un momento fondante nella crescita psicologica e un passaggio indispensabile per superare l’egocentrismo e raggiungere la maturità emotiva.

Soltanto chi è capace di affrontare le separazioni, infatti, è in grado di vivere la reciprocità di un rapporto d’amore profondo, disinteressato e privo di egoismi e possessività.

Già Freud, nel saggio “Al di là del principio del piacere“, aveva evidenziato il bisogno, fisiologico nei bambini, di padroneggiare la mancanza dell’oggetto d’amore per superare la simbiosi e raggiungere una sana individualità.

Dalle primissime separazioni tra mamma e bambino, infatti, prendono forma l’io e il tu e scaturisce una reciprocità basata sull’accettazione della diversità, sulla comprensione dei bisogni dell’altro e sullo scambio delle esperienze.

Ogni separazione, perciò, è un’occasione per crescere e porsi in una relazione matura, rispettosa e dialettica. Sia con l’altro che con se stessi.

Spesso, la paura di comunicare ai bambini la decisione di separarsi nasconde il bisogno di trattenere il partner strumentalizzando i figli per mantenere unita la coppia, anche quando, nel matrimonio, i sentimenti tra marito e moglie sono cambiati e la vita coniugale ha trasformato l’amore iniziale in una consuetudine alla convivenza e alla condivisione delle responsabilità.

Separarsi significa, perciò, fare il punto sul proprio cammino, emotivo ed esistenziale, e accettare il cambiamento, non solo dei sentimenti ma anche delle abitudini, delle responsabilità e dello stile di vita.

I bambini vivono con serenità o con terrore questi passaggi evolutivi della famiglia, secondo come mamma e papà li accolgono in se stessi.

Infatti, il mondo emotivo dei genitori impronta di sé quello dei figli, rassicurandoli o spaventandoli, davanti ai cambiamenti importanti della vita.

La nascita di un fratellino, una malattia, la morte di un parente o di un animale, un cambiamento di casa o di scuola, il trasferimento di un genitore in un’altra città… sono tutti momenti impegnativi per la personalità, e l’accoglienza o meno di questi avvenimenti da parte dei figli dipende dal modo in cui i genitori li vivono e, di conseguenza, li propongono.

Mentire ai bambini non serve, aumenta la confusione e genera sfiducia negli adulti e nell’ascolto del proprio mondo interiore.

Serve, invece, armarsi di sincerità e di pazienza per spiegare loro con parole semplici quello che sta avvenendo.

Senza misteri e senza finzioni.

Tutti i bambini sentono i climi emotivi e li interpretano utilizzando gli strumenti cognitivi che possiedono.

L’immagine edulcorata di una famiglia unita nonostante tutto genera nei piccoli una profonda insicurezza perché mette in conflitto la loro intuizione con quanto sostenuto dagli adulti (spesso anche contro qualunque evidenza).

Lo scarto che si crea, tra le percezioni interiori e le affermazioni dei grandi, induce i piccoli a sviluppare un’eccessiva concretezza anestetizzando il mondo emotivo nel tentativo di evitare il conflitto, e lasciandoli confusi sull’interpretazione della realtà e privi della sensibilità necessaria a gestire la complessità dei sentimenti.

Parlare ai propri figli, con onestà e senza imbrogliarli, è la base per sviluppare in loro la fiducia e l’autenticità, e per costruire un dialogo aperto e sincero.

Naturalmente, questo presuppone da parte degli adulti: lealtà, umiltà, responsabilità e rispetto. Insieme alla capacità di non strumentalizzare i piccoli per esorcizzare le ansie abbandoniche dei grandi.

Ognuno dei genitori, naturalmente, descriverà la situazione dal proprio punto di vista, lasciando ai bambini la possibilità di valutare da soli la poliedricità della vita emotiva, insieme allo spazio necessario per esprimere le proprie paure e le proprie riflessioni.

Oltre ad essere informati di quanto succede nella famiglia, infatti, i figli devono avere la possibilità di condividere le proprie opinioni e le proprie emozioni. Positive o negative.

Osservare il modo in cui i genitori gestiscono la fine del loro rapporto di marito e moglie, mantenendo i ruoli genitoriali e la condivisione affettiva che questo comporta, è un grande insegnamento per i figli, che ricevono in dono dei modelli di relazione sui quali, in futuro, calibreranno le proprie scelte di dipendenza, autonomia e libertà.

Quando ci sono dei figli, la famiglia non corrisponde sempre alla convivenza sotto lo stesso tetto e nemmeno all’esclusività dei partner, ma è, invece, il risultato del rispetto reciproco e dell’impegno, preso insieme, di amare e accudire i propri bambini nel loro percorso di crescita.

La scelta di separarsi riguarda soltanto la moglie e il marito.

La mamma e il papà condivideranno per sempre la responsabilità della famiglia che hanno creato, perché saranno per sempre gli unici genitori dei figli avuti insieme.

Anche quando scelgono di separarsi.

Anche quando al loro fianco ci sono altri partner.

Anche quando con questi partner decidono di avere altri figli.

Ciò che è importante per i bambini è essere aiutati a comprendere la complessità del mondo affettivo, non ricevere in dono un modello di unione stereotipato e privo di una reale risonanza interiore.

Carla Sale Musio

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Gen 15 2015

IL CERVO

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Il cuore in tumulto, la corsa affannosa, le corna regali, le zampe agili, le fronde fitte: poi la freccia, un sibilo acuto, un dolore atroce.

Ecco: la gola trafitta, il fiato mozzo, le zampe molli, i sussulti.

In mezzo alle fronde il giovane esultò trionfante, scrutando di nascosto l’animale: dopo lungo tempo, finalmente, il cervo aveva ceduto.

*** *** *** ***

Da tanto durava l’attesa del giovane.

La preda ambita era il cervo, ricco d’esperienza e di anni: i cacciatori anziani non l’avevano mai saputo colpire.

Ucciderlo era un punto d’onore: gli avrebbe risparmiato l’ironia degli altri, i loro facili motteggi.

Finalmente lo avrebbero guardato con altri occhi.

Era il più giovane e gracile tra loro, rudi e convinti che sarebbe diventato un uomo solo a maltrattarlo, negandogli ogni debolezza e irridendo la sua età.

*** *** *** ***

Il giovane si avvicinò all’animale morente per dargli il colpo di grazia: aveva una lama in mano e procedeva rapido, ansioso di finirlo…

All’improvviso, urtò con violenza una radice che usciva dal terreno e fu talmente forte l’impatto che lui cadde disteso, il coltello lontano dalle sue dita e un dolore acuto alla caviglia.

Si accorse subito che non avrebbe potuto camminare, tanto forte era la sofferenza.

La caduta, però, lo aveva portato proprio vicinissimo all’animale che aveva colpito poco prima: tanto vicino da vederne l’occhio sbarrato e da sentirne il respiro, roco e sempre più lento.

Lo guardò come non aveva mai potuto fare prima e si stupì nell’accorgersi che ne ammirava la bellezza: così, da vicino, percepì la potenza superba di quelle corna ampie e respirò l’odore selvatico che emanava da lui.

Costretto a stargli vicino, intese la sofferenza estrema dell’animale.

Era stato lui a infliggergli quello strazio ma, incredulo, si trovò a provare compassione per i sussulti di quel corpo armonioso, per lo sguardo sempre più velato, per quell’agonia sofferta che la caduta gli impediva di abbreviare…

*** *** *** ***

All’improvviso fu come se gli si squarciasse un velo: lui bambino di pochi anni, un letto, un corpo estenuato.

Su quel letto suo padre moriva, silenzioso e triste.

I sussulti del corpo del padre erano per il bimbo insostenibili.

Non capiva cosa stesse accadendo, sapeva solo che quel dolore muto lo terrorizzava.

Non resse, si allontanò di corsa.

Quando finalmente trovò il coraggio di tornare, suo padre giaceva, inerte e sereno. 

*** *** *** ***

Il ricordo lontano lo aveva colpito d’improvviso, con la chiarezza che non aveva mai avuto prima: quel dolore, quegli spasimi, quel respiro lento, quella lotta lunga e atroce prima di andarsene.

Il ragazzo si chiese perché bisognasse soffrire tanto e fu travolto da un pietà estrema, stupito lui stesso per quanto provava: lo sconvolgevano la bellezza e il dolore profondo dell’animale morente, lo scuoteva il ricordo del respiro paterno, così straziato e sofferto.

Così simile a quello del cervo.

E allora sentì che tutte le lacrime che non aveva versato da bambino gli urgevano dentro e si trovò a piangere, come non aveva fatto allora, come non gli era mai accaduto poi.

Le lacrime caddero copiose sul collo ferito dell’animale ed erano così brucianti e sofferte che, pur nel suo dolore, il cervo ne ebbe ristoro.

Poi, con un ultimo spasimo, l’animale si contrasse.

Stava per arrendersi nel momento supremo, quando una voce profonda, come giungendo dalla terra, si fece udire:

Il tuo pianto ti ha salvato: la tua pietà ha mosso il nostro volere.

Ora sei un uomo nuovo, più forte di prima.

Alzati, la tua caviglia è guarita ed è sanata la piaga terribile che hai inferto al cervo. 

Noi, terra e vento, mare, uragani e pioggia, noi tutti, forze potenti del mondo, ti assolviamo”.

Il giovane pensò di aver sognato, ma rimase attonito quando si accorse di non provare dolore alla caviglia e ancor più si stupì nel vedere il bel cervo che si levava, appena un po’ esitante.

L’animale si volse verso il giovane: poi abbassò il muso, mostrando le corna stupende e l’uomo chinò il capo.

Si  ringraziarono così, onorandosi a vicenda.

Fu un attimo: con un balzo maestoso, il cervo sparì nella boscaglia densa.

Il giovane, ancora incredulo, raccolse il coltello e, poco oltre, l’arco.

Ma sapeva bene, in cuor suo, che non li avrebbe più usati.

Infatti, li pose a terra come un dono accanto alla quercia antica, la cui radice lo aveva costretto alla caduta.

Prima di allontanarsi, il giovane toccò quel tronco ruvido, come ad accarezzarlo.

Allora lo stormire delle foglie parve aumentare e sembrò che i rami si tendessero verso di lui, in un gesto dolce di saluto.

E di omaggio.

Gloria Lai

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Gen 09 2015

SI PUO’ VIVERE SENZA MANGIARE LA CARNE…?!?

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Nonostante tanti studi abbiano dimostrato la necessità di una dieta esclusivamente vegetale, per sentirsi in forma e godere di una buona salute, a molti sembra impossibile restare in vita senza mangiare la carne, il pesce, il latte, le uova e il formaggio.

Ci hanno insegnato che le proteine di origine animale contengono otto amminoacidi essenziali che non possono essere prodotti direttamente dall’organismo umano: leucina, isoleucina, valina, lisina, triptofano, tronina, metionina e fenilalanina.

E che, di conseguenza, senza la carne, il pesce, il latte, le uova e il formaggio, il corpo va incontro rapidamente a malattia e morte.

Per questo, in nome degli amminoacidi essenziali e delle proteine animali, siamo stati costretti a sacrificare l’amore e il rispetto verso le altre specie viventi sull’altare della sopravvivenza, convincendoci che le leggi della sopraffazione e della violenza siano indispensabili per poter stare al mondo.

Fedeli a prescrizioni alimentari insindacabili anche se ormai superate, molte persone buone, amorevoli e sensibili, hanno dovuto nascondere in un angolo del loro cuore la dolorosa consapevolezza che il cibo di cui si nutrono, prima di essere soltanto una voce sul menù, era il corpo di una creatura vivente (che, certamente, non desiderava trasformarsi nel pasto di nessuno).

La norma “mors tua vita mea” è diventata il simbolo di una catena alimentare in cui la specie umana si colloca sempre al primo posto, la regola indiscutibile che giustifica l’allevamento e l’uccisione di milioni di animali, per soddisfare il palato dell’uomo.

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Ma è davvero necessario uccidere per vivere?

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Il nostro inconscio registra pensieri, azioni, scelte, opinioni… e costruisce su quei valori gli scenari che colorano l’esistenza.

Affermare la legittimità di uccidere altri esseri per il proprio esclusivo vantaggio, autorizza la sopraffazione e stabilisce la liceità del sopruso, decretando nell’inconscio la legge del più forte e dipingendo di normalità la prepotenza.

Non c’è da sorprendersi poi, nel vedere dilagare la violenza dappertutto.

La legalità degli abusi è giustificata da un atteggiamento interiore rassegnato all’ineluttabile necessità di sottomettere, e questo, purtroppo, non solo per vivere ma anche per soddisfare il proprio egoismo.

Nell’ottica predatoria che stabilisce “mors tua vita mea”, chi è più forte, infatti, acquisisce automaticamente il diritto di decidere le sorti del più debole in base al criterio del predominio e della prepotenza, invece che assecondare i parametri della fratellanza, dell’uguaglianza e del rispetto.

La comunione, la cooperazione e la condivisione, sono subordinate alla supremazia di chi detiene il potere, autorizzando i più forti a spadroneggiare impunemente sui più deboli, in nome di una presunta naturalezza della prepotenza e della disuguaglianza.

Mangiare la carne di altri esseri viventi implica una gerarchia tra le creature, stabilisce che esistono esseri di serie A e esseri di serie B e, di conseguenza, l’inconscio trasferisce automaticamente questo principio in tutti gli altri settori della vita, rendendoci docili e arrendevoli davanti a chi si arroga, con la forza o con l’astuzia, il diritto di comandarci.

Uccidere per vivere, annienta la fratellanza e il bisogno di reciprocità, istituendo nel mondo interiore i valori della violenza e della prepotenza, e dando vita a un’interpretazione della realtà basata sul predominio e sull’abuso invece che sulla solidarietà e sulla fiducia.

Dal punto di vista psicologico, perciò, consumare prodotti di origine animale, non è scevro da ripercussioni, sia sul benessere emotivo che sulla salute.

Infatti, la legge del più forte, indispensabile per sopprimere senza scrupoli altre creature viventi, si riflette nella percezione del mondo, generando un pericoloso disprezzo dell’ingenuità e della debolezza, e un atteggiamento reattivo di indifferenza e di insensibilità davanti al dolore, proprio e degli altri.

Questa censura, agita sulla fragilità, impedisce l’ascolto di se stessi e genera un senso di pericolo di fronte alla vita, causando paure, depressione, sfiducia, ansia, panico e numerosi altri sintomi, tristemente noti agli psicologi e pericolosamente in aumento in questo periodo storico.

Mangiare carne, pesce, latte, uova e formaggio, insomma, non fa bene alla psiche.

E nemmeno al corpo.

Recenti studi sulle malattie del benessere, infatti, hanno messo in luce come le proteine definite nobili non siano poi così nobili nei loro effetti sull’organismo e quanto, invece, i prodotti di origine animale generino una pericolosa acidosi metabolica che è all’origine del cancro, del diabete e di tante altre patologie autoimmuni.

L’acidosi metabolica è uno scompenso che provoca un aumento di acidi nell’organismo.

Quando nel corpo si accumulano troppi acidi, senza che i reni riescano a filtrarli eliminando gli eccessi, si parla di acidosi metabolica.  

Si evidenzia cioè una condizione di squilibrio che provoca gravi problemi di salute. 

Le cause che portano a questo scompenso dipendono soprattutto dal consumo di prodotti di origine animale.

Numerosi studi epidemiologici e clinici hanno dimostrato che un’alimentazione a base di vegetali fornisce tutti gli aminoacidi necessari nelle giuste quantità e proporzioni senza introdurre colesterolo e grassi saturi (dannosi per la salute e inevitabilmente presenti in tutti i cibi animali).

Le proteine vegetali, infatti, stimolano la produzione di glucagone e contribuiscono a ridurre i livelli di insulina che costituiscono un pericoloso fattore di rischio per obesità e tumori.

Queste ricerche hanno ampiamente dimostrato come le diete prive di prodotti animali siano perfettamente in grado di coprire il fabbisogno proteico di qualunque persona, anche di chi pratica sport o compie lavori pesanti, evidenziando l’esistenza di una stretta correlazione tra il consumo di proteine nobili e le gravi patologie incurabili che affliggono questo nostro secolo.

Patologie definite incurabili… proprio perché sostenute da un’alimentazione pericolosamente acidificante e, purtroppo, ritenuta indiscutibile!

Vivere senza mangiare carne, pesce, latte, uova e formaggio, è perciò un’assicurazione sulla vita che favorisce la buona salute e ristabilisce nella psiche i valori della reciprocità, della fratellanza e del rispetto per tutte le creature.

Ma, per avventurarsi nel percorso necessario a cambiare le abitudini alimentari malsane, è indispensabile guardare oltre i falsi miti proposti da una medicina sempre più schiava delle case farmaceutiche e dei loro interessi economici, procurandosi da soli le informazioni giuste e sperimentando sul proprio corpo la veridicità delle ricerche e degli studi.

Ma, soprattutto, è necessario imparare ad ascoltare il proprio cuore, a dispetto degli interessi di chi detiene il potere economico.

Un mondo migliore nasce da un diverso modo di interpretare la vita, dapprima nelle piccole cose di ogni giorno e in seguito nei cambiamenti che fanno la storia.

Scegliere la fraternità, invece che dare la morte, è un passaggio importante sulla via che conduce a una società capace di accogliere senza discriminare nessuno.

Per cambiare il mondo… basterebbe cambiare il modo di fare la spesa.

Carla Sale Musio

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Gen 03 2015

IL CUORE NON E’ NORMALE. E’ VERO

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Giovanna viene di nascosto, marito e figlio non approverebbero mai il suo bisogno di chiedere aiuto.

Al primo appuntamento non riesce neanche a parlare che subito scoppia in lacrime.

Mi vergogno…” borbotta tra i singhiozzi “…sto troppo male… non rida, dottoressa, la prego!

Ma non trovo nulla da ridere in quel dolore, così lacerante e urgente da non poter essere rimandato.

Piango tanto… però di nascosto… so che non dovrei… in casa non vogliono…

Le porgo la scatola dei fazzolettini e aspetto che il pianto defluisca un poco per capire le ragioni di quella vergogna.

Non riesco a darmi pace…” continua riprendendo a singhiozzare “…è per via di Rosita… la mia pappagallina… è volata via…

Di nuovo le lacrime la sopraffanno.

Era una pappagallina gialla e verde, come ce ne sono tante, ma per me… era speciale… come una persona, una bambina…

Si asciuga gli occhi cercando di assumere un atteggiamento più controllato.

Due lacrimoni silenziosi continuano a rigarle le guance mentre mi racconta la sua disperazione.

Mangiava con noi e poi si addormentava appollaiata sulla sveglia, affianco al letto di mio figlio, con la testolina nascosta sotto l’ala. Le avevo scelto io il nome Rosita e quando la chiamavo, si veniva a posare sul dito… che carina! Mi dava tanta gioia!

Un sorriso fa capolino tra le lacrime, mentre Giovanna continua a raccontare.

In casa la lasciavamo libera. Naturalmente con le finestre chiuse. E quando dovevamo partire, la portavamo con noi nella sua gabbietta.

Riprende a piangere sommessamente.

Qualche mese fa, mio figlio l’aveva sul dito… è sceso giù per aprire il portone… e lei è volata, come faceva sempre… solo che la porta era già aperta… e così, senza rendersene conto, si è trovata fuori!… all’aperto…

Singhiozza sconsolata senza riuscire a fermarsi.

C’era vento… Rosita non è abituata alle correnti… non è stata capace di tornare indietro… l’abbiamo chiamata e cercata… dappertutto… ma non c’è stato nulla da fare… era come stordita… non sapeva governare il volo nell’aria libera…

Giovanna sminuzza il fazzolettino di carta, cercando inutilmente di trattenere il pianto.

Da allora non mi do pace. Ho messo annunci in tutto il quartiere. L’ho cercata ovunque. L’ho chiamata fino a perdere la voce. Nulla…

Le lacrime le rigano nuovamente il viso.

O se l’è presa un gatto… o chissà dov’è finita! Magari l’avesse trovata qualcuno che le vuole bene… io sarei contenta! Mi basterebbe saperlo. Invece penso che sia morta! E mi sento così stupida per non averla potuta aiutare… lei si è fidata di me… di noi… di mio figlio… e nessuno l’ha protetta come si aspettava…poverina!

Mi guarda impotente, asciugandosi gli occhi con il fazzoletto di carta ormai a brandelli.

Eravamo tutto il suo mondo…

Il mio silenzio non giudica e Giovanna può condividere quel dolore.

Un dolore colpevolizzato perché rivolto a un uccellino.

Il cuore ama.

La mente non approva.

Succede spesso.

La soluzione non è prevaricare il cuore con la ragione.

Bisogna comprendere che esistono dentro di noi due modi diversi d’interpretare la vita.

Vanno gestiti, senza pretendere di uniformarli.

La strada che porta a un mondo migliore, passa attraverso l’accettazione di se stessi e del proprio modo di amare.

Mio marito e i miei figli me ne volevano regalare un’altra… uguale… ma io non ho voluto. Non sarebbe Rosita!

Giovanna continua il suo racconto, incoraggiata dal mio consenso.

Loro non mi capiscono. Dicono che sono proprio matta… Per questo non ho detto a nessuno che venivo da lei! Non voglio essere considerata pazza… anche se, a volte, penso che abbiano ragione… forse non sono normale… soffrire tanto… solo per un uccellino…

Mi guarda interrogativa, in attesa della mia condanna o della mia assoluzione.

Le propongo di rivederci ancora per quattro incontri.

Serviranno a far sentire Giovanna del tutto sana nell’ascoltare il suo cuore e per aiutarla a non rinnegare la sofferenza davanti agli altri.

Rosita merita il suo dolore e anche un funerale simbolico.

La sua scomparsa non è una patologia e non deve essere curata, ma ha bisogno di comprensione e di significato.

La sofferenza per la perdita di qualcuno che abbiamo amato, deve sempre essere rispettata e condivisa.

Anche quando si tratta di qualcuno che appartiene a una specie diversa.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

*  * *  

Per valutare le cose che ci succedono, utilizziamo due diverse forme di conoscenza.

Una è basata sui cinque sensi, la percezione sensoriale, e l’altra poggia sulle percezioni interiori, la percezione del cuore.

Normalmente integriamo le informazioni, che ci arrivano da queste due fonti, in un’unica conclusione che le comprende entrambe.

Avviene spontaneamente e automaticamente.

Ma, quando queste due modalità si trovano in conflitto, il buon senso comune tende ad avvalorare la percezione dei sensi a discapito di quella del cuore.

Abbiamo imparato a credere vero soltanto ciò che si può toccare, gustare, annusare, vedere o ascoltare.

Mentre a quello che si sente dentro, non è riconosciuta nessuna verità.

Le chiamiamo sensazioni e non vi attribuiamo importanza.

Costruiamo i nostri ragionamenti logici sulle informazioni sensoriali e, basandoci su dati incompleti, spesso arriviamo a conclusioni improprie.

Ci spaventa ascoltare il cuore, perché ottiene il suo sapere senza passare per la ragione.

Il cuore conosce in maniera istintiva.

Cioè di colpo.

Come un’illuminazione.

Purtroppo, il conflitto tra la mente e il cuore è all’origine di tante sofferenze psicologiche.

Infatti, le sensazioni che riceviamo dal cuore sono preziose e vitali per il benessere psicologico.

Andrebbero sempre considerate perché trascurarle, o peggio, negarle provoca dolore e malattia.

Il cuore ci dice cose che la mente non sa e non conosce.

La mente ragiona.

Il cuore ama.

Sono due diverse verità.

L’amore non è logico, ma senza amore non si può vivere.

Forzare l’amore a seguire la logica non è possibile.

Mente e cuore devono essere gestiti riconoscendo a ciascuno la propria specificità e la propria autonomia.

Nessuno dei due è migliore dell’altro.

Ci sono cose che il cuore non capisce.

E ci sono cose che la mente non sa.

Entrambi sono indispensabili per una vita soddisfacente.

Carla Sale Musio

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