Archive for Febbraio, 2015

Feb 25 2015

UNA PANCIA GONFIA DI PENSIERI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Si dice che la pancia sia la sede delle emozioni, il luogo in cui ciò che proviamo nei confronti della vita si trasforma in sensazioni fisiche, fino a scolpire nel corpo i significati dei nostri stati d’animo.

Nei modi di dire la pancia racconta le emozioni, aiutandoci a comprenderle.

Così, diciamo che le cose, ma soprattutto le persone, ci piacciono di pancia, che ci facciamo una pancia di rabbia, che abbiamo le farfalle nello stomaco, che ci mangiamo il fegato dal nervoso, eccetera.

La psicologia legge nel fisico i segni dei vissuti interiori e individua nella pancia uno spazio segreto dove rinchiudiamo i sentimenti giudicati pericolosi.

Una pancia esageratamente grande trattiene troppe emozioni e segnala la paura di rivelare il proprio mondo interno.

Una pancia piatta indica un rapporto equilibrato con la vita interiore.

Una pancia eccessivamente risucchiata racconta la paura di stare al mondo e il tentativo di sfuggire in luoghi più rarefatti e immateriali.

Psicologi e medici sono concordi nell’affermare che spesso le chiavi dello stress si nascondono nella pancia e che le condizioni di salute del nostro sistema gastrointestinale si riflettono sulle percezioni psichiche tanto quanto le nostre emozioni condizionano la digestione e l’assimilazione dei nutrienti. 

La pancia insomma è una sorta di secondo cervello, capace di farci sentire bene o male, realizzati o insoddisfatti, entusiasti o infelici.

Gli stati d’animo che proviamo dipendono dal nostro modo di interpretare la realtà e questo a sua volta dipende dalla qualità della digestione e dalle condizioni di salute della nostra pancia.

Riempirsi la bocca di cibo spazzatura avvelena l’organismo e si ripercuote inevitabilmente sui pensieri, ma è vero anche il contrario: i pensieri carichi di malessere si accumulano nella pancia, colmandola di sofferenza e di rifiuti.

Infatti, la pancia controlla il benessere psicofisico, non solo in conseguenza del cibo che ingeriamo ma anche di quello che pensiamo.

Esiste una relazione diretta tra la pancia e i sentimenti.

Ciò che proviamo si riflette inevitabilmente sui nostri organi, soprattutto nelle viscere, determinando la qualità delle esperienze e della digestione, alimentare e psichica.

La colite, l’ulcera, i bruciori di stomaco… sono spesso patologie causate dallo stress, cioè da emozioni non digerite che alterano il pH intestinale e compromettono la vitalità dei batteri che si trovano al suo interno, generando un pericoloso stato di… acidità.

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INGHIOTTIRE LE PROPRIE PAURE

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Salvatore per lavoro ha dovuto trasferirsi da Cagliari a Nuoro.

Si tratta di una trasferta che durerà soltanto dieci mesi, ma la solitudine gli morsica il cuore e il lavoro non basta a fargli sopportare la nostalgia di casa.

In aggiunta al suo sconforto, da quando è arrivato a Nuoro, soffre di colite ulcerosa.

Per curarsi, Salvatore tenta ogni genere di dieta ma è tutto inutile: il suo intestino sanguina senza sosta e senza miglioramenti.

Ha provato con i farmaci, con l’omeopatia, con il rilassamento e persino con la magia!

Niente.

Nessun risultato.

Quando infine rientra a casa, però, allo scadere di quei dieci mesi, la sua colite misteriosamente sparisce.

*  *  *

Adriana non ne può più delle pretese di suo marito, Alfredo.

Non sopporta la sua indolenza, il suo disordine, la sua arroganza, la sua prepotenza e il suo maschilismo.

Ogni giorno gli fa notare le cose che a lei non vanno bene, ma lui la guarda con malcelata superiorità e continua imperterrito negli atteggiamenti di sempre.

Non serve arrabbiarsi e non serve litigare, Adriana può solo inghiottire il suo malumore.

O andarsene.

Incapace di affrontare una separazione a settant’anni, la donna annichilisce la ribellione fino a sputare sangue.

Letteralmente.

Le corse in ospedale, i ricoveri, la prognosi incerta… ammutoliscono la prosopopea di Alfredo, ma è una quiete che dura poco.

Rientrati a casa tutto ricomincia, come sempre.

Sospesa tra la vita e la morte, Adriana, però, sceglie la vita… e inspiegabilmente l’ulcera migliora.

Quando finalmente decide di non tornare più a vivere con Alfredo.

*  *  *

Margherita ha accettato di trasferirsi da Roma a Cagliari per seguire il marito, Roberto, che ha ottenuto una grossa promozione.

Appena arrivata in Sardegna, però, la mancanza degli amici e dei familiari si fa sentire e la donna si ritrova sola, in una città sconosciuta e priva di punti di riferimento affettivi.

Vorrebbe tornare nella sua città ma l’amore e la mancanza di un lavoro la obbligano a restare.

Margherita si sente in trappola: troppo arrabbiata per condividere i suoi sentimenti, che giudica inadeguati e distruttivi, si fa forza fingendo una serenità che, invece, purtroppo, non le appartiene.

Ben presto il suo rimuginare solitario e addolorato si somatizza, e una terribile gastrite la costringe a seguire una dieta rigidissima.

I medici si danno un gran daffare per fermare il sanguinamento dei suoi organi interni, ma tutte le cure sembrano inefficaci.

Solo l’intervento di uno psicologo la aiuterà, col tempo, a esprimere quel dolore negato e a trovare finalmente le risorse necessarie a rimarginare la sua ferita interiore.

Carla Sale Musio

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Un commento presente

Feb 20 2015

QUANDO I GENITORI CI INSEGNANO A MORIRE…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando siamo bambini i genitori ci insegnano a vivere.

Poi diventiamo grandi e non abbiamo più nulla da imparare.

Infine, i ruoli s’invertono e siamo noi ad aiutare loro nel superare le difficoltà della vita.

E’ a questo punto che i genitori ci insegnano a morire.

Viviamo evitando di pensare che i nostri cari un giorno ci lasceranno.

Per questo sembra che la loro morte arrivi ingiustamente e all’improvviso.

Ma vita e morte appartengono allo stesso percorso esistenziale e non possono essere disgiunte.

Si vive anche… per imparare a morire.

Cioè per scivolare dentro l’immaterialità.

I genitori ci aprono la via verso questa dimensione sconosciuta e ancora troppo irreale per noi figli.

Con i loro comportamenti, più che con le parole, ci insegnano a guardare la morte negli occhi.

A non sfuggirla.

Ci mostrano come passare dalla dimensione concreta e familiare, che chiamiamo vita, a quella immateriale e misteriosa, che chiamiamo morte.

Anche se non siamo abituati a parlarne, tutti ci domandiamo come e quando abbandoneremo questa realtà.

Si tratta di osservazioni fugaci, cui non dedichiamo troppo tempo né molta attenzione, perché ci è stato insegnato a giudicarle pericolose e a non indulgere in queste riflessioni.

Come se, anche il solo pensarci, potesse evocare la tragedia.

Eppure sono proprio i genitori a sollevare questo velo di oblio e a permetterci di osservare la morte da vicino, aiutandoci a prendere confidenza con il trapasso e costringendoci a una riflessione sul significato profondo della vita.

Nessuna morte (proprio come nessuna vita) arriva mai per caso.

Nascere e morire sono solo gli estremi di un’unica esperienza, colma di significato.

La perdita di un genitore è un evento che insegna molte cose e cambia di colpo la prospettiva dell’esistenza.

Perché costringe a misurarsi con la più grande di tutte le paure: la paura di scomparire nell’ignoto e nel nulla.

La morte, come la nascita, ci priva di ogni certezza e ci scopre soli e impreparati.

Permettendoci di guardare la loro morte, i genitori ci fanno un dono che completa il compito assunto mettendoci al mondo.

Ci mostrano una strada e un modo per vivere la perdita della corporeità.

La morte è una scelta.

Inconscia.

Il nostro inconscio sente quand’è il momento giusto per morire.

Anche se la ragione non lo ammette e si ostina a considerare la fine della vita fisica: una casualità imprevedibile.

Il cuore, invece, è agile in dimensioni diverse dalla fisicità.

Sa che la morte è una trasformazione e, nella sua percezione, riconosce la scelta.

Di cambiamento.

Serve per dare compiutezza alla vita.

La morte di una persona cara, aiuta chi ancora possiede un corpo a spostare l’attenzione dalla fisicità e a concentrarsi sull’immateriale.

In quei momenti, la paura di perdere gli affetti distoglie dalla concretezza e riallaccia l’essenza delle cose.

La scelta di morire regala a chi resta un tracciato per compiere quel passaggio.

Proprio come da bambini, ascoltando (e criticando) gli insegnamenti dei genitori abbiamo costruito il nostro peculiare modo di vivere la vita, da grandi osservare la morte di mamma e papà ci aiuta a formare i criteri con cui attueremo il nostro cambiamento di stato.

Quando anche per noi sarà arrivato il tempo di aprirci all’immaterialità.

Nella vecchiaia i genitori sentono la morte arrivare e l’accolgono.

Anche quando preferiscono non parlarne e non lo raccontano a nessuno.

Nemmeno a se stessi.

Possiamo rendercene conto osservando i loro mutamenti.

Dapprima impercettibili, poi sempre più evidenti.

Molto tempo prima che sia giunto il momento di separarsi dal corpo, di solito, incominciano a fluttuare tra una dimensione e l’altra.

Dalla fisicità all’astrattezza.

Dall’astrattezza alla fisicità.

In maniera spontanea e naturale, il loro interesse si sposta dal mondo delle cose concrete, al mondo immateriale.

Per questo, sembra che stiano perdendo colpi.

In quei momenti di assenza avviene un cambiamento di prospettiva e l’attenzione si focalizza sulla percezione interiore.

Questo fisiologico passaggio dall’esteriorità all’interiorità, quel loro esserci e non esserci insieme, segnala l’inizio della trasformazione.

Non sempre, però, quest’andirivieni è condivisibile.

A volte l’abitudine a rifuggire l’interiorità non permette di sviluppare parole adeguate a comunicarne l’esperienza.

Se nel corso della vita non siamo stati abituati ad ascoltare le percezioni del cuore, il mondo interno diventa una scoperta troppo difficile da condividere in punto di morte.

Ma il tacere che, spesso, accompagna le assenze non significa che la fluttuazione tra le dimensioni materiali e immateriali della coscienza, non avvenga.

L’astrazione dalla fisicità si realizza sempre.

Ciò che può mancare è soltanto il racconto verbale di quello che avviene dentro.

Del resto, nessuno di noi ha potuto usufruire di strumenti efficaci a parlare di morte.

La mente scappa davanti a questi temi. 

Ciò che conta, però, è la comprensione emotiva, che avviene a prescindere dalle terminologie.

Nel nostro intimo dialoghiamo sempre con i genitori, durante il passaggio che conduce alla morte.

Lo facciamo, più o meno inconsciamente, dentro una dimensione immateriale e quasi telepatica, fatta di sensazioni e di emozioni, più che di discorsi.

Possiamo stare con loro durante le assenze e chiacchierare insieme consapevolmente, adoperando il cuore.

Oppure, possiamo focalizzarci sulla fisicità, lasciando che l’inconscio gestisca da solo questo scambio d’informazioni.

La condivisione avviene comunque, che ne siamo consapevoli o no.

Fa parte del dono.

Amplifica il legame emotivo.

Fluttuare tra le dimensioni aiuta a perdere del tutto la corporeità, permettendo di vivere più intensamente l’unione affettiva.

Nel corso del tempo la nostra ragione formerà le parole per raccontare come tutto questo è successo.

Il cuore lo sa già.

L’amore non ha forma.

E’ una realtà.

Del tutto immateriale.

Carla Sale Musio

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Feb 14 2015

UN AMORE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Veloce e sinuoso, il delfino fendeva le onde.

Inebriato dai colori del mare, si tuffava potente, poi balzava nell’aria, a graffiare il vento.

Giovane e ribelle, trascurava i consigli degli anziani: non avvicinarti alla riva, gli dicevano, e guardati dagli umani, che spesso infieriscono sui delfini.

Ma lui adorava l’urtare dell’acqua sui fianchi, in gara con le imbarcazioni, il ventre a sfiorare la schiuma del mare e poi avanti, oltre gli altri delfini lanciati veloci a domare le onde.

Fu proprio un’onda possente a celargli lo scoglio che, d’improvviso, gli si parò di fronte.

Lui, distratto a inseguire la schiuma, non riuscì a evitarlo e lo urtò con violenza.

Le altre onde, giungendo alla riva, vi adagiarono dolcemente il suo corpo inerte.

******** 

Ogni pomeriggio amava passeggiare sulla spiaggia: sentiva il fascino profondo del mare, ascoltava il silenzio, ammirava i raggi del sole già obliqui.

Viveva in un villaggio di pescatori ed era orfana sin dall’infanzia.

Ricordava del padre l’altezza e la forza: non poteva dimenticare come la alzava tra le braccia e rideva del suo timore.

Era un bravo pescatore, ma una sera il mare se lo prese, forse irato con lui per la pesca fruttuosa.

La madre, legatissima al suo uomo, si arrese al dolore e si consumò pian piano, né valse a trattenerla lo sguardo spaurito e accorato della figlia.

La giovane viveva nella casupola dove aveva abitato con i suoi e campava di poco, rimagliando le reti dei  pescatori.

Nonostante il suo immane dolore, però, lei non odiava il mare: ne sentiva il richiamo e dalla riva distendeva lo sguardo, stregata da quei colori, da quella potenza antica.

Rispettava il volere del mare, come si onora il capriccio di un dio.

********

Anche quel pomeriggio, dopo aver sistemato le reti e la casa, si avviò verso la riva.

Il suo sguardo colse lontana una sagoma scura: in ansia, affrettò il passo, chiedendosi cosa fosse.

Già altre volte il mare aveva deposto in riva creature diverse e dolenti: tartarughe ferite, pesci morenti, delfini mutilati…..

Guardò meglio: era proprio un delfino.

Le onde lo lambivano, come a carezzarlo.

Lei lo raggiunse rapida, gli si inginocchiò accanto e lo toccò, sperando vivesse ancora.

Per qualche attimo non accadde nulla, poi lentamente e con immensa fatica lui aprì gli occhi….

Ma restò attonito: quello che vide nel riprendere i sensi era l’essere più bello che mai avesse ammirato.

Lunghissimi e neri i capelli, la bocca rossa, la mano morbidissima.

Il delfino sentì i battiti accelerare: la vita tornava nel suo corpo, ma  lui seppe che quel tumulto non era solo il fluire del sangue.

Ricordò le parole dei maschi adulti, gli sguardi ritrosi delle femmine, la potenza dei corteggiamenti, i corpi sinuosi e accostati.

E all’improvviso capì che quella forza, arcana e a lui sconosciuta, era l’amore.

*********

Quel giorno, riuscì faticosamente a guadagnare il largo, ma da allora prese ad attenderla: la vedeva di lontano, nuotava lento.

Lei, senza volerlo, si scoprì a scrutare l’acqua più attentamente e appena scorgeva quel dorso lucido e arcuato, sorrideva rasserenata, come quando si incontra un amico.

*********

Finalmente un giorno lui si decise: si accostò timoroso alla riva e attese che lei giungesse.

Nuotò fino a starle davanti: i suoni di lui, come per incanto, si mutarono in parole.

Lei ascoltò, stupita da quel prodigio, ma ancor più colpita dal suo discorso.

Si era innamorato di lei, le disse, per la sua bellezza, per la sua dolcezza, per quel muoversi lento, quasi ad accarezzare la sabbia.

La scrutava da lontano, le confessò, e ogni volta era più emozionato.

Ormai non poteva fare altro che struggersi per lei, pressato da quell’amore così diverso e impossibile…

Poi tacque: sopraffatto dalla vergogna, si tuffò rapidamente e disparve.

Lei rimase immobile a lungo e tornò a casa con il cuore in tumulto.

*********

Passarono i giorni, ma la sua attesa titubante venne sempre delusa.

Il delfino non compariva più e lei si sentiva vuota e incerta.

Temeva per la sorte di lui, che pescatori violenti lo avessero ferito o ucciso, ma un altro sentimento si accostava all’ansia: era sconvolta dal discorso di lui e la rivelazione straordinaria  le aveva acceso il cuore e la mente …

Affranta da quel fatto inaudito, voleva negare una strana emozione.

Ma, dopo aver lottato inutilmente nel profondo del cuore, fu costretta a capire: amava, senza speranza, un essere così diverso da lei, così irraggiungibile.

E non poteva rivelarlo a nessuno: chi mai l’avrebbe capita?

Sarebbe stata oggetto di irrisione, bersaglio di offese brutali, coperta di ironia e sghignazzi, oppressa da vergogna.

*********

Come da tempo, ormai, anche quella sera la sua attesa in riva era rimasta delusa.

Fece per andarsene, ma d’improvviso un’onda formidabile le si parò davanti, avvolgendola.

Lei non poté opporsi.

In un tempo che le sembrò rapidissimo, si trovò trasportata in fondo al mare e con immenso stupore si accorse di respirare.

Di fronte a lei, un essere splendido e terribile: un corpo luminoso e scintillante di squame d’oro, il volto umano e una voce profonda.

Lei capì allora quello che i vecchi pescatori raccontavano, abbassando la voce sino ad un sussurro: il re del mare esisteva, dicevano, ed era un essere portentoso, ma avevano di lui un timore reverenziale e solo a qualcuno, ma ormai tanto tempo prima, era capitato di intravederne i bagliori d’oro.

Lui la scrutò con attenzione, poi iniziò a parlarle: era circondato da creature del mare, le più diverse.

Il giovane delfino si è rivolto a noi e ha chiesto aiuto, affranto dall’amore per te.” disse.

E noi abbiamo riflettuto: la specie degli umani è spietata verso il mare. Non ha rispetto di lui, lo ferisce violenta.

A volte salviamo creature straziate da arpioni o avvinte da lacci. Ma spesso possiamo solo guardarle morire.

Troppe volte l’acqua si tinge di rosso: allora la nostra ira muove i marosi e agita le burrasche.

Arroganti e stupidi, avidi e presuntuosi, gli umani. Hanno infranto il patto antico, traditi i giuramenti.

Ma tu sei innocente del loro male, fanciulla, e soprattutto il giovane delfino ti ama.

Ti offriamo un dono immenso: rimani con noi. Per il resto della tua vita, sarai una creatura del mare”. 

Lei durante quel tempo aveva ascoltato in silenzio, sgranando gli occhi per lo stupore.

Poi chinò il capo a ringraziare ed emise una voce flebile, rotta dall’emozione.

Chiese un giorno per riflettere.

Glielo concessero.

**********

Sconvolta, tornò lentamente verso casa.

Per tutta quella notte e fino all’alba rifletté ansiosamente.

Amava un essere del mare: se avesse voluto, sarebbe diventata una creatura marina.

Altra vita, inusitata, eccezionale.

Oppure… poteva restare al villaggio: la tranquillità modesta, i giorni scanditi, i soliti gesti, i medesimi volti…

Ma al pensiero di rinunciare al suo amore, lei si sentì morire.

Si alzò decisa, salutò con uno sguardo tenero e accorato quelle stanze, dove per poco tempo era stata felice con i suoi e, quasi di corsa, raggiunse la riva.

Come il giorno prima, si trovò rapidamente davanti al re del mare, il cui l’aspetto straordinario la intimidì ancora, ma raccolse le forze e chinò semplicemente il capo, in segno di assenso.

A quel punto, lei sentì il suo corpo allungarsi, divenire elastico e flessuoso e percepì la sensazione inebriante dell’acqua sulla pelle lucida.

Si stupì nel guardarsi e restò affascinata dalla sua linea morbida: negli occhi delle creature marine vide la sua stessa emozione e, ancor di più, la lesse negli occhi del delfino.

Lui l’aveva già trovata bellissima ed era colto adesso da uno stupore attonito, ammirandola nella sua nuova essenza.

Le si accostò esitante, le sfiorò il muso e la invitò a seguirlo: i loro corpi, adesso così simili, si allontanarono leggeri nell’azzurro, danzando le movenze antiche dell’amore.

Nuotavano insieme, innocenti come creature nella prima alba del mondo.

Il mare li strinse nel suo abbraccio liquido.

Gloria Lai

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Feb 08 2015

VIVERE PER MANGIARE O VIVERE PER CELEBRARE LA VITA?

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Si mangia per vivere, indubbiamente!

Ma sulla necessità di mangiare è stato costruito un impero economico talmente potente da trasformare l’alimentazione in una droga, legale e sponsorizzata, da cui ognuno di noi oggi dipende in misura più o meno grande, a prescindere dalla sopravvivenza.

L’alimentazione dovrebbe essere il carburante che permette al fisico di funzionare.

Il cibo è uno strumento necessario a mantenerci in forma e capace di regalarci un piacevole momento di relax ma, quando ci alimentiamo con sostanze dannose per la salute, i presupposti legati alla sopravvivenza vengono meno e il nutrimento si trasforma in un veleno che ammala il corpo e progressivamente lo uccide.

Chi guadagna sul commercio dei prodotti alimentari ha tutto l’interesse a venderne quantitativi sempre più grandi, senza curarsi troppo delle necessità legate alla salute.

Per chi vende, l’obiettivo è il profitto e, quando profitto e salute sono in conflitto, per continuare ad arricchirsi diventa indispensabile occultare la percezione della tossicità dietro motivazioni convincenti e apparentemente irreprensibili.

Nascono così le tante argomentazioni, scientifiche o pseudoscientifiche, a favore di uno stile alimentare sempre più abbondante e sempre più slegato dai ritmi naturali.

Accecata dal mito del progresso e da un patologico narcisismo, la specie umana ha perso il contatto con la saggezza della creazione, annientando in se stessa la fiducia in un sapere interiore capace di indicare istintivamente le scelte giuste per la salute. 

Cibi sempre più saporiti e vuoti di nutrimento solleticano il nostro palato e ottundono le percezioni in nome di un bisogno compulsivo di assaporarne sempre di più, indotto abilmente e subdolamente.

Così, mentre gli esseri umani studiano i loro trattati di cucina e di medicina, gli animali ignorano le combinazioni alimentari, il calcolo delle calorie, le diete, i farmaci e le patologie che torturano l’umanità.

Le bestie conducono una vita diversa, capace di mantenere il contatto con la natura e con i suoi ritmi fisiologici.

La loro alimentazione non subisce gli interessi di mercato.

Per gli animali mangiare è soltanto una delle tante cose che riempiono l’esistenza.

E non sempre è la cosa principale.

Giocare, crogiolarsi al sole, correre, saltare, esplorare, fare l’amore, curare i propri cuccioli… sono attività altrettanto importanti e indispensabili alla vita.

Noi esseri umani, però, guardiamo con commiserazione le altre specie, che giudichiamo rozze e poco intelligenti, e, in nome di una cultura priva di scrupoli e di umanità, abbiamo censurato l’istintualità, diventando vittime di uno stile alimentare sempre più innaturale ed elaborato e di una medicina fatta apposta per mantenerci cronicamente dipendenti da farmaci, integratori e sostanze tossiche di ogni tipo.

Esiste una tacita intesa tra chi vende i medicinali e chi vende gli alimenti.

Entrambe le vendite appartengono a un’economia che ha abbandonato l’etica per incrementare i guadagni, fino a trasformarsi in una macchina finanziaria del tutto priva di valori morali.

Ne sono prova i tanti scandali che riempiono le pagine dei giornali, subito messi a tacere dalla necessità di occultare ciò che intacca il sistema economico.

Nella nostra società evoluta, le leggi del mercato hanno sostituito le leggi naturali e oggi l’unica sopravvivenza ritenuta importante è solamente quella del profitto.

Ci hanno convinto che, senza incrementare costantemente il sistema produttivo, nessuno di noi riuscirebbe a sopravvivere.

Ma, in nome di guadagni sempre più irraggiungibili, abbiamo perso il contatto con l’ascolto immediato e istintivo dei bisogni legati alla sopravvivenza.

Per compensare uno stile di vita completamente avulso dalle reali esigenze del benessere e della salute, consumiamo una quantità eccessiva di alimenti, utilizzando i cibi come antidepressivi, economici, gratificanti e facilmente reperibili ovunque.

Nell’era della tecnologia, la medicina e la scienza dell’alimentazione portano avanti una segreta connivenza volta a tenerci cronicamente ammalati e dipendenti dai prodotti del loro redditizio mercato.

Mangiamo smodatamente, ossessivamente, compulsivamente e per innumerevoli ragioni, tutte molto lontane dalle reali necessità del nostro organismo, che anzi deve faticare non poco a smaltire ogni genere di veleni.

Per mantenere in piedi un impero economico riservato a pochi eletti, abbiamo rinunciato al tempo che le altre specie dedicano alla natura.

Un tempo che ci consentirebbe di diventare parte della sua saggezza e della sua sapienza.

Convinti di sapere sempre molto più di qualsiasi altro animale, lasciamo che uno stuolo di dottori ci insegni cosa e quanto è giusto mangiare, e ci dimentichiamo di ascoltare noi stessi per riconoscere i bisogni naturali del corpo.

Abbiamo le palestre per imparare a muoverci, i dietologi per imparare a nutrirci, tanti farmaci per anestetizzare ogni tipo di dolore, e mille impegni da svolgere ogni giorno per pagare le spese di questa nostra vita frenetica e innaturale.

Per sostenere il ritmo incalzante delle cose da fare, abbiamo trasformato l’atto di mangiare in una droga che ci consente di non pensare, almeno per un po’, e che ci aiuta a non farci domande.

Non ci fermiamo mai a celebrare la vita, assaporando i suoi ritmi come fanno gli animali.

Corriamo verso un progresso che ci annienta come individui, dimentichi che l’esistenza è un ascolto costante della nostra profonda verità.

Il buio e la luce, il caldo e il freddo, le stagioni, i profumi, i rumori, i suoni e i colori della natura … sono tutti alimenti che nutrono la nostra anima, e che ripristinano nel corpo la giusta prospettiva delle cose.

Celebrare la vita significa accogliere dentro di sé l’unione che esiste fra noi stessi e il Tutto che ci circonda.

Senza annegare i pensieri nella digestione ma lasciando che ogni cosa rifletta la sua energia nel corpo. Psichico e fisico.

Non si mangia per vivere e non si vive per mangiare.

Si vive per celebrare la vita in tutta la sua incommensurabile Totalità, di cui mangiare è soltanto un piccolissimo aspetto.

Carla Sale Musio

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CIBI METADONE

CIBI… O DROGHE?

NON RIESCO PIU’ A DIMAGRIRE…

ATTENZIONE: è indispensabile drogarsi tre volte al giorno!

SI PUO’ VIVERE SENZA MANGIARE LA CARNE… ?!

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Feb 02 2015

HO IMPARATO A CAVALCARE IL DESTINO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Diciassette anni di differenza tra noi. 

Io non li avevo mai sentiti.

Intellettualmente gli tenevo testa e l’intelligenza e la cultura sono stati i valori fondanti verso cui volgere la nostra stima reciproca.

Non c’era passione.

Non ce n’è mai stata.

Bandita.

L’idea condivisa era che lui non potesse darne e che io, per esperienze pregresse, avessi già sofferto troppo.

Così abbiamo inconsapevolmente costruito una bolla di amore benevolo in cui non vi fosse rischio di ferite.

Vivevamo in un clima apparentemente sereno, senza conflitti, sostanzialmente buona l’intesa sul piano intellettuale e l’accordo sulle scelte di vita.

Il problema era che le scelte erano solo individuali e non esistevano scelte di coppia, né veniva contemplata l’idea che dovessero essercene. 

E’ andata così fin dall’inizio.

Entrambi ci sentivamo liberi, ma alla fine eravamo soli.

Una coppia priva di scheletro fin dalla base.

Entrambi abbiamo idealizzato all’estremo la sensazione che quella libertà che ognuno lasciava all’altro fosse amore, invece infine era noncuranza.

O almeno così si è rivelata per me, donna, quando ho sentito sarebbe stato bello generare un figlio.

A quel punto ho incontrato LUI, che non solo non ne desiderava, NON  DESIDERAVA NIENTE.

D’impatto, ho scoperto che aver tenuto il controllo apparente delle cose mi aveva fatto gioco per non accorgermi dei miei bisogni e della sua assoluta mancanza di reciprocità.

Non era colpa di nessuno.

Io sentivo di voler esplodere di vita, lui sentiva di averla conclusa.

Dopo anni in cui ho faticato a smitizzare il mio principe, in cui la sofferenza interiore diventava più potente e il desiderio di vivere sempre più forte, mi sono appiattita in una depressione evidente che mi aveva tolto ogni forza e sorriso.

Non adduco a lui la responsabilità del mio vissuto psichico, ma a lui attribuisco la grave responsabilità di non aver mai voluto capire né vedere la mia sofferenza, né come marito né come essere umano.

Un alexitimico…. ma l’avevo sposato… e la responsabilità era in parte anche mia.

Con l’aiuto della psicoterapia ho trovato la forza di andarmene, senza prendere niente, senza chiedere niente, sentendomi colpevole di tradire un patto in cui lui non aveva mai creduto, sentendomi colpevole di sentire sempre più forte dentro di me il rischio di innamorami ancora poiché, da deprivata, vibravo a ogni sguardo maschile mi desse attenzione.

Un profondo dolore.

Mi sono sentita abbandonata e l’ho lasciato senza che lui abbia mai palesato, né a parole né con i fatti, la responsabilità di avermi abbandonata.

L’ho lasciato per dignità, perché non potevo più accettare di non essere vista e non amata.

Ho ripulito ogni angolo della casa, che è sua di proprietà.

Dovevo andarmene io.

L’ho curata, abbellita.

Ho ricomposto la “salma”, come dico io, poiché ciò che muore merita la cura per l’amore con cui ti distacchi.

Ricordo di aver stirato tutte le sue cose, sebbene a lui non gliene fosse mai fregato niente.

Ho preso le cose che mi servivano per quella stagione.

Non sapevo se fosse una scelta definitiva.

Diciamo che ci stavo provando e intimamente speravo che lui facesse un minimo gesto per fermarmi, mi dicesse mezza parola che mi facesse desistere da quel passo.

Ma è stato parco di parole così come di gesti.

Ho avuto la fortuna di poter essere ospitata nella casa di una cugina che per me è come una sorella. Una piccola stanza, dove ho iniziato a elaborare il distacco che non avevo ancora compreso.

Avevo con me poche cose.

Ho atteso un anno prima di chiedere la separazione…

Lui ha dato un cenno dopo qualche mese pensando che sarebbe stato scontato tornassi a casa.

Da allora non sono più tornata indietro.

Profondamente offesa da quella scontatezza.

Mai più.

Ho pianto per anni ma non sono mai tornata su quella salma.

Ho lasciato che si decomponesse poiché la responsabilità di una degna sepoltura non era solo mia, e finalmente lo stavo imparando.

Dentro di me è cambiato… praticamente tutto!

Non sono più la stessa persona, la separazione è stata la conseguenza di un processo trasformativo già in atto e ineluttabile.

Non è stata la separazione a cambiarmi, è stato “scoprire di potermi separare dalla persona alla quale avevo dato più fiducia al mondo” che mi ha cambiato.

La separazione è stata per me un’esperienza interiore.

Essendo autonoma sul piano economico e avendo avuto la fortuna di poter essere ospitata per più di due anni in una stanza che ha accolto tutte le mie lacrime e i miei incubi, separarmi non è stato un problema pratico, ma un travaglio interiore.

Dopo anni, posso dire che il processo è ancora in atto.

Sicuramente perdere tutto, la casa, le mie cose, le mie certezze, i miei amici, le mie abitudini non mi ha aiutato, ho sofferto più di quanto mi sarei immaginata, ma ho riconsiderato il valore delle cose, delle persone.

In fondo potevo sopravvivere con molto… molto meno di quanto possedessi e ho scoperto chi mi era amico, e chi no.

Bambini per fortuna non ne avevo.

Gli amici hanno tentato di normalizzare, l’esaurita era io.

Mio marito non dava segni di vita, pertanto se strepitavo era chiaro che era a me che è partita la brocca.

Tendenza all’omeostasi.

Tutti si aspettavano un lieto fine, mentre io, la principessa impazzita, ero sempre più determinata a cavalcare il cavallo selvaggio del mio destino.

Senza un principe che avesse neanche proferito le sue preferenze, non aveva senso nemmeno fermarsi per riposare.

Dritta al galoppo, piena di lacrime e rabbia.

Gli amici si sono allontanati.

Per lo più si è capito di chi fossero amici, io credo della persona a cui è stato più comodo e facile stare vicino.

Qualcuno mi è stato affianco, qualcun altro ha tentato un riavvicinamento.

La famiglia di origine, tradizionalista, ha reagito male, soprattutto mio padre.

Hanno faticato a prendere una posizione, a proteggermi, poi infine, dopo qualche anno, hanno proteso verso la mia felicità senza più troppe remore.

Qualche dubbio, preoccupazione per il mio futuro, ma alla fine, mi sono stati vicini, pur con le loro difficoltà e ambivalenze.

C’è voluto un po’ di tempo.

Ho vissuto qualche anno da nomade, senza punti stabili.

Ora ho ottenuto il mutuo, e con i proventi del mio lavoro, che non è tanto ma mi consente di sopravvivere, ho acquistato il mio piccolo rifugio.

Quarantadue metri quadri in cui spero di trovare un po’ di pace.

Io e lui non comunichiamo più dal giorno in cui ci siamo incontrati in tribunale per firmare la separazione chiesta da me.

Qualche raro messaggio di auguri, qualche comunicazione attraverso qualche parente o amico, al limite un sms per comunicare che è arrivata della posta.

Non abbiamo nessun legame economico.

Non comunichiamo.

Non ci sono rapporti.

Di alcun tipo.

Ma credo che la “non comunicazione” fosse iniziata molto tempo prima di separarci, la situazione attuale è solo uno specchio del blocco emotivo che esiste tra noi.

Attraverso il nostro reciproco silenzio credo continui a perpetrarsi un conflitto silente e doloroso.

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UN CONSIGLIO…

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Guardarsi dentro.

Chiedersi cosa ci unisce e guardare che cosa spinge a separarsi.

Spesso le motivazioni si assomigliano sul piano inconscio.

Diffidare dei pretesti, delle scuse, delle mancanze sul piano della realtà.

I conflitti convergono su un oggetto reale, ma in realtà hanno sempre a che vedere con il nostro profondo modo di essere.

Sforzandomi di essere ironica con me stessa: se ho cercato la protezione maschile non avendone mai sentita nella mia vita ho sposato l’uomo sul quale ho potuto proiettare al meglio questo mio bisogno, in quanto totalmente neutro.

Poi, in quel paradiso, ho assaggiato la mela anch’io, e sono entrata nel mondo reale!

Domitilla

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