Archive for Marzo, 2015

Mar 27 2015

LA VIOLENZA SULLE DONNE, SUI BAMBINI, SUGLI OMOSESSUALI E SUGLI ANIMALI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La violenza nasce dalla pretesa di un’arbitraria superiorità e impone una gerarchia in cui chi detiene il potere lo gestisce a proprio vantaggio, a discapito di chi è ritenuto più debole.

La coercizione e la prevaricazione che caratterizzano la violenza sono l’antitesi della cooperazione, dell’empatia e della fratellanza.

Per questo, chi esercita la violenza è sempre vittima di una patologica incapacità a costruire relazioni basate sull’ascolto, sulla condivisione e sulla reciprocità.

Le persone violente, infatti, nascondono, anche a se stesse, la percezione della propria fragilità e il bisogno interiore di trovare sostegno e conferma negli altri, manifestando un’indifferenza che corrisponde al surgelamento della vita interiore.

Nel tentativo di evitare la dolorosa scoperta della propria debolezza e la complessità del mondo emotivo, queste persone bloccano la crescita psicologica nella fase dell’egocentrismo, inibendo in se stesse lo sviluppo dell’empatia e la possibilità di riconoscere il dolore.

Nel ventre della mamma il cucciolo sente di essere una totalità capace di auto sostentarsi, una monade in cui il sé e il mondo si compenetrano.

Dopo la nascita, i piccoli devono affrontare l’incapacità di badare a se stessi e imparare a gestire sia la dipendenza che l’autonomia.

Al loro sguardo inesperto la realtà appare incomprensibile e piena di pericoli e, per sentirsi al sicuro, cercano rifugio, protezione e aiuto tra le braccia dei genitori.

La violenza sui bambini mina la fiducia istintiva che i più piccini ripongono nella vita e crea i presupposti degli abusi e della prevaricazione.

Infatti, quando sono vittime di un’educazione basata sulla prepotenza e sull’aggressività, i bambini scoprono dolorosamente la propria fragilità e, nel tentativo disperato di sfuggire all’impotenza, identificano se stessi con l’aggressore, riproducendone dentro di sé la forza, e imitandone i comportamenti a mano a mano che diventano adulti.

Quest’assimilazione con chi detiene il potere, perpetua la violenza tramandandola da una generazione all’altra, e annienta nella psiche la dolcezza e la valorizzazione dell’innocenza.

In questo modo, la strada da percorrere per diventare grandi si trasforma in un tentativo strenuo di acquisire potere, per uscire dalla propria dolorosa condizione di debolezza.

E, una volta diventati adulti, porta a manifestare l’autorevolezza con la forza, ostentando il disprezzo per tutto ciò che è considerato fragile o diverso da sé.

Questo percorso patologico verso la conquista di un’arroganza, impropriamente identificata con la maturità, distrugge l’ascolto e la comprensione del mondo interiore.

L’emotività e la sensibilità diventano le stimmate di un’ingenuità vissuta come pericolosa, e perciò da evitare o da combattere.

L’annientamento del mondo interiore e dell’ascolto di sé affonda le sue radici nella demonizzazione della femminilità e nella cultura maschilista.

Nel maschilismo, infatti, la violenza si annida dietro la pretesa di un’indiscutibile superiorità degli uomini sulle donne, sancita in virtù di un principio divino e per questo incontestabile.

In questo modo, la gerarchia e l’oppressione s’intrecciano con la spiritualità, dando vita a una religione dogmatica e fondata sull’assolutismo di un Dio autoritario, discriminante e vendicativo.

Il maschilismo legittima ogni genere di abusi sulle donne, considerate esseri inferiori e portatrici di qualità perverse e peccaminose, e impone ai bambini e alle bambine di seguire tappe di crescita diverse.

Nel ventre materno e subito dopo la nascita, sia i maschietti che le femminucce vivono entrambi un’identificazione con la mamma e con il suo potere nutriente e amorevole ma, diventando grandi, la costruzione dell’identità sessuale imposta dalla cultura maschilista prosegue lungo binari differenti.

Infatti, mentre le bambine sviluppano la propria identità senza modificare l’identificazione materna, i maschi per sentirsi veri uomini devono negare l’identificazione con la madre e rinunciare per sempre alla propria componente femminile.

Lo strappo che questo comporta sulla psiche li costringe a disprezzare le donne, nel tentativo di prendere le distanze dalla femminilità, e costituisce la radice del machismo e della violenza.

Studi etologici e antropologici hanno dimostrato che culture diverse dalla nostra non cadono nelle trappole del maschilismo, ma integrano i valori del femminile nella personalità, senza abiurarli né demonizzarli.

Nel maschilismo tutto ciò che compete alla femminilità: la cura dei piccoli, la ricettività, l’empatia, la sensibilità, l’accoglienza… è scartato e deriso in nome della virilità, della forza e della ottusa prevaricazione di chi la possiede.

E questa è anche la ragione che spinge gli esseri umani a maltrattare gli animali.

Poiché gli animali nell’immaginario collettivo mantengono anche da adulti l’innocenza, la fragilità e la semplicità dei bambini, diventano le vittime designate di chi, per crescere, ha dovuto uccidere dentro di sé la stessa ingenuità e arrendevolezza.

Il maschilismo proclama un’arbitraria superiorità dell’uomo sulla donna e genera di conseguenza una cultura basata sul disprezzo per tutto ciò che è femminile, interiore, accogliente, ricettivo e creativo.

Il maschilismo è la radice di ogni prevaricazione e la sua diretta conseguenza: il sessismo, esprime la paura di entrare in contatto con i valori della femminilità e con il mondo interiore che la caratterizza.

Machismo, bullismo, nonnismo, sessismo, omofobia, pedofilia, specismo e pedagogia nera, sono tutte conseguenze del maschilismo e dell’affermazione di una superiorità che autorizza la prevaricazione su chi è ritenuto inferiore.

Il maschilismo è una grave patologia dell’eterosessualità, segnala l’uccisione della femminilità all’interno del sé e il bisogno di acquisire l’identità maschile nel disprezzo di tutto ciò che appartiene al mondo femminile, invece che nell’ascolto, nella comprensione e nella partecipazione emotiva.

In questo quadro, l’identificazione con la madre incarna lo spettro della debolezza, diventando un mostro da combattere e da uccidere, dapprima dentro di sé e poi nelle donne, nei bambini, negli omosessuali e negli animali.

Invece di essere la culla di un’identità che si sviluppa progressivamente attraversando la dolcezza interiore del femminile per arrivare alla determinazione e alla volontà del maschile, la prima identificazione con la figura materna diventa l’origine della fragilità e perciò l’antitesi della mascolinità, la debolezza da sottomettere per conquistare la virilità.

La mascolinità ottenuta in questo modo perde i connotati della spiritualità e dell’espressione interiore per trasformarsi nell’esaltazione di una forza brutale, priva d’immedesimazione e di tenerezza.

E chiunque si discosti da questo modello patologico e aggressivo è combattuto ed emarginato, non solo con la violenza ma anche con la derisione, l’umiliazione e l’esclusione.

La legge del padre diventa, così, una dittatura del più forte, il codice che autorizza la prostituzione e lo sfruttamento delle donne, dei bambini e degli animali, la causa dell’omofobia e la legittimazione delle persecuzioni agite contro chiunque si discosti dalla visione di una sessualità malata di dispotismo.

Forti della propria superiorità e legittimati nella violenza, gli uomini sono autorizzati ad appropriarsi del potere generativo delle donne, garantendosi una sorta d’immortalità con la certezza della propria progenie.

In questo modo esorcizzano il mistero femminile della nascita e della morte, evitando le dimensioni interiori della coscienza.

All’origine dei meccanismi patologici sottesi dal maschilismo, infatti, si nasconde la paura del potere procreativo, l’unico capace di generare la vita.

La violenza sulle donne, sui bambini, sugli omosessuali e sugli animali, fa parte di una perversione dell’eterosessualità e segnala una patologia gravissima chiamata, appunto, maschilismo.

Una patologia che impedisce la comprensione del mondo interiore e l’espressione dei valori della femminilità, negando l’accesso alla creatività e alla spiritualità.

Curare questa patologia è il compito che tutti, uomini e donne, devono assolvere per costruire un mondo privo di violenza e di abusi.

Accogliere il femminile dentro di sé, infatti, permette alla sensibilità di ritrovare il giusto riconoscimento nella psiche e porta al raggiungimento di una società libera da condizionamenti sessuali.

Una società la cui forza sia la capacità di amare e non di sopraffare, e dove la creatività sia l’unica arma in grado di vincere senza bisogno di competizioni e gerarchie.

Una società in cui il vantaggio di tutti sia il vantaggio di ognuno, perché il Tutto e il singolo sono sempre anche la stessa cosa.

Come nel grembo della mamma.

Carla Sale Musio

leggi anche:

LE RADICI DELLA VIOLENZA

NON SI PUO’ TOLLERARE LA VIOLENZA

ETEROSESSUALITA’ MALATA

OMOFOBIA: la paura di scoprirsi diversi

ANIMALI, BAMBINI E PEDAGOGIA NERA

ANTISPECISMO E PEDOFILIA

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

2 commenti

Mar 21 2015

DALLA TOTALITA’ ALL’IO: identità, autostima e pericoli della pedagogia nera

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Durante la vita intrauterina i bambini sperimentano una profonda simbiosi, in cui la madre e il proprio sé sono vissuti come se fossero un’unica cosa.

Nei nove mesi della gravidanza, infatti, non si è ancora formata l’identità, necessaria a leggere gli eventi come qualcosa di diverso e separato.

Nella pancia della mamma esiste il Tutto.

E nel Tutto non ci sono individualità.

Solo diventando grandi possiamo riconoscere nel grembo di una donna incinta una nuova piccola esistenza, ma questa interpretazione è molto lontana dalla percezione del nascituro che, al contrario, sente di essere immerso in una Totalità che lo avvolge e che è contemporaneamente il mondo e lui stesso.

Per il bambino non ancora nato l’identità è imprendibile e la vita è qualcosa che lo accoglie, lo contiene, lo protegge e lo manifesta.

Con il parto, però, la completezza intrauterina va in pezzi.

La nascita distrugge l’unità originaria, disintegrando il mondo e l’identità che, fino a poco prima, avevano fatto sentire il bambino forte e al sicuro.

Separato per sempre dalla Totalità, il neonato si ritrova spaesato e solo, privo di quell’abbraccio caldo e avvolgente che era abituato ad avere intorno, e in cui si riconosceva.

Ma, proprio in virtù di quell’originaria competenza, ogni bambino, atterrando da questa parte dell’esistenza, ricompone istintivamente l’unità fra se stesso e le cose.

Forte dell’esperienza vissuta durante la gravidanza, il neonato è convinto di muoversi in una realtà fondamentalmente protettiva e buona, pronta ad accoglierlo e a sostenerlo, senza riserve.

Per lui ogni evento ruota intorno ai suoi bisogni, proprio come quando si trovava ancora immerso nel liquido amniotico.

Scoprire la propria individualità, è un percorso lungo, fatto di comprensioni e apprendimenti successivi.

Un percorso che smussa progressivamente l’egocentrismo, spontaneo e naturale nei piccoli, fino a creare empatia e reciprocità nelle relazioni.

Il rapporto con la mamma e con il papà è fondamentale per il raggiungimento di un’identità separata e per l’acquisizione di una sana autostima (indispensabile a esprimere i talenti personali).

I genitori, infatti, sostituiscono, nella comprensione del bambino, quella Totalità che precede la nascita, diventando il riferimento che consente all’IO di strutturare l’individualità e al TU di prendere forma nelle relazioni.

Inizialmente i piccoli sono convinti che esista un’appartenenza fra se stessi e gli altri, e confidano fiduciosi nell’assoluta bontà di chi si prende cura di loro.

La scoperta della dualità e della diversità fra il proprio sé e il resto del mondo, è un’acquisizione progressiva e, spesso, un trauma difficile da tollerare e da gestire.

E’ compito dei genitori condurre il bambino a distinguere se stesso dalla realtà circostante, fino a comprendere la poliedricità della vita.

Ogni neonato, scopre pian piano la distanza che lo separa dalle cose e dagli altri, imparando a colmarla grazie alla profondità del legame che lo unisce alla mamma e al papà.

In un primo momento i genitori sono per lui una sorta di Divinità Onnipotente, dispensatrice del bene o del male e in grado di gestire le sorti del mondo.

Il loro amore e il loro sostegno permettono il formarsi di una visione positiva di sé e della vita, mentre la loro indifferenza o, peggio, il loro disprezzo, portano il bimbo a sentirsi immeritevole e cattivo.

E’ in questo quadro che la pedagogia assume rilevanza ai fini del raggiungimento di un profondo senso di appartenenza alla vita e nella costruzione di un mondo a misura umana, cioè basato sull’accoglienza, sulla comprensione e sulla condivisione.

Uno stile educativo coercitivo, incapace di tenere conto del sistema emotivo infantile, genera danni irreversibili nella psiche e produce una società arrogante e violenta.

Educare deriva dal latino educare e significa letteralmente: far emergere ciò che sta dentro, cioè permettere alle capacità individuali di manifestarsi, a vantaggio di chi le possiede e della comunità.

Aiutare i bambini a esprimere le proprie risorse dovrebbe essere il compito principale dei genitori, e di tutti quelli che si occupano dell’infanzia.

Purtroppo, ancora oggi, viviamo immersi in una pedagogia basata prevalentemente sui divieti e sulla disciplina, e priva della necessaria attenzione per la delicata sensibilità infantile.

Certo, imparare a rispettare le regole è un’acquisizione della maturità.

Ma le regole devono essere condivise e accettate con senso critico e con responsabilità, non subite passivamente perché imposte da un potere assoluto e incontestabile.

L’educazione dovrebbe essere: partecipazione e ascolto del mondo emotivo.

Infatti, solo dalla comprensione delle emozioni può prendere forma una società che non discrimina, capace di accogliere e valorizzare le peculiarità di ciascuno.

Per fare questo è indispensabile che gli adulti per primi si mettano in gioco, abbandonando le pretese di superiorità e imparando a gestire la propria fragilità e vulnerabilità.

Quando i grandi possono costruire con i piccoli una relazione di reciprocità, il rispetto diventa una componente inscindibile delle relazioni, e la sua diretta conseguenza è la condivisione delle  responsabilità.

Di se stessi e del mondo in cui si vive.

I bambini imparano soprattutto dall’esempio di chi si occupa di loro.

Una pedagogia autoritaria e basata sulla pretesa che gli adulti abbiano sempre ragione, istiga alla prepotenza e al sopruso, e genera un mondo fondato sulla violenza.

Prendersi cura con pazienza e con dolcezza delle proprie parti infantili, aiuta i grandi a comprendere i piccoli, e permette di creare armonia e unità nella società.

E’ vero che il bisogno di ritrovare la Totalità perduta, spinge i bambini a identificare la divinità negli adulti che si prendono cura di loro, ma questo potere dovrebbe essere accolto solo provvisoriamente e restituito ai piccoli man mano che imparano a gestire le differenze fra se stessi e gli altri.

L’accoglienza di ogni diversità, dapprima in sé e poi nel mondo, è l’unico presupposto capace di fermare la violenza che affligge la nostra società, l’unico strumento in grado di permettere alla sensibilità e alla creatività di regalarci soluzioni nuove e migliori.

Per noi e per i nostri figli.

Carla Sale Musio

leggi anche:

PEDAGOGIA NERA

ADULTOCENTRISMO

ANIMALI, BAMBINI E PEDAGOGIA NERA

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Nessun commento

Mar 15 2015

PERCEZIONE DEL CUORE: una realtà che va oltre la morte

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La percezione del cuore è un criterio d’interpretazione degli eventi che, di solito, non consideriamo importante, perché utilizza parametri soggettivi.

Tutti quanti adoperiamo la soggettività per valutare le cose che ci capitano ma, in genere, lo facciamo senza rendercene conto.

Perciò pensiamo di essere totalmente oggettivi, mentre siamo sempre molto soggettivi.

L’errore sta nel credere che ci sia una realtà che esiste al di fuori di noi.

Be’… anche ammesso che questo presupposto fosse vero… nessuno potrà mai verificarlo!

Perché possiamo conoscere la realtà soltanto attraverso noi stessi.

Infatti, senza un me che decodifica il mondo non potrò mai sapere se il mondo esiste ancora.

Sono sempre io che interpreto quello che succede.

Sono io che percepisco, giudico e valuto.

La soggettività permea costantemente la comprensione che abbiamo della vita. 

Anche se preferiamo credere in qualcosa di assolutamente oggettivo, posto al di fuori di noi.

m

Le esperienze soggettive sono reali

m

Di solito quest’affermazione non piace.

Tutto ciò che è soggettivo, è giudicato immaginario, inesistente, poco attendibile!

Ecco perché è difficile parlare della morte.

La morte è un’esperienza che si rivolge alla soggettività e che ci rende bruscamente consapevoli della percezione del cuore.

Soprattutto la morte di chi ci è stato caro.

Non siamo preparati a credere alla soggettività e la giudichiamo illusoria.

La morte riacutizza il conflitto col cuore. Di colpo.

Quando muore qualcuno che abbiamo amato, la soggettività non può più essere ignorata.

Il dolore ci obbliga.

Il cuore parla.

In quei momenti, tocchiamo con mano l’intensità dei legami.

La loro prepotente realtà. Immateriale.

L’unione è un ponte.

Ci fa sentire l’altro, senza bisogno della fisicità.

Possiamo avere accanto quella presenza familiare… anche quando il corpo non c’è più.

Basta lasciar andare la paura e permettere alla soggettività di raccontare la sua verità.

m

Ma come si fa a sentire la presenza di qualcuno che non ha più un corpo?

m

Percepiamo sempre la presenza di chi abbiamo accanto (con o senza corpo), anche se non diamo troppa importanza a questo genere d’informazioni.

Non ascoltiamo il cuore e non crediamo ai suoi messaggi, perché consideriamo irreale tutto quello che non è fisico.

Se abbiamo trascorso la vita negando la realtà di ciò che non è concreto, la morte, in quanto perdita di ogni cosa tangibile, ci trova impreparati ad affrontarla.

Siamo immersi in una cultura che psicologicamente fa ammalare, perché costringe a credere verità esclusivamente materiali.

Verità che non rispecchiano la nostra totalità e il nostro sentire.

Siamo esseri che hanno un corpo… ma anche un cuore!

Per vivere bene il corpo da solo non basta.

Anche il cuore deve sentirsi bene.

Infatti, quando il cuore è dolorante, la vita perde di significato e tutto diventa grigio.

Restituire importanza alle percezioni del cuore costituisce, perciò, la strada verso un mondo senza psicofarmaci, senza psichiatri e senza psicologi!

Un mondo emotivamente sano.

La percezione del cuore è lo strumento che ci consente l’accesso a questa conoscenza, basata sull’ascolto della sensibilità e sul riconoscimento del suo valore.

Senza il cuore, l’immateriale ci è precluso.

I sensi fisici non possono verificarne l’esistenza.

Tutto ciò che è incorporeo, diventa consapevole e comprensibile soltanto se lo valutiamo con gli strumenti adeguati.

E questi, inevitabilmente, non potranno essere corporei.

Per sentire accanto a noi la presenza di chi amiamo, occorre riconoscere al cuore la capacità di vedere la realtà.

La sfera affettiva è reale.

Non è materiale, non si può misurare, non si può toccare ma tutti ne facciamo esperienza in ogni istante della nostra vita.

Ascoltare e riconoscere le esperienze del cuore, permette di accedere a un diverso codice di informazioni, in grado di leggere le realtà immateriali.

Realtà reali, anche in assenza di un riscontro fisico.

Le percezioni del cuore sono tangibili quanto le percezioni sensoriali, ma utilizzano linguaggi differenti.

Non si può misurare l’acqua in metri o la stoffa in litri.

Le diverse realtà vanno interpretate utilizzando i criteri adeguati.

La depressione, il dolore psichico, l’attacco di panico sono reali.

L’amore e l’affettività sono reali.

La salute e la sofferenza psicologica sono reali e cambiano la qualità della nostra vita.

Si sperimentano con il cuore.

Si gestiscono con il cuore.

Si guariscono con il cuore.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

leggi anche:

L’AMORE E’ IMMORTALE

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Un commento presente

Mar 09 2015

IL VINO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Aveva il vino cattivo: lo aveva già capito tempo prima, ma ancor più lo seppe quella sera, dopo una sosta con amici all’osteria.

L’umore alterato, il fastidio alle domande di lei sul perché fosse rientrato tardi, la rispostaccia che le aveva dato.

Le volte successive fu peggio: purtroppo con la fabbrica chiusa lui era ormai senza lavoro, ma sprecava in vino all’osteria quei pochi risparmi faticosi.

Eppure non era solo: una moglie innamorata e un figlio di pochi anni.

Alcuni lo dicevano fortunato, ma lui era infelice: la mancanza del lavoro lo umiliava e non sapeva sottrarsi alla tristezza.

Le carezze del bimbo lo rasserenavano appena e lo sguardo triste di lei era un rimprovero muto, a cui non sapeva abituarsi.

**************

Non era sempre stato così: se riandava a qualche tempo prima, ricordava il giorno in cui era diventato padre.

Aveva sentito più forte l’amore per lei, straziata dalle doglie, ma capace ancora di sorridere.

Poi, il figlio tra le braccia, il suo odore di creatura inerme, quel senso di dolcezza che lui, il padre, non conosceva così forte.

Il bimbo aveva gli occhi azzurri, come lui.

Un colore inatteso in quell’uomo bruno: lei, appena lo conobbe, ne rimase rapita.

E sempre, a guardarli in fondo dove l’azzurro si scuriva, lei sentiva che quegli occhi parlavano per lui, più di qualunque discorso.

Il loro amore, le nozze, la casa insieme, il figlio…

Tutto sembrava perfetto: eppure, qualche tempo dopo, il lavoro perduto, la tristezza, l’umiliazione, il tempo vuoto, lo scoramento del domani, il vino.

**************

Da qualche tempo era giunto in paese: si aggirava di casa in casa, instancabile, trafelato, il muso umido e la coda agitata nella speranza di un richiamo o di una carezza.

L’aspetto tradiva i tanti incroci da cui era nato e le zampe corte narravano la sua esistenza caparbia, spesa in strade, delusioni, padroni perduti, pietre schivate.

Un cane randagio.

**************

Ormai lei era disperata: lui stava fuori sempre più spesso e al rientro era abbrutito, scostante, alterato.

E quella sera, per la prima volta, le diede uno schiaffo, la mano pesante sul volto.

Lo sguardo di lei lo gelò, mentre lui levava ancora il braccio, ma fu soprattutto il pianto del bimbo a fermarlo: il rumore lo aveva svegliato e l’ombra del padre sul muro gli era parsa un drago cattivo, la zampa unghiuta a ghermire la madre.

**************

Affranto dalla vergogna, era uscito di nuovo: c’era freddo, era notte avanzata, ma lui percepiva solo il bruciore alla mano.

Si avviò lungo la strada per l’osteria.

D’improvviso uno zampettìo speranzoso attrasse la sua attenzione: l’uomo individuò nella notte una sagoma chiara.

Il cane si accostò di più, gli si fermò accanto.

Iroso, lui allungò un calcio potente: i guaiti sofferti dell’animale si persero nel buio.

*************

All’osteria ormai lo conoscevano bene: non gli lesinarono qualche altro bicchiere.

C’erano ormai pochi avventori a quell’ora.

Due non li conosceva nessuno: erano forestieri.

Lo guardarono entrare.

Quando, dopo qualche tempo, lui si alzò incerto per andar via, si levarono anche loro.

Aspettarono un poco, poi lo seguirono lentamente.

Procedeva con un’andatura stanca e  stentata: lo raggiunsero in fretta, lo spinsero in un angolo e gli  frugarono rapidi le tasche.

Lui tentò di urlare, ma gli uscì una voce debole, arrochita dal vino.

Quelli, infuriati per avergli trovato pochi spiccioli, presero a picchiarlo a calci e pugni.

Continuarono violenti anche dopo che lui si era accasciato al suolo.

Poi andarono via, incuranti.

L’uomo rimase immobile, incapace di alzarsi.

Il freddo aumentava, il corpo gli doleva, in bocca il sapore del sangue.

Cominciò a cadere la neve: gli venne da pensare che poteva morire, ma in fondo  gli era dolce abbandonarsi.

Nel torpore crescente, dietro le palpebre chiuse, due immagini sole: lo sguardo azzurro del figlio e le labbra di lei, quando ancora gli sorridevano.

**************

Una lingua corposa quasi lo schiaffeggiò: leccate potenti, un alitare caldo, un muso umido accanto al suo viso.

Con grande fatica aprì gli occhi e impiegò del tempo a capire.

Davanti a lui un cane.

Quel cane.

Con forza l’animale continuava a leccagli il volto e lui sentiva che il calore di quell’essere gli ridava la vita.

Riuscì a stento a sedersi; non seppe per quanto tempo rimase così, la testa dolente tra le mani e quel cane al suo fianco, in paziente attesa.

Poi finalmente si alzò, con lentezza, con dolore, e trovò la strada di casa.

Il cane gli camminava a lato quasi a sostenerlo, aspettandolo, quando si fermava per i dolori nel corpo e la testa in fiamme.

L’uomo gli fece una carezza: quello gli si incollò alle gambe, gli occhi umidi di gioia.

*************

Finalmente giunsero a casa: lei era ancora sveglia, aprì la porta, se li vide davanti.

Lui alto, umido di neve, il volto ferito, l’aspetto stravolto.

E un cane, la coda agitata e saltelli folli di gioia.

Lei guardò più attentamente il suo uomo e il timore che provava scomparve: gli occhi di lui, chiari e bellissimi, splendevano di quella stessa luce nella quale lei si era persa, in un tempo non troppo lontano.

Gloria Lai

leggi anche:

io non sono normale: CREDO ALLE FIABE!

IL SOGNO

LA TENEREZZA

IL GIURAMENTO

I DONI

L’OFFERTA

LA BONTA’

IL CERVO

UN AMORE

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

2 commenti

Mar 03 2015

MARITO E MOGLIE? OGNUNO A CASA SUA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando un rapporto di coppia funziona, la tradizione vuole che i partner, presto o tardi, decidano di mettere su casa insieme. 

La convivenza è considerata il fondamento di una buona unione coniugale, la prova del nove per verificare la solidità e la capacità di condividersi.

Scegliendo la coabitazione, infatti, si passa dalla vita da fidanzati alla vita matrimoniale, anche quando i riti (religiosi o legali) non sono stati celebrati.

Ma vivere insieme è davvero un passo indispensabile per cementare l’amore coniugale?

Non tutte le coppie sono d’accordo.

E, se la maggior parte ritiene che la convivenza sia il momento clou di un rapporto amoroso, alcune preferiscono conservare l’autonomia, nonostante il legame, profondo e duraturo, che le unisce.

O, forse, proprio per onorare la loro intimità.

La decisione di vivere in case separate, infatti, oltre a valorizzare il bisogno di libertà di ciascuno, coltiva la freschezza e la reciprocità dell’amore.

Così, mentre la convivenza azzera la privacy tra i coniugi, costringendoli a condividere ogni momento della quotidianità, abitare ciascuno in una casa propria permette di scegliere quando dedicarsi a se stessi e quando incontrare il partner, e fa sì che il tempo della coppia diventi un tempo prezioso, invece che l’inevitabile conseguenza dell’abitare i medesimi spazi.

Vivere in abitazioni separate permette di gestire la casa secondo i propri criteri e il proprio gusto, trasformandola in un luogo personale e intimo, dove isolarsi o accogliere l’altro, senza delegare a nessuno le responsabilità della solitudine o dell’incontro.

A casa propria ognuno è costretto a occuparsi di quanto è indispensabile per la sopravvivenza.

Bisogna fare le pulizie, pagare le bollette, scegliere gli arredi, decidere cosa e quando mangiare, dove e quanto dormire… e diventa impossibile attribuire all’altro l’onere delle proprie scelte di vita.

Ognuno decide per sé.

Non si DEVE fare tutto insieme ma si può scegliere di mangiare insieme, di dormire insieme, di fare l’amore o di incontrare gli amici, rispettando l’individualità e l’autonomia, propria e del partner.

Chi preferisce questo stile di vita, di solito ha già sperimentato la coabitazione e ne ha verificato il limite sulla propria pelle.

Nella convivenza, infatti, un pericoloso annientamento dell’autonomia individuale minaccia costantemente il legame (e la crescita psicologica), rendendo difficile valutare se si sta insieme per amore o per abitudine.

La scelta di abitare in case separate non è, quindi, una scelta di comodo o, peggio, una fuga dall’intimità ma, al contrario, una possibilità, matura e consapevole, di coltivare la reciprocità nel rapporto di coppia, evitando l’evasione dalle responsabilità insieme alle trappole dell’abitudine.

E questo anche quando ci sono dei figli.

I bambini, infatti, vivono con partecipazione e con divertimento la casa del papà e la casa della mamma, e imparano a conoscere modi diversi per fare le cose e affrontare la vita di tutti i giorni.

Proprio come i figli dei genitori separati, anche i figli delle coppie che non vivono insieme conoscono una maggiore ricchezza di possibilità espressive e godono di un rapporto esclusivo sia con la mamma che con il papà.

Liberi dalla pretesa di avere genitori monoblocco, privi di autonomia e di una personale filosofia di vita, questi bambini imparano a comportarsi in modi conformi alle esigenze di ciascuno e acquisiscono, insieme all’unione familiare, anche la libertà e l’indipendenza.

Ciò che cementa una famiglia, infatti, non è la convivenza ma la capacità di volersi bene senza possesso.

Con rispetto, dedizione e reciprocità.

m

“OGGI DORMIAMO DA TE O DA ME?”

m

Maurizio e Valentina si sono conosciuti da grandi.

Entrambi hanno alle spalle un matrimonio fallito.

Entrambi hanno vissuto con dolore la separazione.

Entrambi hanno dovuto riorganizzarsi una nuova vita, single.

Quando scoprono di essersi innamorati, le ferite del passato sono ancora brucianti e li spingono a una riflessione profonda sul significato dell’amore e della convivenza.

Il desiderio di trascorrere insieme la vita è forte, e l’entusiasmo li sprona a ricominciare tutto da capo… ma la saggezza, maturata con la sofferenza e con l’esperienza, li spinge a compiere una scelta nuova.

Così, dando fondo ai loro risparmi, acquistano due appartamentini adiacenti.

La casa di Maurizio e la casa di Valentina.

Due abitazioni piccole ma essenziali, accoglienti, intime e… ricche di opportunità, proprio come l’amore che li unisce.

In questo modo, ognuno potrà continuare ad assaporare la propria indipendenza insieme alla possibilità di trascorrere il tempo insieme.

E se, in futuro, si stancheranno di quest’autonomia, potranno aprire una porta nel muro di confine tra le case e fondere i due appartamenti in un unico spazio comune.

*  *  *

Quando Cinzia conosce Daniele è reduce da una storia che ha logorato la sua autostima e la sua indipendenza.

Infatti, nel tentativo di essere la ragazza giusta per il suo partner, ha smesso di ascoltare se stessa e i suoi bisogni, sentendosi costantemente inadeguata e sola.

Con Daniele nasce subito un sentimento tenero e coinvolgente ma, per paura di ripetere gli errori del passato, Cinzia mette immediatamente sul piatto il suo bisogno di libertà e di indipendenza.

In cuor suo si aspetta il peggio… ma Daniele è incuriosito dalle sue scelte anticonvenzionali e  si dichiara pronto a mettersi in gioco, nonostante le diversità che esistono tra loro.

Per entrambi la comprensione e la sincerità sono i valori più importanti e, su queste basi, germoglia un amore profondo.

Quando verificano nel tempo la solidità della loro relazione, decidono di mettere su casa insieme.

Naturalmente ognuno la sua.

Così, Daniele acquista un grande appartamento, dove ospitare Cinzia e all’occorrenza anche gli amici.

Cinzia, invece, compra per sé una mansarda, intima e riservata, in cui rifugiarsi quando il bisogno di solitudine si fa sentire.

Insieme selezionano i mobili e gli arredi, e insieme comunicano ai parenti le loro scelte di vita.

Compreso quella di avere un bambino.

Gli amici li osservano sorpresi, ma la complicità che esiste tra loro due non lascia dubbi, e infine anche i più scettici sono costretti ad arrendersi davanti alla profondità dei sentimenti che li uniscono.

*  *  *

Matteo ha due case.

La casa della mamma è a un passo dalla scuola e proprio di fronte a quella del suo compagno di banco.

La casa del papà, invece, è in campagna, in mezzo al verde e con tanti animali.

Il padre e la madre di Matteo hanno deciso di abitare in due case diverse, una in città e una in campagna, perché la mamma ha aperto un negozio di alimenti biologici e il papà invece gestisce un’azienda agricola.

Durante la settimana, capita spesso che il papà venga a trovare la mamma e Matteo, e anche che si fermi a cena o a dormire, mentre nel fine settimana, o quando la scuola è chiusa, Matteo preferisce stare in campagna, dove spesso invita i suoi amici e dove, finalmente, può fare tutte le cose che in città non si possono fare, come arrampicarsi sugli alberi, giocare con la terra, andare in bicicletta, raccogliere bacche, fiori e frutti, costruire casette con rami secchi e pietre, occuparsi degli animali, eccetera…

Carla Sale Musio

leggi anche:

QUANDO I GENITORI LA PENSANO DIVERSAMENTE

BASTA GENITORI MONOBLOCCO!   

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Nessun commento