Archive for Aprile, 2015

Apr 26 2015

HO PAURA DI UCCIDERE QUALCUNO… !!!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Tante persone vivono un’angoscia paralizzante all’idea che un impulso criminale possa invadere la coscienza, senza preavviso, costringendole a compiere azioni violente ai danni di coloro ai quali vogliono più bene.

In quei momenti, nel loro mondo interno, come su uno schermo cinematografico, si profilano scene spaventose e cruente, in cui vedono se stesse compiere gesti terribili.

Terrorizzate all’idea che le proprie immagini interiori possano prendere improvvisamente forma nella realtà, queste persone impazziscono di paura e spesso finiscono per cercare un aiuto farmacologico, nel tentativo di sfuggire al malessere suscitato dai loro stessi pensieri.

L’idea che ognuno di noi possa trasformarsi in un killer cinico e spietato, è una paura abilmente indotta dalle notizie di cronaca nera, con l’obiettivo nascosto di espropriarci dalla nostra psiche per renderci schiavi di opinioni che difficilmente, in seguito, potranno essere abbandonate.

L’effetto di questa possessione è di sentirsi fuori luogo e colpevoli anche dentro se stessi, vittime di una presunta patologia mentale capace di paralizzare il cuore fino a renderci pericolosamente crudeli, contro la nostra stessa volontà.

La paura di commettere azioni criminose spinge tante persone a indossare volontariamente una camicia di forza invisibile, chiamata in gergo medico: cura farmacologica e diretta a imbavagliare la creatività in nome di una salute mentale ottenuta artificialmente (a vantaggio delle case farmaceutiche e di chi ha interesse a incrementare un popolo di soldatini conformisti e ubbidienti).

Non è un caso che i mass media riportino il resoconto di avvenimenti delinquenziali ricchi di particolari scabrosi e conditi da immagini sempre più cruente.

Avvenimenti che, secondo i giornalisti, hanno come protagonisti individui del tutto normali, balzati agli onori della cronaca dopo aver compiuto azioni brutali con un’inspiegabile freddezza.

Il quadro della malattia mentale insorta improvvisamente, senza aver mai dato alcun segnale, suscita in ognuno di noi una curiosità morbosa e fa salire l’audience delle notizie, proprio perché racconta una pazzia priva di responsabilità e di relazioni con la vita di chi la manifesta.

Nella realtà le cose sono molto diverse dai resoconti della cronaca nera.

Infatti, dal punto di vista degli specialisti, le persone che arrivano a commettere azioni criminali ne portano le tracce e i sintomi in tutto l’arco della loro esistenza, presente e passata.

delinquenti sono uomini e donne che da bambini hanno dovuto amputare la sensibilità, per riuscire a sopravvivere in condizioni dove, altrimenti, sarebbero stati sopraffatti dall’insicurezza, dal dolore e dall’impotenza.

Nessun bambino nasce cattivo.

Ognuno di noi viene al mondo carico di fiducia e di emozioni, pronto a condividere con gli altri la propria fragilità e la propria complessità interiore.

Non tutti i piccoli, però, trovano ad accoglierli un ambiente capace di riconoscere l’intensità della sensibilità infantile, e in grado di aiutarli nel difficile compito di gestire e di condividere le emozioni.

Nelle situazioni in cui la psiche delicata dei bambini si scontra con una rigida incomprensione da parte degli adulti di riferimento, si creano le premesse per un pericoloso surgelamento emotivo e perché nell’età adulta si manifesti il distacco (indispensabile a compiere atti criminosi).

Sono situazioni rare, ma sempre chiaramente identificabili nell’infanzia delle persone che commettono gesti brutali e inconsulti.

Questi individui non hanno paura di trasformarsi in criminali.

La loro criminalità si basa proprio sull’indifferenza, sulla freddezza e sul cinismo.

Il surgelamento emotivo, infatti, ha paralizzato le loro emozioni quando ancora erano bambini, e questo meccanismo di difesa fa si che non provino alcuna empatia per le vittime, esonerandoli dai rimorsi e dai sensi di colpa.

I serial killer, gli psicopatici e tutti quei personaggi terribili descritti dalle notizie di cronaca nera, vivono senza partecipazione emotiva le azioni agghiaccianti che commettono.

In loro l’unica preoccupazione riguarda la necessità di nascondere le tracce dei crimini, in modo da non venire scoperti, e non il pentimento per le conseguenze di quanto hanno agito.

L’anestesia emozionale, infatti, consente un’imperturbabilità e una premeditazione che altrimenti sarebbero impossibili.

Chi, invece, ha paura di ritrovarsi in balia di un’aggressività incontrollabile, possiede emozioni anche troppo vitali!

E, proprio la capacità di percepire intensamente i sentimenti, scatena la paura di perdere il controllo, mantenendo stabile il confine tra emotività e brutalità.

Così paradossalmente, chi teme di trasformarsi in un mostro, proprio perché vive dentro di sé questa paura, rende attivo un sistema di controllo dell’aggressività.

Mentre chi, invece, agisce con disumanità, ha perso il contatto con l’empatia e con le emozioni e, proprio per questo, si comporta con crudeltà.

Le persone che hanno una personalità creativa possiedono un sistema emotivo potente e sofisticato, e questo a volte fa nascere in loro immagini vivide e cariche di patos, ma la loro immaginazione non tradurrà mai in azioni quelle terribili visioni interiori.

Al contrario, proprio l’esistenza di immagini forti permette all’emotività di sfogarsi senza diventare realtà.

Chi teme di poter uccidere qualcuno ha bisogno di approfondire l’ascolto della propria creatività, riconoscendone le potenzialità e il valore.

Non perché esista il pericolo di trasformarsi in un assassino, ma perché quella paura segnala un blocco dell’espressività individuale.

Quando la creatività non trova la giusta manifestazione nella vita, infatti, si annoda su se stessa dando forma a patologie ansiose e apparentemente incurabili.

L’unica terapia, in questi casi, consiste nel permettere a se stessi di cavalcare l’energia creativa, agendo i cambiamenti indispensabili alla crescita interiore.

Bloccare la propria evoluzione spirituale ed emotiva è il solo crimine che le personalità creative commettono con crudeltà.

Un sintomo contro il quale non servono gli psicofarmaci ma occorre un ascolto partecipe, fatto di comprensione e libertà.

La creatività è l’unica medicina in grado di curare le paure che affliggono il mondo interiore.

Comprenderne il funzionamento dentro di sé è indispensabile per la salute mentale e il primo passo verso una vita migliore.

Per tutti.

Carla Sale Musio

leggi anche:

LA PERSONALITA’ CREATIVA: libertà e complessità interiore

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Apr 20 2015

LA SCELTA VEGANA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ci sono persone che, senza avere nessun problema di salute, scelgono di non magiare carne, latte, uova e formaggi, di non indossare pellicce, capi in pelle, piumini fatti con la piuma d’oca, tessuti di seta… cioè di non utilizzare niente che comporti la sofferenza o l’uccisione degli animali.

Non sono persone superstiziose, non appartengono a una setta e non sono necessariamente religiose.

Sono individui molto diversi tra loro, accomunati dalla decisione di non infliggere sofferenza alle altre specie.

Una posizione ancora poco conosciuta e basata sul riconoscimento del valore di ogni vita e sul rispetto di tutti gli esseri viventi.

Queste persone credono fermamente che ogni creatura abbia diritto alla propria esistenza e si impegnano a evitare gli abusi commessi a danno degli animali.

Comunemente gli animali sono ritenuti inferiori all’uomo e, per questo, soggetti al predominio e allo sfruttamento.

La loro intelligenza non è riconosciuta e il loro dolore è ignorato, perché quando una vita non ha valore anche la sofferenza non ha valore.

La specie umana non riconosce altri parametri che quelli della propria cultura e, in nome di una presunta superiorità, si arroga arbitrariamente il diritto di maltrattare chiunque reputi diverso, e per questo inferiore.

Ma non tutti gli esseri umani riescono a mostrarsi indifferenti davanti ai soprusi e alle sevizie, e sempre più persone scoprono una sensibilità capace di riconoscere la sofferenza anche nelle creature che non appartengano alla nostra specie.

Queste persone, nonostante facciano parte dell’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza, provano pietà per il massacro cui sono condannate tante vite e si sforzano di compiere scelte più amorevoli e responsabili, nel tentativo di evitarlo.

Una di queste scelte è appunto la scelta vegana, cioè la decisione di non infliggere dolore agli animali con il proprio stile di vita.

Una decisione che comporta rinunce e difficoltà non solo dal punto di vista alimentare ma, soprattutto, dal punto di vista interiore.

I vegani, infatti, non possono più negare a se stessi l’olocausto degli animali (abilmente occultato dalle politiche commerciali) e sono costretti ad affrontare in prima persona le connivenze criminali che accompagnano la maggior parte delle nostre scelte quotidiane.

Così, mentre la rinuncia ai prodotti di origine animale può essere facilmente risolta grazie alle innumerevoli possibilità alternative reperibili sul mercato, la dolorosa scoperta della propria inconsapevole e ottusa crudeltà è invece lo scoglio più grande da superare, la barriera, spesso insormontabile, che impedisce la presa di coscienza davanti al martirio di tanti esseri innocenti.

Viviamo in un mondo in cui è molto facile addormentare la consapevolezza del sacrificio vissuto dagli animali nei macelli, negli allevamenti intensivi, nella sperimentazione, nei circhi, nei delfinari, nelle scommesse, nelle vendette, nelle torture…

Un mondo in cui è più comodo e più rassicurante chiudere gli occhi, lasciando la coscienza in balia di giustificazioni stereotipate e obsolete (si è sempre fatto così, è la legge del più forte, la catena alimentare, la tradizione, il karma…), piuttosto che riconoscere l’ingiustizia, la violenza e la responsabilità della nostra indifferenza.

Diventare vegani non vuol dire soltanto passare da un’alimentazione onnivora, incentrata sul consumo di carne, latte, uova e formaggi, a un’alimentazione basata esclusivamente su prodotti di origine vegetale, significa soprattutto aprire gli occhi davanti alle brutalità agite con leggerezza ai danni di chiunque appartenga a una specie diversa dalla nostra.

Svegliarsi da questa incoscienza mette l’anima in contatto con la responsabilità delle proprie scelte e mostra uno scenario drammatico, fatto di abusi e insensibilità.

Eliminare gli alimenti di origine animale non è facile perché questi, in proporzioni più o meno grandi, si trovano nella composizione di quasi tutti i cibi che consumiamo comunemente e, per poterli selezionare, è necessario controllare scrupolosamente sia le componenti del menù che le lavorazioni che conducono al raggiungimento di un determinato prodotto.

Questa ricerca spesso evidenzia a che prezzo e in seguito a quali torture le vivande arrivano sulle nostre tavole.

L’orrore che fa seguito a queste rivelazioni appesantisce il cuore e, se da un lato rende irreversibile la scelta vegana, dall’altro conduce alla scoperta della propria passata complicità con i mandanti dell’abominio che si sta cercando di combattere.

La visione delle atrocità che questa indifferenza comporta è difficile da accettare, perché sporca l’immagine idealizzata che ciascuno di noi ha costruito di se stesso, e perché costringe a prendere su di sé il peso delle violenze commissionate quotidianamente ai sicari della morte (macellai, allevatori, scienziati, toreri, cacciatori, pescatori…).

Questa consapevolezza mette fortemente in crisi l’identità che abbiamo costruito nel tentativo di ricevere approvazione e riconoscimento dagli altri, costringendoci a vedere quanto fragile sia la nostra etica davanti al bisogno conformista di ottenere accettazione e stima.

Ogni vegano affronta dentro di sé una dura battaglia, per smascherare l’inconsapevole crudeltà di una società che vive immersa nell’indifferenza e che ritiene naturale il maltrattamento non solo degli animali, ma di chiunque sia considerato inferiore, malato, pericoloso o semplicemente strano.

La scelta vegana è una scelta coraggiosa, adatta a persone capaci di mettere in discussione il proprio stile di vita fino a vedere i crimini commessi nell’ignoranza, e conduce a un profondo cambiamento etico, basato sul rispetto e sull’accoglienza degli animali e della diversità.

Smettere di mangiare prodotti animali non basta per considerarsi vegani.

Essere vegani è una scelta etica e comporta la rinuncia ad ogni forma di prepotenza e il rispetto per tutte le individualità.

Nessuna esclusa.

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più? 

Leggi il libro: 

DROGHE LEGALI

verso una nuova consapevolezza alimentare

anche in formato ebook

Puoi trovarlo su youcanprint.it e in tutti gli store on line: IbsAmazon, Kobo, Apple, Google Play,  Feltrinelli, Mondadori, Barnes&Noble… 

Oppure puoi ordinarlo nelle librerie del territorio italiano, sia di catena come: Feltrinelli, Ibs, Mondadori…, che indipendenti.

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Apr 14 2015

UNIONI IMPOSSIBILI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando conosce Carmelo, Laura è reduce da una separazione e poco incline a impegnarsi di nuovo in rapporti troppo coinvolgenti.

Di lui la conquistano subito i modi gentili e le attenzioni con cui la fa sentire importante e speciale.

A una a una Laura lascia andare tutte le reticenze, ma il rapporto si rivela presto soffocante e distruttivo.

Dopo i primi momenti di tenerezza, infatti, Carmelo diventa esigente e aggressivo, costringendo Laura a giustificarsi e scusarsi in continuazione.

“Sei in ritardo di cinque minuti!”

“Non voglio che parli al telefono con altri!”

“Lo sai che se mi lasci troppo tempo solo mi costringi a tradirti!”

Col passare del tempo le richieste di Carmelo si fanno sempre più prepotenti e manipolatorie, e Laura sprofonda in una via crucis di umiliazioni e tradimenti.

Dice a se stessa che dovrebbe lasciarlo, ma sente che ormai è diventato impossibile.

I rimproveri e le ritorsioni di Carmelo l’hanno resa insicura e piena di paure.

Le sembra che, senza di lui, la vita perda il suo scopo.

Così, cerca di accontentarlo in tutto pur di evitare gli scontri, che si moltiplicano all’infinito.

Quando decide di chiedere aiuto a uno specialista, vive ormai come una reclusa, in preda all’angoscia di irritare Carmelo e di perdere per sempre i suoi rari gesti di tenerezza.

* * *

La storia di Laura e Carmelo ci racconta un legame che degenera l’amore in una dipendenza talmente distruttiva e invischiante da annientare ogni volontà di cambiamento.

Queste relazioni sono più frequenti di quanto non si creda e nascondono una patologia che lega la vittima al suo carnefice in un rapporto problematico e distruttivo.

Enrico Maria Secci, psicologo e psicoterapeuta, ha raccolto nel libro - I narcisisti perversi e le unioni impossibili - la sua esperienza professionale di oltre quindici anni su questa delicata casistica.

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Con l’obiettivo di mettere a fuoco un tema che riguarda tanti rapporti di coppia gli abbiamo rivolto alcune domande.

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Ciao Enrico, nel tuo libro I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi - racconti un modo molto doloroso di volersi bene ed evidenzi come la dipendenza e il narcisismo trasformino l’amore in una patologia.

Ci puoi spiegare in parole semplici che cos’è la dipendenza affettiva e quando un’unione diventa impossibile?

La dipendenza affettiva è quella condizione in cui almeno uno dei partner si sente impossibilitato a condurre un’esistenza autonoma e serena a causa del legame con l’altro, vissuto come assoluto e totalizzante.

La dipendenza affettiva si palesa attraverso sintomi psicologici -di tipo cognitivo, emotivo e comportamentale- quando i membri della coppia devono separarsi anche per brevi periodi, quando l’instabilità del rapporto è fonte di marcata insoddisfazione o quando uno dei partner sceglie di interrompere la storia.

Ma c’è un caso particolare di dipendenza affettiva, quello in cui l’unione diventa realmente impossibile: quando il partner è un narcisista patologico.

È il tema del mio libro, dove spiego il funzionamento paradossale e patogeno di questi “amori” disfunzionali basati sulla prevaricazione, sulla manipolazione e sul ricatto affettivo.

Hai parlato di narcisismo, quando è patologico e quando è sano?

Il narcisismo non è una patologia, ma un tratto della personalità che descrive l’inclinazione prevalente dell’individuo verso la gratificazione delle proprie pulsioni e del proprio Sé.

In questa accezione, siamo tutti un po’ narcisisti, tutti abbiamo un certo bisogno di appagare le nostre pulsioni, di avere “successo”, di sentirci amati e desiderati. Non c’è niente di male, anzi. Il narcisismo sano è spesso la leva motivazionale della creatività, della perseveranza ed è facilmente riconoscibile in chi, in effetti, nella vita raggiunge obiettivi notevoli.

Gli spartiacque tra il narcisismo sano e patologico sono essenzialmente due:

1) l’utilizzo opportunistico e spregiudicato dell’altro per appagare se stessi, ovvero il ricorso alla manipolazione e all’inganno;

2) l’incapacità di impegnarsi in modo autentico in una relazione amorosa, incapacità data dalla compromissione della funzione empatica nel narcisismo patologico.

Vuol dire che il narcisista sano riesce a “mettersi nei panni dell’altro”, a “connettersi” emotivamente con l’altro e identificare correttamente le altrui emozioni, mentre il narciso perverso manca, in parte o del tutto, di questa qualità.

Come si riconoscono i narcisisti perversi?

Semplifico perché la risposta richiederebbe molto spazio … infatti ci ho scritto su un intero libro! …

Direi che il narcisista perverso ha almeno tre caratteristiche, che cominciano tutte per “i”: è incostante, è inattendibile, è ingannatore.

È incostante perché va e viene dalla relazione quando gli pare e piace e perché alterna, in modo apparentemente imprevedibile, momenti di estremo coinvolgimento emotivo a momenti di totale rifiuto ed estraneità rispetto al/alla partner.

È inattendibile perché vive in un mondo psicologico fatto di conflitti interni e di contraddizioni tali che ogni suo impegno o promessa quando non fallisce si rivela un bluff o diventa un tradimento.

È ingannatore perché mente. Mente anche su cose su cui potrebbe essere sincero allo scopo, per lo più inconscio, di dominare la realtà, di poterla trasformare e imporla all’altro secondo il proprio vantaggio.

Che differenza c’è tra l’amore e la dipendenza affettiva?

Anais Nin, la scrittrice francese, traccia questa differenza in modo lapidario ed efficacissimo. Dice: “la dipendenza non produce amore“. Punto e basta.

Come psicoterapeuta sono profondamente d’accordo. 

Dipendenza e amore costituiscono polarità opposte: l’amore è un sentimento che promuove l’autonomia, l’auto-realizzazione, l’autenticità e il rispetto; la dipendenza, invece, si basa sulla sottomissione, sull’auto-sacrificio, sull’insincerità e sulla prevaricazione.

Inoltre, dove c’è amore ci sono serenità e salute mentale, mentre nelle relazioni dipendenti irrompono sempre il sintomo psichico o psico-somatico e una forte conflittualità.

Uno dei primi passi per “guarire” è imparare a chiamare i sentimenti col loro nome e a non confondere l’amore con la dipendenza.

Coppia in crisi, coppia perfetta e modelli indotti. Ci puoi dire qualcosa?

La coppia perfetta non esiste. È a partire da questa consapevolezza che le persone riescono a costruire legami stabili e soddisfacenti.

Paradossalmente, sono proprio gli individui che hanno interiorizzato modelli e aspettative rigide sull’amore e sulla coppia a incontrare più ostacoli nella vita sentimentale.

Nell’ambito della dipendenza affettiva questo è particolarmente evidente: le vittime idealizzano il/la partner e la relazione allo scopo di realizzare una fiaba d’amore. Il bisogno di affermare un modello di coppia immaginato come quello “giusto” diventa più forte della realtà. Le coppie veramente infelici sono quelle per cui l’evidenza dei fatti non conta.

Quali sono le caratteristiche di una relazione sana?

Una relazione può definirsi “sana” quando è funzionale alla salute mentale e al benessere dei membri della coppia.

È “sana” una relazione da cui i singoli si sentono migliorati a vicenda, una relazione che favorisce un senso di protezione e di stabilità reciproci, una relazione che abbia una progettualità condivisa.

Infine, una relazione davvero sana è flessibile ed equilibrata, ovvero è in grado di mutare il proprio stato in base ai cambiamenti che inevitabilmente intervengono nel suo ciclo di vita e in quello degli individui da cui dipende.

Ho parlato di questo nel libro precedente, Gli uomini amano poco. Amore, coppia, dipendenza che, dopo varie ristampe, oggi è disponibile anche in formato ebook.

Nel tuo libro hai spiegato con chiarezza come si rimane intrappolati dentro una relazione emotivamente distruttiva e cosa è necessario fare per uscirne.

C’è anche un questionario che aiuta a valutare se abbiamo affianco un narcisista patologico, ma affronti anche i temi del narcisismo al femminile, quando la “vittima” è un uomo, e parli della dipendenza affettiva nelle relazioni omosessuali. In questi casi ci sono delle differenze?

Il fenomeno delle dipendenza affettive spinge a riflettere sul fatto che nulla come l’amore sia un sentimento che accomuna gli essere umani, al di là del loro orientamento sessuale.

Infatti, come evidenzio nel libro, gli schemi del mal d’amore si ripetono sostanzialmente immutati sia nella relazione eterosessuale che in quella omosessuale con le stesse modalità relazionali, con le stesse fasi e con lo stesso dolore.

Le sole differenze riguardano le manifestazioni sintomatiche.

Gli uomini “vittime” di una narcisista manipolatrice, a differenza delle donne, provano più vergogna, tendono a vivere la dipendenza in silenzio e sono meno propensi a chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta.

Le donne dipendenti sviluppano più facilmente sintomi di carattere ansioso o depressivo, e disturbi alimentari; i maschi mascherano questi vissuti con l’abuso di sostanze, spesso alcol e cannabis, adottando condotte autodistruttive, come correre in auto, e patiscono più facilmente di disordini del sonno e somatizzazioni.

Per le persone omosessuali, invece, la dipendenza affettiva può essere più difficile da affrontare quando, come accade spesso, percepiscono la prospettiva di svincolarsi dal partner come una sconfitta vissuta in una dimensione psico-sociale ristretta e limitata dal pregiudizio.

L’illusione della dipendenza affettiva, specie se attivata dalla manipolazione di un narcisista o di una narcisista, è quella del “grande amore” anche per le persone omosessuali che, a differenza degli eterosessuali, crescono in un vuoto quasi completo di modelli di relazione funzionale e sono costrette a improvvisare un’educazione sentimentale.

Questo può renderle più vulnerabili al “mal d’amore” e produrre un attaccamento eccessivo a partner “sbagliati”.

Dove possiamo acquistare il tuo libro?

I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi - si può agevolmente acquistare in tre modi:

1) mediante ordine online direttamente sullo store dell’editore:

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/saggistica/i-narcisisti-perversi-e-le-unioni-impossibili.html

Il link per il formato digitale è

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/didattica-e-formazione/i-narcisisti-perversi-e-le-unioni-impossibili-ebook.html

2) mediante ordine online con una semplice ricerca in tutti gli store online, come Ibs, La Feltrinelli, In Mondadori, Amazon, ecc. Per esempio, su Ibs – Internet Bookshop il libro si trova spesso in promozione con spedizione immediata e il 15% di sconto.

3) ordinarlo presso una delle oltre 4000 librerie fisiche in Italia. Si può trovare il punto vendita più vicino consultando la mappa su questo link: http://youcanprint.it/librerie-in-italia-self-publishing.html

In tutti i casi, il pagamento è sicuro e la spedizione garantita in tempi compresi tra i due e i sette giorni, secondo le disponibilità. 

Nell’edizione digitale, invece, si può scaricare in qualunque store online, compresi Amazon, Kobobooks ed Apple Store.

http://enricomariasecci.blog.tiscali.it

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Apr 08 2015

INCONSCIO E REALTÁ: come creare un mondo migliore

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Crediamo che le cose che ci capitano quotidianamente siano la conseguenza di un mondo che agisce e si muove a prescindere dalla nostra volontà, ma… non è vero!

Questa convinzione è stata messa in discussione da un gran numero di ricerche scientifiche che ne hanno evidenziata l’ingenuità.

La fisica e la psicologia, infatti, hanno dimostrato che esiste una reciprocità che lega chi osserva a ciò che viene osservato, in un’interazione che dà forma alla realtà.

La relazione che intratteniamo con la vita definisce la nostra quotidianità dando forma agli eventi che costellano le nostre giornate.

La maggior parte delle persone, però, preferisce incolpare la sfiga, gli astri o il destino, delegando a una causa esterna il peso delle proprie disgrazie.

In questo modo, ci priviamo del potere creativo con cui modelliamo l’esistenza, confinandoci dentro una prigione di vittimismo e d’impotenza.

La fisica quantistica ha evidenziato come l’esistenza prenda consistenza da uno sciame d’infinite possibilità, coagulando nella materia ciò che è in sintonia con i contenuti del nostro mondo interiore.

L’inconscio, infatti, conserva la memoria di tutti gli avvenimenti accaduti, filtrando nella consapevolezza solo una piccolissima parte di pensieri, emozioni e convinzioni.

La maggior parte di ciò che abbiamo vissuto esiste in una dimensione della coscienza di cui non siamo a conoscenza, e da lì condiziona gli avvenimenti grazie a una legge di risonanza.

Il principio secondo cui il simile attira il simile sintetizza un presupposto basilare sia della fisica moderna sia della psicologia, spiegando come i vissuti di chi sperimenta la realtà esercitino un’influenza sulle circostanze che si verificano, aumentandone la probabilità.

Ciò che anima il nostro mondo interiore interagisce con gli eventi considerati esteriori molto più di quanto siamo portati a credere.

Il potere creativo è una forza di cui ancora non conosciamo il funzionamento e che finiamo per utilizzare in maniera involontaria e maldestra.

I pensieri, le emozioni e le convinzioni di cui siamo consapevoli, sono soltanto una piccola parte del magnetismo interiore da cui prende forma l’apparente casualità della vita.

La matrice che preforma gli eventi, infatti, affonda le sue radici nei contenuti archiviati nell’inconscio.

Per questo è importante conoscere intimamente noi stessi, affrontando anche gli aspetti che non ci piacciono e che non ci rendono onore.

Portando alla luce le verità nascoste nelle profondità dell’inconscio, impariamo a comprendere le forze interiori che plasmano il mondo che ci circonda, e a gestire la complessità della creatività e della vita.

Occorre stare sempre attenti ai pensieri che affollano la mente, selezionando quelli che riteniamo costruttivi e trasformando quelli negativi.

Indulgere in pensieri carichi di risentimento, di vittimismo e di amarezza, preforma un mondo di soprusi e di ingiustizie.

Mentre uno stato d’animo amorevole attira negli eventi l’armonia e la reciprocità.

Ci affezioniamo alle nostre emozioni negative (odio, rancore, autocommiserazione…) e le coltiviamo come ortiche, permettendo che infestino la mente senza lasciare spazio alle emozioni positive (amore, tenerezza, dolcezza…).

Liberare la coscienza dai contenuti sgradevoli non è facile e presuppone un profondo lavoro su di sé, ma è l’unico strumento capace di cambiare veramente la realtà.

Non serve fare la rivoluzione se prima non si attua una trasformazione all’interno di se stessi.

Non serve combattere le ingiustizie nel mondo quando non si riesce ad arginare le ingiustizie agite nel mondo interiore.

Non serve parlare di democrazia se nell’inconscio è in atto una dittatura.

Per estinguere davvero la violenza che ci circonda, è indispensabile prendere su di sé la responsabilità anche di ciò che, a prima vista, può sembrare lontano e indipendente dalla volontà, e assumersi l’onere di ritrovarne le radici archiviate nell’inconscio.

Infatti, solo dopo aver eliminato i semi interiori della crudeltà, diventa possibile costruire una cultura fondata sull’amore e sulla fratellanza, e realizzare una società che non discrimina perché capace di accogliere la diversità dentro di sé, che non prevarica perché ha imparato a comprendere la propria fragilità, e che non emargina perché ha acquisito la consapevolezza che tutto, ma proprio tutto, ha origine dentro di noi.

Carla Sale Musio

leggi anche:

CAMBIARE SE STESSI PER CAMBIARE IL MONDO

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Apr 02 2015

GLI AGNELLI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Cinque, sei, sette: c’erano tutti.

Il servo pastore li contò di nuovo.

Erano agnelli, nati di recente.

Il ragazzo si incamminò con loro verso il paese, accompagnato da due cani, robusti e attenti.

Il tragitto non era eccessivo.

I piccoli si lasciavano guidare docilmente, camminavano vicini, accennavano a giocare, curiosi di tutto.

Non sapevano di andare a morire.

*** *** *** *** *** *** ***

Le piogge erano state potenti e avevano modificato il percorso.

In vari tratti il sentiero era invaso dal torrente, che scorreva docile prima del maltempo.

Il ragazzo e il suo drappello di animali erano costretti a camminare con lentezza e talvolta addirittura a fermarsi.

Fortunatamente il villaggio era vicino: il servo pastore doveva portare al macello gli agnellini.

Al ritorno avrebbe recato al pastore i denari per la vendita degli animali uccisi.

Era la prima volta che gli veniva affidato quel compito e pensare agli agnelli morti lo opprimeva.

Li aveva visti nascere, sollevarsi faticosamente sulle zampe, acquistare piano l’equilibrio, cercare la madre e riconoscerla tra le altre, con una dedizione che lo commuoveva.

Lui la madre l’aveva avuta, ma per così poco che la ricordava appena.

Avevano detto che era partita ma, ancora bambino, lui aveva capito cosa fosse quel viaggio.

Gli restava di lei una sensazione: il volto che sfiorava il suo, e la dolcezza dei capelli che quasi lo accarezzavano.

Era passato del tempo, ma vedere gli agnelli riconoscere la madre gli riapriva dolorosamente il ricordo e avrebbe dato molto della sua giovane età per essere come loro: ritrovare la madre e correrle incontro, pieno di gioia.

*** *** *** *** *** *** ***

Il fango scivoloso rallentava il cammino: bisognava fare attenzione.

Uno dei piccoli, più vivace degli altri, si spinse d’improvviso verso l’acqua, attratto da un ramo trascinato via.

Le zampe non lo ressero: cadde nel torrente, veloce e limaccioso.

Il ragazzo non ci pensò due volte: il pastore per cui lavorava gli aveva affidato quegli animali e lo avrebbe cacciato sicuramente se lui fosse stato incapace.

Si gettò nell’acqua gelida, vincendo il ribrezzo per il fango torbido, e cercò affannosamente di raggiungere l’agnellino.

Quello cercava di salvarsi disperatamente, ma annaspava e resisteva a fatica.

*** *** *** *** *** *** ***

Tese a stento il braccio e riuscì ad agguantare l’animale, che cercò di divincolarsi con le poche forze rimaste: il ragazzo ingurgitò acqua fangosa, prese a tossire, si sentì soffocare.

Prima di abbandonarsi, vide l’agnellino accanto a sé, il muso ormai quasi immerso nell’acqua.

*** *** *** *** *** **** ***

Non capiva quanto tempo fosse passato, non riusciva a ricordare.

Seppe solo di trovarsi sul margine della strada, all’asciutto.

Accanto l’agnello, scuro di fango e malconcio, ma vivo e belante.

Poco oltre i due cani, sporchi anche loro, che si scrollavano con energia l’acqua di dosso.

E ancora, i sei agnellini, l’uno accanto all’altro.

Lui non riusciva a capacitarsi: guardò i cani che gli si accostarono entusiasti, agitando potentemente le code.

Certamente i due animali avevano salvato lui e l’agnello.

Ma il ragazzo si chiedeva come fosse accaduto.

Ricordò solo che stava affogando, accanto a sé l’agnello quasi esanime.

*** *** *** *** *** *** ***

Con insistenza cercò di raccapezzarsi.

E d’improvviso la mente gli si aprì: ricordò che, nel momento in cui esausto si era arreso all’acqua scura, gli era parso di avvertire una presenza.

Poi, due braccia, stringendolo forte, l’avevano portato in alto, verso la luce.

Infine, ma solo per un istante, gli era apparso un volto, ridente e luminoso.

E una morbida carezza di capelli gli aveva sfiorato il viso.

Solo dopo, i corpi energici dei cani avevano sospinto lui e l’agnello fuori dal torrente.

*** *** *** *** *** *** ***

Stupefatto, il pastore li vide rientrare: il ragazzo, i due cani vigorosi e i sette agnelli, uno dei quali piuttosto incerto sulle zampe.

L’uomo stava per montare su tutte le furie, ma il ragazzo lo pregò di ascoltare l’accaduto.

Il raccontò stupì il pastore, che carezzò i due cani e si compiacque di avere animali così valorosi.

Poi battè sulla spalla del servo pastore, quasi con affetto: il giovane, infatti, aveva rischiato di morire per salvare un animale, che neppure gli apparteneva.

Il ragazzo, allora, prese una decisione: si offrì lui di comprare gli agnelli, pagandoli con il proprio lavoro.

Quegli animali sarebbero stati suoi: così gli avrebbe salvato la vita, pensò, e li avrebbe accuditi con gioia.

A quella proposta il pastore non ebbe nulla da eccepire.

In fin dei conti, rifletté tra sé, lui in realtà non ci perdeva proprio niente.

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Ma quello che il ragazzo non raccontò all’uomo, e anzi non rivelò a nessuno, fu quanto gli era accaduto davvero: quel volto luminoso intravisto nell’acqua torbida, le braccia strette sul corpo di lui, quasi come a cullarlo, e la morbida carezza dei capelli…

Proprio come i suoi ricordi di bambino.

*** *** *** *** *** *** ***

Quel fatto prodigioso lo accompagnò per il resto del suo tempo: ci pensò sempre con stupore incantato.

E la dolcezza struggente che avvertiva, la nascose nel segreto del cuore.

Proprio come un gioiello prezioso custodito in fondo a uno scrigno.

Gloria Lai

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