Archive for Maggio, 2015

Mag 31 2015

LA LUNA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

L’aveva trovata in giardino: impensabile che un essere così debole avesse sconfitto il gelo della notte.

La sera prima il ragazzino aveva sentito un miagolio, ma il tepore del letto e la pigrizia gli avevano impedito di scrutare oltre il portone.

Poi si era fatto silenzio.

La stanza da letto dei suoi dava sull’altro lato: sicuramente non avevano sentito.

La mattina successiva, invece, non aveva avuto scuse: proprio lì, tra i cespugli del vialetto, il biancheggiare di un corpo felino.

Una femmina: due, tre mesi appena, raggelata.

Prima di andare a scuola, lui la portò in casa, la avvolse in un panno di lana e le mise davanti una ciotola di latte caldo.

I suoi uscivano prima di lui, ma gli preparavano la colazione. La gatta bevve quel latte, ma era talmente debole che rimase immobile e intirizzita, nonostante il conforto del panno di lana.

******************* 

Al rientro, il ragazzino trovò la gatta decisamente migliorata: e quando tornarono, non gli fu difficile ottenere dai suoi il permesso di ospitarla.

Se ne sarebbe occupato lui, promise, e i suoi non si fecero pregare: lavoravano per buona parte del giorno in un piccolo emporio, acquistato con grandi sacrifici, e spesso tornavano quando lui già dormiva.

Anzi, si sentirono consolati dalla presenza di un animale, loro che avevano solo quel figlio, così chiuso all’apparenza, timido e delicato.

********************

Il ragazzino frequentava il liceo classico e la sera studiava da solo: la gatta prese a stargli vicina quando lui leggeva il greco o traduceva il latino.

Lei trovava armonioso ascoltarlo, mentre studiava.

Altre volte, date le sue fattezze minuscole, si sdraiava sui dizionari aperti, alzandosi o appena spostando le zampe o la coda, quando lui cercava un termine nuovo.

Su un testo di greco le trovò il nome: la chiamò Selène.

Qualche tempo dopo, quando sentì il ragazzo dire che Selène in greco era la luna, lei si colmò di orgoglio: la luna e lei avevano lo stesso nome!

Da allora prese a contemplarla da dietro i vetri della finestra, il muso verso l’alto e lo sguardo incantato.

******************

Passarono gli anni: lui, finito il liceo, andò all’università.

I genitori sentivano orgoglio per il figlio, capace e modesto.

Lo stesso orgoglio lo provava la gatta, che accoglieva felice ogni bel voto di lui.

Negli ultimi tempi era meno veloce a corrergli incontro, ma l’emozione di lei era sempre la stessa.

E, finalmente, la tesi: i suoi genitori raggianti e con gli abiti nuovi per assistere alla discussione. Lei, emozionata, lo sfiorò sulla fronte col muso.

E lo lasciò andare.

Poi si accostò alla finestra aperta.

Era estate.

******************

Da tempo la luna scrutava la stanza, oltre i vetri: aveva preso a guardare la gatta e il ragazzo, intuiva l’affetto tra i due.

Si addolciva a vederli vicini e ammirava lo sguardo felino, rivolto prima al ragazzo e poi in alto, nel cielo.

E quella sera, trovando la gatta ancora più bella, decise di farle un regalo: mandò un raggio d’argento, luminoso e potente, sino a quella finestra.

La gatta, stupita, lo toccò con la zampa.

Era saldo.

Riflettè sul da farsi, ma la luna splendeva a tal punto che la gatta decise.

Si avviò con cautela: le sembrava di andare su un sentiero di luce.

E mentre saliva, guardò con stupore le stelle, via via più vicine e più grandi e fissava lo sguardo nel buio lontano, ma senza provarne paura.

Poi, quando fu accanto alla luna, sentì che il suo cuore cresceva.

Diventò così grande che le parve capace di accogliere tutto: l’affetto per il padrone, i tanti colori del mondo, il lume degli astri.
E la luna, quando infine la gatta vi giunse.

*******************

Al rientro, lui la chiamò, ma stranamente lei non accorse.

Lui voleva narrarle, come sempre faceva, i propri successi.

La trovò alla finestra, la testa chinata.

Le andò più vicino.

Pareva dormisse.

*******************

Lui pianse a lungo, senza vergogna.

E solo dopo, con gli occhi più asciutti, gli riuscì di vedere.

Intorno alla gatta e sulle morbide zampe di lei riluceva qualcosa.

Appariva brillante e sembrava impalpabile.

Come polvere argentea, luminosa e sottile.

Gloria Lai

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Mag 25 2015

É MORTO… MA C’É ANCORA!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Con la morte… finisce tutto.

La vita non c’è più, il corpo lentamente si decompone e ciò che rimane è soltanto un mucchietto di polvere.

La visione materialista liquida in fretta la questione della morte.

Pensare a una sopravvivenza dopo il decesso del corpo è considerato un’utopia, roba per poveri illusi incapaci di far fronte alla sofferenza.

Nel nostro mondo conta soltanto quello che si può toccare e (soprattutto) monetizzare.

Bisogna essere concreti.

Le cose che non generano guadagni sono trattate con sufficienza, snobbate e derise.

E chi si prende la briga di obiettare che l’importante non si può stringere tra le mani, è considerato uno sciocco.

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PSICOLOGIA, MORTE E IMMATERIALITÁ

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L’amore, la felicità, la sicurezza, la soddisfazione, la gioia… non hanno contorni definibili, non sono misurabili, non si possono quantificare e comprare.

Possiamo soltanto sperimentarne l’autenticità, vivendo.

Per gli psicologi, però, gli stati d’animo sono qualcosa di altrettanto reale di un biglietto da cinquecento euro, di un sasso o di una casa.

La nostra professione ci porta a confrontarci col potere delle emozioni e con i loro effetti.

La depressione, gli attacchi di panico, le ossessioni, la paura, il desiderio, l’amore, la realizzazione personale… sono importantissimi per la psiche.

Determinano la salute mentale e il benessere, o provocano l’inferno, paralizzando le risorse individuali e causando un’infinità di problemi.

Perciò, per chi fa il mio mestiere, queste cose immateriali sono altrettanto reali di quelle materiali.

La morte è un evento che non si può ignorare perché coinvolge il mondo interiore e il significato della vita.

Quando ci occupiamo di personalità, carattere, sentimenti, atteggiamenti e comportamenti, stabiliamo la realtà delle cose osservando gli effetti che producono .

E, da questo punto di vista, che un evento sia ripetibile in laboratorio diventa poco importante.

Per tanto tempo la scienza ha ignorato il pensiero e le emozioni, pretendendo una misurabilità impossibile per la psiche.

Infine ha dovuto riconoscere il proprio limite e ammettere che sì, ciò che succede nel mondo interiore riguarda la soggettività di ciascuno, non può essere standardizzato ma… esiste!

È reale.

Si può studiare osservandone gli effetti ed è decisivo per la qualità della vita.

In seguito a quest’ammissione, oggi la psicoterapia è considerata altrettanto reale e concreta di una cura di antibiotici o di un’operazione chirurgica.

La psicoterapia non è ripetibile, ma la sua realtà si rileva dai risultati che produce nella vita delle persone.

Chi segue un percorso di crescita lo sperimenta sulla propria pelle.

La psicoterapia è una cura che non si può toccare, non si può misurare e non si può ripetere, ma che esiste.

Inequivocabilmente.

Lo dimostrano i cambiamenti vissuti dai pazienti.

La psicoterapia è possibile soltanto quando s’instaura un rapporto di fiducia.

In mancanza di questo non ci può essere cura.

Occorre un legame emotivo per far sì che la trasformazione interiore prenda forma.

Il legame genera una corrente energetica tra due persone.

È qualcosa che non si può vedere, toccare o misurare, ma è un elemento indispensabile.

Nella psicoterapia e in tutte le relazioni affettive.

I legami non possiedono alcuna materialità, eppure sono reali.

Lo sanno bene gli innamorati, quando verificano tra loro una comunione altrimenti impossibile.

Incontrarsi senza essersi messi d’accordo, telefonarsi nello stesso momento, vivere fenomeni di telepatia, sentire dentro di sé le emozioni dell’altro… sono esperienze che avvengono soltanto quando tra due persone esiste un’unione profonda.

L’immaterialità non ne diminuisce la pregnanza e nemmeno l’autenticità.

Quando una persona cessa di vivere, il suo corpo muore ma il legame con chi ha amato non muore, e l’immaterialità lo rende libero dalle limitazioni della corporeità.

Dopo la morte, l’unione affettiva diventa uno strumento in grado di connettere chi ha un corpo con chi, invece, il corpo non lo possiede più.

La comunione interiore permette alla coscienza di sperimentare la presenza delle persone cui siamo stati legati.

Non ci sono parole da ascoltare, mani da stringere, occhi da guardare… ciò che rimane sono soltanto i sentimenti, che ci indicano la strada per mantenere vivo il rapporto.

Nella nostra cultura l’immaterialità fa paura, è associata agli spettri, alle fattucchiere, ai rituali di magia nera e ai film dell’orrore.

Ma l’unico orrore dell’immaterialità riguarda il disprezzo con cui è trattata.

Un disprezzo che genera ignoranza e sofferenza.

La morte è un passaggio che conduce in dimensioni diverse della coscienza.

Una cultura che promuove l’ascolto interiore è capace di accogliere l’impalpabile verità di ciò che esiste fuori dai vincoli imposti dalla materialità, consentendo anche a chi non ha più il corpo di mantenere vivo il rapporto con le persone che ha amato.

Nella nostra cultura, invece, l’indifferenza verso i sentimenti e un’eccessiva concentrazione sulla concretezza hanno generato il cinismo e la violenza che oggi stanno distruggendo il pianeta.

Aprirsi alle emozioni e alla sensibilità interiore significa avventurarsi nella profondità della coscienza per scoprire le sue infinite possibilità.

L’amore trascende sempre i limiti della materia, perché non le appartiene.

Chi ama sa che i legami profondi non finiscono MAI.

E, dopo la morte del corpo, evolvono in una dimensione che esiste fuori dalle coordinate dello spazio e del tempo.

Per ritrovarsi bisogna superare la paura di avventurarsi dentro se stessi, fino a toccare l’unione con le persone cui siamo legati.

E’ un percorso soggettivo che non trova conferme negli altri, perché ognuno attraversa il suo mondo interiore da solo, ma che ottiene le proprie certezze nell’esperienza intima dell’amore.

Non si può riprodurre in laboratorio.

Si può soltanto scoprirne la verità dentro di sé. 

Carla Sale Musio

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Mag 19 2015

FACCIAMO FINTA DI AMARCI… PER I FIGLI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando nel matrimonio l’amore finisce, alcune coppie, piuttosto che affrontare la separazione, preferiscono fingere un’apparente normalità familiare, col pretesto di non far soffrire i bambini.

In questi casi, simulando un coinvolgimento che non esiste più, papà e mamma si comportano  come se le cose tra loro non fossero cambiate.

Anche quando la vita li ha portati a vivere relazioni nuove con altri partner.

Spaventati all’idea di affrontare il cambiamento interiore con sincerità e umiltà, preferiscono imbrogliare i propri figli, dissimulando la mancanza di reciprocità dietro una quotidianità artefatta e priva di onestà.

Credo che niente possa essere più crudele e gravido di conseguenze negative che mistificare il coinvolgimento emotivo e ingannare i bambini, abusando della loro ingenuità.

I piccoli hanno bisogno di aiuto per decifrare il complicato mondo delle emozioni, e i genitori sono le persone più indicate per insegnargli a gestire la sensibilità, dando un nome ai sentimenti quando si presentano.

Ma per far questo, i grandi devono lavorare costantemente su se stessi, ascoltando il proprio mondo interno e traducendolo in parole, con sincerità.

Più che di modelli di comportamento irreprensibili, i bambini hanno bisogno di autenticità.

Spiegare con termini semplici cosa si agita nel nostro cuore, li aiuta a riconoscere le maree emotive, senza spaventarsi e senza sfuggirle.

E questo è l’insegnamento più importante che i genitori possano dare ai propri figli.

Crescendo, i piccoli troveranno da soli le soluzioni per assecondare la propria evoluzione, cavalcando i cambiamenti che l’esistenza ci costringe ad affrontare.

Ciò che serve ai bambini non sono degli esempi di comportamento preconfezionati e artefatti, ma l’autenticità necessaria a non tradire se stessi davanti alle difficoltà.

E questo papà e mamma possono insegnarlo soltanto con l’esempio della propria vita e delle proprie scelte.

E’ qualcosa che si respira nell’aria, non la conseguenza di teorie o mistificazioni.

Fingere un’armonia e una vita di coppia che non esistono più, significa trasmettere ai bimbi che l’apparenza è più importante della verità e che le emozioni possono essere censurate con un atto di volontà.

In questo modo nella personalità prende forma un falso sé, funzionale a tenere sotto controllo la paura del cambiamento, una sorta di maschera che incatena la vita a un’armatura di comportamenti privi di verità.

I bambini sentono che qualcosa non torna e che il quadretto idilliaco della famiglia felice manca di trasparenza e di autenticità.

Lo avvertono con una sorta di radar interiore strettamente intrecciato alla loro empatia e alla loro sensibilità.

Ma sono costretti ad abiurare queste percezioni, per credere a ciò che vedono invece che a ciò che sentono.

In questo modo si crea una frattura tra le percezioni e i comportamenti, che blocca il contatto con il mondo interiore generando un pericoloso ottundimento emotivo.

Un sapere empatico e intuitivo deve cedere il posto alla finzione sbandierata dai genitori, e questo costringe a screditare l’ascolto di sé, nel tentativo di conciliare ciò che si sente dentro con ciò che, invece, si DEVE credere.

Per paura di rivelare la propria verità e vedere andare in frantumi il progetto di una vita insieme, i genitori, inconsapevolmente, creano ai bambini un grave danno psicologico.

Infatti, imponendo ai propri figli la realtà che avrebbero voluto offrirgli, al posto della realtà che invece stanno vivendo, generano una confusione nella comprensione delle relazioni, proprie e degli altri.

Confusione della quale i figli inevitabilmente pagheranno il prezzo, quando si troveranno ad affrontare la propria vita di coppia.

La famiglia è un legame che unisce le persone a prescindere dalla loro volontà, non scaturisce dai contratti ed esiste indipendentemente dalle nuove relazioni che possono coinvolgere la mamma e il papà quando l’amore tra loro finisce.

Avere dei figli insieme significa essere una famiglia per sempre, perché per sempre i genitori condivideranno l’affetto verso la propria prole.

Ma questo non significa che la mamma e il papà debbano amarsi per sempre.

Può succedere che una madre e un padre s’innamorino di altre persone e costruiscano con loro altre famiglie.

L’amore non ha limiti ed è capace di compiere miracoli, ma è indispensabile attraversare con coraggio il percorso di crescita lungo il quale ci conduce.

Anche quando si snoda lungo strade impreviste.

Carla Sale Musio

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Mag 13 2015

Mangiare per vivere o vivere per mangiare? L’INGANNO DELLA SOPRAVVIVENZA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Sin da quando siamo ancora in fasce, ci viene insegnato che mangiare è necessario alla sopravvivenza e che, se non ci si alimenta con regolarità, si muore di inedia.

Non abbiamo (quasi) neanche cominciato a respirare… che il cibo s’impossessa di noi e rapidamente si trasforma in una droga.

Talmente potente da condizionare tutta la nostra esistenza!

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ALLATTAMENTO E INTIMITÁ

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Dopo la nascita, la dimensione protetta che ha caratterizzato la vita intrauterina, va perduta e il neonato si ritrova improvvisamente alle prese con il caldo e con il freddo, con il silenzio e con i rumori, con le sensazioni epidermiche e con quelle interne al corpo… e con una terribile solitudine, perché la mamma non è più così presente come quando insieme formavano una cosa sola.

Per fortuna, a ricreare quell’avvolgente sensazione di unione provvede l’allattamento!

Durante le poppate il piccolo ritrova (almeno in parte) la fusione con il corpo materno e sperimenta nuovamente la totalità che esisteva prima della nascita.

Nella nostra frenetica vita moderna, però, quello è spesso anche l’unico momento d’intimità concesso alla madre e al bambino.

Gli orari di lavoro, la gestione della casa, l’accudimento di altri fratellini e un certo tipo di pedagogia (nera)… distolgono l’attenzione della mamma, impedendole quella dedizione totale di cui ogni nuovo nato ha bisogno per superare positivamente il trauma della nascita.

Queste considerazioni, naturalmente, valgono soltanto per la nostra specie. Umana.

Gli animali dedicano ai loro cuccioli un tempo totalizzante e di appartenenza reciproca che le mamme umane, per assolvere le tante richieste della società, sono costrette a delegare a nonni, baby sitter e asili nido.

L’allattamento, perciò, diventa un momento preziosissimo per il bambino che, almeno in quello spazio di tempo, può rivivere l’unità originaria, sperimentando la sensazione di esclusività e di potere che deriva dal sentirsi contemporaneamente se stessi e il mondo, in un unico Tutto inscindibile.

Proprio le caratteristiche che rendono l’allattamento un momento così speciale, finiscono per trasformarlo nella premessa della dipendenza che, in seguito, caratterizzerà l’alimentazione.

Infatti, è in quei momenti che il cibo diventa lo strumento privilegiato per ricevere amore.

Nella cultura umana il contatto fisico (a meno che non sia erotizzato) è bandito dalle relazioni, ma la necessità di condividere l’affettività trova nell’alimentazione uno spazio sostitutivo, lecito e incentivato culturalmente.

Durante l’allattamento (in un periodo in cui la mente non ha ancora sviluppato una propria capacità critica) in seguito alla mancanza di fisicità e continuità nel rapporto tra mamma e bambino, s’imprime nelle percezioni la sensazione che mangiare soddisfi il bisogno d’amore, e il cibo prende il posto delle carezze e degli abbracci di cui tutti i piccoli hanno bisogno per sopravvivere.

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PEDAGOGIA NERA E ISTINTUALITÁ

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A differenza che nel mondo animale, nella società degli uomini l’istinto è poco ascoltato, al suo posto la nostra specie preferisce consultare gli esperti.

Il legame tra la mamma e il cucciolo, però, è un legame viscerale, un sentire intimo fatto di una comunione e di una comprensione che bypassano la logica e che si formano nel corpo e nelle cellule, dal concepimento in poi. E forse anche prima.

Gli animali lo sanno.

E affidano la loro maternità all’istintualità, permettendosi con i piccoli un’intimità fisica e una sensitività che nelle nostre culture evolute sarebbero guardate con disprezzo e farebbero montare su tutte le furie tanti specialisti dell’infanzia.

Una pedagogia rigida e restrittiva, chiamata appunto: pedagogia nera, ci ha inculcato l’angoscia di viziare i bambini e, in nome dell’ubbidienza e della disciplina, ha imposto una severità educativa che nel mondo animale non esiste.

Tra gli animali, infatti, nessuna mamma si domanda ogni quante ore dovrà allattare i suoi cuccioli, se è il caso che dormano con lei e per quanto tempo ogni giorno è giusto coccolarli.

Gli animali ascoltano il legame che esiste con i loro piccoli e traggono da lì le istruzioni necessarie per farli crescere indipendenti e sicuri.

L’intimità fisica e affettiva che le madri stabiliscono con i figli permette all’attaccamento di svilupparsi ed evolvere senza che si formi la necessità di ricorrere all’alimentazione come surrogato affettivo.

In questo modo gli animali non sviluppano una dipendenza dal cibo e ignorano obesità, bulimia, anoressia… e tutte le innumerevoli patologie legate all’alimentazione, che invece affliggono la specie umana.

(Naturalmente mi riferisco agli animali che vivono nel loro habitat naturale. Quelli che convivono con l’uomo ne assumono le cattive abitudini e vanno soggetti alle stesse malattie.)

Gli animali selvatici hanno con i loro figli un rapporto naturale, privo d’interferenze da parte degli esperti e libero da condizionamenti culturali.

Un diverso sapere, basato sulla sensitività più che sulla logica, permette loro di vivere la maternità con spontaneità, consentendo ai cuccioli di saturare la dipendenza dalla mamma e di emanciparsi fisiologicamente e senza traumi.

Questo fa si che la necessità di mangiare non sostituisca il bisogno d’intimità e non si trasformi nell’alternativa lecita alle gratificazioni affettive negate.

Nella società umana, invece, l’alimentazione costituisce spesso l’unico momento riservato alle coccole e all’intimità tra la mamma e il bambino, e in questo modo si carica di significati che vanno ben oltre la necessità di mangiare per vivere.

Il pasto si trasforma in un rituale che travalica il bisogno di nutrirsi, facendo si che i piaceri del palato diventino il veicolo di un’emotività altrimenti vietata nei gesti e nelle parole.

La nutrizione diventa così un luogo affettivamente incensurato, uno spazio in cui la condivisione del cibo sostituisce l’emotività e la fisicità negate culturalmente.

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DIPENDENZA DAL CIBO E ATTACCAMENTO

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Se da una parte, perciò, la pedagogia nera impone ai genitori uno stile educativo basato sulle regole e sulla disciplina, dall’altra la necessità di mangiare per vivere prende il posto del contatto fisico e delle effusioni, diventando spesso l’unico momento di condivisione affettiva tra la madre e il figlio.

Una condivisione celata dietro la scelta delle portate e la varietà dei sapori.

In nome di un’ostentata imprescindibilità della sopravvivenza, l’alimentazione si sottrae alle maglie strette della pedagogia nera, permettendo alle mamme uno spazio salvifico in cui concedersi l’affettività senza paura di viziare i bambini.

É in questo modo che, nei primi mesi di vita, prende forma la dipendenza dal cibo.

Nasce dalla confusione tra le carezze e le pietanze e rende impossibile rinunciare ai piaceri della tavola perché uno stile educativo poco attento all’attaccamento, impedisce l’evoluzione verso un più maturo ascolto del corpo e dell’affettività.  

Così, mentre gli animali mangiano per vivere e vivono per sperimentare la vita in tutte le sue sfumature: amore, avventura, piacere, gioco, curiosità, reciprocità, eccetera; gli esseri umani vivono per mangiare e mangiano per sperimentare un’affettività di cui hanno perso le tracce nei primi mesi di vita.

Carla Sale Musio

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Mag 08 2015

IL RITORNO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Era un mercante di stoffe: ogni lunedì preparava il calesse e andava per villaggi, dove offriva merce buona e a giusto prezzo.

Poi, il sabato sera tornava a casa, dove la moglie e un bimbo lo aspettavano.

Percorreva la via del ritorno pieno di gioia: buoni i guadagni, poche le stoffe invendute, faticoso spostarsi per mercati e fiere, ma il pensiero di chi lo attendeva gli scaldava il cuore.

Una sera, mentre tornava, scoppiò un temporale: raffiche di pioggia e vento scuotevano lui e il calesse.

Il cavallo inarcava il collo, sfiancato dallo sforzo.

Poi, uno scarto improvviso, una ruota in fallo…

Lei attese il marito fino all’alba.

A giorno fatto, gli uomini del paese glielo restituirono esanime: era precipitato nello strapiombo presso casa.

Aveva in volto un’espressione calma, quasi mesta.

Gli uomini avevano faticato a liberare il corpo; il cavallo, invece, restò in fondo al burrone, a sfarsi al sole, le poche stoffe disperse sul crinale, luccicanti di colori.

******

Passarono gli anni: lei allevò quel figlio con fatica e con orgoglio.

Lui crebbe in fretta, energico e impaziente.

E appena si sentì abbastanza grande, le disse che voleva andarsene: avrebbe fatto il mestiere del padre, le confidò, avrebbe girato il mondo a vendere stoffe, scoperto paesi lontani, conosciuto altre genti: poi, una volta ricco, sarebbe tornato a rivedere sua madre.

Lei ammutolì e si sentì lacerare il ventre.

Amava immensamente quel figlio, era il suo sostegno, l’unica fonte di gioia, ma da sempre la premeva il timore di quel momento.

E proprio perché lo amava tanto, lasciò che andasse.

Si salutarono: lei lo benedisse, baciandolo sulla fronte.

E in quel bacio lasciò la sua anima.

Lui, intanto, già fremeva al pensiero delle genti da scoprire, delle avventure da vivere, delle strade da percorrere.

Lei gli donò dei denari, poi stette a guardarlo poggiata sull’uscio, finché poterono gli occhi: lì, alla svolta del viottolo, lui sollevò una mano a salutare la madre e allora le lacrime, ormai senza freni, segnarono il viso di lei più delle stesse rughe.

Chinò il capo e seppe che per tutti i giorni a venire avrebbe atteso il ritorno del figlio.

******

Il giovane viaggiò a lungo, conobbe porti stranieri e terre lontane, donne esotiche e molti amori.

Era un mercante capace, fattivo: il denaro si accumulava e lui lavorava con foga, con l’impeto dei suoi anni.

Impaziente com’era, non aveva rimpianti: se lo annoiava un luogo, subito lo abbandonava, pieno di curiosità e di attese.

Talvolta pensava a sua madre e sperava che fosse felice per lui.

Ma allora soltanto un rodìo fastidioso gli cresceva in mente e la vita gli appariva opaca.

******

Passarono i mesi e anche gli anni.

La madre seppe che il suo tempo finiva: la nostalgia la strinse e temette di non poter più aspettare.

Allora decise: con fatica si recò al dirupo fatale, non lontano da casa e lì, nel gran vuoto che le aveva ucciso il marito, gridò il nome del figlio, affidandolo al vento.

****** 

Da diverso tempo lui era inquieto ed oppresso: non gli dava più gioia il lavoro, non voleva più cumulare denaro; infine decise che era abbastanza ricco e poteva tornare.

Preparò i bagagli, salì su una nave, ma lo premeva un’ansia crescente.

Una notte, mentre scrutava le stelle, un colpo di vento lo scosse, aspro e potente: e nel soffio qualcuno gridava il suo nome.

Divenne di pietra, gli sembrò di capire: aveva riconosciuto la voce.

Il viaggio terminò finalmente: giunto a terra, acquistò una snella carrozza e destrieri veloci.

E poi via, verso casa, sostando solo a rifocillare i cavalli.

Lo scalpitio pressante lo teneva sveglio e i ricordi lo colpivano, lo ferivano rapidi: sua madre, china a baciarlo, e l’odore di lei, fatto di pane e fiori; la nenia sommessa perché lui dormisse e le sere d’estate, a guardare accostati il cielo rosso di vento.

E infine lei, ferma sull’uscio, fino a sparire allo sguardo…

Con il cuore stretto, si chiese perché avesse tardato tanto a tornare, e tutte le sue ricchezze e le bellezze del mondo gli sembrarono allora ben poca cosa.

******

Lei era stesa sul letto: tratteneva caparbia le poche forze e sperava ancora che lui giungesse.

E all’improvviso un tumulto di zoccoli, un sopraggiungere di passi affrettati, la porta urtata ed aperta: lui si gettò nella stanza, finalmente le si buttò accanto.

Allora lei si riempì di gioia: il sorriso, che le sbocciò in cuore, riuscì appena a stirarle le labbra, ma  sentì ancora il calore di lui, mentre la baciava sugli occhi già chiusi.

Gloria Lai

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Mag 02 2015

RITROVARE CHI NON C’É PIÚ

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando muore qualcuno che amiamo, il dolore ci sommerge.

In quei momenti, l’idea che la morte sia la fine di tutto prevale su qualunque altra considerazione, e la sofferenza per la perdita fisica annichilisce ogni esperienza nuova.

Invece, è proprio allora che bisogna prestare attenzione alle percezioni del cuore, senza lasciarsi travolgere dai vissuti della separazione e della mancanza.

In una zona della nostra consapevolezza, la presenza delle persone che amiamo rimane sempre identica a se stessa, e possiamo percepirla con la stessa chiarezza di quando queste avevano un corpo.

Ecco perché è così difficile “rendersi conto” della morte e accettare che le persone che sono state importanti per noi improvvisamente non ci siano più.

Capita spesso che chi ha subito un lutto si ritrovi a ripetere tra sé:

“Non mi sembra possibile…”

“Non riesco a crederci…”

Queste affermazioni indicano quanto la presenza delle persone care rimanga invariata, anche dopo la perdita del corpo.

Purtroppo, una cultura della morte, macabra e funerea, ci spinge a non prestare ascolto alle sensazioni del cuore.

Non c’è più…

ripetiamo sconsolati, chiudendo la porta alla possibilità di ritrovare i nostri cari in uno spazio interiore, nuovo e privo di fisicità.

In questo modo precludiamo a noi stessi la possibilità di far crescere il legame e di sperimentare ancora la presenza delle persone cui abbiamo voluto bene.

La morte è un’esperienza che, privandoci di ogni riferimento concreto, ci costringe a prendere atto dell’immaterialità della nostra vita.

La concretezza, infatti, costituisce solo una piccola parte di ciò che è vero.

La maggior parte della realtà che viviamo non è tangibile e compete al cuore.

Il nostro benessere psicologico riguarda l’immaterialità.

Pensieri e stati d’animo sono impalpabili, ma generano la salute e la sofferenza mentale da cui dipende la qualità della nostra vita.

La felicità, la serenità e l’armonia sono percezioni interiori e hanno ben poco a che fare con la concretezza.

Quando muore qualcuno che amiamo, la perdita fisica si sovrappone alla percezione della sua presenza immateriale, impedendone l’ascolto e l’incontro.

Per superare un rigido schema materialistico che nega qualsiasi contatto con chi è privo di un corpo, bisogna lasciare che sia il cuore a guidare le esperienze che ci permettono di ritrovare i nostri cari.

Anche dopo la morte del loro corpo fisico.

La difficoltà sta nel gestire la percezione della loro mancanza fisica e muoversi nel mondo impalpabile della coscienza.

Quando riusciamo a stabilire un contatto, chi non c’è più si presenta utilizzando i ricordi.

I ricordi sono come un avatar, un’icona che rende riconoscibile chi non ha più un corpo a chi il corpo ce l’ha ancora, un modo per farsi riconoscere.

Ma non appena compaiono i ricordi ad annunciare la presenza di coloro che amiamo e che stiamo cercando, ecco che la mancanza fisica prevale e ci sommerge di dolore… ostacolando in questo modo qualunque possibilità di dialogo!

La sofferenza ci impedisce di ascoltare le impalpabili percezioni interiori.

É come un rumore di fondo che sovrasta la melodia dell’incontro.

Per entrare in rapporto con chi non ha più un corpo, bisogna comprendere che i ricordi indicano la sua presenza.

E lasciarsi attraversare da quei flashback senza scivolare nel dolore provocato dalla mancanza fisica.

Se ci si abbandona al processo naturale del ricongiungimento, i ricordi e l’attuale presenza incorporea si fondono in un’unicità che ci comprende fino a diventare un tutt’uno.

Il cuore usa una sua modalità percettiva, che è soggettiva e funziona grazie alle competenze dell’emisfero destro.

Non ci sono più un io, un tu e uno scorrere del tempo, fatto di prima e dopo.

C’è un’unione presente senza tempo che coinvolge.

Questa è la modalità del cuore di sperimentare la realtà (tutti gli innamorati lo sanno!).

Ma di solito…

La mente non lo sopporta.

La logica si ribella.

E l’incontro… sfugge via!

Per riuscire a mantenere il contatto interiore bisogna accettare che la logica si smarrisca, senza spaventarsi e senza reprimere il processo.

Quando la mente lascia che sia il cuore a guidarla, si accede a una diversa consapevolezza e il legame con chi abbiamo amato ci conduce spontaneamente a ritrovarci nelle dimensioni interiori.

Nello spazio del cuore sono possibili gli incontri e le comunicazioni.

Per arrivarci bisogna abituarsi alla rarefazione della fisicità e della materialità.

E soprattutto è necessario permettersi di rinunciare all’oggettività.

Il cuore utilizza solo la coscienza soggettiva.

Le esperienze emotive sono sempre individuali, e sono possibili solamente così.

Questo non vuole dire che ce le siamo inventate.

Vuol solo dire che non sono ripetibili.

Sono uniche.

Nessun legame è uguale a un altro.

Ogni unione è diversa e speciale.

Ogni esperienza del cuore si esprime con modi propri.

Il cuore non è normale.

É vero.

Carla Sale Musio

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