Archive for Giugno, 2015

Giu 30 2015

ISTINTO O AMORE?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando un animale cura i suoi piccoli con sollecitudine, parliamo di istinto.

Quando, invece, a compire gli stessi gesti è un essere umano, preferiamo usare la parola amore.

Siamo convinti che gli animali possano essere utilizzati e maltrattati come oggetti senza valore e, su questo presupposto, abbiamo costruito la più grave forma di razzismo e di discriminazione che sia mai esistita.

Dall’abuso compiuto quotidianamente sulle loro vite, infatti, prende forma una cultura malata di cinismo e d’indifferenza, i cui danni sono sotto gli occhi di tutti. Basta accedere la televisione e guardare un telegiornale!

Stragi, guerre e violenze di ogni tipo sono la conseguenza di uno stile di vita basato sulla prepotenza, sul disprezzo della debolezza e sulla legge del più forte.

La vita dovrebbe essere per tutti un diritto sacro e inviolabile, qualsiasi sia la specie di appartenenza.

Stabilire che esistono creature di serie A e creature di serie B, significa autorizzare la prevaricazione e, per riuscirci, è necessario ottundere l’empatia, facendo in modo che la compassione si trasformi in indifferenza, e che l’amore sia considerato una risposta automatica, priva di componenti affettive.

Solo così è possibile assistere col sorriso sulle labbra (e l’acquolina in bocca) all’uccisione di tante creature indifese e innocenti.

L’amore e l’istinto sono cose molto diverse, e gli animali con i loro comportamenti ci mostrano spesso dei sentimenti talmente puri e disinteressati che gli esseri umani faticano a tenere il loro passo.

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AMORE!!!

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A Villa Carlos Paz, in Argentina, Verónica Moreno, la proprietaria di un adorabile esemplare di pastore tedesco di nome Capitán, non riusciva più a trovarlo.

Il cane aveva iniziato a latitare da casa dopo la morte del marito di Verónica, Miguel Guzmán, e oramai non speravano più di rivederlo quando un giorno la donna e suo figlio recandosi al cimitero sentono un latrato simile ad un pianto e con enorme sorpresa si vedono comparire davanti Capitán!

Sono passati più di sei anni e Capitán è sempre lì a vegliare sulla tomba di Miguel.

Ogni tanto fa un salto a casa ma poi ritorna al cimitero che ormai è diventato la sua dimora fissa.

*  *  *

Lo scorso anno a ferragosto, due persone abbandonano il loro cane sulla strada nei pressi di Riccione. 

Ma il cucciolo, tagliando per i campi, riesce a raggiungere la vettura e quando arrivano i carabinieri (chiamati da una donna che ha assistito incredula all’abbandono e ha segnalato il numero di targa del veicolo) sta già scodinzolando dietro all’auto.

*  *  *

Qualche mese fa, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, un orsetto cade accidentalmente dentro una vasca d’acqua alta tre metri.

Il piccolo tenta invano di venirne fuori e mamma orsa disperata si tuffa nella vasca per cercare di metterlo in salvo, ma l’impresa è impossibile e, nel tentativo di salvarlo, l’orsa annega con lui.

*  *  *

Capitán ha rinunciato alle comodità della casa per restare vicino al suo padrone anche dopo la morte, il cucciolo di Ricccione non esita a correre per chilometri pur di stare vicino ai suoi amici umani (nonostante la crudeltà con cui è stato abbandonato) e, come ogni altra mamma, l’orsa del Parco Nazionale d’Abruzzo non ha esitato a sacrificare la propria vita per salvare il suo bambino.

Ma, trattandosi di animali, invece che riconoscere in loro i sentimenti, si preferisce credere che a guidarne i comportamenti sia stato l’istinto.

Mamma orsa, Capitán e il cucciolo abbandonato a Riccione, hanno agito mossi dagli stessi vissuti che animerebbero un essere umano e in loro l’amore è così evidente che non ci sarebbe nemmeno bisogno di definirlo.

Eppure davanti a queste manifestazioni affettive si continua a parlare di comportamenti stabiliti biologicamente.

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ISTINTO

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Chiamiamo istinto un insieme di caratteristiche che fanno parte del patrimonio genetico e riguardano azioni compiute in modo analogo da individui diversi, come quando gli uccelli migrano o quando si ritrae la mano da un oggetto caldo o pungente.

Tra l’istinto e l’amore esiste un abisso!

Ma il rifiuto di attribuire diritti e dignità agli animali ci porta a non riconoscerne i sentimenti e a negare la loro capacità di vivere relazioni intense e profonde.

Per giustificare la nostra arroganza sosteniamo che sono privi di intelligenza, senza considerare che questo dovrebbe spingerci a proteggerli piuttosto che ad approfittare della loro ingenuità.

Servirsi di creature più deboli per soddisfare il proprio piacere, produce una cultura in cui la debolezza è disprezzata e abusata, e apre la strada allo sfruttamento non solo degli animali ma di chiunque possieda quelle stesse caratteristiche (la pedofilia e il femminicidio ne sono un drammatico esempio).

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L’AMORE NEGLI ANIMALI

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Per comprendere la psicologia degli esseri umani, gli scienziati hanno usato spesso gli animali.

Tra il 1958 e il 1965, i coniugi Harlow, per studiare il comportamento di attaccamento, allevarono dei cuccioli di macaco privandoli della mamma.

I cuccioli, vittime dei loro crudeli esperimenti, venivano rinchiusi in una gabbia in cui avevano a disposizione soltanto un peluche di stoffa morbida e una sagoma di metallo con un biberon.

Naturalmente le povere scimmiette trascorrevano la maggior parte del tempo abbracciate al pupazzo di stoffa, e si avvicinavano alla sagoma metallica esclusivamente per mangiare.

L’atroce deprivazione cui furono sottoposte nei primi mesi di vita le rese tristi e spaurite e, crescendo, diventarono indifferenti verso i piccoli e incapaci di far fronte ai loro bisogni affettivi.

In conformità a questi esperimenti, i coniugi Harlow appurarono che l’attaccamento negli esseri umani si sviluppa all’interno di un legame affettivo e che le radici dell’amorevolezza possono essere rintracciate nelle prime relazioni tra i bambini e gli adulti che si prendono cura di loro.

*  *  *

Basare lo studio dell’affettività umana su ricerche che hanno come soggetti gli animali è possibile solo quando i vissuti degli uomini e degli animali sono identici, altrimenti la differenza inficerebbe i risultati degli esperimenti.

Studi di questo genere dimostrano che esiste un’uniformità emotiva tra l’uomo e gli animali e smascherano la finzione culturale costruita per nascondere gli abusi e lo sfruttamento.

Le specie animali provano amore, tenerezza, nostalgia, paura, tristezza, entusiasmo, malinconia, gioia, dolore… proprio come gli esseri umani!!!

Continuare a chiudere gli occhi davanti a questa verità ottunde l’empatia fino ad annichilirla e genera la pazzia che sta distruggendo il mondo.

La vita emotiva degli animali ci mostra un’autenticità e una trasparenza che la specie umana ha perduto, e ci aiuta a ritrovare il contatto con la nostra affettività.

Riconoscere i loro sentimenti vuol dire strappare il velo che nasconde i tanti crimini quotidiani giustificati con leggerezza dalla nostra cultura, e contrastare il cinismo e l’indifferenza che stanno soffocando l’umanità.

Con la loro esistenza gli animali ci insegnano il valore della diversità, aiutandoci a risvegliare la nostra empatia intorpidita.

Abusare di loro significa abusare della nostra vulnerabilità e ammutolire la sensibilità interiore, fomentando la cultura della violenza.

Solo riconoscendo le somiglianze che esistono tra le specie, potremo realizzare una società capace di rispettare l’autenticità e il valore di ciascuno.

Per costruire un mondo migliore è indispensabile mettere fine all’olocausto degli animali e promuovere il loro diritto alla vita, riconoscendone la profondità emotiva e affettiva.

Ma soprattutto è necessario aprire gli occhi davanti alla verità.

L’amore è lo stesso per tutti.

Senza distinzioni di specie.

Carla Sale Musio

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SCHIAVISMO ANIMALE

ANTISPECISMO E PEDOFILIA

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Giu 24 2015

EMOZIONI ECCESSIVE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando si arrabbia, Chiara si sente posseduta da un’energia distruttiva.

Immagini cupe e vendicative le affollano la mente e teme di compiere azioni di cui potrebbe pentirsi una volta ritrovata la calma.

Per paura di perdere il controllo e trasformarsi in una pericolosa criminale, la ragazza nasconde il malumore, cercando di essere gentile e accondiscendente anche quando vorrebbe protestare, ma questo non fa che aumentare il gradiente emotivo facendola sentire sempre più pericolosa… in un circolo vizioso che finisce per renderla insicura e confusa.

* * *

Eleonora non riesce a guardare scene di violenza senza restare scossa per lungo tempo, come se facessero parte della sua vita.

Inutilmente cerca di distrarsi pensando ad altro.

Ogni tentativo la riporta al punto di partenza!

Le immagini drammatiche le tornano in mente e la torturano come se fosse la vittima delle sciagure viste nei video, nei film o alla televisione, al punto che a volte è costretta a ricorrere ai farmaci per riuscire a dormire.

* * *

Simone prova una tenerezza infinita per gli animali, che ai suoi occhi appaiono come bambini indifesi e innocenti.

Vorrebbe proteggerli ma, davanti all’impossibilità di cambiare un mondo che li sfrutta e li maltratta senza pietà, si sente amareggiato e impotente, complice forzato della crudeltà dei suoi simili.

Così, quando può, fa di tutto per aiutarli, rinunciando al tempo libero e alle comodità.

Gli amici e i parenti lo sgridano, ripetendogli che dovrebbe essere meno sensibile.

“Il mondo è fatto così e ognuno deve salvarsi la pelle da solo, uomini o animali, fattene una ragione!”

Ma Simone non riesce a cambiare la sua natura empatica e premurosa e, quando si sforza di fare l’indifferente, è a disagio e in contrasto con se stesso.

* * *

ChiaraEleonora e Simone, hanno una sensibilità molto potente, capace di provare sentimenti intensi e di produrre immagini interiori vivide, colorate e realistiche.

Immagini che a volte li spaventano facendoli sentire degli alieni, dolorosamente diversi dal resto del mondo.

Le persone che possiedono una personalità creativa sono attraversate da un’energia intensa e coinvolgente che può farle sentire incomprese e sbagliate, finché non imparano a gestire il loro sofisticato sistema emotivo.

La creatività è un modo di essere caratterizzato dalla capacità di spostare frequentemente il punto di vista.

Capacità che consente di accogliere dentro di sé i vissuti degli altri e di osservare la vita in tante prospettive diverse contemporaneamente.

Creatività ed empatia camminano a braccetto potenziandosi vicendevolmente e dotando chi è creativo di una forte sensibilità.

Questo significa che i creativi:

quando si arrabbiano… si arrabbiano MOLTO,

quando soffrono… soffrono MOLTO,

quando amano… amano MOLTO,

se sono felici… lo sono MOLTO,

se si entusiasmano… si entusiasmano MOLTO!

In loro tutte le emozioni sono sempre MOLTO intense, ma questo non vuol dire che possano ammutolire la volontà e spingerli a compiere gesti inconsulti.

E’ vero, alle persone creative piace cambiare: vita, gusti, interessi, opinioni… ma la loro poliedricità non le trasforma in mostri pericolosi.

Anzi! La capacità di vivere intensamente le emozioni porta a comprendere i sentimenti degli altri, acquisendo una grande ricchezza interiore e sviluppando ulteriormente l’empatia (che è proprio l’antitesi della violenza).

La sensibilità, che caratterizza la loro spiccata intelligenza emotiva, è l’unica arma capace di combattere il cinismo che sta distruggendo il nostro mondo.

La cultura dell’indifferenza in cui siamo immersi, a volte può farli sentire eccessivamente partecipi e per questo sbagliati. 

Ma è vero proprio il contrario!

Quando la creatività potrà esprimersi liberamente nella personalità di ogni essere umano, non ci saranno più guerre, competizione, predominio o violenza, che sono, invece, la conseguenza di una scarsa intelligenza emotiva e dell’inibizione dell’empatia e della espressività individuale.

Sentire dentro di sé il dolore degli altri, amare gli animali, comprendere le ragioni e i vissuti della diversità… sono i presupposti di un mondo basato sull’accoglienza e sull’amore.

Un mondo sano in cui l’energia delle emozioni fluisce senza ostacoli, attraversando i cuori delle persone fino a permettere a ogni creatura di esprimere la propria autenticità.

Senza vergogna.

Carla Sale Musio

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HO PAURA DI UCCIDERE QUALCUNO… !!!

L’EMPATIA CAMBIERA’ IL MONDO

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Giu 18 2015

PAPÁ PASTICCIONI & MAMME PERFETTE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nella famiglia eterosessuale di solito è la mamma a occuparsi della casa e dei bambini mentre al papà sono riservate mansioni considerate più maschili.

Il cliché tradizionale prevede compiti diversi per i due sessi.

Perciò, nonostante marito e moglie abbiano gli stessi impegni lavorativi e portino a casa uno stipendio entrambi, la cura dei piccoli e delle faccende domestiche sono, da sempre, di competenza femminile.

Questa divisione dei ruoli genera una sorta di complicità tra madri e figli che, insieme, condividono i piccoli segreti, le abitudini, i successi, le gioie e i dolori che costellano la nostra quotidianità.

Nella famiglia prende forma così un sottogruppo che esclude il papà per la maggior parte del tempo, coinvolgendolo solo in avvenimenti speciali.

Quest’arbitraria e innaturale ripartizione dei compiti provoca numerose conseguenze negative.

Infatti, quando i padri, eludendo i presupposti maschilisti imposti dalla tradizione, provano a inserirsi nella quotidianità dei piatti da lavare, dei compiti da fare, della playstation, dei cartoni, e delle innumerevoli questioni solitamente riservate alla supervisione materna, scoprono dolorosamente la propria incompetenza e devono affrontare la sensazione di essere inadeguati e maldestri.

Questi vissuti interiori incrinano l’immagine del genitore rassicurante, protettivo e deciso, che ogni papà vorrebbe incarnare agli occhi della moglie e dei figli.

E, per evitare l’imbarazzo che consegue ai “disastri” dell’inesperienza, molti uomini preferiscono abbandonare il campo e salvare l’orgoglio ferito, raccontandosi che non hanno tempo.

“Oggi proprio non posso!” mormorano sconsolati, consultando un’agenda piena di impegni. Improrogabili!

Così, mentre le mamme imparano a moltiplicare se stesse per far fronte alle tante difficoltà della famiglia, i papà, lacerati tra il desiderio di partecipare di più e la paura di scoprire un’umiliante inettitudine, finiscono per estromettersi totalmente dalla gestione di casa e bambini.

In questo modo perdono progressivamente il contatto emotivo con i figli.

E tra mamme perfette e papà pasticcioni si crea una spaccatura che genera non poche incomprensioni e che, nel tempo, contribuisce a sostenere i comportamenti irresponsabili e provocatori dell’adolescenza.

Infatti, se da piccoli i bambini imparano a rivolgersi esclusivamente alla mamma, con la crescita il bisogno di conquistare l’autonomia li spinge a confrontarsi anche col papà e scatena atteggiamenti aggressivi e sfidanti, volti a conquistarne l’attenzione. Con le buone o con le cattive!

Scarso impegno negli studi, bugie, trascuratezza, disordine, comportamenti irresponsabili… sono modi (spesso inconsci) per costringere un genitore assente a partecipare di più.

E possono risolversi, recuperando l’intimità e il dialogo.

Durante l’adolescenza, infatti, il desiderio di forgiare l’identità spinge i ragazzi e le ragazze ad affermare il proprio punto di vista, calibrando le forze soprattutto nel rapporto con i genitori.

Le mamme perfette tendono ad accollarsi tutte le responsabilità, colpevolizzandosi e rimboccandosi le maniche nel tentativo di risolvere i problemi.

Ma, così facendo, sottovalutano l’importanza di essere in due.

La poca partecipazione di un genitore alla vita familiare è vissuta dai figli come se fosse un rifiuto e genera bassa autostima e inadeguatezza.

Per sentirsi forti e ottenere l’attenzione, spesso i ragazzi sfidano l’autorità mettendo in atto comportamenti oppositivi, polemici e trasgressivi.

Punirli con severità non serve a risolvere la paura di non valere nulla che sottende il bullismo e la violenza.

Per curare i comportamenti antisociali servono l’esempio, la considerazione e la stima.

Nella famiglia eterosessuale tradizionale, l’angelo del focolare e l’uomo che non deve chiedere mai insegnano che esistono ruoli di serie A e ruoli di serie B, e questo genera nei figli competizione e sfida.

Solo il coinvolgimento di entrambi i genitori nella vita famigliare ripristina l’equilibrio emotivo, aiutando i più giovani a sentirsi importanti, amati e capiti.

Certo i papà pasticcioni dovranno affrontare la propria inadeguatezza!

Ma solo dalla capacità di mettersi in discussione con umiltà nasce l’esempio di cui i ragazzi hanno bisogno per crescere.

Le mamme perfette, invece, dovrebbero uscire di casa più spesso, lasciando che i mariti trovino da soli il modo di interagire con i figli.

Un modo che certamente sarà diverso per ognuno dei genitori, ma non per questo meno efficace.

Dal confronto tra due differenti possibilità di espressione nascono il cambiamento e la libertà.

E i giovani imparano a camminare da soli nel mondo.

Carla Sale Musio

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BASTA GENITORI MONOBLOCCO!

ETEROSESSUALITA’ MALATA

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Giu 12 2015

I MORTI CI PARLANO NEI SOGNI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Succede spesso che le persone che abbiamo amato e che non ci sono più, trovino nei sogni un’occasione per comunicare con noi, finalmente libere dalle censure della nostra mente razionale.

Il pensiero materialista non crede possa esistere qualcosa oltre ciò che si può toccare, e lascia alle religioni il compito di raccontarci un aldilà in cui sarebbe possibile la permanenza dell’anima.

Ma la ragione fatica a credere per fede e i dogmi religiosi non soddisfano i perché dell’intelligenza.

Così sul tema della morte e della sopravvivenza ognuno coltiva le proprie convinzioni, a dispetto sia della scienza sia della fede. 

E, a volte, anche di se stesso.

Su un argomento tanto doloroso le contraddizioni sono all’ordine del giorno e, facendo il mio mestiere, capita spesso di incontrare atei che hanno paura dei fantasmi, cattolici che credono nella reincarnazione o buddisti che parlano con gli angeli.

La psicologia si colloca in una posizione diversa dalle ricerche in laboratorio, il lavoro con la coscienza è inevitabilmente privo di fisicità, ma non per questo è inesistente. Anzi!

Chi soffre di attacchi di panico sa quanto possano essere reali i pericoli invisibili e le cure fatte soltanto di parole.

L’immaterialità è il pane quotidiano di chi lavora con la psiche.

Tante persone arrivano in terapia travolte dal dolore per la morte di qualcuno che hanno amato.

Chiedono aiuto spaventate al pensiero di rifugiarsi in fantasie irreali e consolatorie ma incapaci di accettare l’idea che i loro cari siano dovuti uscire di scena per sempre.

In questi casi l’immaterialità subisce il disprezzo di una cultura che ha azzerato il valore dei sentimenti annullando l’interiorità.

Il mondo interno è uno spazio soggettivo e individuale che non si può standardizzare ne ripetere in laboratorio, ma è reale e pieno di vita! Lo dimostrano il dolore o la gioia che proviamo nei momenti importanti della nostra esistenza.

La morte di una persona cara è un evento delicato e ricco di significato proprio perché ci conduce a esplorare dimensioni diverse dalla fisicità.

Denigrare l’immaterialità e la soggettività ci priva degli unici strumenti capaci di dare valore a una perdita altrimenti terribile e crudele.

Morire vuol dire entrare in una dimensione rarefatta che fa paura proprio perché nel corso della vita non le riconosciamo alcuna realtà.

Quando il corpo scompare, ciò che resta esiste in uno spazio della coscienza privo delle coordinate materiali. Ma reale.

Da lì i nostri cari cercano di stabilire un contatto con quella parte di noi che è in grado di percepirne l’esistenza anche senza la corporeità.

E’ un contatto intimo ed emotivo fatto di sensazioni profonde e spesso prive di immagini o di parole.

E’ lo spazio dell’amore.

Lo conosciamo e ce lo permettiamo quando il corpo fisico ci aiuta a credere in una rassicurante materialità, e lo neghiamo quando invece la morte ci costringe ad ammetterne l’esistenza in assenza di riferimenti concreti.

L’amore oltrepassa la dimensione materiale e coinvolge aspetti della coscienza che sono soggettivi, emotivi e spirituali.

E’ un’energia che si estende oltre i limiti della fisicità.

Lo sanno gli innamorati, lo sanno le mamme, lo sanno gli animali… lo sanno tutti quelli che amano e hanno amato.

L’amore è qualcosa che si sente dentro e che le parole faticano a spiegare perché non è fatto di parole. Si può soltanto viverlo.

Quando i nostri cari non hanno più il corpo, rimane soltanto l’affetto che abbiamo condiviso e bisogna imparare a muoversi in una dimensione priva di concretezza e di corporeità.

Uno spazio da cui cercano di raccontarci la loro verità.

Spesso però la sofferenza che proviamo impedisce la comunicazione, bloccando l’energia affettiva dietro un muro di dolore e paura.

L’amore è l’antitesi del dolore e della paura.

Nei sogni la nostra mente finalmente si acquieta e, mentre il corpo recupera energie per affrontare la vita quotidiana, la parte affettiva della coscienza si libera del giogo imposto dal pensiero razionale e si muove leggera nelle dimensioni immateriali del sentimento.

In quegli spazi liberi dalle catene della logica prendono forma i sogni e avvengono gli incontri con le persone che non hanno più il corpo e che così possono finalmente parlare al nostro cuore.

Nei sogni ritroviamo chi ci ha lasciato e spesso viviamo la buffa sensazione di dovergli ricordare la morte.

“Ma tu sei morto…” diciamo increduli e preoccupati, permettendoci una conversazione che farebbe andare in bestia la ragione (se non dormisse).

“Lo so, lo so… ma io sto benissimo!” ci rassicura chi, pur senza avere un corpo, sente di essere se stesso e si riconosce in ciò che prova.

Sono dialoghi che avvengono in un linguaggio fatto di immagini, condensazioni e spostamenti, perciò non sempre è facile interpretarne il significato, una volta tornati allo stato di veglia.

La ragione ha bisogno di tante rassicurazioni per credere che queste comunicazioni avvengano davvero, e spesso un meccanismo di rimozione cancella i ricordi dei sogni impedendone una corretta interpretazione.

Ma nel corso dei colloqui psicologici, abbandonata la vergogna e la paura di essere derisi, le comunicazioni appaiono frequenti e ricorrenti, confermando quanto i nostri cari sentano il bisogno di rassicurarci sulla loro esistenza incorporea e sulla loro costante presenza.

Tante persone raccontano episodi in cui gli incontri sono possibili e pieni di gioia, una volta superata la dicotomia tra vita e morte che affligge il pensiero materialista.

Chi non ha più un corpo ha un amore senza confini e aspetta, al di fuori del tempo, il momento della nostra attenzione.

Amare è un modo di essere che attraversa la materialità senza appartenerle e, come un arcobaleno, rischiara il grigiore del dolore e della paura.

Nei sogni la logica mette da parte le sue pretese e cede il posto al cuore, l’unico luogo in cui sia possibile ritrovarsi.

Per sempre.

Carla Sale Musio

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È MORTO… MA C’É ANCORA!

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Giu 06 2015

IL PIACERE DI MANGIARE: come creare un popolo di schiavi

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Mangiare è un piacere irrinunciabile… giustificato dal bisogno di mantenersi in vita!

  • “Pensa ai bambini che muoiono di fame e finisci quello che hai nel piatto!”
  • “Mangia tutto, perché la roba da mangiare non si butta via!”
  • “Padre nostro che sei nei cieli, dacci oggi il nostro pane quotidiano…”
  • “Se continui a fare il cattivo, andrai a letto senza cena!”

La paura di restare senza cibo e morire di fame è una paura atavica che mamme, nonne e baby sitter, utilizzano da sempre per convincere i bambini a mangiare.

L’atto di ingerire il cibo è la prima cosa che un neonato deve imparare.

I pediatri consultano le loro tabelle e insegnano ai genitori a pesare i bimbi prima e dopo ogni poppata, per controllare che il latte sia sempre nella giusta quantità.

L’ossessione del cibo incomincia subito nella vita, prende forma dal desiderio di ottenere l’approvazione del medico e si snoda lungo il percorso di merendine, snack, rompi digiuno, biscottini e stuzzichini, che accompagna la crescita dei nostri figli.

Premiazioni, feste, riconoscimenti, ricevimenti, battesimi e matrimoni… ogni evento raggiunge l’apice della celebrazione soltanto quando si mette in bocca qualcosa.

E più è importante, più ricche e varie saranno le portate.

Mangiare e vivere, appartengono a un binomio inscindibile.

Nella nostra cultura stare senza mangiare è considerato poco sano.

Il digiuno è guardato con sospetto e, nei rarissimi casi in cui diventa necessario, deve sempre esserci un medico, per evitare pericolose conseguenze sulla salute.

Viviamo nell’era della cultura alimentare.

Una cultura che ha fatto del mangiare un rito e che, in nome del gusto, sacrifica la vita e la salute. Propria, degli altri e del pianeta.

Il cibo ha sostituito l’intimità.

Attraversiamo l’esistenza indaffarati e nervosi, tutti presi ad assolvere nel minor tempo possibile gli innumerevoli impegni che costellano le giornate.

E ci concediamo un momento per stare insieme soltanto quando ingoiamo qualcosa.

Ci vediamo: a pranzo, a cena, per un aperitivo, per un the, per un caffè, per una tisana…

La varietà degli alimenti ha preso il posto dell’ascolto e della cura reciproca.

L’affetto oggi si misura col cibo.

  • “Cucino per te, dunque ti voglio bene” 
  • “Cucini per me, quindi mi vuoi bene” 
  • “Mangiamo insieme, allora ci vogliamo bene”

Raccontarsi, ascoltarsi, conoscersi, capirsi… sono momenti subordinati a una sbandierata e improrogabile necessità di nutrirsi.

Poi, quando ci ritroviamo insieme, parliamo del menù, di gusti, di preferenze, di sapori…

La condivisione delle ricette ha rimpiazzato la condivisione di sé.

La pancia ha occupato il posto del cuore.

Nella nostra società, incontrarsi senza il pretesto del cibo, soltanto per il piacere di stare insieme, è diventato un tabù.

Parlare delle emozioni, rivelare insicurezze e paure, è più imbarazzante che parlare di sesso. Roba da psicoanalisti!

Una cultura alimentare, smodata e compulsiva, distoglie costantemente l’attenzione dai sentimenti per celebrare il sapore, contribuendo a sostenere l’indifferenza che sta distruggendo il mondo.

Per apprezzare i cibi, infatti, è indispensabile ignorare i modi in cui le pietanze arrivano nei piatti.

Feste e banchetti non devono essere macchiati dalla consapevolezza delle sofferenze inflitte a tante creature, dello sfruttamento dei paesi poveri, del danno ambientale ed ecologico che sottende la vendita dei prodotti alimentari.

Il cinismo è un ingrediente fondamentale per fare festa in compagnia.

Uccidere per il piacere di sentire un sapore buono in bocca, è considerato lecito, giusto e auspicabile.

Poco importa se causa la morte di altre creature viventi.

L’importante è che non se ne parli troppo.

Dietro il pretesto della sopravvivenza si nascondono le peggiori atrocità e si giustificano la violenza e la prepotenza degli esseri umani.

La coscienza lo sa.

La mente non se lo dice.

La digestione distoglie i pensieri e induce una gradevole sonnolenza, indispensabile per rilassarsi e non prendere in considerazione l’industria della morte che tiene in piedi i guadagni delle multinazionali.

Così, mentre ignoriamo volutamente le sofferenze degli animali e il degrado ambientale e fisico connesso alla nostra evoluta cultura del cibo, anestetizziamo anche la sensibilità, imbavagliando l’empatia fino a sorridere davanti alla violenza.

L’indifferenza e l’insensibilità sono indispensabili allo sfruttamento.

Lo sanno bene i colossi del commercio.

Per mantenere alti i loro guadagni usano armi psicologiche chiamate: conformismo, bisogno di riconoscimento, dipendenza, solitudine, emarginazione, eccetera.

“Chi non mangia in compagnia è un ladro o una spia!” recita il proverbio.

E chi si discosta dalla cultura corrente per sposare uno stile alimentare più frugale e rispettoso della vita, paga il prezzo della derisione, dell’emarginazione e della solitudine.

In questo modo le grandi aziende alimentari tengono in piedi il loro impero economico, costringendo anche i più sensibili a conformarsi al menù, per non subire il disprezzo sociale che accompagna le scelte diverse.

I cibi sono diventati: stimolanti, eccitanti, rilassanti, euforizzanti… ma soprattutto aggreganti.

Magari non sono tanto nutrienti, ma non importa!

L’essere umano è un animale da branco, non è fatto per vivere in solitudine.

E pur di sentire l’approvazione del gruppo può arrivare ad abiurare se stesso.

Per realizzare un popolo di schiavi serve una droga diffusa e potente nascosta dietro la necessità di non morire.

Di fame. 

O di solitudine.

Carla Sale Musio

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Mangiare per vivere o vivere per mangiare? L’INGANNO DELLA SOPRAVVIVENZA

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