Archive for Agosto, 2015

Ago 30 2015

LAVORARE CON LE ENERGIE per aiutare gli animali

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Il più anziano dei miei cani, Mirto, ha raggiunto da poco la veneranda età di diciannove anni.

Da giovane aveva un carattere movimentato, curioso e giocoso sia con le persone che con gli altri animali.

Oggi, però, ha perso la vista, l’olfatto, buona parte dell’udito e fatica a orientarsi, anche tra le mura domestiche.

Non potendo più accompagnarmi nelle lunghe passeggiate di una volta, trascorre la maggior parte del suo tempo dormendo o zampettando per la veranda.

La buona educazione lo spinge a non sporcare dentro casa, ma la cecità lo ostacola in tutti i modi ed è diventato necessario prenderlo in braccio per portarlo fuori, per aiutarlo a bere e a mangiare, eccetera.

A complicare tutto si è aggiunto che scambia il giorno per la notte e così: quando io sono sveglia, lui dorme come un ghiro e quando, invece, avrei bisogno di riposarmi si sente pieno di vita e… di necessità!

Dopo diversi mesi passati a seguire le sue esigenze notturne e a sforzarmi di rimanere sveglia e lucida di giorno, ormai in preda allo sconforto per il fallimento di qualsiasi tentativo volto a ripristinare un bioritmo più adeguato (in lui e in me), mi sono decisa a chiedere aiuto a un’esperta delle energie e ho domandato una consulenza a  Ramita Satta.

Ramita si occupa dell’energia sin da quando era bambina e, dopo anni di ricerche e di studi, ha raggiunto la capacità di riallineare le forze andate fuori posto, rimettendo in asse quelle distorsioni fisiche e psichiche che affliggono la nostra esistenza.

Come lei stessa racconta:

“La colonna vertebrale, il destino, la vita, il karma… tutto può essere riallineato con il potere del RAM (Riallineamento Radicale). L’energia è l’essenza: la vita che dà vita, ciò che cambia in un continuo divenire, l’EVOLUZIONE allo stato puro! L’essere Umano possiede un potenziale interiore enorme, ma è completamente accecato (per fortuna non tutti) da credenze limitanti e insicurezze profonde, che intrappolano queste sue risorse dentro gabbie di difficoltà.”

Negli anni della maturità, Ramita ha canalizzato un metodo per ricordarci che i miracoli sono possibili e che il potere dell’energia è sempre a disposizione di chiunque abbia l’umiltà e il desiderio di sperimentare.

Gli strumenti di lavoro di Ramita mi sono sembrati adatti a trasformare la situazione invivibile e ormai cronicizzata, creatasi tra me e Mirto, le uniche armi in grado di raddrizzare il suo bioritmo inverso e il mio disperato bisogno di dormire la notte.

“Mettiti tranquilla vicino al cane e, quando siete rilassati e pronti, mandami un sms. Così partiamo per il nostro viaggio nel RAM.”

Mi raccomanda telefonicamente Ramita, con la sua voce calda e rassicurante.  

Il trattamento avviene a distanza perché l’energia non agisce lungo le coordinate spaziotemporali in cui ci muoviamo abitualmente, ma esiste in una diversa dimensione della coscienza, più rarefatta e imprendibile per i sensi fisici.

Mi accoccolo accanto alla cuccia, dove Mirto sta dormendo profondamente, e mando un sms a Ramita:

“Noi siamo pronti.”

Poi lascio che la mente si acquieti.

Dopo qualche minuto, Mirto sospira e si allunga nella cuccia come se qualcuno lo stesse accarezzando.

Io entro in un piacevole stato di trance: mi sento bene, sono serena e… improvvisamente ho la certezza che tutto sia molto semplice da risolvere!

“Non c’è proprio nessun motivo di preoccuparsi…” penso, sentendomi enormemente sollevata.

Restiamo così per circa una decina di minuti poi, lentamente, riprendo il mio abituale stato di veglia.

Mirto, invece, mantiene il suo normale stato di sonno diurno.

A parte il fatto che, profondamente, ho la certezza di aver già risolto tutto, non è cambiato proprio niente.

E, se escludiamo che Mirto nei giorni successivi è un po’ più vitale durante la mattina, non cambia nulla nemmeno nella settimana seguente.

Dentro di me, però, la sicurezza di aver trovato la soluzione scava… cerca l’uscita come fosse sepolta sotto una montagna.

Dopo una settimana, di colpo: ecco il miracolo!

Prende forma con la spontaneità che caratterizza le cose sane e naturali.

Quel lavorio interiore incessante addita l’errore insieme alla soluzione.

Basta cambiare l’ora della pappa!

È così ovvio e semplice.

Come non averci pensato prima?

Eppure… né io, né i parenti, né gli amici o il veterinario… nessuno ci aveva pensato.

L’energia si è raddrizzata e di conseguenza anche il modo di vivere.

Per comodità, preparo la pappa ai cani la sera, dopo il lavoro, nell’unico orario in cui riesco a dedicarmi a loro senza fretta.

Ma mangiare alle venti e trenta per Mirto, evidentemente, è diventato un problema.

Infatti, dopo circa un’ora, deve bere e non può farlo da solo.

E dopo un’altra ora deve fare pipì, e anche questo non può farlo da solo.

Per tante notti siamo andati avanti così: a bere e a fare pipì più e più volte, sino a che le prime luci dell’alba mettevano fine al suo bisogno di movimento e al mio tempo per dormire.

È bastato cambiare l’orario della pappa (dandogli da mangiare al mattino) per vedere il bioritmo di Mirto riallinearsi con i ritmi della luce e del buio, mentre il mio bisogno di dormire ha trovato finalmente il suo giusto compimento durante la notte.

Semplice: come l’energia che scorre limpida e chiara nelle cose di sempre.

La natura muove il mondo e da forma alla realtà, grazie al potere invisibile della sua essenza.

Grazie Ramita, per la tua missione così importante: aiutare tutti gli esseri viventi a ritrovare il contatto con l’energia che sta dietro alle cose.

Grazie, per averci mostrato la forza naturale e invisibile della vita.

Carla Sale Musio

( e Mirto Sale Musio)

Vuoi saperne di più? 

Iscriviti al gruppo Facebook

RAM: Riallineamento Radicale di Ramita Satta

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Nessun commento

Ago 24 2015

LE ROSE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Qualche segno sul volto, fili grigi tra i capelli, l’andatura gravata dai pensieri.

Accanto a lei, un gatto anziano, i passi lenti ma le zampe morbide.

Alle sue carezze, il gatto rispose allungandosi e sbadigliando.

Poi le si adagiò in grembo, consolandola con le fusa.

La mente della donna, intanto, vagava tra i ricordi, nel tempo in cui tutto era più giovane.

*** *** *** *** ***

Viveva da sempre lungo la strada che conduceva al porto: dalla sua casa vedeva le navi arrivare e le immaginava solcare il mare, una volta partite.

Cuciva, ricamava e viveva del suo lavoro.

Un giorno di molti anni prima, vide un uomo avviarsi alla sua casa.

Lo attese sulla porta.

Lui teneva qualcosa tra le braccia: un gatto piccolissimo.

L’uomo le si parò davanti, la salutò.

Era un marinaio, le disse, e doveva partire, ma quel gatto aveva bisogno di cure: lui non poteva occuparsene.

Le rivelò che in tutti quei giorni, da quando era sbarcato, l’aveva osservata dalla strada.

Attraverso le finestre aperte l’aveva vista in casa, sempre sola.

Forse lei poteva prendersi cura del piccolo.

Poi le chiese un bicchier d’acqua: lei, allora, gli tolse l’animaletto dalle braccia.

Era tutto nero, gli occhi verdi splendenti e talmente piccolo che le si raccolse nelle mani.

Lei porse l’acqua all’uomo e lo invitò ad entrare.

Lui la ringraziò, sedette e prese a raccontare.

*** *** *** *** ***

Aveva visto la gatta del porto sfuggire alla furia brutale dei ragazzini: lui amava gli animali e, disse alla donna, non tollerava alcuna violenza contro di loro.

Infatti aveva accolto tra le mani il gattino, bellissimo e nero, che la madre affannata gli aveva affidato, fermando un attimo la corsa disperata e allentando la stretta delle fauci.

Evidentemente i ragazzini volevano tormentarle il figlio, nero com’era.

Allora bastò che lui si alzasse in piedi perché gli inseguitori si fermassero e quando accennò ad accostarsi, assistette alla loro fuga scomposta e tumultuosa.

La gatta, intanto, si era messa in salvo, scomparendo tra le viuzze del porto.

L’uomo si avviò alla nave: quel piccolo forse non era neanche svezzato e aveva bisogno di attenzioni e cure.

Allora lui si ricordò della donna e sperò che avesse un cuore gentile come l’aspetto.

*** *** *** *** ***

Molte cose, però, l’uomo non sapeva: la gatta del porto aveva deciso di affidargli il figlio ben prima di esserne costretta.

Era il suo ultimo nato: lei, nonostante l’età e i pochi denti residui, figliava vigorosa.

Dopo aver partorito il piccolo, lo pulì: e allora il suo colore le straziò il cuore.

La madre sapeva bene cosa molti pensassero dei gatti neri, conosceva le indegne superstizioni degli umani, l’oscena convinzione di scacciare il male, suppliziando quegli esseri inermi.

Purtroppo, non poteva proteggere suo figlio per sempre.

Doveva salvarlo in qualche modo.

Allora cominciò a guardarsi attentamente intorno e fu colpita da quell’uomo, sbarcato da poco: alto, vigoroso, forse leggero e vanesio, ma in fondo generoso.

Lei percepì quel suo valore: a lui avrebbe affidato il proprio figlio, bellissimo e nero.

*** *** *** *** ***

Finito il racconto di quanto sapeva, il marinaio disse che sarebbe tornato il giorno dopo.

E infatti tornò, il giorno dopo e gli altri ancora che precedevano la partenza: carezzava il gatto, si fermava un poco.

Lei si fece coraggio e gli chiese di restare a pranzo.

Lui mangiò di gusto e pensò che forse sarebbe stato bello fermarsi.

Per sempre.

Ma la nave si apprestava a lasciare il porto: la sera che precedeva la partenza, lei lo invitò a cena.

Lui giunse puntuale: le recò in dono una piantina di rose.

*** *** *** *** ***

L’alba del giorno dopo li trovò vicini.

Prima di andar via, la salutò con una dolcezza che lo sorprese.

Quella donna non gli ricordava nessun’altra.

Guardandola negli occhi, le promise che sarebbe tornato e gli pareva di essere sincero.

Lei, invece, aveva un cuore raro, di quelli che sanno aspettare.

E che amano una volta sola.

*** *** *** *** ***

Passarono alcuni anni: lei aveva piantato le rose nel giardino e quelle erano cresciute rigogliose, gialle come il sole.

La donna attendeva che lui adempisse la sacralità delle parole.

Nel mentre il gatto si era fatto adulto: guardandolo ammirata, lei pensava che mai nessuna notte avrebbe superato il nero del suo manto.

Ma talvolta, in tutto quel tempo, la agitavano i ricordi, la nostalgia per le occasioni perdute, per i figli desiderati, per gli abbracci persi e rimpianti.

Poi il dubbio divenne affannoso.

Una mattina, infine, la abbatté lo scoramento e temette che lui avesse dimenticato la promessa. 

Tristemente si convinse che attendere ancora sarebbe stato inutile.

Allora, accompagnata dal gatto, andò in giardino.

Si riempì gli occhi di quella bellezza gialla.

Poi, decise: tagliò tutte le rose, le raccolse a fatica tra le braccia e si recò al porto.

Una per una le gettò in acqua dall’estremità del molo, quella che fronteggiava il mare aperto, battuto dai venti.

*** *** *** *** ***

Ma le onde si stupirono di quel fatto e, ancor di più, s’incantarono per la bellezza delle rose: le videro andare al largo, ma vollero impedire che si perdessero.

Con l’ondeggiare dei loro flutti le accostarono l’una all’altra, dolcemente e con pazienza.

Poi le accudirono, perchè non appassissero: allora i rami continuarono a fiorire e le rose erano così tante che sembrarono un’isola minuscola, intricata e ricca di profumi.

*** *** *** *** ***

Dalla nave un marinaio avvistò qualcosa che sulle carte mancava.

Il capitano, incuriosito, volle vedere da vicino.

E allora si capì che cosa fosse: un intreccio di petali gialli, foglie e rami di rose.

Una piccola isola profumata.

I marinai si stupirono, ma il capitano impallidì.

Le rose, il profumo, il manto nero di un gatto, quella notte lontana…

Quanti anni erano passati?

All’inizio ci aveva pensato spesso, il ricordo di quell’incontro era potente.

Avrebbe anche voluto tornare, ma ogni volta un’altra impresa lo aveva attratto, un nuovo amore lo aveva trattenuto.

Non si era certo dimenticato, ma il tempo per lui era scorso rapido.

E chissà se lei lo aspettava ancora!

Negli anni aveva girato il mondo, era diventato il capitano di quella nave, era ormai ricco grazie ai commerci.

Ora, però, l’odore e la vista delle rose lo avevano riscosso.

Quell’isola profumata lo riportava al passato.

E lo stringeva il ricordo di una promessa.

*** *** *** *** ***

Lungo la strada che conduceva al porto, una figura maschile.

Saliva verso casa.

Lei, incerta, attese sulla porta.

Il gatto nero le si strusciava addosso, presagendo qualcosa.

L’uomo procedeva lentamente e recava dei fiori tra le braccia.

E, finalmente, lei incredula lo riconobbe.

E poi capì.

Erano rose quelle che lui portava.

Un gran mazzo di rose gialle.

Ancora buone da piantare.

Gloria Lai

leggi anche:

io non sono normale: CREDO ALLE FIABE!

IL SOGNO

LA TENEREZZA

IL GIURAMENTO

I DONI

L’OFFERTA

LA BONTA’

IL CERVO

UN AMORE

IL VINO

GLI AGNELLI

IL RITORNO

LA LUNA

LE RONDINI

IL TRENO

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

3 commenti

Ago 18 2015

PERCHÉ LE DIETE NON FUNZIONANO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Dieta: che parola terribile!

Evoca scenari di sofferenza e suscita un insopportabile senso di fame!

Per seguire una dieta occorre fare appello a un’enorme forza di volontà, armarsi di determinazione e scegliere le motivazioni giuste, altrimenti si rischia di bloccarsi alla fase della progettazione, senza riuscire mai a intraprendere il percorso di cambiamento necessario.

Le restrizioni alimentari, infatti, indispettiscono il bambino interiore, scontrandosi con la dipendenza generata dalla maggior parte delle vivande che consumiamo abitualmente.

Perciò, chi decide di apportare delle modifiche nel proprio stile alimentare, spesso, deve fare i conti con una valanga di malesseri, sia psicologi che fisici.

Le farine e gli zuccheri raffinati, il caffè, gli alcolici e tutti i prodotti di origine animale provocano il bisogno fisiologico di consumarne dosi progressivamente maggiori e spingono ad abusarne.

E’ la ragione per cui, col passare degli anni, le persone tendono a ingrassare e diventa così difficile moderare le porzioni.

Con l’avanzare dell’età, infatti, l’attività fisica si riduce e la quantità di cibo che consumiamo giornalmente dovrebbe diminuire in proporzione.

Tuttavia, l’assuefazione indotta dagli alimenti scatena il bisogno compulsivo di ingerirne quantità sempre maggiori.

Perciò, nonostante i tentativi volti a limitare i pasti, l’età si accompagna sempre a un appesantimento della figura e a una serie di disturbi (considerati inevitabili) che sono la diretta conseguenza dell’affaticamento cui sottoponiamo il sistema digestivo e della mancanza di nutrienti adeguati a sfamare davvero le cellule del corpo.

I cibi elaborati e manipolati, che fanno parte della nostra tradizione culinaria, durante il processo lavorativo perdono la maggior parte delle sostanze di cui l’organismo ha bisogno per vivere, lasciando le cellule deprivate e affamate, e inducendo un cronico desiderio di cibo.

A questa già grave mancanza di nutrienti si aggiunge il bisogno psicologico del nostro bambino interiore affamato che urla la sua solitudine e il suo desiderio d’amore ingozzandosi a più non posso di alimenti che creano dipendenza e che ha imparato a utilizzare come sostituti delle relazioni affettive negate.

Ogni scusa diventa l’occasione per mangiare:

  • Il capo ti ha rimproverato? Fatti una bella scorpacciata e vedrai che il malumore sparisce subito!

  • Il tuo partner ti ha lasciato? Concediti un po’ di stravizi alimentari e annega le preoccupazioni in un bel bicchiere di vino, vedrai che la vita sembrerà meno cupa!

  • Hai ottenuto un aumento di stipendio? Fai festa con una bella cena ricca di portate e di calorie!

  • É il tuo compleanno? Ti sei laureato? Hai finalmente trovato un lavoro? Ti sposi? Be’… allora… la mangiata è d’obbligo! Altrimenti come si fa a divertirsi?!

Ci sono sempre mille buone ragioni per abbuffarsi e poche o nessuna per limitarsi.

Questo rende difficilissimo intraprendere una dieta, cioè un cambiamento nelle abitudini malsane che coltiviamo e che reggono il fiorente mercato alimentare, ricco di interessi economici assai lontani dal benessere e dalla salute dei consumatori.

Fare una dieta significa studiare e scegliere di modificare il modo di nutrirsi, imparando a selezionare le informazioni e a valutarne la veridicità con il proprio giudizio, piuttosto che affidare ad altri (medici, nutrizionisti, dietologi ed esperti di ogni tipo) la gestione della propria salute e della propria vita.

Viviamo in un mondo che insegna a delegare piuttosto che ad assumersi le responsabilità.

Affidiamo la nostra salute al medico, la nostra cultura alla scuola, i nostri guadagni alle banche, la nostra anima al prete, e la nostra informazione ai mass media… è difficile pensare di poter essere noi gli esperti in materia di noi stessi!

Ma è uno sforzo che bisogna affrontare per uscire dalle sabbie mobili di una società basata sul profitto invece che sulla salute, sull’indottrinamento invece che sulla responsabilità, sull’ubbidienza invece che sulla capacità di mettersi in gioco, sul dogmatismo invece che sulla libertà, sulla competizione invece che sulla cooperazione, sull’omologazione invece che sulla creatività.

Soltanto studiando e soppesando le informazioni in base ai nostri personali criteri di valutazione, potremo affrontare un cambiamento alimentare che sia rispettoso della salute e del bisogno reale di nutrimento, non solo fisico ma anche affettivo.

La fame, infatti, spesso nasconde desideri inespressi che hanno ben poco a che vedere con l’alimentazione e che trasformano il cibo in uno psicofarmaco miracoloso, capace di sedare quell’indomabile desiderio di autenticità che ogni tanto morsica il cuore.

Perché una dieta funzioni, oltre alla verifica delle reali necessità nutritive, perciò, è necessario valutare anche le esigenze emotive inespresse e creare dentro di sé lo spazio per accoglierle, nonostante il loro scarso valore sul piano del consenso sociale.

Mi riferisco: alla rabbia, all’irritazione, al disprezzo, al desiderio di vendetta, alla paura, alla vigliaccheria, all’egoismo…

Ma anche all’autoaffermazione, alla creatività, alla sensibilità, alla capacità di sognare… e a tutti quei bisogni che, per una ragione o per l’altra, non possono essere dichiarati liberamente, nemmeno a se stessi.

Bisogni che trovano un sedativo, economico e facilmente reperibile, in qualcosa di saporito da ingurgitare… poco importa se fa bene o male alla salute!

Le diete non funzionano e di solito finiscono per essere abbandonate dopo un po’, a vantaggio di un’alimentazione sbagliata e palesemente in contrasto con i nostri bisogni profondi.

Per raggiungere un cambiamento nell’alimentazione è necessario apportare un cambiamento anche nel nostro modo di vivere e nei pensieri che lo sottendono, imparando ad assumerci la responsabilità di noi stessi, senza delegare a nessuno la gestione della nostra vita.

Solo così potremo compiere le scelte adeguate per la nostra salute.

Scelte che non riguardano soltanto ciò che mangiamo ma anche ciò che ci permettiamo di pensare.

Per cambiare dieta (e per cambiare il mondo) occorre fare una rivoluzione dentro di sé e imparare ad assumersi completamente la responsabilità di se stessi.

Carla Sale Musio

leggi anche:

GLI EFFETTI DEI CIBI SULLA PSICHE

INFORMAZIONI CONTRADDITTORIE

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

2 commenti

Ago 12 2015

SEPARAZIONE E RESPONSABILITÀ

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La separazione è un passaggio di crescita, delicato e importantissimo, verso il raggiungimento di una più profonda maturità affettiva.

Sciogliere un matrimonio significa fare i conti con se stessi e con le proprie responsabilità.

Durante la vita coniugale, l’abitudine a condividere ogni scelta conduce facilmente a incolpare il coniuge dei propri fallimenti e delle proprie paure, permettendo all’immagine idealizzata di sé di crescere al riparo da pericolosi confronti con la realtà.

“Se fosse per me… ma la mia metà non è d’accordo!”

Frasi come questa, consentono di non confrontarsi con le scelte e con i bisogni personali e allontanano da un ascolto autentico di se stessi, delegando al partner tutte le responsabilità.

La separazione è un momento insostituibile dell’evoluzione affettiva.

Infatti, la scelta di non condividere insieme l’esistenza, costringe a osservare se stessi con autenticità e a misurarsi anche con gli aspetti meno edificanti del proprio modo di essere.

Chi si separa deve affrontare il fallimento di un progetto di vita insieme.

Un progetto in cui ha creduto fino al punto di vincolarsi legalmente e che, di sicuro, non aveva previsto di dover abbandonare.

Rinunciare alla vita matrimoniale e ritrovarsi improvvisamente single significa esaminare le ragioni che hanno causato la fine del matrimonio, assumendosi l’onere dei propri sbagli e della propria inesperienza.

La capacità di prendere su di sé ogni responsabilità, anche quando le cose che non vanno secondo i nostri piani, determina un’importante crescita psicologica e, paradossalmente, schiude nuovi orizzonti all’amore.

Nei momenti magici dell’innamoramento, infatti, è facile fare progetti e lasciarsi trasportare dall’entusiasmo.

Nelle difficoltà e nella solitudine, invece, emerge l’autenticità delle persone e si fa strada una nuova comprensione di se stessi e degli altri che amplifica la capacità di voler bene.

I fallimenti indicano cosa va migliorato e ci offrono un’occasione preziosa di cambiamento.

Guardare i propri difetti, rinunciando alla pretesa di apparire migliori, è un passaggio difficile che tanti preferiscono nascondere sotto la coltre spessa delle buone ragioni per cui è meglio evitare di sciogliere un matrimonio.

E’ più facile, infatti, lasciare che le abitudini si trascinino un giorno dopo l’altro, piuttosto che affrontare il fallimento dei progetti costruiti insieme.

La religione dà man forte alla paura del cambiamento, sostenendo la rinuncia alla crescita emotiva in favore di una convivenza senza emozione, fatta di abnegazione e sacrificio.

Gli psicologi, invece, affermano che lo sviluppo affettivo non deve bloccarsi e, quando in un rapporto mancano l’intimità e la reciprocità, diventa necessario rimboccarsi le maniche e assecondare la crescita, anche quando questo comporta la fine del matrimonio.

Ciò che è stato unito da Dio non può essere sciolto dagli uomini!”

Affermano con autorità i ministri della Chiesa, ma per gli psicologi sono gli uomini a delegare a Dio tutte le responsabilità, senza doversi caricare il peso delle proprie scelte e dei propri sbagli.

Nella separazione, infatti, le colpe vanno sempre divise a metà e, quando si raggiunge quel punto di non ritorno, nessuno può evitare di guardare le implicazioni personali.

Questo non vuol dire, però, che l’amore sia finito.

L’amore difficilmente finisce, più spesso… cambia!

L’autonomia è un passaggio importante della crescita affettiva.

Quando ci si lascia liberi di imboccare strade diverse, l’abnegazione cede il posto alla comprensione, determinando una competenza affettiva che trasforma il coinvolgimento del passato in considerazione, stima e solidarietà nel presente.

E’ facile amarsi quando si condividono interessi, progetti, idee e passioni.

Ben diversi sono invece gli entusiasmi quando la vita ci chiede di seguire percorsi differenti.

In questi casi il coinvolgimento si trasforma in rispetto, sviluppando la capacità di lasciarsi liberi, piuttosto che costringersi a vivere dentro una reciprocità artificiosa e non condivisa interiormente.

La separazione è quel momento della crescita affettiva in cui l’amore, rinunciando per sempre al possesso, tocca la profondità dell’autonomia, e sviluppa la libertà insieme al rispetto.

Per noi stessi e per chi abbiamo amato.

Carla Sale Musio

leggi anche:

FACCIAMO FINTA DI AMARCI… PER I FIGLI

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

2 commenti

Ago 06 2015

GLI EFFETTI DEI CIBI SULLA PSICHE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Da bambini ci abituiamo a mangiare certi alimenti e a rifiutarne altri, in armonia con le usanze della nostra famiglia e con le tradizioni del paese in cui siamo nati.

I grandi ci insegnano ad apprezzare il sapore, l’odore e la consistenza dei cibi e ci spiegano che sono necessari per crescere sani e forti.

La cultura gastronomica che abbiamo ricevuto tra le mura domestiche determina in noi una “competenza alimentare” che, con la maturità, difficilmente verrà messa in discussione.

A parte alcuni casi particolari (una malattia, un percorso spirituale, una nuova consapevolezza ecologica, il trasferimento in un paese straniero…) i piatti che abbiamo assaporato da piccoli diventano per noi l’emblema della “nutrizione corretta” e, crescendo, non andremo a verificare se i presupposti alimentari su cui si basano siano salutari oppure no.

Come per tante altre acquisizioni, ciò che abbiamo imparato entra a far parte delle abitudini e non viene più messo in discussione.

È per questo che, nonostante la mole di ricerche volte a dimostrare quanto la maggior parte di ciò che mangiamo sia dannoso per la salute e provochi l’insorgere di gravi malattie, preferiamo focalizzare l’attenzione sulle immagini colorate stampate sopra agli involucri degli alimenti piuttosto che valutarne i componenti e i metodi di lavorazione.

Convinti di aver ricevuto in famiglia un’adeguata preparazione alimentare, continuiamo a ignorare i principi fondamentali della nutrizione sana e ci scordiamo che la manipolazione  industriale priva i cibi delle loro proprietà vitali, riempiendoli di sostanze tossiche.

Durante le preparazioni e i procedimenti di conservazione, infatti, la maggior parte delle qualità nutritive va perduta e il sostentamento che otteniamo dalle pietanze è, sempre più spesso, solamente psicologico.

Mangiare soddisfa il bisogno di gratificarci e ha ben poco a che vedere con l’assimilazione dei nutrienti necessari a mantenerci in buona salute.

Abbiamo trasformato l’alimentazione in una pausa ricreativa e su questo presupposto ludico coltiviamo una gastronomia che con la nutrizione ha ben poco a che vedere.

Nei nostri pasti ciò che conta, infatti, non sono le sostanze nutritive ma il piacere che riusciamo a procurarci mettendo qualcosa di buono sotto ai denti.

Un piacere: legato principalmente al gusto e al bisogno di staccare la spina dai ritmi frenetici della giornata.

Via libera quindi a tutti quegli alimenti che permettono di affievolire la tensione creando un delizioso intorpidimento nel corpo e nella mente, e che aiutano a dimenticare le preoccupazioni quotidiane, spegnendo i pensieri almeno per un po’.

Alimenti che, per ottenere il loro magico effetto antistress, devono impegnare a lungo il sistema digestivo e che, per mantenere inalterata la loro efficacia, generano il bisogno di aumentare progressivamente le dosi fino a renderci assuefatti e dipendenti.

È risaputo che uno stile alimentare basato sul consumo di frutta e verdura fresca è più salutare dei tanti appetitosi manicaretti con cui soddisfiamo la nostra insaziabile voracità.

Scegliere di consumare solo alimenti idonei alla salute, però, è una decisione adatta a pochi coraggiosi, capaci di combattere le inevitabili crisi di astinenza (conseguenti all’abbandono del cibo spazzatura) con una forte motivazione.

La maggior parte delle persone preferisce nutrire la convinzione: 

  • che la carne sia indispensabile per le proteine

  • che i latticini servano a sintetizzare il calcio nelle ossa

  • che le uova siano l’unica fonte di vitamina D

  • che lo zucchero faccia bene al cervello 

  • e che le farine raffinate forniscano carboidrati capaci di trasformarsi in energia lungo tutto l’arco della giornata

Convinzioni contestate dalle ricerche e dall’esperienza medica (intolleranze, allergie, diabete, cancro… sono solo alcuni esempi) ma radicate nella mente di chi a certi cibi non riesce più a rinunciare perché la dipendenza ha preso il sopravvento sull’obiettività.

É per questo che ci sentiamo bene cucinando e condividendo proprio quelle pietanze che promettono di tenere impegnata a lungo la digestione, assicurando quel meraviglioso ottundimento che allevia la pressione emotiva.

Cibi come antidepressivi, quindi.

Economici e facilmente reperibili.

Cibi che non placano i bisogni del corpo e che mantengono viva la fame, garantendo una vendita illimitata di prodotti.

Cibi che spengono i pensieri e la coscienza, lasciandoci credere in una libertà di scelta basata sulla disponibilità degli articoli, invece che sulla qualità.

Cibi che annegano il bisogno di riposo e l’attenzione dentro un fiume di incoscienza e di tossicità.

Tutto quello che mangiamo per abitudine e Perché si è sempre fatto così! ha un effetto potente sulla psiche: inibisce l’ascolto del corpo e la capacità di riconoscerne la naturale semplicità, fatta di movimento, di aria buona, di frutti freschi coltivati con amore, di rispetto per la vita e per il pianeta.

Carla Sale Musio

leggi anche:

UCCIDERSI UN POCO ALLA VOLTA…

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

5 commenti