Archive for Settembre, 2015

Set 29 2015

VORREI SEPARARMI MA…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando si affronta una separazione, è molto facile addossare sul coniuge le responsabilità della crisi matrimoniale.

Il desiderio di evitare la presa in carico delle proprie responsabilità è sempre in agguato e invita a deformare gli eventi, modellandoli dentro scenari più generosi e lusinghieri della stima di sé.

“È colpa sua se il matrimonio è arrivato al capolinea! Non ha saputo ascoltarmi, comprendermi, apprezzarmi, coinvolgermi, amarmi… “

La lista potrebbe continuare all’infinito.

Sentendoci vittime di una delusione devastante, ci apriamo all’idea di proseguire da soli il nostro percorso di vita, immaginando che il partner paghi le conseguenze della sua crudele mancanza di reciprocità.

Ma poi… il senso di colpa che fa seguito ai desideri di vendetta, si trasforma in un alibi che nasconde la paura del cambiamento, sotto un’infinità di pretesti per restare.

“Senza di me… morirà! Non posso andarmene!”

Sciogliere un matrimonio significa rimboccarsi le maniche e cominciare a cambiare da soli le cose che non ci piacciono più, affrontando con coraggio la solitudine e il fallimento dei progetti costruiti insieme.

L’inadeguatezza, la perdita di fiducia (in se stessi e nella vita), la sensazione di aver sbagliato tutto e il disorientamento che ne consegue, accompagnano sempre la decisione di separarsi, provocando una ferita nell’autostima, che si rimarginerà solo col tempo, quando una nuova consapevolezza di sé e dell’amore avrà preso forma nel mondo interiore.

Il bisogno di preservare l’immagine idealizzata che abbiamo costruito per nascondere le insicurezze e i lati negativi del nostro carattere, ci spinge a sottovalutare le mancanze personali per focalizzare l’attenzione esclusivamente sui difetti e sulle difficoltà dell’altro.

Il coniuge diventa così l’unico responsabile delle problematiche che hanno azzerato l’amore e per sfuggire il tumulto che sconvolge il mondo interiore, ogni volta che è necessario affrontare una trasformazione, si finisce per proiettare su di lui tutte quelle difficoltà che non è possibile ammettere in se stessi.

Il bisogno narcisistico di evitare le responsabilità, la solitudine e i cambiamenti, fa sì che la persona che un tempo ci faceva sentire il batticuore e le farfalle nello stomaco si trasformi in un essere terribile, colpevole, egoista e svantaggiato, così infelice da incatenarci, con le sue difficoltà, ad una vita di coppia priva di entusiasmo e di significato.

“Vorrei tanto separarmi ma lui (o lei) finirebbe per fare qualche sciocchezza e non posso avere questo peso sulla coscienza!”

La paura di una pericolosa depressione o di ripercussioni gravi sulla vita dei figli danno forma a un alibi inattaccabile che consente di rimandare all’infinito il temuto confronto con la propria autonomia.

In genere, questi resoconti carichi di sciagure nascondono la paura di non farcela a proseguire da soli e il bisogno di occultare la dipendenza emotiva dietro le innumerevoli defaillance del partner.

L’angoscia che l’altro non riesca a sopravvivere senza il nostro aiuto, nasconde una presunta superiorità e alimenta il narcisismo e l’onnipotenza infantile, evitandoci ogni doloroso confronto con la realtà.

Prendono forma in questo modo tante storie di separazioni impossibili, nascono dalla paura di affrontare una vita diversa e incatenano marito e moglie dentro un gioco al massacro in cui, impersonando i ruoli della vittima protettiva e del carnefice disabile, si evita ogni cambiamento necessario a far evolvere la relazione.

Separarsi è sempre un gesto d’amore che restituisce all’altro e a se stessi la libertà, la dignità e la responsabilità della propria esistenza.

Erigersi a tutore di un coniuge emotivamente incapace e povero di risorse, priva se stessi e il partner della stima e della considerazione indispensabili per avere un rapporto di reciprocità, alienando la gestione della propria vita dietro una presunta, e mai realmente diagnosticata, infermità mentale.

Spesso, questa ostentata benevolenza nasconde sentimenti inespressi di rabbia e di disprezzo, che puniscono il partner negandogli sordidamente il diritto a rifarsi una vita.

Andando incontro a una separazione, perciò, è indispensabile evitare di focalizzarsi sui bisogni del coniuge, permettendosi e permettendogli la libertà di esprimere le proprie necessità e le proprie scelte.

Necessità e scelte che, inevitabilmente, saranno in contrasto e che, proprio per questo, andranno gestite autonomamente da ciascuno, senza interferenze salvifiche da parte dell’altro.

Separarsi significa lasciarsi liberi.

Liberi di essere diversi.

Liberi di deludere per seguire il proprio percorso.

Liberi di ricominciare.

Liberi di gestire ognuno il proprio cambiamento.

È un cammino lungo e difficile perché non è possibile concedere la libertà se prima non l’abbiamo conquistata in noi stessi.

Tenere incatenato il partner, con la scusa della sua inabilità a stare solo, nasconde la pretesa onnipotente di non cambiare niente e coltiva il disprezzo per se stessi e per l’altro, alimentando un legame privo di amore.

Permettersi l’autonomia significa concedere la stessa indipendenza, e crea le premesse perché il rapporto possa evolvere nella fiducia e nel rispetto.

Non sempre vivere insieme è la forma più alta dell’amore.

Talvolta è soltanto un modo per garantirsi il possesso e nascondere abilmente la paura di camminare con le proprie gambe.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SEPARAZIONE E RESPONSABILITÀ

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Set 23 2015

IL MIELE

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Decise di ritirarsi in campagna.

Aveva una casa e un terreno, qualche risparmio da parte e la voglia impellente di stare da solo.

Annoiato dalla città, tediato dalla gente, deluso dalle donne.

Allora preferì una solitudine ricca di pensieri ad una vita insieme, magari noiosa o piena di recriminazioni o densa di intolleranze.

Con se stesso trovava un equilibrio calmo, il senso sereno delle cose.

Suo padre avrebbe approvato la sua scelta, lui così orgoglioso di quel fazzoletto di terra e di quella casa, semplice e confortevole dove, appena poteva, andava a riposare, a badare ai fiori, a curare l’orto.

Tutte le domeniche, poi, le trascorrevano lì in campagna.

Finchè era piccolo, il figlio stava con i genitori, ma quando crebbe, gli sembrò di sprecare tempo ad accompagnarli: lasciò che i suoi vecchi andassero da soli.

Poi si trasferirono a viverci il loro ultimo tempo.

Lui, invece, rimase in città: il lavoro, gli amici, le donne, le uscite, gli svaghi.

Nella casa in campagna si recò solo qualche volta.

Poi tornò per salutare i suoi quando, prima l’uno poi l’altra, se ne andarono quietamente, sereni e pacati come erano vissuti.

*** *** *** *** *** *** ***

Ma col tempo una noia crescente, un’insoddisfazione imprecisa, un tedio quasi giornaliero.

Finito anche l’ultimo amore, il più sofferto, decise di chiudere con i sentimenti e appena poté, abbandonò il lavoro, non sopportando più la quotidianità dell’ufficio, i caffè insapori alla macchinetta, le battute grevi di qualche collega.

*** *** *** *** *** *** ***

Ci volle un po’ a sistemare il giardino, ma la terra non lo tradì.

Cominciarono a rinverdire le siepi e sbocciarono i fiori , poi prese vigore anche l’orto.

Lui scoprì il conforto dell’alba, scrutata al risveglio, e la consolazione di una cena serena all’imbrunire.

E poi sentiva che in quelle stanze, dove negli ultimi anni i suoi avevano vissuto, lo accoglieva un affetto infinito, la dolcezza di un abbraccio leggero.

*** *** *** *** *** *** ***

Molte cose della vita in campagna lo stupivano: i colori, gli odori, la fatica immensa degli insetti.

Più di tutto lo colpì il volo fattivo delle api: ammirava i loro corpi operosi, il rovistare tra i fiori.

Oltre il campo, le arnie del vicino: ogni tanto scambiava con lui due parole.

Quello gli fece assaggiare il miele delle sue api, orgoglioso per le lodi sincere che l’altro gli rivolse.

*** *** *** *** *** *** ***

Sul davanzale della finestra lui aveva dei vasi di fiori, che attiravano insetti.

Guardando attentamente le api, prese a distinguerne una, armoniosa e sottile.

Bella davvero.

Prima pensava che quegli insetti fossero tutti uguali, ma riconosceva le forme leggere e le dimensioni perfette, quando la vedeva intenta sui vasi.

Si informò dal vicino.

Quello gli spiegò che le autunnali erano più longeve delle api estive.

Lui non chiese il perché, ma si consolò.

Era autunno e l’ape che ammirava sarebbe vissuta ancora qualche tempo.

Guardandola, lui si diceva che al mondo c’erano cose più importanti: le grandi scelte politiche, l’economia, la violenza, la fame, la sofferenza degli umili, la gioia e il dolore.

Ma, riflettendo, si convinse che anche nell’esile perfezione di quella creatura vibrava l’anima del mondo.

E il suo respiro eterno.

*** *** *** *** *** *** ***

Una mattina, però, nell’aprire le imposte, la trovò adagiata sul dorso, il corpo incurvato, le ali accostate.

Era andata a morire proprio su quel davanzale, forse estenuata, forse ormai troppo anziana.

Accanto alle zampe rapprese, colto da stupore commosso, lui vide brillare una goccia di miele, ambrata e splendente.

E volle pensare che fosse il dono prezioso ed estremo che lei gli aveva portato.

*** *** *** *** *** *** ***

Certo, c’erano cose ben più importanti: le grandi scelte politiche, l’economia, la violenza, la fame, la sofferenza degli umili, la gioia e il dolore.

Ma la vita e la morte avevano ovunque la stessa potenza, lo stesso mistero velato.

E recavano insieme l’arcana magia dell’eterno.

*** *** *** *** *** *** ***

Una sera, una voce di donna oltre il giardino: lui si affacciò.

Passava così poca gente da quelle parti.

Le andò accanto e lei chiese aiuto, perché si era confusa e aveva sbagliato percorso.

E, disse, aveva lasciato la macchina appena oltre il viale d’accesso.

Lui si offrì di condurre la donna alla strada che lei aveva mancato.

Poi la guardò.

Era matura e gradevole.

Il volto aperto, l’aspetto cordiale.

Si avviarono all’auto e lui rallentò per procedere insieme.

Ma una volta arrivati, si stupì a scrutarla negli occhi: brillavano di un riflesso caldo, avevano un colore raro.

Castano chiaro ed ambrato.

Splendevano proprio come gocce di miele.

Gloria Lai

leggi anche:

io non sono normale: CREDO ALLE FIABE!

IL SOGNO

LA TENEREZZA

IL GIURAMENTO

I DONI

L’OFFERTA

LA BONTA’

IL CERVO

UN AMORE

IL VINO

GLI AGNELLI

IL RITORNO

LA LUNA

LE RONDINI

IL TRENO

LE ROSE

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Set 17 2015

É in arrivo il libro: LA PERSONALITÀ CREATIVA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Prossimamente in tutti gli store on line (Amazon, Kobo, Apple, Google Play, Ibs, Feltrinelli, Mondadori, Barnes&Noble…) e in molte librerie, sarà possibile acquistare il mio libro: 

LA PERSONALITÀ CREATIVA 

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita 

che raccoglie i post sulla personalità creativa, pubblicati dal 2011 a oggi, più diversi articoli ancora inediti.

Ricco di storie vere, tratte dalla mia esperienza clinica, questo blog book illustra le difficoltà e i punti di forza di chi possiede un animo profondamente libero e perciò incapace di sottomettersi alle leggi di una società basata sulla sopraffazione e sull’annientamento della sensibilità e dell’espressività individuale.

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“La creatività e l’empatia sono le uniche armi 

in grado di contrastare la violenza 

che sta distruggendo il mondo, 

e capaci di costruire una società 

fondata sulla cooperazione 

e sull’accoglienza di tutte le diversità.”

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Avere una personalità di questo tipo non è facile, in una realtà che sembra fatta apposta per demonizzare la sensibilità e l’unicità di ciascuno.

Nasciamo ricchi di curiosità e coraggio, desiderosi di imparare e pronti a condividere le nostre risorse nel mondo.

Ma uno stile educativo autoritario e arrogante, impedisce alla creatività di emergere e ridicolizza la sensibilità, modellando adulti pronti a seguire i dettami del più forte pur di sentirsi riconosciuti e approvati.

È in questo modo che la creatività e l’empatia cedono il posto all’indifferenza e al cinismo che ammalano la società umana e che generano tante patologie psicologiche.

Alcune persone, però, non riescono a sopprimere l’emotività e mantengono un contatto costante con la propria interiorità, nonostante le difficoltà che questo causa loro, soprattutto quando sono molto giovani.

Sono uomini e donne incapaci di sottomettersi ai dettami del conformismo, portatori di un’indomabile poliedricità, di una profonda sensibilità e di una grande inventiva.

Sono loro che possiedono una personalità creativa e a loro è dedicato questo libro, che spiega, con un linguaggio immediato e privo di tecnicismi, la profondità di chi percepisce la vita con tutti i sensi: fisici, psichici, empatici e sottili.

Carla Sale Musio

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Set 11 2015

AMARSI OLTRE IL TEMPO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ci sono legami così profondi e duraturi da sfidare le coordinate spaziotemporali in cui ci muoviamo abitualmente, per raggiungere una dimensione rarefatta e impalpabile della coscienza, un territorio in cui l’amore è l’unico codice in grado di dare forma alla realtà.

Esiste uno spazio incorporeo, mosso da leggi diverse da quelle cui siamo abituati nella fisicità, un luogo colmo di verità e di emozione e privo di maschere: è lì che tutti noi sperimentiamo e condividiamo i sentimenti più profondi.

Spesso senza saperlo.

Ci sono anime che prendono su di sé il compito di ricordarci l’esistenza di questa realtà, fatta di coinvolgimento, fiducia e abbandono.

Creature che scelgono di portare un messaggio profondo nella nostra esistenza materiale, malata di cinismo e indifferenza.

Esseri venuti a ricordarci che siamo qui per canalizzare l’amore e far risuonare le sue frequenze più elevate.

Sono persone speciali, capaci di creare un ponte tra l’impalpabilità delle emozioni e il nostro mondo pieno di difficoltà, in modo che l’indomabile energia dei sentimenti possa infondere la sua miracolosa vitalità dappertutto.

Queste persone, a volte, affrontano prove difficili perché, proprio nelle difficoltà, emergono la saggezza e la forza emotiva.

Sembra che sappiano già quali compiti il destino ha in serbo per loro e accolgono la vita con una maestria che lascia sconcertati e ammirati insieme.

La morte imprevista e prematura può essere una di quelle esperienze.

In questi casi, il dolore, che accompagna chi resta, diventa un limite che impedisce all’amore di scorrere libero tra le dimensioni.

La mancanza fisica spinge a ricercare chi non c’è più, oltre la materialità, nel mondo inafferrabile dei sentimenti.

Il desiderio di incontrarsi costringe a sfidare il limite che impedisce all’amore la sua naturale continuità, e libera la creatività necessaria a vincere quelle barriere mentali che ci intrappolano dentro schemi di pensiero precostituiti e pesanti.

Occorre fare un salto quantico per incontrare chi non ha più corpo e vive, senza spazio né tempo, nei luoghi dell’amore.

Ma, oltre le dimensioni materiali, il cuore conosce realtà che i sensi fisici non possono raggiungere e sviluppa percezioni diverse, adatte a ritrovarsi fuori dallo spazio, dal tempo e dal corpo.

Ci sono legami così profondi da superare anche la prova più difficile: quella della morte.

Sono unioni capaci di costruire una continuità tra dimensioni diverse, per dare forma a un’intesa che vibra contemporaneamente: nel tempo e nell’eternità.

Esistono persone speciali in grado di affrontare il dolore fino a ritrovarsi in un’immortalità fatta dei gesti di sempre e della coscienza infinita che li attraversa.

Persone nascoste nella quotidianità e brillanti di luce interiore, venute a insegnarci che l’amore è l’unica energia che muove il mondo e dà forma alla vita.

L’unica legge che non chiede rispetto perché esiste in una dimensione fatta di riconoscimento e autenticità.

L’amore è un’energia che afferma la reciprocità in ogni istante e trasforma il dolore in saggezza, comprensione e verità, modellando l’unione in un eterno SEMPRE condiviso.

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STORIE D’AMORE SENZA CONFINI

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Non se lo erano mai dette, però lo sapevano tutt’e due.

Madre e figlia sapevano che il loro incontro sulla terra sarebbe stato breve.

C’era sempre una punta di paura nel cuore, unita alla certezza che niente avrebbe potuto separarle davvero.

Così, a dispetto dei consigli dei parenti, degli amici e degli psicologi, avevano trascorso troppo tempo insieme.

Tutto il tempo a disposizione.

E in quel tempo si erano preparate al distacco e al compito che, entrambe, avevano scelto: ritrovarsi oltre le dimensioni.

Poi il giorno terribile arrivò, inesorabile e naturale come le cose della vita.

La madre morì.

La diagnosi: carcinoma epatico.

Ma la figlia sapeva che era arrivato il momento.

Non passò molto tempo che la mamma si presentò nei sogni e poi in tante percezioni quotidiane.

La ragazza ne riconosceva la presenza in quella sensazione di familiarità che, di colpo, permeava ogni cosa.

Cominciarono a dialogare.

Mentalmente.

Una domanda fatta di pensiero, cui seguiva immediata la risposta!

Così veloce che diventò necessario scrivere e dare forma a un sapere che altrimenti scivolava come acqua tra le dita.

Le spiegava com’era fatto il mondo immateriale in cui adesso si riconosceva.

Era il compito che insieme avevano scelto: creare un ponte tra le dimensioni per raccontarsi la vita.

E scoprire che niente può fermare l’amore.

Nemmeno la morte.

* * *

Sapevano entrambi che il tempo per loro sarebbe stato poco, perciò si sposarono in fretta, prima che la morte arrivasse a separarli.

Lui voleva lasciarle la casa.

Lei voleva sentirsi sua, per sempre.

I parenti non erano d’accordo ma loro due erano già una cosa sola e diventare marito e moglie era soltanto una tappa lungo un percorso condiviso.

Il passo successivo: comunicare ancora.

Lui individuò il medium e, quando lei l’interpellò, quello acconsentì a far loro da tramite.

Arrivarono tante lettere.

La scrittura dava forma all’amore.

Lui voleva proteggerla sempre.

Lei voleva sentirlo vicino.

Poi scoprirono insieme uno spazio interiore.

Le parole a quel punto non servivano più.

La presenza si fece costante.

Adesso lui è un testimone devoto nella sua vita, pronto ad accoglierla con la sua energia tutte le volte che lei si sente sola.

Il loro è un matrimonio profondo, fatto di un’intima e costante quotidianità.

Hanno imparato a vivere insieme a dispetto della fisicità.

* * *

Quando le dissero dell’incidente, Federica non ci poteva credere: il suo unico meraviglioso figlio morto per colpa della distrazione di un cretino!

Pensò che sarebbe stato meglio morire con lui! 

Giurò che lo avrebbe ritrovato!

A tutti i costi.

Voleva riabbracciarlo, sentire le sue risate e le sue canzoni.

Poi quel messaggio nella segreteria:

“Mamma sono io, sto bene, sono qui!”

La voce chiara di lui le sembra quasi uno scherzo.

Ma Federica riconosce suo figlio.

Allora è vivo!

Da quel momento prese a parlargli.

E sentiva che lui le rispondeva.

Con pazienza e col tempo imparò a capirlo: doveva lasciar perdere gli stimoli del corpo, dimenticare il dolore e permettere che le raccontasse dov’era.

La gioia di averlo ritrovato colmava la fatica che faceva a spostarsi in quella dimensione rarefatta dove adesso era lui.

Comprese che suo figlio era un maestro venuto a rivelarle i segreti della vita e il miracolo della morte.

Difficile da raccontare.

Spiegare che un velo invisibile impedisce le comunicazioni e che basta spostarlo per ritrovare chi credevamo di aver perso per sempre.

Federica dice che il mondo per lei ha cambiato prospettiva.

Molti non la capiscono, tanti la ammirano.

Lei serba nel cuore il suo segreto.

Un figlio è un amore per sempre e bisogna capirlo, qualsiasi sia il percorso che sceglie di intraprendere.

Carla Sale Musio

leggi anche:

INCONTRARSI DOPO LA MORTE

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Set 05 2015

AFFRONTARE LA TOSSICODIPENDENZA ALIMENTARE

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È così difficile che sembra impossibile! 

Smettere di consumare carne, latte, formaggio, uova, pane, pizza, dolci, vino, birra, zucchero, caffè… insomma, tutto!!!

Rinunciare alle cose che siamo abituati a mangiare normalmente fa venire i capelli dritti.

E provoca reazioni ostili e colme di rabbia.

“Allora dobbiamo vivere d’aria?! Che esagerazione! A che scopo privarci di tutte le cose buone? Tanto, in qualche modo si deve morire!”

L’alimentazione è un argomento pericoloso.

Andare a sollevare il velo che nasconde la dipendenza dal cibo non conviene, si rischia di suscitare reazioni incontrollate e forti antipatie.

Ognuno di noi coltiva, in segreto, la propria assuefazione alimentare e, come tutti i tossicodipendenti, non ama ammetterla né, tantomeno, parlarne, ma preferisce ignorarla, raccontando a se stesso e al mondo che può decidere di smettere quando vuole!

Proprio come per tutte le dipendenze, però, la realtà é molto diversa dalle percezioni soggettive (edulcorate dal bisogno inconscio di non sospendere l’assunzione delle sostanze tossiche) e rinunciare alla dose quotidiana di veleno provoca terribili crisi di astinenza, scatenando vissuti d’impotenza e fallimento, che mettono a dura prova il sistema psichico e fisico.

Per questo, cambiare modo di mangiare è un’impresa irta d’insidie.

A stomaco pieno o in fase di progettazione tutto sembra facile e realizzabile ma, quando si comincia a sospendere la somministrazione delle sostanze che fanno male, l’assuefazione fa sentire i suoi morsi e, se non si è strutturato un piano adeguato a contenere le crisi, ci si ritrova preda di una compulsione più grave e devastante di prima.

Una parte infantile, orale e dipendente, invoca i cibi che calmano la fame interiore, cercando negli alimenti l’abbandono e la sicurezza provati nei primi istanti di vita, quando il latte materno era ancora il tramite e la promessa della pienezza vissuta durante i nove mesi di gravidanza.

Più pesanti e difficili da digerire sono le pietanze che mangiamo e più inducono nel corpo e nella psiche quelle piacevoli sensazioni di rilassamento e spossatezza, dovute allo spostamento dell’energia nello stomaco.

Questo stato di gradevole sonnolenza è associato alla fiducia e alla protezione sperimentata tra le braccia della mamma nei primi giorni di vita, e permette alla pressione emotiva di trovare un po’ di sollievo dallo stress degli impegni quotidiani.

Quando rinunciamo ai cibi tossici, l’energia e la vitalità conseguenti a un’alimentazione più sana ci rendono attivi e pronti ad affrontare con grinta anche le situazioni difficili, ma ci privano di quell’abbandono infantile, così attraente per le nostre parti bambine.

Ecco perché, nonostante l’aumentato benessere fisico e psichico, il cucciolo interiore protesta e fa di tutto per boicottare i nostri progetti.

Per guadagnarsi la sua collaborazione è indispensabile consolarlo e compensarlo, in modo da riuscire a portare avanti con successo il percorso di cambiamento.

La sicurezza, che le nostre parti infantili hanno indissolubilmente associato agli alimenti tossici, va spostata con gradualità verso altri cibi, progressivamente sempre meno nocivi, fino a costruire nella psiche e nel corpo un modo nuovo di nutrirsi, fondato su associazioni meno dannose e più sane.

Occorrono: tempo, pazienza e determinazione.

È indispensabile individuare delle sostituzioni intelligenti e gratificanti, in modo da soddisfare l’oralità del bambino interiore senza sconvolgerne l’equilibrio.

È un po’ come rimpiazzare la copertina di Linus con un’altra simile e, di volta in volta, sempre un po’ diversa… fino a creare una dipendenza nuova, altrettanto rassicurante ma, finalmente, salutare.

Dalla nostra abbiamo la collaborazione dell’organismo, che tende spontaneamente a ripristinare la salute grazie al consumo di cibi sani, semplici e naturali.

Contro, invece, abbiamo i dolori della disintossicazione, quelli che in gergo sono chiamate: crisi di astinenza, e che corrispondono al tentativo del corpo di liberarsi dalle sostanze tossiche, nel momento in cui si rende conto di non doverle più accumulare in continuazione.

Il processo di disintossicazione può essere molto fastidioso e doloroso.

È come fare le grandi pulizie in casa: significa tirare fuori tutta la spazzatura e cominciare a buttarla via.

Quando si stabiliscono abitudini alimentari più positive, di solito, dopo i primi momenti di benessere, il fisico capisce che finalmente può ripristinare il suo naturale stato di salute, e comincia a rilasciare le tossine accumulate negli anni.

Questo processo di pulizia interiore fa parte di un cambiamento sano e auspicabile ma provoca fastidiosi sintomi di malessere che, quando non sono correttamente riconosciuti, portano a scoraggiarsi e ad abbandonare tutto.

“Sto sempre male! Non serve a niente!”

È la frase ricorrente che prelude alla ripresa delle cattive abitudini e a comportamenti, spesso, peggiori di prima, per superare la delusione e lo sconforto.

Cambiare l’alimentazione è un’impresa difficile che va seguita con attenzione e con cura meticolosa e costante, ma anche con creatività e inventiva per riuscire a trovare le soluzioni giuste, di momento in momento.

Serve il supporto di una persona preparata ed esperta che ci aiuti a riconoscere le varie fasi del cambiamento, impedendo il dilagare della paura e della sfiducia.

Ma occorre anche la capacità di ascoltarsi profondamente, per scoprire le radici emotive che annodano la dipendenza ai bisogni infantili, impedendo il successo.

L’abilità sta nell’individuare di volta in volta quei cibi metadone necessari a lenire le inevitabili crisi di astinenza: alimenti ricchi di valore affettivo e capaci di sostituire la tossicità in modo progressivo, senza creare angosce al bambino, spaventato e vulnerabile, che vive nel nostro inconscio e che da lì condiziona le scelte di vita.

Col tempo queste sostituzioni condurranno in modo graduale al raggiungimento di un nuovo stile alimentare e formeranno abitudini più sane e rispettose dei bisogni del corpo.

Affrontare la tossicodipendenza alimentare e cambiare il proprio modo di nutrirsi è un percorso di crescita personale che può riuscire soltanto assumendosi totalmente la responsabilità della salute.

Propria.

E del pianeta.

Carla Sale Musio

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CIBI METADONE

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