Archive for Dicembre, 2015

Dic 29 2015

HO SCRITTO UN LIBRO PERCHÉ…

Pubblicato da archiviato in Argomenti vari

Ho scritto questo libro perché le persone sane in un mondo malato spesso chiedono aiuto agli psicologi.

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Il mio obiettivo è aiutarle a riconoscere il proprio valore e la propria meravigliosa unicità.

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Carla Sale Musio

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Lo trovi nei principali book store: 

AmazonLaFeltrinelliIbs.it … e in oltre 4.500 librerie

anche in formato eBook 

 

leggi un estratto:

GENTE INCAPACE DI OMOLOGARSI

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Dic 24 2015

LA LUCERNA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Aveva solo quella figlia.

Ne ammirava i capelli color miele, gli occhi luminosi, le movenze leggere.

Si compiaceva in lei e temeva il momento in cui la figlia l’avrebbe lasciata, magari seguendo un amore.

Ma poi si placava: era ancora bambina e lei, la madre, si consolava a guardarla.

Sua figlia, l’unica gioia della propria vita.

*** *** *** *** *** *** *** ***

Vedova da tempo, la donna si guadagnava da vivere con l’arte del cucito e del ricamo.

Il lavoro non le mancava e manteneva se stessa e la figlia con sobrietà e decoro.

La bambina non aveva capricci: alle bambole preferiva un gatto nero, capitato da loro casualmente.

Giocava poi con gli insetti del suo giardino.

Loro si incantavano a guardarla, gentile, lieve e aggraziata com’era.

E si prestavano a servirla.

Lei li disponeva in file, li accostava per colori e, finito il gioco, li ringraziava.

Poi li lasciava andare.

A qualcuno, un grillo ad esempio o una cavalletta, arrivava anche a baciare il capo.

Il gatto assisteva placido, abituato da tempo a rispettare gli insetti, perché la bambina glielo aveva chiesto.

*** *** *** *** *** *** *** ***

Entra in casa, arriva un temporale”, gridò la madre.

Ma più rapido del suo timore, un rovescio d’acqua si abbatté sulla zona.

Il giardino ne fu sconvolto e la bambina fuggiva a ripararsi, quando un tuono terribile scosse l’aria, terrorizzando il villaggio e i suoi abitanti.

La madre, spaventata dal clamore e non vedendo la figlia rientrare, uscì sotto la pioggia battente.

Ma un urlo infantile la scosse: sollevò il capo e riuscì appena a vedere le vesti colorate della figlia avvolte dalle nuvole e portate verso il tumulto scuro del temporale.

Il gatto nero sbucò da un cespuglio e le si attaccò alle gambe, terrorizzato e fradicio.

La madre fissò il cielo, annichilita: la pioggia le sferzava il viso.

E lei, sconvolta, capì: le nuvole e il temporale le avevano rubato la figlia.

*** *** *** *** *** *** *** ***

La donna raccolse in una sacca quanto potesse servirle, chiuse la casa e, affranta, si mise in viaggio a cercare la figlia.

Il gatto nero seguiva i suoi passi.

C’era una vecchia, nel paese vicino, che dava buoni consigli in eventi disperati.

Quella era la prima tappa del loro viaggio.

Non sarà semplice” le disse la vecchia.

Le forze del cielo vorranno tenere tua figlia, bella come una fiamma. Ma tu cercala con speranza e coraggio. Ti do questa lucerna: bada di non farla spegnere. Illuminando i tuoi passi, ti guiderà”.

E, insieme, le diede un’ampolla con l’olio.

La madre guardò quel chiarore.

L’oscillare della fiammella aveva le stesse incertezze del suo cuore.

*** *** *** *** *** *** *** ***

Camminarono per città e paesi, scrutarono ansiosi il cielo stellato, fissarono lo sguardo tra le nuvole scure.

Chiedevano sempre di una bambina dai capelli color di miele.

Lo domandarono agli uomini, alle donne, agli animali, alle querce dei boschi che attraversavano.

E ai fiori, lungo i bordi della strada.

Nel camminare, la donna non schiacciava gli insetti, grata della gioia che altri di loro avevano dato alla figlia, nel giocare in giardino.

La madre proteggeva cauta la lucerna e custodiva l’ampolla con l’olio, che alimentava quella luce. Quando dormiva, era il gatto che vegliava: i suoi occhi verdi riflettevano lo sfavillare oscillante della fiamma.

Andarono molto lontano. Quando sentiva la speranza attenuarsi, la donna fissava la lucerna e quel chiarore vivace le scaldava il cuore.

*** *** *** *** *** *** *** ***

Passò del tempo e la loro ricerca si fece sempre più vana e affannosa.

Era giunto l’inverno e sembrava ormai difficile proseguire, ma talvolta ricevevano ospitalità in casolari, dove famiglie contadine li accoglievano e gli donavano l’olio per la lampada.

Quella notte, invece, nessuno si curò di loro.

La donna si accostò al muro di una casa, trovando un angolo riparato. I

l gatto, come sempre, sul suo grembo.

Lei sentì che le forze la abbandonavano e che il freddo cresceva.

Ma le sue mani tenevano stretta la lampada e quel calore le permise di addormentarsi.

Riuscì anche a sognare: le parve che tante formiche e cavallette e grilli giungessero presso di lei e le portassero, trascinandola a fatica, una chiave d’oro.

Una voce lontana le disse che quello era il dono degli insetti che sua figlia aveva amato e che lei, la madre, rispettava.

Era una chiave fatata: con essa avrebbe aperto i cancelli del cielo e liberato sua figlia, prigioniera delle nuvole e dei temporali.

*** *** *** *** *** *** *** ***

Si svegliò, scossa dal sogno, e vide accanto alla lampada una chiave, minuscola e tutta d’oro.

Si guardò intorno, stupita, la raccolse timidamente e si domandò cosa dovesse farne.

Non trovando risposta, guardò verso il cielo e chiese accorata che le venisse finalmente restituita la figlia.

Allora, davanti ai suoi occhi attoniti, le nuvole discesero piano e formarono un cancello, chiuso e possente.

Incerta, lei mise la chiave nella serratura e con qualche fatica riuscì ad aprire…

*** *** *** *** *** *** *** ***

Il cancello infine si spalancò e lei e il suo gatto, trepidanti, lo oltrepassarono.

Dentro, una visione terribile e bella: nuvole e arcobaleni, tuoni e bufere di vento, piogge battenti e uragani.

E in fondo, sua figlia.

Allora finalmente la bambina poté correrle incontro e la madre la strinse perdutamente.

Si guardarono incredule: e ridevano e piangevano insieme.

Allora sentirono la voce potente delle forze del cielo.

“Andate” dicevano “meritate la gioia. Volevamo tua figlia, bella come una fiamma, ma le formiche e le cavallette e i grilli hanno chiesto che ti venisse resa e ti hanno recato la chiave fatata. Tu donaci, però, la tua lucerna. Ci servirà a ricordare la bellezza della bambina”.

Senza esitare, la madre posò sulle nuvole dense la lampada accesa.

*** *** *** *** *** *** *** ***

Quelle si rallegrarono ad avere la lucerna, ne ampliarono la luce, ne allungarono la forma, le diedero una coda scintillante.

Ne fecero una stella cometa.

E la posero proprio in mezzo al cielo.

Brillò luminosa e splendente, come quella che sfolgorava nella magica notte di un inverno, ormai molto, molto lontano.

Gloria Lai

leggi anche:

IL COLLARE

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Dic 21 2015

FEMMINILE ANIMALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

L’archetipo del femminile ci porta in dono la sensibilità, l’empatia e la creatività, ma una cultura eccessivamente maschilista ha sviluppato uno stile di vita che esalta il successo e la produttività a discapito dell’ascolto interiore e della cura delle relazioni.

Il risultato è un mondo costruito sulla violenza e sull’indifferenza e una società che ha perso la connessione con il significato profondo della vita.

La sofferenza psicologica dilaga dappertutto, i casi di suicidio sono in aumento e, nonostante i progressi della medicina, le malattie sono sempre più insidiose.

Questo scenario preoccupante è la diretta conseguenza del disprezzo, e quindi dell’eliminazione dalla coscienza, di tutto ciò che è considerato debole, ingenuo, emotivo, sensibile, fantasioso e… stupido!

Detto in una parola: femminile.

Dobbiamo mostrarci impassibili, anche davanti alla sofferenza, e pronti a barattare la tenerezza e l’ascolto del mondo interiore, con il successo sociale, cioè con il conseguimento di tanti status raggiungibili grazie ad un unico potere (stimato e venerato come un Dio): il potere d’acquisto.

I soldi hanno sostituito l’amore e l’intimità, degenerando il maschilismo in un’ancora più perversa capacità economica.

Questo miraggio, costruito ad hoc dalla piccola elite che governa il mondo, ci spinge a obbedire ciecamente agli imperativi del commercio, nella speranza di guadagnare ammirazione e stima.

Così, nel tempo, uomini e donne hanno perso la connessione con il mondo interiore e, oggi, è diventato impossibile prestare ascolto a se stessi e rivelare la propria autenticità, senza sentirsi diversi, emarginati e soli.

L’amputazione del femminile dalla vita provoca un’insoddisfazione esistenziale e, per sfuggirla, cerchiamo conforto nei tanti beni materiali proposti dal mercato.

Oggetti sempre nuovi e spesso inutili, sembrano riempire il vuoto per qualche istante ma poi, inevitabilmente, ci sprofondano dentro le sabbie mobili dell’inquietudine, perché nessun oggetto può colmare la mancanza di profondità della vita, e i valori invisibili dell’amore e dei sentimenti, murati in una segreta dell’inconscio, fanno sentire la loro voce generando sintomi di ogni tipo.

Attacchi di panico, depressione e innumerevoli altre patologie, sono la diretta conseguenza di questa perdita di contatto con la verità interiore e con gli aspetti femminili della personalità.

La forza archetipica maschile, privata della sensibilità femminile, diventa brutalità.

E proprio la brutalità sta ammalando il mondo, alimentando la sofferenza in tutti noi.

Abiurare i valori archetipici del femminile ci ha portato a costruire una società violenta e superficiale che alimenta i guadagni di pochi e sottomette i molti, costringendoci a inseguire bisogni indotti, effimeri e insoddisfacenti.

La violenza agita contro tutto ciò che in noi è debole, delicato, dolce e sensibile, ha generato lo schiavismo degli animali.

Armi, guerre e abusi di ogni genere, ne sono le dirette conseguenze.

Gli animali, infatti, portano le stigmate dell’ingenuità, dell’arrendevolezza, dell’istintualità, dell’emotività, dell’immediatezza, dell’innocenza… e di tutto ciò che culturalmente è considerato “femminile”.

Colpirli, ucciderli, violentarli e sfruttarli, dà voce al bisogno di reprimere in sé quegli stessi valori, permettendo di trasferire all’esterno il conflitto interiore tra le parti fragili e gli aspetti di potere.

Il cancro che sta distruggendo il pianeta nasce dalla pretesa di ripudiare la propria vulnerabilità per far crescere il controllo e l’autorità, dentro e fuori di sé.

Ma potere, controllo e autorità, privati della profondità che deriva dal riconoscimento della fragilità, della fiducia, dell’arrendevolezza e dell’ingenuità, si trasformano in cinismo e crudeltà e causano ogni forma di sopruso.

Dapprima sui diretti rappresentanti di quei valori: animali, donne e bambini, e poi su tutti quelli che, in un modo o nell’altro, incarnano quelle qualità.

Per salvare il pianeta non serve fare la rivoluzione e opporre alla violenza altra violenza.

Per costruire un mondo finalmente migliore è indispensabile riappropriarsi delle parti deboli e istintuali, ingiustamente censurate in se stessi.

Quelle parti che, da secoli, hanno reso gli animali: oggetti invece che individui, e che permettono agli uomini di sfruttare impunemente e senza scrupoli la loro ingenua semplicità.

L’antispecismo, la biodiversità e una cultura del rispetto e dell’ascolto di ogni forma di vita, sono le uniche armi capaci di salvare il mondo dalla violenza e dal cinismo che lo stanno distruggendo.

Smettere di sfruttare gli animali è il primo passo per restituire dignità ai valori archetipici femminili e per ritrovare il contatto interiore con il significato della vita.

La pretesa di una presunta superiorità in grado di abilitare la violenza e lo sfruttamento su creature docili e innocenti, rinnega l’intelligenza, uccide la sensibilità e ferisce l’Anima, trasformando la guerra interiore nella distruzione che oggi avvelena il mondo.

Carla Sale Musio

leggi anche:

LA VIOLENZA: sugli uomini e sugli animali

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Dic 14 2015

SEPARARSI O ASPETTARE ANCORA?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Procrastinare la separazione serve a nascondere la paura di affrontare un bilancio che, spesso, sembra chiudersi soltanto in perdita.

Un pericoloso vissuto di fallimento, infatti, accompagna la decisione di porre fine al matrimonio, offuscando la crescita affettiva dietro un’interminabile lista di recriminazioni e mancanze.

Proprie o del coniuge.

Liberarsi dalla sensazione di aver sbagliato tutto non è facile.

Occorre una grande capacità introspettiva per gestire l’indipendenza senza colpevolizzare nessuno e senza censurare il cambiamento che, inevitabilmente, ogni separazione porta con sé.

La vita di coppia ci regala consapevolezze nuove, e una diversa maturità affettiva prende forma dallo scambio e dal continuo imparare l’uno dall’altro.

Stare insieme significa crescere insieme, ma non sempre la crescita avanza con lo stesso passo per entrambi e può succedere che, lungo il percorso, il divario diventi incolmabile, costringendo alla scelta di separarsi.

Questo però non vuol dire dover ripartire da zero.

Separarsi non attesta una patologica immaturità affettiva.

Al contrario, significa onorare i frutti del matrimonio, accogliendo con responsabilità la maturità che consegue allo stare insieme e all’avere imparato a volersi bene senza imprigionarsi in un rapporto che implora maggiore autonomia.

L’amore passa attraverso tante esperienze e ognuna ci permette di andare più a fondo nella capacità di condividere e di conoscere l’intimità, nostra e di un’altro essere.

Lungo la strada che dall’egocentrismo conduce alla maturità, la crescita psicologica si misura osservando la capacità di accogliere le diversità (proprie e dell’altro) senza censurarle o demonizzarle.

Questo cammino ci guida ad attraversare la possessività e la gelosia e ci conduce verso una sempre maggiore capacità di amare con disinteresse e generosità.

La separazione rappresenta una tappa fondamentale dello sviluppo emotivo, perché permette all’amore di dispiegarsi anche nel rispetto di quelle differenze che rendono impossibile la prosecuzione della vita insieme.

Ecco perché, per affrontare una separazione, occorre una grande capacità di amare.

Talmente grande da mettere la libertà di entrambi al primo posto, senza soffocare il calore, l’attenzione e la cura, dentro una prigione di obblighi e imposizioni reciproche.

Lasciarsi liberi di essere se stessi è un’importante prova d’amore, soprattutto quando questo significa disfare il progetto di una vita insieme.

Servono: molto coraggio, molta energia e molta amorevolezza.

Il bombardamento religioso della chiesa cattolica, volto a colpevolizzare chi decide di percorrere questa strada, additandolo come peccatore e, perciò, immorale e vizioso, certamente non aiuta a trovare le forze per affrontare i passaggi necessari.

Si è costretti a sopportare la commiserazione e le accuse di tanti credenti, pronti a puntare il dito alla ricerca di un colpevole, e questo rende difficile permettere che le ragioni del cuore guidino la coscienza a fare ciò che invece è più giusto.

Ascoltare la propria saggezza interiore, piuttosto che conformarsi acriticamente ai precetti religiosi, è il primo passo verso l’autonomia.

Per superare la sensazione d’inadeguatezza e i vissuti di fallimento indotti dal contesto sociale, è certamente di aiuto darsi degli obiettivi concreti e pianificare materialmente le tappe del cambiamento.

La concretezza, infatti, permette di rimanere ancorati alla realtà piuttosto che lasciarsi travolgere dai giudizi negativi, sprofondando in quel procrastinare che annebbia la coscienza rendendo difficile ogni decisione.

È utile:

  • consultare un avvocato e comprendere come sia possibile dividere la situazione patrimoniale

  • assicurarsi una fonte di reddito autonoma o procurarsi un lavoro indipendente dal coniuge

  • individuare un luogo dove poter vivere ognuno per conto proprio, senza doversi incontrare ogni giorno

  • crearsi degli interessi nuovi

  • frequentare persone diverse

  • gestire la solitudine senza cercare consensi tra gli amici e i parenti

  • permettersi di assaporare la sensazione di libertà che accompagna la delusione e la tristezza, durante il periodo di cambiamento

Imparare a stare soli con se stessi è il compito più difficile da affrontare, dopo aver trascorso tanto tempo insieme sotto lo stesso tetto.

La paura spinge a sfuggire questa prova, annebbiando la mente con mille pretesti e ingigantendo le difficoltà.

Darsi degli obiettivi pratici aiuta a mantenere il contatto con la razionalità, permettendoci di osservare le cose con meno pathos e più lucidità.

Separarsi è un percorso irto di dubbi e di paure ma, proprio dal superamento di queste insicurezze, può nascere una nuova occasione di esprimere l’amore con saggezza e profondità.

Dalla distanza e dall’autonomia scaturisce la possibilità di ricominciare.

A volte, anche quel matrimonio che sembrava finito.

Carla Sale Musio

leggi anche:

VORREI SEPARARMI MA…

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Dic 08 2015

PATOLOGICO?! … NO, CREATIVO!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Conoscere il funzionamento della Personalità Creativa è fondamentale per utilizzare al meglio le proprie risorse e non cadere nella trappola della normalizzazione.

(Cioè nel bisogno di uniformarsi acriticamente ai modelli proposti da una cultura che ha come unico obiettivo quello di incrementare i guadagni e il potere della piccola elite che governa il mondo)

La creatività e l’empatia sono le principali risorse di ogni essere umano SANO e ci permettono di spostare a piacere il punto di vista, regalandoci la possibilità di ampliare costantemente la nostra visione della realtà.

Nasciamo ricchi di curiosità e desiderosi di esplorare la vita ma, anche, privi di difese e bisognosi di conferme per imparare a muoverci nel mondo.

Questa iniziale dipendenza può spingerci fino a trasformare noi stessi, pur di ricevere il sostegno e i consensi indispensabili alla crescita.

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Prende forma così una personalità di copertura, capace di occultare la nostra unicità per conformarci alle richieste dell’ambiente.

Questo falso sé normalizzato è funzionale a farci sentire parte del gruppo in cui siamo nati ma, spesso, coercitivo delle nostre verità più profonde.

Pur di sentirci amati dalle persone che abbiamo intorno, infatti, eliminiamo progressivamente i bisogni, i sogni e i desideri, che non ricevono approvazione e stima.

Durante questo processo di omologazione, la Personalità Creativa si atrofizza fino a perdere quasi tutte le sue peculiarità.

Alcune persone, però, non riescono a conformarsi come vorrebbero ai dettami del mondo, e, nonostante il dolore e l’emarginazione, mantengono vivo il contatto con la propria sensibilità interiore.

Sono questi gli uomini e le donne che possiedono una Personalità Creativa, gente incapace di omologarsi e disposta a pagare di persona il prezzo della propria unicità.

La loro indomita libertà, però, lungi dall’essere motivo di orgoglio e di soddisfazione, è invece causa d’innumerevoli sofferenze.

Essere sani in un mondo malato, infatti, genera una profonda solitudine e chi possiede una personalità creativa attiva e vitale, finisce spesso per chiedere aiuto agli psicologi, sentendosi diverso e insicuro in una società di cui fatica a cogliere la disfunzionalità e la patologia.

Nel libro - LA PERSONALITÀ CREATIVA. Scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita - ho voluto descrivere i punti deboli e i punti di forza che caratterizzano questa speciale struttura di personalità, con l’obiettivo di restituire la dignità e l’orgoglio di essere se stessi.

Credo che esista una precisa volontà, volta a boicottare la salute e l’autostima delle persone al fine di far crescere un popolo di consumatori accondiscendenti, pronti a seguire pedissequamente le mode dettate dall’economia.

I creativi sono esseri poco funzionali alle esigenze del mercato, detestano la competizione, non camminano in branco, sono emotivi, sensibili, cooperativi, intuitivi e pericolosamente autonomi.

Conviene imbavagliarli con la diagnosi e la malattia, piuttosto che lasciarli liberi di vivere… a modo loro!

Mettere nero su bianco le attitudini di questa personalità, raccontando i tanti sintomi creativi che la caratterizzano, è un tentativo di scalzare il potere perverso che si nasconde, a volte, dietro le diagnosi psicologiche, per restituire dignità e stima all’unicità e alla diversità di ognuno.

Nel corso del libro ho illustrato con numerosi casi clinici le capacità e le paure che intrappolano le persone sensibili dentro vissuti di inadeguatezza o di malattia.

Il mio obiettivo è restituire a chi legge la fiducia nel proprio valore insieme alla consapevolezza delle difficoltà che derivano dal bisogno di esprimere se stessi in un mondo che fa di tutto per reprimere e demonizzare la creatività e la sensibilità.

Per realizzare una società migliore, ognuno ha il dovere di mettere a disposizione le proprie risorse.

Condividere una visione sana della psiche permette di riconquistare la libertà e restituisce a ciascuno la responsabilità di essere autenticamente se stesso.

Carla Sale Musio

Hai una Personalità Creativa?

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Dic 02 2015

CIBI METADONE: la transizione verso un nuovo modo di pensare

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Decidere di cambiare il proprio modo di mangiare è un’impresa molto difficile.

Il cibo, nella società del benessere, è una droga potente che provoca una forte dipendenza, psicologica e fisica.

Per questo, anche il solo pensare di limitarne l’assunzione genera dolorose crisi di astinenza e malesseri di ogni tipo.

Solitamente quello che riusciamo a fare, armati dal desiderio di migliorare la salute, è modificare temporaneamente il nostro menù per poi tornare rapidamente alle abitudini di sempre, scoraggiati e delusi dall’instabilità dei cambiamenti ottenuti.

C’è qualcosa di misterioso e inesorabile che spinge a riprendere le cattive abitudini alimentari, lasciando dentro la sensazione che rinunciare ai piatti della tradizione sia impossibile e addirittura dannoso.

È come se il cervello fosse programmato a non riconoscere i cambiamenti positivi che riguardano la nutrizione, e a interpretare come segnali di pericolo gli effetti della disintossicazione dalle sostanze dannose che abbiamo ingerito nel corso della vita.

L’astinenza dai veleni alimentari, infatti, provoca nella psiche emozioni discordanti: ansia, euforia, paura, provocazione, insicurezza, orgoglio, nervosismo, rabbia, fragilità, disagio, ostinazione, chiusura, sfida, arroganza…

Nel mondo interno si agitano vissuti mutevoli, che confondono l’identità e ci fanno sentire pericolosamente incoerenti.

Un disagio crescente accompagna i cambiamenti alimentari e può diventare così insopportabile da spingerci a sfuggire il conflitto interiore, fino a credere che la tossicità esprima un bisogno di nutrimento invece che una pericolosa dipendenza.

Assaporare i piatti di sempre, infatti, anche se composti principalmente di sostanze dannose, ristabilisce la pace interiore e mette fine alle crisi, spingendoci verso considerazioni ad hoc, volte a terminare rapidamente l’esperienza di cambiamento.

“Devo bere del vino perché mi accorgo che mi fa bene!”

“Ho bisogno di mangiare un po’ di zucchero altrimenti mi sento male!”

“Il caffè ha un effetto benefico sulla pressione e per me è indispensabile!”

L’effetto di questi convincimenti è di consolidare la dipendenza, incrementando i guadagni delle case farmaceutiche e delle multinazionali alimentari.

Abbiamo i farmaci per digerire, i cibi che non fanno ingrassare, le pastiglie per contrastare l’acidosi e i piatti pronti… senza conservanti!

Le trovate della pubblicità ci rassicurano, raccontandoci un mondo fatto apposta per spingerci a comprare, incuranti dei danni che infliggiamo al corpo (e al pianeta).

Tutto è architettato apposta per garantire all’economia uno sviluppo in aumento e poco importa se, per raggiungere questo traguardo, occorre sacrificare il benessere e la salute!

Il popolo dei consumatori non deve essere in forma, ma rincorrere il miraggio di una felicità fatta di acquisti effimeri, subito rimpiazzati da nuovi status… in un crescendo che, come unico scopo, ha il guadagno di pochi e la docile arrendevolezza di molti.

Il vigore e l’intelligenza non sono funzionali al perseguimento di questi obiettivi.

Per soddisfare le crescenti esigenze del mercato, i nostri pasti sono diventati poveri di nutrienti e ricchi di sostanze che creano una pericolosa bulimia, lontana dalle reali esigenze dell’organismo ma funzionale all’incremento delle vendite.

Liberarsi da questa dipendenza è quasi impossibile e, per riuscirci, bisogna fare i conti con la sgradevole sensazione di perdere tempo senza avvertire alcun miglioramento.

Il benessere, infatti, è la conseguenza di una profonda disintossicazione.

Per raggiungerla è necessario abbandonare i cibi che avvelenano il fisico e che stimolano bisogni compulsivi e innaturali.

Cioè: quasi tutte le cose “buone” che amiamo mangiare spesso e condividere nei momenti di festa.

Questa dolorosa rinuncia fa apparire il percorso verso la salute: una via solitaria, fatta di privazioni, abnegazione e ascetismo.

Come succede per tutte le dipendenze, anche solo l’idea del cambiamento mette in allarme la psiche e, per riuscire a conquistare la libertà, è necessario prevedere dei passaggi graduali, capaci di condurci ad abbandonare gli alimenti tossici in favore di scelte più rispettose della vita (nostra e di tutti gli esseri viventi).

Questa transizione consente al corpo di abituarsi alla mancanza delle sostanze nocive e risulta meno traumatica per il bambino interiore.

In pratica si tratta di sostituire gli alimenti dannosi con altri simili nel sapore, nella consistenza e negli aspetti emozionali, ma progressivamente meno malsani, in modo da abituare l’organismo a scelte più salutari, evitando di fargli vivere troppe privazioni.

cibi metadone sono cibi capaci di emozionarci, di sfamarci e di gratificarci, senza avvelenare il fisico, ma insegnandoci gradualmente a tollerare la leggerezza della salute.

I veleni alimentari, infatti, regalano una piacevole sensazione di stordimento e una pesantezza digestiva (impropriamente confusa con il rilassamento e con la sazietà) che allontana per un po’ le preoccupazioni quotidiane, colmando il buco delle astinenze e facendoci sentire apparentemente meglio.

Una dieta salutare, invece, lascia nel corpo una frizzante sensazione di leggerezza e di vitalità, permettendo alla mente di elaborare più in fretta le informazioni e perciò anche di cogliere con lucidità la drammatica situazione del mondo.

La difficoltà ad abbandonare uno stile alimentare tossico in favore di una dieta più salutare sta proprio nella paura di quella lucidità e della consapevolezza che la accompagna.

Osservare i propri bisogni, piuttosto che stordirsi con il cibo per dimenticarli, non è facile! 

Bisogna avere il coraggio di esplorare l’autenticità di se stessi.

Non tutti sono pronti a riconoscersi con onestà.

I cibi metadone ci regalano un percorso graduale, che aiuta a ritrovare la semplicità e la genuinità, permettendoci di sperimentare una trasparenza che non piace al sistema economico perché ne rivela la pericolosità.

Mangiare in modo sano significa pensare in modo sano e permettersi il coraggio di cambiare le falsità che avvelenano la vita.

Carla Sale Musio

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