Archive for Febbraio, 2016

Feb 24 2016

PEDAGOGIA E VIOLENZA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ci vogliono tre generazioni per creare una società intrisa di violenza.

La violenza, infatti, si alimenta nel conflitto interiore e tracima all’esterno in seguito alla lotta tra giusto e sbagliato, vero o falso, buono o cattivo… che, inevitabilmente, ne consegue.

Il contrasto tra le polarità spinge a proiettare fuori di sé tutto ciò che è stato etichettato come “male”, eliminandolo dal proprio mondo interiore senza assumersene la responsabilità.

Quando la colpa, il giudizio e la critica, prendono piede nella vita emotiva, il sopruso e la distruzione nella società sono garantiti.

Uno stile educativo basato sulle punizioni fisiche e sul ritiro dell’affetto genera sempre la paura e spinge i piccoli a nascondere la spontaneità per ottenere il consenso dei grandi.

Si formano così, nella generazione successiva, quei giovani rispettosi e remissivi, che piacciono tanto alle organizzazioni coercitive e che diventeranno uomini e donne capaci di rinunciare all’autenticità di se stessi per ubbidire alle direttive del più forte.

Una mamma e un papà punitivi fanno crescere adulti disciplinati e ligi al dovere, futuri genitori che, a loro volta, alleveranno figli pronti a spostare al di fuori di sé i vissuti censurati dal sistema educativo, per combatterli all’esterno della propria personalità.

Così, mentre la prima generazione stabilisce la colpa, addossando sui figli il peso di un peccato originale (mai commesso ma, comunque, infamante: “Sei un bambino e devi ubbidire!”), la seconda impara a vergognarsi e a sottomettersi, spostando il conflitto al di fuori di sé e, la terza potrà finalmente perseguitare il male per distruggerlo, attaccando i rappresentanti su cui è stato proiettato.

Per sentirsi buoni e amabili è indispensabile riconoscersi nei principi e nei valori professati dalle persone cui vogliamo bene, primi fra tutti i genitori che, con i loro comportamenti, ci insegnano cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è opportuno e cosa è disdicevole, cosa è sano e cosa è patologico… lasciandoci in eredità il modello di una buona educazione.

Assorbiamo da piccoli l’essenza del bene e del male e, una volta diventati grandi, portiamo avanti le nostre battaglie, dapprima interiori e in seguito esteriori, volte a eliminare dall’esistenza tutto ciò che abbiamo imparato a considerare male, per fare posto a ciò che, invece, riteniamo essere bene.

Da questa lotta tra bene e male, scaturiscono tutte le guerre e tutte le malvagità.

Ogni battaglia combattuta nel mondo è, da principio, una battaglia interiore, volta a preservare l’immagine idealizzata di se stessi, perseguitando al di fuori di sé, chi, per qualche ragione, evoca la memoria di ciò che non approviamo dentro di noi.

Per esempio:

  1. Provo un piacere che giudico sbagliato tutte le volte che guardo la mia vicina di casa. 

  2. Penso che un uomo serio non dovrebbe desiderare altra donna che la propria moglie. 

  3. Non posso tollerare di avere dei sentimenti che ritengo illeciti.

  4. Perciò rimuovo dalla mia consapevolezza ogni pensiero di quel tipo.

  5. E combatto nel mondo esterno una crociata contro l’adulterio e l’immoralità.

Ancora:

  1. Mi piace mangiare smodatamente per il solo piacere del gusto, incurante delle calorie e della tossicità degli alimenti.

  2. Penso che una persona intelligente dovrebbe nutrirsi con moderazione senza mai diventare dipendente dal cibo.

  3. Giudico sbagliato il mio piacere di nutrirmi senza regole e senza misura.

  4. Perciò proibisco a me stesso di abbuffarmi e rimuovo il desiderio che anima la mia golosità. 

  5. Ora posso guardare con disprezzo chi mangia troppo e deridere, senza rimorsi, le persone in sovrappeso, giudicandole ingorde e colpevoli.

Ogni guerra insorta nella vita emotiva si riflette nei comportamenti esteriori e, quando non ce ne assumiamo pienamente la responsabilità, ci spinge a incriminare chiunque incarni l’icona del nostro conflitto.

Per cambiare questo stato di cose e realizzare una società fondata sulla pace e sull’accoglienza di tutte le creature, è indispensabile interrompere il circolo vizioso che fomenta la scontro tra le polarità, individuando le radici inconsce della violenza, fino a comprendere che il male è solamente l’altra faccia del bene.

Combattere il male (con il giudizio, l’ostracismo, la negazione, la rimozione o lo spostamento) porta ad amplificarne il potere e fa crescere l’odio e la persecuzione nella vita di tutti i giorni.

Nel mondo della dualità, schierarsi acriticamente dalla parte del bene conduce inevitabilmente a potenziare il male.

Ogni cosa, infatti, possiede un aspetto complementare e opposto a se stessa perché, nella fisicità in cui viviamo immersi, la polarità è lo strumento che ci permette di circoscrivere la realtà.

Le esperienze, gli eventi, le conoscenze, gli oggetti… possono essere accolti e compresi dalla coscienza soltanto quando esiste il loro contrario.

Il contrasto, infatti, evidenzia le peculiarità dell’esistente, permettendoci di riconoscere e di identificare le cose.

Impariamo a distinguere il bianco solamente perché esiste anche il nero, altrimenti non riusciremmo percepirlo.

Amputare dal nostro mondo interiore ciò che non ci piace, per ammirare un’immagine idealizzata di come vorremo apparire, è un meccanismo di difesa che induce nella psiche una pericolosa deresponsabilizzazione, spostando all’esterno il giudizio, la colpa, il disprezzo e l’ostilità, e impedendoci di riconoscere e far crescere le parti immature di noi stessi.

Combattere il male, proiettandolo fuori di noi, incrementa l’odio, la superficialità e l’aggressività, e genera un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

Infatti, il male diventa insostenibile quando si cerca di eliminarlo da sé.

Viceversa, accoglierlo nella coscienza e comprenderlo, senza lasciarsene possedere, schiude prospettive nuove all’interno della psiche, e permette di evitare i conflitti e la brutalità che conseguono al disprezzo e all’emarginazione.

Osservare ciò che si agita nell’inconscio, senza giudicarlo e senza censurarlo, è il primo passo verso una civiltà libera dalle guerre e dalla violenza.

Nel mondo della materialità, ogni cosa vibra nelle polarità che modellano la vita, aiutandoci a riconoscere l’esistenza dall’indistinta immensità del Tutto.

Abbiamo tante sfumature diverse che, di momento in momento, ci consentono di scegliere ciò che ci piace e ciò che, invece, ci disgusta, ma questa scelta diventa uno strumento di crescita solo quando ce ne assumiamo tutta la responsabilità, accogliendo dentro di noi l’intera tavolozza dei colori con cui dipingiamo l’esistenza.

Bene e male disegnano verità relative, legate al punto di vista da cui si osserva la vita.

Nella realtà interiore esistono infinite possibilità espressive e ognuna porta in dono alla coscienza la sua profondità e la sua saggezza.

Anche quelle che non ci piacciono e che ci fanno vergognare.

A vergognarsi, infatti, è soltanto un aspetto della Totalità di noi stessi.

Osservare questa Totalità con rispetto, attenzione e sincerità, è il primo passo per costruire quella democrazia interiore che genera il mondo dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà che tutti auspichiamo.

Un mondo finalmente libero dai soprusi e dalla prepotenza, dove sia possibile cogliere il valore della poliedricità senza identificarsi e senza emarginarne nessuno, ma cavalcando gli opposti e modulandone le risorse, per vivere in armonia con se stessi e con gli altri.

Carla Sale Musio

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DEMOCRAZIA INTERIORE

ADULTOCENTRISMO

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Feb 18 2016

COME AMANO I CREATIVI? Difficoltà e punti di forza di chi possiede una personalità creativa

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La caratteristica principale di chi possiede una Personalità Creativa è la capacità di spostare agilmente il proprio punto di vista per osservare la vita da prospettive diverse.

Capacità che si può esprimere sia nell’empatia che nella creatività.

Questa peculiarità porta a sperimentare opportunità e situazioni sempre nuove ma, perché sia possibile assaporarne la ricchezza, è necessario avere un’adeguata conoscenza di sé e dei propri meccanismi interiori, altrimenti si corre il rischio di cadere in fraintendimenti e trappole psicologiche.

I creativi sono dotati di un sistema emotivo sofisticato e potente, e possono amare così profondamente da dimenticare se stessi, nel tentativo di creare armonia  e far felice il partner.

La creatività, infatti, permette di inventare soluzioni inedite ai problemi che si presentano durante la vita affettiva,  mentre l’empatia spinge a comprendere l’altro tanto intensamente da perdere il contatto con le proprie necessità.

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DOLCI & DESIGN

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Alessandra ha trent’anni e una personalità creativa. 

Dall’età di diciannove anni si è trasferita a Roma per studiare grafica e design. 

Autonoma e indipendente, lavora e si mantiene da sola costruendo plastici in miniatura per scuole, imprese, ingegneri, architetti, ecc. ma, quando conosce Marco, decide che la frenetica vita nella capitale non  le si addice più.

Così, nel giro di qualche settimana, abbandona il suo avviato laboratorio di miniaturista e si trasferisce in un paesino della Sardegna, per concedersi un’esistenza fatta di mare, natura, amore e tempi ordinatamente scanditi dagli orari della farmacia in cui lavora Marco.

In un angolo del garage organizza il suo laboratorio creativo, senza il quale le sembra di non riuscire a vivere, ma la giornata, modulata dalle cadenze della farmacia, non lascia spazio ai ritmi totalizzanti della sua creatività e il fervore dei nuovi progetti grafici ogni giorno a mezzogiorno deve cedere il posto ai preparativi per il pranzo, mentre dopo le sette ricominciano quelli per la cena.

“Recupererai il tempo per dedicarti alle tue creazioni durante i pomeriggi!”

La rassicura Marco, rientrando a casa affamato e allegro.

“ É così bello mangiare insieme e con calma!”

Ma dopo aver riordinato la cucina e sistemato la casa, Alessandra non trova più l’ispirazione giusta e, mentre i giorni volano via, ciò che riesce a creare sono i dolci che confeziona per tutti: fidanzato, amici e parenti.

É per questo che decide di prendere un appuntamento con me.

Un blocco creativo la opprime e avviluppa la sua autonomia facendola sentire come paralizzata nel portare avanti i suoi progetti.

“Credevo di esser capace nel mio lavoro e come designer”

Racconta tra le lacrime.

“E invece adesso l’unico grafismo che riesco a creare è con la glassa sopra ai biscotti!”

Per riuscire a produrre con successo, i creativi hanno bisogno di avere a disposizione un tempo senza limiti.

In quei momenti non sentono fame, sonno, sete, caldo, freddo… niente!

L’ispirazione, che sembra possederli totalmente, è la conseguenza della concentrazione a-temporale che si attiva in loro. 

Si tratta della capacità di focalizzare tutta l’attenzione sul momento presente mentre il resto perde momentaneamente d’importanza.

In quell’istante, che può durare un attimo o più giorni, per loro non esiste nient’altro!

Ma per Alessandra, empatica e creativa, questo meccanismo si è spostato dal design al fidanzato.

Ed è su di lui che la ragazza, senza nemmeno rendersene conto, focalizza ora tutta la sua attenzione.

L’empatia la porta a sentire le esigenze di Marco come se fossero le proprie e la creatività la spinge a inventare forme sempre nuove.

Ecco quindi arrivare i dolci, che a Marco piacciono tanto, mentre spariscono tutti i progetti della sua attività lavorativa.

Perché Alessandra ritrovi l’ascolto dei suoi bisogni e sperimenti di nuovo l’entusiasmo per la propria creatività (fatta di immersioni totali e senza limiti di tempo) sarà necessario intraprendere un percorso di crescita personale.

Un lavoro introspettivo che comporterà lo strutturarsi di nuovi equilibri all’interno della coppia e, per Alessandra, una gestione migliore della disponibilità e della capacità di amare. 

L’ascolto di sé, infatti, dovrà prevedere dei momenti di isolamento e di solitudine, in cui sia possibile ritrovarsi e indirizzare l’empatia anche verso le proprie necessità, permettendo alla parte creativa di esprimersi liberamente e senza limiti di tempo.

Vuoi saperne di più? Leggi il libro

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Feb 12 2016

CAMBIARE IL MONDO CAMBIANDO IL MENÚ: non più schiavi ma liberi!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ci lamentiamo della superficialità, del cinismo e dei soprusi che imperversano nella società occidentale ma poi, per difenderci dallo sgomento che il dilagare della violenza provoca dentro di noi, spranghiamo le porte del nostro cuore, omologandoci a uno stile di vita privo di sensibilità e organizzato ad arte per sostenere il potere di pochi e l’obbedienza timorosa di molti.

Non ci fermiamo mai a considerare quanto i nostri codici interiori contribuiscano a creare le norme della civiltà in cui viviamo, preformando gli eventi che costellano la vita.

Gli psicologi sostengono che le regole adottate nel mondo interno sono le stesse che l’inconscio condivide nella quotidianità, rispettandole senza metterne in discussione la validità.

La vita interiore non è separata dalla realtà esteriore ma intreccia le cause e gli effetti, modellando la trama del nostro destino.

Le idee che sosteniamo e gli abusi che ci permettiamo trovano rispecchiamento nei fatti che ci succedono, perché l’inconscio ne identifica automaticamente la legittimità e tende a perpetuarli.

In seguito a questo meccanismo diventa evidente quanto le problematiche che stanno distruggendo l’umanità scaturiscano proprio dai nostri atteggiamenti interiori.

Infatti, mentre condanniamo indignati gli innumerevoli episodi di soprusi e corruzione che riempiono le pagine dei giornali, inconsapevolmente coltiviamo in noi stessi i semi della stessa depravazione.

Per cambiare questa terribile realtà, è necessario prendere coscienza della relazione che lega le scelte di ognuno a ciò che succede nel mondo, eliminando il cinismo e la violenza dai gesti quotidiani.

Nella nostra società, uccidere con leggerezza è considerato inevitabile.

Per osservare questa crudeltà, basta entrare in un supermercato!

Pezzi di corpi insanguinati e incellofanati, infilzati su uno spiedo, arrostiti o, addirittura, ancora agonizzanti, fanno mostra di sé sui banchi illuminati a festa, mentre uomini e donne indifferenti davanti a quello strazio, scelgono di abusarne l’ingenuità per il solo piacere del palato.

Legittimare il massacro e la prepotenza riverbera nella psiche e nella realtà un potere distruttivo, generando l’arroganza e la violenza che così ardentemente vorremmo eliminare dal mondo.

In questo modo diventiamo gli artefici degli orrori che ci scandalizzano e ci costringono a chiuderci nell’indifferenza per non soffrire.

In un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

Uscire da questa trappola psicologica presuppone audacia e forza di volontà, perché analizzare con distacco i propri comportamenti brutali, rinunciando all’immagine idealizzata di sé, è un’impresa penosa, adatta a rari pionieri dell’onestà.

Per riuscirci, infatti, occorre assumersi la responsabilità dei mali del mondo, ammettendo la malvagità nascosta nelle scelte che costellano le nostre giornate e trovando il coraggio di adottare soluzioni alternative, in un ambiente sociale che ancora schernisce chiunque proclami il valore della fratellanza, dell’empatia e della sensibilità.

La deresponsabilizzazione, la paura dell’emarginazione e il bisogno di approvazione, ci sollecitano costantemente a riconfermare il gioco crudele che configura la società della violenza, abiurando nel conformismo le scelte basate sull’amore e sul rispetto di tutte le creature.

Ma, finché approveremo la liceità dell’oppressione, permetteremo anche alla coercizione di spadroneggiare nel mondo, condannando noi stessi a una medesima legge del taglione.

Per creare le basi di una società fondata sulla solidarietà e sull’amore, è indispensabile scardinare l’ignavia interiore e valutare con obiettività la perversione insita nelle nostre scelte alimentari.

Cambiare il menù basato sul dolore, affermando l’inaccettabilità dei soprusi e della prepotenza, significa compiere una rivoluzione profonda, capace di estirpare alla radice l’orrore che dilaga nel mondo e coltivare i semi di una società libera dalla violenza.

Finalmente.

Carla Sale Musio

leggi anche:

DA QUANDO HO SMESSO DI MANGIARE LA CARNE…

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Feb 06 2016

SEPARAZIONE & CODARDIA EMOTIVA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Dietro il pretesto della tenerezza e della compassione, spesso si nascondono interessi che con l’amore hanno ben poco da spartire.

“Non posso separarmi perché la persona che ho sposato ne soffrirebbe troppo ed io non voglio infliggerle un dolore tanto grande!” 

A prima vista queste parole possono sembrare cariche di umanità e di rispetto ma, se leggiamo un po’ più in profondità, scopriamo diversi significati ed emozioni.

La stessa frase, infatti, implicitamente asserisce anche:

“La persona che ho sposato non è capace di badare a se stessa e non sa gestire le proprie emozioni, è emotivamente poco intelligente, dipendente e priva di risorse ma, questa sua invalidante abnegazione, gratifica talmente il mio narcisismo che non voglio privarmene per nessuna ragione al mondo. Perciò, anche se non ricambio la sua dedizione e non vivo più alcun coinvolgimento emotivo o erotico nei suoi confronti, preferisco considerarmi indispensabile piuttosto che mettermi nuovamente in gioco e affrontare una reciprocità affettiva che mi spaventa e che mi farebbe sentire vulnerabile e in difficoltà.” 

La codardia emotiva è una delle più spiacevoli verità interiori e, in Italia, la chiesa cattolica, prescrivendo l’indissolubilità del matrimonio, ne coltiva abilmente la permanenza nella psiche, permettendo a tanti timorati di Dio di nascondere la paura della propria debolezza e l’arresto della crescita emotiva dietro un’apparente irreprensibilità coniugale.

L’amore, però, è fatto di rispetto, di fiducia e di autenticità, e ha ben poco a che vedere con l’onnipotenza e il narcisismo che derivano dal sentirsi indispensabili nella vita di un’altra persona.

Anche quando quella persona è la stessa che abbiamo sposato.

Sciogliere il matrimonio vuol dire concedere al partner la stima e la libertà che accordiamo a noi stessi, imparando dall’esperienza coniugale vissuta insieme una nuova possibilità di mettersi in gioco e di voler bene.

Come ho detto altre volte, la separazione è sempre un’occasione per approfondire la propria capacità di amare e comporta una grande maturità affettiva.

Lasciare libero il coniuge di vivere i suoi sentimenti e di decidere autonomamente cosa fare della propria vita, significa affrontare la responsabilità di se stessi senza delegare a nessuno le colpe dell’insoddisfazione e dei fallimenti che fanno da contrappunto al bisogno di cambiare e che sottendono la necessità di separarsi.

Dietro alla sbandierata sollecitudine nei confronti di un coniuge, giudicato incapace di sopravvivere alla fine del matrimonio, di solito si nascondono interessi molto lontani dalla premura e dalla attenzione per le sue difficoltà.

Tra questi, oltre alla paura di affrontare una nuova esperienza affettiva (con il suo corollario di incertezze, vulnerabilità e mareggiate emotive) troviamo tanti bisogni materiali, poco altruistici ed essenzialmente mirati a mantenere stabile il patrimonio dei beni coniugali.

Il matrimonio, infatti, è essenzialmente un contratto legale che penalizza chiunque abbia l’ardire di anteporre i sentimenti agli interessi economici.

Decidere di rinunciare alla casa, alla macchina, al doppio stipendio, alle vacanze, ai viaggi e a tutti i confort che la vita a due rende possibili, è una scelta coraggiosa adatta a pochi irriducibili avventurieri, incapaci di barattare l’autenticità con l’attaccamento alle cose.

Lasciare perdere proprietà, possessi e interessi, per inseguire la propria verità, è considerato un lusso e, spesso, una follia, da una società in cui le leggi hanno sostituito l’etica mentre la responsabilità individuale annega sotto una marea di prescrizioni religiose, volte a preservare l’obbedienza invece della maturità emotiva.

I regolamenti, i codici e i decreti, hanno obiettivi diversi dalle esigenze psicologiche, e l’empatia, la sincerità e l’amore non trovano sostegno nei contratti e nelle disposizioni religiose.

Sciogliere un matrimonio è un atto legale che modifica gli accordi patrimoniali e obbliga a scelte finanziarie invece che affettive, invitandoci spesso a barattare l’onestà interiore con il benessere garantito dalla comunione dei beni.

Per separarsi è indispensabile rinunciare al proprio tornaconto economico e all’onnipotenza narcisistica, che spinge a credersi insostituibili per il partner, anteponendo l’autenticità e il rispetto di sé e dell’altro, all’approvazione del mondo.

Ci vuole molto coraggio, apertura, incorruttibilità, lealtà e franchezza per scegliere l’amore senza nascondersi e senza incatenare la crescita psicologica dentro i regolamenti e le comodità.

Separazione e codardia emotiva sono percorsi diversi, capolinea opposti lungo il tragitto che dall’opportunismo conduce alla reciprocità e ad un’autentica capacità di amare.

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STORIE DI PAURA E DI CORAGGIO

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Caterina è innamorata di Roberto da quattro anni.

Insieme condividono momenti teneri, viaggi, sogni, ansie, certezze e paure.

La loro storia d’amore potrebbe essere perfetta se Roberto non fosse sposato con un’altra donna e se, invece che parlare spesso di separazione, si decidesse finalmente a compiere il passo decisivo.

Roberto si lamenta con Caterina della sua vita coniugale, che definisce arida e vuota ma, ogni volta, le responsabilità verso sua moglie lo costringono a rimandare il momento di separarsi, in un procrastinare senza fine.

“Per mia moglie io sono un punto di riferimento e una ragione di vita.”

Dichiara a capo chino davanti alle richieste di Caterina.

“Non posso cancellare con un colpo di spugna tutte le sue certezze. L’amore per te è profondo e innegabile ma… sono costretto a vivere con lei!”

* * *

Alberto e Claudia non hanno rapporti sessuali da moltissimo tempo.

Il loro matrimonio è fatto di attenzioni e premure ma l’intimità fisica, è del tutto assente e, dopo anni di tentativi inutili, Alberto ha abbandonato ogni approccio, sentendosi sempre meno attraente e ferito nella sua virilità.

Ultimamente, a complicare le cose ci si è messa anche l’insegnante d’informatica che non nasconde un grande trasporto per lui e non perde occasione per ricordargli che: “Quando i matrimoni non funzionano bisogna chiuderli, senza tergiversare!”

Alberto è lusingato da quelle attenzioni e vorrebbe ricambiare i sentimenti della donna, ma l’insicurezza lo rende timido e pieno di paure.

Da troppo tempo ha rinunciato ad ascoltare i suoi bisogni profondi e il forte desiderio fisico che prova per lei lo spaventa e lo spinge a chiudersi.

È vero, il legame con sua moglie è privo di erotismo e di passione, ma l’idea di abbandonare la vita coniugale, fatta di ritmi immutabili e prevedibilità, per andare incontro all’incertezza e al tumulto interiore che accompagnano l’amore, lo terrorizza.

Così, con grande determinazione decide di non frequentare più i corsi d’informatica.

“Non posso separarmi.” confessa, scrollando la testa “Mia moglie ne soffrirebbe troppo e non voglio darle un dolore così grande!” 

* * *

Quando Francesca conosce Simona, è come se una manciata di sogni colorati la trasportasse dentro un mondo nuovo, fatto di creatività, di entusiasmo e di… passione.

Colta di sorpresa, Francesca è spaventata e incredula di fronte alla scoperta di quei sentimenti per un’altra donna.

Ma, pur sentendosi pazza e incosciente, insegue il filo di un desiderio che diventa sempre più intenso e profondo, fino a costringerla a guardare negli occhi le sue paure e a prendere una decisione. Rimandata per troppo tempo.

Lascerà suo marito, la loro bella casa, il giardino, l’automobile, i viaggi, le vacanze, i regali, le feste, le cene con gli amici e la stima dei parenti.

Non le importa dei soldi, delle comodità e dei vantaggi sociali che derivano dall’aver fatto un buon matrimonio!

Prenderà in affitto una stanza e farà quadrare lo stipendio con la sua voglia di cambiare.

“È il prezzo da pagare per la libertà!” dice a se stessa, mentre cammina mano nella mano con Simona, lasciando che suo marito gestisca come vuole la separazione, le case, le ricchezze e i tanti oggetti acquistati insieme e che, adesso, non le appartengono più.

Carla Sale Musio

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SEPARARSI O ASPETTARE ANCORA?

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