Archive for Marzo, 2016

Mar 31 2016

SCUOLA? … NO GRAZIE!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La scuola è uno strumento di potere nelle mani di chi comanda.

Dietro il pretesto di diffondere la cultura, infatti, si nasconde un pericoloso e invisibile lavaggio del cervello, capace di amputare la creatività dalla psiche indifesa dei più piccini, per forgiare soldatini ubbidienti e remissivi, pronti a seguire le indicazioni di chi sta in cattedra.

Il passaggio alla scuola elementare rappresenta un momento traumatico per tutti i bambini che, da un giorno all’altro, sono costretti a stare seduti nel banco per molte ore, mantenendo costante la concentrazione su argomenti nuovi, difficili e, spesso, poco interessanti.

Nel periodo della scuola materna, la socializzazione e il gioco sono al primo posto e i piccoli possono muoversi liberamente per la classe, divertendosi insieme agli altri bambini.

Ma, con l’ingresso nella scuola elementare, la musica cambia e il movimento, la fantasia, l’immaginazione e la condivisione, si riducono ai minimi termini per cedere il posto alle acquisizioni nozionistiche e mnemoniche.

In questo modo i nostri figli imparano che inventare, scoprire, costruire, creare, dialogare, aiutarsi, ascoltarsi e condividere, sono attività insignificanti, cui dedicare soltanto qualche sporadico ritaglio di tempo.

La scuola afferma il valore della produttività.

Una produttività: fondata sull’apparire, sul giudizio e sulla competizione.

In classe, infatti, bisogna rendere, distinguersi, diventare i primi, raggiungere il punteggio migliore!

Non copiare, non suggerire, non aiutarsi l’uno con l’altro, ma lasciare che ognuno risolva da solo le proprie difficoltà.

I semi dell’indifferenza e del cinismo vengono piantati già nelle prime classi della scuola elementare e troveranno l’humus necessario ad attecchire e svilupparsi, lungo tutto il percorso scolastico.

L’ubbidienza acritica e la sottomissione sono i requisiti principali di ogni bravo alunno.

A scuola si deve sempre: rispettare gli insegnanti.

Anche quando gli insegnanti non rispettano te.

Il rispetto, infatti, non è un diritto dovuto a tutti, ma solo a chi detiene il potere.

E il potere non è un bene al servizio della comunità, ma è una fonte di privilegi insindacabili, riservati a chi lo possiede.

Il qualunquismo e l’insensibilità, purtroppo, affondano le radici nel terreno scolastico e nutrono l’irresponsabilità e la prepotenza che caratterizzano questo nostro periodo storico.

I valori di una pedagogia nera, incapace di accogliere la variegata espressività degli studenti, intrecciano tutto il percorso scolastico, finendo per penalizzare anche gli insegnanti migliori.

Quelli che credono davvero nella comunità, nella condivisione e nell’intelligenza emotiva, e che si sforzano di trasmettere un messaggio d’amore e solidarietà, nonostante la repressione insita nei programmi ministeriali.

Per insegnare, infatti, non è richiesta alcuna competenza psicologica, proprio perché l’ascolto e la comprensione dei vissuti interiori sono considerati irrilevanti ai fini dell’apprendimento, e l’unica cosa che conta è un sapere arido di sensibilità.

Chi insegna, perciò, è costretto a portare avanti un programma basato esclusivamente su conoscenze cognitive, e privo di attenzione per la delicata fase di crescita che gli alunni stanno attraversando.

Così, quei docenti che, nonostante tutto, non riescono a ignorare le esigenze psicologiche dei loro allievi e si sforzano di dedicare tempo alla scoperta e alla condivisione del mondo interiore, devono fare i conti con i regolamenti, e spesso non sono ben visti né dai colleghi né dai genitori, spaventati all’idea che i loro figli restino indietro nella lotta per raggiungere il successo.

A scuola si deve STUDIARE!

E studiare significa: immagazzinare nozioni da ripetere a comando.

Maggiore è l’erudizione, e più grande sarà il consenso che l’organizzazione scolastica attribuirà agli studenti.

Non sorprende che, una volta completato l’iter di studio, della creatività, dell’entusiasmo e della solidarietà, non rimanga più nemmeno il ricordo.

La scuola premia l’individualismo e la sopportazione paziente e rassegnata.

Risorse indispensabili per la vita lavorativa e sociale che attende i nostri giovani alla fine degli studi.

Tanti geniali innovatori, scienziati, artisti e maestri nell’indagare le profondità della vita e dell’animo umano, ricordano, nelle loro biografie, di non aver avuto nessun successo scolastico ma anzi! Di essere stati sottovalutati e criticati.

Proprio perché l’originalità e la solidarietà non sono ben viste in quella sorta di carcere formativo che chiamiamo scuola e che prepara le nuove generazioni ad affrontare la vita.

L’allenamento all’ubbidienza è uno dei valori fondamentali.

A scuola si deve essere: disciplinati, arrendevoli e subordinati.

Indipendenti, autonomi, curiosi, fantasiosi, intraprendenti, creativi… sono aggettivi poco adatti a definire lo studente ideale.

L’alunno perfetto deve essere: rispettoso, capace di integrarsi e pronto a seguire le direttive di chi ha più esperienza.

Cioè: dipendente, acritico, omologato, passivo e sottomesso.

Chi incarna le caratteristiche del modello avrà un successo garantito, dalle elementari all’università, e, una volta conclusi gli studi, sarà pronto a seguire le regole di una società che premia l’individualismo e la competizione, irridendo la fratellanza, la sensibilità e la genialità.

Per tutelare i propri bambini, molti genitori, sensibili e illuminati, hanno dato vita a un movimento chiamato homeschooling e basato sull’educazione parentale.

Si tratta di un’istruzione impartita dai genitori, o da altre persone scelte dalla famiglia, ai propri figli. 

Nell’ambito dell’homeschooling le possibilità sono molto ampie, ci sono famiglie che preferiscono seguire degli orari giornalieri, utilizzando i testi e programmi scolastici, e altre che desiderano affidarsi a un apprendimento più naturale e spontaneo dove si assecondano i bisogni, gli interessi e capacità dei piccoli, in veste di aiutanti e guide.

Ma sempre queste persone istruiscono i propri figli con amore e dedizione, e il loro lavoro è parificato a quello svolto dagli insegnanti nelle scuole.

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La scelta dell’homeschooling è volta a promuovere lo sviluppo della personalità nella sua totalità, senza trascurare gli aspetti affettivi, espressivi e creativi.

Per questo è una soluzione che trova sempre più sostenitori.

In Italia, le famiglie che rifiutano la scuola sono all’incirca un migliaio, e si tratta di un numero in costante aumento.

Molti genitori, infatti, si rendono conto dei danni che l’organizzazione scolastica provoca sulla salute psicologica e fisica dei loro figli e, per questo, la scelta di opportunità alternative è sempre più gettonata.

La pedagogia nera, con il suo corollario di punizioni e abusi di potere, ha intriso la struttura della scuola, creando un meccanismo perverso di sottomissione e autoritarismo, traumatico per i bambini e funzionale alla supremazia di pochi privilegiati su un numero sempre crescente di creature disponibili, remissive e sottomesse.

Riconoscere l’abuso e la crudeltà, nascoste dietro la normalità dell’istruzione scolastica, è il primo passo per cambiare un mondo basato sull’indifferenza e sulla prevaricazione.

Un passo indispensabile.

Per mettere fine alla violenza e costruire una società capace di accogliere la creatività, la sensibilità e il valore di ogni essere vivente.

Carla Sale Musio

leggi anche:

PEDAGOGIA NERA

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Mar 27 2016

I REGALI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“E’ caduta nel fiume”.

La voce della bambina era incrinata dal pianto.

Seguì di corsa la bambola: le era sfuggita di mano, mentre giocava con lei lungo il fiume.

Ma quella, trascinata dalla corrente, cominciava a intridersi d’acqua.

La bambina inseguiva sgomenta il corpo di pezza, quei capelli rossi di lana.

“E’ colpa mia se l’ho persa”, diceva.

La sconvolgeva il pensiero che la bambola inerme affrontasse i gorghi del fiume.

“Ma se si ferma, anche un attimo solo, potrò riprenderla”.

*** *** *** *** *** *** ****

Un sacco di peli e ossa.

Un gatto anziano, vicino al muro a prendere il sole.

Un tempo era stato bellissimo, ma gli stenti e l’età lo avevano immiserito.

Eppure un passante gli accarezzò il capo.

Il gatto non riceveva attenzioni da tanto e le fusa presero a scuoterlo.

L’uomo parlava con lui dolcemente.

Il gatto lo guardò stupito.

“Resta”, implorò, miagolando.

Invece quello, senza capire, accennò ad andarsene.

“Ancora un attimo”, sperò l’animale.

Ma l’uomo proseguì verso casa.

*** *** *** *** *** *** ***

Una pubblica piazza, un nodo scorsoio, la folla vociante.

Una vita sbagliata, del sangue versato, poi il processo e la sentenza di morte.

Ma lui, il condannato, nutriva ancora speranze.

Aveva chiesto la grazia al suo re.

Il tempo si riduceva, ma lui attendeva caparbio.

“Se arriva la grazia” si disse “ sarò un altro uomo”.

E pensava al perdono da chiedere, al bene da compiere, alla vita da vivere e celebrare.

Ma il tempo era quasi ultimato.

“Un attimo ancora” implorò tra sé.

E intanto sperava.

*** *** *** *** *** *** ***

Dall’alto vedeva tutto.

Lui, il Tempo, padrone degli attimi e dei millenni, signore del mondo.

E servo lui stesso del fluire eterno degli anni.

Si chiedeva a cosa servisse quell’andare implacabile, il procedere affranto e sconvolto di tante esistenze, quel dolore muto e senza speranza, protratto nei secoli.

Lui, servo, costretto a subire lo scorrere antico degli anni.

E, insieme, padrone di quell’andare infinito.

Infine, dopo lungo e sofferto riflettere, decise di fare qualcosa.

Avrebbe donato degli attimi, dopo averli rubati a se stesso.

E ruppe gli indugi.

*** *** *** *** *** *** ***

Fra tanti dolori scrutati, ne scelse tre.

Ne esistevano di più sofferti o di ancora più gravi, ma l’impulso lo spingeva ad agire.

E seppe a chi regalare gli attimi che avrebbe rubato.

*** *** *** *** *** *** ***

Il fiume piegava a gomito, prima di allargarsi alla foce.

La bambina correva ancora, sfiancata e senza respiro.

Ricordava che l’acqua rallentava in quell’ansa.

Il Tempo, allora, intervenne.

E fermò per un attimo la bambola vicino alla riva, dove un masso emergeva.

La bambina giunse allora.

Si gettò nell’acqua, incurante del freddo.

Poi afferrò la bambola e se la strinse al petto, bagnata com’era.

L’acqua del fiume stillava dai capelli rossi di lana, da quel corpo di pezza.

E si unì alle lacrime di gioia della bambina.

*** *** *** *** *** *** ***

L’uomo andava lento verso casa.

Ma pensava a quel gatto, vecchio e stremato.

Allora, senza volerlo, si fermò per un attimo.

Si disse che, in fondo, poteva tenere con sé l’animale: la casa aveva un ampio cortile.

Forse un tempo era stato bel gatto, pensò.

Magari si sarebbe ripreso.

E in quell’attimo in cui si era fermato, decise.

Si volse, tornò indietro.

Il gatto sembrò percepire da lontano i suoi passi.

Quando lui lo raggiunse, l’animale aveva già gli occhi socchiusi e umidi per la gioia.

*** *** *** *** *** *** ***

Il nodo ormai gli stringeva la gola.

Tra poco tutto sarebbe perduto.

Ma la fune parve incastrarsi: per un attimo si interruppe il suo scorrere letale.

E, proprio allora, un tumulto in fondo alla piazza.

Il trambusto crebbe.

“La grazia” si sentì urlare.

Il nodo si fermò.

Poi lo scalpitare di un cavallo, il messo del re, il foglio con la grazia.

La fune si allentò, di colpo.

Sconvolto e quasi incredulo, l’uomo giurò a se stesso che sarebbe cambiato.

*** *** *** *** *** *** ***

Allora il Tempo, che aveva tutto osservato, si concesse un sospiro.

Aveva mutato tre sorti.

Povere cose davvero, nelle vaste e drammatiche storie del mondo.

Ma lui ne restò consolato e stupito.

E, finalmente, si sentì vivo.

Palpitava in ogni suo attimo.

Gloria Lai

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IL BRUCO

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Mar 21 2016

DE-PRESSIONE

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Il nostro frenetico stile di vita, piuttosto che ascoltare e riconoscere la nostra autenticità, ci obbliga a impersonare i comportamenti imposti dalle convenzioni.

E a questa regola non sfuggono nemmeno le emozioni che devono presentarsi sempre nel modo giusto per potersi adattare alle varie occasioni sociali.

Il calendario segnala le date e le scadenze  da pagare, ma anche i vissuti che è opportuno provare e, da un giorno all’altro, ci ricorda che bisogna essere:

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  • allegri e pieni di entusiasmoquando siamo in vacanza

  • concentrati, propositivi e instancabiliquando lavoriamo

  • capaci di accontentarci, collaborativi e pazientipraticamente sempre, ma soprattutto se siamo femmine

  • calmi, sereni e posatiquando discutiamo

  • riflessivi: quando prendiamo le decisioni

  • felici e colmi d’amore per tutti nelle ricorrenze familiari, ma soprattutto il giorno di Natale

  • pronti a ricominciare con entusiasmoquando abbiamo fallito

  • forti e capaci di reagire con tenaciadavanti alle malattie, anche gravi

  • soddisfatti comunque vadanelle competizioni, ma soprattutto quando perdiamo

  • umili e rispettosi anche davanti alla prepotenza degli altriquando siamo più giovani

  • pronti a lasciar correrepur di salvare le apparenze

  • pronti a tuttoquando si tratta di fare carriera, ma soprattutto se siamo maschi

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Chi non riesce a provare i sentimenti conformi alle circostanze deve fare i conti con un senso d’inadeguatezza e di diversità.

Così, pur di sentirsi approvato dagli altri, finisce per nascondere la propria sensibilità sotto la maschera delle emozioni prescritte dalla società.

E, spesso, tutto ciò che rimane vivo nella coscienza è solamente un senso di disagio… senza nessuna causa apparente!

Attutire questa pressione emotiva stereotipata, rimanendo in silenzio con se stessi (quel non avere voglia di fare nulla, oggi così temuto) è il modo più naturale di ripristinare un ascolto profondo delle proprie reali esperienze interiori, quando la corsa al conseguimento degli status, imposti dalle convenzioni, impedisce il contatto con i bisogni e con i valori più autentici.

In questa chiave, la de-pressione costituisce un tentativo estremo per de-pressare la girandola vorticosa delle emozioni imposte dalla corsa al raggiungimento dei beni materiali, un modo per interrompere lo sforzo innaturale del dover essere e per ripristinare l’ascolto della propria verità.

Essere de-pressi significa, allora, non aver più voglia di giocare quei giochi sociali che non ci appartengono e non ci rispecchiano, per lasciare che dalla totale assenza di emozioni, dal vuoto interiore che fa tanta paura, emerga il significato profondo della vita, il senso che ritrova le chiavi della propria esistenza.

Fuori dal consumismo e dai raggiungimenti materiali, lontana dal giudizio e dal conformismo, la nostra Anima osserva il mondo e, seduta sul bordo della vita, aspetta che il silenzio interiore le permetta finalmente di esprimere se stessa.

Libera da falsi bisogni.

Autentica.

Nella sua essenziale verità.

Da sempre.

Carla Sale Musio

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Mar 15 2016

MADRI SURROGATE: un amore che fa scandalo

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La donna che decide di prestare il proprio corpo per accogliere un bambino non suo e permettere la genitorialità anche a chi, altrimenti, non potrebbe farne esperienza, compie un gesto d’amore tra i più discussi, incompresi e vessati.

Soprattutto in Italia.

Viviamo nella cultura dell’avere, del diritto e del possesso.

Diciamo: 

“Mio marito, mia moglie, i miei figli…”

e decretiamo la proprietà, oltre che sugli oggetti, anche sulle persone.

Nella nostra società, basata sul commercio e sul potere, appare assurda l’idea che si possa ricevere nel grembo una piccola vita per poi donarla ai genitori, impossibilitati a concepire.

Come si può portare nel corpo un bambino… per poi lasciarlo tra le braccia di un’altra mamma?! 

O, addirittura, di due papà!

Sembra uno strappo inconcepibile! 

Per il bambino e per la donna che lo ha partorito.

Tanti anni fa, esistevano delle persone che offrivano il latte del proprio seno, gratuitamente o in cambio di un compenso.

Erano mamme che allattavano il cucciolo di un’altra, quando questa non poteva farlo da sé.

Si chiamavano balie ed erano considerate buone, generose, altruiste e materne.

Anche se ricevevano dei soldi in cambio del loro servizio.

Erano tempi diversi da oggi e a nessuno sarebbe venuto in mente di accusarle di sfruttare la maternità per arricchirsi.

Al contrario, la loro opera era considerata preziosa, perché permetteva ai bambini di crescere sani e alle loro mamme di sentirsi bene, anche quando non erano in grado di allattarli personalmente.

Tra la mamma e la balia si creava un rapporto di solidarietà.

E i piccoli, una volta diventati grandi, le ricordavano con gratitudine e affetto, come fossero delle “seconde mamme” senza il cui aiuto la vita sarebbe stata dura o, forse, impossibile.

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L’allattamento rappresenta un momento indispensabile per lo sviluppo emotivo, perché permette di ricreare quel legame intimo ed esclusivo che ha caratterizzato la vita intrauterina.

Durante le poppate, infatti, il neonato ritrova lo spazio complice vissuto nel grembo e sperimenta di nuovo un’appagante fusionalità.

Anche quando la mamma non è la stessa che lo ha cullato nel ventre per nove mesi.

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Da allora i tempi sono molto cambiati e, oggi, il latte in polvere ha risolto i problemi delle persone che non possono allattare, ma a nessuno verrebbe in mente di incriminare le balie, accusandole di essere state contro natura, interessate, superficiali, calcolatrici, opportuniste, nemiche di se stesse, dei bambini e delle altre donne.

Eppure… la relazione che le balie instauravano con il figlio di un’altra madre era molto simile a quella che, ai nostri giorni, le mamme surrogate vivono col bimbo che portano in grembo al posto dei genitori incapaci di procreare.

Una relazione che per le balie, spesso, durava più di nove mesi e che creava un rapporto intimo e intenso con il neonato, senza per questo offendere la famiglia di appartenenza, ma anzi! Sostenendola e valorizzandola.

Oggi, purtroppo, abbiamo perso il valore della solidarietà e l’etica del guadagno ha sostituito la fratellanza.

Così, un gesto d’amore, in tutto simile a quello delle balie di un tempo, è interpretato come un commercio interessato e privo di generosità.

L’avidità, che caratterizza le scelte dell’economia, ha improntato uno stile di vita sempre più cinico e materialista, occultando il valore altruistico di una maternità senza possesso, dietro l’accusa di opportunismo, superficialità ed egoismo.

Nutrire nel ventre un cucciolo e regalargli la vita, è un atto d’amore indiscutibile.

Soprattutto quando chi lo compie non rivendica la proprietà del nuovo nato, ma permette al calore di una famiglia di dispiegarsi anche nell’amore per un bambino.

Le persone che scelgono di fare del proprio corpo un nido per un pulcino che, altrimenti, non potrebbe nascere, mettono a rischio la propria salute e la propria esistenza per regalare la vita a un altro essere e la gioia di un figlio a chi non può averlo spontaneamente.

Ci vuole molto coraggio, molta generosità e molto amore.

Ma, soprattutto, molta fiducia nella profondità della vita e nella scelta di venire al mondo.

Non ci sarebbero soldi sufficienti, altrimenti, per convincere una persona ad affrontare i rischi e i dolori che accompagnano la gravidanza e il parto.

La decisione di portare dentro di sé una nuova creatura per permetterle di sperimentare l’esistenza su questo nostro piano di realtà, è una scelta che mostra una grande fiducia nel valore della vita e che ci insegna a considerare i figli non come un possesso esclusivo o una proprietà dei genitori, ma come individui venuti a regalarci un’occasione per amare.

Le mamme surrogate sono donne capaci di onorare la vita e di donare anche ad altri genitori la gioia della maternità.

Carla Sale Musio

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FAMIGLIE FONDATE SULL’AMORE

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Mar 09 2016

PERSONALITÀ MULTIPLE… É SALUTE MENTALE?

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Il concetto di identità ci insegna a riconoscerci in un insieme di caratteristiche che ci definiscono e ci rendono unici, inconfondibili e diversi da chiunque altro.

“Sono fatto così…”

“È il mio carattere…”

“Sono un’idealista…”

“Sono un impulsivo…”

Nel linguaggio comune usiamo spesso affermazioni che ci conducono a identificare noi stessi in un gruppo di comportamenti predefiniti.

Siamo convinti che la coerenza sia un indicatore capace di segnalare l’affidabilità delle persone e la stabilità della psiche.

E giudichiamo incoerente, cioè sbagliato, chi si lascia trascinare dagli eventi o dalle emozioni, senza avere un’identità precisa.

Fino ad oggi, le ricerche scientifiche hanno avvalorato questo stile di pensiero, definendo innumerevoli tipi psicologici in cui incasellare i comportamenti e le persone.

Nei testi di psicologia, infatti, troviamo tante descrizioni minuziose delle diverse strutture di personalità.

Ci sono i melanconici, i flemmatici, i collerici, i sanguigni, gli estroversi, gli introversi, i rigidi, gli orali, i masochisti, gli schizoidi, gli psicopatici… e chi più ne ha più ne metta!

In un crescendo che dalla normalità tracima nella patologia.

Persuasi di conquistare equilibrio, stabilità e attendibilità, ci affezioniamo ai nostri modi abituali di reagire agli eventi e finiamo per interpretare il mondo utilizzando sempre lo stesso tipo di atteggiamenti e restando imprigionati dentro una fissità comportamentale che non lascia spazio ad altre possibilità.

Nasciamo liberi, empatici, creativi e pieni di curiosità, pronti ad avventurarci nella vita per sperimentare le sue multiformi possibilità.

Ma l’inesperienza ci porta a scontrarci molto presto con la sofferenza e con la paura e, nel tentativo di proteggerci dalle emozioni sgradevoli, consolidiamo quei comportamenti che ci permettono di evitare il dolore e di ottenere approvazione e amore.

Prende forma così un team di modi di fare che caratterizza e definisce quella che crediamo essere la nostra personalità, mentre tutto ciò che nell’infanzia non ha funzionato viene archiviato in un angolo dell’inconscio.

In attesa di tempi migliori.

Tempi che non arrivano mai, perché l’abitudine struttura una routine comportamentale in grado di reagire automaticamente alle circostanze della vita, senza una partecipazione attiva e strategica della coscienza.

In questo modo la personalità diventa una sorta di automatismo emozionale che, apparentemente, ci consente di evitare la sofferenza, ma che, più profondamente, limita le nostre possibilità in un range comportamentale stereotipato e inadatto a far fronte alla poliedricità dell’esistenza.

Aprirsi alla molteplicità dei sé interiori fa paura.

Temiamo di perdere il controllo, finendo preda di atteggiamenti disdicevoli, pericolosi, fuorvianti o patologici.

Ma che succede a quelle parti di noi che abbiamo escluso dalla coscienza e relegato in una segreta dell’inconscio?

Nonostante i nostri sforzi per evitarle, non possono sparire e continuano ad agire sotto la soglia della consapevolezza.

Diventando gli artefici di quei piccoli o grandi incidenti a cui non sappiamo trovare spiegazione e che, impropriamente, attribuiamo al destino, alla sfiga, al karma, al caso o al giudizio di Dio.

La personalità, infatti, non è mai una soltanto, ma appartiene a un insieme infinito di comportamenti possibili, che l’ego sceglie di utilizzare per far fronte alle diverse esigenze della vita.

Siamo convinti, impropriamente, di avere un solo sé: capace di prendere decisioni, di compiere scelte, di architettare strategie e di guidarci fuori dai labirinti delle difficoltà.

Ma la realtà interiore è assai diversa da quello che comunemente si crede.

Il mondo psichico è popolato da innumerevoli personalità che si propongono alla coscienza per offrirle i propri talenti e la propria visione della vita.

Ogni personalità appartiene a un sé e possiede un suo peculiare punto di vista sulla realtà: un carattere, una saggezza, una sapienza, una filosofia e degli atteggiamenti, con cui va incontro agli eventi.

Abbiamo sempre a disposizione tanti sé diversi, pronti a offrirci la loro esperienza e a guidarci, ognuno con i suoi modi, nel nostro percorso evolutivo.

Sceglierne sempre e solo alcuni limita le possibilità di superare con successo le prove dell’esistenza, e ci confina in quella monotonia comportamentale ed emotiva da cui prende le mosse la patologia.

La salute mentale, infatti, scaturisce dalla capacità di accogliere con consapevolezza l’infinita molteplicità dei sé che costellano la nostra esistenza, senza identificarsi con nessuno, ma riconoscendone l’autonomia all’interno della coscienza.

Imparare a distinguere ogni sé, senza lasciarsene possedere totalmente, permette di modularne consapevolmente le risorse, creando le premesse per una vita ricca di possibilità e di significato.

Si tratta di comprendere che ognuno di noi governa un insieme potenzialmente infinito di modi di essere che, proprio come tante persone distinte, si alternano alla guida della nostra consapevolezza, nelle diverse circostanze della vita.

Ogni sé possiede gli strumenti per far fronte a un compito specifico e mostra una fisionomia propria, con pregi, difetti e idiosincrasie.

Imparare a percepirne l’energia e le peculiarità, senza perdere la visione lucida del loro alternarsi, consente di utilizzarne positivamente le competenze e di non esserne fagocitati.

Al contrario, credere di avere una sola personalità ci porta a cedere la guida della coscienza a pochi sé predefiniti, in genere i più prepotenti, e non permette di modularne la varietà e le risorse.

Si crea così una stereotipia comportamentale ed emotiva, che può sfociare nella patologia quando il pool dei sé con cui ci identifichiamo diventa inadatto a far fronte alle necessità della vita.

Concepire l’identità come un insieme di caratteristiche che ci rendono privi di contraddizioni e sempre uguali, è un modo pericoloso di circoscrivere il fluire dei sé, limitandone le risorse in un range di comportamenti sempre uguali.

Al contrario, aprirsi alla poliedrica esperienza di una personalità multipla, capace di alternare le competenze dei diversi sé, senza identificarsi con nessuno, genera, forse, un certo disorientamento, ma è il primo passo per affrontare con successo la creatività della psiche.

Avere una Personalità Creativa vuol dire riconoscere in se stessi l’esistenza di tante personalità diverse e instaurare con ciascuna un dialogo, volto ad approfondirne la conoscenza, fino a creare nella psiche un ego consapevole, capace di valorizzare tutte le risorse, lasciandone fluire le potenzialità.

Significa chiedersi, di momento in momento, quale sé stia agendo nel mondo interiore, accettando la coesistenza di tanti punti di vista diversi, contemporaneamente.

In questo quadro la coerenza, lungi dall’essere una garanzia di affidabilità e di stabilità, indica, invece, la pericolosa dittatura di un sé all’interno del mondo interiore, e segnala la rigidità piuttosto che l’equilibrio.

Imparare a gestire una molteplicità di punti di vista è il presupposto per una visione ampia e profonda della realtà, un modo di osservare la vita, che permette di accogliere tante verità senza discriminare, ma scegliendo, di volta in volta, le risorse più adeguate per affrontare gli eventi.

Carla Sale Musio

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Mar 07 2016

LINGUA SARDA E PERSONALITÀ CREATIVA

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Cari amici,

è con grande gioia che condivido con voi l’articolo che la poetessa e scrittrice Anna Cristina Serra ha pubblicato lunedì 29 Febbraio su L’UNIONE SARDA

Un articolo in lingua sarda in cui si parla del mio lavoro e del mio libro: LA PERSONALITÀ CREATIVA.

La lingua sarda è un idioma antico e intimo, capace di esprimere l’intensità dei sentimenti con una profondità e una musicalità neanche paragonabili alla lingua ufficiale, talvolta imposta, di un paese.

Leggere sul giornale un pezzo che racconta di me e descrive il risultato delle mie ricerche con le parole di questa lingua, ancestrale e piena di saggezza, mi commuove e mi onora profondamente, facendomi sentire ancora più intensamente parte di una terra, la Sardegna, che mi ha accolta quando avevo solo cinque anni e che, nel tempo, mi ha rivelato tutta la sua natura solitaria, sensibile e profondamente accogliente… così simile alla mia anima.

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Ecco la traduzione in italiano per chi, come me, non parla il sardo e non lo capisce perfettamente:

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Nel mondo virtuale, oramai imperante, ci sembra spesso di essere solo ombre e, sempre più frequentemente, ci sentiamo lontani da quei luoghi che, invece, danno sapore e freschezza alla vita.

Sapere, però, che anche in quella virtualità esistono strumenti capaci, non solo di comunicare velocemente e freddamente con gli altri ma anche di rivelarci il nostro mondo interiore, è come scoprire una sorgente di acqua fresca.

Una di queste fonti è un blog: Io non sono normale: IO AMO, nato nel 2011.

Dono di Carla Sale Musio: guaritrice dell’anima.

Psicologa, per i registri burocratici.

Lei, per anni, ha toccato e guarito le ferite dell’anima, che danno origine, a volte, a quelle del corpo.

In questo spazio virtuale ha voluto essere (grazie alla sua esperienza trentennale) un punto di riferimento sia per chi, in terapia, aveva necessità di capire meglio il proprio percorso, sia per chi esplorava il cammino del cambiamento in solitudine.

Tutto questo la dottoressa Sale Musio l’ha fatto osservando, ascoltando e, successivamente, mostrando quali sono le strade di una personalità creativa.

Concedendo a questo modo di essere il diritto di esistere. E quello di parola:

…è in questo modo che il sacro ispira la creazione, che lo spirito si fa carne, che l’arte annuncia la parola della Divinità. Creare è un po’ come pregare. Significa entrare in contatto con ciò che di più alto e puro esiste dentro di noi…

Perché la prima creatrice è lei. 

Artefice di sentieri adatti per ognuno: tragitti di ascolto, di assestamento e di indicazioni per giungere a un luogo “nostro”.

Dal blog nasce un libro: La personalità creativa (youcanprint, € 18,90 – si può trovare anche in internet).

Ma se lo prendi tra le mani, per magia si trasforma in un aratro.

Di quelli aratri antichi di legno che accarezzano la terra che lavorano.

E che penetrano dolcemente in cerca dei tesori nascosti: dal tempo, dalle sofferenze, dai tradimenti, dalle falsità, dalle tante maschere decise da altri per noi e che, magari, celano la parte più bella che possediamo.

Quella giocosa, poetica, operosa, accondiscendente.

Quella capace di creare bellezza anche nella sofferenza.

Quella che cresce e scopre cose nuove ogni giorno.

I doni per noi.

A guidare l’aratro, una mano sapiente e carezzevole che conosce la profondità dei solchi, le direzioni, le sementi.

Sa come estirpare le erbacce e come innaffiare i germogli.

Ma le direzioni sono infinite: una per ciascuno di noi, perché tutti siamo diversi e unici.

Papa Francesco dice: “Dobbiamo essere capaci ad accogliere la ricchezza della diversità”.

Essere diversi può voler significare anche essere liberi, amare senza confini, disubbidire.

…La libertà oltrepassa le parole e, per comprenderla, è necessario viverla. Avere una personalità creativa significa cavalcare costantemente il cambiamento permettendo all’energia dell’amore di esprimersi con naturalezza nella propria quotidianità…

Un libro che ci tiene per mano quando siamo pensierosi, tristi, soli.

…Solo l’amore sopravvive alla morte…

Un libro per dare a quel buio che non comprendiamo ma che ci riempie il cuore, una forma che somigli alla luce…

…La salute mentale non ha regole e non è possibile farla rientrare in uno schema, si possono però tratteggiare punti comuni da cui prendere le mosse per spiccare il volo dell’autonomia…

E nella favola che chiude il libro potresti esserci anche tu.

Scommetti?

Il cuore non è normale.

È libero.

Anna Cristina Serra


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Qui sotto il testo dell’articolo in lingua sarda:

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In unu mundu virtuali chi est spraxendusì deapetotu, a bortas, s’intendeus isceti umbras e, sèmpiri de prus, foras de cussus tretus chi, invecis, donant sabori friscu a sa vida. Biri perou ca in custus giassus telematicus ddoi at ainas, no isceti po una comunicatzioni lestra e frida cun is àterus ma, po connòsciri de prus su mundu nostru de a intru, est comente agatai una mintza di àcua frisca.

Unu de custus benadroxus est unu blog: Io non sono normale: IO AMO, nàsciu in su 2011, istrina de Carla Sale Musio: meigadora de s’ànima, psicologa po is registrus burocràticus.

Issa po annus e annus at tocau e sanau is liagas de s’ànima, nexi, a bortas, fintzas de cussas de su corpus. In custu giassu at bófiu èssiri, cun una esperiéntzia de 30 annus, puntu de riferimentu siat po chini, in terapia, teniat abbisongiu de cumprèndiri mellus is chistionis suas, siat po chini fut fendu, a solu, unu caminu de cambiamentu. Totu custu sa dotoressa Sale Musio dd’at fatu castiendu e ascurtendu e, a pustis, amostendu cali funt is bias de una personalidadi creadora, donendu a custu modu de èssiri, deretu de esisténtzia. De chistionai: …è in questo modo che il sacro ispira la creazione, che lo spirito si fa carne, che l’arte annuncia la parola della Divinità. Creare è un po’ come pregare. Significa entrare in contatto con ciò che di più alto e puro esiste dentro di noi

Ca sa primu creadora est issa. Imbentera de moris adatus po donniunu: anderas de ascurtu, de acabidaduras e de indicus po lòmpiri a unu logu “nostru”.

De su blog nascit unu lìbburu: La personalità creativa (youcanprint, € 18,90- si podit agatai in internet puru) Ma chi ddu pigas in is manus, po maîa si mudat in un’arau. De cussus araus antigus de linna chi caringiant sa terra chi manixant e andant a fundu circhendu is iscruxoxus tudaus: de su tempus, de sa suferéntzia, de sa traitoria, de sa falsidadi, de is tantis carotas isceradas de àterus po nosu e chi mancai cuant sa parti prus bella chi teneus. Cussa brulladora, cantadora, fainera, adobiadora. Cussa imbentadora de sa bellesa in sa suferéntzia. Cussa chi crescit e iscoberit cosas noas dì po dì. Is istrinas po nosu.

A ghiai s’arau una manu iscìpia e carinniadora chi connoscit sa profundidadi de is surcus, is tentas, sa sementza. Iscit comenti si ndi tirat s’erba mala e comenti si àcuant is matixeddas noas. Ma is tentas funt chene acabbu: una po donniunu de nosu ca totus seus diversus e ùnicus. Papa Franciscu narat: “Depeus èssiri bonus a acolliri sa richesa de sa diversidadi”.

E sa diversidadi podit èssiri fintzas a èssiri lìbberus, a istimai chene connòsciri làcanas, a no pònniri menti.

…La libertà oltrepassa le parole e, per comprenderla, è necessario viverla. Avere una personalità creativa significa cavalcare costantemente il cambiamento permettendo all’energia dell’amore di esprimersi con naturalezza nella propria quotidianità…

Unu lìbburu chi si pigat sa manu candu seus impentzamentaus, tristus, solus.

…Solo l’amore sopravvive alla morte…

Unu lìbburu po donai a cussu iscuriu chi no cumprendeus ma chi si prenit su coru una forma chi assimbillit a sa luxi…

…La salute mentale non ha regole e non è possibile farla rientrare in uno schema, si possono però tratteggiare punti comuni da cui prendere le mosse per spiccare il volo dell’autonomia…

E in sa paristória chi serrat su lìbburu ddoi podis èssiri tui puru. Iscumitis?

Il cuore non è normale.

È libero.

Anna Cristina Serra

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Mar 01 2016

IL BRUCO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La terra gli carezzava il corpo e lui percorreva le asprezze di quel lembo di prato, innalzandosi ogni tanto a scrutare all’intorno, sostenuto dai morbidi anelli della coda.

Un bruco colorato e setoso, ecco cos’era.

Quando alzava la testa, vedeva poco più dei sassolini, del terriccio, delle foglie cadute dai rami.

Il brulicare delle formiche, il colorato andare di altri vermi, i ramoscelli da superare con una certa fatica: questo era tutto il suo mondo.

Ma un giorno, l’involontario volgersi del capo verso il cielo gli offrì una visuale straordinaria: ad un’altezza immensa, scorse lo sfrecciare potente di animali alati, le discese veloci di corpi agili, lo scarto improvviso di ali e code nel volo.

Rimase assolutamente conquistato.

Come avrebbe voluto anche lui attraversare il cielo, sentire l’aria potente, sfidare il vento…

Ma l’abbattersi del proprio capo sul terreno lo riportò alla realtà e ai morbidi anelli colorati del suo corpo.

*** *** *** *** *** *** ***

Le risate, le corse, il cibo consumato seduti sull’erba: era un giorno di festa e molti abitanti del villaggio si erano recati nella valle per trascorrere alcune ore di svago e per vedere l’attrazione del giorno: una mongolfiera colorata doveva innalzarsi, lenta e sicura, verso il cielo.

Il bruco usò tutta al sua attenzione per mettersi al riparo da piedi veloci, gonne svolazzanti, cani zampettanti.

Temendo per la propria esistenza, si portò a fatica su una delle funi che trattenevano la mongolfiera. “Almeno qui” si disse “non mi schiacceranno”.

Ma accompagnata dal clamore di molte voci, poco dopo la mongolfiera fu liberata dai lacci e si innalzò solennemente, lenta ma inesorabile, verso l’azzurro.

Il bruco, allora, aderì disperato alla fune pendula con le sue molte zampette e con sforzo immane si trascinò sino al cesto della mongolfiera.

Poi lasciò che quella lo trasportasse.

E affidò la propria vita al destino.

*** *** *** *** *** *** ***

Che emozione terribile!

Sotto di lui la terra, sopra e intorno lo splendido azzurro del cielo.

Rondini, passeri, storni, tutto un mondo irraggiungibile gli stava accanto e lui non smetteva di stupirsi nel vedere quegli esseri volanti, curiosi dell’arnese colorato che si innalzava senza ali.

Il bruco pensò che gli era riservata un’esperienza irripetibile.

A lui, essere strisciante, era concesso di salire verso il cielo.

Fu così potente questa rivelazione che si distrasse e, senza volerlo, allentò la presa delle zampe. Il vento se lo portò via.

Leggero com’era, cominciò a cadere lentamente, ma capì subito che quella discesa sarebbe stata inesorabile.

Allora, sentendo crescere la disperazione, cercò di placarsi: rivide tutto il bello che la sua breve vita gli aveva donato e ringraziò in cuor suo il verde dell’erba, le formiche veloci, gli steli colorati.

E infine si disse che per la bellezza di quel viaggio nell’azzurro, davvero si poteva morire.

*** *** *** *** *** *** ***

Un urto potente, ma non doloroso: inaspettatamente era atterrato sulla morbida schiena di una rondine.

Lei non si accorse di nulla, presa com’era dalla gioia del volo.

Il bruco le si attaccò disperatamente alle piume e aderì il più possibile al dorso di lei, temendo che il vento lo trascinasse ancora via.

Ma quando lei si abbassò a sfiorare con il ventre il verde del prato, il bruco colse l’occasione e si lasciò cadere sull’erba, rotolando sino a fermarsi.

Affranto da tanti avvenimenti, raggiunse uno stelo robusto e gli si accomodò addosso, desideroso solo di riposare.

Sprofondò in uno stato simile al sonno, il corpo sempre più pesante.

*** *** *** *** *** *** ***

Lo riscosse una sensazione potente, forte come uno strappo, violenta come una lacerazione.

Non capiva cosa stesse avvenendo: sentiva il suo corpo espandersi, percepiva una pressione che dolcemente si allentava.

Poi qualcosa, simile a una veste stretta, gli scivolò di dosso e due ali frementi si aprirono a stento. Sconvolto da tanto prodigio, il bruco si guardò e non si riconobbe per niente.

Ancora uno sforzo estremo.

Appena le ali si estesero, tutte aperte nel loro splendore, lui si levò verso il cielo.

La luce del sole brillava sui colori di quel corpo leggero.

*** *** *** *** *** *** ***

Era diventata una farfalla talmente bella che si incantarono a guardarla le formiche del prato, le foglie, i fuscelli.

E anche le rondini in cielo.

Gloria Lai

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