Archive for Aprile, 2016

Apr 29 2016

QUELLE VOCI NELLA TESTA…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Coltiviamo la convinzione di essere una persona soltanto e, invece, senza saperlo, gestiamo una personalità in multiproprietà, insieme a numero potenzialmente infinito di sé diversi e ricchi di possibilità espressive.

Il problema è che non ne siamo consapevoli. 

Anzi! 

Siamo convinti di essere gli unici padroni del nostro corpo e della nostra mente. 

E questo crea non pochi inconvenienti.

“Non ho potuto resistere”

“Mi ha preso il matto”

“Ero come posseduto”

“Mi sono sentito divorare dalla rabbia”

I modi di dire riflettono un’estraneità interiore che tutti abbiamo sperimentato in momenti diversi della vita, proprio come se un’energia sconosciuta s’impadronisse della volontà, guidandola verso scelte, comportamenti ed emozioni, in cui poi è difficile riconoscersi, una volta usciti dalla possessione.

Ma quella forza aliena, che improvvisamente occupa la psiche, segnala la presenza di altri proprietari della personalità, i nostri tanti Sé, che esercitano spontaneamente il loro diritto di gestione.

Infatti, fino a quando non ne riconosciamo l’esistenza in noi stessi, è impossibile regolarne l’alternarsi e usufruire produttivamente delle loro risorse.

Finché nella personalità manca un garante della democrazia, nel mondo interiore si attua una pericolosa anarchia, che permette ai Sé più forti di spadroneggiare su quelli meno energici, fino a monopolizzare pensieri e comportamenti, con un golpe che ne instaura la dittatura.

Abbiamo Sé leciti e Sé illeciti, Sé che ci piacciono e Sé che, invece, rifiutiamo, Sé che gestiscono le risorse della psiche e Sé rinnegati che faticano a guadagnarsi uno spazio di autonomia.

La poliforme varietà espressiva delle nostre tante personalità, costituisce una ricchezza che siamo incapaci di utilizzare vantaggiosamente, finché ne ignoriamo l’esistenza e non impariamo a gestirne le qualità in maniera funzionale e mirata.

Quello che succede è che, di solito, ci identifichiamo con un pool di opportunità sperimentate durante l’infanzia e cresciute grazie al rinforzo costante di genitori, insegnanti, amici e parenti.

Sono i Sé leciti: quelli che ci hanno permesso di diventare adulti e di ritagliarci un posto nel mondo.

Grazie a loro abbiamo superato tante difficoltà, imparando a far fronte alle richieste della vita, ma, nel tempo, sono diventati così importanti (e prepotenti) che, oggi, separarcene, anche solo per poco, sembra un’impresa pericolosamente difficile.

In una segreta dell’inconscio, però, stanno rinchiusi i nostri Sé illeciti, quelli che, quando eravamo bambini, hanno incontrato il disprezzo delle nostre figure di riferimento, procurandoci umiliazioni, paura e dolore.

Allora, abbiamo dovuto escluderli dalla gestione della nostra vita e abbiamo imparato a evitarli, fino a nasconderli alla consapevolezza, proiettandone le caratteristiche fuori di noi, su chiunque ne manifesti le qualità, e combattendoli all’esterno come pericolosi nemici.

In questo modo ci priviamo delle loro risorse e limitiamo le opportunità con cui fronteggiare gli eventi.

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SÉ LECITI E SÉ ILLECITI

Marco ha imparato da bambino che per raggiungere i propri obiettivi occorrono impegno, costanza, dedizione e instancabilità, e, per conquistare la stima dei genitori e degli insegnanti ha eliminato dal suo mondo interiore tutti quei Sé che prediligono l’ozio, la contemplazione, il rilassamento e l’abbandono fiducioso.

In questo modo ha sviluppato un’instancabile capacità di fare le cose, censurando il piacere dell’inattività e della riflessione.

Ma i Sé rinnegati, incarcerati nell’inconscio, attirano magneticamente nella sua vita una processione di persone pigre, indolenti e perditempo, che Marco disprezza apertamente e invidia segretamente, fino a quando non decide di aprirsi anche ai suoi lati meno operosi, capaci di regalargli quei momenti di riposo di cui ha tanto bisogno e che, senza la loro preziosa presenza, non riesce a concedersi.

* * *

Per farsi voler bene, Adriana ha imparato a mostrarsi servizievole e gentile con tutti, ma in un angolo della coscienza ammira le persone che sanno dire di no e rispettare i propri bisogni, invece di sacrificarsi costantemente per gli altri.

In lei il rispetto di se stessa ha ceduto il posto al desiderio di compiacere e, senza nemmeno rendersene conto, finisce per lasciarsi sfruttare dalle persone che le stanno intorno.

Un Sé Gentile la fa da padrone nella sua psiche, costringendo alla gogna i Sé che, invece, potrebbero proteggerla con qualche NO pronunciato al momento opportuno.

* * *

Antonello ha scelto la via della bontà, è sempre dolce, accogliente e pronto ad ascoltare i problemi di tutti.

Quando torna a casa la sera, però, gli sembra spesso di non aver concluso nulla, e invidia le persone che sono capaci di concentrasi su un progetto senza lasciarsi distrarre da nessuno. Vorrebbe essere più egoista, ma la paura di non sentirsi amato, se smette di pensare agli altri e si concentra di più su se stesso, ha intrappolato la sua assertività dentro una camicia di forza fatta di accondiscendenza, annientando in lui la capacità di perseguire i propri obiettivi.

* * * 

Quello che MarcoAdriana e Antonello, devono coltivare è un Io Consapevole, capace di modulare le diverse energie in modo funzionale alle esigenze cui devono far fronte di momento in momento.

Finché siamo bambini, le nostre scelte sono condizionate dall’ambiente in cui viviamo e al quale ci dobbiamo adattare, ma, una volta diventati adulti, possiamo ripercorrere all’indietro la strada della crescita, riconoscendo quei Sé che ci sono serviti per integrarci nella comunità e quelli che, invece, hanno dovuto farsi da parte per permetterci di ottenere l’approvazione del mondo.

Imparare a dare un nome alle tante voci che popolano la nostra interiorità, significa permettere alla consapevolezza di scegliere le energie più funzionali alle circostanze e dirigere l’orchestra delle nostre possibilità, senza identificarci totalmente con nessuno ma valorizzando armonicamente le peculiarità di ogni nostro Sé.

I Sé leciti e i Sé illeciti appartengono a una scissione infantile della psiche, che priva la personalità di molte risorse.

Il benessere e la salute mentale derivano dalla capacità di accogliere tutti gli aspetti della nostra vita emotiva, integrando i Sé illeciti in uno spazio interiore di accoglienza, capace di valorizzarne le peculiarità al momento opportuno e di abbassarne il volume quando invece è necessario ascoltare voci diverse.

Modulare le risorse di ogni Sé in funzione delle circostanze è il traguardo che si raggiunge integrando nella coscienza ogni nostra diversità e legalizzando tutti i Sé, senza confinarli nell’inconscio e senza lasciarli spadroneggiare nella psiche.

Un mondo migliore si conquista eliminando il razzismo alla radice.

Per prima cosa dentro se stessi.

Carla Sale Musio

leggi anche:

PERSONALITÀ MULTIPLE… È SALUTE MENTALE?

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Apr 26 2016

INTERVISTA SU BLOG THERAPY

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Cari amici, sono felice di condividere con voi la mia intervista su Blog Therapy.

Si parla del libro La Personalità Creativa, di un mondo malato,  e di come le persone sane siano spesso costrette a chiedere aiuto agli psicologi…

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Per leggerla basta cliccare qui

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Apr 19 2016

SI É SEMPRE FATTO COSÌ

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Si è sempre fatto così.

E quindi perché cambiare?

La violenza trova un alibi perfetto nelle consuetudini, che con il loro corollario di rituali, cerimonie e protocolli, impongono le leggi della sopraffazione dietro il travestimento innocente dell’abitudine.

Si è sempre fatto così e quindi è normale continuare a farlo, anche se si tratta di atrocità come l’infibulazione, le spose bambine, la lapidazione e altre crudeltà che ai nostri occhi appaiono intollerabili ma che appartengono alle tradizioni dei paesi in cui sono praticate.

Si è sempre fatto così e quindi:

“Una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno!”

“Le punizioni temprano il carattere!”

“La severità fa crescere adulti vincenti!”

Si è sempre fatto così e quindi:

“Mors tua vita mea!”

“Homo homini lupus!”

“Uccidere fa parte della vita!”

Si è sempre fatto così e quindi seguitiamo a perpetuare le nostre usanze innocenti e cariche di arroganza, senza che la coscienza ne riconosca l’aggressività.

È per questo, che continuiamo a mangiare la carne, ignari dei tanti studi che ne dimostrano la pericolosità per la salute.

Ma soprattutto, inconsapevoli della crudeltà e del cinismo con cui brutalizziamo la vita di tante creature docili e miti.

Si è sempre fatto così e quindi regaliamo ai nostri figli i pupazzetti colorati che rappresentano gli animali della fattoria.

Gli stessi animali che poi abusiamo negli allevamenti, per soddisfare il piacere effimero del palato, senza curarci dei maltrattamenti e del dolore.

Si è sempre fatto così e quindi impariamo da piccoli che gli adulti hanno sempre ragione, anche quando puniscono, umiliano e picchiano. 

Perché si sa: lo fanno solo per il nostro bene.

Si è sempre fatto così e, da una generazione all’altra, perpetuiamo i principi di un mondo basato sul predominio e sulla prepotenza, trascurando il rispetto, la fratellanza, la solidarietà e l’amore.

Si è sempre fatto così.

Perciò ci sembra logico imbrogliare i bambini e sfruttare gli animali, perché l’innocenza che li accomuna è un valore sconosciuto nella nostra evoluta società dei consumi, in cui contano il guadagno, la competizione e la prepotenza e non c’è posto per la sensibilità, per la conoscenza reciproca e per l’accoglienza della diversità.

Tramandiamo la violenza da una generazione all’altra, attraverso tanti piccoli gesti che ci sembrano normali.

Perché li abbiamo visti compiere sin da quando eravamo bambini e abbiamo imparato a conviverci, dimenticandoci dell’angoscia e della sofferenza.

Nostra e degli altri.

Ci sembra ovvio mangiare la carne di chiunque appartenga a una specie diversa dalla nostra.

Ci sembra ovvio dare una sculacciata a un bambino che non ubbidisce.

Ci sembra ovvio non perdere tempo a comprendere le ragioni e il dolore di chi consideriamo diverso.

In questo modo coltiviamo la crudeltà e, senza rendercene conto, incrementiamo le guerre, le stragi, le morti, le malattie e la sofferenza che stanno distruggendo l’umanità.

Si è sempre fatto così.

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INNOCENTI VIOLENZE QUOTIDIANE

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Il venerdì santo, come ogni anno, la nonna va a ritirare l’agnello dal macellaio. 

Lo porta a casa ancora vivo, perché dice che così è sicura che sia fresco, e poi incarica noi bambini di prendercene cura.

Possiamo giocarci venerdì e sabato perché domenica mattina la nonna lo cucina. 

Qui in paese il pranzo di Pasqua si festeggia sempre con l’agnello. 

La nonna dice che bisogna mangiarlo perché è un simbolo di pace.

Ma io piango sempre.

Anche se tutti mi prendono in giro e mi chiamano “femminedda”.

* * *

La zia ha steso le lenzuola fuori dal balcone in modo che tutti vedano che Andrea ha fatto la pipì a letto. 

“Sei un piscione!”

Lo canzona arrabbiata, mentre rifà il letto con le lenzuola pulite.

“Devi imparare ad alzarti e andare al gabinetto, quando ti scappa la pipì!”.

Andrea tiene gli occhi bassi per la vergogna e trattiene le lacrime, gli sembra di sentire le risate dei bambini che abitano di fronte. 

D’ora in poi si alzerà mille volte, pur di non vivere più quell’umiliazione.

* * *

Angela osserva le scarpe di Babbo Natale

Sono identiche a quelle di papà. 

E anche la voce somiglia molto a quella di papà. 

La mamma, però, le ha assicurato che Babbo Natale non è papà, ma un vecchio solitario che porta i giocattoli ai bambini buoni. 

Angela sa di non essere stata molto buona, eppure a lei Babbo Natale quest’anno ha portato una bambola grande con tutto il corredino. 

Invece a Cecilia, la figlia della colf, ha portato soltanto dei dolcetti con una bambolina piccola piccola, che si è rotta subito. 

È un regalo davvero brutto, pensa Angela.

Babbo Natale dev’essere molto vecchio e perciò anche molto distratto, perché Cecilia è una bambina bravissima e sta sempre ferma in un angolo ad aspettare che la mamma finisca di lavorare, senza disturbare nessuno.

* * *

“Alzati e fai sedere papà!”

“Ma c’ero prima io…”

“Non importa, papà è grande e ha più diritto di te di stare seduto in poltrona.”

“Ma può sedersi sull’altra poltrona…”

“Avanti Matteo, smetti di fare lo stupido e alzati! Altrimenti prenderai anche un bello schiaffo!”

“Ma tu e papà dite sempre che chi arriva prima: si prende il posto…”

“Ora questo non c’entra, i bambini devono imparare a rispettare i grandi.”

“Ma perché i grandi non devono rispettare i bambini?”

“Insomma, basta!!! Quante storie! Se non ti alzi subito, vengo lì e te le suono di santa ragione!!!”

Carla Sale Musio

leggi anche:

PEDAGOGIA E VIOLENZA

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Apr 13 2016

Come amano i creativi: ALTRUISMO NO STOP

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Chi possiede una Personalità Creativa é interessato ai bisogni degli altri, sensibile, accomodante e disposto a sacrificarsi per il bene comune, ma deve stare attento a non lasciarsi trascinare dalle necessità altrui perché, dimenticandosi delle proprie esigenze, sacrifica il suo equilibrio emotivo.

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EMOZIONI PERICOLOSE

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Pietro gestisce una bella palestra nel centro storico della città e conduce una vita ricca di soddisfazioni e di amicizie. 

Ma, nonostante i ritmi indaffarati che riempiono le sue giornate, ogni tanto la solitudine gli morsica il cuore e si ritrova a piangere un fiume di lacrime solitarie.

E’ uscito da più di un anno da un rapporto importante e si considera ormai single per vocazione quando, all’età di circa quarant’anni, s’innamora di Simone.

Premuroso e sollecito, Simone esprime il suo affetto soprattutto in cucina e imbandisce per lui ogni genere di manicaretti, coccolandolo con i cibi e conquistandolo con i suoi modi materni. 

Infatti, Pietro, che è orfano di entrambi i genitori, nella vita si è dovuto abituare molto presto a cavarsela da solo e trova nelle attenzioni di Simone il rifugio e la protezione che gli mancano da sempre.

Mentre Pietro si lascia conquistare dalle pietanze di Simone; Simone, che pure è affascinato dalla sua poliedrica creatività, appare poco partecipe e distante davanti all’energia degli entusiasmi di Pietro.

Per lui le passioni hanno sempre costituito un rischio da evitare con cura.

La scarsa attenzione di Simone per gli stati d’animo (propri e degli altri) inizialmente rassicura Pietro, a cui sembra di essere protetto anche dall’intensità delle sue stesse emozioni. 

Ma ben presto l’apatia di Simone comincia a farlo sentire insofferente e nervoso e, nel tentativo di coinvolgerlo, Pietro confida a Simone le angosce che a volte lo tormentano nei momenti di solitudine.

Simone, però, evita il dialogo trincerandosi dietro a una prigione di luoghi comuni:

“Stai male? Avanti, non farne un dramma. Tutti hanno i loro problemi.”

“Ti senti solo? Ma cosa dici! Non puoi sentirti solo. Conosci un sacco di gente!”

“Insicuro tu? Dai, non farmi ridere!”

In breve tempo il muro dell’apatia emozionale di Simone rende Pietro insoddisfatto e ansioso.

Simone disprezza sistematicamente i suoi interessi e le sue proposte, vuole soltanto vagabondare per i locali, commentando i vestiti e gli amanti degli altri e lamentandosi per la noia che sembra consumare la sua vita.

Percependo che la monotonia nell’esistenza di Simone è frutto della sua sordità emotiva, Pietro spinge al massimo il volume dei propri sentimenti, diventando sempre più passionale, irascibile, impulsivo e geloso e alimentando in questo modo le critiche e il disprezzo da parte del compagno, in un parossismo di passione e incomprensione cui diventa difficile sottrarsi.

Quando infine approda alla terapia, si sente intrappolato in un circolo vizioso di delusione e dipendenza. 

Piange per un nonnulla, è geloso fino a perdere le staffe e spaccare tutto ciò che gli capita a tiro, implora Simone di vivere con lui ma subito dopo lo supplica di lasciarlo, ha paura degli altri e non riesce più a stare solo.

Vorrebbe allontanarsi da Simone, che giudica troppo diverso e lontano da sé, eppure cerca di smuoverne l’inerzia emozionale amplificando i propri sentimenti in un crescendo che spaventa lui stesso.

Il percorso che affronteremo insieme lo aiuterà a riconoscere dentro di sé l’empatia che muove quei comportamenti esagerati e il dono di impulsività che istintivamente e inconsciamente offre a Simone, nel tentativo di aiutarlo a riprendere contatto con le emozioni rimosse. 

Un dono talmente generoso da minare l’equilibrio emotivo di Pietro e da rendere impossibile proprio quella reciprocità che egli tenta di costruire, inutilmente.

Carla Sale Musio

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Apr 06 2016

SEPARAZIONE: concedere al partner il diritto di odiarci

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Chi sceglie di separarsi e di mettere fine a un matrimonio o a una convivenza, inevitabilmente va incontro a ripensamenti, sensi di colpa, esitazioni e perplessità.

Anche quando in cuor suo ha già deciso e sente che non è più possibile proseguire il cammino insieme.

L’incertezza che attanaglia le viscere e crea tanti dubbi, però, spesso non riguarda la relazione col partner quanto, piuttosto, l’immagine idealizzata di sé che ognuno coltiva nel proprio mondo interiore.

Per ottenere approvazione e stima, infatti, costruiamo costantemente dei modelli di comportamento ideali, cui ci sforziamo di assomigliare.

La separazione mette in crisi il bisogno di perfezione e costringe ad assumere la responsabilità anche di quegli atteggiamenti che sono stati giudicati negativi e confinati nell’inconscio.

Mettere fine a un matrimonio conduce inevitabilmente a deludere le aspettative (proprie e del partner) e ad affrontare il fallimento del progetto costruito insieme.

Significa accettare di non poter mantenere le promesse iniziali, anche quando questo infrange le attese della persona che abbiamo amato e con cui, un tempo, avremmo voluto condividere tutta la vita.

Non è una scelta facile.

Le parti rinnegate di noi si fanno avanti nella coscienza, e un critico interiore, instancabile e rigoroso, cerca di allontanarle come può. Senza riuscirci.

Emergono quei sé confinati nell’inconscio (nel tentativo di emulare la nostra immagine ideale) che, approfittando del momento di crisi, rivendicano il proprio bisogno di indipendenza e che confliggono con altri sé, desiderosi di piacere incarnando l’archetipo del bravo marito o della brava moglie.

Un disagio interiore spinge a cercare di salvare almeno le apparenze e, inseguendo il difficile equilibrio tra autostima, desiderio di approvazione e indipendenza, stimola il bisogno di ottenere almeno il consenso delle persone che abbiamo intorno.

Nel tentativo disperato di non distruggere la perfezione dell’immagine idealizzata che abbiamo costruito di noi stessi, ci sforziamo di mettere ordine nella battaglia interna tra i diversi sé cercando approvazione e stima all’esterno.

Ma questa ricerca di consensi ci allontana pericolosamente dalla nostra integrità più profonda e finisce per occultare i bisogni autentici.

Ecco quindi arrivare i ripensamenti, le incertezze e i sensi di colpa, che amplificano l’inevitabile confusione emotiva.

E, per mitigare la sensazione d’inadeguatezza, finiamo per desiderare l’approvazione del partner, proprio nel momento in cui ne stiamo deludendo le attese.

Il bisogno inconscio di mantenere intatta la sua stima, ci spinge a sostenere discussioni estenuanti e, spesso, cariche di colpe, accuse e rancori.

In un crescendo emotivo che, lungi dal soddisfare la reciprocità e l’apprezzamento, precipita il rapporto in un vortice d’incomprensioni.

Per uscire da questo tunnel è indispensabile assumersi la responsabilità delle proprie scelte, lasciando all’altro il diritto di odiarci.

A prescindere dalle ragioni o dai torti di ciascuno.

Chi non ha ancora maturato dentro di sé il desiderio di concludere il matrimonio, può aver bisogno di disprezzare il coniuge che, invece, ha già scelto di continuare il percorso da solo.

La rabbia è un antidolorifico potente e consente di alleviare per un po’ i morsi della sofferenza, dell’umiliazione e della paura.

Pretendere di ottenere l’approvazione di chi si sente costretto a subire una scelta che ancora non gli appartiene, è un atto carico di onnipotenza e di orgoglio, e, spesso, nasconde l’angoscia di individualizzarsi da un’inconscia simbiosi di coppia.

Concedere al partner il diritto di odiarci, senza volergli imporre il nostro punto di vista, è un gesto d’amore e di rispetto per le sue emozioni e la sua individualità, e crea le premesse per una reale indipendenza.

Di solito, la separazione è la conseguenza di un’impossibilità a condividere la vita insieme, che nasce da vissuti differenti e inconciliabili.

In questi casi, permettersi di impersonare la parte del cattivo agli occhi dell’altro, senza pretendere di avere ragione, di essere buoni o di essere capiti, è un passo inevitabile verso l’autonomia e il cambiamento.

Il voler bene non sempre è fatto di una stucchevole e uniforme condivisione di principi uguali.

Più spesso attraversa momenti burrascosi di divergenza, in cui l’amore può esprimersi soltanto nell’accettazione di punti di vista contrastanti.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SEPARAZIONE & CODARDIA EMOTIVA

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