Archive for Maggio, 2016

Mag 31 2016

E TU? … SEI NORMALE O HAI UN CUORE?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La possibilità di essere se stessi è alla base di una sana autostima e si conquista sentendosi bene con i propri pensieri e con i propri sentimenti. 

Qualsiasi essi siano.

Purtroppo, però, gli psicologi si trovano spesso davanti ad una sconcertante richiesta: uomini e donne vogliono essere aiutati a cancellare le loro emozioni per arrivare a non provarle più. 

Raccontano di sentirsi diversi dagli altri proprio a causa di ciò che provano dentro.

Giudicano eccessiva e sbagliata, la loro emotività.

“Aiutami a essere normale. Voglio essere come tutti gli altri!”

Domandano pieni di dolore e di speranza.

Tante persone approdano al mio studio disperate e arrabbiate con se stesse, decise a disfarsi di una sensibilità che ai loro occhi appare sbagliata o, peggio, malata.

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“IO NON SONO NORMALE”

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“Dottoressa io non sono normale… spesso, quando guardo il telegiornale, mi viene da piangere”.

Angela mi guarda con i grandi occhi azzurri colmi di disapprovazione per se stessa. 

É imbarazzata e preoccupata.

La ascolto senza commentare.

“… e non è solo il TG, mi succede anche con le amiche o addirittura con gente che non conosco. Basta che qualcuno mi racconti qualcosa e tac… io scoppio a piangere”

Fa un gesto con le mani come se aprisse una scatola e tutte le lacrime del mondo ne saltassero fuori.

“L’altro giorno ero al lavoro. Una collega mi racconta che è stato investito il suo cane ed io… mi sono dovuta allontanare con una scusa! Altrimenti mi sarei messa a piangere. E le assicuro che non era proprio il caso!”

“Perché non era proprio il caso?” 

Indago, alla ricerca di una spiegazione capace di convincermi che la comprensione e la condivisione del dolore degli altri siano qualcosa di così insopportabile e sbagliato.

“Perchèèèèè…?!!!!!” 

Angela sgrana gli occhi e mi guarda esterrefatta, sorpresa dal mio non capire quelle ragioni per lei fin troppo ovvie.

“Perché ho il cuore troppo tenero. Perché mi commuovo sempre, anche quando vorrei essere tutta d’un pezzo. Perché mi preoccupo per gli altri e finisco per dimenticarmi che dovrei pensare prima di tutto ai miei interessi. Perché non sono competitiva e per questo non riesco a fare carriera!” 

Esclama tutto d’un fiato. 

Poi tace, in attesa del mio consenso.

Cosa non va in queste cose?

Credo che se tutti fossero sensibili, capaci di provare emozioni e di comprendere gli altri, pronti a cooperare invece che a competere, il mondo sarebbe migliore.

Eppure i portatori di queste straordinarie caratteristiche vogliono disfarsene, per trasformarsi in esseri cinici e senza cuore, adatti a vivere in un mondo che, così facendo, corre soltanto verso la propria distruzione.

L’amore, le emozioni e la sensibilità non sono mai da curare.

Nella loro accettazione, espressione e valorizzazione sta il segreto della salute e la via per costruire un mondo più sano.

Nel mio libro ho cercato di dare riposta a questa disperata (e ingiustificata) richiesta d’aiuto.

Carla Sale Musio

Tratto da: 

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Mag 25 2016

SEPARAZIONE: non è possibile consolare il partner

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Cercare di consolare il partner da cui ci stiamo separando è un errore fatale, che rende la relazione irta di difficoltà e compromette la possibilità di continuare a volersi bene nonostante lo scioglimento del matrimonio.

La scelta di concludere il rapporto coniugale comporta un’assunzione di responsabilità e un cambiamento nelle abitudini di vita che, inevitabilmente, lascia disorientati entrambi i coniugi e rende difficile il dialogo e la comprensione delle reciproche motivazioni.

In quei momenti, la tentazione di attribuire all’altro la colpa del fallimento dei progetti costruiti insieme, si fa sentire con forza, spingendo al rancore o alla chiusura.

Infatti, è più facile abbandonare un marito o una moglie disprezzabili, di cui non condividiamo le scelte, piuttosto che separarsi da chi ammiriamo e stimiamo.

L’avversione aiuta a lasciarsi alle spalle il passato e a costruire abitudini diverse nel presente, sostenendo l’energia del cambiamento e il bisogno di intraprendere una nuova vita.

Insistere a voler trovare una complicità nel momento della rottura, è difficile e finisce per aumentare il divario e le incomprensioni.

Al contrario, concedere al partner il permesso di criticarci e dissentire, permette a una nuova autonomia di prendere forma nella relazione e aiuta a separare l’affetto dalle opinioni.

Infatti, quando le ragioni di ciascuno possono essere diverse, senza la pretesa di convincersi reciprocamente, la benevolenza si fortifica e rende più facile anche l’accoglienza di punti di vista in contrasto.

La possibilità di non condividere le stesse scelte è il primo passo verso l’indipendenza e il presupposto del rispetto e della comprensione.

Comprensione e rispetto che si sviluppano grazie alla tolleranza delle discordanze che hanno portato alla separazione.

In questa chiave, permettere al coniuge di vivere il dolore per la separazione, senza offrirsi come spalla su cui piangere e senza cercare di estorcerne l’approvazione, esprime attenzione per i suoi vissuti e apre le porte a un ascolto libero da bisogni narcisistici e manipolatori.

Nella fase del distacco, ognuno deve gestire da solo il proprio mondo interno e imparare a prendere su di sé la responsabilità della fine del matrimonio.

Sia che dichiari l’inevitabilità della separazione, sia che, invece, non si mostri d’accordo e sostenga la necessità di riprovare ancora a vivere sotto lo stesso tetto.

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STORIE DI SEPARAZIONI

IRRESPONSABILI E RESPONSABILI

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Lino e Giovanna vivono insieme da oltre venti anni.

Da sempre Lino tradisce Giovanna senza nascondersi, proclamando il suo bisogno di vivere avventure passeggere e, a suo dire, poco importanti.

Da sempre Giovanna si dispera, coinvolgendo parenti e amici, in cerca di un aiuto capace di insegnare a suo marito il valore della fedeltà.

Infine, stremata dalla gelosia, decide di separarsi.

Colto di sorpresa, Lino, però, non le dà tregua e tenta in tutti i modi di convincerla a restare con lui spiegandole, più e più volte, che i suoi tradimenti hanno ben poco a che fare con l’amore e con il legame profondo che lo unisce a lei.

Dal canto suo Giovanna, difende il suo bisogno di superare la gelosia costruendosi una nuova vita, da sola o con qualcuno che finalmente rispetti il suo bisogno di fedeltà.

Entrambi si logorano in discussioni interminabili, tentando invano di cambiare l’uno il punto di vista dell’altro e trascinando un matrimonio sempre più vuoto di comprensione e di reciprocità.

* * *

Quando Marzia scopre che Guido ha un’altra relazione, va su tutte le furie e per non sentire la sofferenza bruciante che le morsica il cuore, riempie le giornate ricordandogli i torti e le mancanze con cui, negli anni, lui ha distrutto il loro matrimonio.

Incapace di difendersi, Guido decide di separarsi ma, per riuscire a portare avanti la sua decisione, ha bisogno di riconquistare la stima di lei e, nel tentativo di ottenerla, si offre di consolarla come può, ripetendo in continuazione che ha sbagliato e che la vita ha voluto così, e trascinando il dolore e la convivenza, un giorno dopo l’altro.

Senza soluzione di continuità.

* * *

Dopo anni passati a mendicare un affetto che forse non è mai esistito, Caterina ha deciso di separarsi.

Riordina la cucina, stira le camicie, rassetta la casa… poi prepara una valigia con tutte le sue cose e la sera, quando suo marito rientra dal lavoro, gli va incontro e lo bacia come sempre. 

“Vado via”

Annuncia con calma.

“Ho deciso di separarmi”

Sa che lui non la rincorrerà e che racconterà al mondo quanto lei è impulsiva e piena di pretese.

Sa che hanno caratteri diversi e punti di vista opposti, su tutte le cose.

Lo sa. 

E per questo ha deciso. 

Di volergli bene. 

E di vivere la sua vita per conto suo.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SEPARAZIONE: concedere al partner il diritto di odiarci

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Mag 19 2016

IL GABBIANO

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Di pomeriggio si poggiava sul davanzale, fuori dalla finestra chiusa.

La ragazza lo guardò stupita all’inizio, poi ammirata per l’insistenza e la precisione di lui.

L’ora era quasi sempre la stessa.

Infine lei prese ad attenderlo, come se aspettasse un amico.

Dietro i vetri, all’esterno, il gabbiano si tratteneva per qualche istante.

Lei, all’inizio e con cautela, si avvicinò alla finestra, poi osò di più.

Aprì piano i vetri e posò del cibo sul marmo.

L’animale gradì, quel giorno e nei giorni successivi.

Si fermava dietro la finestra, ogni pomeriggio, per qualche istante.

Appena poco dopo che la ragazza giungeva in quella stanza d’ospedale, dove la madre, adagiata in un letto, trascorreva il suo ultimo tempo.

*** *** *** *** *** ***

La donna si spegneva lentamente.

Ma la figlia pensava che, se fosse stata accanto a lei, a stringerle le mani, a darle il suo calore, la madre si sarebbe fermata ancora.

E forse non l’avrebbe lasciata.

La accudiva, le dava il cibo e si scioglieva di tenerezza a vederla rianimarsi un poco nel mangiare.

E la madre, che non voleva rattristarla, masticava anche senza voglia, ma si ricordava di quando era lei a nutrire quella bambina, prepotente e vivace, che la sfidava sempre.

*** *** *** *** *** ***

La donna sentiva finire le forze, ma la presenza della figlia la confortava nel profondo.

E da qualche tempo la divertiva la presenza di un gabbiano.

La figlia le raccontava della sua bellezza, di come mangiasse in fretta le briciole che lei furtivamente metteva sul davanzale, di come poi spiccasse il volo.

Se avesse potuto, la madre si sarebbe alzata a guardare da vicino, ma dal suo letto vedeva solo un biancore di ali oltre i vetri.

E sentiva l’urtare potente e rapido del becco sul marmo.

*** *** *** *** *** ***

La chiamarono di fretta.

La madre si era aggravata.

Si gettò a raggiungerla, disperata, pregando di fare in tempo.

Salì le scale, affannata e veloce.

Nella stanza, la madre, pallidissima, le palpebre abbassate.

La figlia rallentò i passi e si avvicinò piano, per non agitarla.

La madre riuscì ad aprire gli occhi.

E la avvolse in uno sguardo che raccoglieva tutto quanto voleva dirle.

Allora la figlia, stringendole le mani, le chiese di restare, disperatamente.

Dobbiamo fare tante cose. Parlare ancora del passato, aggiustare il glicine, sistemare il camino per il prossimo inverno. E sentire la tua voce. E avere le tue carezze, anche se sono adulta”.

Le mani della madre strinsero forte le sue.

Poi dolcemente si allentarono.

*** *** *** *** *** ***

Fu come se si fosse spento il sole.

Lei si sentiva gelare.

Rumori attutiti, gente nella stanza, la madre bellissima e immobile.

*** *** *** *** *** ***

Lei si accostò alla finestra.

Il gabbiano, fedele al suo impegno, era poggiato sul davanzale, come ogni pomeriggio.

Ma non si trattenne.

Come se avesse ultimato il suo compito, aprì le ali e si levò, potente verso il cielo.

Ma questa volta non era solo.

Accanto a lui un altro gabbiano fendeva l’aria.

E tutti e due si innalzarono verso il sole, le ali spiegate a sfidare il vento.

Liberi.

*** *** *** *** *** ***

Accanto alla finestra, lei rimase a scrutare il cielo. 

Nei giorni seguenti, un vuoto immenso. 

Un groviglio affranto di pensieri. 

Poi, l’immagine viva di ali spiegate. 

Quel volo di gabbiani cominciava lentamente a consolarle l’anima.

Gloria Lai

leggi anche:

I REGALI

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Un commento presente

Mag 13 2016

IO… E IL VOICE DIALOGUE

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Nel 2015 ho intrapreso un percorso di crescita personale ispirato ai principi del Voice Dialogue, un metodo di conoscenza di se stessi messo a punto da Hall e Sidra Stone.

I coniugi Stone, affrontando e risolvendo le loro difficoltà di coppia, hanno esplorato l’immensità delle energie che compongono la personalità e gli innumerevoli modi in cui queste possono aggrovigliarsi tra loro, creando i tanti nodi che minano le relazioni affettive.

Il loro cammino di conoscenza interiore mi ha sempre affascinato e, da tempo, accarezzavo l’idea di approfondire gli aspetti intellettuali con una partecipazione attiva e una messa in gioco personale.

Così, ho iniziato a frequentare i corsi del primo e del secondo anno, coinvolgendomi, scoprendomi e riconoscendomi sempre di più.

Per il seminario del quattro maggio, quello su GLI ISTINTI, mi stavo preparando già da diverso tempo.

Ci avevo lavorato in numerosi incontri, facilitati da Caterina Perna, da Roberta Giorgetti Dall’Aglio e da Silvia Pelle, tre delle insegnanti della scuola Innerteam, e avevo conosciuto il mio Sé Sensuale, il mio Sé Creativo, il mio Sé Materno, quello Paterno, la Bambina Insicura e vari altri.

Sapevo che, trattandosi di un corso intensivo, si sarebbe creata l’occasione per un cambiamento profondo, e non volevo lasciarmi sfuggire quella preziosa opportunità.

Col passare dei giorni, però, il pensiero ci girava intorno sempre più spesso e immaginavo me stessa immersa in un potente lavoro emotivo e fisico.

Avrei voluto essere agile e scattante come una tigre, sinuosa e guizzante come un serpente tra le dune e pronta a cogliere i sussurri del pensiero, come la brezza di primavera.

Per migliorare le mie performance fisiche, avevo preso a frequentare la palestra con maggiore assiduità e coltivavo, tra passione e apprensione, il sogno di incontrare finalmente quella me stessa aggressiva e sensuale, capace di sedurre e di combattere con la naturalezza e la spontaneità che mi erano mancate in tutti i miei cinquantotto anni di vita.

Ma, a mano a mano, che la data della partenza si avvicinava, i miei istinti erano sempre più in fermento e, nonostante i Sé Primari distribuissero bacchettate ovunque, nel tentativo di ristabilire l’ordine, qualcosa nelle loro regole sembrava avesse smesso di funzionare come prima.

Convinta di lavorare sul mio Sé Femminile e Seducente, mi ero comprata un paio di zeppe alte e dorate che mi facevano sentire affascinante come una star.

E, nella prima domenica di sole, le indossai, orgogliosa di me stessa e dei miei progressi interiori.

Qualche cosa, però, serpeggiava nell’ombra e si nutriva delle mie intenzioni, a dispetto delle fantasie in cui indugiavo a occhi aperti.

Era qualcosa che della mente non sapeva che farsene.

Un’essenza dimenticata da sempre, come un’impronta sulla sabbia quando sale la marea.

Così quella domenica, mentre risalivo orgogliosa la via Sassari per andare a vedere un film al cinema Greenwich D’Essai, improvvisamente e apparentemente senza motivo, precipitai dalle mie favolose scarpe d’oro e il piede destro, che fino a quel momento si era identificato nel piede delicato e sensuale di una principessa, si trasformò di colpo in un salsicciotto livido e dolorante, impossibile da appoggiare. 

Nemmeno su una torretta di cuscini.

Fra sofferenze terribili e tentativi inutili di mostrare indifferenza, mi accertai che non ci fosse nulla di rotto e poi, sicura della mia prestanza, cominciai una riabilitazione casalinga volta a riportarmi in forma smagliante per il giorno della partenza.

Ma niente di quanto avevo previsto sembrava andare per il verso giusto.

Una sorta di maledizione azzannò le mie certezze, lasciando emergere quella bambina handicappata e incapace che per tutta la vita avevo cercato di allontanare.

Fu lei a partire dall’aeroporto di Cagliari Elmas, il quattro maggio del 2016, con il volo delle 10,15 diretto a Roma Fiumicino.

La donna agile e scattante rimase a casa.

E forte del suo piede inappoggiabile e delle sue stampelle barcollanti, si presentò al seminario sugli istinti, poco autonoma, silenziosa, lunatica, solitaria e musona come solo lei riesce ad essere!

Il Sistema Primario, guidato dall’Attivista, dal Perfezionista e dal Gentile (e supervisionato costantemente dal Critico) era su tutte le furie e cominciò una guerra senza esclusione di colpi per rimandarla da dove era venuta.

Ma quella bimbetta inopportuna, tronfia di un potere che aveva scippato in sedute e letture di Voice Dialogue e in interminabili incontri di lavoro sui chakra e sulle energie, se ne stava arroccata nel centro come se fosse l’unica ad avere diritto di parola.

E, facendosi beffe della rabbia e degli insulti del mio agguerrito pool di Sé, pensò bene di aggiungere ai dolori anche un bel raffreddore, che rendeva il naso gocciolante, gli occhi lacrimosi, l’udito scarso e la testa vuota.

Eccola lì!

Finalmente padrona della scena psichica, eretta in tutto il suo lugubre splendore.

Orgogliosa e libera di mostrare se stessa!

“Eccomi qui. Sono io. Guardatemi!” 

Affermava soddisfatta, con quel suo atteggiamento dimesso e sofferente.

“Sono quella che non sta bene. Quella che soffre. Quella che non ama parlare. Quella che non sa cosa dire. Quella poco intelligente. Lenta. Malata. Riuscita male.”

Era proprio lei.

Cioè sì. 

É innegabile. 

Ero proprio io.

La stessa che, in cinquantotto anni, avevo cercato di eliminare dalla mia vita, sforzandomi di essere brillante, adeguata, sicura, rassicurante, cordiale, intelligente… e tutte quelle cose che poi mi portano ad aver bisogno di correre a nascondermi, per allentare lo sforzo di essere la simpatica persona che penso sia migliore di me.

Sì, insomma, adesso lì c’ero io.

Quella che sono solo quando sono sola.

Esibita in tutta la sua indecente incapacità.

Quasi peggio di come l’avevo sempre immaginata. 

Ed evitata.

Il mio Sistema Primario ululava di dolore e di rabbia.

In preda al panico, avrebbe speso qualsiasi cifra pur di nascondere quella me stessa impresentabile.

Ma, forte del vantaggio ottenuto, la bambina se ne stava lì.

In silenzio davanti a tutti.

Senza ballare. Senza parlare. Senza disegnare. Senza condividere.

Ostentando la sua presenza inadeguata come fosse un trofeo.

E qualcosa, forse un occhio lontano, osservava la scena del trionfo e della disfatta, senza intervenire, compiacendosi di quell’ardire e anche della sconfitta, quasi che del Sistema Primario che andava in pezzi non gl’importasse niente.

Meno di niente.

L’otto maggio (proprio il giorno della Festa della Mamma) sono tornata a casa così.

Con la Bambina Incapace in bella mostra, esposta tra le valige e le stampelle, e la mutilazione dei Primari che sanguinava tutto il suo ansioso risentimento.

Ininterrottamente.

Pensando di morire ad ogni passo, mi sono trascinata nel viaggio interminabile che da Casa Faustina in Umbria, come un pellegrinaggio sacro, conduce a casa mia in Sardegna.

E ancora osservo la metamorfosi che, dentro il film girato alla rovescia, ha trasformato la farfalla in bruco.

Un bruco magico, capace di strisciare nella memoria e dare voce anche a chi non ha parola.

Sono tornata a casa con la valigia gonfia delle mie insicurezze, come se fosse zeppa di pepite d’oro.

Le guardo una per una, con sospetto, e aspetto che dalle acque smosse dei ricordi emerga quella bimba prepotente e spaventata.

Più che a una tigre somiglia a un dito in bocca.

E mi fa più paura di uno scontro frontale.

Allora cerco di guardarla dal centro, col suo fare deciso e titubante insieme, mentre il gruppo dei Sé che detiene il potere le rovescia addosso una pioggia di insulti e di sberleffi.

Aspetto che la sua anima selvatica si dispieghi e le faccia da ombrello.

Più che un ombrello, però, mi sembra un ombrellone.

E mentre lei scava la sabbia con il suo piede livido e malfermo, io riprendo contatto col mio essere viva.

Inadeguata e sicura.

Proprio in mezzo al pericolo della mia verità.

Carla Sale Musio

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Mag 09 2016

COME SFUGGIRE DA SE STESSI … e fingere di vivere felici e contenti!

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Per far fronte alle difficoltà della vita, la psiche dei bambini utilizza due meccanismi di difesa fondamentali: la proiezione e la rimozione.

La proiezione ci permette di proiettare al di fuori di noi tutto quello che riteniamo brutto o sbagliato nel nostro mondo interiore, e di combatterlo all’esterno come se non ci appartenesse.

La rimozione fa sì che le cose che non ci piacciono spariscano dalla nostra consapevolezza per essere archiviate in una memoria criptata e remota, nascosta in fondo all’inconscio. 

Memoria della quale perdiamo rapidamente le tracce, in modo da non appesantire la coscienza con ricordi dolorosi o sgradevoli.

Questi due meccanismi si formano molto presto durante l’infanzia e rimangono attivi anche nell’età adulta, preservando la vita cosciente da confronti e verità spiacevoli.

Grazie alla rimozione possiamo fare pulizia nel mondo interno e cancellare le tracce di traumi, dolori, dispiaceri, affronti, umiliazioni e altre cose fastidiose che, altrimenti, non ci permetterebbero di affrontare la vita con la necessaria fiducia e determinazione.

Grazie alla proiezione proiettiamo tutto quello che non approviamo in noi stessi, su qualcosa o qualcuno che ne evoca il ricordo e poi, proprio come in un film, viviamo le emozioni adeguate a quei comportamenti in un contesto che, apparentemente, non ci appartiene e che, perciò, non ci costringe a mettere in discussione il nostro modo di essere.

Rimozione e proiezione servono a creare stabilità nella psiche per permetterci di affrontare la vita con maggiore sicurezza ma, spesso, finiscono col prenderci la mano, portandoci ad abusarne pur di non affrontare i cambiamenti necessari a crescere e creando più problemi che soluzioni.

Il bisogno di stabilità, infatti, può diventare un limite che ostacola il naturale flusso di cambiamento e irrigidisce i comportamenti dentro soluzioni inappropriate al momento presente.

Cambiare e assecondare il flusso della vita sono aspetti imprescindibili del benessere e della salute mentale, e intestardirsi a voler mantenere inalterato lo status quo spesso comporta molta sofferenza.

Una sana capacità di osservare il fluire delle emozioni e l’alternarsi dei tanti sé diversi che popolano il nostro mondo interiore, è il presupposto indispensabile per un’esistenza ricca di significato.

Tutto ciò che nascondiamo a noi stessi o proiettiamo all’esterno, non ci permette di accedere alla totalità della nostra ricchezza interiore e, nel tempo, mina la sicurezza e la fiducia nella vita, provocando un senso d’inadeguatezza o di paura, in antitesi con una sana autostima.

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STORIE DI PROIEZIONI E RIMOZIONI

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Serena è la più piccola di cinque figli e da bambina ha trascorso tanto tempo a casa della nonna, mentre i suoi genitori erano al lavoro e i suoi fratelli a scuola.

È lì che, per anni, ha dovuto subire le attenzioni sessuali di un vicino di casa che, per evitare di essere scoperto, la minacciava severamente, incutendole una grande paura.

Piena di angoscia, Serena ha tenuto per sé il racconto di quei fatti terribili e, crescendo la rimozione la aiuta a dimenticare il dolore e la vergogna, mescolando i ricordi traumatici con le scene felici della sua infanzia, fino a portarla a vivere una fobia inspiegabile per gli uomini con la barba.

* * *

Da piccolo Martino è stato picchiato e umiliato tante volte. 

La violenza ha fatto parte della sua vita sin dai primi momenti e, crescendo, ha imparato a sfuggire la fragilità e le paure, identificandosi con chi è forte.

Per salvarsi dal dolore e dalle umiliazioni, Martino, che oggi ha diciotto anni, rimuove costantemente il ricordo delle sue sofferenze infantili e proietta l’emotività, che nega in se stesso, su chiunque gli appaia più debole, attaccandolo e deridendolo.

La percezione della forza fisica gli permette di cancellare dalla memoria le scene drammatiche dell’infanzia, mentre la proiezione della debolezza lo fa sentire libero dalla paura.

* * * 

Giuseppe proviene da una famiglia patriarcale, in cui essere fisicamente forti e virili è il requisito indispensabile per far parte del mondo ma, essendo stato un bambino mingherlino e cagionevole di salute, ha vissuto spesso la dolorosa sensazione di essere un uomo a metà.

Per compensare la debolezza del fisico ha conquistato un grande potere intellettuale, scegliendo di fare il medico e sentendosi padrone della vita e della morte.

Negli ultimi tempi, però, il coinvolgimento emotivo per un suo collega ha riaperto l’antica ferita e quel sentimento tenero, considerato illecito dalla sua famiglia di origine, ha nuovamente minato in lui la sicurezza e la virilità.

Per proteggersi dai ricordi di un’infanzia vissuta all’insegna di valori maschili eccessivamente rigidi, Giuseppe proietta fuori di sé il suo desiderio affettivo ed erotico, combattendo apertamente una battaglia contro gli omosessuali e proclamando il valore della famiglia eterosessuale, l’unica degna di riconoscimento da parte del suo patriarca interiore.

Carla Sale Musio

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RAZZISMO INTERIORE

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grafica:  www.lemiescomodeverità.blogspot.it

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