Archive for Luglio, 2016

Lug 31 2016

SINTOMI CREATIVI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La creatività rende poliedrici e pronti a scoprire soluzioni nuove per affrontare le difficoltà della vita ma, quando non trova spazi per esprimersi, finisce per manifestarsi nell’unico luogo rimasto disponibile: il corpo fisico.

Per questo le Personalità Creative, a volte, hanno sintomi creativi.

Cioè sintomi fisici senza nessuna causa organica.

L’attacco di panico è uno di questi.

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STEFANIA E LA PAURA DI GUIDARE

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Stefania ha circa quarant’anni quando si presenta nel mio studio per una psicoterapia.

E’ una donna bella, colta, intelligente e piena d’interessi ma, da un po’ di tempo, non riesce a uscire sola da casa.

Fa fatica a guidare e, spesso, anche andare a piedi la fa sentire in pericolo.

Avverte un malessere fisico che la lascia spossata, impotente e sempre più insicura.

“E’ successo all’improvviso, mentre andavo a trovare un’amica. ” 

Racconta.

“Volevamo progettare insieme una vacanza. Stavo guidando. E mi sono sentita male.”

“Male… come?” 

“Un malessere strano. Qualcosa che somiglia alla fine del mondo. Sudavo freddo e mi sentivo sprofondare dentro la gelatina, il cuore si è bloccato, le orecchie ronzavano, un silenzio irreale ha permeato tutto e la paura di impazzire si è fatta largo. In quei momenti ho creduto di morire!”

Stefania si fa piccola dentro la sciarpa bianca che le avvolge le spalle. 

Solo parlarne la mette a disagio.

Teme, da parte mia, una condanna senza appello: la diagnosi di schizofrenia.

Allo sconforto per la propria impotenza si aggiunge la vergogna di avere una mente che non funziona come dovrebbe.

Indugiare sui sintomi fisici in questi casi non serve.

Amplifica la paura e nasconde l’origine creativa di quelle sofferenze.

É nella storia che si possono trovare le radici.

Le briciole che indicano la strada smarrita, conducono a una Stefania imprigionata e resa impotente da se stessa e dal suo voler bene senza riserve.

Nel corso dei colloqui la verità criptata prende forma.

Figlia unica e molto amata dalla mamma (vedova da quando lei era bambina), Stefania si sta per sposare.

Il suo futuro marito lavora in una città vicina, dove la coppia si trasferirà subito dopo il matrimonio.

La mamma allora rimarrà sola nella grande casa di famiglia, un tempo riempita dalla vitalità e dall’entusiasmo di Stefania e dei suoi amici.

L’anziana signora non vuole pesare sulla ragazza e non mostra a nessuno la tristezza che le morsica il cuore.

Ma Stefania sa.

Senza bisogno di parole.

creativamente manifesta un sintomo che risolve proprio quella solitudine.

Non lo fa con consapevolezza.

Lo fa istintivamente, come quando si mettono le mani avanti mentre si cade.

La sua paura di muoversi da sola, quel bisogno di essere sempre accompagnata, permette alla mamma di continuare a starle accanto e di occuparsi di lei, anche quando il matrimonio spinge verso una vita più indipendente.

Nel corso della terapia, l’emergere del significato profondo dei sintomi consentirà a Stefania di dare parole alla separazione dalla mamma e di trovare soluzioni meno dolorose.

Oggi Stefania, che di mestiere fa la fisioterapista, ha aperto un piccolo studio anche nella città di sua madre e per un giorno alla settimana si trasferisce da lei.

Proprio come quando era bambina. 

Carla Sale Musio

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Lug 24 2016

BUONI O CATTIVI… tu da che parte stai?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nella nostra cultura il bene e il male sono concetti antitetici, valori diversi che devono essere riconosciuti e separati.

Abbiamo imparato a considerarli incompatibili e pensiamo che sia inevitabile fare una scelta e schierarci.

Esiste la credenza che il male finisca sempre per contaminare il bene, deturpandolo e corrompendolo.

Così, per tutelare la bontà e preservarne l’incolumità, diventa necessario scinderla e allontanarla dalla cattiveria, definendone chiaramente i confini e, in questo modo, anche i limiti.

Viceversa, l’idea che il bene possa prevalere sulla malvagità è ritenuta un’utopia, una speranza destinata a scontrarsi con il potere della crudeltà.

Nell’immaginario collettivo il bene non vince sempre, anzi! 

Il trionfo del male è costantemente in agguato e il successo dei buoni può arrivare soltanto grazie a una distruzione radicale dei cattivi.

Ogni distruzione, però, contiene in sé l’embrione della violenza e impedisce la comprensione, la fratellanza e il rispetto.

Da questa considerazione (spesso inconscia) trae origine l’idea che il male si alimenti anche nella sconfitta.

Prende vita così un circolo vizioso che conferma costantemente la superiorità dei cattivi sui buoni.

Ci hanno insegnato che il bene può radicarsi e crescere indisturbato solo grazie a una definitiva scomparsa del male.

Perciò, il prevalere della bontà sulla malvagità, anche se auspicabile ci appare poco realistico, perché, senza comprensione, fratellanza e rispetto, la crudeltà risorge continuamente, devastando e distruggendo tutto ciò che di amorevole, bello e sensibile, esiste nel mondo.

Finché bene e male saranno ritenuti inconciliabili, ci sentiremo chiamati a scegliere e, schierandoci, alimenteremo inconsapevolmente le guerre e la distruzione.

Questo non vuol dire che sia auspicabile chiudere un occhio e permettere il dilagare della malvagità.

Al contrario, significa osservare responsabilmente l’aggressività che contamina il mondo interiore, aiutando le parti immature della psiche a evolvere e a trasformarsi.

Il male ha bisogno di attenzione e responsabilità.

Ciò che manca nella gestione di questi due apparenti opposti è la consapevolezza che la vita emotiva è fatta di bene e male insieme e che ogni cosa contiene in sé la bontà e la malvagità, il dolce e l’amaro, le lacrime e le risate.

Indissolubilmente.

Ci è stato detto che tutto ciò che consideriamo buono, sano e giusto, non deve mescolarsi con ciò che invece giudichiamo brutto, cattivo e scorretto.

Lo abbiamo imparato da bambini e oggi conserviamo la certezza che sia inevitabile schierarsi per evitare di contaminare l’amore con la crudeltà.

Ma ogni creatura porta dentro di sé il bene e il male in uguale misura, e allinearsi su una sponda non aiuta a gestire le polarità che costellano la vita.

Una rigida separazione ci spinge a cancellare dalla coscienza tutto ciò che non corrisponde all’immagine idealizzata della perfezione, costringendoci a rinnegare anche aspetti vitali e importanti di noi stessi.

Nel mondo interiore, infatti, la determinazione e l’aggressività, l’autostima e l’egoismo, la forza e la durezza, la protettività e il possesso… camminano a braccetto e non è possibile separare uno dei due antagonisti senza compromettere anche l’altro.

Inevitabilmente.

Ogni volta che assumiamo una posizione assolutista, nascondiamo nell’inconscio la polarità opposta, dove (convinti di essercene liberati) la lasciamo crescere senza alcun controllo.

In questo modo ci identifichiamo con una visione idealizzata di noi stessi e ci sentiamo autorizzati a distruggere tutto ciò che abbiamo escluso dalla consapevolezza, etichettandolo come negativo, malvagio e pericoloso.

Da questa scissione interiore prendono vita i semi del razzismo, del bullismo, delle guerre, dell’emarginazione, della prepotenza e della brutalità.

Nella psiche, infatti, il bene e il male non sono mai valori assoluti e distinti ma aspetti inseparabili dell’esperienza.

E appartengono a una totalità in cui ogni cosa può diventare mutevole e cangiante, al variare del punto di vista da cui la si osserva.

Quando ci sforziamo di reprimere il male, non facciamo crescere il bene ma, al contrario, ne aumentiamo il potere negativo, perché l’idea di essercene liberati per conformarci a un ideale privo di polarità, ne aumenta la distruttività.

È distruttiva, infatti, la pretesa di eliminare ciò che non ci piace, anziché imparare a riconoscerlo, a gestirlo e a trasformarlo, sopportandone il peso e la responsabilità, fino a farlo evolvere dentro di sé.

Il male è una parte inscindibile della personalità che chiede di essere accolta nella coscienza per migliorare e trasformarsi.

Nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma.

Incessantemente.

Dalla guerra fra il bene e il male interiori prendono forma la distruzione e la violenza.

Imparare a riconoscere in se stessi ciò che giudichiamo sbagliato, sviluppa una cultura della tolleranza e del rispetto, e permette di far crescere le parti immature della psiche.

Una società migliore è il risultato di una profonda accoglienza, capace di cambiare la guerra nelle sue fondamenta interiori.

La rivoluzione passa attraverso la capacità di assumere dentro di sé anche le parti giudicate inaccettabili, invece che proiettarle all’esterno condannandole a vivere per sempre nei tanti nemici che popolano il mondo.

Carla Sale Musio

leggi anche:

STRANE COINCIDENZE…

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Lug 18 2016

SENSIBILITÀ ANORMALE?

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Nel corso dei colloqui psicologici, le persone raccontano spesso una sofferenza apparentemente ingiustificata. 

Parlano di un dolore che si aggiunge e aggrava il dolore considerato normale, quello cioè che, inevitabilmente, s’incontra durante la vita. 

E incolpano di quel dolore aggiunto la propria sensibilità, il loro modo di amare.

Questa emotività anormale costituisce ai loro occhi un fardello inutile ma, a volte, tanto pesante da non riuscire più a muoversi.

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UN NORMALE ATTACCO DI PANICO

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E’ quello che da un po’ di tempo capita a Laura.

Laura che non esce più da casa e che, per venire in terapia, deve essere sempre accompagnata da qualcuno.

Una ragazza alta, bella e slanciata, consumata dagli attacchi di panico.

Non molto tempo fa era attiva, indipendente, piena d’interessi e di entusiasmo. 

Oggi è ridotta a una dipendenza dagli altri quasi totale.

Anche lei mi racconta la stessa insopportabile sensibilità.

“Mi commuovo sempre, anche quando non sarebbe opportuno! A casa mi chiamano lacrimuccia…”

Stringe i pugni, arrabbiata con se stessa e con quell’emotività che la rende oggetto di scherno da parte delle persone a cui vuole bene.

“Voglio cambiare, dottoressa! Mi aiuti. Voglio essere diversa.”

“Come vorrebbe essere?”

“Vorrei essere indifferente, fregarmene di tutti, pensare solo a me stessa e non aver più bisogno di nessuno!” 

Afferma, lo sguardo rivolto in alto a cercare quella se stessa, impossibile e desiderata come  una vincita milionaria al superenalotto.

Per fortuna non esiste una cura in grado di cancellare il cuore!

Credo che i sentimenti, la tenerezza e la cooperazione, siano l’unica medicina capace di curare la sopraffazione che sta avvelenando la nostra civiltà.

La sensibilità e l’empatia non sono malattie da curare ma, al contrario, costituiscono una cura per l’indifferenza, il cinismo e l’aridità di cuore. 

L’affermazione “Voglio essere normale” nasconde una trappola psicologica. 

Presuppone l’esistenza di uno standard uguale per tutti ed esclude la possibilità di esprimere l’unicità e la creatività che caratterizzano ogni essere.

Secondo la definizione del dizionario Merriam Webster, la salute mentale è: 

“Uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società e rispondere alle esigenze della vita di ogni giorno”

Per raggiungere questo stato è indispensabile esprimere la propria originalità e il proprio potenziale creativo, infatti, è proprio la possibilità di manifestare ciò che siamo quello che ci fa sentire utili, soddisfatti, realizzati e felici.

Come afferma Bruno Munari: 

“Una persona creativa è una persona felice”

Mentre chi non può esprimere la propria peculiare verità e originalità è una persona che inevitabilmente soffre, non sentendosi realizzata.

La creatività non può essere normale, può solo essere originale, diversa, nuova.

La normalizzazione delle emozioni costituisce una violenza agita a discapito della salute mentale e del benessere psicologico.

Non ci sono emozioni normali ed emozioni anormali, ci sono modi di sentire diversi per ciascuno di noi e ogni sentimento ha diritto di accettazione e di esistenza.

Per questo, cercare di raggiungere la normalità è una patologia, una prigione mentale costruita intorno al proprio modo di amare.

In nome della normalità imbavagliamo la sensibilità e la creatività e troppo spesso finiamo per rinunciare alla nostra verità.

Il cuore non è normale.
E’ vero.

Carla Sale Musio 

Tratto da:

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Lug 11 2016

UNA STORIA

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C’erano una volta un uomo e una donna.

Lontani i luoghi in cui vivevano.

E diverse le loro sensibilità.

Lui forte, colto, prepotente, egoista, tenero, spietato e, in fondo, fragile.

Quando si commuoveva, si stupiva delle sue lacrime, da cui però ricavava conforto.

Aveva temuto le sue debolezze, ma l’età, l’esperienza, le sofferenze e, forse, l’incontro con lei, gli avevano permesso di accettarle.

Lei sensibile, sofferta, partecipe, generosa, disordinata e testarda.

Alcune delusioni l’avevano resa incerta e contava solo su se stessa ma, anche senza dirselo, sapeva bene che la forza più potente era l’amore.

L’incontro tra i due, casuale e bellissimo: una folgore.

Chiedevano cose diverse, però.

Lei avrebbe voluto tutta l’attenzione di lui, i suoi pensieri, la sua forza.

Lui forse pensava di concederle molto, ma a lei non bastava, sembrandole di essere così: soltanto un’isola nel mondo di lui.

*** *** *** ***

Venezia: da tempo lei desiderava andarci durante il carnevale.

E si incontrarono lì, a febbraio.

Gran freddo, bellissima la città, difficoltoso il cammino, traghetti sbagliati, un Guggheneim raggiunto attraverso la neve.

E proprio lì al museo lui si era trattenuto a parlare con una, forse di arte.

E lei, stanca, era andata via, pensando che lui l’avrebbe seguita.

Non era successo.

Lui era rimasto lì ancora un poco.

*** *** *** ***

Magari non era grave, ma per lei era un’altra conferma: lui era forse distratto, forse lontano, forse noncurante.

E lei si chiedeva se non fosse meglio chiudere.

Pensava alla vita senza di lui, senza le telefonate, senza città a metà strada da percorrere insieme, senza la curiosità e lo stupore per i pensieri dell’altro, senza la tenerezza imprevista e struggente.

Ma quello, lo stare insieme, era la felicità?

E per mantenerla, la felicità, quanto bisognava pagare?

Forse bisognava diventare umili, stupirsi di più, rimediare al male, anche a quello fatto senza saperlo…

*** *** *** ***

Si trovò a ripensare la vita e le sembrò di aver sbagliato tante cose, ma forse poteva ancora porvi rimedio.

Davanti agli occhi le scorsero gli anni, gli errori fatti, il dolore provocato e sofferto….

E allora chiese perdono alla farfalla uccisa per ignoranza, alla biscia schiacciata, all’uomo che chiedeva acqua, agli occhi bassi di suo padre dopo una rispostaccia di lei ( ma come si erano risollevati, celesti e luminosi, quando lei aveva cercato di rimediare!), alla sorella, percossa da un suo schiaffo, alle parole taciute, a quelle urlate, alla madre che chiedeva “E ora, perché?”.

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E quando ebbe finito, lentamente si guardò allo specchio.

Aveva occhi umidi e nuovi.

Gloria Lai

leggi anche:

I REGALI

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Lug 04 2016

STRANE COINCIDENZE…

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Grazie ai meccanismi della proiezione e della rimozione la nostra consapevolezza conserva soltanto i ricordi che la psiche è in grado di tollerare, mentre tutto ciò che appesantisce la coscienza viene spostato al di fuori di noi o confinato nell’inconscio.

L’inconscio è per definizione: la zona franca del mondo interiore, il luogo in cui sono archiviate tutte le memorie, senza distinzione di bene o di male.

Per non sovraccaricare la mente, infatti, la maggior parte delle informazioni spariscono in una sorta di ripostiglio dove, per tutelare l’equilibrio psichico, anche gli eventi importanti o traumatici possono essere abbandonati all’oblio.

La specie umana ha un grande bisogno di approvazione e di appartenenza e, per ottenere il riconoscimento del branco, il cucciolo d’uomo usa soprattutto l’imitazione, riproducendo i comportamenti agiti dalle persone che stima ed evitando quelli che provocano derisione o disprezzo.

Si forma così, dentro di noi, un’immagine ideale cui costantemente cerchiamo di assomigliare, mentre tutto ciò che non le corrisponde è nascosto e dimenticato nell’inconscio.

Per raggiungere questo risultato, tutti i Sé non conformi a quel modello vengono fatti sparire e detenuti in luoghi della coscienza privi di ricordi e di memoria.

È grazie a questi automatismi psicologici che il pool dei Sé Primari, al governo della personalità, può costringerci a impersonare sulla scena della vita uno schema di perfezione senza sbavature, evitando che quei Sé che abbiamo giudicato negativi intervengano a rivendicare il loro diritto all’esistenza.

Ma l’energia dei Sé rinnegati, continua ad agire sotto la soglia della consapevolezza, attirando in forma mascherata gli avvenimenti che li rappresentano nel mondo esteriore.

Le chiamiamo: coincidenze, sincronicità, fatalità, casualità, destino, disgrazie o colpi di fortuna, ma non possiamo negare a noi stessi la sintonia che esiste tra ciò che ci succede e i pensieri che si agitano nel nostro mondo interiore.

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STORIE DI COINCIDENZE E DI SÉ RINNEGATI

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Carlo ha trentacinque anni e lavora come commesso in un supermercato.

Il suo stipendio non è altissimo ma, fino ad oggi, gli ha consentito di vivere in un appartamentino tutto per sé e di pagare le spese senza dover ricorrere all’aiuto di nessuno.

Per lui l’autonomia è un valore assoluto e non potrebbe rinunciarci per niente al mondo.

Durante l’infanzia un padre esageratamente severo ha umiliato tante volte i suoi tentativi di farcela da solo, alimentando il desiderio d’indipendenza fino al punto che, pur di non essere costretto a chiedergli niente, Carlo ha abbandonato gli studi e i progetti che aveva, mettendosi a lavorare per potersi mantenere da solo.

Da qualche tempo, però, si scopre a fantasticare su un’auto nuova, più agile e scattante della sua vecchia Panda, ormai piena di acciacchi.

Lo stipendio non gli consente troppe frivolezze e il giovane sa bene che cambiare macchina significherebbe aggiungere un’altra rata mensile al suo budget di spese già molto in difficoltà.

Perciò censura i sogni, che il suo Sé Responsabile giudica impossibili, impedendosi di desiderare un’auto migliore.

“La mia macchina va benissimo e, per l’età che ha, è proprio un gioiellino!”

Afferma soddisfatto quando gli amici gli indicano i graffi e le ammaccature che tappezzano la carrozzeria.

Ma un Sé Pilota Di Formula Uno, segregato da sempre in un angolo dell’inconscio, agisce nell’ombra il bisogno di una guida più sportiva, sprigionando segretamente la sua energia fino a quando un incidente imprevedibile costringe Carlo ad acquistare in tutta fretta un’altra auto, usata ma, finalmente, più prestante.

* * *

Francesco è un medico molto stimato perché ama il suo lavoro e lo svolge con grande passione.

Per lui il bene delle persone è un valore importante e dedica la maggior parte delle energie a trasformare le sofferenze dei suoi assistiti in una risorsa di cambiamento e, magari, di miglioramento.

Ultimamente ha intrapreso un percorso di formazione che lo costringe a viaggiare spesso, così, pur di non trascurare niente, finisce col recuperare il tempo speso negli stage privandosi dei giorni liberi.

L’impegno si fa sentire e Francesco vorrebbe fermarsi un poco, ma un Sé Professionale gli ricorda in continuazione la funzione (insostituibile!) che svolge con i pazienti, mentre un Critico Interiore lo riempie di sensi di colpa solo all’idea di concedersi una vacanza.

“Andrò in ferie più avanti, ora proprio non posso!”

Risponde sorridendo agli amici che gli fanno notare la fatica (e continuando a ignorare il suo bisogno di divertimento e di leggerezza).

Ma il suo Sé Irresponsabile e il suo Sé Inadeguato, insieme a un Sé Che Ama Godersi La Vita, tramano silenziosamente contro quell’eccesso di rettitudine, fino a che un inspiegabile dolore al ginocchio lo costringe a stare a letto per un mese… e a godersi le cure di quanti gli vogliono bene.

* * *

Giorgia ama gli animali e davanti alla loro sofferenza non si risparmia.

Ha salvato tanti passerotti caduti dal nido; un gabbiano che ancora non sapeva volare e i gattini senza mamma che qualche anima pia aveva abbandonato in una scatola, proprio davanti alla sua porta di casa.

Ha adottato i canarini che la signora di fronte lasciava nella gabbietta in giardino, esposti al vento, al sole e alla pioggia; le lumachine trovate in mezzo all’insalata e il cane paraplegico, vittima di un incidente, che oggi scorrazza felice con il suo carrellino.

Per lei la vita di chiunque è sempre un valore assoluto e s’impegna come può per aiutare i deboli e gli indifesi.

In questo modo, però, si complica l’esistenza e la sua casa è affollata di amici bisognosi di attenzioni e di cure.

A volte desidera uno spazio tutto per sé, dove sistemare il cavalletto e i colori e disegnare nei momenti liberi, ma poi si dice che in fondo la pittura non è così importante e che la gratitudine dei suoi protetti la ripaga dei sacrifici che deve affrontare per accudirli.

Un Sé Altruista e un Sé Generoso, gestiscono con successo la sua vita, tenendo incarcerato in una segreta dell’inconscio il suo Sé Egoista, l’unico che certamente sarebbe capace di pensare ai bisogni e ai desideri di Giorgia ma che, a loro dire, la renderebbe arida, insensibile e senza cuore.

Ed è proprio questo sé desaparecido a sprigionare una potente energia, distorta e distruttiva come la violenza con cui è stato estromesso dalla vita di Giorgia.

La distruzione, perciò, non tarda ad arrivare e un guasto all’impianto idrico costringe Giorgia a sgomberare proprio lo spazio che sarebbe stato necessario alle sue attività pittoriche, per fare posto agli attrezzi dell’idraulico e del muratore.

Carla Sale Musio

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