Archive for Agosto, 2016

Ago 31 2016

PERSONALITÀ CREATIVA: pregi & difetti

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Da oltre trent’anni mi occupo di psicoterapia, realizzazione personale e creatività, e, nel corso della mia professione, ho potuto identificare una struttura di personalità caratterizzata dalla capacità di spostare agilmente il proprio punto di vista. 

Per semplicità ho definito questa tipologia: Personalità Creativa.

L’abilità nel vedere le cose da prospettive differenti, favorisce l’emergere di soluzioni nuove anche di fronte a problemi apparentemente irrisolvibili e può essere considerata una via verso il benessere mentale e la premessa per una vita appagante.

La Personalità Creativa è quindi una personalità che possiede “una marcia in più” ma, come succede a tutte le auto da corsa, perché il suo motore possa dare il massimo ha bisogno di attenzioni e cure.

Le principali caratteristiche di questa struttura di personalità sono:

Creatività

Empatia

Sensibilità

Generosità

Altruismo

Intuizione

Facilità al cambiamento

Concentrazione sul presente

Leadership “poco appariscente”

Mentre i suoi punti deboli sono:

Insicurezza

Bassa autostima

Discontinuità

Dispersività

Solitudine

Relazioni “una per una”

Quando non si sentono capite, le Personalità Creative, nel tentativo di raggiungere l’armonia con il mondo esterno, utilizzano tutte le loro risorse per adeguarsi alle richieste dell’ambiente e possono arrivare fino a trasformare se stesse, pagando così un alto prezzo di sofferenza.

In questi casi diventa necessario seguire un percorso psicologico volto a ripristinare dapprima un’adeguata percezione di sé e poi la naturale espressione della sensibilità e della creatività individuale.

Durante il lavoro clinico mi è capitato spesso di incontrare uomini e donne che chiedevano un aiuto psicologico nonostante le loro capacità di adattamento, comprensione e intuizione. 

Persone che si sentivano diverse, inadeguate o “poco normali” proprio a causa di queste loro abilità!

Quando ero più giovane, rimanevo sconcertata davanti alla richiesta di limitare la ricchezza interiore pur di ottenere una presunta “normalità”, ma la sofferenza, che i pazienti raccontavano e mostravano, mi ha spinto ad approfondire la ricerca delle ragioni che provocano questa paradossale situazione di sofferenza nonostante tanti talenti.

Nel tempo sono giunta a evidenziare, nascosta dietro alla domanda inconsueta di limitare le proprie risorse, una struttura di personalità particolarmente dotata; una personalità che non si adatta al conformismo sociale e alle prigioni mentali nelle quali molti riescono a vivere indisturbati, perché possiede una libertà naturale e inalienabile. 

Il mio impegno da allora è diventato quello di far comprendere, dapprima a loro stessi e poi agli altri, questa tipologia e di riconsegnare gli strumenti e la dignità necessari per una piena espressione di se stessi. 

Carla Sale Musio

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Ago 25 2016

ANCORA IO… E ANCORA IL VOICE DIALOGUE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quest’anno ho preso un mese di ferie.

Un mese di vacanza tutto intero non mi capitava più dai tempi della scuola!

Chi fa un lavoro autonomo, come me, non può distrarsi troppo a lungo. 

Rischia di perdere il ritmo delle cose da fare e di veder deragliare l’organizzazione professionale costruita nel tempo, con impegno, dedizione e fatica.

Nel mio caso l’ostacolo più grosso alle assenze estive è sempre stato il bisogno di non abbandonare le persone in difficoltà nel momento in cui il caldo e l’atmosfera vacanziera fanno sembrare più intensi i dispiaceri.

La mia professione non prevede altra strategia che l’ascolto partecipe e attento del malessere di chi chiede aiuto.

Il dolore, infatti, è sempre: urgente! 

E ha bisogno di risposte tempestive e puntuali.

Forte di queste considerazioni, il mio Attivista Interiore ha avuto buon gioco nel convincermi di anno in anno a diluire le ferie, e mi ha insegnato ad alternare presenza e assenza, in modo da riposarmi senza far sentire nessuna mancanza.

Basandomi sulle sue indicazioni e sulla sua comprovata competenza professionale, fino ad oggi ho scelto di prendere una settimana di vacanza ogni tanto, in modo da non abbandonare chi ha urgenza e fornire un supporto psicologico stabile e costante.

Quest’anno, però, gli incontri, le letture e le sedute di Voice Dialogue hanno permesso anche ad altri sé di emergere dall’inconscio (dove li avevo confinati) e di sedersi a fianco al mio instancabile Attivista, partecipando alla gestione della mia vita.

Certamente questa folla di personalità ha complicato non poco la regolare organizzazione dei giorni di riposo ma, nonostante il dibattito interno (che già da marzo aveva cominciato ad accendersi sul tema del mio tempo libero), l’Attivista aveva le idee chiare su come debbano essere gestite le vacanze di una professionista seria e competente come me.

E, di sicuro, non avrebbe avuto alcun cedimento sulla sua (nostra!) tabella di marcia se, nel mese di maggio, proprio durante l’intensivo sugli istinti, una Bambina Handicappata, Lunatica, Taciturna e Scontrosa, non avesse agito un golpe nella mia personalità, rovesciando il potere di ogni altro sé.

Primari o rinnegati, poco importa!

Sopraggiunta così, senza nessun preavviso, approfittando di una caduta che mi aveva infortunato un piede e reso invalida per qualche tempo, quel piccolo ingombrante Calimero non ha più abbandonato la sua postazione centrale nella mia vita.

E ancora tiene banco dall’alto del suo insopportabile mutismo.

È lei che ha cominciato a insidiare l’Attivista, col suo silenzio pieno di recriminazioni.

Lei, che non parla e non ama incontrare nessuno.

Lei, che non è simpatica e che non si diverte a fare le cose che gli altri amano condividere insieme (mangiare, conversare, uscire, andare al cinema…).

Lei, che non vuole mai fare nulla e che è capace di starsene delle ore in silenzio, a chiacchierare con i suoi pensieri.

Lei.

L’impresentabile.

Quella che mi fa sempre sfigurare.

Lei.

Cioè io.

Quella che cerco di nascondere a tutti, per avere degli amici, per sentirmi attraente e per cercare di farmi voler bene.

Sì, insomma… quella che non vorrei essere.

E invece sono.

Arroccata nel centro della mia volontà, la Piccola Asociale cantilenava nella mia testa il suo bisogno di solitudine, argomentandolo in silenzio con la minaccia della malattia.

“Che senso ha la vita? 

Se non per riconoscere se stessi? 

Rifugiarsi negli altri serve spesso

per diluire l’impatto della tua verità. 

E i mali poi ci fanno ritrovare

le nostre più profonde personalità.”

Che dire?

Da maggio, io e lei abbiamo cominciato a prenderci le misure.

Quel piede dolorante è stato lo strumento che le ha permesso di fare capolino nella mia coscienza, obbligandomi a tollerare la sua (mia!) natura: introversa, solitaria e riflessiva.

“Si vabbè…!!!”

Ok.

Volevo dire: la sua (mia!) natura insicura, impacciata, paurosa, selvatica, chiusa e scorbutica.

(Grazie, Critico!)

Il percorso del Voice Dialogue mi sta aiutando ad accogliere questa parte di me che, fino ad oggi, avevo profondamente rinnegato.

Senza identificarmi totalmente in lei, ma riconoscendone le caratteristiche e accettando che la sua realtà faccia da “contrappeso” alla mia Disinvolta Capacità Di Fare Amicizia Con Tutti.

E così io e lei stiamo imparando a parlarci.

O meglio: io sto imparando a non nasconderla e a permetterle di esprimere i suoi bisogni. 

Soprattutto quel suo desiderio di stare da sola.

È così che quest’anno ho deciso di non dare totalmente retta al mio Attivista.

Essere sempre pronta ad ascoltare gli altri è un’arte che per rigenerarsi ha bisogno anche di momenti trascorsi in silenzio e in solitudine.

Quella Bambina Antipatica e Brontolona lo sa.

E non se ne vergogna.

“Che senso ha la vita?

Se non per riconoscere se stessi?

Rifugiarsi negli altri serve spesso

per diluire l’impatto della verità.”

(Ok. Ok. Ho capito.)

Quest’estate ho fatto le ferie più lunghe degli ultimi quarant’anni, ma questo non è il risultato più importante del mio percorso di crescita personale.

Il cambiamento vero è nella pienezza, nell’appagamento e nella felicità con cui ho vissuto ogni singolo giorno. 

Ogni minuto delle mie vacanze.

La mia Impresentabile Bambina Interiore è felice.

Libera dal razzismo e dall’emarginazione con cui l’avevo stigmatizzata fino ad adesso, può finalmente farmi dono del suo entusiasmo e della sua gioiosa autenticità.

“Che senso ha la vita?

Se non per riconoscere se stessi?” 

Carla Sale Musio

leggi anche:

IO… E IL VOICE DIALOGUE

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Ago 19 2016

LE ALI

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“Vai! Prendilo”.

L’urlo di incitamento del padrone aizzò il cane, un meticcio scuro e violento.

L’animale si lanciò verso la preda, un vecchio gatto dal pelo ormai opaco e, in quel momento, irto di paura.

Lui capì di non poter fuggire.

E si preparò a fronteggiare il pericolo, sfoderando le unghie verso gli occhi foschi del cane.

Era sempre stato un gatto animoso.

Seppe che sarebbe morto combattendo.

La lotta fu breve e cruenta, poi un morso tenace sul collo.

Gli si appannò lo sguardo, lo abbandonarono le forze.

Il gatto non sentì neanche più dolore. 

Gli sembrava di essere tornato piccolo.

Ed era come se la terra lo accogliesse.

Sul suo ventre inerme infierirono le zanne del cane.

Il gatto non vide il suo sangue sporcare quel muso né sentì le risate grevi del padrone dell’animale, un ragazzo violento a cui nessuno aveva insegnato ad amare.

Poi i due si allontanarono, terribili e inconsapevoli.

Nel gatto inerte la mente si spegneva.

Insieme a un ricordo lontano.

*** *** *** ***  

Molti anni prima, era stato scelto in una nidiata di sette: proprio il più bello.

La sua padrona, una bambina, giocava con lui e lo ammirava estasiata.

Fu un periodo denso e felice e lui pensò che gli umani somigliassero a divinità luminose.

La bambina lo baciava, gli diceva che era bello, che gli mancava solo la parola.

Lui capiva tutto.

E a volte sentiva una tenerezza tale che il suo cuore di gatto sembrava scoppiargli.

*** *** *** ***

Poi, tutto cambiò: la famiglia della bambina si trasferì.

Nel nuovo appartamento il gatto sarebbe stato male, diceva il padre.

Meglio lasciarlo nel cortile, dove era stato preso.

Una vecchia si occupava dei gatti e avrebbe badato anche a lui.

Magari sarebbero andati a trovarlo, qualche volta.

La bambina era troppo piccola per opporsi.

Ma lasciare quel gatto fu il primo, lacerante dolore della sua vita.

E quando lo baciò nel salutarlo, riuscì a stento a dirgli che, in realtà, a lei era sempre parso un animale straordinario, un essere del cielo.

Un gatto angelo.

Ma senza le ali.

*** *** *** ***

Lui l’aspettò a lungo, con la fiducia paziente degli animali.

Poi capì che non l’avrebbe più vista.

*** *** *** ***

Il resto della vita come quello di tanti altri gatti.

In più, il ricordo di un’infanzia felice.

*** *** *** ***

L’animale sentì concluso il suo tempo.

Il corpo giaceva, straziato ed informe, ma lui non provava angoscia.

Poi una leggerezza nuova, un senso inatteso di gioia.

E, sulla schiena, il pelo vecchio e intriso di sangue sembrò ammorbidirsi, diventò lucente, si tese.

Il gatto sentì che qualcosa di folle avveniva: due ali spuntavano lente.

Diventò diafano e luminoso.

E capì che poteva volare.

Allora si alzò verso il sole, poi si mise a scrutare la terra.

Il mondo, a guardarlo dall’alto, era bello davvero.

*** *** *** ***

Ma oltremodo stupito, in cielo vide altri animali, luminosi e trasparenti come lui.

Cani, gatti, conigli, criceti, pesci rossi ed iguane.

E tanto altro ancora.

Persino vitelli e caprette …

Per i meriti in vita gli erano nate le ali.

E per l’affetto ricevuto dai loro padroni.

Pappagalli e altri uccellini, che le ali le avevano già, se ne trovarono due in ogni spalla.

*** *** *** ***

Lui si librò, consolato e leggero.

Pensò che dall’alto, guardando fra i tetti e le case, l’avrebbe cercata, avrebbe trovato la padrona di un tempo.

“Dev’essersi fatta ancora più bella”, pensò.

E sentì nascere in cuore la tenerezza di allora.

Gloria Lai

leggi anche:

UNA STORIA

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Ago 13 2016

CIBI METADONE E TOSSICODIPENDENZA ALIMENTARE

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Mangiare in modo sano è diventato sempre più difficile, l’elenco dei cibi che fanno male alla salute cresce di giorno in giorno e disintossicarsi dalla pericolosa bulimia che affligge il mondo occidentale, per conquistare uno stile alimentare in grado di sfamare le cellule senza intossicare l’organismo, sembra un percorso impossibile, una via crucis fatta di insalate scondite e abnegazione.

Naturalmente il mercato non ci suggerisce soluzioni alternative agli innumerevoli alimenti pieni di tossicità che ammiccano sugli scaffali dei centri commerciali.

Gli interessi delle case farmaceutiche e delle multinazionali alimentari mirano a farci credere che modificare la nostra dieta abituale sia un cammino fatto di sofferenza e sacrificio, un percorso pericoloso in cui le malattie mentali oggi tanto in voga: anoressia e bulimia, sono sempre pronte a ghermirci, trascinandoci nel vortice della patologia psichiatrica.

Il far da sé, perciò, è vivamente sconsigliato dai detentori del potere economico! 

Che suggeriscono invece di delegare la gestione della salute e insistono sulla necessità di continuare a mangiare di tutto un po’, senza mai eliminare niente, perché smettere di consumare i cibi che acquistiamo quotidianamente potrebbe avere un effetto deleterio sui guadagni di chi specula sull’innocenza e sulla sanità.

Ecco perché, per cambiare le abitudini alimentari, è necessario rimboccarsi le maniche e programmare da soli il proprio viaggio di disintossicazione, abituando l’organismo ai cibi sani in maniera flessibile e progressiva.

Le crisi di astinenza da quelle sostanze tossiche che siamo assuefatti a consumare abitualmente, infatti, sono sempre pericolosamente in agguato e rischiano di far naufragare qualunque tentativo di cambiamento, lasciandoci in eredità un devastante vissuto di fallimenti e impotenza.

Utilizzare i cibi metadone per articolare i vari step che conducono dalla tossicodipendenza alimentare a uno stile di vita più sano e gratificante, è un percorso creativo, efficace e risolutivo, al quale, però, bisogna prestare la giusta attenzione.

Le sostituzioni, infatti, devono essere graduali e tenere in considerazione i bisogni affettivi cui il cibo è connesso. 

Bisogni che saranno inevitabilmente soggettivi perché legati alla storia emotiva di ognuno.

Questo spiega perché sia così importante ideare autonomamente le tappe del cambiamento necessario a ritrovare la dimensione naturale e il benessere dell’organismo.

Il nostro corpo, infatti, ricostruisce nel tempo e in maniera soggettiva, le proprie necessità fisiologiche (alterate dalla tossicità di tanti alimenti) fino a ripristinare la salute grazie a una frugalità, meno redditizia per l’economia, ma più adatta alla vitalità e alla lucidità, della mente e del fisico.

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STORIE DI METADONE ALIMENTARE

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Valentino è nato in un paesino della Sardegna, suo padre lavora in una rivendita di formaggi e sua madre fa la casalinga.

Per lui i latticini sono un cibo ricco di ricordi e di emozioni.

La ricotta fatta in casa e il pecorino fresco non devono mancare sulla sua tavola e quando, per ragioni di lavoro, è costretto a trasferirsi a Milano, la mamma gli spedisce ogni settimana i formaggi tipici della sua terra, quasi che, altrimenti, corra il rischio di morire di fame.

Durante una vacanza, però, gli amici lo coinvolgono a provare un’alimentazione priva di prodotti di origine animale.

Il clima estivo, la vita all’aria aperta e la curiosità, spingono Valentino a modificare le proprie abitudini e, verificati nel corpo i benefici di quella dieta, il giovane decide di proseguire con quel nuovo stile alimentare anche al suo rientro in città.

Non essendo un gran mangione e svolgendo regolarmente un’attività sportiva gli riesce facile abbandonare la carne, il pesce e le uova.

L’unico grande problema per lui sono i formaggi che il bambino interiore associa ai momenti di intimità e affetto vissuti in famiglia.

Le crisi di astinenza, conseguenti a quella nuova alimentazione rischiano di intrappolarlo dentro una bulimia da latticini che mina il suo benessere mortificando l’autostima.

Ma, determinato a portare avanti la propria scelta, Valentino scopre i formaggi vegetali e, grazie a loro, anche il metadone alimentare che gli permetterà di liberarsi dalla dipendenza senza penalizzare i sapori e i ricordi dell’infanzia.

* * *

Franca ha cinquant’anni e acquistando dei vestiti si rende conto con dolore di non riuscire più a entrare nella sua taglia abituale.

Una pancia gonfia e prominente offende il suo fisico, un tempo alto e slanciato, facendola sentire terribilmente brutta, vecchia e insicura.

Si sottopone allora a una serie di esami medici e scopre di essere diventata intollerante allo zucchero, alle farine e a diversi altri cibi.

Per veder sparire quella orribile pancia, dovrebbe cambiare radicalmente la sua alimentazione e sostituire i dolci e i carboidrati che le piacciono tanto con un maggior consumo di frutta e di verdura.

Per sopportare la rigida austerità di quella nuova dieta, Franca libera tutta la sua creatività inventandosi una varietà di dolci al cucchiaio con le banane surgelate.

La sua bambina interiore, infatti, adora i cibi morbidi e cremosi e non accetterebbe assolutamente di farne a meno. 

Neanche per far sparire quella pancia da vecchia signora!

Il gelato di banana, per fortuna, è un ottimo sostituto di tante prelibatezze soffici di cui è ghiotta e, con un po’ di fantasia e diversi condimenti a base di frutta secca e fresca, Franca riesce a gestire con successo le crisi di astinenza che costellano il suo cambiamento alimentare.

* * *

Letizia vuole dimagrire ma davanti a un piatto di pasta tutte le sue buone intenzioni franano rovinosamente.

“Posso rinunciare a qualsiasi cosa.” 

Dichiara sconsolata.

“Ma agli spaghetti non sono proprio capace di resistere!” 

Un’amica crudista, però, raccoglie la sfida e le fa assaggiare degli spaghetti ottenuti dalle zucchine crude.

Letizia si lecca i baffi e, da quel momento gli spaghetti fatti con la verdura (non solo cruda, ma anche cotta) diventeranno il metadone necessario a permetterle di superare l’astinenza dalla pastasciutta e di riuscire finalmente a dimagrire senza doversi imporre troppi sacrifici.

Carla Sale Musio

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Ago 06 2016

IMPARARE DALLE ALTRE SPECIE ANIMALI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“Un movimento perpetuo, somma di infiniti dettagli, sostiene la vulnerabile e precaria biodiversità. Se non decidiamo, se non scegliamo di cominciare una vigilanza globale sospendendo il nostro cieco dominio e la nostra imperdonabile inedia, finiremo per perdere tutto.”   

Myriam Jael Riboldi

Esiste una branca dell’etologia, chiamata Etologia Relazionale, che si occupa delle relazioni tra gli animali, sia all’interno della stessa specie che tra specie differenti.

Le ricerche di questa scienza hanno dimostrato che ogni essere vivente possiede una propria individualità, soggetta a modifiche e variazioni in conseguenza dei rapporti che intrattiene nel corso della vita.

Gli studi documentano quanto lo scambio tra le specie viventi determini importanti cambiamenti nel carattere e nell’evoluzione degli individui, che imparano l’uno dall’altro nuovi modi di comunicare e di vivere.

Le analisi e le indagini compiute dall’Etologia Relazionale ci mostrano con chiarezza come l’evoluzione sia sempre la conseguenza di una rete di relazioni.

Relazioni che, di volta in volta, permettono di scoprire nuove possibilità in seguito alla comunicazione e alla condivisione tra due o più soggetti.

Ciò che accomuna ogni essere vivente (e l’essere umano non è escluso da questi meccanismi) è la capacità di imparare, crescere ed evolvere, grazie al confronto con le altre creature che popolano il pianeta.

Viviamo immersi dentro innumerevoli reti comunicative che condizionano i comportamenti e gli apprendimenti dei partecipanti in misura maggiore o minore secondo il grado di socialità che contraddistingue ogni soggetto.

La biodiversità, cioè l’insieme delle peculiarità che caratterizzano ogni individuo e ogni specie vivente, diventa così una ricchezza, un patrimonio comune cui è sempre possibile attingere per mantenere alte: la curiosità, il desiderio di varietà e di cambiamento, l’avventura, la soddisfazione e la realizzazione, necessarie per vivere una vita appagante e per raggiungere un buono stato di salute, fisica, psichica e sociale.

Per l’Etologia Relazionale, la socialità si misura grazie alla capacità di interagire produttivamente sia con gli altri membri della propria specie che di specie differenti.

Questa scienza rende tristemente evidenti gli aspetti narcisistici e onnipotenti, della specie umana. 

Aspetti che ne caratterizzano la patologia e ne evidenziano la pericolosità, soprattutto in questo periodo storico.

Gli esseri umani, infatti, si pongono al di sopra di ogni specie esistente, evitando in questo modo ogni confronto e arrogandosi il diritto allo sfruttamento e all’abuso degli altri esseri viventi.

Una cultura egocentrica e edonista impedisce alla nostra evoluzione di procedere armoniosamente e ci condanna a vivere dentro un universo privo di reciprocità e di relazioni costruttive con le altre specie.

Questa chiusura comporta una totale incomprensione dei valori dell’ecosistema in cui siamo immersi e, autorizzando acriticamente la distruzione dell’equilibrio biodinamico nel quale noi stessi viviamo, conduce inevitabilmente alla devastazione della salute, nostra e del pianeta.

L’Etologia Relazionale pone l’accento sull’importanza di una visione biocentrica (capace di porre la vita stessa, e non l’uomo, al centro delle relazioni) ai fini di un’evoluzione consapevole, responsabile e in grado di rapportarsi con l’intero universo di cui facciamo parte.

E rende evidente quanto il progresso di ogni singolo individuo influenzi il miglioramento delle condizioni di vita, contribuendo a una produttiva cooperazione, intraspecifica ed extraspecifica, o, al contrario, determini un peggioramento della salute, partecipando a una pericolosa distruzione degli equilibri naturali dell’ecosistema cui apparteniamo.

In questo quadro la consapevolezza della nostra specie risente di una patologica chiusura nei confronti delle altre forme di vita.

Chiusura che è indispensabile curare e superare grazie allo sviluppo di una più profonda comprensione del valore della biodiversità e dell’importanza di una condivisione operativamente empatica con le altre creature che popolano il pianeta.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SI È SEMPRE FATTO COSÌ

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