Archive for Settembre, 2016

Set 26 2016

LA PERSONALITÀ DOPO LA MORTE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando il corpo muore anche la personalità muore, e resta solo l’essenza interiore che ci ricongiunge con il mondo immateriale della Totalità e delle emozioni.

Focalizzarsi esclusivamente sugli aspetti concreti dell’esistenza ha un prezzo da pagare, incatena alla sofferenza quando arriva il momento del trapasso.

La cultura materialista ha inibito la percezione di tutto ciò che non si può toccare (e monetizzare) e ci conduce a sperimentare il dolore quando la concretezza incontra il proprio limite.

Nel momento della morte il corpo perde la vitalità cedendo il posto ai legami affettivi, che acquisiscono una maggiore pregnanza.

La materialità non funziona più ed è soppiantata dalla molteplicità impalpabile della vita interiore.

Una realtà che non si può toccare ci svela la sua presenza, grazie agli effetti che si producono nel mondo interno.

L’amore, il dolore, la paura, la malinconia, la tenerezza, non possiedono fisicità, ma chi li vive è certo della loro esistenza perché ne constata gli effetti in se stesso.

Quando il corpo muore, la vita interiore rimane viva e vibrante, a dispetto della pretesa materialista di padroneggiare ogni cosa con i sensi fisici.

Le verità immateriali sono invisibili, ma non per questo inesistenti, anzi, sono l’unica realtà che sopravvive alla morte, perché nel trapasso si rinforzano e crescono, aiutandoci a sopportare la perdita delle persone care.

In quei momenti, nel mondo interiore si apre la strada per una comunicazione profonda, che esiste ed evolve anche quando la fisicità non c’è più.

Vediamo come.

Con la morte del corpo tutto ciò che concerne la fisicità si trasforma e deperisce, e la personalità, che è strettamente legata al corpo, scompare.

La personalità è il modo in cui facciamo fronte agli eventi, l’insieme dei comportamenti e degli atteggiamenti che usiamo più di frequente e che spesso ci portano ad affermare con sicurezza:

Io sono fatto così!”.

In verità, nessuno è fatto così.

Abbiamo tutti un insieme potenzialmente infinito di possibilità espressive, anche se da questa gamma finiamo per selezionare poche opzioni che utilizziamo un po’ per tutto, come dei vestiti comodi.

La personalità è la fisionomia che scegliamo di dare alla nostra esperienza terrena e, proprio come un abito, spinge gli altri a riconoscerci e identificarci.

Quando il corpo non c’è più anche la personalità si trasforma, e le difficoltà che incontriamo nel ritrovare chi non ha più una forma fisica, dipendono soprattutto da questa mancanza.

Ci aspettiamo di riconoscere le parole, i gesti, i modi di fare che hanno caratterizzato le persone che abbiamo amato, e se arrivano informazioni diverse dalle nostre aspettative, lo scetticismo la fa da padrone cestinando ogni esperienza come fosse frutto della fantasia.

È difficile accettare che adesso la mamma, il papà, il marito, l’amico, il fidanzato, il cane… non sono più come li abbiamo conosciuti.

La delusione che deriva da questa constatazione, per molti è insopportabile.

Vorremmo ritrovare i nostri cari così come li abbiamo sempre percepiti, e rifiutiamo l’idea di un’evoluzione dopo la morte.

Eppure, la vita continua anche senza la presenza del corpo, il percorso di crescita prosegue nelle dimensioni più rarefatte dell’esistenza e le creature che abbiamo amato cambiano e procedono nella loro evoluzione affettiva e multidimensionale.

I nostri cari tornano sempre a raccontarci la vita dopo il trapasso, ma per la mente è difficile incasellare quelle informazioni così diverse dalle attese che abbiamo.

Occorrono umiltà, fiducia e devozione, per mantenere salda la certezza che la mamma, il papà, il marito, l’amico, il fidanzato o il cane, non ci hanno abbandonato e verranno a dirci come e dove sono adesso.

È grazie all’umiltà, alla fiducia e alla devozione che è possibile superare gli ostacoli di un pensiero abituato a distinguere solo la concretezza.

Davanti all’infinita continuità dell’amore, la mente si ribella, i ricordi incalzano e il dolore dilaga impedendo l’ascolto di una presenza fatta di sentimenti e di unione, senza corporeità.

Per superare l’enigma e il dramma della morte, la ragione deve cedere il posto al sentire e fidarsi di una sicurezza tutta interiore.

Proprio come succede quando ci s’innamora.

Mentre la mente cerca i suoi perché il cuore conosce già la verità, senza bisogno di fatti o di parole.

Quando chi non c’è più torna per raccontarci la sua realtà, avvertiamo qualcosa dentro, una risposta impalpabile e veloce attraversa la mente nello stesso istante in cui formuliamo interiormente la domanda: 

“Dove sei? Come stai? Cosa ti è successo?”.

Cogliere la risposta presuppone la capacità di ascoltare l’invisibile, un pensiero estraneo nel fiume ininterrotto del nostro costante chiacchiericcio interiore.

Occorre l’umiltà di accogliere anche ciò che non comprendiamo, la fiducia nella profondità del legame che unisce le persone anche se il corpo non c’è più, e la devozione che permette all’amore di crescere e svilupparsi nei modi che gli sono propri, e che spesso la ragione fatica ad accettare.

Allora arrivano i messaggi e i nostri cari privi di fisicità ci raccontano una realtà che sta oltre la mente, il corpo e la materia, un mondo che è sempre esistito e che ci accompagna costantemente, perché è l’essenza stessa della vita, di cui la morte è soltanto un passaggio.

Sono messaggi pieni di insegnamenti, parlano della continuità dell’esistenza, raccontano il valore dell’immaterialità.

La personalità è legata alla materia, appartiene al corpo e alla sua fisicità.

Oltre la cortina del pregiudizio che annoda le percezioni ai cinque sensi, esiste il mondo impalpabile delle emozioni e prende forma un percorso di crescita che dalla frammentazione delle identità conduce alla pienezza della Totalità.

I nostri cari defunti sono le guide che ci indicano il cammino, e ci regalano gli insegnamenti di una realtà che la ragione non può raggiungere e che il cuore riconosce d’istinto.

La mancanza della personalità permette di usare parole diverse, espressioni non facili per il nostro idioma razionale fatto di tempo, spazio e misura.

É un linguaggio più antico e più difficile da interpretare perché bisogna leggerlo con gli occhi del cuore, e ci guida a comprendere un mondo in cui la ragione cede il posto a sensazioni nuove: di unione, di pienezza, di appartenenza, di sicurezza e di Totalità.

Carla Sale Musio

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Set 20 2016

CONFORMISMO O VIOLENZA?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Anche se non ci piace ammetterlo, siamo tutti conformisti.

E imitiamo i modi di vivere e di pensare condivisi dalla maggior parte delle persone con cui veniamo in contatto, prendendoci a modello gli uni con gli altri nel tentativo di sentire un’appartenenza.

Ma che cos’è il conformismo?

Si chiama conformismo la tendenza ad adeguare i propri pensieri, atteggiamenti e comportamenti, a quelli del gruppo.

Il conformismo soddisfa il bisogno di riconoscimento sociale, consolidando i legami e garantendo la protezione del branco.

Il suo opposto, l’anticonformismo, scatena la paura dell’emarginazione e della solitudine che derivano dall’essere considerati diversi.

Il conformismo permea la maggior parte delle nostre scelte e ci fa sentire sicuri, amati e rispettati.

Mentre l’anticonformismo ci costringe a fare i conti con i pericoli che derivano dall’autonomia e, spesso, ha delle ripercussioni sulla fiducia in se stessi, sull’autostima e sul senso di efficacia personale.

Per gli esseri umani vivere senza il riconoscimento degli altri è impossibile.

Dal punto di vista dell’etologia, l’uomo è un animale da branco e privato del sostegno e dell’approvazione del gruppo non può sopravvivere.

Ecco perché ognuno di noi deve fare costantemente i conti col bisogno di ricevere l’accettazione e la stima delle persone cui è legato, e con la paura di essere disprezzato e abbandonato quando le idee che professa non incontrano il consenso degli altri.

Il bisogno di appartenenza sottende la maggior parte delle nostre scelte e spesso ci porta ad adeguarci acriticamente alle soluzioni della maggioranza, inibendo la capacità di valutare obiettivamente le situazioni.

Nel 1956 lo psicologo polacco Solomon Asch condusse un esperimento molto interessante per valutare quanto la necessità del consenso sociale possa deformare le percezioni e influenzare la valutazione della realtà.

L’esperimento di Asch prevedeva otto soggetti: sette collaboratori dello sperimentatore e uno ignaro della vera natura dell’esperimento.

Tutti i soggetti s’incontravano in un laboratorio, per quello che era stato presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva.

Lo sperimentatore mostrava a tutti delle schede su cui erano disegnate in ordine decrescente tre linee di diversa lunghezza, e poi li invitava a confrontare ogni scheda con un’altra dove era disegnata una sola linea, di lunghezza sempre uguale alla prima linea delle altre schede.

Lo sperimentatore domandava ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente e uguale nelle due schede.

Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente sbagliata.

Nella stragrande maggioranza dei casi, il vero soggetto sperimentale, che doveva parlare per ultimo o penultimo, finiva per rispondere anche lui in maniera scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata fornita dalle persone che avevano risposto prima di lui.

Asch verificò che, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva consapevolmente di assumere la stessa posizione esplicitata dalla maggioranza e solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente.

L’esperimento di Asch mostra con chiarezza quanto il bisogno di appartenenza condizioni le decisioni delle persone, portandole ad alterare la propria percezione della realtà pur di omogeneizzarsi alle scelte della maggioranza.

Le ricerche sul conformismo e sul bisogno di riconoscimento sociale ci spiegano perché è così difficile cambiare la società della violenza in cui viviamo.

La sopraffazione è entrata a far parte delle nostre scelte quotidiane e abbandonare il pensiero corrente per seguire vie più etiche e rispettose della vita diventa un’impresa difficilissima per tutti.

Anche per le persone più sensibili.

Nel nostro mondo è considerato normale maltrattare qualsiasi essere giudicato inferiore o di una razza diversa.

Per soddisfare i piaceri del palato non esitiamo ad allevare e uccidere tante specie animali.

La pesca e la caccia sono considerati sport e legittimano l’uccisione in nome del divertimento.

Ma uccidere, proclamando il diritto del più forte, autorizza lo sfruttamento.

Non soltanto degli animali, ma di chiunque sia giudicato debole.

Ecco quindi: il femminicidio, la pedofilia, il bullismo, il nonnismo… e i tanti mali che affliggono una collettività portata ad affermare con leggerezza la liceità della prepotenza.

Un modo di vivere imbrigliato nel bisogno di appartenenza e di omologazione ci intrappola dentro scelte che non siamo più capaci di mettere in discussione, e poiché “si è sempre fatto così” continuiamo a portare avanti un’etica sempre meno etica, assistendo impotenti al dilagare della brutalità.

Per mettere fine a questo stile di vita disumano è indispensabile rendersi conto di quanto il conformismo distorca le percezioni, fino a farci a sorridere davanti al martirio di tante creature colpevoli soltanto della propria debolezza.

Animali, bambini, donne, omosessuali, portatori di handicap… chiunque sia considerato fragile, insolito o semplicemente poco intelligente, finisce nel mirino dell’insensibilità che omologandoci in un modus vivendi stereotipato e indiscutibile ci spinge a ridere della sofferenza, ignorandone le implicazioni morali e sociali.

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STORIE DI CONFORMISMO E CRUDELTÀ

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Lucia si è comprata un pulcino colorato, un piccolo tenero batuffolo azzurro che sembra un piumino da cipria e che se ne va in giro per la casa suscitandole una tenerezza infinita.

Il piccolo cerca la sua protezione e si comporta come se fosse un bambino: la chiama quando vuole mangiare e si rannicchia sulle sue ginocchia quando ha bisogno di dormire.

Lucia lo alleva con amore e con sollecitudine, ma presto la lanugine azzurra cede il posto alle piume, sulla sommità del capo spunta una crestina rossa e il pulcino si trasforma in una gallinella bianca che scorrazza dappertutto chiocciando in continuazione, come se stesse commentando la vita.

I vicini di casa scrollano la testa: 

“Non è permesso tenere una gallina in un appartamento!”.

Lucia è affezionata a quella presenza allegra che ha chiamato Marì.

I commenti dei parenti e degli amici, però, la portano a sentirsi stupida nel coccolare una gallina come se si trattasse di un cagnolino.

Inutilmente, prova a difendere il proprio diritto di scelta.

Un coro di proteste è pronto a farle notare che le galline sono animali da cortile e non devono vivere in città.

A nulla serviranno i ragionamenti e le argomentazioni con cui la ragazza difende le sue decisioni.

Esasperata, Lucia decide di regalare Marì a un contadino, condannando la gallinella e il suo amore a una fine poco felice.

* * *

Quando Mauro gli rivela i propri sentimenti teneri, Giovanni cade dalle nuvole. 

L’ha sempre considerato un amico e adesso scopre che invece si è innamorato di lui.

I compagni del calcetto vedendoli insieme li prendono in giro ridendo e toccandosi il lobo dell’orecchio.

Sul muro degli spogliatoi compare una scritta: 

“I recchioni vadano a far la doccia nei bagni delle ragazze!”.

Tanti scherzi innocenti fanno lievitare un’umiliazione che infine diventa insopportabile.

Giovanni preferisce rinunciare all’amicizia piuttosto che sentirsi emarginato.

Non uscirà più con Mauro e per dimostrare a tutti di essere uomo lo prende in giro chiamandolo frocio.

Adesso Giovanni si sente a posto insieme con gli altri.

Anche se, in un angolo del cuore, lo sguardo di Mauro colmo di dolore e delusione non si  cancellarà più.

* * *

Lorenzo grida: 

“Non farti battere da quella stupida femmina!”

E Federico a tradimento le fa uno sgambetto, mandandola lunga distesa per terra proprio mentre stava per tirare un goal.

Caterina sente le lacrime bruciarle gli occhi ma fa finta di niente, sa di essere brava e non vuole dare soddisfazione proprio a nessuno.

In fondo al cuore qualcosa brucia.

Non è lo sgambetto e non è la caduta.

É quella “stupida femmina” che fa male dentro, più di qualsiasi offesa.

Perché le femmine devono essere stupide? 

Perché non possono giocare a calcio insieme ai maschi?

Perché non possono vincere? 

Perché? 

Carla Sale Musio

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Set 14 2016

LA CASA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Si preparava a lasciarla.

Andava via dalla sua casa, divenuta ormai troppo piccola.

Aveva deciso: quella nuova l’attendeva.

Rimanevano da raccogliere le ultime cose, il resto stipato in scatoloni e buste, già portati via con i mobili.

Impossibile che tutta quella roba si trovasse in un bivano, ma era come se gli oggetti avessero cercato da soli il loro equilibrio.

E si fossero adattati nel tempo gli uni agli altri, in una confusione colorata e armoniosa.

*** *** ***

Stava per chiudersi la porta alle spalle: l’ultima cosa da fare, togliere la targhetta in ottone.

L’aveva voluta così, niente nome, niente titoli.

Solo il cognome, breve, essenziale, quasi maschile.

*** *** ***

Il nodo alla gola, temuto e negato, ora la pressava.

Le braccia gravate di buste e incarti, una mano che a stento tirava la maniglia, a chiudere finalmente.

Ma, come se qualcosa la bloccasse, la porta resisteva.

Lei fu costretta a riaprire: e davanti ai suoi occhi increduli, le si offersero luminosi e scintillanti, simili a immagini trasparenti, i ricordi.

Le si affollarono intorno, allegri all’apparenza, e in realtà malinconici.

Sembravano rimproverarla, ma senza cattiveria: a ricordarle che li stava abbandonando.

Tanti anni vissuti, l’essenza della vita in quelle memorie.

E voleva andare via senza di loro.

Come sarebbero vissuti ancora?

E come avrebbe tollerato lei il resto del tempo, senza quei grumi pulsanti di emozioni?

I ricordi e quelle mura, chiare e luminose nel primo pomeriggio: così si mostrava la sua casa, mentre si apprestava a lasciarla.

*** *** ***

Si sedette per terra, le buste e gli incarti adagiati sul pavimento.

E si offrì alla danza colorata di tutti quei frustoli di vita.

*** *** ***

“Bella la tua casa” diceva la madre.

“Goditela, figlia mia”.

“Il caminetto lo lascio bianco o variegato di verde?” 

“Il verde va bene” diceva il padre.

E lei obbediva, ancora molto figlia anche se adulta.

E poi, la piantina buttata per terra da un vento ingrato e comprata da lei per pietà.

L’uomo che la vendeva aveva ormai perso le speranze…

E i pomeriggi d’estate a spingere lo sguardo oltre i palazzi, dove scintillava una striscia di mare.

E la porta chiusa da una figura maschile e decisa, che andava via senza voltarsi.

E ancora, il disperarsi affannoso accanto al suo gatto fatato, morente e inerme.

Adesso le immagini la pressavano da vicino, la danza iniziale si era fatta ossessiva.

Stava per raccogliere tutto e fuggire.

Ma dalla ridda di gesti e colori emerse un ricordo: il caminetto acceso, gli amici intorno, vino rosso nei bicchieri a festeggiare la casa, quella che lei si apprestava a lasciare.

*** *** ***

Allora sciolse il suo pianto, abbondante e profondo.

Ringraziò la casa di tutto il vissuto, delle attese, delle gioie e delle sofferenze, perché anche di queste ultime è fatta la vita.

Raccolse le buste e gli incarti e portò con sé, questa volta, anche i ricordi.

Erano abbondanti ma leggeri e lei se li poggiò sulle spalle.

Come uno scialle di pizzo, colorato e prezioso.

Gloria Lai

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LE ALI

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Set 07 2016

PSICOLOGIA, PSICHIATRIA O MANIPOLAZIONE DI MASSA?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La psicologia è una scienza ancora poco conosciuta dalla maggior parte delle persone.

Esiste la volontà di non divulgare questo tipo di apprendimenti perché è più vantaggioso tenere le briglie della psiche a disposizione di pochi, abili nel manovrare la mente delle persone.

Se tutti avessimo una buona preparazione psicologica, infatti, sarebbe difficile controllare le convinzioni della gente e imporre atteggiamenti prestabiliti e funzionali ai bisogni di chi comanda.

Coloro che gestiscono il potere preferiscono fare in modo che la psicologia sia ignorata (perché meno è diffusa la conoscenza e meno ci si può rendere conto della persuasione occulta che agisce sui pensieri e sui comportamenti) e approfittano della sovrapposizione tra psicologia e psichiatria per confondere le acque.

Anche se non tutti lo sanno, però, la psicologia e la psichiatria studiano argomenti molto diversi tra loro.

La psicologia è la scienza che analizza i processi mentali, consci e inconsci, ma non si occupa dei danni cerebrali.

La psichiatria, invece, è la specializzazione della medicina preposta alla cura dei disturbi mentali.

Per fare lo psichiatra bisogna aver conseguito una laurea in medicina e poi aver preso una specializzazione in psichiatria.

Per fare lo psicologo bisogna avere una laurea in psicologia.

La psicologia perciò non è una branca della medicina e non cura le patologie psichiatriche, ma studia i meccanismi che sottendono i comportamenti, per fare in modo che le persone si sentano bene con se stesse e con gli altri.

Per manipolare le coscienze bisogna conoscere la psicologia e usare abilmente i meccanismi di difesa, cioè sapere in che modo la psiche risponde alle difficoltà. 

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RAZZISMO E MANIPOLAZIONE DI MASSA

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Per ridurre l’impatto delle emozioni sgradevoli (paura, angoscia, rabbia, insicurezza…), il nostro inconscio utilizza delle modalità di protezione chiamate: meccanismi di difesa.

Tra questi, la proiezione e la rimozione sono quelli che si attivano più precocemente, cioè agiscono già nelle prime fasi della vita.

La proiezione spinge a proiettare fuori di sé: atteggiamenti, pensieri e comportamenti, che sono stati giudicati sbagliati, e porta a combatterli nel mondo esterno, nel tentativo di eliminarli.

Un uso scorretto della proiezione scatena intolleranza e razzismo.

La rimozione rimuove dalla consapevolezza tutto ciò che istintivamente è giudicato irrisolvibile, nascondendo i conflitti dietro un’armonia apparente ma priva di un reale equilibrio.

Un uso scorretto della rimozione ci porta a non vedere incongruenze e difficoltà, impedendoci di risolverle.

Conoscere il funzionamento dei meccanismi di difesa è indispensabile per comprendere come avviene la modificazione delle coscienze da parte di chi gestisce i mezzi di comunicazione di massa.

Grazie alla proiezione e alla rimozione, infatti, è facile indirizzare i comportamenti della gente verso mete prestabilite:

  • la proiezione spinge a combattere i nemici interni spostandoli all’esterno

  • la rimozione consente di rimuovere avvenimenti, emozioni e percezioni, considerati illeciti, nascondendone le tracce fino a farle sparire dalla coscienza

Un uso improprio della proiezione e della rimozione crea sempre dei danni nello sviluppo psicologico, perché:

  • la proiezione non permette alla consapevolezza interiore di svilupparsi e blocca l’evoluzione delle parti immature della psiche

  • la rimozione impedisce la conoscenza della totalità di se stessi, occultando nell’inconscio ciò che è in contrasto con l’immagine idealizzata di sé

Ma i danni che derivano dall’utilizzo scorretto dei meccanismi di difesa non preoccupano chi gestisce il potere, che ha tutto l’interesse a coltivare l’immaturità nella psiche della gente per renderla sottomessa e dipendente.

Oggi le armi più pericolose agiscono nel mondo interno e, grazie all’uso di questi meccanismi, permettono di gestire le persone semplicemente orientandone le convinzioni.

Ognuno di noi combatte quotidianamente una gran quantità di guerre interiori. 

Guerre di cui sono state rimosse le cause e in cui sono stati proiettati all’esterno i nemici.

Da sempre, la proiezione e la rimozione sono usate a piene mani per creare barriere interiori, discriminazione e razzismo.

Un esempio significativo è quello dei ratti. 

I ratti sono animali intelligenti e socievoli, si addomesticano facilmente, sono puliti e conducono una vita sociale ricca e, per tanti aspetti, simile a quella umana.

Sono collaborativi e solidali tra di loro e se, per esempio, un individuo del gruppo si ammala, viene assistito dai compagni, che gli forniscono cibo e calore.

Ma nell’immaginario collettivo i ratti sono diventati creature disgustose, combattute e disprezzate come se fossero responsabili di chissà quali atrocità.

Poiché sono molto adattabili, questi animali vivono di ciò che l’uomo butta via: avanzi dell’alimentazione, stracci, cose vecchie.

E proprio la capacità di selezionare gli scarti della nostra specie è servita per proiettare su di loro il disgusto e l’ostilità.

Al punto che oggi  sono considerati sporchi e portatori di malattie.

Nella realtà, nessun roditore è responsabile di particolari patologie trasmesse all’uomo o agli animali domestici (non più di qualunque altro animale selvatico).

Inoltre per essere potenzialmente esposti a un contagio non è sufficiente la mera presenza dell’animale o il contatto diretto ma sarebbe necessario che la cute lesa venisse a contatto con le feci o le urine dei roditori, che queste ultime venissero ingerite in sufficiente quantità o che ci si facesse mordere a sangue… tutte evenienze abbastanza rare e che possono sempre essere evitate con un minimo di buon senso.

I ratti non provocano lo sporco e l’inquinamento causati dalla specie umana.

Ma, grazie alla rimozione, è stato possibile cancellare questa consapevolezza e alimentare l’idea impropria che ad essere sporchi siano loro e non noi.

La proiezione in questo caso serve ad allontanare la sporcizia e l’infettività che interiormente gravano gli esseri umani.

Da sempre, utilizzando impropriamente la proiezione e la rimozione, sono stati presi di mira gli animali e, nel tempo, questo ci ha portato a condannare e abiurare le nostre parti “istintive” fino a renderle sinonimo di sporco, stupido e brutale.

La proiezione è stata usata per proiettare sugli animali la sensitività, l’ingenuità e l’espressione immediata e diretta delle emozioni, mentre la rimozione ne ha occultato la ricchezza, l’importanza e il valore. 

Disprezzare gli animali e approfittarne è diventato così un comportamento lecito e incentivato e, in questo modo, i potenti hanno autorizzato l’abuso e la violenza dei più forti sui più deboli.

La prepotenza sugli animali affonda le radici nello svilimento dell’ingenuità e dei sentimenti e ha finito per trasformare la sensibilità in una sorta di “malattia”, insana e perciò da curare.

Per l’uomo che non deve chiedere mai, infatti, la delicatezza d’animo, l’emotività e l’innocenza corrispondono a una patologia.

Ci viene insegnato che dobbiamo essere impassibili, cinici e pronti a usare qualsiasi mezzo pur di raggiungere il potere e il successo e, in questo quadro, la condivisione e l’empatia, lungi dall’essere un valore, si trasformano in una défaillance.

Oltre che sugli animali, perciò, la vulnerabilità, l’emozionalità e la semplicità vengono proiettate anche sulle persone sensibili.

Mentre, grazie alla rimozione, si perdono i valori della gentilezza e della comprensione.

L’uso improprio dei meccanismi di difesa ha reso possibile ogni genere di abuso su chiunque sia portatore di una emotività giudicata malsana, e ha sostenuto una cultura basata sulla supremazia della forza e della prepotenza.

Da tempo immemorabile questi meccanismi sono utilizzati come strumenti di manipolazione di massa. 

Strumenti mutuati dalla psicologia e taciuti ad arte per fare in modo che la gente non ne capisca il funzionamento e non possa difendersi dall’uso scorretto che ne viene fatto.

Per questo la psicologia continua a essere una scienza sconosciuta e confusa impropriamente con la psichiatria.

Carla Sale Musio

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