Archive for Ottobre, 2016

Ott 28 2016

CERVELLI CREATIVI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Negli anni ’60, gli studi sul funzionamento del cervello, del dottor R. W. Sperry e dei suoi allievi, hanno dimostrato come creatività e empatia siano funzioni dell’emisfero destro del cervello.

Ho ipotizzato, perciò, che la Personalità Creativa sia una struttura di personalità caratterizzata da un emisfero destro particolarmente attivo.

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Ma come funziona il cervello? 

E cosa significa avere un emisfero destro attivo?

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Il nostro cervello è formato da due emisferi, destro e sinistro, con funzioni e abilità specifiche. 

Entrambi gli emisferi collaborano tra loro ma funzionano in modi diversi.

Approssimativamente possiamo dire che l’emisfero sinistro coglie le cose in modo analitico, lineare, logico matematico, razionale, consequenziale e oggettivo

Mentre l’emisfero destro comprende in modo intuitivo, analogico, immaginativo, relazionale, sintetico, divergente e soggettivo.

Come si può intuire da questo elenco, empatia e creatività sono funzioni che appartengono all’emisfero destro.

Perciò quando ci sentiamo creativi o siamo in empatia con qualcuno, questo emisfero è al lavoro e tutte le sue competenze sono attive.

Mentre l’emisfero sinistro tiene conto della sequenza dei fatti, ha una visione analitica e si basa sul ragionamento e sulla logica, l’emisfero destro è attento alle relazioni tra le cose, ha una visione d’insieme ed è focalizzato sul presente. 

Inoltre, ha un contatto diretto e immediato con l’inconscio, da cui spesso attinge conoscenze e consapevolezze “non logiche”

Questa sua capacità è la fonte delle intuizioni improvvise, di quel sapere che si accende come una lampadina senza bisogno di passaggi intermedi.

L’inconscio, infatti, è, per definizione, la sede di ciò che non sappiamo, delle cose di cui non ci ricordiamo più. 

E’ il serbatoio in cui finiscono tutte le consapevolezze che, occupando troppo la nostra mente, renderebbero la vita sovraccarica di informazioni inutili e piena di confusione. 

Nell’inconscio si trovano tutte le esperienze che abbiamo vissuto, le cose che abbiamo visto, i libri che abbiamo letto, le parole che abbiamo detto e ascoltato, e via dicendo… tutto quello che ci è successo! 

Tutto questo sapere è contenuto nel nostro inconscio ed esiste sotto la soglia della consapevolezza cosciente.

L’emisfero destro, grazie alla sua propensione alla sintesi e alla globalità, pesca da quel bagaglio di conoscenza ciò che gli serve, con immediatezza e senza passare attraverso la sequenza del ragionamento logico. 

Mentre l’emisfero sinistro, ricercando le cause e gli effetti di tutte le cose impiegherebbe moltissimo tempo per trovare e mettere in ordine le informazioni.

Entrambi gli emisferi del cervello sono indispensabili per avere una visione corretta della realtà, ma, solitamente, durante la crescita l’emisfero sinistro tende a prevalere su quello destro, che progressivamente vi si sottomette, finendo per essere utilizzato meno.

I programmi scolastici, infatti, prediligono lo studio analitico, razionale e logico matematico, peculiarità che appartengono tutte all’emisfero sinistro, e danno meno importanza alle sintesi, alla creatività, all’empatia, al ritmo, all’utilizzo delle immagini e a tutte le funzioni che competono all’emisfero destro.

Si struttura così, durante gli anni della scuola, una sorta di “dittatura” di un emisfero sull’altro e si forma l’abitudine mentale a operare seguendo la logica senza considerare più il pensiero creativo, le sensazioni e le intuizioni.

Credo che le Personalità Creative possiedano un emisfero destro incapace di sottomettersi all’emisfero sinistro.

In loro, nonostante il bombardamento “logico matematico” subito durante gli anni di scuola, si mantengono sempre vive tutte le sue funzioni: ascolto dei sentimenti, intuizione, capacità di sintesi, atemporalità, facile accesso all’inconscio, attenzione alle relazioni, creatività ed empatia.

Carla Sale Musio

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Ott 21 2016

IL CONDOMINIO DI ME STESSA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Da quando seguo i corsi sul Voice Dialogue, ogni volta che parlo di me non mi riferisco più a una sola realtà ma a un condominio di personalità impegnate in una convivenza, non sempre facile.

Il mio amministratore di condominio (nel voice lo chiamiamo Io Cosciente, e indica quella parte che osserva le sfaccettature della psiche senza identificarsi con nessuna in particolare) è stato poco presente e i condomini hanno dovuto imparare a cavarsela da soli, con risultati spesso insoddisfacenti per tutti.

Gestire un condominio di personalità comporta la necessità di indire periodicamente delle assemblee in modo da garantire una convivenza armonica e pacifica tra i condomini.

I tanti  che abitano in noi manifestano esigenze molto diverse: ci sono quelli che pretendono di decidere sempre tutto, quelli che si disinteressano alla condivisione e quelli che vanno motivati al dialogo con attenzione e pazienza per evitarne l’emarginazione o l’isolamento.

Ogni condomino porta in dono le sue risorse e arricchisce il patrimonio esperienziale e percettivo della psiche che, grazie all’energia di tutti, diventa plastica e capace di adattarsi con maestria alle diverse circostanze della vita.

Il compito dell’amministratore di condominio è garantire a ognuno il giusto spazio unito a un ascolto privo di giudizio, indispensabile per mantenerne attiva e vitale l’appartenenza di tutti.

Quest’accoglienza democratica permette alle energie immature di evolvere se stesse, abbandonando le caratteristiche asociali, boicottanti e distruttive in favore di una più adeguata espressione delle proprie risorse energetiche.

Ogni  nasce nella psiche per far fronte a necessità diverse e ci dona un’energia preziosa per la realizzazione di quella missione esistenziale che chiamiamo: vita.

Durante l’infanzia dobbiamo fronteggiare una quantità di situazioni nuove e imprevedibili, e l’emergenza fa sì che gli atteggiamenti risolutivi acquisiscano maggiore importanza.

È in quei momenti che nel mondo interiore prende forma una gerarchia di energie dominanti (Sé Primari) pronte ad accollarsi il compito di proteggere la vulnerabilità, emarginando quei  che non hanno incontrato il favore dell’ambiente circostante (Sé Rinnegati).

Per quanto mi riguarda, durante le interviste con la tecnica del Voice Dialogue il primo a presentarsi e prendere la parola è stato “il Perfezionista”, che ha subito rivelato la sua importanza nel condominio della mia personalità.

I miei genitori non sono mai stati dei perfezionisti e non pretendevano da me la perfezione, ma io ho imparato presto che essere brava in qualche attività che loro ritenevano importante, era una condizione imprescindibile per sentirmi amata e apprezzata.

Perciò Il Perfezionista si è sentito autorizzato a sovrintendere la mia esistenza e, grazie ai risultati affettivi che mi ha consentito di raggiungere, ha preteso di estromettere l’Approssimativo, l’Ozioso, il Contemplativo, il Rilassato e anche il Sensuale, confinandoli in una segreta dell’inconscio, mentre lui stringeva un’alleanza intima e duratura con lo Studioso, con il Gentile e con il Competente Psicologico.

Si è creato così un pool di sé dominanti, convinti di agire sempre per il mio bene.

Questa oligarchia ha gestito per lungo tempo la mia vita, emarginando tutti i sé in contrasto con il suo punto di vista.

Grazie al mio Perfezionista sono diventata una persona scrupolosa, affidabile e onesta, e senza la sua guida preziosa oggi non sarei una professionista responsabile e preparata.

Ma, sempre grazie al mio Perfezionista, tutte le energie giocose, festose, ricreative, frivole, piacevoli, divertenti e sensuali, hanno dovuto fare una gran fatica per ritagliarsi un posticino nell’organizzazione delle mie giornate e si sono dovute accontentare di rari momenti, sottratti al mio costante impegno lavorativo fatto di colloqui, seminari, terapie, gruppi di studio… e chi più ne ha più ne metta!

Recentemente, però, una nuova presenza ha preso forma nel condominio di me stessa e gli equilibri consolidati in tanti anni hanno cominciato a modificarsi, aprendosi a energie nuove e prima impensabili.

Energie che, fino a qualche tempo fa, erano confinate in un angolo remoto della coscienza e che per farsi sentire erano costrette a mandare pericolosi segnali di malessere fisico o psicologico (leggi: cadute, dolori inspiegabili, depressioni, malumori, arrabbiature eccessive… e via dicendo).

Tra queste nuove entità condominiali si è distinta immediatamente La Bambina Lunatica, Scontrosa, Musona e Solitaria, che ha saputo tenere testa al Perfezionista costringendolo a cederle uno spazio adeguato.

Il suo arrivo nel condominio ha cambiato moltissimo gli equilibri del mio mondo interiore e colorato le mie giornate di un entusiasmo nuovo, fatto non più solo di lavoro ma anche di momenti giocosi e di una solitudine finalmente legale nella psiche e nella mia vita.

Una solitudine capace di ripristinare il silenzio e l’ascolto di me stessa (delle tante Me Stessa che sono) dopo che per molte ore mi dedico ad ascoltare gli altri.

E… incredibile ma vero! Da quando, grazie a quella piccola desaparecida, la solitudine ha ottenuto il permesso di soggiorno nella mia quotidianità, sono aumentati il mio entusiasmo e il mio piacere nel fare le piccole cose di sempre.

Naturalmente questo è soltanto l’inizio di un percorso, che ha avuto come primo risultato un maggiore tempo libero da dedicare a me (cioè a quei tanti condomini che sono/siamo) e che ha aperto le porte agli innumerevoli aspetti sconosciuti e in attesa di riconoscimento che popolano la mia coscienza.

Le parti rimaste in ombra nella mia personalità reclamano il loro spazio di ascolto e di azione e l’amministratore di condominio ha il suo bel da fare per trovare un posto a tutti senza scontentare nessuno.

Soprattutto senza scontentare quel pool di sé che mi ha permesso di diventare adulta e di essere quello che sono, affrontando i momenti difficili della mia vita.

Insomma, la crescita interiore è potenzialmente infinita e ogni scoperta è sempre accompagnata da mille altri interrogativi, perché la vita è cambiamento, evoluzione e creatività, e non si può arginarla ma soltanto imparare a cavalcarne le onde.

In questo periodo sono al lavoro con una parte ostica da inserire nel condominio: il Bambino Crudele.

Un aspetto che fino ad oggi ho cercato di nascondere anche a me stessa, per non intaccare l’immagine idealizzata e scintillante che pensavo di dover indossare per essere amata.

Non so ancora cosa succederà tra i miei condomini, né come se la caverà l’amministratore con questa presenza scomoda e impresentabile.

So solo che se voglio essere gentile e amorevole devo venire in contatto anche con la crudeltà (la mia, naturalmente!).

Gli opposti, infatti, sono sempre due facce di un’unica medaglia e la saggezza è saper camminare nella vita tenendo sottobraccio la Luce e il Buio, il Bene e il Male, la Perversione e la Santità… perché ogni cosa appartiene a un Tutto più grande, che la mente non sempre riesce a cogliere ma di cui il cuore conosce d’istinto la profondità.

Così, grazie al Voice Dialogue, ho aperto le porte a una Totalità di me stessa che fa lievitare il mio livello di confusione insieme al mio amore e al mio entusiasmo per la vita.

Non chiedetemi come.

Non lo so.

Il mio Perfezionista ha rinunciato ad avere tutte le risposte.

La mia Bimba Lunatica, Scontrosa, Musona e Solitaria assapora l’esistenza.

E un nuovo Sé Rilassato e Poco Intelligente ride di cuore, senza sapere perché.

Carla Sale Musio

leggi anche:

ANCORA IO… E ANCORA IL VOICE DIALOGUE

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Un commento presente

Ott 15 2016

IL PATTO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Non era stato facile rinunciare a tanto.

Aveva iniziato con il televisore.

Ormai lo teneva quasi sempre spento, poi lo regalò ai vicini, quella famiglia numerosa che litigava la sera per i programmi da seguire.

Poi, niente giornali al mattino.

Troppe tristezze da leggere e brutture e violenze.

Meglio la colazione in silenzio, pane tostato e caffè, a pensare ai sogni fatti la notte.

Ormai in pensione, non tollerava più la tirannia del computer per ricevere avvisi dalla scuola e rispondere ai quesiti degli alunni.

Se ne liberò, assolto da quegli obblighi, e lo vendette ad un conoscente, chiedendogli davvero poco.

Infine regalò la radio.

Gli aveva scandito al mattino i tempi per la colazione, il prepararsi e l’uscire.

Segnale orario delle otto: spegneva l’apparecchio e andava rapidamente, sperando che non ci fosse traffico, anche se la scuola era vicina.

Ma adesso era padrone del suo tempo.

Nessun obbligo a buttarsi fuori di casa.

*** *** *** ***

L’unico impegno fisso che ormai gli piacesse era preparare il cibo per una gattina, trovata sotto casa.

Abbandonata da qualcuno o fuggita volontariamente, gli era capitata tra i piedi, così piccola che lui quasi l’aveva spazzata via, con quel passo vigoroso che gli dava orgoglio.

Non aveva dimestichezza con gli animali e, mentre lavorava, rigettava preoccupazioni che non fossero compiti da correggere, lezioni da preparare, colloqui con i genitori e riunioni serali.

Ma tutto questo era finito e quell’essere morbido e inaspettato ormai gli riempiva le giornate.

E lo incuriosiva e inteneriva, suo malgrado.

Dopo aver raccolto e sfamato la gatta, in realtà, aveva pensato di rimetterla in strada quel giorno stesso o la mattina successiva…

Qualcuno l’avrebbe forse cercata, si diceva.

Invece, proprio quel giorno, il muso dorato di lei e la coda morbida a strusciargli le caviglie lo conquistarono.

La gatta prese possesso della sua casa di scapolo anziano.

*** *** *** ***

Aveva amato molte donne, ma nessuna gli aveva davvero rubato il cuore.

E ripensandoci, alla fine di ogni storia, si diceva che l’unica vera passione era il lavoro.

Darsi per amore, poi, gli sembrava quasi un tradire se stesso.

E così, di anno in anno, era giunto a quella fase della vita in cui si fanno i bilanci importanti e l’età non è più verde.

Si disse allora che, evidentemente, l’amore e una famiglia non erano per lui.

E si rassegnò.

*** *** *** ***

Ora la gatta gli scandiva i tempi.

Aspettava che lui si svegliasse, poi saltava sul letto e gli ronfava nelle orecchie.

All’inizio lui pensava di provare fastidio, invece nulla.

Si alzava e gli capitava di sorridere, mentre lei lo scortava in cucina e si fermava davanti alla ciotola vuota.

Le giornate dell’uomo assunsero un altro colore, simile ai riflessi dorati sul corpo di lei.

*** *** *** ***

Lui rifletteva.

Da uomo colto, pensava alla mitologia, alle religioni, all’amicizia antica tra gli animali e l’uomo, al loro patto primario.

Tradito dagli uomini, quel patto.

Ma si poteva stringere una nuova alleanza.

Tra un uomo e una gatta.

Tra lui e la sua gatta, nomade convertita.

Poi rifletteva ancora.

Gli sarebbe piaciuto davvero sentire il mondo con l’olfatto di lei, sfiorarlo con zampe leggere.

E, a volte, graffiarlo.

Avrebbe dato molto per scambiare la sua età disillusa con l’essenza animale di lei, con quel camminare ondulato, con lo scintillio degli occhi che gli foravano l’anima sbrecciata.

Forse, avrebbe dato tutto.

Si immergeva così a lungo in quei pensieri, da perdere il senso del tempo.

La gatta allora lo richiamava alla realtà, lo scuoteva con i suoi giochi da pagliaccio buono.

E lo faceva ridere, finalmente.

*** *** *** ***

Ogni tanto si recava a casa sua una donna ad aiutarlo nelle faccende domestiche.

Sicuro dell’onestà di lei, lui le aveva lasciato una copia delle chiavi perché potesse sfaccendare anche in sua assenza.

E quando tornava, gli piaceva annusare l’odore di pulito.

La gatta, che ormai conosceva la donna, le andava incontro sollecita e poi la scrutava con attenzione, mentre quella faticava.

*** *** *** ***

Era mattina.

Con suo grande stupore, la donna trovò che la porta non era chiusa.

Entrò circospetta.

Il professore era attento a queste cose.

La gatta non le andò incontro.

Nella stanza da letto, deserta, c’era confusione. Le lenzuola sfatte, indumenti per terra, come crisalidi vuote.

E nessuna traccia di lui.

Anche la gatta era scomparsa.

La donna diede l’allarme.

*** *** *** ***

Lo cercarono dappertutto, chiesero ai pochi amici che gli restavano, a qualche lontano parente. Spariti nel nulla, lui e la sua gatta.

*** *** *** ***

Certo, a nessuno venne in mente di scrutare nei giardini o nei parchi in città.

Nessuno guardò attentamente sui tetti.

E, comunque, chi avrebbe capito?

Avrebbero visto solo una coppia di gatti, l’uno scuro e anziano, l’altra, una giovane femmina dai riflessi dorati.

A guardarla bene, lei poteva sembrare davvero la gatta del professore.

*** *** *** ***

E nessuno seppe mai cos’era accaduto davvero.

Nessuno potè raccontare delle loro corse libere, delle cacce, del sole goduto stando vicini, delle stelle contemplate nelle calde notti estive.

Nessuno seppe mai di quei due e della loro arcana magia, lui diventato un gatto felice, lei una madre prolifica e saggia.

E i loro figli, e i figli dei figli, riempirono le notti di amori, ammirando la luna con occhi sgranati.

Gloria Lai

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LA CASA

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Ott 09 2016

NARCISISMO PATOLOGICO

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Un deficit nella capacità di provare empatia è il sintomo di una patologia che il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (D.S.M.) definisce: disturbo narcisistico di personalità.

Questa disfunzione è caratterizzata da una percezione di sé eccessiva e carica di importanza, che gli esperti chiamano: sé grandioso.

Chi soffre di un disturbo narcisistico della personalità manifesta una forma di egoismo profondo di cui non è consapevole e che, dal punto di vista clinico, nasconde una grave difficoltà nel coinvolgimento affettivo.

Per formulare questa diagnosi gli psichiatri e gli psicologi si basano su cinque caratteristiche precise, che le persone affette dal disturbo narcisistico manifestano in situazioni e relazioni diverse:

  • una percezione esagerata del proprio valore

  • la convinzione di essere speciali e superiori

  • una modalità predatoria di rapportarsi al mondo, in cui lo scarso impegno personale è unito alla pretesa di ricevere più di quello che si dà

  • la certezza di un’insindacabile supremazia che autorizza a usare gli altri per raggiungere i propri scopi, senza provare alcun rimorso

  • l’incapacità di identificarsi con la sofferenza di chi si ha di fronte

Le persone che soffrono di questa patologia occultano dietro l’esagerata valorizzazione di sé una mancanza di empatia e l’impossibilità di immedesimarsi nei vissuti degli altri (che considerano passibili di qualsiasi sopruso), sono convinti che tutto sia loro dovuto e diventano sprezzanti e crudeli quando questo non si verifica.

Il loro indiscutibile senso di diritto unito alla mancanza di sensibilità sfocia nello sfruttamento e nell’abuso.

Il disturbo narcisistico della personalità descrive con chiarezza la patologia degli esseri umani nella relazione con le altre creature viventi e con il pianeta.

L’incomprensione dell’alterità, che caratterizza questa disfunzione, è il sintomo di un’inabilità alla reciprocità, che confina la specie umana dentro una pericolosa scissione dall’ecosistema, rendendoci incapaci di costruire relazioni produttive con le altre forme di vita.

Come insegna l’Etologia Relazionale, la biodiversità è un valore imprescindibile per la sopravvivenza e per la corretta evoluzione della vita.

“Il nostro pianeta sta affrontando la sesta estinzione di massa, una straordinaria quanto terrificante perdita in termini di biodiversità, la prima nella storia della vita sul pianeta Terra a essere stata alimentata dall’attività diretta di una specie animale (l’uomo). Crediamo che sia fondamentale capire che siamo tutti coinvolti e co-responsabili in questo scenario, le cui dinamiche non possono essere ignorate se si vuole costruire un rapporto consapevole con le altre specie, su scala intersoggettiva e globale.”

Lo sostiene Myriam Jael Riboldi, fondatrice della Scuola di Etologia Relazionale.

“Amare le specie diverse dalla nostra è un punto di partenza fondamentale, ma l’amore non basta: occorre avvicinare il maggior numero di persone possibile a una conoscenza consapevole, empatica, profonda e più rispettosa del mondo animale. È indispensabile prestare una maggiore attenzione al valore dell’individualità e delle caratteristiche etologiche, e alle dinamiche che possono modificarne le espressioni in ambito relazionale.”

L’Etologia Relazionale ha identificato con chiarezza la patologia narcisistica che affligge l’umanità e lavora per reinserire la percezione emotiva ed empatica nelle relazioni tra l’uomo e gli altri animali.

Quest’approccio sostiene l’importanza di una visione biocentrica, libera dalla patologia narcisistica e capace di porre la vita stessa, e non l’uomo, al centro delle relazioni.

Ma superare il disturbo narcisistico della personalità richiede al partner umano un intenso sforzo nella direzione della conoscenza di sé (autenticità) e nella ricerca della propria sensibilità.

“Nel momento in cui gli esseri viventi entrano in rapporto tra loro, si attiva un processo che influenza le componenti mentali, emozionali ed empatiche, modificando, di fatto, i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti.”

“Interpretare i comportamenti specie specifici senza comprendere la catena di eventi emotivi ed energetici che s’innesca quando si entra nella sfera relazionale, rischia di fornire una visione parziale di ciò che realmente accade e di sprecare i valori della conoscenza, dello scambio e della reciprocità.”

Malato di narcisismo e convinto della propria patologica superiorità, l’essere umano annienta l’empatia e agisce come se le altre creature fossero strumenti al servizio del suo piacere e dei suoi bisogni.

In questo modo aliena in se stesso la comprensione della realtà e costruisce un mondo privo dell’intelligenza emotiva necessaria a sostenere la vita.

Mentre le altre specie rispettano gli equilibri indispensabili al mantenimento dell’ecosistema, la razza umana distrugge la convivenza naturale con le altre forme di vita, annichilendo nella propria psiche il senso di appartenenza che caratterizza l’esistenza e camminando a grandi passi verso la distruzione.

Nascono così le innumerevoli sintomatologie che ammalano l’umanità e che sono sconosciute alle altre specie viventi: attacchi di panico, depressione, depersonalizzazione, manie di persecuzione… prendono forma da una morbosa mancanza di empatia e alimentano la violenza e la paura.

L’insensibilità tipica del disturbo narcisistico di personalità, amplifica nell’io il senso del proprio valore, deformando la percezione della realtà e alimentando un egocentrismo malato che nasconde l’angoscia e l’incapacità a costruire relazioni proficue, amorevoli e costruttive.

La paura di incontrare chi appartiene a una razza diversa, spinge l’essere umano a sfuggire la conoscenza e le relazioni interspecifiche, nascondendosi dietro un senso di superiorità esagerato, ma questo evitamento genera la patologia del narcisismo e quell’egocentrismo indiscutibile che impedisce la comprensione del dolore facendo lievitare la violenza.

Razzismo, specismo, bullismo, nonnismo, maschilismo, pedofilia, omofobia, guerre e crudeltà di ogni genere hanno origine dalla mancanza di empatia e dall’incapacità di fare relazione, e costruiscono il mondo della brutalità in cui viviamo.

Solo prendendo coscienza della nostra patologica superiorità, diventa possibile mettere fine alla distruzione del pianeta e realizzare una società in cui le relazioni inter e intra specifiche conducano a una conoscenza rispettosa delle esigenze di tutti.

“E’ necessario riconoscere il valore della diversità e dell’individualità di ogni singolo individuo e immergersi in una modalità di osservazione libera da pregiudizi ma anche svincolata da aspettative e da proiezioni, tipicamente antropocentrate. L’esperienza relazionale deve essere contestualizzata nel “qui e ora”, in cui la nostra viva partecipazione deve risultare consapevole e responsabile. La dinamica relazionale è in grado di modificare gli stati interiori e i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti in questo tipo di processo.”

Per cambiare il mondo è indispensabile curare il disturbo narcisistico di personalità che si annida nella psiche di ognuno di noi, e vivere una relazione sana tra la nostra e le altre specie viventi.

Solo così si potrà realizzare una cultura capace di accogliere la diversità riconoscendone la ricchezza e il valore, e sostenere la fratellanza.

Tra tutte le creature.

Carla Sale Musio

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Ott 02 2016

BAMBINI SUPER DOTATI… DI EMPATIA

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Quando la capacità empatica dei bambini non viene riconosciuta dagli adulti, si possono creare molte difficoltà durante l’infanzia.

L’attitudine a vivere come propri i sentimenti degli altri fa si che per un bimbo piccolo sia difficile distinguere con chiarezza i propri stati d’animo e bisogni. 

Si creano, perciò, delle trappole psicologiche.

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LA MAESTRA HA LA LUNA STORTA

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E’ lunedì mattina. 

La maestra Giovanna arriva in classe molto agitata e nervosa perché, durante il tragitto da casa a scuola, ha litigato con il suo fidanzato. 

O meglio, non è riuscita a litigare con il suo fidanzato.

La discussione tra i due, infatti, non è finita. 

Anzi è appena cominciata. 

Ma l’arrivo a scuola ha messo bruscamente fine alle argomentazioni e troncato i discorsi a metà.

La ragazza scende dall’auto sbattendo la portiera e si avvia nell’atrio della scuola, sentendosi bruciare dalla rabbia che non ha potuto sfogare.

Nonostante il turbinio dei sentimenti, s’impone di essere calma e disponibile e, giunta in aula, fa appello a tutta la sua professionalità per cercare di apparire serena.

“I bambini non hanno colpa di nulla e non devono essere coinvolti nella mia vita personale” 

Pensa tra sé, cercando di allontanare le emozioni di poco prima.

Il piccolo Roberto, di sei anni e mezzo, le corre incontro per regalarle, tutto orgoglioso, un grande disegno colorato che ha fatto per lei durante il weekend.

Giovanna lo ammira e lo loda ma, mentre riceve i complimenti, il bimbo comincia a sentirsi agitato e diventa sempre più nervoso. 

Torna al banco tutto imbronciato e se la prende con il suo compagno. 

Lo provoca e lo infastidisce sino a far scoppiare un bel litigio.

A quel punto la maestra interviene per separare i due bambini e, mentre li sgrida riesce a scaricare anche una parte del suo personale nervosismo di prima.

Poco dopo, mortificato in un angolo del banco, Roberto piange in silenzio e non capisce perché ha finito col prendersi una punizione. 

Era arrivato a scuola tutto felice, pronto a fare contenta la maestra ed è riuscito solamente a farla infuriare.

Ciò che Roberto non comprende è quanto la maestra (con una parte di se censurata e rimossa) si sia sentita alleggerita nel potersi arrabbiare almeno un momento. 

Era entrata in classe con addosso una gran voglia di urlare e a quel bisogno Roberto è riuscito a dare un po’ di soddisfazione, agendo il suo comportamento disubbidiente.

I bambini con una personalità creativa sentono istintivamente i bisogni degli altri. 

Anche quando sono ancora troppo piccoli per capirlo.

Li sentono insieme ai propri, come se fossero i propri, e si comportano di conseguenza. 

Cercando il modo di soddisfarli.

Roberto voleva far contenta la maestra ma, sfortunatamente per lui, la maestra quel giorno aveva bisogno di arrabbiarsi.

Perciò Roberto, poteva “accontentarla” permettendole di sfogare il nervosismo che lei aveva dentro e a cui non aveva concesso nessuna espressione.

Spinto dal suo amore, il piccolo ha usato istintivamente (e inconsciamente) le proprie capacità empatiche e, trasformandosi nel “parafulmine” che serviva alla maestra, ha raggiunto il suo scopo.

Solo che adesso si sente confuso, colpevole e cattivo.

Per aiutarlo a stare meglio con se stesso, occorre l’intervento di un adulto capace di riconoscere la sua empatia e di spiegargliela.

Vediamo come.

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A VOLTE, ARRABBIARSI FA BENE

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La maestra Giovanna si avvicina al bambino.

“Grazie Roberto.”

Dice ad alta voce.

“Stamattina venendo a scuola ero nervosa e avevo proprio bisogno di arrabbiarmi. Tu lo hai sentito, anche se non lo sapevi perché io non lo avevo detto a nessuno, e mi hai aiutata a esprimere la mia rabbia. Adesso mi sento meglio. Però mi dispiace che voi due bambini abbiate litigato.”

Poi continua, rivolta alla classe: 

“Bambini, non vi capita mai di aver voglia di arrabbiarvi? E cosa fate quando vi succede? Che cosa possiamo fare quando ci sentiamo arrabbiati?”

Carla Sale Musio

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