Archive for Dicembre, 2016

Dic 30 2016

L’ALBERO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Era un albero centenario nel profondo del bosco ombroso.

E le vie per raggiungerlo, intricate e nascoste.

I vecchi dicevano:

“Se hai un desiderio, devi sussurrarlo ai suoi rami”

Ma bisognava recare bei doni.

Infatti l’albero era esigente.

E voleva essere ripagato.

*** *** *** *** ***

A memoria d’uomo, pochi desideri erano stati esauditi.

Forse i doni erano miseri o scarsa la passione nel chiedere.

Nessuno sapeva rispondere.

Gli stessi vecchi scuotevano il capo canuto.

E tacevano.

*** *** *** *** ***

Viveva in un villaggio ai margini del bosco.

Sola.

Mesi prima la madre, ormai vecchia e malata, l’ aveva chiamata a sé, l’aveva baciata in fronte.

Poi, aveva chiuso gli occhi per sempre.

E da allora lei non sapeva vivere.

Mai più i sorrisi, le tenerezze, le risate, le confidenze, mai più gli abbracci.

Soprattutto questo la straziava, non averla più accanto, non parlarle, non poterla guardare negli occhi.

*** *** *** *** ***

Fu allora che decise di cercare l’albero dei desideri, quello di cui i vecchi parlavano.

Portò con sé dei viveri, ignorando quando sarebbe giunta.

E una collana d’oro e ametiste.

La sua sola ricchezza.

*** *** *** *** ***

Ricordava i racconti dei vecchi nelle sere d’estate:

“Se nutri desideri profondi, il bosco ti aiuta”

E a lei sembrava proprio che il bosco la guidasse.

Al rumore di una frasca si era voltata e aveva intravisto un sentiero.

Poi, la danza di due farfalle l’aveva condotta.

Ed ecco all’improvviso l’albero antico, contorto di anni e di vento.

Gli si accostò, esitante.

Sentiva la linfa fluire e il mormorio difforme delle foglie.

Si inchinò a lui con rispetto e gli parlò.

*** *** *** *** ***

Quando tacque, attese per qualche lunghissimo istante.

Pareva non accadesse nulla ma, d’improvviso, sulla corteccia comparve un’immagine.

Con immenso stupore la figlia riconobbe il volto della madre.

Poi vide che tutta la figura di lei si stagliava lentamente sul tronco, assumeva rilievo.

E si animava.

Folle di emozione, cercò di toccare quel viso e quel corpo.

Allora, viva nell’aspetto, la madre aprì dolcemente le braccia e la strinse a sé.

La figlia sentì che il proprio corpo rinsecchiva, aderiva alla corteccia, diventava rami e foglie, attraversato dagli umori vitali.

E allora capì.

Lei e la madre, insieme, palpitavano nel grande respiro del mondo.

Ai piedi dell’albero, la collana di ametiste rifletteva nel viola opalescente i bagliori del tramonto.

*** *** *** *** ***

Passò il tempo.

I pochi a giungere in quel luogo sussurravano richieste, ma erano desideri miseri o inverecondi o feroci.

Nessuna risposta.

Non si mosse neanche una foglia.

Lei e la madre, intanto, esistevano nell’essenza dell’albero, si nutrivano della stessa energia.

E il tempo scandiva per loro le stagioni e gli istanti.

*** *** *** *** ***

Da mesi ormai non si vedeva nessuno, quando una sera d’autunno giunse un uomo.

Non recava doni, ma si inchinò.

Poi prese a dire.

“Non ho nulla da offrirti, ma ascoltami. Ho viaggiato nel mondo tra splendori e brutture, albe, tramonti, prodigi e cieli infuocati. Ma l’amore, quello vero, l’ho cercato invano. E se vorrai donarmelo, te ne sarò grato.”

L’albero ascoltò quella preghiera, come aveva sentito le altre.

Ma palpitò per la profondità del desiderio.

E non si curò della mancanza di doni.

*** *** *** *** ***

Poi fu sconvolgente quanto accadde.

Uno schianto nel legno. E con forza l’albero strappò via da sé la figlia.

Lei si oppose ma, per quanto tentasse di aggrapparsi e resistere, si trovò sull’erba tra le radici nodose.

Di nuovo donna, nuda e piangente come appena nata.

Incapace di guardarsi intorno, i capelli a nascondere il viso, sentì allora la voce materna:

“Ti sarò sempre accanto, figlia d’oro”

*** *** *** *** ***

Abbattuta, spaventata, silenziosa.

E inerme.

Ma, in quel momento, delle mani strinsero le sue, la sollevarono saldamente e le posero un indumento ampio sulle spalle, a proteggerla.

Come avrebbe fatto anche un padre.

Lei alzò esitante lo sguardo.

E incontrò l’azzurro degli occhi dell’uomo, ancora stupiti dal prodigio inatteso, ma inteneriti.

E sorridenti.

Gloria Lai

leggi anche: 

IL TEMPO

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Dic 24 2016

LA VITA È DEL TUTTO IMMATERIALE

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Sembra un’affermazione forte.

Eppure è la verità.

La vita è uno stato d’animo.

Un modo di decodificare gli avvenimenti che ci porta a sentirci bene o male, secondo come interpretiamo la realtà.

Un evento in sé non è né buono né cattivo.

Ma il nostro vissuto interiore determina profonde differenze nella percezione di ciò che accade.

Stare rinchiusi in una camera di tortura dove manca l’aria, il caldo umido toglie il respiro, la nebbia impedisce di distinguere i contorni delle cose mentre getti di aria rovente e di acqua gelata sferzano il corpo privo di vestiti, può essere un’esperienza angosciante o un benessere esclusivo (chiamato sauna), che le persone scelgono di vivere per ritemprarsi dopo una giornata di lavoro e sentirsi in forma nel corpo e nello spirito.

La differenza è nello stato d’animo con cui sperimentiamo l’esistenza.

Nel film “La vita è bella” un padre, deportato insieme al suo bambino, descrive a quest’ultimo la dura realtà dei campi di concentramento e delle torture inflitte agli ebrei, in un modo poetico e capace di fargli attraversare quella terribile esperienza come se fosse un gioco.

Il film, premiato con numerosi oscar, ci mostra in modo semplice ed efficace l’importanza della dimensione immateriale, evidenziando quanto la lettura degli avvenimenti determini la nostra verità.

Viviamo nella cultura dell’indifferenza e del cinismo e abbiamo perso il contatto con l’intimità dei sentimenti.

Questa lobotomia interiore genera innumerevoli sofferenze, psicologiche e fisiche, di cui non conosciamo la cura perché abbiamo nascosto le cause dietro una pericolosa anestesia emotiva.

Il pensiero materialista ci spinge a focalizzare l’attenzione solo sugli aspetti concreti, facendoci perdere di vista l’importanza di ciò che non si può toccare.

In questo modo la morte diventa una grande nemica, l’enigma con cui siamo costretti a confrontarci senza mai trovare risposte adeguate, il mistero che ci atterrisce perché ne abbiamo perso il valore intimo e profondo.

Ai nostri occhi, abbagliati dalla materialità, sembra assurdo che un corpo amato possa sparire nel nulla, inghiottito dalla vecchiaia, da un incidente o da una malattia di cui non si conosce la cura.

Quando muore una persona cara, ci sentiamo disperati e impotenti, e non ci aiutano i valori della fisicità, né la certezza di essere l’unica specie intelligente sul pianeta, l’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Nonostante la nostra proclamata superiorità su tutte le altre creature viventi, in quei momenti difficili il dolore annichilisce ogni ragione, costringendoci a scoprire di aver perso le chiavi interiori dell’esistenza.

Gli animali possiedono una cultura differente dalla nostra e si affidano a un potere più grande, accogliendo con umiltà la fine del corpo.

Lasciano che la vita faccia il suo corso e nella morte riconoscono la potenza della Totalità.

Per loro l’immaterialità è un valore.

L’ascolto dei sentimenti e delle sensazioni intime è un codice di comunicazione, senza il cui aiuto non potrebbero nemmeno sopravvivere.

Le specie diverse dalla nostra usano con naturalezza la telepatia, il sesto senso e l’istinto.

E in questo sono profondamente diverse da noi.

Sanno intuitivamente, senza bisogno di parole, che esiste una dimensione invisibile agli occhi ma pregnante e indispensabile per la qualità della vita.

È uno spazio della coscienza in cui i legami affettivi intrecciano una realtà fatta di sensazioni che la ragione non comprende.

Gli scienziati la chiamano non località.

I mistici preferiscono parlare di Legge Universale, Dio, Estasi, Illuminazione… o altre cose del genere.

I pranoterapeuti lo definiscono campo energetico.

Il buon senso comune li addita come fenomeni paranormali.

Ognuno utilizza una diversa terminologia.

Ma tutti sono d’accordo nel dichiarare l’esistenza di una verità che non si percepisce con i sensi fisici e che esiste in una dimensione immateriale della realtà.

Una dimensione intangibile e importante perché dal suo riconoscimento dipendono il nostro benessere e la possibilità di vivere una vita appagante.

La morte ci mette bruscamente in contatto con la profondità della Totalità, costringendoci a riconoscere il valore dei legami emotivi.

Ma nei momenti in cui il dolore annichilisce il pensiero, è difficile articolare una comunicazione efficace e capace di individuare il senso profondo dell’esistenza.

Nella sofferenza non è possibile sperimentare le dimensioni immateriali perché il dolore impedisce l’ascolto dei messaggi interiori.

Per ritrovare chi abbiamo amato, anche in assenza del corpo fisico, occorre permettersi un contatto quotidiano col mondo intangibile dell’emotività.

Solo nell’unione intima, infatti, diventa possibile riconoscersi senza la concretezza a cui siamo abituati, e sperimentare il legame al di là dei cinque sensi che chiamiamo realtà.

Per muoversi nelle dimensioni rarefatte della coscienza è necessario imparare a distinguere i vissuti interiori e accogliere la propria sensibilità fino a concedersi la fiducia nella soggettività.

Fiducia e soggettività, infatti, sono i codici che ci consentono di andare oltre il corpo e di incontrarci fuori dalle coordinate dello spazio e del tempo.

Per potersi abbandonare al potere magico delle dimensioni più rarefatte è necessario abituare la mente alla verità del mondo interiore.

Occorre aprirsi a una cultura nuova fatta di sensazioni più che di azioni, di ascolto partecipe e attento, di empatia e di abbandono.

Per esplorare le dimensioni immateriali bisogna avere la possibilità di sorprendersi e permettere che l’ignoto si riveli in tutta la sua multiforme verità.

Nella Totalità valgono leggi diverse da quelle della fisicità.

Un amore privo di possesso, libero dai contratti e dalle pretese imposte dalle nostre tradizioni, dispiega le sue infinite potenzialità rivelandoci le leggi di un mondo che cammina da sempre affianco alla nostra fatica quotidiana, fatta di impegni, di fretta e di concretezza.

È un amore colmo di reciprocità, di rispetto e di attenzione per la verità dell’altro.

Anche quando questa verità non soddisfa le nostre aspettative.

È un amore fiducioso e innocente, come quello che hanno gli animali.

Qualcosa che bypassa la razionalità e ci connette con le profondità della vita.

Gli scienziati stanno ancora cercando di capirlo.

La ragione non se lo permette.

Il cuore lo riconosce d’istinto.

Senza bisogno di spiegazioni.

Carla Sale Musio

leggi anche: 

LA PERSONALITÀ DOPO LA MORTE

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Dic 17 2016

CRUDELTÀ, PERFEZIONE E PACE NEL MONDO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Viviamo in un mondo malato di guerre, di dolori e di aggressività.

Un mondo che spesso ci riempie di orrore, lasciandoci inermi davanti al dilagare della sofferenza.

Vorremmo costruire una cultura nuova (in cui la morte sia il sereno compimento della vita e la vita sia un percorso volto a condividere i frutti della saggezza e della creatività) ma ci sentiamo piccoli davanti allo smisurato potere dei pochi che decidono le sorti dei tanti.

E ogni azione ci sembra inutile.

“Una goccia nell’oceano non può fare la differenza…”

Affermiamo arresi, mentre il ritmo frenetico delle incombenze quotidiane inghiottisce la volontà, intrappolando le speranze dentro una pericolosa indifferenza.

Se niente può essere fatto per costruire una realtà a misura d’uomo, allora tanto vale approfittare delle opportunità più o meno lecite, senza preoccuparsi delle conseguenze.

E i pochi che ancora sperano nel cambiamento, finiscono col delegare al soprannaturale il progetto di una società più giusta, auspicando un “al di là” capace di ribaltare le sorti sfortunate del “al di qua”.

Oscilliamo tra il cinismo e la spiritualità, inseguendo una stabilità in grado di farci sentire in pace con noi stessi e con gli altri.

E ci schieriamo dalla parte dei giusti, additando la cattiveria o la stupidità, nel tentativo di eliminarle dal mondo.

Poi condanniamo la crudeltà, invocando pene più severe per chi si fa beffe della debolezza e abusa del proprio potere.

Oppure sosteniamo di doverci occupare soltanto del nostro tornaconto, certi che “ognuno deve pensare per sé” perché “a essere gentili ci si rimette sempre”.

È in questo modo che alimentiamo la guerra nelle profondità di noi stessi e, senza saperlo, coltiviamo la brutalità nel mondo.

Inseguendo il sogno di una società più sana, ci sforziamo di eliminare tutto ciò che giudichiamo sbagliato confinandolo dentro una segreta dell’inconscio, convinti di potercene dimenticare per dedicarci alle nostre parti migliori.

Per essere come pensiamo che dovremmo essere e conformarci al modello di una vita perfetta, selezioniamo con cura le possibilità espressive a nostra disposizione, facendo spazio agli aspetti adeguati e reprimendo quelli poco presentabili.

Un Sé Perfezionista ed Esigente addita ciò che non va bene, colpevolizzando le emozioni che si discostano dall’immagine ideale e costringendoci a rinnegare le parti che manifestano atteggiamenti, pensieri e sentimenti poco gradevoli.

Un Giudice Interiore gli da man forte, condannando la cattiveria del mondo e incitandoci a schierarci dalla parte dei buoni, o dei forti, o dei furbi… a seconda dei casi.

Così occultiamo le imperfezioni dentro di noi, e combattiamo con ardore tutto ciò che le rappresenta nel mondo esterno, dando vita a tante guerre sante e alimentando l’ostilità e i conflitti.

Un Bambino Crudele, poco incline alla condivisione, ci istiga costantemente all’egoismo, incurante dei bisogni degli altri e delle buone maniere.

È impulsivo, prepotente, suscettibile, avido e opportunista.

Incarna tutto ciò che non ci piace.

È difficile ammetterne l’esistenza nella psiche.

È più facile nasconderlo, reprimendo e ignorando la sua voce interiore, piuttosto che accoglierne le ragioni mandando in pezzi l’immagine idealizzata di noi stessi.

Il Bambino Crudele rovina il gioco immacolato della perfezione, inchiodandoci alle responsabilità della nostra energia emotiva.

Non serve nasconderlo dietro un moralismo di facciata, separando arbitrariamente il bene dal male.

Una cultura nuova deve imparare a contenere interiormente gli opposti, accogliendo “i buoni” e “i cattivi” senza falsi perbenismi.

La vita emotiva è ricca di contrasti, e “il bene” e “il male” sono aspetti complementari di una stessa vitalità.

Imparare a tollerare la propria imperfezione interiore permette di accogliere anche l’imperfezione del mondo. 

E ci aiuta a comprendere la profondità dell’esistenza, senza discriminare.

Questo non vuol dire permettere il dilagare della prepotenza.

Smettere di proiettare all’esterno le nostre parti negative significa guardare con sincerità se stessi e il mondo, e coltivare l’onestà necessaria a evolvere gli aspetti immaturi della psiche.

L’energia dei vissuti interiori non è né buona né cattiva e ci mostra, un passo dopo l’altro, il percorso di crescita che dall’ego conduce alla fraternità, riflettendosi nell’ambiente.

Non può esistere l’altruismo se prima non si riconosce l’egoismo in se stessi, non ci può essere la fratellanza se prima non si attraversa l’indifferenza, non si può condividere l’amore senza comprendere le proprie parti sgradevoli.

Religioni, guerre sante e buonismo vendicativo danno voce al bisogno inconscio di esprimere il Bambino Crudele (nascosto dietro un falso moralismo) e attuano una separazione arbitraria e pericolosa tra bene e male.

Uccidere i  giudicati illeciti, dentro o fuori di sé, coltiva la prepotenza, la violenza e le guerre nel mondo.

Carla Sale Musio

leggi anche: 

IL BAMBINO CRUDELE

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Dic 10 2016

CREATIVITÀ ED EMPATIA: viaggiare tra infinite realtà possibili

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Quando parlo di creatività, intendo la capacità di spostare il proprio punto di vista per osservare e interpretare le cose in modi sempre diversi.

Non mi riferisco a un’abilità artistica. 

Un bravo artigiano non è necessariamente un creativo. 

E non è detto che un creativo sia dotato di una grande manualità.

Voglio parlare di quell’intuizione che permette di far nascere qualcosa di nuovo dove tanti non riescono a vedere altro che forme abituali e scontate.

Spostare il punto di vista significa identificare altre possibilità dentro le situazioni che incontriamo abitualmente.

E’ stato dimostrato che il cervello tende a riconoscere soltanto le immagini che gli sono abituali e, letteralmente, non vede quello che non si aspetta di vedere.

Nella immagine qui sopra, vediamo un triangolo bianco che si sovrappone a tre cerchi neri. 

Ma si tratta di un’illusione percettiva perché nella figura non ci sono né triangoli né cerchi. 

Da un punto di vista geometrico, si tratta di tre settori circolari neri e tre angoli neri disposti con un certo ordine l’uno rispetto all’altro. 

Al triangolo bianco, che noi distinguiamo con chiarezza, non corrisponde nessun oggetto fisico.

Il cervello, però, costruisce un’immagine che non esiste e riconosce quello che gli è più familiare, piuttosto che vedere ciò che è stato realmente rappresentato.

In quest’altra figura, invece, la rappresentazione di un volto femminile prevale sul disegno dell’albero e dei tre uccelli in volo, che sono stati effettivamente disegnati.

Anche in questo caso, il cervello riconosce per prima la forma di una faccia umana e solamente in seguito distingue gli uccelli e l’albero, che pure sono molto evidenti.

La forma archetipica del viso umano tende a prevalere sulle altre, perché è una delle prime che riconosciamo, già dai primi momenti dopo la nascita.

In questo disegno, realtà e finzione si alternano, creando in chi guarda un senso di disorientamento percettivo.

Tornando alla creatività, spesso un creativo riesce a vedere… anche quello che non si aspetta. 

Perché non lo esclude a priori, anzi, lo cerca. 

E proprio perché lo cerca, prima o poi, lo trova.

Ma come si fa a cercare qualcosa senza sapere cosa?

Non può trattarsi di un processo logico… 

E’, invece, una disponibilità, una sorta di fiducia interiore, uno stato d’animo, qualcosa che la ragione non si spiega, ma di cui scopre l’esistenza con i fatti, cioè ad azione avvenuta.

Vediamolo meglio con un esempio:

“ Voglio trasformare questa giacca bucata in un capo originale e ricercato.” 

Pensa la sarta, mentre lascia che l’idea creativa affiori spontaneamente nella sua testa. 

Non fa nulla. 

Semplicemente aspetta, fiduciosa che il buco nella giacca si trasformi… in un taschino!

Inaspettato e, per questo, originale.

La creatività funziona così. 

Sposta il punto di vista e ci fa vedere una tasca là dove prima c’era soltanto un buco.

Non serve saper cucire per essere creativi. 

Serve poter credere con fiducia che un buco possa diventare qualcosa di bello, invece che essere solamente un difetto.

E’ la fiducia che mette in moto il processo? 

No. 

La fiducia da sola non basta. 

Ciò che serve è la capacità di abbandonare il proprio modo di interpretare la realtà, per aprirsi ad una lettura completamente nuova.

Per me è un buco ma… cos’altro potrebbe essere? 

Lasciare andare le proprie certezze e spostarsi in altre “realtà”. 

Chi è creativo fa questo.

E chi è empatico? 

Fa la stessa cosa.

Anche se creatività ed empatia sono qualità abbastanza diverse, presuppongono entrambe la capacità di abbandonare il proprio punto di vista.

L’empatia è la capacità di comprendere cosa un’altra persona stia provando e per riuscirci bisogna lasciar andare il proprio modo d’interpretare la vita per assumere quello di qualcun altro.

Spostare il punto di vista è un po’ come cambiare vestito, ci rende diversi, nuovi e aumenta la nostra ricchezza interiore.

Chi è capace di accantonare le proprie idee per provare a sperimentarne altre, acquisisce una maggiore elasticità, una plasticità interiore che inevitabilmente rende le emozioni più varie e più sfumate.

Così, creatività ed empatia, anche se sono diverse, spesso camminano insieme, componendo un modo variegato, ricco e polimorfo di percepire le realtà (interiori, esteriori, proprie, degli altri e delle cose).

E naturalmente, più sono utilizzate…più s’incrementano, vicendevolmente.

Torniamo adesso alle personalità creative…

Le personalità creative possiedono una naturale predisposizione a spostare il loro punto di vista e per questo sono spontaneamente portate all’empatia e alla creatività.

Ascolto dei sentimenti, intuizione, capacità di sintesi, concentrazione sul presente, facile accesso all’inconscio, attenzione alle relazioni… costituiscono le loro caratteristiche principali.

Carla Sale Musio

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Dic 04 2016

AUTOCONTROLLO… O PATOLOGIA?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nel nostro mondo la sensibilità non è di moda.

Si deve essere imperturbabili, calmi, sereni e distaccati.

La manifestazione delle emozioni è mal vista.

Non si deve piangere e, soprattutto, non si deve essere felici.

La felicità non fa simpatia.

“Mal comune mezzo gaudio”

Recita il detto.

E, fedeli alla sua prescrizione, ci sentiamo bene quando possiamo esibire le disgrazie, facendo a gara per accreditarci il nobel della sfiga.

La condivisione della felicità, invece, ci rende inquieti.

Sentirsi bene è giudicato pericoloso.

Quasi che la sfortuna fosse costantemente in agguato, pronta ad accanirsi con chi osa sfidarla  manifestando emozioni di gioia.

“Ssssssssscccccchhhhhhh…. Non dirlo forte…!!!!!” 

Sussurriamo circospetti, come se fosse immorale sentirsi soddisfatti e felici.

Le emozioni sono cose da bambini.

O da femminucce.

Roba per gente debole, insomma.

Siamo convinti che la maturità si raggiunga quando il controllo razionale e distaccato prende il posto dell’emotività.

È in questo modo che la sensibilità, la delicatezza d’animo, la capacità di ascoltare e comprendere i sentimenti, perdono il loro valore per trasformarsi in… stupidità!

È grazie a queste convinzioni errate che l’espressione dei vissuti interiori segnala impropriamente un’incapacità a far fronte alle esigenze della vita.

Il pregiudizio ha sepolto la sensibilità sotto una coltre di credenze negative, avviluppando l’umanità dentro una camicia di forza chiamata: autocontrollo.

Certo, abbandonarsi alle correnti emotive fa perdere di vista l’obiettività e trascina dentro una visione parziale della realtà.

Ma inibire la carica energetica delle emozioni crea gravi danni al sistema psichico.

La sofferenza psicologica è dappertutto, e l’eccessivo selfcontrol che caratterizza la cultura occidentale ne è il principale responsabile.

Le emozioni possiedono un’energia insopprimibile, non possono essere eliminate come zavorre inutili.

Per vivere bene e in perfetta salute, mentale e fisica, è indispensabile che il mondo interiore sia accolto e riconosciuto.

Questo non vuol dire abbandonarsi a sfrenate ridde sentimentali.

L’autocontrollo è la conseguenza di un ascolto attento e partecipe dei propri vissuti.

Bloccare le emozioni, reprimerle e sforzarsi di non ascoltarle, intrappola la più preziosa delle risorse trasformandoci in automi privi di intelligenza emotiva. E di creatività.

Prestare attenzione ai sentimenti, ammetterne l’importanza, il valore e la preziosità, significa riconoscere la propria umanità e aprirsi all’ascolto dell’unica verità capace di cambiare il mondo: l’empatia.

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Ma cos’è l’empatia?

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Noi psicologi chiamiamo empatia la capacità di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d’animo di un’altra creatura vivente, senza ricorrere alla comunicazione verbale.

Gli animali usano spontaneamente l’empatia per cogliere le intenzioni di chi hanno intorno e regolarsi di conseguenza.

Nelle specie diverse dalla nostra il riconoscimento e l’espressione dei sentimenti sono strumenti fondamentali per mantenersi sani, ascoltando i bisogni del corpo e osservando l’ambiente circostante.

A nessun animale verrebbe in mente di dissimulare ciò che sta provando per indossare una maschera d’impassibilità.

Per le altre creature che popolano la terra mostrare la paura, il dolore, la tenerezza, la gioia, l’entusiasmo, l’incertezza, la curiosità, la sorpresa… significa utilizzare un codice relazionale indispensabile per vivere bene e in armonia.

L’empatia permette a tutte le forme di vita di sentirsi parte di un ecosistema che contiene e delimita, rispettando gli equilibri naturali, permettendo la convivenza e preservando la salute di ciascuno, in modo da favorire la vita.

Di tutti.

Solo l’essere umano (che di umano ormai non ha quasi più nulla) impone a se stesso una sordità emotiva così pericolosa da inibire la comprensione dei ritmi fisiologici, separandosi dalla natura e provocando tante malattie.

Gli animali non conoscono le patologie che affliggono la nostra razza (obesità, anoressia, diabete, nevrosi, psicosi, AIDS, cancro, SLA…) e condividono una cultura interamente basata sui codici emotivi e intuitivi, proprio perché per loro l’ascolto dei vissuti interiori è parte integrante della sopravvivenza.

Per noi, invece, empatia è sinonimo di smielati atteggiamenti infantili, e preferiamo ignorare la vita emotiva, ricorrendo a uno stuolo di specialisti (medici, dietologi, psicologi, psichiatri, neurologi…) per farci dire cosa succede nel nostro mondo interno.

L’indifferenza che consegue alla mancanza di empatia è la radice del cinismo e il presupposto più efficace per sostenere il mercato delle armi, le guerre, i soprusi e la distruzione che la nostra razza dis-umana porta avanti ai danni se stessa e di tutte le altre specie.

Uccidere la sensibilità dentro di sé ha lo scopo di allontanarci da una pulsante vitalità e di renderci docili e malleabili nelle mani di chi detiene il potere.

Un potere che può esistere soltanto grazie alla mancanza di sensibilità (e alla durezza che ne consegue) e che permette ai pochi che governano il mondo di accrescere indisturbati il loro dominio sui tanti.

Quel selfcontrol, così sbandierato da essere diventato sinonimo di maturità, è impropriamente confuso con il surgelamento emotivo e con un narcisismo patologico che ci spinge a credere di essere l’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Ci è stato nascosto che la mancanza di empatia, l’onnipotenza e l’egocentrismo segnalano un’immaturità nella psiche.

Immaturità che va curata (e non incentivata) e che negli adulti costituisce una patologia.

La superiorità con cui ci arroghiamo il diritto di morte sulle altre forme di vita è una malattia che ammorba l’umanità e tiene in piedi la gerarchia della violenza, rendendoci vittime oltre che carnefici, e condannandoci a una sofferenza psicologica sconosciuta alle altre specie.

L’insensibilità, indotta ad arte sostenendo modelli di comportamento privi di emotività, ci allontana pericolosamente dalla nostra umanità.

Il surgelamento emotivo è una patologia, e non ha niente a che vedere con l’autocontrollo.

L’autocontrollo è la conseguenza di un ascolto attento e partecipe di tutte le energie che animano il mondo interiore, e non l’animosa ignoranza della nostra profonda ricchezza emotiva.

Uccidere la sensibilità dentro di sé per raggiungere una patologica mancanza di emozioni è la radice della violenza e la causa nascosta di tutte le guerre.

Carla Sale Musio

leggi anche:

NARCISISMO PATOLOGICO

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