Archive for Febbraio, 2017

Feb 25 2017

ROSSILLINA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quella bambola non le era riuscita bene.

Tondi gli occhi, troppo rossi i capelli, morbida nel corpo, ma sgraziata.

Si chiese a chi avrebbe potuto venderla. 

In realtà, la donna era conosciuta per la perfezione dei suoi manufatti.

E quell’ultimo lavoro non le rendeva onore.

Anche l’abito rosso della bambola era uscito male, stretto e mal cucito.

Nessuno avrebbe acquistato un prodotto così imperfetto. Sospirò e gettò la bambola nel cestino, vicino al tavolo da lavoro.

Più tardi se ne sarebbe liberata, insieme con i resti di filo, stoffa e lana.

*** *** *** ***

In quella casa dove la donna, per arrotondare le magre entrate, realizzava bambole di stoffa, un altro essere occupava la stanza da lavoro: una gatta.

Era capitata lì per caso qualche anno prima.

La donna non l’aveva cacciata, ma si limitava a darle del cibo e non la accarezzava quasi mai.

La gatta, sentendosi trascurata, si strusciava di nascosto sulle bambole.

E si consolava con la morbidezza dei loro corpi di stoffa.

*** *** *** ***

Aveva avuto un’ infanzia felice, poi l’avevano regalata ad una famiglia numerosa e distratta, che spesso la dimenticava fuori, anche d’inverno.

Lei dapprima si sentì infelice, ma una sera decise.

E dopo aver annusato il vento, se ne andò senza voltarsi.

Corse raminga per strade e giardini.

Infine, giunta una notte in un cortile, si raggomitolò vicino all’ingresso della casa.

La mattina dopo, una donna uscì per tempo, lasciando la porta accostata.

La gatta si insinuò all’interno e vide stoffe, nastri, lana e fili.

Sperò di poter restare.

La donna non la mandò via, ma non le piacevano i colori della gatta.

E non l’accarezzava quasi mai.

*** *** *** ***

Dopo aver gettato la bambola, la donna si allontanò.

Nel rientrare in casa dalla sua uscita quotidiana, la gatta trovò qualcosa che non si sarebbe aspettata. Dentro il cestino degli scampoli inutili e dei fili spezzati, vicino al tavolo da lavoro, vide una bambola.

Incuriosita e guardinga la gatta le si accostò e, approfittando dell’assenza della donna, avvicinò il muso a quel viso di stoffa.

La bambola era triste e abbandonata, ma a lei sembrò così carina, che nella sua mente di gatta balenò una decisione: prese quel corpo di stoffa tra i denti e, stringendolo delicatamente come fosse un figlio, balzò fuori dalla finestra e tagliò dritta per i campi.

La donna nel rientrare cercò la gatta, ma non la trovò e non si dette pensiero a lungo.

Così come era giunta, si era detta in quegli anni, sarebbe andata via.

E in realtà quell’essere singolare non le era piaciuto mai troppo.

*** *** *** ***

La gatta corse finché le sembrò che il cuore le scoppiasse.

Quando finalmente si fermò, poggiò delicatamente la bambola sull’erba e la contemplò soddisfatta. Con quel rosso nei capelli e nella veste, certamente Rossillina sarebbe stato un bellissimo nome per lei.

La gatta se lo ripetè, miagolando.

Finalmente, pensò, un affetto nella sua vita.

Un affetto di stoffa.

Si sarebbe occupata lei della bambola, l’avrebbe scaldata nelle notti fredde, l’avrebbe consolata quando fosse stata triste.

Le si accostò, poggiò il suo corpo su quello morbido della bambola.

E fu allora che, mentre la gatta la guardava trepidante, Rossillina aprì le sue braccia di stoffa e si strinse fortemente a lei.

Gloria Lai

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L’ALBERO

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Feb 18 2017

SEPARAZIONE, POSSESSO E RECIPROCITÀ: verso un’ecologia dell’amore

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nella civiltà occidentale anche l’amore di coppia è diventato un bene di consumo, un contratto che stabilisce diritti e doveri dei coniugi e che dissolve l’affettività con la pretesa della reciprocità.

L’amore, però, è un sentimento.

Non può apparire e scomparire a comando, non ascolta i dettami della volontà.

Esiste nel piano rarefatto e imprendibile delle emozioni.

Possiamo riconoscerne la presenza dai suoi effetti, ma soltanto chi lo vive può affermarne con certezza l’esistenza in se stesso.

L’amore non si può pesare, misurare, modellare e ordinare, lo si può solo sentire dentro di sé.

Pretendere dall’altro una reciprocità affettiva vanifica l’amore, trasformandolo in un baratto.

Il baratto è uno scambio, presuppone un guadagno e ha ben poco a che vedere con i sentimenti e con gli stati d’animo.

Questi ultimi, infatti, succedono.

A prescindere dagli accordi, dalle decisioni e dall’impegno.

In amore, pretendere la reciprocità significa sostituire i sentimenti con il tornaconto.

E da lì all’opportunismo, all’egoismo e al narcisismo, il passo è breve.

“Se non puoi darmi ciò di cui ho bisogno, non posso amarti”

Questa frase nasconde una pretesa impossibile e scambia l’amore con la soddisfazione delle proprie necessità.

L’amore, però, è un modo di essere, un sentire interiore.

Succede.

Punto e basta.

In amore possiamo solo affermare:

“Se non puoi darmi ciò di cui ho bisogno, pazienza.” 

Perché, quando si prova un sentimento, non si può modificarlo con la volontà.

L’amore è un accadimento interiore che arriva e si trasforma, senza tenere conto dei nostri obiettivi razionali.

Quando l’amore cambia, si può soltanto accogliere dentro di sé la trasformazione e incamminarsi con fiducia lungo il percorso evolutivo che quella trasformazione ci indica.

Perché solo ascoltando i dettami dell’amore, s’impara ad amare.

E solo imparando ad amare si conquista la libertà e si evidenzia il significato profondo della nostra esistenza, la nostra missione nella vita.

L’amore non segue i criteri della ragione e ci accompagna a conoscere un piano della coscienza più rarefatto, ma non per questo meno pregnante.

Anzi!

La sua ricchezza si riflette nell’appagamento che intreccia le scelte di chi ascolta con coraggio i dettami del proprio cuore.

La pretesa di portare avanti un rapporto di coppia anche quando la reciprocità non esiste più, è legata a prescrizioni religiose o legali e a interessi personali che non hanno nulla a che vedere con l’amore.

Il possesso è uno di questi.

Quando diciamo MIO (mio marito, mia moglie), il linguaggio tradisce il pensiero possessivo che lo sottende.

La pretesa di possedere la persona amata è un’insidia che vanifica l’amore, seppellendolo sotto una coltre di egoismo.

L’amore non è possesso.

È libertà.

Ma cosa significa LIBERTÀ?

Libertà vuol dire assumersi la responsabilità dei propri sentimenti e delle proprie scelte, accettare il rischio delle emozioni, dei cambiamenti e del proprio percorso evolutivo.

Anche quando è necessario attraversare sentieri esistenziali ancora inesplorati e impervi.

La libertà non è agire impunemente tutto ciò che ci salta in mente, senza freni e senza inibizioni, ma ascoltare se stessi senza censure, accogliendo la propria verità qualsiasi essa sia.

Per conoscerla, per comprenderla e per evolverla.

Siamo veramente liberi soltanto quando ci assumiamo la responsabilità della Totalità di noi stessi.

In tutta la sua profonda e multiforme poliedricità.

Questo non vuol dire calpestare gli altri.

Significa, invece, comprendere che ognuno incarna un pezzetto della nostra complessità interiore.

E conduce al rispetto.

Per ogni creatura vivente.

Perché tutto, ma proprio tutto, ha diritto all’esistenza.

Anche ciò che non ci piace e che, per questo, ha bisogno di maggiore attenzione per trovare una collocazione armonica in quella molteplicità che chiamiamo vita e che è lo specchio del nostro mondo interiore.

Il possesso nasconde la pretesa di controllare l’oggetto delle nostre brame, senza comprenderne le peculiarità e senza affrontarne l’intima risonanza interiore.

In amore, il possesso tenta di oggettivare un sentire che può essere soltanto soggettivo, snaturandone l’autenticità in favore di bisogni infantili di controllo.

Il possesso vanifica l’amore, ma nella civiltà dell’usa e getta sembra che anche i sentimenti abbiano dovuto cedere il posto al profitto o al potere d’acquisto.

Così, oggi in molti pianificano la famiglia quasi fosse un bene di consumo.

Convinti che la determinazione e la volontà possano produrre i risultati emotivi necessari a far germogliare l’amore, certi di poter possedere le emozioni come se fossero un bene di consumo.

Tante famiglie nate in seguito a un’attenta pianificazione incontrano il limite della precarietà, perché l’amore studiato a tavolino non attecchisce.

Altre famiglie (meno razionali forse, ma più spontanee) si scoprono e si riconoscono come tali lungo il percorso della vita, in barba ai programmi di chi le compone e alle regole dei legislatori.

Queste famiglie resistono nel tempo, nutrite da un affetto spontaneo e da un desiderio di condivisione che sboccia nel cuore ogni giorno.

L’amore ha un potere di cambiamento e di trasformazione, preziosissimo.

È un’energia rivoluzionaria e trasformativa che ciclicamente dissolve gli equilibri interiori per crearne di nuovi e migliori.

Opporsi al suo processo evolutivo è doloroso e genera molte patologie.

Ma per seguire le norme della civiltà, ne abbiamo rinchiuso il potere dentro un contratto giuridico e così l’amore è stato vanificato.

Nel momento in cui si affronta il tema della separazione, è necessario interrogarsi sul significato profondo della parola AMORE e accoglierne in se stessi l’essenza trasformativa.

L’amore è rivoluzione e, a dispetto dei contratti legali e religiosi ci conduce inevitabilmente a incontrare la nostra realtà più intima, insegnandoci a comprendere i bisogni del partner insieme ai nostri.

Quando l’amore finisce e il cambiamento ci trascina verso nuovi lidi, è importante abbracciare il passaggio che la fine di una relazione porta con sé e accoglierne il valore.

Perché l’amore non ha mai fine, si trasforma ed evolve verso mete sempre più profonde.

Sapersi allontanare dopo aver percorso un tratto di vita insieme, celebra le profondità dell’amore e insegna il rispetto e l’autonomia.

Lungo la strada che dall’egoismo conduce alla libertà.

Carla Sale Musio

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Feb 12 2017

FISICA QUANTISTICA E SENSIBILITÀ: leggere il mondo con gli occhi del cuore

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando si parla della dimensione immateriale, si finisce spesso per sentirsi stupidi.

Come se affidandosi a qualcosa che non si può vedere, toccare, pesare e misurare, si dimostrasse un’ingenuità credulona, ottusa e decisamente poco intelligente.

Eppure, la maggior parte delle cose che sappiamo a proposito della realtà, non le abbiamo mai viste, toccate, pesate o misurate.

Basti pensare all’elettricità, alle onde sonore… al pensiero e ai sentimenti.

Cose importantissime di cui costatiamo gli effetti ogni giorno, ma prive di materialità.

L’immaterialità ci fa paura perché ci costringe a confrontarci con l’ignoto, spingendoci ad abbandonare il controllo (che pretendiamo di avere sempre e su tutto) e ad affidarci a un principio più grande, che ci contiene e ci sovrasta.

Nella Totalità, nel vuoto privo di riferimenti tangibili, in quel buco nero in cui ogni cosa è possibile perché parte di un infinito potenziale di vita, emergono anche gli aspetti che non ci piacciono, ciò che abbiamo censurato e che rivendica il proprio diritto all’esistenza nel momento in cui un Tutto Onnicomprensivo ne legittima la verità.

Qualcuno lo chiama Dio, qualcun altro Legge Universale, gli scienziati preferiscono parlare di Big Bang, la fisica quantistica la definisce Onda di Probabilità.

I nomi sono tanti e diversi, ma indicano sempre un principio indistinto da cui hanno origine le cose, e tutti (religiosi, mistici, fisici e scienziati) sono concordi nel dichiarare che la realtà materiale scaturisce da una sorgente immateriale.

Un principio creativo e assoluto contiene i semi di ogni possibile verità e, in una dimensione senza spazio né tempo, attende con pazienza il momento opportuno per dare vita alle forme della nostra quotidianità.

Secondo la fisica quantistica il principio di tutte le cose è un Tutto, indefinito e poliedrico, da cui l’osservatore coagula la realtà nei suoi aspetti concreti, nel momento in cui la osserva e la vive.

Per i fisici moderni ogni cosa esiste in uno spazio immateriale di potenzialità e, da questa multiforme totalità, la nostra attenzione dà forma alla realtà, rendendola tangibile.

A prima vista la Teoria dei Quanti sembra un insieme di formule magiche e giochi di prestigio, immuni dalle ristrettezze della logica.

Eppure, proprio quella magia costruisce le fondamenta dell’esistenza, e nessuno ai giorni nostri può ignorarne la portata.

La fisica moderna spiega la materia sia come fenomeni ondulatori che come fenomeni delle particelle, e afferma che tutte le cose (ma proprio tutte) esistono in una funzione di probabilità, fino a quando un osservatore cristallizza una delle infinite possibilità rendendola concreta.

Quando ha luogo l’osservazione, infatti, la funzione d’onda collassa, permettendoci di localizzare le particelle, secondo le coordinate spazio temporali che ci sono familiari e che ci appaiono tangibili.

Per la fisica dei quanti esiste una realtà fluida e immateriale in cui ogni cosa trova posto (gli studiosi la chiamano: onda di possibilità) ed esiste una manifestazione tangibile, quando una di quelle infinite probabilità si concretizza, dando forma alla realtà che i nostri sensi sono in grado di riconoscere e che ci siamo abituati a considerare vera.

Oggi la scienza ci spiega che l’immaterialità è un aspetto imprescindibile della realtà, la matrice da cui selezioniamo gli eventi della nostra esperienza.

Quando si parla d’immaterialità, perciò, ci si riferisce a una verità che i sensi fisici non possono percepire ma che è l’origine di qualsiasi cosa.

Il mondo immateriale permea costantemente la realtà materiale e, come una nuvola di eventualità, attende che la nostra consapevolezza lo attraversi dando forma alla vita così come la conosciamo.

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Ma cosa succede alle cose che non trovano riconoscimento con i cinque sensi?

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Dove finiscono quelle realtà che sono prive di concretezza?

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Se tutto esiste nell’onda di probabilità ed è soltanto la nostra osservazione a permettere il manifestarsi di una realtà piuttosto che un’altra, è necessario cambiare i paradigmi con cui interpretiamo il mondo, e ridare dignità a ciò che non si può vedere, toccare, pesare o misurare.

Esiste una dimensione immateriale priva di fisicità ma non per questo poco importante.

È una realtà che ubbidisce a leggi diverse da quelle della corporeità (leggi che non possiamo sperimentare con i sensi fisici) ma che si può raggiungere affidandosi a una percezione interiore fatta di sentimenti e soggettività più che di analisi e oggettività.

L’oggettività e la materialità, infatti, obbediscono a codici differenti da quelli della soggettività e della immaterialità.

Utilizzano modi diversi di decodificare le esperienze, ma questo non vuol dire che siano meno rilevanti.

Entrambe le dimensioni sono indispensabili per vivere una vita appagante.

Un mondo fatto soltanto di concretezza diventa arido, sterile e vuoto di significato, mentre un mondo esclusivamente soggettivo e impalpabile sarebbe caotico e angosciante per la nostra mente razionale.

La pienezza della vita è frutto del continuo intrecciarsi di materialità e immaterialità, dello scorrere incessante di onda e particella, emozione e razionalità, intimità e concretezza.

La cultura materialista ci ha portato a deridere e abiurare quelle percezioni interiori che ci permetterebbero di cogliere l’immaterialità.

Abbiamo imparato a non ascoltare il nostro mondo interno, a sfuggire la sensibilità, a mostrarci impassibili e privi di emozioni, sicuri che il cinismo sia lo strumento migliore per avere successo in società.

Così, valutiamo la realtà in base al guadagno più che dare valore ai sentimenti, e preferiamo chiedere agli specialisti che cosa avviene dentro di noi, piuttosto che ascoltare la nostra autenticità.

È in questo modo che dimentichiamo l’importanza della dimensione immateriale.

Lasciamo che la legge del più forte sia la nostra bandiera e quando la fragilità arriva a mostrarci la ricchezza impalpabile delle emozioni, ci sentiamo pieni di vergogna, imbarazzati, inadeguati, impreparati e soli.

Convinti che quel nodo allo stomaco che ci prende ogni tanto, senza che sia possibile riconoscerne la causa, segnali una qualche grave patologia.

Ricorrere ai farmaci invece che ascoltare il cuore è la soluzione adottata da molti.

In un mondo lanciato al galoppo verso la propria distruzione, abolire l’ascolto della dimensione immateriale significa rinunciare all’unica medicina capace di curare la malattia chiamata civiltà.

Il flusso pulsante della dimensione immateriale è un valore prezioso, in grado di salvare l’umanità dal suo terribile destino e di restituire alla vita la sua profonda verità.

Padroneggiare le leggi della materialità è possibile solo mantenendo dentro di sé la consapevolezza che il principio di tutte le cose è nascosto in un infinito imprendibile con la ragione, cui occorre abbandonarsi fiduciosi, lasciando agire la bussola del cuore.

Solo così dall’onda delle probabilità può prender forma una dimensione materiale fatta di ascolto e di pienezza, capace di accogliere la sensibilità come un timone per fare rotta verso la vita.

Carla Sale Musio

leggi anche: 

LA VITA È DEL TUTTO IMMATERIALE

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Feb 06 2017

io non sono normale: AMO TROPPO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Io non sono normale:

  • amo troppo

  • amo in modo sbagliato

  • amo senza selezionare nulla

  • amo anche quando non voglio

  • amo senza nemmeno rendermene conto

  • amo a sproposito

  • amo stupidamente

  • amo senza ritegno

  • amo goffamente

  • amo incessantemente

Mi tornano alla mente tanti volti e tante storie diverse, tutte con la stessa disarmante richiesta:

“Voglio essere come tutti gli altri. Voglio essere normale!”

Angela, Sara, Matteo… i nomi e i racconti personali cambiano, la sofferenza è sempre la stessa.

“Quali risultati vorrebbe ottenere diventando ‘normale’?” 

Mentre osservo i loro occhi, carichi di disperazione e di speranza, mi preparo a una lunga trattativa.

Dobbiamo definire insieme il punto di arrivo del lavoro psicologico e, finché non ci troveremo d’accordo sui risultati da raggiungere, non si potrà cominciare nessun percorso.

Angela, Sara o Matteo dovranno essere aiutati a comprendere che non si può cambiare la propria capacità di amare, se non per amplificarla.

Non si può ridurla.

Non si può lobotomizzare l’amore.

Si può solo farlo crescere.

E questo è esattamente il contrario di ciò che mi stanno chiedendo con tanta speranza e tanto desiderio.

Ecco perché il mio mestiere richiede pazienza.

“Come mai non le piace questo suo modo di amare?” 

Chiedo.

“Sta scherzando? E come potrebbe piacermi?! Certo che non mi piace!!!! Mi crea un sacco di problemi inutili! Le sembra bello piangere guardando il TG?!”

Angela mi guarda innervosita.

“Eppure… il telegiornale riporta notizie talmente tristi e catastrofiche che mi sembra difficile non piangere. Se una persona s’immedesima nella sofferenza degli altri, non può che sentirla dentro di sé come se fosse la sua.”

“Si, infatti…”

“La capacità di comprendere il dolore degli altri è una cosa buona. Chi la possiede ha una marcia in più. Significa che ha un cuore.”

“Ah! Be’… di quello io ne ho anche troppo!”

Andiamo avanti così. 

Lavoriamo sul valore e sull’importanza di saper ascoltare il proprio cuore e arriviamo a un accordo costruito insieme.

Non ci occuperemo di cambiare i sentimenti, ma uniremo le forze per imparare a gestirli.

Imparare a gestire i sentimenti, senza censurarli e soprattutto senza vergognarsene è il primo passo verso una vita migliore.

Una vita dove le emozioni siano permesse, ascoltate, comprese e valorizzate.

Una vita libera dalla guerra contro il proprio cuore.

E’ il primo passo per costruire un mondo migliore.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

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